giovedì 25 giugno 2015

Il libro della settimana: Michel Mikaelian, Haigaz chiamava: “Mikael… Mikael...”. Armenia 1915. Una testimonianza, a cura di Alessandro Litta Modignani, postfazione di David Meghnagi, Libri Liberi, Firenze 2015, pp. 100, Euro 16,00. 

http://www.libriliberi.com/shop/psicologia-e-societa/haigaz-chiamava-mikael-mikael/



Il dolore non è comunicabile. È un fatto interiore,  addirittura  intimo, concerne l'Io profondo. come del resto asserisce  la psicologia.  E  quando  avviene  l’esteriorizzazione, l’Altro  tende a tradurre la "rappresentazione" dell'altrui dolore nel linguaggio della propria esistenza: del proprio dolore, come sforzo di "volontà".  Di qui, giudizi, raffronti, gerarchie  o se si preferisce  graduatorie e classifiche...   Gli uomini,  al di là della mitizzata equazione giuridica moderna,  mostrano  di apprezzare   la diseguaglianza  perfino  quando affondano i denti  in  ciò  che Gadda  chiamava -  non sappiamo però quanto sul serio -  la cognizione del dolore.
Qualche lettore  si  chiederà perché il  giro di parole.  Per una ragione molto semplice: l'avvincente testimonianza di Michel  Mikaelian, “Mikael… Mikael...”. Armenia 1915 ( Libri Liberi) fa  riflettere  su quanto quel grido disperato (“Mikael… Mikael...”) del fratellino di Michel, il piccolo Haigaz, due anni, lasciato indietro, solo,  a morire (  vittima di una atroce costante etnologica, che nelle diaspore inevitabilmente  penalizza i più deboli),  possa scuotere il lettore di oggi,  distratto,  ripiegato su se stesso  e, poco o punto,  interessato al  lato oscuro,  etnocidario,  del Novecento, “inaugurato”, se così si può dire,  dal genocidio turco del popolo armeno    
Alessandro Litta Modignani,  bravo curatore,  e  Davide Meghnagi, al quale si deve  la densa postfazione,  credono giustamente  nel risveglio delle coscienze. Detto altrimenti: nell' eterna  forza  di quel grido, come monito per tutti gli uomini:  mai più! E nella giustizia.  Come non essere d'accordo?   
Michel Mikaelian (1901-1984), all’epoca dei fatti  non ancora quindicenne ( poi  medico e cittadino francese con simpatie golliste, il che, per inciso, non stona...), affida  ai posteri le sue strazianti memorie. Il lettore, pagina dopo pagina,   vede cadere,  per mano dei Turchi,  uno dopo l'altro,  gli affetti più cari di Michel: genitori, zii, l'amato fratellino,  ma anche  amici e conoscenti. Un intero mondo , umano e culturale, spazzato via con un colpo di spada.  
Capiranno gli uomini e donne   di oggi  il valore archetipico della  tragedia del popolo armeno? Anticipazione delle novecentesche piramidi di morti? Difficile dire. Di una cosa, purtroppo, siamo certi: al fattore psicologico  che relativizza la sofferenza altrui, rischia di aggiungersi il fattore sociologico. Cosa vogliamo dire?  Che  il nostro è un mondo  affamato  di ciò che   cinematograficamente  viene definito “lieto fine” . E la tragedia armena dopo un secolo attende ancora la parola fine…  La Turchia tuttora  minimizza, sorvola e, se provocata,   nega e  proibisce di parlare dei Ghiavur (infedeli) massacrati nel 1915. Mentre l’Occidente  continua  a guardare  altrove, distratto da interessi strategici.  I morti armeni  non riposano in pace.  Di "lieto" non c'è nulla... E di "fine", ripetiamo,  neppure a parlarne.
Almeno quattro, i piani di lettura, di questo magnifico volume: venticinque, brevi, succosi capitoli, ben suddivisi in quattro dense parti,  più un epilogo, seguendo una scansione cronologica dal basso verso l'alto (discesa agli inferi, per mano turca, lenta risalita verso il paradiso, la Francia democratica via Libano, passando per il purgatorio curdo). Lo storico-politico:  dell’odio turco,  frutto  di  un  obliquo nazionalismo religioso, a sfondo islamista, rozzo e cieco, rivolto contro  una minoranza cristiana, colta e civile; il  sociologico: quale "messa in opera collettiva" - come da manuale -   dell’ aberrante logica etnocentrica,  volta a  cancellare  con le armi  ogni differenza; il filosofico:  della violenza che si sovrappone, distruggendola, alla cognizione ragionevole e ragionante;  il  teologico:  intorno al perché di tanto  male nel mondo. 
L’ultimo aspetto pervade in misura crescente la narrazione di fatti, è bene ripeterlo, realmente accaduti. Michel, pur credendo in un fine superiore,  si interroga incessantemente sulle misteriose  geometrie divine. Senza  mai ribellarsi: tutto accetta,  anche quando, nei momenti più bui, come si legge,   "le orecchie" di Dio sembrano sorde alle richieste di aiuto. Forza del cristianesimo? Certamente. Ma anche debolezza, come vedremo. Prima però un passo indietro.
Ci potrebbe chiedere, laicamente,  se la fede in Dio (quello dei credenti, con l'iniziale maiuscola),  può essere d’aiuto in momenti così tragici. Probabilmente, sì.  Quel difetto di comunicazione, cui accennavamo, non riguarda il dialogo tra l’uomo e Dio.  L’Assoluto è il regno dell’inclassificabile. Dio non fa graduatorie tra gli esseri umani. E  gli uomini - i credenti, ovviamente -  si inchinano ai Suoi Voleri.   Però, per l'appunto, bisogna credere.  E il troppo credere, come in qualche misura mostra  certa “passività” (forse termine  troppo forte...) degli Armeni,  finisce per  favorire il nemico e la propria (quasi) autodistruzione:   il martire cristiano non si batte.  Non muore con le armi in pugno, ma pregando Dio con gli occhi rivolti  verso il Cielo.    
Per un laico, invece,  tutto  sembra  più difficile (per non parlare di un ateo)…  O no?  A dire il vero, una volta accettata la regola laica ( forse più atea che laica...) di un uomo stretto tra il caso e la necessità, ci si siede al tavolo da gioco della vita.  Tradotto:  si sfida la sorte, buona o cattiva che sia (il caso), e  ci si scontra, armati di risorse limitate (la necessità, anche biologica) con il male nascosto dentro gli uomini.  Insomma,  comunque vadano le cose,  si lotta e si  muore  con le armi in pugno.  
Lungi da noi qualsiasi critica. Opporsi ai Turchi, in quelle condizioni (anche di isolamento internazionale),  sarebbe comunque stato inutile.  Nessun rimprovero al colto e civile popolo armeno, ci mancherebbe altro.  Tuttavia, dispiace dirlo ( anche perché sentiamo di essere in cattiva compagnia...),  il cristianesimo, anzi l'etica del cristianesimo, se troppo evangelicamente intesa, talvolta può essere  un peso, come dire,  sul piano "militare".  Almeno nei tempi brevi... Certo, conta il risultato finale,  l'obiettivo.  E i  cristiani, seppure impiegarono tre secoli, alla fine "conquistarono" l'Impero Romano.  Ma i Romani erano politeisti, quindi più manipolabili dal di dentro, attraverso una accorta politica (monoteista) "del carciofo".  I Turchi, invece, monoteisti.  Ma questa è un'altra storia. 

Carlo Gambescia                           




                              

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