mercoledì 22 marzo 2006

 

Lo scaffale delle riviste/5




Da non perdere l'ultimo fascicolo di Diorama Letterario ( n. 275, Febbraio-Gennaio 2006 - www.diorama.it) che ospita un ricco dossier sulla "società della sorveglianza". Articoli di A. de Benoist, M. Lhomme e un'intervista di M. Marmin al filofoso Eric Werner( del quale si ricorda il bel libro L'anteguerra civile. Il disordine come come condizione dell'ordine nelle democrazie contemporanee, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - www.librerieuropa.it). Tratta ovviamente di altri argomenti l'intrigante l'intervista di Valentina Meroni e Sergio Terzaghi a Enrico Ruggeri.
Tutto da leggere l'informatissimo articolo su Thomas Mann, il tedesco di Marino Freschi, appparso sulla "Nuova Informazione Bibliografica" (n. 4, Ottobre-Dicembre 2005, pp. 635-660 - www.mulino.it/rivisteweb). Un'utilissima e accurata ricostruzione biobliografica ricca di spunti e osservazione stimolanti sul grande e politicamente controverso scrittore.
Altrettanto interessante "Le Monde diplomatique il manifesto (n. 3 anno XIII, marzo 2006 - www.ilmanifesto.i/MondeDiplo/ ). Da meditare il commento di Gerges Corm su Rivolte e rifiuto in nomedell'Islam (pp. 1 e 4). Secondo lo studioso, i palestinesi saranno colpevolizzati e puniti "per aver esercitato i loro diritti democratici (...). Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno aderito a questa logica immorale che potrà solo aggravare la situazione (...): 'l'idea è quella di mettere i palestinesi a dieta, ma di non farli morire di fame' " (p.1). Tempestivo e documentato il "dossier lavoro" (pp. 12-16), articoli di D. Linhart, A. Racinoux, F. Lefresne, F. Ruffin, R. Fantasia.
Si parla invece di "Italia Globale" nell' ultimo numero di "Imperi" (n.7, anno 3, 2006 - tel. o6 39738949 - fax o6 39738665) , la rivista di geopolitica, con il cuore a destra, diretta dal poliedrico Aldo Di Lello. "Una parte consistente delle élites intellettuali e del ceto politico, scrive Di Lello, pare abbia smesso di sognare e parla, con gusto un po' autoafflittivo di "declino" (...). Prevale la cultura del sospetto (...) Come ne usciamo? (...) C'è bisogno di reinventarsi la patria" (pp. 5-6). Articoli di F. Eichberg, R.R. Venturi, A. Marcigliano, M. Leofrigio, S. Santangelo e altri.
Sempre in argomento si veda il sondaggio sui "10 super italiani" lanciato da "Storia in Rete" (n. 4 -febbraio 2006 - www.storiainrete.com), la nuova rivista di alta divulgazione storica diretta da Fabio Andriola. Classifica provvisoria: 1° Dante Alighieri, Camillo Benson Conte di Cavour (ex aequo), Alcide De Gasperi; 2° Leonardo da Vinci; 3° San Francesco e Cristoforo Colombo (ex aequo); 4° Giovanni Giolitti.
A chi invece voglia uscire intellettualmente dai confini italiani si raccomanda la lettura dell'ultimo fascicolo del "Journal of Economics Issues" ("JEI", n. 4, December, XXXIX, 2005 ). Particolarmente interessante, tra gli altri, l'articolo di James Forder Why Is Central Bank Independence So Widely Approved? (pp. 843-865), che si apre con due divertenti, ma non troppo per gli economisti, citazioni di George Bernard Shaw e Winston Churchill... Si ricorda che si tratta del periodico "sponsored" dall' "Association for Evolutionary Economics" (Department of Economics, Bucknell University, Lewisburg, Pennsylvania, 17837 Usa. Attuale "editor" della rivista: prof. Glen Atkinson - atkinson@unrnevada.edu ). Un' associazione di economisti "non ortodossi", che si ispira al primo istituzionalismo americano (Veblen e Commons, in particolare).
Infine a chi desideri saperne di più sul "passato, presente e futuro" della borghesia, si consiglia di leggere l'interessante focus in argomento apparso sull'ultimo numero di Italicum (anno XXI, Gennaio-Febbraio 2005, pp. 3-9 - www.centroitalicum.it). Articoli di L. Tedeschi, direttore della rivista e studioso di problemi economici, L.L. Rimbotti, A. Scianca, G. Adinolfi, A. Segatori, R. Olivieri. Notevole l'intervista al filosofo Costanzo Preve, Borghesia e postborghesia nell'era neocapitalista, a cura di Luigi Tedeschi (p. 6-7). 

