mercoledì 23 ottobre 2024

Due anni di governo Meloni. Un “bilancio in nero”

 


I due anni di governo Meloni rappresentano una specie di traccia politica, abbastanza profonda, di una brutta strada lungo la quale l’Italia sembra incamminata. Se proprio si deve parlare di bilanci, quello Del governo Meloni è “in nero”. Un colore che non depone a favore dei prossimi tre.

Sembra incredibile, se si pensa alla rovinosa storia del fascismo, che Fratelli d’Italia, che del partito dei fascisti dopo Mussolini è l’erede, dopo quasi ottant’anni dal 25 Aprile sia di nuovo al potere.

Si scherzava un tempo sul morire democristiani. E invece ora si rischia di morire fascisti.

Si rifletta su un punto. Sotto l’aspetto della reincarnazione di un regime autoritario con il consenso dei cittadini, l’attuale situazione italiana, per ciò che riguarda gli ultimi due secoli di storia europea delle democrazie liberali, rappresenta quasi un unicum, “quasi” perché va considerata l’ eccezione della Francia di Napoleone III.

A dire il vero, un (quasi) unicum, che potrebbe durare poco, perché l’amnesia politica sembra fare proseliti in Germania e in Francia.

Pertanto il vero problema, come provano studi storici e ricerche politologiche, è che è tornato al governo un partito che crede nell'impensabile (almeno fino ad oggi): nell’ipotesi “minima” che il fascismo fu severo ma giusto, e in quella massima, che fu una meravigliosa avventura finita male per colpa dei capitalisti americani e dei comunisti russi. La famosa tesi, molto apprezzata dai neofascisti, della Vodka-Cola.

Pertanto soffermarsi a discutere sui risultati delle politiche pubbliche del governo Meloni, tra l’altro dagli esiti mediocri, è assolutamente inutile. Il vero nocciolo della questione è rappresentato dal concetto di democrazia plebiscitaria, racchiuso nella legge sul premierato, che il governo è intenzionato a portare avanti a ogni costo.

Semplificando i contenuti: il partito che vincerà le elezioni avrà un potere pressoché assoluto per cinque anni. Dal momento che il premier, eletto dal popolo, potrà essere rimosso solo dal voto popolare.

Va da sé che il Governo, gestendo un potere assoluto, potrà ridurre all’impotenza il Parlamento e alla semplice rappresentanza istituzionale il Presidente della Repubblica.

Infatti, il potere di scioglimento sarà saldamente nelle mani del Presidente del Consiglio, che minacciando di non rielezione i parlamentari (riottosi) della maggioranza, e tenendo sotto scacco i quattro gatti spelacchiati dell’ opposizione, potrà fare di tutto, eccetto, forse, che reintrodurre la monarchia.

Inoltre, grazie al collegamento con una nuova legge elettorale maggioritaria, attualmente allo studio del governo, capace di assegnare i due terzi dei parlamentari alla maggioranza, si sta lavorando per allontanare il pericolo della bocciatura referendaria. Insomma, si vuole chiudere il cerchio.

Siamo davanti a un principio-concetto dalla natura devastante. Pura dinamite costituzionale. Si pensi all’ esplosivo usato nelle cave di pietra. Qui però si tratta della pietra angolare della nostra Costituzione: il Parlamento.

Un concetto plebiscitario-dittatoriale ben spiegato più volte da Giorgia Meloni e da altri membri del suo partito: chi ha la maggioranza dei voti ha il diritto di governare indisturbato. Il ruolo del Parlamento, quindi della minoranza,viene praticamente ridotto a zero.

Altro che le chiacchiere di questi giorni sul cuneo fiscale, sul concordato con il contribuente, sull’età pensionabile eccetera. Qui, per la prima volta dai lavori dell’Assemblea Costituente, è in gioco il destino della democrazia parlamentare. Mai, ideologicamente parlando, si era perseguita  una riforma così radicale. E pensiamo alle precedenti 21 modifiche apportate  alla Costituzione. 

Qui, per la prima volta, il rischio è quello del doppione, ma moltiplicato per due, della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Quantomeno sul piano della passività politica.

Pertanto alla domanda sul bilancio dei primi due anni del Governo Meloni si deve rispondere che si stanno ponendo le basi politiche per la soppressione della libertà politica in Italia.

Purtroppo, stando ai sondaggi, l’elettore italiano non sembra aver capito l’importanza della posta in gioco. Fratelli d’Italia non è un partito “normale”.

Perciò il metro di giudizio non può essere quello per valutare  la “normale” dialettica tra progressisti e conservatori. Dove un esecutivo forte, per dirla alla buona, ci può anche stare. Fratelli d’Italia è un partito dalle radici fasciste che nulla ha imparato, nulla ha dimenticato.

Qui il problema.

Carlo Gambescia

(*) Qui altri nostri articoli in argomento: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=premierato .

martedì 22 ottobre 2024

Inclusione, esclusione e capacità ( o meno) della destra di governare

 


Al di là di tutte le questioni costituzionali e giuridiche, purtroppo all'ordine del giorno,  lo studioso di metapolitica non può chiudere gli occhi su quel che connota l’ascesa della destra sul piano mondiale.

Che cosa? L' incapacità psicologica di governare (*).

Il primo problema che una forza politica liberale si pone, soprattutto se di governo, è quello di capire l’altro: la sua diversità viene vista come un valore creativo. Qualcosa che arricchisce e unisce.

Per fare un esempio, Stati Uniti e Inghilterra sono un esempio di integrazione. Ovviamente, con inevitabili imperfezioni. Però quel che conta è l’animus per dirla dottamente. L’intenzione, il proposito, se si vuole la predisposizione mentale, psicologica, di apertura verso l’altro. Diciamo il bicchiere mezzo pieno, di un liberalismo che per crescere, svilupparsi e dare frutti è inevitabilmente inclusivo, psicologicamente inclusivo.

