sabato 21 aprile 2018

Trattative Stato-Mafia, pesanti condanne per i vertici dei carabinieri del Ros
"Les Centurions" di Palermo


Può anche non piacere. Perché l’immaginario di Jean Latérguy, scrittore e  giornalista,  autore de Les Centurions, appartiene alla destra, quella dei militari,  dei colpi di forza, delle soluzioni radicali quando servono, ma anche dell’onore, del coraggio e dell’amara consapevolezza,  che la guerra  è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Attenzione però, anche della politica peggiore, la politica politicante,  che  svuota la legittimità del soldato che combatte, lontano da casa, per valori, che in patria nessuno più difende.  
Per  Latérguy  il soldato francese che combatteva in Indocina, per parafrasare Dante,  era nemico di Dio  (del comunismo) e dei nemici di Dio (gli anticomunisti in pantofole, che sognavano la pace a ogni costo).
Le liberal-democrazie, e questo  è  un  pesante limite per chiunque vi creda come chi scrive,   non tengono in gran pregio  i militari.  Latérguy, piaccia o meno, ha ragione. Tutto ciò che è marziale non è apprezzato,  salvo nei momenti cruciali, ovviamente cruciali  secondo i desiderata del potere politico.  Che cambia  idea spesso, evoca i grandi principi, salvo poi accordarsi sui piccoli. Di qui, quel senso di spiazzamento morale dei centurioni -  magnificamente colto  da Latérguy -  che nel fango si sforzano di combattere il nemico, con tutti i mezzi,  nonostante il paese legale, e  spesso, per pigrizia e paura, quello reale, remino contro.  
A tutto ciò abbiamo pensato ieri, apprendendo della condanna a Palermo degli ex vertici del Ros, tutti carabinieri ovviamente, Mori, Subranni e De Donno, ora  a rischio  di passare dalle  trincee al carcere, e solo per aver fatto il proprio dovere.  Sulle condanne e assoluzioni dei cosiddetti “politici”  non ci pronunciamo. Sarebbe fin troppo facile  individuare le tresche ideologiche che ne sono alle origini.  
Dicevamo di Mori,  Subranni e De Donno, ammesso e non concesso eccetera, eccetera,  che cosa hanno fatto? Quale reato hanno commesso?  Se è vero che c’era una guerra si sono comportati, per quello che erano e sono:  bravi soldati, che tra i mezzi a disposizione, avevano, hanno e avranno anche quello dell’inganno e  della pace armata, provvisoria,  per recuperare,  riunire le forze,  contrattaccare e vincere.
Trattativa quindi,  come passo indietro per farne due avanti. Tutto qui.  Ma  Roma, per usare il linguaggio immaginoso  di Latérguy,   ha usato e buttato via i suoi centurioni.
I difensori dei carabinieri  ora sperano nel Secondo Grado. Andrà diversamente?  Difficile rispondere.
In Italia, anno di grazia  2018,  ci si può augurare solo, visto che si tratta di militari, che sia  il Dio degli Eserciti, quello biblico, ben più longevo degli imperatori quiriti, a fare giustizia per i propri soldati.  Ma nell'Aldilà.         


Carlo Gambescia 

venerdì 20 aprile 2018

Non è  tutto Bolkestein quel che appare... 
Il Re è nudo 
di Teodoro Klitsche de la Grange



