martedì 15 aprile 2008


Anticipazioni: la lista dei ministri del Governo Berlusconi



Presidente del Consiglio: Silvio Berlusconi.
Primo Vice Presidente: Silvio Berlusconi
Secondo Vice presidente: Silvio Berlusconi.
Affari Esteri e Difesa: George Bush jr.
Interno: Marcello dell’Utri.
Giustizia: Niccolò Ghedini.
Economia e Finanze: Marina Berlusconi.
Sviluppo Economico: Pier Silvio Berlusconi.
Commercio Internazionale: Paolo Berlusconi.
Università, Ricerca e Pubblica Istruzione: Maurizio Gasparri.
Lavoro e Previdenza Sociale: Bernardo Caprotti.
Solidarietà Sociale: Giancarlo Gentilini.
Politiche Agricole, Alimentari e Forestali: Sergio De Gregorio.
Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare: Salvatore Ligresti.
Infrastrutture: Adriano Galliani.
Trasporti: Loreno Bittarelli.
Salute: Umberto Scapagnini.
Beni e Attività Culturali: Maria De Filippi
Comunicazioni: Emilio Fede
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Senza Portafoglio:
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Politiche per la Famiglia: Giuliano Ferrara.
Politiche Giovanili e Attività Sportive: Luciano Moggi.
Affari Regionali: Gianfranco Micciché.
Attuazione del Programma del Governo: Fedele Confalonieri.
Riforme e Innovazioni nella Pubblica Amministrazione: Letizia Moratti.
Diritti e Pari Opportunità: Roberto Calderoli.
Rapporti con il Parlamento e Riforme istituzionali: Umberto Bossi.
Politiche Europee e Rapporti con il Vaticano: Marcello Pera. 

Carlo Gambescia

lunedì 14 aprile 2008

Pippa Bacca 

La piccola martire della cultura del dono



Sappiamo di metterla sul difficile, ma la tragica scomparsa di Giuseppina Pasqualino di Marineo, in arte Pippa Bacca, dovrebbe far riflettere sulla crescente incapacità delle nostre società di apprezzare il valore del dono. Dovrebbe… L’uso del condizionale è frutto della nostra preoccupazione circa le scarse capacità reattive di una società sempre più preoccupata soltanto del proprio benessere materiale.
Ma partiamo dalla reazione mediatica, che di regola riflette e veicola, moltiplicandolo all'infinito, il segnale di un sempre più opprimente cinismo post-moderno di massa.
Una volta scoperta la tragica fine della giovane, i media hanno subito dipinto Pippa come un personaggio in bilico tra arte e provocazione. Tradotto: una giovane donna che voleva farsi solo pubblicità... Altri, più politicamente corretti (si fa per dire), hanno parlato di una vittima della “cultura sessuofobica turca”… Altri ancora, politicizzando i fatti in chiave neocon, hanno scorto nell’omicidio il seme della "violenza fondamentalista"…
Fra la gente comune non è andata meglio. Semplificando al massimo gli umori, ha vinto il "chi te lo ha fatto fare, potevi restare a casa tua”. Esito di un egoismo piccolo-borghese, oggi più invasivo che mai. Soprattutto in un mondo dove nessuno, sistematicamente, concede nulla per nulla. E qui, per contrasto, veniamo all'importanza della cultura del dono come meccanismo di avvio dei processi di integrazione sociale. Ma procediamo per gradi.
Il dono non è soltanto quel regalo infiocchettato che ogni anno ritroviamo sotto l’Albero di Natale, ma è qualcosa che contraddistingue, e in profondità, la vita sociale. Per farla breve: dove c’è il dono c'è fiducia, e dove c'è fiducia c’è società.
E che cos’è la fiducia? E’ un “dono di credibilità” (nel senso che io “sento” che tu manterrai la parola, eccetera, eccetera), che come per “contagio” passa da una persona all’altra, e così via. Innervando e vivificando, per gradi successivi, i diversi cerchi concentrici intorno ai quali ruota la vita sociale: dalla famiglia allo stato, passando per la società civile. Istituzioni sociali che, ovviamente, implicano nella pratica, anche il rispetto, l’accoglimento e la gestione degli interessi individuali e collettivi.
Pertanto il dono della fiducia rende prima possibile la società e dopo la gestione degli interessi. Si tratta purtroppo di una costante sociologica (ma per alcuni anche morale) sempre più trascurata. In favore di una fredda assiomatica degli interessi di matrice utilitarista, sempre più condivisa socialmente: dal politico e dall' economista, dall'educatore e dal giornalista, e poi scendendo giù fino alla gente comune. In pratica si crede che la società sia resa possibile solo dal calcolato interesse dei singoli. Ma ci spieghiamo meglio.
In buona sostanza si sostiene che la fiducia venga sempre dopo e non prima. Nel senso che prima ci si apre all’altro perché soddisfi qualche nostro interesse, dopo di che, una volta constatata questa sua capacità, gli si concede fiducia. Dal momento che - ecco il punto - la credibilità-fiducia non sarebbe un “dono” ma una “merce”. O meglio un “capitale” da accumulare e gestire singolarmente, dimostrando così la propria “utilità-capacità sociale”. Magari facendola ogni volta "tintinnare" davanti agli altri come denaro sonante.
Se nel primo caso il passaggio determinante è dalla fiducia all’interesse, nel secondo è dall’interesse alla fiducia.
Ora, Pippa Bacca si spostava in autostop, giustificando questa sua scelta, come quella di pace per cui viaggiava, “con la fiducia” che nutriva “verso l'uomo [perché] l'uomo, come un piccolo dio premia chi gli dà fiducia”, ( si veda http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.2067284398 ). Ponendo così la fiducia prima dell'interesse: il dono prima del calcolo.
Ecco, se ci passa il bisticcio di parole, questa sua fiducia verso la fiducia, come dono di credibilità, capace di circolare gratuitamente nelle arterie del corpo sociale, è forse il lascito più importante di Pippa Bacca. Ma quanti, attualmente, sono in grado di apprezzarlo? Oggi chi dona credibilità e fiducia (ma non solo), credendovi a sua volta, viene giudicato un pazzo o un furbo. Tertium non datur …
Ecco il nostro vero dramma sociale. Che va ben oltre, la pur tragica morte di Pippa: una sposa vestita di bianco e sincera messaggera di pace, che ci piace immaginare come la piccola martire di una auspicabile cultura del dono. Dalla cui rinascita, dipende il nostro futuro.

