Visualizzazione dei post in ordine di data per la query romanzo criminale. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query romanzo criminale. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

lunedì 3 agosto 2026

Albania, Rwanda, Uganda. L’Europa e la politica dell’altrove

 


C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’ultima proposta del governo Meloni: immaginare nuovi centri di rimpatrio in Uganda e Rwanda, dopo l’esperimento albanese. Non tanto per la fattibilità del progetto – tutta da verificare – quanto per ciò che esso rivela sul piano simbolico.

Le idee politiche, infatti, sono spesso più importanti delle politiche stesse.

Da qualche anno, con l’avanzata della destre, e soprattutto ora, dopo il “romanzo criminale” di Ceuta, l’Europa sembra avere scoperto una nuova geografia morale. I migranti non devono più essere accolti, identificati, integrati o eventualmente rimpatriati secondo le procedure ordinarie. Devono essere spostati. Sempre più lontano. Prima in Albania. Poi in Rwanda. Ora si parla di Uganda.



Come se il problema potesse essere risolto semplicemente cambiando continente.

È quella che potremmo definire la politica dell’altrove: la convinzione che basti allontanare un problema perché esso cessi di esistere.

Un’idea apparentemente pragmatica che, osservata da vicino, rivela una componente quasi magica: ciò che non vediamo più sembra cessare di esistere.

Naturalmente non è così.
Le migrazioni sono fenomeni sociali, economici, demografici e geopolitici. Il migrante non è un pacco postale da spedire in un altro Stato. Spostare le persone non significa eliminare le cause che le hanno fatte partire, né quelle che continueranno a spingerne altre a muoversi.



Eppure questa illusione geografica esercita un fascino crescente sulla politica europea. Non a caso Giorgia Meloni rivendica di esserne l’apripista, proponendo il “modello Albania” come la nuova frontiera della politica migratoria europea. Se davvero fosse così, la questione non riguarderebbe più soltanto il governo italiano. Riguarderebbe un continente che sta progressivamente sostituendo la cultura dell’asilo con quella dell’esternalizzazione, trasformando la distanza geografica in una presunta soluzione politica.

Ed è qui che la memoria storica dovrebbe aiutarci.

Non per costruire paragoni grossolani o moralisticamente rassicuranti. Nessuna persona seria potrebbe equiparare i centri in Albania, Uganda o Rwanda ai campi di sterminio nazisti. Sarebbe un’assurdità storica e una banalizzazione del male.

Ma la storia serve anche a riconoscere la ricorrenza delle idee.



Come ha mostrato Christopher R. Browning ne Le origini della soluzione finale, nel 1940 il regime nazista riprese e sviluppò il cosiddetto Piano Madagascar, già circolante in precedenza in ambienti antisemiti europei. Esso prevedeva la deportazione di circa quattro milioni di ebrei europei nell’isola di Madagascar, trasformata in un immenso territorio di confinamento sotto amministrazione tedesca. Il progetto presupponeva però la sconfitta della Gran Bretagna e l’acquisizione del controllo della sua flotta mercantile, indispensabile per trasportare un numero così elevato di deportati. Il piano non fu mai realizzato, perché si preferirono soluzioni più radicali. Inoltre esso appartiene a un contesto storico e morale incomparabile con quello attuale (*).

Tuttavia testimonia un’idea-forza: la convinzione che un problema umano possa essere risolto trasferendo gli esseri umani altrove. Prima il Madagascar. Oggi Albania, Rwanda, Uganda.

Cambiano radicalmente i fini, i mezzi, il contesto storico e il giudizio morale. Ma resta sorprendentemente simile una certa grammatica simbolica: l’idea che l’umanità indesiderata possa essere amministrata come una questione di logistica.



Le idee hanno una storia. Sopravvivono ai regimi che le hanno generate. Si trasformano, cambiano linguaggio, trovano nuove giustificazioni, ma continuano talvolta a riprodurre la stessa struttura mentale.

Per questo non è necessario evocare il fascismo come una clava polemica. Basta ricordare che esso fu alleato del nazismo e che nel 1938 introdusse in Italia le leggi razziali. È un dato storico. Altrettanto storico è che alcune categorie di pensiero – la difesa ossessiva della comunità etnica, la paura della contaminazione, l’idea che la soluzione consista nell’allontanamento dell’altro – non sono scomparse con il 1945. Possono riemergere, in forme democratiche e giuridicamente legittime, ogni volta che la politica sostituisce l’analisi con l’ossessione identitaria.

Ed è precisamente qui che si manifesta ciò che da tempo definiamo etnodelirio.

 

L’etnodelirio non consiste soltanto nell’esagerare il problema migratorio. Consiste soprattutto nel trasformarlo nella chiave interpretativa universale della politica, fino al punto di immaginare che ogni soluzione passi attraverso l’espulsione, la separazione o l’esternalizzazione (**).


A dire il vero il dato forse più significativo è un altro.

Questa visione non appartiene più esclusivamente alla destra radicale.

L’esternalizzazione delle frontiere, gli accordi con Paesi terzi, la deterrenza come principio generale, la sicurezza elevata a criterio supremo stanno diventando il nuovo senso comune europeo. Governi conservatori, liberali e socialdemocratici, pur con intensità diverse, sembrano muoversi nella stessa direzione.



Non significa solo che abbiano tutti torto. Significa qualcosa di più interessante e, forse, di più preoccupante. Che il paradigma culturale è cambiato.

L’Europa che per decenni aveva costruito la propria legittimazione internazionale sul linguaggio dei diritti umani, dell’asilo e della protezione, cioè sul senso ideale della vittoria delle democrazie sul nazifascismo nel 1945, sta progressivamente sostituendo quel lessico con quello della deterrenza, del contenimento e della distanza.

