mercoledì 4 dicembre 2024

La crisi francese (e oltre)

 


Il nodo della crisi francese è questo: che l’elettore non vuole più pagare le spese del welfare. Vuole vivere a sbafo. Un atteggiamento che ritroviamo in Germania e altrove, dove, contro governi che cercano di far quadrare i conti,  premono forze antisistemiche a destra e sinistra che promettono mari e monti.

Un populismo che in Italia ha già avuto la sua abbondante razione, prima con il governo Conte, poi con la vittoria della Meloni. Per non parlare delle disavventure di Salvini.

Solo qualche segnalazione per capire come l’idea populista sia ramificata lungo una traiettoria che va destra e sinistra.

In Italia l’estrema sinistra è rappresentata da tutto ciò che è sinistra del Pd (già abbastanza sbilanciato), a cominciare da Avs e M5S, In Germania abbiamo Afd (a destra) e BSW (a sinistra). In Francia Rn (a destra) e Nfp (a sinistra). E si potrebbe continuare.

Del resto è un proliferare in tutta Europa di partiti anticapitalisti e antiliberali che puntano su forme di democrazia plebiscitaria. L’unico l’elemento di divisione tra gli estremisti antiliberali di destra e sinistra resta, ma blandamente, quello dell’immigrazione.

Diciamo che in linea di principio esiste un populismo sovranista e un populismo internazionalista. In realtà, si tratta di un confine che tende a svanire. Perché, come accade in Italia (M5S) e in Germania (BSW) , anche a sinistra sta prendendo piede l’idea che i migranti sono di troppo. Si chiama welfarismo sciovinista e sembra assumere natura trasversale.

Pertanto Macron, che è un liberale riformista, si trova a lottare contro qualcosa di politicamente irresistibile per l’elettore: l’idea che il welfare (dall’assistenza medica alle pensioni, per citare solo due nodi) non deve essere pagato dagli stessi cittadini che ne fruiscono. Infatti il suo governo, su cosa rischia di cadere? Su una legge di bilancio che cerca in qualche modo di tenere in equilibrio i conti pubblici.

In sintesi, è in gioco l’idea del paese dei balocchi welfaristi. Da una parte i partiti politici estremisti, che promettono che nulla cambierà, anzi, come si proclama, per gli elettori le cose miglioreranno (tipo più servizi e pensioni a costo zero), e dall’altra un centro liberale con le mani legate, che inevitabilmente rischia l’impopolarità, perché amaramente consapevole di tre cose: 1) che la voragine dei conti pubblici rischia di allargarsi; 2) che il buco nero può essere contrastato solo con rigorose politiche di bilancio; 3) che solo i bilanci in ordine possono favorire la  ripartenza, non metadonica (via contributi pubblici), dei mercati.

Non sappiamo se Macron, grazie ai meccanismi costituzionali francesi, riuscirà a resistere come presidente. Il suo mandato scade nel 2027 e secondo la Costituzione non si potrà votare per un nuovo parlamento fino a luglio prossimo. Però, di sicuro, resistere alle tirate demagogiche dei partiti estremisti, anche associandone uno al governo, non sarà facile.

Anche perché il vero nodo, come detto, è nella scelta tra conti in ordine e “superbonus” welfarista (la si legga come una terminologia simbolica), per riferirsi alla disastrosa esperienza italiana (45 miliardi di buco).

Alcuni osservatori sostengono che i partiti populisti – come sta avvenendo in Italia – una volta vinte le elezioni, devono governare per fare così un bagno di realtà.

In pratica è lo stesso ragionamento che le democrazie europee (incluso lo stato maggiore tedesco) estesero negli anni Trenta a Hitler. E che i liberali italiani, circa dieci anni prima, avevano fatto nei riguardi di Mussolini ricevuto in pompa magna dal re dopo la marcia su Roma. Un ragionamento pericoloso che oggi può valere anche per le sinistre populiste per così dire semisovraniste del tutto e subito.