Carlo Gambescia

sabato 12 aprile 2008

Il sabato del villaggio (12)



Telegiornale

Tg1: solo chiacchiere e (casi) investigativi.
Tg5 : solo chiacchiere e aperitivi.

Spengleriana
Giovanni Sartori: il declino del cattedrante.

Il destino del libro
Essere scritto, pubblicato, comprato. E non letto.


Igiene del mondo
A quando un imbecillecausto?

                                         Carlo Gambescia

***

Le chiose al "sabato" dell'amico scrittore Claudio Ughetto

La FIAT è la passione della sinistra. Quindi mi sa che con la crescita...
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Per chi votano i Cesaroni? Chissenefrega.
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Tg5: chiacchere, aperitivi e neocon neppure tanto mascherati (Toni Capuozzo è la mia passione. Prima o poi s'immolerà come scudo umano).
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Imbecillicausto? Dovremmo partire da Vattimo, allora...
Annunci
“La Fiat è in crescita!” E chi se n'è accorto...

Interrogativi post-moderni
Per chi votano i "Cesaroni"?

Telegiornali “narrativi”
Tg2 


                                                           Claudio Ughetto

venerdì 11 aprile 2008

Come si diventa consigliere del principe



Una premessa. Stando alle ricerche, circa il 90 per cento delle persone svolge un lavoro che non ha scelto. Quindi a scegliere e “concretizzare” sono soltanto pochi individui particolarmente ambiziosi e in certo senso dotati, anche se non in misura eccezionale.
Pertanto, per venire al consigliere del principe, che nella nostra accezione è qualcosa di più dello spin doctor e qualcosa di meno dell' ideologo novecentesco, ci troviamo davanti a una persona particolarmente ambiziosa. Capace però di mettere astutamente a frutto una dotazione “genetica”, appena al di sopra della media. Insomma, chiunque abbia un coefficiente di intelligenza elevato, se non elevatissimo, di regola, preferisce tenersi fuori dai giochi politici. Il che significa che il consigliere del principe piuttosto che intelligente è astuto. E soprattutto ritiene che la politica sia il veicolo più sicuro per ascendere socialmente.
Come inizia la sua carriera? In genere studia scienze sociali, giuridiche o economiche. E fin da studente universitario, comincia a muoversi con astuzia, per costruirsi una carriera accademica, asserendo però pubblicamente che non è proprio il suo sogno fare il professore-burocrate, dal momento che ama la libera professione ( intanto però lavora sotto traccia…). Ma al tempo stesso, pratica ambienti politici, senza però sbilanciarsi troppo. Anche se spesso ama flirtare con frondisti altrettanto giovani. Che in seguito abbandonerà a un destino di anonimato, in particolare i più colti, assai pericolosi come potenziali concorrenti.
In genere il futuro consigliere del principe, da giovane, indossa gli abiti del radicale: parla di rinnovamento politico. Deve in qualche modo mettersi in luce, ma con juicio. Di qui la sua grande attenzione nei riguardi delle relazioni sociali, perché il suo obiettivo è quello di crearsi una rete di conoscenze accademiche e non: una specie di capitale fiduciario, che in seguito potrà spendere a suo vantaggio. Sotto questo aspetto il futuro consigliere del principe fonda riviste, organizza convegni, si lancia in attività editoriali, pubblica libri, e sceglie di scrivere solo per quei giornali e riviste che possono conferirgli la giusta visibilità. Anche gli amici - se così si possono chiamare - sono da lui usati in termini utilitaristici.
Insomma, il consigliere del principe, fin da giovane, è un grande manipolatore di persone. Una volta conseguita una posizione accademica - in genere intorno ai quarant’anni - è pronto per la grande scalata. Glissa sulle sue posizioni politiche giovanili, per iniziare la marcia decisiva di avvicinamento al principe. Che in genere avviene, per gradi, attraverso l'assunzione della direzione scientifica di varie fondazioni nell'orbita del principe. Dove può mettere a frutto, e moltiplicare, la sua rete di conoscenze, editoriali, accademiche, politiche e giornalistiche.
A questo punto, di regola, l’aspirante consigliere del principe scrive un libro encomiastico ma dalla veste scientifica - talvolta più di uno - per guadagnarsi il favore del suo futuro sovrano. Il quale, soprattutto se gode di potere assoluto ed è sensibile all’adulazione, non può non chiamarlo alla sua corte. E il nuovo consigliere corre… ma con dignità. E di lì poco, soprattutto se il principe è circondato da persone mediocri, finisce per rendersi indispensabile. Ovviamente la nomina, ufficiale o ufficiosa, a consigliere del principe gli apre la porta del grande gioco politico-mediatico. E così giunge al culmine di una carriera che potrebbe condurlo ad accettare, naturalmente solo per "spirito di servizio", anche la carica di ministro.
L’unico rischio "professionale" concerne i suoi legami con il principe, dal cui destino dipende. Di regola, se cade il principe, cade anche il suo consigliere. Ma se si è ancora relativamente giovani, il "gioco" può ricominciare con un altro principe. E ovviamente in un altro principato.

Carlo Gambescia 

giovedì 10 aprile 2008

Lo scaffale delle riviste: “Pagine Libere” , numero 4, marzo 2008; “Krisis, n. 29, février 2008 ( Populisme?).




