martedì 5 maggio 2020

Coronavirus e diritti
“Per non gravare sulla sanità pubblica...”

Se esiste  un’espressione che riassume  tutti i limiti, anzi  diremmo l’impotenza dello statalismo è quella più volta usata in questi mesi. Quale?  Di non infettarsi “per non gravare sulla sanità pubblica” e  poter così  essere curati bene - ecco il veleno socialista -  dal  Servizio Sanitario Nazionale.
Si noti la contraddizione: per un verso si pontifica a proposito di  un diritto universale alla salute, per l’altro lo si collega a una struttura pubblica che però  "cura bene" gli ammalati imponendo il  numero chiuso.
Ci spieghiamo meglio. Lo Stato non può non prendere atto -  certo ufficiosamente -  dell’impossibilità per ragioni oggettive  di bilancio e  funzionalità  di poter curare tutti e bene,  ma al tempo stesso non vuole essere accusato, ufficialmente,  di mancare al suo impegno sociale sulla difesa dei grandi principi, sui quali si regge il consenso al welfarismo,   come per l’appunto, il diritto alla salute.
Di conseguenza lo stato, consapevole di mentire,  è  costretto a nascondersi dietro il   numero chiuso e le graduatorie in base alla rilevanza sociale ed economica delle malattie e dei malati. Il che però, sia detto per inciso, annulla o mitiga notevolmente la proclamata natura universalistica del diritto alla salute, che, proprio perché patrimonio di tutti, non dovrebbe ammettere eccezioni e distinzioni  tra poveri e ricchi, tra malati gravi e malati meno gravi.
Sono nodi che non possono non venire al pettine nelle situazioni di emergenza.  Che  inevitabilmente amplificano la natura contraddittoria di un diritto alla salute  implementato dallo stato fino al paradosso di dover adottare misure liberticide per garantire il diritto alla salute, presentato come il punto più alto della libertà dell’uomo. 
Tra l’altro, il diritto alla salute, pur di giustificare i provvedimenti liberticidi, viene trasformato dallo stato,  in “obbligo” alla salute, in "dovere" insomma.  Un "dovere" dal quale lo stato, in primis, non può esimersi.  E in che modo?   Addirittura limitando, se e quando necessario, la libertà, bene minore, rispetto alla salute, bene maggiore.
Un tratto quest’ultimo tipico del welfarismo, e di ogni altra forma di statalismo, che pretende di sapere ciò che sia bene per ogni singolo cittadino.

Si dirà: ma lo stato, potrebbe investire di più nella sanità, eccetera, eccetera. In realtà,  gli esperimenti socialisti e  welfaristi provano  che  il Servizio Sanitario Nazionale  è fonte di sprechi, burocratismi,  corruzione, nonché di  numerosi casi di malasanità. I suoi difensori, di regola, lo  oppongono ai sistemi privati,  come ad esempio quello americano. Al di là dei dati effettivi, può darsi che i sistemi pubblici, a parità di funzionamento con quelli privati,  siano più inclusivi.  
Ma l’inclusività è sinonimo, come  abbiamo visto,  di illibertà. Nei sistemi welfaristi, il diritto alla salute, pur non potendo essere soddisfatto per ragioni oggettive, si trasforma nel "dovere" di essere sani, consentendo allo stato di privare i cittadini della libertà.  
Pertanto la scelta di fondo  resta quella  tra inclusività, che non significa protezione assoluta dalle malattie,  e libertà,  senza la quale i diritti possono però essere  limitati, persino in modo assoluto.


Carlo Gambescia