Carlo Gambescia

lunedì 20 marzo 2006


Paradossi italiani
Berlusconi e Confindustria



Il fuori programma di Berlusconi a Vicenza è significativo. Almeno per due ragioni.
La prima è che il Cavaliere ormai sente odore di sconfitta. E di conseguenza punta tutto sui numeri a effetto. E' un ottimo venditore, e lo ha provato di nuovo a Vicenza : è riuscito a dividere e infiammare l'uditorio. E comunque a riscuotere un certo consenso, soprattutto tra i peones (i medi imprenditori). Il che però non gli permetterà di vincere.
La seconda è che finalmente è venuto allo scoperto l'atteggiamento di totale chiusura dei vertici di Confindustria nel riguardi del fondatore di Forza Italia. Basta leggere i giornali di oggi ("Berlusconi ci vuole dividere, eccetera.."). Ora, è vero che nel 2001, Berlusconi fu appoggiato da D'Amato, altro outsider, ma è altrettanto vero che già all'epoca, tra gli industriali aveva più nemici che amici. Venne appoggiato da Confindustria più per porre riparo alla dannosa litigiosità del centrosinistra, (quattro governi in cinque anni), che per meriti propri.
Perché questa ostilità nei riguardi di Berlusconi?
In primo luogo, perché i vertici dell'economia italiana lo considerano un parvenu. Si pensi all'atteggiamento snobistico nei suoi riguardi della famiglia Agnelli (ad esempio il rifiuto di Montezemolo,  attuale Presidente di Confindustria,  di far parte, anche come esterno, del governo di centrodestra, proprio lui che in passato, come in occasione dei Mondiali '90, aveva invece accettato incarichi parapolitici dal Pentapartito). Berlusconi perciò viene considerato un avventuriero: un uomo venuto dal nulla. Il che è vero. Ma va detto che anche gli Agnelli, fino alla prima guerra mondiale furono giudicati tali. E qui basta sfogliare qualsiasi buona storia sociale dell'industria moderna, per scoprire che sussistono pesanti "differenze di classe" anche all'interno degli ceti economicamente dominanti. La ricchezza per diventare "onorevole", deve avere almeno un secolo di consolidamento alle spalle. E La fortuna di Berlusconi ha meno di trent'anni.
In secondo luogo, e questo è un dato di sociologia politica (documentato da ricerche), nelle democrazie post-seconda guerra mondiale, e non solo in Italia, i vertici economici hanno sempre preferito governi di centrosinistra (attenzione di centrosinistra, non di sinistra in senso stretto), dal momento che questi hanno garantito e garantiscono, grazie al rapporto privilegiato con i sindacati, eventuali riforme del mercato del lavoro, o comunque di ancorare, grazie al consenso concertato tra le parti sociali, riforme e alta produttività del lavoro. Un solo esempio: le riforme italiane in senso liberista del mercato del lavoro, sono state introdotte negli anni Novanta dai governi di centrosinistra. Di qui l'inutilità per Confindustria di un Berlusconi incapace, non solo di controllare i sindacati, ma addirittura di trattare...
La vera domanda, al di là del folclore pro o contro il Cavaliere, è appunto questa: può Berlusconi garantire quella radicale riforma del mercato del lavoro in chiave liberista, che Confindustria invoca da anni. No. E chi può garantirla? Prodi e il centrosinistra.
Il tragico paradosso italiano è tutto qui. Da un lato un Berlusconi che vara leggi ad personam, e dall'altro un centrosinistra che si prepara a realizzare, malgrado alcune sue componenti minoritarie non siano d'accordo, una radicale riforma del mercato del lavoro. E probabilmente anche delle pensioni.
Altrimenti come spiegare il totale appoggio di tutta la stampa ( che una volta si chiamava in senso spregiativo confindustriale) al centrosinistra. Prodi che di solito è così cauto, dovrà pure aver promesso qualcosa a Montezemolo.