Al lettore attento al tema della decrescita consigliamo di acquisire l’ultimo numero di “Pagine Libere” (n. 4, marzo 2008). Infatti il fascicolo si apre con un interessante editoriale dell’ Inattuale intitolato Frugalità! (chi si celerà sotto questo pseudonimo? Forse lo stesso direttore della rivista, Giuliano Borghi ?). Contro la deriva consumistica - si legge – “l’uomo che incarnasse la frugalità sarebbe colui che ha re-imparato a unire alla semplicità dei mezzi la ricchezza dei fini, rovesciando quella malsana relazione che sta facendo implodere l’attuale società ‘occidentale’. Il rifiuto del superfluo, pertanto, non può essere frainteso come un rifiuto puro e semplice del benessere, ma va inteso come l’atto di conversione, efficiente, al modo di un seme sano e fertile, a produrre la fioritura di una esistenza singola, e d’assieme, finalmente di qualità”.
Perciò, qualsiasi percorso di riforma, a cominciare da quello della decrescita, non potrà non implicare una sorta di “conversione” interiore, secondo una linea ideale capace di andare dall’individuo alla società. E non viceversa.
Seguono, tra gli altri, articoli di Giano Accame (Euro Bifronte , p. 3), Giuliano Borghi (Fine di un umanesimo, p. 5), Gian Franco Lami (Da… donna nasce… donna, p. 6) , Anna K. Valerio (Contro le menzogne del secolo), Maurizio Messina (Viaggio al termine di una giornata qualunque, p. 7).
Come sempre di grandissimo spessore l’ultimo fascicolo di “Krisis”, rivista diretta da Alain de Benoist, dedicato al “populismo” (n. 29, février 2008, pp. 164, euro 20). Dove questa incandescente tematica viene trattata in modo scientifico ma non liquidatorio, come invece usa fare certa scienza politica pseudo-liberale tesa alla difesa dello status quo ( proprio e sociale...) .
Scrive Alain de Benoist: "La "gente" ha [...] rimpiazzato il "popolo". I primi mesi della presidenza Sarkozy, sotto questo aspetto, hanno rappresentato, e al peggio, il modo in cui oggi viene valorizzato certo narcisismo infantile, l'intrusiva volgarità dei nuovi ricchi, la seduzione dello spettacolo-business [...]: la vita dell'Eliseo come soap o telenovelas" (Le peuple entre sécessione et mise à l'écart, pp. 40-59).
Si segnalano, tra gli altri, articoli di Marco Tarchi (Qu’est-ce que le populisme?, pp. 2-21), Thibault Isabel (Christophe Lasch, un populisme postmoderne, pp. 72-94), Jerónimo Molina (Représentation, association, partecipation, pp. 135-147). Notevoli anche le interviste al politologo Guy Hermet (Le populisme dans l’histoire, pp. 22-28), al compianto Paul Piccone (De la Nouvelle Gauche au populisme postmoderne, pp. 72-94), nonché a Chantal Mouffe (Pour une démocratie radicale et plurielle, pp. 116-123). Chiudono il numero testi, attinenti all’argomento, di Denis de Rougemont, Charles Maurras, Pierre-Joseph Proudhon. 

Carlo Gambescia

mercoledì 9 aprile 2008

Elezioni politiche 2008 

Per chi votare? 




Nell’ultimo mese ci siamo imposti di non parlare di politica italiana. E soprattutto per una ragione “pregressa” di natura personale: chi scrive, infatti, aveva già deciso almeno da gennaio, che, in caso di elezioni anticipate, questa volta non sarebbe andato a votare. Basta.