Arretra l’umanitarismo arretra. Avanza l’ossessione securitaria.

È un cambiamento che attraversa governi, istituzioni, opinioni pubbliche e media.  Come ogni mutamento culturale, precede e orienta le decisioni politiche.

 

Le epidemie ideologiche non si riconoscono perché tutti gridano gli stessi slogan. Si riconoscono quando avversari politici diversi finiscono per parlare la stessa lingua. È allora che un’idea smette di essere un’opinione e diventa un clima culturale.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe preoccuparci: il suo carattere pre-assuntivo, il fatto cioè che preceda e prepari la pratica politica, rendendola prima pensabile e poi accettabile. Molto più dei singoli centri in Albania, Uganda o Rwanda. Perché quei centri non nascono dal nulla: sono il prodotto visibile di una trasformazione più profonda del modo in cui l’Europa immagina sé stessa e il proprio rapporto con l’altro.

Carlo Gambescia

 

(*) Christopher R. Browning, Le origini della soluzione finale, Il Saggiatorei, Milano 2007. Invece per una rapida sintesi qui:https://www.shalom.it/roma-ebraica/una-improbabile-a-terra-promessaa-b1110211/ .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/giorgia-meloni-e-letnodelirio-come.html .

sabato 1 agosto 2026

Giorgia Meloni e l'etnodelirio come tecnica di governo

 

Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per descrivere non più la realtà, ma l’immaginazione politica di chi le pronuncia. “Invasione”, “emergenza”, “assedio”, “difesa dei confini”. Da anni il lessico pubblico italiano ruota attorno a questi concetti, anche quando i fatti raccontano una storia assai più complessa.

L’ultima decisione del governo di sospendere temporaneamente il regime di libera circolazione con la Spagna nei collegamenti marittimi e aerei, in seguito agli sbarchi a Ceuta, si inserisce perfettamente in questa dinamica.

Per capirsi: La “sospensione di Schengen” è anzitutto una costruzione linguistica: sul piano giuridico si tratta della temporanea reintroduzione dei controlli alle frontiere interne, non della chiusura dei confini, come ammette perfino Giorgia Meloni. Ma la forza simbolica dell’espressione "sospensione" contribuisce a trasformare una misura amministrativa in una rappresentazione politica dell’emergenza. 

Naturalmente, nessuno nega che uno Stato abbia il diritto di controllare le proprie frontiere. Né che Schengen preveda, in circostanze eccezionali, la possibilità di reintrodurre controlli temporanei. Il problema è un altro. Ogni limitazione della libertà di circolazione dovrebbe rispondere a un principio elementare del liberalismo: quello della proporzionalità.



Ed è qui che sorgono i dubbi.

Le immagini provenienti da Ceuta mostrano migliaia di persone che tentano di raggiungere l’enclave spagnola. È una situazione seria. Ma è anche vero che molti migranti sono stati rapidamente respinti o ricondotti in territorio marocchino, mentre altri sono stati trasferiti nei centri di accoglienza spagnoli. Dov’è, allora, la minaccia concreta e immediata per l’Italia tale da giustificare una misura che coinvolge i rapporti con uno dei principali partner europei?

La risposta sembra trovarsi meno nella cronaca che nella metapolitica.



Ogni scelta di governo tende a essere giustificata attraverso un sistema di argomenti che la presenta come inevitabile, necessaria, perfino salvifica. È un processo fisiologico di razionalizzazione. Ma quando la giustificazione si allontana eccessivamente dalla realtà empirica, il rischio è quello di costruire una rappresentazione ideologica dei fatti che, a seconda della situazione storica, può assumere i caratteri di un autentico delirio ideologico, nel quale il rapporto con i fatti si spezza e ogni evento viene piegato a confermare una narrazione precostituita.

Detto altrimenti, può assumere i tratti di una sorta di patologia della percezione politica – in senso metaforico non clinico – nella quale il principio di realtà viene progressivamente sostituito dal principio di conferma ideologica. A quel punto i fatti non servono più a comprendere il mondo, ma soltanto a legittimare decisioni già prese. L’enfasi sulla “minaccia” non deriva tanto dalla consistenza empirica dell’evento quanto dalla necessità metapolitica di alimentare la distinzione amico-nemico e di legittimare politiche eccezionali.

È ciò che potremmo chiamare etnodelirio.

Non si tratta semplicemente di xenofobia, né soltanto di nazionalismo. L’etnodelirio consiste nella tendenza a interpretare qualsiasi fenomeno migratorio come una minaccia esistenziale all’identità della comunità nazionale. La sicurezza smette di essere una questione amministrativa e diventa una categoria simbolica. Il migrante non è più una persona che attraversa una frontiera, ma il segno tangibile di una presunta dissoluzione della civiltà.

Come accennavamo è  in questo quadro che anche una misura temporanea assume un significato politico molto più ampio del suo contenuto tecnico.




Per rafforzare la coesione interna è necessario rendere permanente la percezione di una minaccia esterna. Cioè serve un nemico. Non importa tanto la consistenza oggettiva del pericolo. Conta la sua rappresentazione. La politica, da questo punto di vista, produce molta più sicurezza percepita che sicurezza reale.

Torniamo così al punto iniziale. Il linguaggio si fa sempre più drammatico: “difendere i confini”, “proteggere la Nazione”, “fermare i trafficanti”. Espressioni che nessuno contesterebbe in astratto, ma che finiscono per fondere fenomeni profondamente diversi — immigrazione, criminalità organizzata, terrorismo, identità nazionale — in un unico romanzo criminale, emotivamente potente.