Non è inutile ricordare che proprio in Francia l’esperienza del Fronte popolare nella seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso fu disastrosa. Senza dimenticare la diaspora da sinistra a destra, sempre in quel periodo, non solo degli elettori (in particolare come in Germania di molti sindacalisti), ma di non pochi intellettuali. La parabola politica di un teorico come Henri de Man resta esemplare.

Mettiamo troppa carne al fuoco? Inutile riandare con la mente al passato?  Dobbiamo fidarci dei populismi di destra e sinistra? Anche quando si sentono riecheggiare vecchie parole d’ordine addirittura del prefascismo, come “né destra né sinistra”, “ sacro egoismo (nazionale)”, “patrioti” di qua, patrioti di là? Parole d’ordine capaci di catalizzare, ieri come oggi, l’odio delle estreme verso il liberalismo? 

 Che fare?  Resistere?  Ma come?

La parola al lettore.

Carlo Gambescia

martedì 3 dicembre 2024

Sono sempre quelli di Bruno Buozzi

 


Ecco la reazione di Giorgia Meloni all’ uscita di scena di Tavares:

” ‘Faremo del nostro meglio per difendere l’occupazione e l’indotto. Abbiamo un tavolo con Stellantis convocato a metà dicembre, speriamo possa essere quello risolutivo’, dice in serata la premier Giorgia Meloni che sottolinea ‘le battaglie dei sindacati francese e americano, mentre rispetto a queste urla il nostro sindacato – aggiunge – era un pò afono’ “.

In realtà,  altro che afonia. Si legga qui:

“ I sindacati sperano che l’uscita di scena di Tavares, con cui i rapporti non erano facili, permetta un cambio di passo. ‘Tavares non ci mancherà, non ha mai creduto alle relazioni sindacali. Ha delocalizzato, ha frenato gli investimenti in Italia, è arrivato a sfidare lo Stato. Le sue dimissioni determineranno una svolta’, afferma il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, mentre il leader della Cgil Maurizio Landini, chiede che la presidenza del Consiglio convochi Stellantis e i sindacati ‘per discutere su quali politiche industriali e quali investimenti si fanno nel nostro Paese’. ‘Quello di Tavares è un capitolo chiuso, purtroppo disastroso per l’occupazione e per l’azienda. Per il futuro ci aspettiamo discontinuità e coraggio’, aggiunge il segretario generale della Uil, PierPaolo Bombardieri. Nel mirino dei sindacati c’è anche la ‘buonuscita’ di Tavares stimata in 100 milioni “ (*).

Il che significa che Giorgia Meloni mente per mettere in cattiva luce il sindacato, dipingendolo, secondo l’iconografia ideologica fascista, come un servo sciocco del potere plutocratico.

Pur di mettere  a segno una battuta volgare e velenosa, Giorgia Meloni ignora quel fair play tra avversari che caratterizza la democrazia liberale.

Si rifletta su un punto. Sabato scorso Landini era dipinto a tinte fosche come un terrorista, neppure due giorni dopo come uno dei tanti sul  libro paga di Stellantis.

Esageriamo? No. Giorgia Meloni non ha alcuna cultura liberale delle istituzioni. Detto altrimenti, viola la regola numero 1: non rispetta gli avversari, regolarmente trasformati in nemici assoluti. Il che spiega le velenose e irrituali battute.

Non dimentichiamo che l’odio della destra di ispirazione neofascista verso i sindacati liberi, dalla quale proviene la Meloni, rimanda allo squadrismo e alle dure condanne al confino. E giunse al culmine, nel giugno del 1944, con l’arresto e fucilazione da parte dei nazifascisti di Bruno Buozzi. Il fatto che  furono le SS  a premere il grilletto  non attenua assolutamente la responsabilità morale dei fascisti.

Per questa gente, che ancora ritiene che Mussolini fece cose buone, ieri come oggi, il solo sindacalista buono è il sindacalista morto. Che poi lo si uccida moralmente, e non più con il mitra, è differenza di grado non di genere. Sono sempre quelli di Bruno Buozzi.