Ora, se la democrazia non “fabbrica” più cittadini, attraverso l’esercizio del voto, come li “fabbrica”? Nessun problema, il circuito della legittimazione e del consenso oggi segue altre strade.
In primo luogo, va ricordata la “cittadinanza mediatica”. Gli studi sui contenuti dei programmi e delle notizie veicolate dai media, provano che viene costantemente ripetuto un solo messaggio: il nostro sistema di vita, quello italiano, europeo, occidentale, è il migliore in assoluto. E le disfunzioni, che tra l’altro non sono poche (ambientali, sociali, economiche), sono sempre presentate come fisiologiche: come un prezzo, fin troppo lieve, da pagare al giusto progresso. E il cittadino "mediatizzato" si adegua...
In secondo luogo, non può essere ignorata la “cittadinanza economica”. Il sistema produttivo, tutto sommato, finora, pur con alti e bassi, ha retto. Il che ha permesso una redistribuzione abbastanza regolare del prodotto sociale e garantito tutele sindacali, previdenziali e assistenziali. Di qui proviene il consenso delle classi lavoratrici, ma anche la trasformazione del dibattito politico in economico: la “politica” ormai ruota esclusivamente intorno ai criteri fiscali di divisione del prodotto sociale.
Il terzo luogo, va segnalata la “cittadinanza consumistica”. Assicurare a tutti (o quasi) la possibilità di acquisire beni e servizi, rappresenta la carta vincente: la “riprova” che il sistema funziona. L’iperconsumo viene giudicato dalla gente comune, che subisce l’ipnotico effetto della cittadinanza mediatica, come l’ambito traguardo della cittadinanza economica.
E così il cerchio si chiude, e si chiuderà fin quando la "macchina economica" macinerà profitti, da redistribuire a tutti o quasi, anche se in misura diversa secondo la posizione sociale.
Di conseguenza - ecco il ragionamento delle persone comuni - se si vive in una specie di Paese dei Balocchi, che senso può avere la cittadinanza politica? Perché si dovrebbe votare per cambiare? Se, nonostante i casi di corruzione e malgoverno, tutto sembra “marciare” per il meglio, perché l’elettore dovrebbe punire i corrotti ? E del resto non sono gli stessi politici, dagli sguardi rassicuranti e benevoli, a promuovere politiche centriste, presentando la realtà che ci circonda come il migliore dei mondi possibili?
Un’ultima osservazione: le cittadinanze mediatica, economica e consumistica sono inversamente proporzionali alla cittadinanza politica. Se si consolidano le prime tre, si indebolisce la seconda. Insomma, la gente non va a votare perché reputa la politica ininfluente sull'economia. Come del resto si evince dagli studi in materia, che attestano come il crescente astensionismo elettorale sia un fenomeno tipico delle democrazie opulente, tutte incentrate sui consumi, sull'economia e poco o punto sulla politica, in senso forte e alto.
Si dirà: dopo questo "dotto" ragionamento, conseguentemente, si dovrebbe andare a votare. Proprio per distinguersi, diciamo così, dalle masse amorfe del non voto (quelle del Franza o Spagna, eccetera)...