E sarebbe bello, prima di andare a votare, magari per il centrosinistra, capire che cosa... 

Carlo Gambescia

giovedì 16 marzo 2006


Profil/18
Robert Morrison MacIver





Robert Morrison MacIver (1882-1970) è un sociologo oggi poco studiato, se non del tutto dimenticato. Ed è un peccato. Perché la sua opera è di grande spessore teorico e soprattutto distinta da una studio attento dei rapporti tra tecnica, cultura e società. Per MacIver la sociologia non è una scienza iperspecialistica, frammentata nei più diversi saperi disciplinari ed esclusivamente basata sulla ricerca empirica, come è considerata oggi in ambito accademico.
A suo avviso la sociologia, pur avendo come base l'individuo, non può ignorare, il sistema di relazioni culturali e materiali, intorno al quale ruota l'agire umano. Per questa ragione lo studioso sociale deve saper maneggiare, oltre agli strumenti empirici, quell'immaginazione sociologica, per dirla con Wright Mills, che creativamente consente di intuire come un tutto la relazione tra l 'uomo da un lato, e la tecnica, la cultura e la società dall'altro.
MacIver nasce nelle Ebridi scozzesi nel 1882, da una famiglia di agiati commercianti di tessuti, religiosamente molto devota, ma apertissima ai bisogni culturali del figlio. Studia all'Università di Edimburgo lettere classiche (1898). Poi passa a Oxford (1903) dove prende il suo B.A. (1907) e allarga gli orizzonti culturali, aprendosi alle scienze sociali del suo tempo (Simmel, Durkheim, Lévy-Bruhl). Consegue il Ph.D presso l'università di Edimburgo (1905). Dopo di che la sua grande passione verso la filosofia sociale e poltica gli fa accettare un incarico insegnamento di filosofia e sociologia (disciplina all'epoca all'avanguardia) presso l'Università di Aberdeen (1907-1915) Un dissidio intellettuale sul valore della filosofia politica hegeliana (criticatissima da MacIver, che parte dall'individuo e non dallo stato) con il suo superiore di facoltà, il professor J.B.Baille (il traduttore inglese della Fenomenologia), lo spinge a trasferirsi in Canada (1915). E qui insegnerà all'Università di Toronto finoa ad assumere la direzione del Dipartimento di Scienza Politica. Dopo di che si trasferisce negli Stati Uniti per insegnare alla Columbia University di New York (1927). Fonda, con altri studiosi la New School for Social Research (1935), che accoglierà molti studiosi europei rifugiatisi in America, a causa delle persecuzioni nazionalsocialista. Nel 1940 viene nominato presidente dell'American Sociological Society. Nel 1950 lascia l'insegnamento di filosofia politica e sociologia alla Columbia per dirigere una serie di importanti progetti di ricerca sulla libertà accademica, la discriminazione sociale e la delinquenza giovanile. Nel 1963-1964 è chiamato a dirigere la New School for Social Research. Muore nel 1970, ultraottantenne.
Tra le sue opere principali: Community: A Sociological Study (1915, che meriterebbe, ancora oggi, una traduzione italiana), The Modern State (1926), Social Causation (1942, trad. it a cura di Leonardo Allodi, Franco Angeli Milano 1998), The Web of Government (1947, trad. it. il Mulino, Bologna 1962, intr. di G. Poggi, ancora utilissima), Society: An Introductory Analysis (1949); As a Tale That Is Thold. The Autobiography of R.M. MacIver (1968). Per un'ottima introduzione al suo pensiero si veda Leonardo Allodi, Quello che non è di Cesare. Comunità, società e Stato in R.M.MacIver (Franco Angeli, Milano 2000 - www.francoangeli.it).
Insomma, un sociologo-filosofo di altissimo livello. Di particolare importanza è la sua visione triarticolare del sociale. Che MacIver suddivide in tre ordini: "l'ordine culturale", che comprende religione, filosofia, arte, tradizioni, costumi, e che rappresenta lo schema di riferimento in cui trovano espressione i processi di socializzazione e di riconoscimento individuale; "l'ordine sociale", che concerne le relazioni umane organizzate, in gruppi e istituzioni; "l'ordine tecnologico", che consiste in un insieme di tecniche o "strumenti per vivere", nel senso dell'idea di civilizzazione spengleriana, applicabili dall'uomo alle condizioni biofisiche.
Dalla triarticolazione fra questi ordine nasce e si consolida la società. Sul cui destino però l'ultima parola spetta sempre all'uomo. Scrive MacIver, rimasto per tutta vita un fiero di avversario di Hegel: "Gli strumenti che la civiltà forgia possono essere simboleggiati da una nave pronta a salpare verso i porti più diversi. Il lido verso cui veleggiare rappresenta invece l'esito di una scelta culturale. Senza la nave non potremmo partire. Le sue caratterstiche potrebbero rendere il viaggio più o meno lungo. Potremmo adattarci o meno alla vita di bordo, lasciando che la nostra esperienza muti in funzione di essa. Ma la direzione verso cui potremmo andare non è predestinata dal ' design' della nave" (Society: An Introductory Analysis, Reinehart & Co., New York 1949, p. 51). Insomma, siamo sempre a noi, uomini, a decidere individualmente e non lo stato, l'economia, o qualsiasi altra incarnazione di uno spirito assoluto. E questa è la fondamentale  lezione di Robert Morrison MacIver. 
Da non dimenticare mai.