Un’ultima riflessione. Che a difendere in Italia la dignità del ruolo del sindacato dalle menzogne di Giorgia Meloni siano  rimasti in pochi, compreso chi scrive, già ammiratore di Margaret Thatcher, è triste.  Veramente triste.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/aziende/2024/12/02/stellantis-lavora-sul-dopo-tavares-crollo-in-borsa.-meloni-difenderemo-i-lavoratori_a4822624-321d-4ff6-89b7-c874af29e0f2.html .

lunedì 2 dicembre 2024

Aleppo, Aleppo mon amour




Per i Crociati Aleppo, oggi seconda città per importanza della Siria, restò un sogno impossibile. La città fu assediata senza fortuna nel 1098.

Ai confini della Turchia, Aleppo ha sempre ricoperto, pur tra alti e bassi, un ruolo, anche economico, di collegamento con l’entroterra verso la favolosa Baghdad abbaside, che aveva strappato lo scettro alla Damasco omayyade.

Vi è tuttora presente una comunità di derivazione cristiano-orientale, non mancano i cattolici. Tra i vari partiti coloniali Aleppo nella prima metà del Novecento entrò nella sfera di influenza francese: “Aleppo, Aleppo mon amour”, canticchiavano gli ufficialetti francesi prima di perdersi in furtivi accoppiamenti coloniali. Niente a che vedere con le lagne pacifiste oggi.

La prima religione resta quella sunnita, con una forte minoranza sciita. Crocevia di popoli, bizantini, arabi, turcomanni, armeni, curdi, circassi. Questi ultimi dai tratti gentili, non orientali, come si intuisce nei Sette pilastri della saggezza, scatenavano regolarmente le turbe non omicide (come con gli armeni) ma erotiche degli ufficiali turchi. Forse il colonnello Lawrence ne fece le spese…

Oggi come oggi, la Siria, rappresenta il fallimento del socialismo nazionale nel megalomane stile di Nasser, reinterpretato sul palcoscenico siriano da quel partito Baath (in arabo Risorgimento) che in Siria, come certe vecchie compagnie di provincia, si esibisce stancamente sulle assi polverose e deformate del teatrino della famiglia Assad. Per capirsi: “Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai”.

Politicamente parlando, la Siria, oltre ai doni delle organizzazioni internazionali, si regge in piedi grazie all’aiuto militare di russi e turchi e ai sogni di gloria di un Iran, sciroccato quanto il suo nemico Trump, che vagheggia una specie di riconquista sciita, attrezzato però come i soldati di Mussolini in Russia. Drone più, drone meno.

Quel che sta accadendo in questi giorni, vede un movimento armato sunnita, probabilmente finanziato dalle amiche petromonarchie, riprendere la guerra in nome – forse – dell’edificazione di un mitico stato islamico. Che però, per rinascere, ha necessità di spazzare via turchi, russi e il caracollante regime di Assad, ultime vestigia, ripetiamo, del sogno socialista-nazionale del Baath a conduzione familiare. Vasto programma, quasi quanto quello della Prima Crociata che portò all’ assedio di Aleppo.

Invece che cosa fanno i crociati di oggi? L’Ue per capirsi? L’Europa teme i profughi e perciò spera nell’operato militare di russi e turchi. Insomma, tacitamente, demanda. Quanto agli Stati Uniti, sarà difficile che nella fase di transizione si muova foglia. La Cina è lontana. Per ora.

Il che significa apertura di un altro fronte per Mosca. Cosa buona per l’Occidente. Ma Mosca, già inguaiata in Ucraina, se la sente di gettare altra benzina sul fuoco del Medio Oriente? Sono giorni febbrili.

Quanto a Israele le divisioni dei suoi nemici sono una manna dal cielo. Bene così perciò. Ferma però restando la pericolosità della rinascita di uno Stato islamico, in realtà, al momento, ben lontana dal concretizzarsi.

Insomma, situazione fluida, tutto può succedere. Escluderemmo solo uno scatto di orgoglio europeo.

Aleppo, Aleppo, mon amour, dove sono i discendenti dei Crociati caduti sulle tue mura con le spade in pugno?