La notevole attenzione dedicata dalla stampa all’ “interpretazione autentica” data dall’ex Commissario U.E. Bolkestein (nella foto)  alla direttiva europea indicata col suo cognome (e che tante agitazioni ha provocato in Italia) è un caso emblematico, anche se di sicuro non il più importante, di come una classe dirigente pusilla e decadente si serva dell’Europa per mascherare scelte fatte in Italia spesso in appartati uffici ministeriali.
Ha detto l’ex Commissario europeo (si legge sulla stampa) che le norme di recepimento in Italia della direttiva non corrispondevano né al senso (e alla lettera) della direttiva europea; che altri Stati (come la Spagna) avevano tranquillamente risolto il problema rinviando di decenni l’applicazione della stessa (chiedendo una deroga) e che in conclusione gli italiani devono prendersela con se stessi, e in particolare con i loro “governanti” sia a livello politico europeo che burocratico.
A me capitò, quale professionista, anni orsono, di dare pareri in materia, e conclusi che la direttiva europea era stata distorta con la regolamentazione nazionale di recepimento. Ho quindi una ragione in più di rallegrarmi di quanto ha detto Bolkestein. Ma l’episodio conferma ciò che i media di regime, notoriamente - al contrario di internet (v. fake-news) – oracolo di verità indiscutibili, ci propinano da tanto, cucinato in tantissimi modi, ma sempre uguale nel senso (e nello scopo).
Il primo: “bisogna farlo perché ce lo chiede l’Europa” e varianti sul tema come i “compiti a casa” o “come vivremmo senza l’euro”, e giù condito di De Gasperi, Spinelli (Altiero, non fraintendete), Monnet e chi più europeisti ha, più ne metta. Per lo più inventato perché da un lato (v. Bolkestein) l’Europa non ci ha chiesto nulla, ma una classe dirigente priva di autorità e consenso non ha il coraggio di decidere; e quindi fa finta che a volerlo sia l’Europa, istituzione, fino a qualche lustro orsono, autorevole e dotata di un plebiscitario consenso da parte degli italiani. Ed all’autorità si può applicare quel che Don Abbondio diceva del coraggio (dote anch’essa carente nei “governanti” italiani): che “chi non ce l’ha, non se lo può dare”. E in effetti a dargliela devono essere gli altri, ed è comprensibile, quando manca, che la si sottragga a chi ce l’ha.
Sottrai ora, sottrai domani, l’Unione europea (che diverse colpe le ha, ma molte meno di quanto appaia) alla fine ne è diventata priva, quasi quanto la classe “dirigente” italiana. La quale ha la virtù inversa a quella di Re Mida: tutto (o quasi) quello che tocca si trasforma in pattume: è un parassita (anche) d’autorità.
Ma ci sono altri aspetti della vicenda, meno importanti che ripetono altri “ritornelli”, cui siamo abituati, tra i quali spicca che i sacrificati della normativa di recepimento sono: a) piccoli imprenditori (detti “partite IVA” nel linguaggio prevalente). Cioè evasori fiscali, contributivi, spesso corruttori e soprattutto tarati da una deprecabile tendenza a non votare certi partiti. Quindi vanno puniti, o, quanto meno non (o meno) garantiti (e protetti).
Una qualche sollecitudine (per il commercio ambulante) si segnala comunque, per le “società di capitali regolarmente costituite e cooperative”; le quali potevano così ottenere le autorizzazioni abitualmente date a persone fisiche; nulla di male, ma essendo le autorizzazioni in atto praticamente tutte date a piccolissimi imprenditori e a “termine”, in pochi anni sarà possibile per la grande distribuzione entrare massicciamente un tale tipo di commercio, fruendo della massiccia presenza (sul mercato) di autorizzazioni “scadute” dei vecchi concessionari.
Come in altri casi si è così alimentata una nuova forma di lotta di classe, dato che quella “classica” borghese/proletario è finita e quindi non “rende” più: quella tra piccoli e grandi (nelle leggi bizantini “Penetes” e “Dunatoi”). E le élites si lamentano poi, perché i Penetes, nelle cabine elettorali, li abbiano mandati a casa. E per quale ragione avrebbero dovuti tenerli in poltrona, dato che i Dunatoi vogliono mandare loro a casa? Ricambiano la cortesia.
Infine, come spesso in Italia, il tutto è avvenuto osservando la “legalità”. La quale nel significato inteso da chi ha il potere vuol dire osservando le procedure, ma soprattutto che il precetto sia deciso dall’ufficio competente. Che poi l’ufficio competente decida cose giuste o sbagliate, travalichi dai propri poteri, disattenda (e talvolta stravolga) le direttive superiori è cosa di poco rilievo, purché i timbri siano a posto e i comma in ordine. Alla fin fine la normativa oggetto del contendere è stata decisa non dal Parlamento, ma sostanzialmente da qualche ufficio amministrativo. Il legislateur caro a Rousseau è un direttore generale, con buona pace dei diritti dei cittadini (e anche un po’ della democrazia).
Perciò bisogna essere grati a Bolkestein di quanto ha detto; ha fatto come il bambino delle favole di Andersen, l’unico a vedere tra tanti miopi ed ipocriti che il Re è nudo.
Teodoro Klitsche de la Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