Si può parlare di effetto compositivo: una successione di episodi relativamente circoscritti e non legati tra di loro, che, attraverso la loro continua ripetizione comunicativa, costruisce nell’opinione pubblica l’impressione di vivere in uno stato di emergenza permanente.





La cittadinanza tende così a trasformarsi in folla. E, come osservava Gustave Le Bon, la folla non ragiona: reagisce per suggestione, amplifica le emozioni, cerca simboli e capi da acclamare o da demonizzare. E, per riprendere il titolo di un noto libro sulla Germania nazista, finisce per vivere nella condizione in cui “tutti gridavano: Heil! Heil!”: non perché la storia si ripeta, ma perché la psicologia delle masse conserva sorprendenti regolarità.

Così però la politica smette di governare gli eventi e comincia a governare le percezioni emotive della realtà: la folla non ragiona, reagisce; non valuta, si contagia; non cerca la verità, ma conferme alle proprie paure.

 


Il paradosso è che uno dei pilastri della costruzione europea, la libertà di circolazione, viene presentato come un lusso da sospendere non appena l’opinione pubblica manifesta inquietudine. In questo modo il principio liberale si trasforma in una concessione revocabile, subordinata alle oscillazioni del consenso.

È una dinamica che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto. Perché le libertà non vengono quasi mai abolite di colpo. Come ci capita spesso di osservare, vengono gradualmente ridimensionate: ogni volta per una ragione apparentemente convincente; ogni volta, “solo temporaneamente”; ogni volta, “per motivi di sicurezza”.



L’etnodelirio non consiste dunque nel controllare una frontiera. Consiste nel fare della frontiera il centro della politica. Quando l’identità etnica o nazionale diventa il criterio dominante attraverso cui interpretare ogni problema sociale, economico o internazionale, il rischio è quello di sostituire l’analisi con la mobilitazione emotiva.

È una scorciatoia che produce consenso. Ma raramente produce buon governo. E, soprattutto, allontana la politica dalla sua funzione essenziale: affrontare la realtà per quella che è, non per quella che conviene rappresentare.

Carlo Gambescia

venerdì 31 luglio 2026

Ceuta. La costruzione metapolitica del nemico

 


Le immagini che arrivano da Ceuta documentano migliaia di persone che tentano di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola in Marocco. È una notizia. Ed è giusto che venga pubblicata.

Meno comprensibile è il modo in cui larga parte della stampa italiana ha scelto di raccontarla. Più che descrivere un episodio della lunga e tormentata storia delle migrazioni nel Mediterraneo, molti giornali sembrano aver trovato la conferma di una tesi già pronta: l’Europa è sotto assedio, i confini stanno cedendo, la linea dura è l’unica risposta possibile. Non è la prima volta.



Da anni il fenomeno migratorio viene presentato come una sorta di invasione permanente. Le immagini precedono i numeri, l’emozione sostituisce l’analisi e il singolo episodio diventa la prova definitiva di una teoria generale.

Naturalmente nessuno può negare che esista un problema migratorio. Sarebbe sciocco. Così come sarebbe sciocco ignorare le difficoltà delle forze di polizia chiamate a operare in situazioni spesso molto rischiose.

Il punto è un altro.

Ogni società deve confrontarsi con i fenomeni migratori. Che sono il sale della storia umana. Ma una cosa è il confronto, cioè il ragionare” (meglio se a mente fredda), altra cosa è trasformarle nella principale risorsa simbolica della politica.

È qui che nasce la nostra amarezza.



Non tanto per la propaganda della destra, che (fino a un certo punto) appartiene alla fisiologia della competizione politica, quanto per il fatto che essa sembra trovare un terreno sempre più favorevole. La sicurezza è diventata la categoria attraverso la quale si interpretano fenomeni tra loro diversissimi: immigrazione, ordine pubblico, proteste sociali, occupazioni, dissenso.

Si pensi ai No Tav. O agli ambientalisti più radicali. O a certe manifestazioni degenerare in scontri con la polizia.

Ogni volta il rischio è lo stesso: la tensione cresce, le immagini diventano spettacolo, il conflitto si radicalizza e, alla fine, il dibattito pubblico non riguarda più le ragioni del conflitto, ma soltanto la necessità di reprimerlo.

Non occorre immaginare oscure regie. La metapolitica insegna che gli effetti politici non coincidono necessariamente con le intenzioni degli attori. Talvolta è sufficiente che un clima si consolidi perché esso produca conseguenze favorevoli a chi fonda il proprio consenso sulla promessa di garantire ordine e sicurezza.



È proprio a questo punto che la cronaca lascia il posto all’analisi metapolitica. Perché ciò che osserviamo a Ceuta non è un fatto isolato, ma l’espressione di regolarità che ritornano, indipendentemente dagli attori e dalle epoche storiche.

Nel Trattato di metapolitica abbiamo individuato due regolarità che aiutano a comprendere fenomeni come quello di Ceuta. La prima è la persistenza della dinamica politica amico-nemico. Ogni potere, in misura diversa, tende a delimitare un “noi” e un “loro”, trasformando differenze e conflitti in appartenenze contrapposte.

Oggi il migrante diventa il principale candidato a incarnare il ruolo del “nemico pubblico”, non necessariamente perché rappresenti il problema più grave, ma perché svolge efficacemente una funzione simbolica di coesione politica.