Carlo Gambescia

domenica 1 dicembre 2024

La destra degli istigatori

 


Il lettore osservi le prime pagine di oggi dei tre principali giornali organici alla destra. Sono la riprova di tutto ciò che la destra non deve essere. Ci riferiamo in particolare al titolo di apertura fotocopia ( o quasi) contro i sindacati. Probabilmente concordato tra direttori.

Quali sono le finalità della "campagna"? Nell’immediato, mettere in cattiva in luce il sindacato, che – cosa in Italia gravissima – vuole “fregarci” il Natale (in realtà, si tratta di scioperi già programmati da tempo, non tutti riconducibili a Cgil e Uil *). E in prospettiva, ecco l’aspetto più serio, introdurre limitazioni al diritto di sciopero. Tra l’altro, in Italia, già regolamentato, in particolare nei servizi pubblici.

Landini, che ripetiamo non brilla per simpatia, non è un rivoluzionario come lo si vuole far passare giocando sul senso della parola “rivolta”, da lui usata in chiave morale, forse moralistica (ma è questione di punti di vista). Tra l’altro Landini fa cenno a una sana lettura, quella de L’homme révolté, una pregnante raccolta di Camus, uscita nel 1951. Dove si critica proprio l’idea di rivoluzione in senso leninista. Come noto, la raccolta sancì la separazione tra Camus e Sartre, allora vicino alla linea filosovietica del partito comunista francese.

L’homme révolté ha un taglio libertario, nobile. Ci si appella alla creatività umana come molla di progresso nella libertà. Pertanto il testo di Camus non può essere liquidato come un opuscolo estremista. Tutt’altro. La raccolta racchiude una severa critica di qualsiasi tipo di utopia, politica, sociale, religiosa, metafisica. Un libro che si legge ancora oggi con piacere. Sembra che Landini ne abbia fatto dono a Giorgia Meloni . Con risultati finora non proprio brillanti. Ammesso che sia riuscita a leggerlo (**).

In realtà le proposte di Landini (salario minimo, migliori servizi sociali, busta paga più nutrita, maggiori assunzioni a tempo indeterminato, eccetera ) si muovono sul piano della socialdemocrazia. Che può piacere o meno ( a noi non piace, perché Landini ignora la questione della produttività), ma non è assolutamente un programma rivoluzionario.

Ora dipingere Landini come una specie di Che Guevara è scorretto. Oltre che pericoloso, perché si liquida il sindacato come una specie di diramazione, neppure secondaria del Castrismo. Quando, come noto, Landini reclama maggiore coinvolgimento: atteggiamento giustissimo dal punto di vista socialdemocratico. Altro che rotture rivoluzionarie.

Perché la destra si comporta così male, a cominciare dal cattivo uso dei suoi giornali di riferimento? Perché è priva di cultura liberale. Nel senso che non vuole ascoltare altre campane. “Questa” destra non è capace di esercitare nei riguardi dell’avversario la nobile arte dell’ascolto e della mediazione.

Salvini parla addirittura di  limitare ulteriormente il diritto di sciopero, attribuendo al sindacato oscure finalità di rivolta sociale. Sul punto Meloni tace, lasciando fare il lavoro sporco al leader della Lega. E qui purtroppo si avverte, in tutta la sua ambiguità, il peso dell’autoritarismo di scuola fascista.

Un bel guaio. Anche perché la radicalizzazione chiama altra radicalizzazione. Non tanto all’interno del sindacato quanto tra le frange lunatiche della sinistra. E sul punto il catastrofismo della stampa organica alla destra non aiuta.

Un’ultima notazione, personale. Qualcuno si chiederà come è possibile che Gambescia, già ammiratore della Thatcher,  difenda il sindacato? In realtà non è proprio così, difendiamo il diritto al dissenso del sindacato, che è anche diritto allo sciopero. La Thatcher ai minatori contestava lo scarso seguito  nel resto  di  un sindacato che non si opponeva, come da referendum, alla liquidazione di miniere obsolete e improduttive. Ieri invece le piazze erano piene.

