giovedì 8 gennaio 2009

Il libro della settimana: Alfredo Salsano, Il dono nel mondo dell’utile, introduzione di Giulio Sapelli, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp. 132, euro 13,00. 


http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833918808


Decisamente meritoria la scelta di Bollati Boringhieri di ricordare la figura di Alfredo Salsano, suo collaboratore di spicco, uomo mite e coltissimo, scomparso prematuramente nel 2004, con una raccolta dei suoi scritti antiutilitaristici, Il dono nel mondo dell’utile, presentati da Giulio Sapelli, (Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp. 132, euro 13,00).
Si deve a Salsano l’introduzione in Italia del pensiero di Karl Polanyi. Come la progressiva diffusione degli antiutilitaristi francesi, Caillé e Latouche, fondatori con altri della “Revue du Mauss” negli anni Ottanta del Novecento.
Si consiglia vivamente la lettura di questo volume per due ragioni.
In primo luogo, per rendere il giusto tributo a un instancabile e prezioso studioso del sociale in tutte le sue forme. Che è stato capace di far emergere con largo anticipo le contraddizioni di quel fenomeno che oggi viene chiamato “mercatismo”. E non solo riprendendo idee altrui, ma elaborandone "in proprio".
In secondo luogo, perché nel Dono nel mondo dell’utile sono affrontati, attraverso la disamina di una generosità che si fa legame sociale, tutti gli aspetti della questione antiutilitarismo-utilitarismo. In centotrenta pagine, come del resto nota Sapelli nella sua introduzione sono messe a fuoco le relazioni tra dono e società di mercato; dono e stato; dono e forme di cambio; dono ed estetica; dono e ambiente. Se ci si passa l’espressione, siamo al cospetto di una piccola ma completa “enciclopedia” dedicata al dono. Per sincerarsene basta scorrere l’indice dei nomi.
Un solo rilievo. Grazie alla ricchezza di riferimenti e spunti di riflessione si coglie nel libro una apprezzabile volontà di andare oltre l' approccio puramente descrittivo. Scelta che culmina nel rifiuto del dono come semplice supplemento di dolcezza: sorta di zuccherosa appendice della società capitalistica, come alcuni analisti oggi auspicano. La critica di Salsano è dunque politica.
Tuttavia non si rinviene nella sua analisi una sola definizione del concetto di politico. Perché questa contraddizione? Probabilmente, Salsano, pur praticando il marxismo critico piuttosto che dottrinario (si veda la sua intrigante e scioltissima, nonostante la lunghezza, antologia laterziana dedicata al pensiero socialista), una volta accettata la critica all'economicismo di ogni colore ideologico, si è ritrovato privo di "padri". Di qui la sostituzione del sociale all'economico, ma anche al politico, visto come perpetua fonte di verticalismi . Ma pure la sua convinzione - crediamo - di poter far nascere "dal basso"- orizzontalmente - una società del dono attraverso l ’auto-organizzazione sociale, quale frutto di scelte “propriamente politiche”, ma legate "a pratiche sociali concrete e non a considerazioni etiche sull’utile e il giusto” (p. 63). E neppure a guerre economiche di classe.
Perciò, in conclusione, per Salsano il politico sembra essere scelta auto-organizzativa, capace di conquistare tutti gli uomini, per mimesi e ragionamento, grazie alla forza dell’esempio e non più della costrizione e del conflitto. Di conseguenza siamo davanti a una forma riveduta e corretta, rispetto alla versione polanyiana, di autodifesa pacifica e vittoriosa, non di una particolare classe sociale, ma della “società civile”, capace finalmente nel suo insieme di opporsi, per auto-riproduzione spontanea, alle insane voglie di un mercato onnivoro. Ma la "guerra" anche se difensiva e sociale è comunque guerra. E implica anche la costrizione e il conflitto. Di qui - e dispiace che Salsano non sia più qui per ascoltarci di persona - la necessità, piaccia o meno, di tenerla nel dovuto conto. Sempre. 

mercoledì 7 gennaio 2009

Troppo giovani per morire



"Bocciato patente, suicida 19enne - Si e' impiccato in casa a Latiano (Brindisi)- (ANSA) - LATIANO (BRINDISI), 6 GEN -Un giovane di 19 anni si e' impiccato ieri a una trave nella sua abitazione a Latiano, nel brindisino. La notizia e' riportata da alcuni quotidiani pugliesi che mettono in relazione il suicidio con la bocciatura del ragazzo all'esame di pratica per il conseguimento della patente di guida, alcuni giorni prima. Il giovane in occasione della bocciatura avrebbe avuto un alterco con l'esaminatore sedato dall'intervento dei vigili urbani."
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http://temporeale.libero.it/libero/news/2009-01-06_106296520.html)