La seconda regolarità è la persistenza della razionalizzazione, o giustificazione ideologica, dei fenomeni politici. Una volta individuato il nemico, occorre spiegare perché esso rappresenti una minaccia e perché determinate politiche — chiusura delle frontiere, inasprimento delle norme, ricorso permanente all’emergenza — siano non solo opportune, ma inevitabili. Le immagini di Ceuta entrano così in una specie di romanzo criminale che non descrive semplicemente i fatti: li organizza, li seleziona e li interpreta in modo da confermare una precisa visione del mondo.



In altre parole, la regolarità amico-nemico fornisce la materia prima della mobilitazione politica; la razionalizzazione ideologica la trasforma in consenso. È questo passaggio che consente alla propaganda di apparire come semplice buon senso.

Il problema, però, è ancora più profondo.

Quando questa razionalizzazione ideologica diventa il linguaggio comune anche di chi dovrebbe contrastarla, la vittoria culturale è già stata ottenuta. La discussione non riguarda più quale politica migratoria sia più efficace o più compatibile con i principi liberali. Si discute soltanto di quale grado di severità adottare. 

Ed è forse questo il segno più evidente del tempo che stiamo vivendo.

Non tanto il successo elettorale della destra, che, come detto, può appartenere all’alternanza democratica, quanto la progressiva egemonia di un lessico politico nel quale libertà, pluralismo e garantismo sembrano dover continuamente giustificare la propria esistenza, mentre sicurezza, emergenza ed eccezione vengono percepite come categorie naturali.


È una trasformazione culturale prima ancora che politica. Di qui, come dicevamo prima, la nostra amarezza. 

Ed è per questo che le immagini di Ceuta dovrebbero preoccuparci non soltanto per ciò che mostrano, ma soprattutto per il modo in cui vengono utilizzate.

Perché la propaganda più efficace non è quella che convince tutti. 

È quella che riesce a far sì che anche i suoi avversari finiscano per discutere il mondo usando le sue stesse parole.

Carlo Gambescia

martedì 21 luglio 2026

La guerra civile delle parole

 


Ci sono titoli che informano. E ci sono titoli che arruolano.

Quello pubblicato oggi da “La Verità” appartiene senza dubbio alla seconda categoria: “L’Italia sta con Roggero. La sinistra sta con Fakir”. E risparmio ai lettori i titoli degli altri giornali di destra, in linea, o quasi, con quello del quotidiano diretto da Belpietro.

A questo tipo di giornalismo, ma il discorso potrebbe essere esteso ai social, non interessa stabilire chi abbia ragione. Non interessa distinguere vicende profondamente diverse. Non interessa attendere il lavoro della magistratura. L’obiettivo è un altro: dividere il Paese in due campi contrapposti.

È una tecnica politica antica quanto la politica stessa. Una vera e propria regolarità metapolitica: prima si costruiscono due identità incompatibili; poi si convince ciascuna che l’altra rappresenti una minaccia esistenziale. Da quel momento ogni mediazione appare come un tradimento.

Non è più il confronto tra idee. È la sostituzione del giudizio con l’appartenenza.



Roggero e Fakir diventano così due simboli. Il primo dell’Italia che avrebbe il diritto di farsi giustizia da sé. Il secondo dell’Italia che, in linea con il romanzo criminale della destra, difenderebbe sempre e comunque il delinquente contro le forze dell’ordine.

Ma le cose non stanno così.

Si può ritenere che Mario Roggero abbia diritto a tutte le garanzie dello Stato di diritto senza trasformarlo in un eroe nazionale. E si può chiedere che sia fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir senza per questo giustificare i suoi eventuali comportamenti precedenti.

È precisamente questa la differenza tra una democrazia liberale e una democrazia plebiscitaria.

Verso la quale, purtroppo, ci stiamo incamminando, un giorno dopo l’altro. Sembra di rivivere l’atmosfera dell’Europa dopo la Prima guerra mondiale, quando la politica smise progressivamente di essere competizione fra avversari per trasformarsi in lotta contro nemici. Allora vinsero i fascismi. E oggi, non solo in Italia, riemergono culture politiche che di quei fascismi conservano il culto dell’appartenenza, del nemico e della mobilitazione permanente. Una prospettiva inquietante.



Lo Stato di diritto non distribuisce assoluzioni o condanne in base alla simpatia che suscitano le persone coinvolte. Giudica i fatti. Tutti i fatti. E li giudica secondo la legge.

La nuova comunicazione populista, con un inquietante passato alle spalle (in ogni fascismo c’è una forte componente populista), ha bisogno di abolire le sfumature. Ogni vicenda deve essere ridotta a uno scontro tra amici e nemici. Chi chiede prudenza diventa un complice. Chi invoca il diritto viene dipinto come un ingenuo. Chi pretende che sia un giudice, e non un titolo di giornale, a stabilire le responsabilità viene accusato di stare dalla parte sbagliata.

È un meccanismo che produce consenso nel breve periodo, ma avvelena il tessuto civile.

Perché, poco alla volta, convince i cittadini che non esistano più istituzioni comuni, bensì soltanto tifoserie contrapposte. Non esistono magistrati, ma giudici «dei nostri» o «dei loro». Non esistono poliziotti che servono la Repubblica, ma poliziotti da usare come argomento politico. Non esistono cittadini uguali davanti alla legge, ma categorie di persone cui applicare diritti diversi.



La conseguenza è una sorta di guerra civile simbolica (per ora): non si combatte con le armi, ma con le parole, con le immagini, con i titoli. Tuttavia ogni guerra civile, prima di diventare materiale, nasce quasi sempre da una progressiva disumanizzazione dell’avversario.

Per questo il problema non è soltanto un titolo di giornale. O gli spropositi dei social. Il problema è la cultura politica che quei titoli, quei post e quei commenti esprimono. Una cultura che non cerca di persuadere, ma di mobilitare; non di comprendere, ma di dividere.