Ovviamente delle scelte programmatiche di Landini non condividiamo nulla. Però riteniamo ingiusto liquidare le sue idee come rivoluzionarie e pericolose. Landini è un socialdemocratico. Non è un leninista.

Concludendo, se non è condivisibile l’approccio autoritario della destra, figurarsi se è accettabile il ricorso a menzogne che avvelenano il clima politico.

Ripetiamo, le idee di Landini saranno pure discutibili. Ma l’atteggiamento di “questa” destra è odioso. Diremmo addirittura istigatore. Come provano i suoi giornali.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/11/30/salvini-pronto-a-precettare-ancora-landini-non-molla-_717a9f4f-77e1-470c-906c-003087e84fcc.html .

(**) Sempre qui:https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/11/30/salvini-pronto-a-precettare-ancora-landini-non-molla-_717a9f4f-77e1-470c-906c-003087e84fcc.html .

sabato 30 novembre 2024

Winston Churchill e noi

 


Il 30 novembre di centocinquant’anni fa nasceva Winston Churchill (1874-1965).

Nel 1874 l’Europa era qualcosa di assolutamente differente rispetto all’Europa del 2024. E questo è un importante elemento storico per capire che genere di uomo politico fu Churchill.

Fino al 1914 l’Europa e in particolare la Gran Bretagna erano allo Zenit. Dopo di che le cose mutarono. Churchill che si era formato politicamente negli anni d’oro dell’Impero britannico, si ritrovò a gestirne tra il 1914 e il 1945 il declino. Nonostante ciò, capì prima di altri il pericolo del totalitarismo e fece del suo meglio per contrastarlo. Il trionfo della liberal-democrazia fu merito del gigantesco riarmo americano, ma soprattutto della capacità di resistenza della Gran Bretagna, che nel 1940 avrebbe potuto arrendersi alla Germania nazista, che si era impadronita di quasi tutta l’Europa libera.

L’uomo che seppe interpretare fino in fondo il ruolo di Katechon fu proprio Churchill. Che, forte della fibra di combattente del popolo britannico, si rifiutò di cedere alle profferte di pace di Hitler, puntando sull’insularità britannica e sulla grandezza del suo impero, fucina comunque di risorse, anche morali. Dalle frontiere occidentali dell’India all’Oceano atlantico, dall’Africa al Mediterraneo, Churchill contrastò, per dirla in termini di teologia politica, la manifestazione del male.

Il realismo politico di Churchill fu di lungo periodo, di larghe prospettive, non legato agli interessi immediati, che se assecondati avrebbero inevitabilmente spinto la Gran Bretagna, tramutata in pensionata di lusso, nelle braccia di Hitler.

Lo statista britannico intuì che il comunismo e il nazionalsocialismo rappresentavano due sfide mortali di civiltà. In una prima fase, grosso modo negli anni Venti, Churchill vide, pragmaticamente, nel fascismo italiano, un movimento politico anticomunista: lo scoglio capace di opporsi all’ondata sovietica. E lo riconobbe anche pubblicamente. Per contro, diffidò sempre di Hitler, e quando intuì che Mussolini sarebbe inevitabilmente caduto nella rete psico-politica del nazionalsocialismo, lo abbandonò al suo destino.

Quanto al comunismo, fino al 1945, Churchill fece buon viso a cattivo gioco. Serviva una armata, non importa se rossa, in grado di contrastare Hitler a Est. E così fu.

Non furono rosei neppure i rapporti con Roosevelt, ma, al di là delle persone, Churchill credeva fermamente nell’unità geopolitica dell’universo anglofono e soprattutto nella capacità  reattiva del liberalismo. Un tema al quale dedicò una magnifica opera storica in quattro tomi (Storia dei popoli di lingua inglese). Superiore, per certi aspetti alla pur interessante e premiata, Storia della Seconda guerra mondiale. Opera, quest’ultima, che resta comunque un’originale ricostruzione di prima mano dell’immane conflitto tra libertà e totalitarismo che tra il 1939 e il 1945 incendiò il mondo.