giovedì 19 aprile 2018

Il caso del professore di  Lucca, insultato e filmato
Lacrime di coccodrillo




Uno studente di Lucca   minaccia  il professore e  i compagni filmano indifferenti. Sui giornali di oggi tutti si indignano. Che dire?  Lacrime di coccodrillo.  Per giunta, dopo aver visto l’ennesimo sconvolgente  video,  ci si interroga sulla necessità  del ritorno del principio  di  autorità  a scuola. Insomma, che si aspetta, si  dice,  a imporre il   "dovuto rispetto" verso i professori?  O almeno, ammorbidendo i toni,  l' "autorevolezza" del docente...   Certo, come se l'  "autorevolezza", alla stregua di  un caffè, si possa  comprare  introducendo cinquanta centesimi nella  macchinetta… Che ci vuole, insomma...   
Il punto non è la questione  del declino del concetto sociale di autorità e della scarsa considerazione da parte degli studenti per il personale docente. O comunque non solo. Qual è allora? Che tutte le indagini sociologiche  asseriscono che sono gli italiani, per primi, a non voler alcun ritorno del principio  di autorità, neppure nei blandi termini dell'autorevolezza,  perché al settanta-ottanta per cento (secondo le varie indagini) diffidano delle istituzioni in genere e di quelle scolastiche in particolare.  
Altro particolare interessante. Quel che si invoca dopo episodi del genere non è il rispetto del professore, in quanto professore, ma  perché  persona, con una sua dignità eccetera, eccetera. Dell’istituzione-scuola, dal punto di vista dell’autorità, o  almeno dell’autorevolezza "figurativa"  dei professori,   nessuno si preoccupa,  se non nei  termini di puri  interventi umanitari - se si vuole di welfare -   per assistere psicologicamente  le vittime, tutte le vittime, i professori come gli studenti. E come è noto:  se tutti sono colpevoli, nessuno è veramente colpevole. 
Sicché, di regola, come principale responsabile della situazione  viene chiamata in causa la politica, che non investirebbe risorse, eccetera, eccetera. Il che finisce per vincolare l’autorevolezza di un professore  alle ore di  doposcuola e ai bagni funzionanti. 
La  fiducia o meno  nelle istituzioni è qualcosa di profondo e non può dipendere  da un "cesso" (pardon). In Italia  ha giocato in suo sfavore quella sicumera  collettiva (a mezzo servizio però, come vedremo) di  poter fare a meno  di esse. Un comportamento pubblico  che attraversa l’intera storia  dell’ Italia unita.  Certo, con alti e bassi, senza però  smentirsi mai. E che - attenzione -   non implica quella  fiducia in se stessi che rinvia alla sana diffidenza  liberale per lo stato. Ma rimanda a quel tipo di mentalità malata,  cinica e furba, familistica, tipica dell'individualismo protetto, accattone, che consiste nell'afferrare delle istituzioni quel che più conviene. Il ragazzo di Lucca voleva il sei sul registro.     
Il Sessantotto, con le sue pretese di scuola democratica e diciotto politico,  affossò o comunque incise in prospettiva sulla preparazione dei professori, nullificando quella degli studenti. E ridusse i meccanismi della pubblica istruzione a una specie di centro servizi e distribuzione di titoli. Meccanismo che, ovviamente, non poteva funzionare, considerata la particolare composizione di una spesa pubblica in Italia (già ristretta, perché tale),  basata sulle prevalenza delle spese correnti su quelle in conto capitale.  Di conseguenza, quei pochi soldi sono andati a foraggiare  professori inadeguati (con alcune eccezioni ovviamente) e studenti  e famiglie, già storicamente privi di qualsiasi senso delle istituzioni.  Ma non di quell'ethos opportunista che porta ad appropriarsi dei diritti, ignorando bellamente i doveri. 
Concludendo, gli italiani, superficiali, insubordinati,  egoisti, che ora si indignano, tra l’altro evocando - pensiamo ai più acculturati -   ragioni umanitarie, secondo la pedagogia buonista  di oggi,  "del tutti colpevoli nessun colpevole" ( a parte politici e istituzioni, ovviamente), non sono migliori dello studente che ordina al suo professore di inginocchiarsi. Salvo poi, stando ai  mass media, formulare le proprie scuse...  
E così,  tutti  possono continuare a vivere felici e scontenti.