I liberali dovrebbero essere i primi a respingere questa deriva, da qualunque parte provenga. Perché la libertà non muore soltanto quando lo Stato diventa autoritario. Muore anche quando una società smette di riconoscersi in un diritto comune e si divide definitivamente in tribù politiche incapaci di considerarsi ancora parte della stessa comunità civile.

Carlo Gambescia

lunedì 13 luglio 2026

L’anti-Antifa. Trump e la “fabbrica” del nuovo nemico

 


Il titolo de “il Giornale” ha natura simbolica: “La sinistra difende i terroristi rossi”.

Non è soltanto un titolo. È una dichiarazione ideologica. Segnala che qualcosa è cambiato nel modo in cui una parte della destra interpreta il conflitto politico.

L’occasione è il vertice internazionale convocato dall’amministrazione Trump contro la violenza attribuita alle reti Antifa, al quale parteciperà anche l’Italia, non sappiamo ancora a quale livello. Ma al di là di questo aspetto si tratta di una scelta prevedibile ma non per questo priva di precise implicazioni politiche e culturali. Come del resto sono scontate le critiche della sinistra. Che va detto, almeno in questa occasione, vede lungo.

Sia chiaro. Nessun liberale può provare simpatia per la violenza politica. Se gruppi che si richiamano ad Antifa commettono aggressioni, devastazioni o intimidazioni, devono essere perseguiti come qualsiasi altra organizzazione violenta. La legge non conosce colori politici.

Il problema nasce quando la repressione dei reati lascia il posto alla costruzione di una categoria politica.

“Antifa” non è un’organizzazione internazionale unitaria come lo furono le Brigate Rosse o la RAF. Qui i giustificati rilievi della sinistra. Siamo davanti a una galassia composita, spesso informale, che comprende realtà molto diverse tra loro. Trasformarla nel nuovo grande nemico dell’Occidente significa compiere un’operazione che è prima di tutto simbolica.



Ed è qui che il titolo de “il Giornale” diventa interessante.

Dire che “la sinistra difende i terroristi rossi” non significa descrivere una posizione politica. Significa attribuire all’avversario una complicità morale con il terrorismo. È un salto logico che cancella ogni distinzione tra chi critica un’iniziativa governativa e chi giustifica la violenza.

È una tecnica retorica ben nota. Si prende una parte per il tutto e, subito dopo, si ricorre alla colpevolezza per estensione. Così alcuni gruppi violenti finiscono per rappresentare l’intero universo Antifa e chiunque critichi il vertice viene sospinto, almeno sul piano simbolico, nel campo dei “terroristi rossi”. La discussione sulle idee lascia il posto alla delegittimazione morale dell’avversario.

Si tratta di una sequenza di fallacie argomentative molto efficace sul piano della razionalizzazione (o giustificazione) politica. Perché, nel quadro di una democrazia emotiva, si preferisce parlare alla pancia dell’elettore e non alla sua ragione. Quindi, per dirla alla buona, tutto fa brodo.



Naturalmente il paragone con il maccartismo va usato con prudenza. Gli Stati Uniti del 2026 non sono quelli degli anni Cinquanta, segnati da una Guerra Fredda in atto. Inoltre, per ora nessuno viene trascinato davanti a una commissione parlamentare perché sospettato di simpatie comuniste.

Eppure una somiglianza esiste.

Anche allora il problema non era soltanto la presenza di un pericolo reale. Il problema era la tendenza a dilatare quel pericolo fino a trasformarlo in una categoria politica sempre più ampia, capace di inglobare dissenso, critica e non conformismo.

Oggi il rischio è analogo. Ma qui occorre evitare una falsa simmetria.

L’antifascismo non nasce come un’ideologia qualsiasi. Nasce dalla sconfitta di regimi che avevano abolito le libertà, distrutto lo Stato di diritto e precipitato il mondo nella guerra. È figlio della vittoria delle democrazie liberali nel 1945. Che poi, soprattutto in Europa, una parte della sinistra se ne sia appropriata fino a trasformarlo talvolta in una rendita morale permanente è un’altra questione. Le sue radici storiche restano profondamente liberali.

L’Antifa è invece una galassia diversa. Spesso confusa, talvolta settaria, non di rado violenta. Ma sarebbe un errore liquidarla come semplice criminalità politica.



Vi è anche una componente di inquietudine, perfino di disagio, diremmo disperazione. Una parte di quei giovani è convinta che alcune destre contemporanee rappresentino una minaccia crescente per il costituzionalismo liberale, per l’equilibrio dei poteri, per il pluralismo democratico. La loro risposta è frequentemente sbagliata. Talvolta è persino controproducente. Ma ciò non significa che la domanda da cui nasce sia priva di fondamento.

L’errore dell’Antifa non consiste necessariamente nell’aver inventato un problema. Consiste piuttosto nel credere che lo si possa affrontare sostituendo la forza del diritto con il diritto della forza.

È qui che il vertice promosso da Trump assume un significato che va oltre la sicurezza.

Non si tratta soltanto di coordinare il contrasto alla violenza politica. Si cerca anche di costruire un nuovo linguaggio morale dell’Occidente, nel quale l’anti-Antifa diventi il cemento simbolico delle destre che intendono riscrivere la memoria politica del dopoguerra, così come per decenni l’antifascismo è stato giustamente uno dei riferimenti morali delle democrazie liberali europee.

Ma le due cose non stanno sullo stesso piano.