Carlo Gambescia

mercoledì 15 marzo 2006


I libri della settimana: J.B. Schor, Nati per comprare, Apogeo, euro 18; J.F. English, The Economy of Prestige, Harvard University Press, usd 29.95




Ecco due libri per capire come funziona la società dei consumi.
Il libro di Juliet B. Schor, Nati per comprare. Salviamo i nostri figli ostaggi della pubblictà (Apogeo, 2005 pp. 291, www.apogeoline.com), ricercatrice della Boston University è importante per scoprire come la pubblicità sia ormai diventata un elemento della socializzazione infantile. Secondo le sue ricerche il bambino americano medio a 18 mesi è capace di riconoscere i loghi pubblicitari, e a due anni di chiedere ai genitori prodotti pubblicizzati in televisione, con parole proprie e indicandone "col ditino" la marca. Questo indica che negli Stati Uniti la pressione sociale al consumo sui bambini è fortissima. Il che implica enormi investimenti nel marketing per l'infanzia. Ad esempio, alcuni canali televisivi, come Channel One, hanno stipulato accordi con le scuole primarie, scambiando la fornitura di materiale audiovisivo e attrezzature con la visione obbligatoria, nei luoghi di ricreazione se non addirittura in classe, di dieci minuti giornalieri di pubblicità. La Schor esamina anche il rapporto, purtroppo di causalità diretta, tra bombardamento pubblicitario e comportamenti antisociali. Dal momento che i bambini sottoposti a stress da acquisti forzati, non crescono in ambienti familiari sani e creativi, ma mercificati e votati "istituzionalmente" al culto del possesso. E ciò accade a prescindere dalla qualità e dal livello del reddito familiare. In tal senso si può parlare per il bambino medio americano di una vera e propria perdita dell'infanzia. Il "disadattamento" da stress pubblicitario non potrà perciò non avere pesanti conseguenze sul futuro della società americana. Queste le pessimistiche conclusioni dell'autrice. Sarebbe molto interessante condurre un analogo studio sulla situazione dell' infanzia europea italiana, per individuare, si spera, possibili dissonanze con la realtà americana, e comunque, eventuali rimedi.