Carlo Gambescia     

                   

mercoledì 18 aprile 2018

Cinque Stelle e i tre punti del Partito Democratico 
Te la do io la Nato...




Grazie a un semplice software di ricerca delle modifiche su Internet, “Il Foglio” ha ben documentato  come i programmi  votati dagli elettori di Cinque Stelle, in particolare la politica estera, siano stati taroccati  a loro insaputa,  da anti a pro Nato.
A dire il vero,  non è una grande scoperta che i partiti, pur di agguantare il potere,  "ingannino" regolarmente  gli elettori.  Dietro i cosiddetti inganni c’è la logica della  trattativa, della moderazione e del compromesso. Che, piaccia o meno,  se si vuole governare, in una democrazia parlamentare,  è la norma.  
Allora si dirà, ma il cittadino non conta niente?  No, conta eccome.  Perché il bello della democrazia dei partiti, rappresentati in parlamento, è che dopo cinque anni, a volte prima,  si va a  votare, e l’elettore, se insoddisfatto, può mandare a casa il partito (o la coalizione) che abbia governato male. 
Si chiama democrazia dell’alternanza, ed è il sale stesso del metodo democratico.  Dove c’è alternanza c’è democrazia. A Cuba, dove da sessant’anni domina la famiglia Castro  non c’è democrazia. Né la favorirà  il voto di un gruppo ristretto di delegati del partito unico comunista, che proprio oggi dovrebbe eleggere  -  udite, udite o rustici... -  un  candidato con un altro cognome.  Però comunista. 
Quel che invece, sembra   sfuggire a molti osservatori con la bocca a cuoricino, in trepidante attesa di veder governare il Movimento Cinque Stelle, è il sì di Luigi  Di Maio ai tre punti "imprescindibili" di politica economica e sociale  avanzati dal Partito Democratico.  
Altro che i  programmi sforbiciati scoperti dal "Foglio"...  I punti sono i seguenti: 1) Allargare il reddito di inclusione per azzerare la povertà assoluta in tre anni; 2) introdurre l'assegno universale per le famiglie con figli; 3) introdurre il salario minimo legale, per combattere il dumping salariale.
Azzerare la povertà assoluta in tre anni... Manco Roosevelt (Franklin Delano)...   Se solo  si provasse a implementare  un programma  del genere,  tra l’altro fondato su una  visione irreale,  pauperista e operaista dell’Italia,  andremmo a far compagnia al Burkina Faso. Resterebbero solo - a noi - gli sbocchi sul mare.  Tradotto:  spesa pubblica alle stelle,  pil in picchiata,  tasse proibitive, fuga di capitali, spread napoleonico, produttività a picco.  Un  Titanic  politico-economico.     
Insomma,  altro che i Pdf  taroccati dei programmi elettorali scoperti dal "Foglio"…  Qui c’è la vera ciccia assistenzialista che tanto piace a Cinque Stelle.  E che il  Partito Democratico  - derenzizzato?  - serve su un piatto d’argento. 
E la cosa più grave è che probabilmente non abbiamo un’opposizione in grado dire  a questi buffoni (non troviamo altro termine) che i tre punti, se attuati, manderebbero a fondo l’Italia.  Purtroppo, Salvini, Berlusconi e Meloni propongono un  grillismo di destra. Giocano demagogicamente al rialzo. Perciò, semplificando: due redditi di inclusione, doppi assegni, due salari minimi, venghino, signori venghino… 
Quindi non si scorge l'alternanza, di cui sopra. Né ora, né tra cinque anni.  Ecco il vero problema. 