L’antifascismo nasce dalla sconfitta di un regime criminale. L’anti-Antifa rischia invece di trasformarsi in una categoria elastica, capace di delegittimare non soltanto chi pratica la violenza, ma anche chi denuncia derive autoritarie, chi teme il rafforzamento di movimenti illiberali, chi continua a considerare il fascismo non un’opinione tra le altre, bensì una negazione della democrazia.

Per un liberale il punto resta sempre lo stesso.

La violenza politica va combattuta senza esitazioni, da qualunque parte provenga. E nessuna società liberale può essere tollerante con chi usa la violenza per distruggere le libertà che quella stessa società garantisce.

Ma proprio per questo occorre distinguere. Una democrazia liberale non si difende costruendo nemici assoluti, né trasformando fenomeni complessi in categorie morali destinate a dividere il campo liberale tra amici e nemici. Si difende applicando la legge ai comportamenti, non criminalizzando le identità politiche.

Il paradosso del nostro tempo è che coloro che oggi si proclamano difensori dell’Occidente rischiano talvolta di indebolire proprio ciò che dicono di voler proteggere: il pluralismo, il dissenso, la separazione dei poteri, il principio che nessun governo possiede il monopolio della virtù.

Gli Antifa violenti rappresentano un problema reale quando scelgono la strada dell’intimidazione e della forza. Ma l’anti-Antifa, quando diventa una categoria politica permanente, può rivelarsi un pericolo ancora maggiore: perché non combatte soltanto chi infrange la legge, ma tende a definire come nemico chiunque metta in discussione il suo romanzo criminale sull’Antifa.

Qui sta il vero punto della questione.

Carlo Gambescia

sabato 25 aprile 2026

Antropologia del 25 aprile

 


In teoria, dopo ottantun anni, il 25 aprile dovrebbe essere una festa civile pacificata. Attenzione: pacificata non significa neutralizzata, né tantomeno riconciliata col fascismo. Alla La Russa & Co., per capirsi.

Non significa indulgenza verso la dittatura, né pietà politica per i suoi protagonisti, molti dei quali finirono come spesso finiscono i dittatori: travolti dalla violenza che avevano alimentato. Significa qualcosa di più semplice e più profondo: che una democrazia matura dovrebbe aver interiorizzato senza residui il giorno della propria liberazione. 

Una festa comune, insomma, non perché tutti abbiano ragione, ma perché su alcune cose — la libertà meglio della dittatura, lo Stato di diritto meglio dell’arbitrio — non si dovrebbe più discutere.

In Italia, la Festa della Liberazione continua invece a essere percepita da una parte non piccola degli italiani come una ricorrenza divisiva.

 


Il dato è interessante proprio perché appare contraddittorio. Secondo un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, solo il 58% degli italiani dichiara di sentirsi davvero coinvolto dalle festività civili come il 25 aprile e il 2 giugno: il restante 42% si colloca in una zona di tiepidezza, distanza o disinteresse. E un’altra rilevazione di YouTrend mostra che, se il 60% degli italiani respinge l’idea che il 25 aprile sia una festa divisiva, resta pur sempre un 30% che la considera tale, una quota troppo ampia per essere liquidata come marginale. 

Il paradosso è tutto qui: la maggioranza riconosce il valore storico della Liberazione, ma una minoranza robusta continua a viverla come una data politicamente marcata, quasi “di parte” (*).

Del resto il Censis descrive da anni una società italiana sempre più frammentata, individualizzata in senso familistico, sfiduciata, meno capace di riconoscersi in simboli comuni. Una società che vive nel presente “corto”, nel qui e ora, nella fatica di trasformare il passato in memoria condivisa. In un paese così, anche le feste civili si raffreddano. Restano nel calendario, ma perdono temperatura morale. Non vengono negate. Vengono svuotate (**).



Qui il problema non è storico. È antropologico.

Pertanto c’è un primo fattore più generale, però quasi universale: la memoria corta degli uomini. Il passato è duro da coltivare.

La memoria è un lavoro; l’oblio, invece, è spontaneo. Le società dimenticano perfino i propri traumi maggiori, e spesso lo fanno con sorprendente rapidità.

Dopo le Rivoluzioni inglesi del Seicento, che avevano decapitato un re, pensionato un altro e ridefinito i rapporti tra sovranità e legge, l’Inghilterra ritrovò presto la via della normalizzazione monarchica: il trauma si fece istituzione, poi abitudine. Dopo la Rivoluzione francese, che aveva abbattuto troni, aristocrazie e certezze secolari, la Francia si consegnò in pochi anni al mito di Napoleone Bonaparte: la rivoluzione divorata dalla gloria imperiale, la libertà trasfigurata in potenza.

Perfino il Terrore fu rapidamente assorbito nel grande romanzo (per alcuni criminale) napoleonico. E lo stesso vale per il Novecento: dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa ricostruì e dimenticò quasi alla stessa velocità; le guerre balcaniche, che negli anni Novanta sembravano il ritorno della guerra civile nel cuore del continente, sono già oggi archeologia emotiva (Ucraina a parte). La stessa pandemia del 2020 è stata archiviata con una rapidità quasi brutale. La memoria costa fatica. L’oblio, al contrario, è sempre a buon mercato. 

Ma in Italia questo processo si intreccia con una storia politica specifica.

 


L’Italia non è soltanto un paese che ha conosciuto il fascismo. È il paese che lo ha inventato. Benito Mussolini non è stato una parentesi aliena: non è venuto da Marte, ma un prodotto politico nazionale, nato dentro la nostra storia, la nostra cultura politica, le nostre classi dirigenti, perfino dentro le nostre paure collettive. Questo conta. Perché significa che il fascismo, per l’Italia, non è mai stato solo il male dell’altro: è stato anche, per molti anni, il male di casa.