Ma per chi votare? Ecco il punto. Di qui la nostra scelta di restare domenica prossima a casa

Carlo Gambescia

martedì 8 aprile 2008

La questione tibetana tra realismo politico e ideologia
Sì al boicottaggio delle Olimpiadi 


Negli incidenti parigini di ieri alcuni osservatori hanno scorto solo provocazioni anticinesi, mentre altri soltanto il segno significativo di una rinnovata battaglia per i diritti universali.
Diciamo subito che è singolare questa chiusura totale nei riguardi del Tibet che accomuna i capitalisti dei buoni affari con certe frange politiche europee filocinesi. Ma, per onestà, va anche sottolineato che tra i difensori della causa tibetana sussiste una divisione tra coloro che si impegnano in difesa dei diritti universali alla libertà di ogni “singolo” tibetano, come alcune organizzazioni non governative, e coloro che invece si battono per i diritti dei popoli, come "entità collettive", all’autodeterminazione. Ovviamente va ricordato anche chi si batte per entrambe le cause: diritti dell’uomo e diritti dei popoli. Anche se difficili da conciliare.
Chi scrive crede che sul piano ideologico le Olimpiadi vadano boicottate, soprattutto in nome del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione politica. Mentre su quello del realismo politico, riteniamo, che la Cina vada contrastata, ovviamente in chiave politicamente “scalare”, prima che divenga troppo potente. Ma non siamo studiosi di geopolitica e perciò, da qui in avanti, potremmo incorrere in alcune inesattezze.
In effetti, quel che più ci infastidisce è il realismo economico dei capitalisti dei buoni affari con la Cina. Un realismo che in realtà non è tale, perché, come sta avvenendo, il costo del lavoro europeo - semplificando al massimo - viene fissato sul mercato del lavoro cinese, in base ai salari da fame percepiti dagli operai cinesi, privi di qualsiasi autentico diritto sociale. Un gioco al ribasso che in realtà decostruisce le basi sociali e morali dell'economia europea.
Di più: la Cina, sostiene, attraverso il possesso di ingenti quantità di titoli americani, l’economia statunitense. Pertanto chiunque appoggi la Cina, rischia di sostenere indirettamente l'economia americana. Perciò chi oggi invoca l’indipendenza economica europea dagli Stati Uniti, dovrebbe riflettere su questo aspetto non secondario: ogni euro che entra in Cina serve a sostenere, almeno a breve, l’economia Usa.
Ecco perché, ripetiamo, in ultima istanza, le Olimpiadi vanno boicottate.

Carlo Gambescia