Carlo Gambescia
      

martedì 17 aprile 2018

La caccia di  De Magistris ai sottomarini atomici americani
 La politica estera di Masaniello




La storia del Sindaco De Magistris  che a colpi di delibere comunali  vuole portare Napoli  fuori  dalla Nato è degna di un film di Totò.  
Quel che invece non è degno della produzione cinematografica del grande comico napoletano,  è la reazione  delle istituzioni.  A cominciare  dal Comandante della Capitaneria di Porto, Contrammiraglio Arturo Faraone,  che ha riposto al Sindaco, a proposito del presunto sottomarino atomico americano, che prima di bombardare Assad  (cosa da provare), sarebbe passato per il Golfo di Napoli (altra cosa tutta da provare), ricorrendo al più classico degli scaricabarile. In sintesi: "Noi discipliniamo, non autorizziamo, compito che quest’ultimo che spetta al Ministero della Difesa".  Insomma, replica,  tipo "ma che colpa abbiamo noi...".    
E il Ministero della Difesa? Silenzio assoluto. Gentiloni? Forse parlerà oggi. Forse.
Ovviamente i Social, soprattutto quelli dalla parte di Putin e non sono pochi, si sono scatenati nelle ipotesi più fantasiose.  Ma questo fa parte del gioco. Ciò che manca, ma a livello istituzionale, è il coraggio di rimuovere subito  un contrammiraglio, che quasi si è scusato con  De Magistris, accettando la versione di Masaniello.  Del resto un  Governo Gentiloni  che,   fino a qualche  giorno fa,   dichiarava (in sintesi):   "Sì, siamo nella Nato,  ma non mettiamo a disposizione le nostre basi per azioni di attacco", non poteva non reagire come le tre famose scimmiette.
Perciò è ovvio che politici così codardi  poi rispondano alle delibere del Masaniello di turno,  facendo finta di niente.  E Il Ministero della difesa?  In particolare  i tecnici, che ne costituiscono l'ossatura?   Aspettano ordini. Come l’Otto Settembre.  Non ci si muove, dal momento che forse gli americani si sono alleati con i tedeschi… Anzi questa volta con i russi.  Per citare la famosa battuta dell'incredulo  tenente, interpretato da  Alberto Sordi in “Tutti a Casa”.
In realtà,  il rischio che l’Italia di oggi si allei non con i tedeschi, ma con Putin, c’è.  Forze politiche come  Lega e Cinque Stelle, nonostante  il posticcio atlantismo dell’ultima ora dell’onorevole Di Maio,  guardano con favore al piccolo zar moscovita.  E come si dice, da cosa nasce cosa: un sottomarino oggi, qualche sanzione in meno domani,  un gasdotto dopodomani, e così via.      
E di questo problema - ossia del rovesciamento delle alleanze -   come nota oggi Angelo Panebianco sul “Corriere”, Mattarella, nel prosieguo della consultazione,  dovrebbe tenere assolutamente conto. Dovrebbe...  Anche perché in gioco, oltre alla collocazione geopolitica dell’Italia, c’è la difesa di un patrimonio di valori, da quelli liberali a quelli dell’economia di mercato,  nerbo della cultura occidentale.  Non certo dell'insondabile e inquietante anima slava,  Valori di libertà, i nostri, sui quali il Sindaco di Napoli,  balla una tarantella, degna di Masaniello, che però potrebbe finire in modo tragico. Non per lui, ma per gli italiani. Anche perché i napoletani poi  si mettono sempre d'accordo con tutti...
Infatti, la storia è ricca di sorprese, brutte sorprese. Dove non giunsero,nel 1948, i carri armati sovietici, potrebbero giungere, oggi nel 2018, quelli russi,  di Putin,  preceduti però, da consiglieri politici e militari, giornalisti, banchieri e faccendieri. Così per  agevolare...     
Diciamo una cosa complottista…  Una tantum.  Care Procure, sempre così solerti, perché non indagare sui rapporti tra   Salvini, Di Maio,  Casaleggio, Grillo,  De Magistris  e la Russia di Putin? 