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A commento di questa notizia riprendiamo il nostro post sul suicidio in età giovanile apparso su ContrAgorà il 22 dicembre 2008, all’interno di un’ inchiesta sulla questione (
http://contragora.blogspot.com/search/label/gambescia%20-%20%20societ%C3%A0%20della%20resa ).
Lo “speciale”, per dirla in termini giornalistici, ospitava un interessante contributo di Cloroalclero (
http://contragora.blogspot.com/search/label/cloalclero%20-%20suicidi%20-%20%20heidegger%20-%20%20questione%20alitalia ) e un’intervista allo psichiatra e psicoterapeuta Adriano Segatori. ( http://contragora.blogspot.com/search/label/segatori%20-%20intervista%20-%20suicidi ).

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Il suicidio come causa di morte.
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Dal punto di vista statistico, tra le cause di morte, i suicidi non sono tra le principali. Ecco alcune cifre per l’Italia (2002 ultimi dati disponibili ). Cause di morte in valori assoluti:
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1)Malattie del sistema circolatorio: 131.472;
2)Tumori: 69.672;
3)Altri stati morbosi: 21.173;
4)Malattie dell’apparato respiratorio: 15.324;
5)Disturbi psichici e malattie sistema nervoso: 14.765;
6)Malattie dell’apparato digerente: 12.234;
7)Cause esterne dei traumatismi e degli avvelenamenti: 10.667 (di cui omicidi 560, ripartiti come più sopra);
8)Sintomi, segni e stati morbosi mal definiti: 3.640;
9)Malattie infettive e parassitarie: 2.147.
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Quanto ai suicidi, per l’anno 2007 vanno registrati 2.867 casi di suicidio e 3.234 tentativi di suicidio. In diminuzione rispetto all’anno precedente (-3,8% e -1,5%, rispettivamente). Dati che vanno comparati, grossolanamente, con quelli sulle cause di morte sopra esposti.
Comunque sia, di può dire che muoiono più persone per suicidio che per omicidio (comparando i dati 2002-2007). Abbiamo così 4,8 suicidi e 5,4 tentativi di suicidio ogni 100.000 abitanti. Sono le regioni del Nord più moderno a far registrare i valori più elevati: in particolare, nel Nord-est “produttivo” e completamente secolarizzato, abbiamo 6,1 suicidi e 7,2 tentativi ogni 100.000 abitanti, mentre nell’Italia Meridionale, economicamente meno produttiva e certamente meno moderna del nord, i due quozienti sono rispettivamente, del 2,9 e del 3,4 per 100.000 abitanti.
I suicidi di minorenni rappresentano l’1,1% dei casi mentre quelli di età pari o superiore a 65 anni sono il 40,0%. Analogamente, i tentativi sono pari al 2,7% per i minorenni e all’11,4% per le persone di 65 anni ed oltre. I suicidi sono più frequenti tra i coniugati (39,2% del totale dei suicidi); i tentativi tra i celibi (44,0%). Le malattie sia fisiche che psichiche prevalgono come movente, rappresentando il 50,2% delle cause nei suicidi, subito seguite dai motivi affettivi (10%), motivi economici (5%). Mentre le malattie fisiche e psichiche rappresentato il 42,1% nei tentativi. Il mezzo più usato nei suicidi è l’impiccagione (39,6%), mentre è l’avvelenamento nei tentativi (26,3%). Elevato è il numero di suicidi tra gli operai: è più del doppio rispetto ai lavoratori in proprio e dirigenti. Mentre rappresenta il quadruplo riguardo agli imprenditori. L'incidenza tra operai aumenta notevolmente nel caso di tentativo di suicidio ( più del 50 %).
Il più elevato numero di suicidi come di tentativi si pone ai due opposti: tra le “persone occupate” e quelle “ritirate dal lavoro”. Mentre dal punto di vista del titolo di studio il più alto numero di suicidi si conta tra coloro che dispongono della licenza elementare e inferiore. Mentre per i tentativi scende ( di circa del 50%) tra coloro che hanno conseguito la licenza elementare (si vedano le tabelle qui: http://contragora.blogspot.com/search/label/gambescia%20-%20%20societ%C3%A0%20della%20resa ) .
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I giovani e il suicidio.
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Ora però concentreremo la nostra attenzione sul suicidio giovanile. Perché indica una sorta di crisi della speranza. E dunque del nostro futuro.