Il testo di James F. English, The Economy of Prestige. Prizes, Awards, and Circulation of Cultural Value (Harvard University Press, 2005, pp. 409 www.hup.harvard.edu/catalog/engeco), professore di letteratura della Pennsylvania University, è utile per scoprire i meccanismi che regolano l'industria culturale. L'autore riprende e sviluppa le tesi sul "capitale sociale" del sociologo francese Pierre Bourdieu. I premi letterari, artistici, cinematografici, musicali, eccetera, sono studiati come meccanismi riproduttivi di un valore economico che attribuisce, moltiplicandosi, a vincitori, produttori e organizzatori, un enorme potere sociale analogo a quello degli oligopoli di mercato. Di qui la necessaria "commercializzazione" a ogni livello del "valore sociale di riproduzione" del "bene sociale-premio" Un processo che si estende a tutti. Anche agli stessi avversari del consumismo culturale. I quali, pur istituendo "contropremi" e "controfestival", finiscono inghiottiti, appena le "contromanifestazioni hanno successo (e l'autore cita, tra gli altri, il caso del "Sundance Festival") nel circuito mediatico della commercializzazione e della riproduzione del valore sociale di mercato. L'analisi di English non assume mai alcun connotato moralistico, ma pecca probabilmente di economicismo (come del resto anche l'analisi del suo maestro Bourdieu; notevole a riguardo la polemica, tutta francese, negli anni Ottanta tra Bourdieu e Alain Caillé...). Si tratta, comunque, di un libro interessante perché documentatissino e ricco di informazioni, in particolare sull' industria anglo- americana dei premi. E di cui si raccomanda la traduzione italiana. 

Carlo Gambescia

martedì 14 marzo 2006

 Milosevic secondo Carla del Ponte
Verità storia o  verità giuridica?




L'improvvisa morte di Milosevic ha lasciato i giudici dell'Aja di stucco. Ovviamente anche da morto, Milosevic non è sfuggito al rituale di degradazione, cui era stato sottoposto da vivo. La stragrande maggioranza dei giornali mondiali (in particolare americani ed europei) ha continuato a usare verso "Slobo" lo stesso tono impietoso che di solito si impiega per informare i lettori della morte in carcere di un pericoloso pedofilo, stupratore, serial killer: un rifiuto dell'umanità.
Ora, qui, non si vuole assolutamente negare le responsabilità politiche di Milosevic. Né ricostruirne la biografia o le vicende  giudiziarie. Per questi aspetti si veda l' articolo  di Tommaso di Francesco e Danilo Zolo, apparso sul "Manifesto" (domenica 12 marzo, p. 7 ). Ma più semplicemente soffermarsi su un punto particolare: la dichiarazione del procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia Carla del Ponte ("Corriere della Sera"  lunedì 13 marzo, p. 15 ). Una dichiarazione, questa sì, che veramente lascia di stucco, chiunque creda nel diritto e nella giustizia,
Ecco quel che ha dichiarato la del Ponte: "No, non credo che abbiamo sbagliato a riunire le imputazioni in un unico processo, anche se molto più lungo e complicato di un procedimento diviso in tre tronconi per Croazia, Bosnia, Kosovo. Volevamo ricostruire la verità storica di un unico conflitto. No, tornassi indietro, non farei nulla di diverso".
Quel che  suona  in modo particolarmente sinistro è il fatto che un giudice dichiari di voler "ricostruire la verità storica". Una visione a dir poco aberrante, che dal punto di vista della procedura e del diritto penale moderni non ha alcun fondamento. Il giudice infatti deve applicare la legge esistente, e non conformarla, di volta volta, alla verità storica del momento. Il diritto concerne i principi, la storia i fatti . La verità da "ricostruire", al massimo, può essere processuale, interna al giudizio e accertabile giuridicamente, ma mai storica: la verità processuale concerne un "diritto" offeso; la verità storica riguarda invece un "fatto": la relazione politica (accertabile, e giustificabile, solo politicamente e non giuridicamente), tra vinti (i giudicati) e i vincitori (i giudici). Il giudice può temperare il suo giudizio, nel caso singolo, ricorrendo al principio di equità, che tuttavia non può mai essere contrario ai moderni principi del diritto e della procedura penale, i quali escludono l'accertamento di qualsiasi forma di verità extragiuridica. Infine, la verità storica invocata dalla del Ponte, rappresenta giuridicamente un passo indietro: il ritorno a una specie di medievale "giudizio di Dio", che vede però la Storia sostituirsi a Dio.
Si potrà dire: anche il diritto penale moderno, ha origine da precisi fatti (storici): le rivoluzioni borghesi. Certo, ma la rivoluzione del 1789 (per citarne una) come portata storica (dal punto di vista dello sviluppo giuridico moderno), può essere messa sullo stesso piano della guerra tra la Stati Uniti e Nato da una parte e la piccola Serbia dall'altra? Che invece ricorda da vicino una guerra coloniale per eliminare un "ras"o un sultano sgradito...
Milosevic, "il macellaio dei Balcani" è morto. Ed è probabile che politicamente lo fosse sul serio. Ma come definire certi giudici, se non macellai dei diritto? 