Carlo Gambescia
              

         

lunedì 16 aprile 2018

Salvini e Di Maio 
In vino veritas



Salvini e Di Maio non si sono parlati a Vinitaly.  La prima reazione quale potrebbe essere?  Chi se ne frega…  Però, a pensarci bene,  quel che colpisce è l’atteggiamento dei media,  in particolare della stampa a grande tiratura che invece sperava che la strana coppia si parlasse. E che spinge, spinge, spinge per un governo, semplificando, tra missini e comunisti…  Del  vecchio  conio. Quelli fissati, col ritorneremo e  con la terza via, con l’eurocomunismo e la democrazia assembleare.   Cioè  prima di Veltroni e Berlusconi.
Ora, che il popolo bue non capisca,  è nelle cose. Ma chiunque conosca  un poco di storia del liberalismo e del  capitalismo, come può patrocinare un’alleanza tra Salvini-Almirante e Di Maio-Berlinguer?  Un mix di nazionalismo e pauperismo, da paura. 
Tra l’altro,  se si trattasse degli originali,  “passi”, come direbbe  la professoressa alcolista  (visto che siamo in argomento vino) Strabioli Minaccetti, al secolo Paola Minaccioni, ospite di Lillo e Greg (nella foto).  Ma qui siamo davanti a due brutte copie -   populiste e  ignoranti -   di politici di lunghissimo corso, come Almirante e Berlinguer che, nonostante tutto,  sapevano dove fermarsi. 
E invece, niente:  si insiste, con Salvini e Di Maio... Deve nascere il nuovo  governo della rivoluzione…  Non si parla più neppure del Def… Insomma , via  col vento di quello che un tempo si chiamava milazzismo: il fasciocomunismo alla Regione Sicilia  in salsa democristiana. 
Attenzione però. E se dietro questa smania, che sembra pervadere lo stato maggiore del giornalismo italiano, da Sorgi e Mentana,   ci fosse   un’operazione del tipo spingiamoli per bruciarli?  E così favorire la nascita di  un  governo qualunque  per tirare a campare? Sarebbe a dir poco rovinoso. Perché si rischia una specie di caduta dell’Impero Romano (Prodi, forse). E per la semplice ragione che il popolo bue di cui sopra, potrebbe scorgervi un tentativo  di   sòla  magnum  e perciò  accanirsi ancora di più contro la “casta”. Detto altrimenti,  far crescere le aspettative intorno a un governo Salvini-Di Maio, per poi, bruscamente, cambiare strada, significa fare un favore agli  “amis du peuple”. E rendere tutto più complicato, tremendamente complicato.
Il che non vuole dire che un governo in foto(brutta)copia tra un leghista e un grillino  sia la soluzione ideale. Ma non può esserlo  neppure il solito governo  - ammesso che trovi i voti -   del tirare a campare… Soprattutto se  incapace di cambiare  la legge elettorale. Possibilmente, non in peggio.
Concludendo, siamo messi malissimo. L’Italia sembra come  sospesa tra un governo  Salvini-Di Maio e una specie di  governo Gentiloni  al cubo:  tra due rivoluzionari ad aria compressa e una moviola gigantesca, che rallenta i nostri movimenti, come quando si è bevuto troppo.  Insomma,   tra una pistola carica e un fiasco di vino;  tra il suicidio e la sbornia.  Chissà, forse in vino veritas…   Ma dopo, quando ci si risveglia?  La testa  duole… 
Carlo Gambescia

                

sabato 14 aprile 2018

Berlusconi e il berlusconismo secondo Alessandro Di Battista
Vieni avanti cretino!


I Fratelli De Rege negli anni Trenta  (Fonte:  https://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_De_Rege )

La famosa gag dei Fratelli De Rege, un bel pezzo di avanspettacolo degli anni Trenta del Novecento, ripreso poi, anche in tv,  da Walter Chiari e Carlo Campanini, cominciava con il  “Vieni avanti cretino!”, urlato dal nervosissimo Guido all’indirizzo dei baffoni spioventi, sotto il nasone, di Ciccio… E si proseguiva, tra le risate degli spettatori, all’insegna di una comicità fatta di battute surreali. 
Sono trascorsi  novant’anni,  i De Rege sono morti da  un pezzo e purtroppo anche Chiari e Campanini, però il cretino è  più vivo che mai.  Si chiama Alessandro Di Battista e non fa ridere nessuno.  Come si può facilmente evincere da questo florilegio Ansa:    
         