Fino agli anni Settanta il suicidio dei giovani (tra i 14 e i 24 anni) era considerato una specie di sciagura sociale. E ci si preoccupava della sua stabilità nel tempo: il numero dei suicidi giovanili non aumentava ma neppure diminuiva (dal 1946 al 1975, 1 suicidio su 4). Lo si imputava a cause ambientali (problemi di integrazione familiare e sociale), e sui giornali si cercava di non parlarne. Spesso gli adolescenti “scivolavano” per le scale o cadevano “per gioco” dai balconi. L’ imprinting religioso, di una società non ancora secolarizzata, imponeva alle famiglie, vittime di un forte senso di vergogna e peccato, la regola del silenzio.Negli ultimi trent’anni, oltre a essere aumentati i suicidi (da 5 a 8 per 100.000 abitanti), sono particolarmente cresciuti quelli giovanili, che sfiorano quasi i 2 casi su 5 (è la seconda causa di morte). Con prevalenza dei ragazzi sulle ragazze. Mentre quelli “tentati” solo dai giovani ammontano al 40 % del totale (fonte: http://www.istat.it/dati/dataset/20080916_00/ ) .
Il punto è che i media ora ne parlano più di prima. Ma in termini più “naturalistici” e libertari. Questo non significa che non sia rispettato il dolore di familiari e amici dei giovani suicidi .Oppure incoraggiato direttamente il suicido… E’ tuttavia cambiato l’atteggiamento della società. E di conseguenza anche quello dei media. Vediamo come..
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La cultura della resa.
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La fine degli anni Sessanta con la sua libertaria cultura dei diritti, segna il punto di rottura tra una società che condannava il suicidio - e a maggior ragione quello del giovane - e una società, come la presente, che paradossalmente lo considera quasi un diritto. E che, in certo senso, si arrende al suicidio, soprattutto dei giovani.
Il ragionamento che si fa oggi è terribilmente semplice: se nelle dichiarazioni dei diritti, la libertà personale è considerata inviolabile, il suicidio non può che essere una manifestazione – certo estrema – ma comunque molto alta di libertà. Che, come mostrano, i recenti sviluppi a proposito di un presunto “diritto” al suicidio assistito (eutanasia), andrebbe addirittura tutelata dalla legge. O comunque, una forma di patologizzazione - o malattia - che andrebbe ricondotta nell'alveo di una fisiologica o "sana" devianza: "Se uno proprio non vuol vivere sono comunque fatti suoi...".
In tale contesto, socialmente atomizzato, e falsamente permissivo, se un giovane commette una “sciocchezza”, si tende perciò a ricondurla, non tanto nell’alveo della mancata integrazione familiare o sociale, quanto di una stravagante immaturità interpretativa… Ci si uccide, precocemente, anche perché si interpreta in modo sbagliato il valore della libertà individuale. E in questo senso quasi si propone che le famiglia si sforzino di educare i giovani a un esercizio maturo, fisiologico, del diritto al suicidio…
Probabilmente esageriamo. Ma il clima, spesso mefitico, che oggi si respira vi è abbastanza vicino. Di riflesso qualsiasi critica a una cultura che appende la vita dei ragazzi al filo del corretto esercizio di un diritto di libertà, viene ritenuta lesiva della stessa libertà individuale. E’ una situazione paradossale: per un verso si predica il diritto alla più grande libertà (inclusa per coerenza anche quella di suicidarsi), e per l’altro si chiede al giovane, di saper farne buon uso. Basti pensare all’uso reiterato, non solo in ambito mediatico, ma anche familiare e amicale (e spesso davanti ai bambini), della terribile espressione: “Piuttosto che soffrire, meglio un’iniezione…”.
Ecco questa frase, che tutti abbiamo ripetuto almeno una volta nella vita, indica il grado di pervasività di una cultura fondata sul diritto di infliggersi la morte. Cultura cui vanno a sommarsi, nei giovani, le pressioni sociali quotidiane (scuola, amici, consumi) e le ricorrenti crisi di “crescita”. Tutti fattori, che uniti all’idea di poter mettere fine alla propria vita in qualsiasi momento, formano una miscela esplosiva, che spesso, se innescata anche da una piccola delusione esistenziale (scolastica o sentimentale), può determinare il suicidio. Un atto “anticonservativo” della vita umana, che spesso i media invece presentano, certo tra le righe, come un prezzo che le nostre società liberali devono pagare al progresso della libertà individuale.