Carlo Gambescia

lunedì 13 marzo 2006

                     La politica dell'irrealtà                                      

                             


Ora, di sicuro, fino al confronto con Prodi si parlerà solo della "fuga" di Berlusconi dal programma di Lucia Annunziata. Come fino all'altro ieri si era parlato soltanto del confronto televisivo tra il Cavaliere e Diliberto... E così via, tra prese di posizione politiche, dichiarazioni, eccetera.
Per definire tutto questo c'è un solo termine: irrealtà.
Oggi la politica, e non solo in Italia, si svolge su tre piani.
Il primo è quello militare, e riguarda le guerre euro-americane in Medio Oriente. Si tratta di un settore in cui domina l' iperrealismo della volontà di potenza. Un iperrealismo che si manifesta come una forma di realismo esasperato: un "più che realismo" che esige l'eliminazione fisica del nemico. All' "avversario", come figura nella quale si dovrebbe, comunque e sempre, individuare e riconoscere (apprezzandola) almeno una "traccia" di comune umanità, si è sostituito il "nemico", come rappresentazione iperrealistica del male assoluto.
Il secondo è quello economico, e concerne il controllo delle risorse materiali, in primis il petrolio. Si tratta di un ambito in un cui domina il realismo degli interessi economici. Un realismo che si esprime per quello che è : il "realismo affaristico" di chi affronta la realtà nella sua concretezza di fatto, senza badare a componenti ideali o emotive. Un atteggiamento che qualche volta si coniuga con gli interessi militari, e qualche volta no ( di qui le "guerre" soltanto "economiche") . Attualmente interessi petroliferi e volontà (militare) di potenza procedono di pari passo.
Il terzo è quello mediatico che concerne il controllo delle risorse ideali, culturali ed emotive. Si tratta di un settore in cui domina l'irrealtà della politica-spettacolo. Una irrealtà voluta e imposta, dal momento che il mondo dei media dipende funzionalmente e strutturalmente (per risorse, mezzi e uomini) dal settore economico. Di qui un atteggiamento rivolto sistematicamente a falsificare, mascherare, abbellire gli aspetti iperreali (militari) e reali (economici) della politica. In che modo? Presentando la politica, come una specie di "reality" televisivo, un mondo "similvero", ma in realtà immaginario o comunque finto, con scambi di accuse, "lieto fine", o magari colpi di scena e "fughe", come quella di Berlusconi davanti a Lucia Annunziata.
Quel che conta, insomma, per la politica-spettacolo è evitare qualsiasi dibattito serio sugli aspetti iperrealistici e realistici della politica attuale. Perciò più si discute del Cavaliere e di Lucia Annunziata, più la verità si allontana....
Perché prestarsi a questo gioco?