Cosa resta della grande lezione di Churchill? Un uomo che “faceva” e rifletteva sulla storia al tempo stesso? Ciò che noi chiamiamo realismo politico ad quem. Cioè un realismo che non si lascia intrappolare nel gioco degli interessi immediati, come nel caso del realismo a quo, a breve termine: quello per capirsi (cosa che fortunatamente non fu) della resa a Hitler per salvare il salvabile. Pensiamo invece a un realismo che, senza disdegnare gli interessi, collega la dinamica degli interessi ai valori di lunga durata, come nel caso della difesa della civiltà occidentale aggredita da coloro che Churchill liquidò giustamente come “gangster”: Hitler e Mussolini. E ai quali si oppose, in quell’estate del 1940, con tutte le sue forze, da solo, fino alla discesa in campo degli Stati Uniti (*).

Oggi qual è il nemico principale dell’Occidente? Come allora, il totalitarismo. Oggi però è di moda parlare, a proposito di Cina e Russia, di autocrazia, ma per dirla alla buona se non è zuppa e pan bagnato. Non si vede però in giro un altro Churchill. Oppure, non lo si vuole vedere.

Vladimir Zelenzky, che avrebbe potuto fuggire al primo rumore dei cingoli russi, accolto a braccia aperte dagli americani ( e con un sospiro di sollievo), è invece finora rimasto coraggiosamente al suo posto. Ha preferito la vita dura del combattente. La fermezza di quest’uomo, pur considerate le differenze storiche e di formazione, non ricorda forse quella di Churchill? .

Riteniamo di sì. Perché nell’ uomo politico, anzi di stato, coragggio e risolutezza sono tutto. Però, come dicevamo, si distoglie lo sguardo da Zelensky. O peggio ancora si accetta e rilancia, come fu per Churchill quando si sottrasse all’abbraccio mortale di Hitler, la versione del nemico: l’immagine dell’ubriacone, del fanfarone e del corrotto. Questo fu Churchill per nazisti e fascisti. Questo è Zelensky per russi e filorussi.

In realtà, chiunque oggi celebri Churchill non può non onorare Zelensky. Anzi, deve. Addirittura? Certo. Solo così si può provare di non essere dalla parte del nemico. Ieri Hitler, oggi Putin. Anche qui, fatte le debite differenze storico-culturali. Benché, se ci si perdona l’espressione, sempre di due mascalzoni si tratta.

Carlo Gambescia

(*) Sui due realismi si veda Carlo Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni Il Foglio. Piombino (LI), 2019, pp. 23-31.

venerdì 29 novembre 2024

Sciopero generale. Gli eversori sono a destra, non a sinistra

 


Landini, a pelle, non ci sta simpatico. Come non ci piacciono le lagne sullo sfruttamento dei lavoratori. Oggi tutelati a ogni livello. Tesi che invece giustifichiamo per il trattamento riservato ai migranti. Qui però la colpa è della destra che creando, sulle basi di una retorica razzista, la “categoria” del lavoratore clandestino, non facilita l’emersione del lavoro nero. Ma questa è un’altra storia.

Detto questo, resta il fatto che lo sciopero generale contro una legge finanziaria, definita ingiusta è qualcosa di fisiologico, che appartiene ai normali conflitti della società aperta. Landini, così dicono, avrebbe usato il termine “rivolta sociale”? Cosa c’è di male? Esiste una retorica politica che rinvia a una fraseologia spesso enfatica, che finché resta tale, non rappresenta alcun tentativo di eversione. A meno che non si voglia fare il processo alle intenzioni: nel senso di non giudicare il sindacato per quello che ha fatto, ma per quello che si suppone voglia fare.

Il processo alle intenzioni rimanda allo stato autoritario, all’automatica identificazione tra stato e governo. Perché si scorge nell’idea stessa di conflitto un affronto all’esercizio dell’autorità del governo assimilata alla volontà dello stato che deve sempre imporsi nei rapporti sociali, costi quel che costi.

Per capirsi: lo stato di diritto non vieta il conflitto, quando e se necessario lo regola caso per caso, concretamente, invece lo stato autoritario nega l’idea stessa di conflitto.