Bel progresso. 

Carlo Gambescia

venerdì 2 gennaio 2009

Immigrati, italiani, stupri e violenze 
Il pericolo di una “folla-Italia”



In questi giorni, stando a quel che riferiscono i mass media, sembra di assistere a un tragico gioco di rinvii tra stupri da un lato e violenze a immigrati dall’altro. L’ultimo episodio, quello dell’immigrato indiano bruciato a Nettuno (http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/immigrati-3/immigrato-bruciato/immigrato-bruciato.html ), pare fare il paio con quello della giovane romena violentata da tre magrebini in Sicilia (http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/violenza-sessuale/violenze-1feb/violenze-1feb.html ).
Tuttavia il problema di fondo non è quello ( o comunque non solo) di stabilire se dal punto di vista statistico il fenomeno del rapporto tra stupri compiuti da stranieri e atti di violenza rivolti verso immigrati sia più o meno correlabile e reale. Ma quello sociologicamente più sottile di capire se le percezioni, da un lato del “senso di assedio” provato dagli italiani, e dall’altro del “senso di isolamento” avvertito dagli immigrati, siano autentiche o meno. E soprattutto se sia reale la correlabilità tra di esse. Che i mass media invece tendono (presuntuosamente e presuntivamente) a considerare scontata.
Sulla questione "percettiva" non ci sono dati sicuri. Esistono studi settoriali, buone analisi teoriche sugli stereotipi dell’esclusione e dell'inclusione, ma manca una seria indagine nazionale. Per ora perciò è difficile giudicare. E del resto si tratta di una questione che non può essere affrontata in un post.

Pertanto ci limiteremo a una sola osservazione generale. Quale? I mass media dovrebbero assolutamente evitare di dare rilievo a questi episodi, e soprattutto di metterli in correlazione, ovviamente quando non sussistono provate relazioni di causa-effetto.
Perché l’obbligo di informare è importante, ma insistere eccessivamente, come sta avvenendo, su presunte relazioni tra stupri e reazioni violente, rischia soltanto di accentuare quel meccanismo a spirale, dove senso di esclusione dell’immigrato e di assedio da parte delle gente comune, possono finire per alimentarsi a vicenda, fino a produrre una miscela socialmente esplosiva.

Si pensi solo alla pericolosa densità psicologica delle immagini del “tentativo di linciaggio”, da parte della folla, degli stupratori rumeni di Guidonia, trasmesse qualche giorno fa da tutte le televisioni. Dove il telespettatore non poteva non identificarsi con la folla tumultuante, condividendone d'impulso l' atavico e pericoloso sentimento di giustizia. E le folle, come insegnano i padri della sociologia, non fanno sconti. Figurarsi una “folla-Italia”…
Naturalmente il problema è più complesso e concerne l’accoglienza degli immigrati, le leggi in materia, e più in generale l’assenza di una chiara volontà politica tesa a risolvere la questione non soltanto in termini di ordine pubblico e sicurezza.
Tuttavia è troppo chiedere ai mass media maggior senso di resposanbilità nel riportare certi episodi? I toni esasperati da crescente “allarme sociale” rischiano solo di peggiorare la situazione. Soprattutto degli immigrati. 
Carlo Gambescia
Riflessioni
Dai saldi alla decrescita?