Ed è qui che il 25 aprile si complica: celebra una liberazione dalla dittatura, certo, ma celebra anche una sconfitta interna. Non solo la fine di un regime, ma la sconfitta di una parte del paese che in quel regime, sbagliando, aveva creduto, per paura, abitudine, opportunismo, convinzione. Gli uomini sono fatti così.

Dentro questa lunga ombra si colloca anche il presente. Fratelli d’Italia non nasce nel vuoto pneumatico, ma dentro una genealogia politica che passa attraverso il Movimento Sociale Italiano. Questa continuità non implica identità piena col fascismo storico, ma implica una eredità simbolica mai recisa del tutto. Ed è significativo che proprio questa area politica governi oggi il paese: non perché abbia restaurato il fascismo, anche se la venatura autoritaria del governo Meloni non può assolutamente essere presa sottogamba, ma perché testimonia che una parte rilevante dell’Italia non sente più quel passato come una frattura morale assoluta.

O più probabilmente non l’ha mai sentita. E nel tempo questa eredità si è ingrossata.



Ma c’è anche una responsabilità opposta, e riguarda la sinistra. Per anni ha difeso giustamente la nostra Costituzione come Carta antifascista. Verissimo. Ma una costituzione non sta in piedi solo perché è antifascista. Una costituzione vive perché istituisce un ordine politico e giuridico: limita il potere, separa i poteri, garantisce diritti, costruisce lo Stato di diritto. La nostra regge anche per questo. Le costituzioni moderne non nascono dall’antifascismo, ma da una lunga tradizione liberale europea, poi integrata e trasformata dalle culture democratiche del Novecento. Se si racconta la libertà solo come liberazione dal fascismo, e non anche come edificazione storica di un ordine liberale, si lascia scoperto il fondamento. E in questo senso la Costituzione è prima di tutto un concetto. Liberale. Ovviamente non astratto, perché si incarna in precise istituzioni.

E allora nasce la domanda più scomoda: perché in Italia il fascismo è ricordato come male assoluto, ma il liberalismo fatica ancora a essere riconosciuto come bene necessario?

 


Forse è qui il nodo dell’antropologia italiana. Una memoria corta, una genealogia nazionale irrisolta, una pedagogia politica incompleta. Il risultato è che il 25 aprile continua a essere sentito come divisivo, quando non dovrebbe esserlo affatto. Perché liberarsi da una dittatura non divide: libera. Ma gli uomini, e gli italiani forse un po’ più degli altri, hanno uno strano talento per dimenticare perfino ciò che li ha salvati.

Carlo Gambescia

(*) Qui (2023): https://www.corriere.it/politica/23_maggio_07/sondaggio-25-aprile-2-giugno-dividono-italiani-solo-58percento-si-sente-coinvolto-705316aa-ecf9-11ed-ba41-36c5c16312cc.shtml ; https://www.tpi.it/sondaggi/sondaggi-politici-elettorali-oggi-25-aprile-2023-202304251004715/ .
 

(**) Da ultimo, si veda il Rapporto 2025: https://www.censis.it/evento/59-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese-2025/

martedì 21 aprile 2026

“Apologia di reato” (contro l’umanità). Il “Secolo d’Italia” e la propaganda della “pericolosità”: quando la sicurezza diventa un alibi

 


C’è un punto in cui il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a costruirla. La prima pagina del “Secolo d’Italia” sta esattamente lì: non informa, ma produce un romanzo criminale, assorbendo una retorica dell’intransigenza verso il migrante. E lo fa attraverso una parola chiave – “altissima pericolosità sociale” – che sembra tecnica, neutra, quasi scientifica. E invece non lo è.

Nel diritto, la pericolosità sociale è una categoria precisa, circoscritta, sottoposta a criteri e verifiche. Qui invece diventa un’etichetta indistinta, buona per tutto: una formula che trasforma persone concrete in una massa astratta e minacciosa. Ma chi sono, esattamente, questi soggetti rinchiusi nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Gjader, in Albania? Quali reati hanno commesso? Con quali sentenze definitive? Su questo, il titolo tace. E il silenzio, in questi casi, non è una dimenticanza: è una scelta.



Perché dire “pericolosi” senza specificare significa spostare il discorso dal diritto alla percezione. Non conta più ciò che è accertato, ma ciò che è suggerito. È un meccanismo antico: si costruisce una categoria vaga, la si carica emotivamente, e la si usa per legittimare politiche eccezionali.

Attenzione: il dato delle “536 persone transitate” è cumulativo e non descrive la realtà effettiva del centro di Gjader: i monitoraggi indipendenti indicano numeri molto più contenuti, con presenze nell’ordine di poche decine e picchi intorno alle 90 unità. Si tratta inoltre di trasferimenti dai CPR italiani, caratterizzati da elevato ricambio e frequenti rientri in Italia per mancanza di base legale o per condizioni di vulnerabilità. Più che un modello consolidato, emerge dunque una struttura limitata nei numeri e ancora controversa sul piano giuridico e dei diritti fondamentali. (*)

Di più: si potrebbe parlare, in senso critico e non letterale, di una forma di “normalizzazione dell’eccezione”. Non si celebra un illecito codificato, ma qualcosa di più sottile: la progressiva accettazione dell’idea che lo svilimento delle garanzie fondamentali della persona migrante — dal diritto alla libertà personale (attraverso la detenzione amministrativa), al diritto di difesa effettiva, fino al diritto d’asilo e al principio di non-respingimento — possa essere considerata un esito funzionale del sistema. In questo quadro, ciò che dovrebbe costituire un limite giuridico diventa un ostacolo gestionale, e la sua riduzione finisce per essere rivendicata come successo politico.