Per essere ancora più chiari: Salvini è un essere politicamente abominevole, però la precettazione nei servizi pubblici, quando serve a regolare e non a vietare integralmente uno sciopero, che può danneggiare i diritti, altrettanto costituzionali, degli altri cittadini, rientra perfettamente nella dinamica dello stato di diritto. E infatti, il ricorso al Tar dei sindacati dei trasporti è stato respinto. Tutto regolare dal punto di vista dello stato di diritto.

Quel che invece non è giustificato, come dicevamo, è la negazione dell’idea stessa di conflitto, che è una specie di idea fissa delle destra, soprattutto quando alla negazione si accompagna il processo alle intenzioni nei riguardi del sindacato, processo, fondato su un’idea di colpevolezza preventiva. Un atteggiamento di chiusura verso il sindacato, eversivo dell’ordine liberale. Una scelta reazionaria, che, provocando contraccolpi, altrettanto radicali, rischia invece di rendere più aspro il conflitto sociale.

Si dirà, ma allora l’Autunno caldo? La politicizzazione della Cgil ai tempi dei Pci ? Non è forse vero che il sindacato non mai ha brillato per riformismo?

Non siamo d’accordo con la vulgata della destra. Si legga una qualsiasi storia del sindacato, si scoprirà la natura riformista del sindacalismo nell’Italia repubblicana. Non si badi alle lotte economiche, probabilmente discutibili dal punto di vista dei fondamenti dell’economia politica, oppure alle grandi manifestazioni di tipo politico, ma si guardi alla fermezza mostrata dal sindacato  verso il terrorismo e i  movimenti pseudorivoluzionari.

La famosa “cacciata” di Luciano Lama dall’università di Roma, tuttora celebrata dagli estremisti di ogni colore da sinistra a destra, non è che la storica riprova dell’esistenza di un riformismo sindacale. Come lo sono le vittime del terrorismo: sindacalisti e professori uccisi in mezzo alla strada come un tempo si faceva con i cani rabbiosi.

Landini esagera? Usa parole forti? Si guardi ai fatti concreti. Parla di salario minimo, orario di lavoro, aggiustamenti salariali. Sono misure che possono non piacere (e che a noi non piacciono), ma che in realtà sono di natura riformista non rivoluzionaria. Landini batte e ribatte sugli aspetti economici, come un classico leader riformista.

Non capire questo significa pescare nel torbido dell’immaginario fascista di una destra autoritaria, che vuole eliminare ogni forma di conflitto, anche la più fisiologica, e che odia il sindacato in quanto tale.

Il che significa che i veri eversori dell'ordine liberale sono a destra non a sinistra.

Carlo Gambescia

giovedì 28 novembre 2024

Canone Rai, il voto contrario di Forza Italia e l’ira della Meloni. Divagazioni metapolitiche

 


In politica esistono due tipi di logica: la logica della politica e la politica della logica.

Nel primo caso,  come ad  esempio nei  governi di coalizione, la logica della politica impone che tra alleati si debba andare d’accordo,  per il bene del governo ( come durata) e del  paese (come misure per il bene comune). Buon governo è il governo del "giusto mezzo" tra questi due obiettivi: durata e bene comune. Si chiama logica della politica, nel senso che  è logico durare, e che per durare si deve essere uniti, facendo anche il bene del paese. Altrimenti prima o poi si soccombe in quella  lotta evolutiva per il potere (che premia le  forze più  adeguate sotto l’aspetto della logica della politica),  lotta segnata da processi centripeti e centrifughi. Processo, quest'ultimo, che costituisce una regolarità metapolitica.   

Nel secondo caso, parliamo sempre di un governo di coalizione, la politica della logica si traduce  nello  sviluppo di un  pericoloso  contrasto tra bene proprio del governo (la durata)  e del paese ( misure di bene comune). Si chiama politica della logica, nel senso che  non è più la  logica  a  governare la politica, ma la politica a governare la logica, sicché, dal momento che la politica è anche conflitto,  si genera un contrasto  tra il bene proprio del governo e il bene del paese. In questo modo però  la lotta evolutiva per il potere, interna al governo, ne  rende  problematica l’esistenza.