Sembra che da oggi, 2 gennaio 2009, il destino dell’economia italiana e mondiale sia legato, come non mai, ai saldi. Non è un battuta, basta sfogliare i giornali (come qui: http://seidimoda.repubblica.it/dettaglio/Previsioni:-top-o-flop/55705 ).
In effetti, e per dirla rozzamente, un sistema che si regge sui consumi, come quello capitalistico, ha necessità che la gente consumi. Il “volano” dell’economia è nei consumi: più si consuma, più si produce; più le imprese vendono, più crescono profitti e salari.
Tuttavia l’ago della bilancia sembra pendere in favore dei profitti ( e secondo il vecchio Marx da sempre...). E con particolare gravità nelle situazioni di crisi economica. E per una semplice ragione: tutti rischiano di tirare la cinghia, ma chi è alto ha un potere contrattuale maggiore nei riguardi della politica (come istituzione). O se si vuole più forza per influire a proprio vantaggio sulla ripartizione profitti-salari.
E si tratta di una questione sociologica e non solo economica.
Di regola, nella società post-1945, l'idea stessa di crisi economica è sempre stata percepita dai diversi gruppi sociali come potenzialmente riduttrice del proprio stile di vita, inevitabilmente collegato, in una società dei consumi, al crescente possesso di denaro. Di qui la strenua difesa della propria condizione sociale. Se c’è una caratteristica che distingue la società attuale, questa è data dalla angoscia di perdere ciò che si possiede. Si teme di perdere, come non mai, quel poco o tanto che si possieda. E lo si vuole difendere strenuamente. E a maggior ragione in una crisi molto seria come quella attuale.
Ovviamente la difesa è collegata alla propria posizione nella scala sociale. E quanto più si è in alto, tanto più ci si difende meglio. Dando per scontato il non intervento della politica in ambito redistributivo, come continua a dettare, pur con qualche timido ripensamento, l’ideologia neo-liberista.
Ora, in un quadro del genere, dove i salari si riducono e i profitti restano comunque sempre consistenti, imporre alla gente di consumare, approfittando dei saldi, è offensivo e ridicolo.
Che fare allora? Tre possibilità.

Uno. Intervenire politicamente sulla ripartizione profitti-salari, con occhio attento anche alle rendite sociali (spesso frutto di speculazioni finanziarie e immobiliari). Tenendo però presente che in una situazione di crisi, come l’attuale, la “torta da dividere” tende comunque “oggettivamente” a divenire più piccola. Di qui perciò la necessità "sviluppista" di produrre di più, ma sempre in un quadro oligopolistico.
Due. Ridurre i consumi e ritmi produttivi puntando sulla modificazione del tenore di vita di tutti. E dunque utilizzando la crisi come volano di una decrescita economica generalizzata. Ma come convincere gli oligopolisti a cambiare strada ? Si tratta di un antico quesito: si può insegnare all'uomo ad essere libero, se ogni uomo a un'idea diversa della libertà? Certo, lo si può, favorendo la libertà formale. A che prezzo però? Quello di trascurare la libertà sostanziale...
Tre. Conciliare crescita produttiva dei beni collettivi (scuola, università, cultura sanità, trasporti, edilizia pubblica, energie alternative) e “decrescita” degli stili di vita consumistici. Ferma restando la necessità di introdurre una più equa ripartizione profitti-salari.
Naturalmente le tre soluzioni impongono maggiore attivismo governativo. O se si preferisce crescente interventismo pubblico. Con il rischio però, soprattutto nel caso di scelta "decrescista" (seconda e terza possibilità), di scatenare perverse dinamiche di tipo autoritario. Perché, per dirla brutalmente, il vero nodo della questione è nella difficoltà di introdurre la sobrietà individuale per legge collettiva. E principalmente di come persuadere gli oligopolisti a tornare sui propri passi.
Certo, in linea teorica, si può preparare il terreno puntando sull’auto-educazione e sull’auto-organizzazione sociale. Due forme di “azionismo sociale” che però richiedono tempi lunghi. E in modo particolare al cospetto di un’economia capitalistica, che dal punto di vista della temporalità sociale (per dirne solo una...), si regge in chiave programmatica e previsionale su rendiconti economici, finanziari e patrimoniali di tipo mensile, trimestrale, semestrale e annuale…
Di qui, anche per chi sia in buona fede, il rischio del leninismo: quello di affrettare i processi sociali ricorrendo soltanto all'uso della forza...

Carlo Gambescia 

giovedì 17 luglio 2008

Lo scaffale delle riviste: “Letteratura - Tradizione”, n. 42, Primo Semestre 2008, speciale per gli ottant’anni di Giano Accame.