Carlo Gambescia

venerdì 10 marzo 2006


La vita "low cost" dei giovani




Stando a certi giornali sembra che oggi sia di moda tra i giovani mostrare di saper vivere con mille euro al mese. In realtà, tra i ventenni-trentenni non affiora grande entusiasmo per la vita low cost, ma soltanto rassegnazione.
Infatti, secondo alcune ricerche sociologiche, i giovani tra i 25 e il 35 anni (ma si è ancora "giovani" a 35 anni?), avrebbero smesso di lottare per migliori condizioni lavorative. Anche se con titoli accademici finiscono per accontentarsi (1 laureato su 2) di lavori precari. Perché?
Per almeno quattro ragioni.
La prima ragione, risale al fatto che i giovani sono le vittime più facili, e in certo senso predestinate, di una società che dipinge la "flessibilità" come il migliore dei mondi possibili. Chiunque oggi accetti di buon grado un lavoro a termine e sottopagato, è subito definito un "buon lavoratore": gode di consenso sociale. E se giovane, si ritiene che sia più che giusto per lui "fare gavetta". La flessibilità rinvia a sua volta al nuovo modello di relazioni lavorative adottato in Europa negli ultimi 15-20 anni. Che tendenzialmente è molto simile (anche se non ancora uguale per fortuna) a quello americano, basato sulla discontinuità del rapporto di lavoro.
La seconda ragione, risale a un fatto culturale: il mordi e fuggi delle imprese nei riguardi del lavoratore precario è dovuto a un vero e proprio mutamento di valori. Anche se in passato lo era, oggi non è più accettata (e se lo è, spesso a fatica) l'idea di una soglia dignitosa, per tutti, di benessere, sicurezza e stabilità lavorativa.
Pertanto, ed ecco la terza ragione, per gli under 35, formatisi (in termini di processi di socializzazione e "acculturazione") negli ultimi 15-20 anni, "precarietà" e "basso stipendio" oggi rappresentano la "normalità". E qui ha giocato e gioca un ruolo determinante la pressione sociale (la "coazione" ad assorbire e imitare certi comportamenti ritenuti socialmente vincolanti e inclusivi). Soprattutto sul piano mediatico, il messaggio, per così dire "subliminale" è di dover accettare qualsiasi lavoro anche malpagato, precario e privo di tutele, per mostrare al mondo "quanto si è bravi". Per "sentirsi" con se stessi, come quel attore, oggi, importante, ma che ieri, faceva anche lui cameriere o il dipendente di un call center... Insomma, il precariato viene presentato come un segno di distinzione sociale: il biglietto fortunato per una carriera luminosa.
Infine, e questa è la quarta ragione, la rassegnazione dei "giovani perdenti", che è pero mitigata dalla speranza di poter prima o poi emergere, o comunque "sistemarsi bene", si accompagna a una socialità conflittuale, segnata da bassa sindacalizzazione e da una insufficiente vita relazionale sul posto di lavoro. Tutti, pensano a se stessi, e nell'altro non c'è lo specchio del proprio precariato, ma un potenziale e pericoloso concorrente, nella gigantesca gara che ha come traguardo rinnovi contrattuali e premi di produzione. Tutti rigorosamente individuali.
Quali conclusioni?
Sicuramente non positive Dal momento che quanto più si diffonde la flessibilità tanto più si afferma il processo collettivo di degradazione del lavoro.

Perciò per molti giovani il "low cost" potrebbe diventare una condizione permanente di vita.

Carlo Gambescia