Ora,  il voto di  Forza Italia, che da partito liberale (come si dice) avrebbe  dovuto votare per l’abolizione del canone Rai, e non per una semplice riduzione,  come primo passo verso la privatizzazione dell’ente pubblico,  rientra in pieno nella politica della logica. Cioè il bene del partito ( nel senso ad esempio di un  frainteso guadagno di visibilità) che  prevale sul bene del  governo. Una scelta che però   indebolisce la forza del governo  in quella che è la lotta evolutiva per la politica. Qualcosa di non logico, se si vuole incoerente, dal punto di vista della logica della politica.

Non stiamo difendendo il governo Meloni, ma semplicemente sottolineando come certe regolarità metapolitiche, travalichino le ideologie professate,  per culminare nell’autodistruzione politica.

La politica si fonda (anche)  sull’eterno contrasto  tra essere e apparire.  Si vuole apparire come animati  dalla logica della politica (si pensi ai  grandi discorsi di Giorgia Meloni, sulla diversità di “questo” governo), mentre in realtà  si  finisce per obbedire alla politica della logica
(il voto contrario di Forza Italia).

Siamo davanti a  una buona notizia per coloro che non simpatizzano con il governo Meloni? Certamente,  però il contrasto tra logica della politica e politica della logica è insopprimibile. Perché animerà anche una coalizione di sinistra o di centro-sinistra, come pure  le  forme di regime politico profondamente differenti dai regimi liberal-democratici. Con una sola differenza – fondamentale  - che questi contrasti in una liberal-democrazia avvengono alla luce del sole,  in un’autocrazia, ristagnano nel buio delle stanze del potere.

E qui è interessante fare un’osservazione a proposito dell’ira della Meloni.  Chi non ha radici liberal-democratiche, come ad esempio Fratelli d’Italia, tenderà a vedere nel  voto contrario di  Forza Italia,  non il portato di una  vittoria della politica della logica sulla logica della politica,  ma una inevitabile aberrazione  della democrazia parlamentare. Di qui l’idea cara alla destra dalle radici fasciste, di rafforzare i poteri del governo e di ridurre al minimo il potere coalizionale e di controllo dei parlamenti. Una posizione che si concretizza   nella scelta plebiscitaria.  Il cosiddetto premierato, che piace tanto alla destra, non è che un passo in questa direzione. 

Giorgia Meloni, gonfia di ira  verso gli alleati, crede che così facendo ingabbierà le pulsioni centrifughe. In realtà, dal punto di vista della pubblicità delle decisioni politiche è ininfluente che il primo ministro sia eletto direttamente dal popolo.   

Perché, in  realtà,  la tensione  tra  politica della logica e logica della politica è ineliminabile. Essere eletti o  nominati – semplifichiamo -  dal popolo o dal parlamento non cambia nulla.  Dal momento che  su  ogni questione,  per semplificare,  ci saranno sempre almeno due soluzioni, due modi di vedere le cose, eccetera.  Inoltre, quanto ai poteri, assoluti o meno,  neppure Luigi XIV governava da solo. Esiste un’amministrazione, con i suoi gradi alti e bassi. Implementare dall’alto non è mai facile. Due ministri, anche in un regime autocratico, possono  pensare  in modo opposto. E qui si pensi, con riguardo al Novecento, alle grandi fratture interne persino ai regimi totalitari.

Però, come detto, la tensione tra  politica della logica e logica della politica,  la si può portare alle luce del sole.   Come nelle liberal-democrazie.  E questa è una buona cosa.  Perché  è vero che un leader, democratico o autocratico, si troverà sempre a fare delle scelte tra i propri interessi e quelli del paese, però è altrettanto vero che  le cose cambiano, e in meglio,  quando avvengono alla luce del sole, ad esempio in parlamento.   

Qui, ripetiamo, la differenza tra una democrazia liberale e una autocrazia. Differenza che sembra sfuggire a Giorgia Meloni.

Carlo Gambescia