“Benvenuto nel quarto Ventennio!” , così l’anglista e studioso di Ezra Pound, Luca Gallesi presenta questo “speciale” di “Letteratura – Tradizione, da lui curato, per gli ottant’anni di Giano Accame, giornalista, storico e scrittore, molto conosciuto e apprezzato, a destra come a sinistra.
Ma lasciamo la parola a Gallesi:
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“Questo speciale contraddice il pessimismo poundiano: amici lontani geograficamente e anagraficamente si sono idealmente raccolti per rendere omaggio a un brillante e generoso protagonista della cultura italiana del dopoguerra che quest’anno compie quattro volte vent’anni. Intelligenza scomoda del Novecento, socialista tricolore e attento studioso di quel fascismo ‘immenso e rosso’ che si è invano opposto alla spietata dittatura del denaro, Giano Accame ha guidato con successo il mondo della cultura di ‘destra’ lontano dallo sterile reducismo, conducendolo allo studio e alla comprensione dei più significativi protagonisti della cultura europea: da Pound a Schmitt, da Evola a Marinetti, da Michels a Céline, da Blasetti a Pirandello a tutti gli altri proscritti, che hanno in realtà caratterizzato profondamente il pensiero del Ventesimo Secolo dalla letteratura al cinema, dalla politica all’economia, dalla filosofia al teatro, dalla giurisprudenza alle arti figurative. Della sua bibliografia trattano diffusamente molti degli autorevoli contributi che sono stati qui raccolti, che sono stati divisi in tre sezioni, una di tributo accademico scientifico, Omaggio , una parte idealmente autobiografica, Testimonianze, seguita dalla sezione Universale, opera di studiosi esteri che abbiamo voluto mantenere nella lingua originale. ‘Il Paradiso d’un uomo/è la su buona natura’ ricorda ancora Pound nel Canto XCIII e di questo paradiso nei godono tutti i suoi amici”.
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Lo “speciale” ospita scritti di Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.
Lo speciale si arresta a pagina 54. Dopo di che “Letteratura – Tradizione”, nelle rimanenti duecento pagine (circa), offre il fittissimo fuoco di fila delle sue intriganti rubriche, divise in sezioni, tra le quali vanno segnalate, senza per questo far torto alle altre: “Il movimento delle idee” a cura di Stefano Vaj; “Fondazione Evola" a cura di Gianfranco de Turris; "Pagine del modernismo", a cura di Caterina Ricciardi; “Simbolica della politica”, a cura di Claudio Bonvecchio; “Poesia”, a cura di Miro Renzaglia.
Fra i numerosi e interessanti contributi ricordiamo in particolare il solforoso articolo di Antonio Pennacchi ( Poesia, metrica e preghiera. Appunti sul decasillabo manzoniano, pp. 89-92), dove al di là del titolo piuttosto tecnico, non si parla solo di Manzoni, come appunto è costume del geniale scrittore "pontino"… Nonché l'avvincente articolo-saggio sul nichilismo del filosofo e storico delle idee Giovanni Sessa, ( Sul nichilismo: prospettive dal e oltre il nulla ,pp. 161-177), ricchissimo di vedute originali, spunti e indicazioni bibliografiche. Notevole infine l’ottima messa a punto di Marco Rossi, storico e scrittore (Alcuni problemi fondamentali di storia dell’esoterismo, pp. 218-221), dove si evidenzia l’importanza di studiare questo fenomeno sotto l’aspetto scientifico. E ci permettiamo di aggiungere, da sociologi, anche sotto il profilo di una teoria dell’azione sociale, come dinamica di gruppi portatori di una visione a metà strada tra il sapere tradizionale e la razionalità di scopo tipica di ogni gruppo organizzato.
Il fascicolo si chiude con la “Sezione artistica” curata Gian Ruggero Manzoni, dedita alla scoperta di ammaglianti “sollecitazioni visive”, e dunque ricchissima di disegni e illustrazioni, anche a tutta pagina e a colori. In questo numero Gian Ruggero Manzoni si occupa di Acciaio su legno: l’attacco e la difesa nelle opere di Anna Baraldi (pp. 227-232); Carlo Alberto Consani di Architettura e natura (pp. 233-238); Sandro Giovannini di Istallazioni creative (pp. 239-241).
“Letteratura - Tradizione” , diretta dal poeta, scrittore e, come dire, vero artista a tutto tondo, Sandro Giovannini, può essere richiesta ai seguenti indirizzi: Heliopolis Edizioni, Viale della Vittoria 231, 61100 Pesaro (PU) - info@heliosedizioni.com – sandrogiovannini@aliceposta.it . Il costo di un abbonamento annuo (due fascicoli di circa 250 pagine) è di 50 euro. E non per fare pubblicità, ma la rivista di Sandro Giovannini li vale tutti.

Carlo Gambescia