Il messaggio è: funziona. Il centro è operativo, le procedure vanno avanti, i rimpatri si fanno. Fine della discussione. Ma “funzionare” rispetto a cosa? Se il parametro è la riduzione delle garanzie, la detenzione amministrativa esternalizzata, l’allontanamento fisico e simbolico dal territorio nazionale, allora sì: funziona. Ma è esattamente qui che il discorso diventa problematico, perché trasforma una questione di diritti fondamentali in una questione di efficienza.

Inciso: lo stesso problema si è visto, in forme estreme, quando la razionalizzazione amministrativa della “gestione del nemico” diventa sistema. Per comprenderne la logica profonda — senza forzature e senza equivalenze improprie — può essere utile guardare a rappresentazioni limite del Novecento.

Ad esempio, il film “La zona di interesse” (2023) mostra proprio la coesistenza tra normalità quotidiana e dispositivo di annientamento, mentre figure storiche come Rudolf Höß, suo protagonista, realmente esistito, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, ricordano quanto la burocratizzazione dell’“indesiderabile” possa produrre effetti radicali quando si svincola da ogni argine giuridico e morale.

Il punto non è stabilire analogie dirette, ma cogliere una continuità di logiche: quando il diritto smette di essere limite e diventa strumento puro di gestione, il rischio di deriva è strutturale.



Ed è difficile non vedere certa “disinvoltura” – a voler essere indulgenti – sul piano etico-politico nel rivendicare come successo ciò che, da un altro punto di vista, appare come una progressiva cancellazione delle garanzie. Non si tratta di stabilire equivalenze storiche, ma di riconoscere una continuità di mentalità: l’idea che il soggetto “problematico” possa essere neutralizzato attraverso dispositivi giuridici eccezionali è un tratto che attraversa anche le esperienze illiberali del Novecento, pur in contesti profondamente diversi.

Il passaggio più rivelatore non è nemmeno nel merito, ma nel tono: “smentite le sinistre”. Ecco il vero cuore del titolo. Non importa cosa accade nel centro, ma chi vince: il premio va alla migliore (si fa per dire) “scenggiatura”. Il che, altro inciso, dovrebbe suggerire alle sinistra di battere sull’etica dei principi piuttosto che su quella dei mezzi. Rradotto: si gettano al vento i soldi dei cittadini, eccetera, eccetera. Il che non è falso, ma non è il nodo della questione.

Un problema complesso — diritto d’asilo, detenzione amministrativa, standard europei — viene ridotto a uno scontro ideologico fra tifoserie opposte: destra contro sinistra. La logica è binaria, semplificata, perfetta per la mobilitazione identitaria. Ma devastante per la qualità del dibattito pubblico.

Perché quando tutto diventa scontro, sparisce la domanda più scomoda: è giusto?



C’è inoltre un altro passaggio, meno esplicito ma decisivo: il richiamo implicito all’Europa. Per anni il mantra è stato “ce lo chiede l’Europa” come vincolo esterno. Ora il meccanismo si ribalta: l’Europa diventa il campo in cui esportare modelli restrittivi, quasi a dire “dovrebbero farlo tutti”.

È un rovesciamento interessante: da limite a legittimazione. Ma anche qui il rischio è evidente. L’Europa dei diritti viene reinterpretata come Europa della sicurezza, e il confine tra le due cose si fa sempre più sottile.

In questo quadro si inserisce anche il decreto sicurezza “stoppato” dal Presidente Mattarella. La norma, fortemente problematica sul piano etico e giuridico, che prevedeva incentivi economici agli avvocati per favorire l’accettazione del rimpatrio, sollevava un problema evidente: non solo giuridico, ma etico.

Perché introduceva un elemento di distorsione nel rapporto fiduciario tra difensore e assistito. Tradotto: il rischio che l’interesse del cliente fosse contaminato da un incentivo esterno. Chiamarla “norma corruttiva” è forte, ma il punto resta: si stava scivolando su un terreno di alterazione strutturale delle garanzie difensive. Un tozzo di pane gettato ai giovani avvocati, abbigliati, talvolta e non tutti, da immobiliaristi dei diritto.



Alla radice di tutto questo c’è una rappresentazione precisa: il migrante come corpo estraneo, da gestire più che da integrare. Non necessariamente dichiarata in termini espliciti, ma operativa nelle politiche.

L’esternalizzazione dei centri, la retorica della pericolosità, la riduzione delle garanzie: tutto converge verso un obiettivo implicito: rendere il problema lontano dallo sguardo pubblico. Non solo fuori dal territorio, ma fuori dall’orizzonte simbolico. In una parola: rendere il migrante invisibile.

Si potrebbe obiettare: chi legge il “Secolo d’Italia?” Pochi aficionados, certo. Però non è questo il punto.



Il punto è che quel linguaggio non resta confinato lì. Filtra, si diffonde, si normalizza. Diventa senso comune. E quando certe categorie — “pericolosità”, “efficienza”, “sicurezza” — si stabilizzano, smettono di essere interrogate.

E a quel punto hanno già vinto. Con il consenso degli italiani. E si può essere contro la volontà del popolo sovrano?

Carlo Gambescia

(*) Si vedano i monitoraggi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Albania: detenzione e monitoraggio indipendente, disponibili su https://www.asgi.it/allontamento-espulsione/albania-detenzione-monitoraggio-ravolo-asilo-immigrazione/, nonché i report e le analisi dell’European Council on Refugees and Exiles (ECRE), consultabili su https://ecre.org, che evidenziano criticità giuridiche e operative del sistema di esternalizzazione dei centri di trattenimento.