« "Per me non va bene Berlusconi e non va bene Forza Italia. Forza Italia è l'emblema del berlusconismo che va oltre Berlusconi". Così Alessandro Di Battista ha risposto a margine del Festival del Giornalismo di Perugia a chi gli chiedeva se il Movimento 5 Stelle avrebbe accettato il sostegno di Forza Italia, senza Berlusconi, a un loro governo. "Berlusconi è ineleggibile, incandidabile, condannato per frode fiscale, finanziatore di quelli che hanno fatto saltare in aria Falcone e Borsellino - ha detto Di Battista, ribadendo quanto espresso in un post alcuni giorni fa -. Berlusconi ha contaminato la finanza, la politica, lo sport. Questo popolo si deve svegliare. Mi auguro che possa liberarsi dal berlusconismo". Di Battista ha aggiunto che "Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa". Un governo con il Pd? "Io non saprei chi chiamare per capire la linea del Pd. Delrio? Franceschini? Martina? Boh". L'ex parlamentare ha quindi ricordato di aver votato il Pd in passato. "Pensavo che fosse antitetico a Berlusconi, poi ho capito che mi sbagliavo".
"Salvini ieri sembrava Dudù, Berlusconi parlava e lui muoveva la bocca. Tutto questo segnala qualcosa che non va in questo paese. Mi auguro che questo Paese possa liberarsi del berlusconismo", ha detto ancora Di Battista. "Spero che Salvini abbia il coraggio di staccarsi da Berlusconi, ma forse non può farlo - ha aggiunto -. Forse ci sono cose che non sappiamo. Si parla di fideiussioni, di quattrini dati alla Lega...". »



L’unica cosa positiva  è che Alessando Di Battista non è più membro del Parlamento.  Non se ne sentirà la mancanza.  Ovviamente il discorso non può chiudersi qui. Quanto riportato dall’Ansa,  fa pensare  -   certo,  bisogna aver letto Nolte -   alla forma mentis  nazionalsocialista:  dal padre fondatore all’ultima SS.   Di Battista  parla di “contaminazione”,  termine che i nazisti usavano  per gli ebrei.
Di più: l' ex onorevole grillino auspica  una specie di  soluzione finale,    di “liberazione”,  non solo  da  Berlusconi, ma anche da  coloro che lo hanno votato scegliendo  Forza Italia: i berlusconiani.  Dulcis in fundo,  le leggi sulla razza pura grillina, come si può leggere, sono estese anche a   Renzi  e renziani.  Insomma,  Berlusconismo e Renzismo  vanno sradicati a  tutti i costi. Come? Vengono i brividi.
Delle altre farneticanti accuse -  in particolare quella di aver fatto  saltare per aria Falcone e Borsellino  - si occuperanno gli avvocati del Cavaliere.  Ciò  che va sottolineato  è il preoccupante disegno psichico,  rivelato da esternazioni del genere: quello di un  ossesso, una specie di malato  mentale,  capacissimo  di tutto, se riuscisse a mettere le mani, fisicamente, sui nemici impuri.  
E tutto questo  a prescindere  dagli errori politici (e non) del Cavaliere, che pure ne ha commessi tanti, troppi. Intanto però,  nel dubbio, che poi non c'è affatto, Di Battista spara, per ora  parole all'acido muriatico.  Dopo si vedrà.
In realtà, a Berlusconi non si perdona la crocifissione del Comunismo e l'adorazione del Vitello d'Oro Capitalista. Sotto  l’odio puro  per il  Cavaliere-Mammona, si nascondono, e malamente, i secolari rigurgiti velenosi della società chiusa: una forma mentis,  da ultimo, incarnata dal  nazionalsocialismo, come si accennava all'inizio.
Dicevamo  però del cretino.  Negli anni Venti, si rideva,  anche allora,  delle cretinate di  Hitler. Poi è finita, come tutti sappiamo.  In Italia, a dire il vero,  alle cretinate dell’ ex onorevole   Di Battista, tra l’altro rilasciate nel corso del  prestigioso Festival  del Giornalismo di Perugia,  nessuno ha risposto  con una risata liberatoria. Ma neppure è seguita  alcuna  critica,  a cominciare dal professor Alessandro Campi, perugino doc, di solito pronto a mettere becco su tutto.  Insomma,  potremmo essere entrati nelle fase del silenzio-assenso.  
Come nel 1933.                                

Carlo Gambescia