Sotto questo aspetto, la radice liberale della sinistra, per altri aspetti illiberale, rimanda comunque al concetto di inclusività. C'è  una predisposizione mentale all’ inclusione. Il che è positivo, e la differenzia in meglio dalla destra.

Per contro la destra, da quella conservatrice all’estrema destra nazi-fascista, rifiuta il concetto di inclusività del diverso, per celebrare l’esclusività di istituzioni incartapecorite fino al culto della razza in chiave materiale o spirituale.

Il fatto che oggi la destra parli di difesa dei confini e di regole che escludono il migrante non è altro che la riprova di questa incapacità psicologica. Di un bicchiere vuoto. Un’incapacità costitutiva che rischia sempre di tradursi come nel nazi-fascismo in ossessione: in un fenomeno psicopatologico.

Per capirsi: nella classica idea fissa, che nel nazionalsocialismo condusse all’eliminazione di milioni di ebrei. Una lucida follia politica. Dal momento che il pensiero ossessivo non esclude la razionalizzazione, anche tecnologica, dei mezzi rispetto al fine patologico che si vuole perseguire in chiave spesso ansiogena. Con la postilla, non secondaria, dell'ansia che si  traduce in nevrosi e la nevrosi in follia.

Il liberale accoglie, il conservatore (per non parlare del nazi-fascista) esclude. E dalla volontà patologica di esclusione deriva una visione etnocentrica della politica. Si pensi a espressioni, come “fare grandi” l’Italia, l’America, l’Ungheria, la Russia, eccetera. Esprimono plasticamente l’incapacità psicologica di relazionarsi verso chi non sia americano, italiano, ungherese, russo, eccetera.

Purtroppo, in ogni paese, esistono forze conservatrici esclusiviste, portate a scorgere il nemico, anzi ancora peggio (ecco la predisposizione), a tramutare in nemico chiunque sia diverso, rispetto alle razionalizzazioni, spesso mitologiche, di natura nazionalistica.

Al netto della propensione statalista, che purtroppo oggi caratterizza destra e sinistra, la destra, rispetto alla sinistra, non è inclusiva. Il che la rende incapace di governare in chiave liberale.

La prima metà del Novecento ha purtroppo visto quali sono le macabre conseguenze dell’esclusivismo psicologico. Di conseguenza, nella seconda metà del secolo, si è sviluppato, per giustificata reazione ai crimini esclusivisti, l’inclusivismo, anche come insieme di regole. Purtroppo, all’inizio del XXI secolo, si è aperta una nuova fase segnata dal ritorno dell’esclusivismo. Un processo regressivo che vede la destra farsi portabandiera delle forme più retrive di esclusione.

La nostra analisi dà come scontati due fatti storicamente comprovati: 1) che la storia è un succedersi di migrazioni, individuali e collettive, alle quali è inutile opporsi; 2) che i nazionalismi ottocenteschi, vera eccezione storica rispetto al punto 1), se non integrati con politiche inclusive di tipo liberale, rischiano sempre di tramutarsi in regimi tirannici o totalitari di tipo esclusivista. Per chiarire quest’ultimo concetto: il Risorgimento italiano si fondò sul “fare gli italiani” non sul “fare grande l’Italia ”, come invece poi pretese Mussolini.

Ciò significa che chiunque ami la libertà non può dormire sonni tranquilli ogni volta che sente parlare di difesa dei confini e di grandezza nazionale. Proprio quel che ora sta accadendo. E che purtroppo certifica la pericolosità di questa destra, psicologicamente incapace di governare in modo liberale.

Un’ultima cosa. Si dirà che questa destra, in ripresa ovunque, è comunque votata, e che quindi gode di ampio consenso, eccetera.

Ne prendiamo atto. In effetti è proprio così. Però, ecco il vero punto, un solo monomane resta un solo monomane, come in fondo era Hitler all’inizio della “carriera”, però due o tre milioni di monomani si trasformano in una forza politica.

Dopo di che sono guai.

Carlo Gambescia

(*) Sugli aspetti concettuali dei termini qui usati, ad esempio inclusività ed esclusività politica, rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio 2023, 2 voll.

lunedì 21 ottobre 2024

Brutto momento

 


Questa mattina vorremmo tornare ancora una volta sulla passività degli italiani, a proposito della pubblicazione da parte del “Tempo” di una mail privata scritta da un magistrato. Probabilmente carpita da una chat, altrettanto privata, storpiandone il senso solo per fare un favore a Giorgia Meloni, presentandola come una specie di eroina politica vittima della sinistra brutta e cattiva.   Oggi, “Il Tempo” pubblica altre mail , sempre carpite. La lapidazione della magistratura, come istituzione, continua...

Dicevamo della passività degli italiani: passività annunciata, frutto di un imbarbarimento populista che si manifesta attraverso forme di indifferenza nei riguardi dei  mezzi usati nella lotta politica, anche i più sporchi. “Tutto è ammesso, tutto è possibile”. Ecco la reazione tipica dell’italiano medio, reazione trasversale che prescinde dall’opzione politica. Ormai si pensa alla salvezza nel quotidiano. Se ci si passa l’espressione: ognuno per sé, di per tutti. Questa la triste realtà.

Il partito politico, da destra a sinistra, si è tramutato nella bambinaia di un elettore infantile, capriccioso e nevrotico, al quale, nel nome della democrazia emotiva, fondata sulla paura di perdere ciò che si ha, si forniscono, come giocattoli, capri espiatori, dal migrante all’ebreo, dall’atlantista al liberale. Ai quali presentare il conto come attentatori di una normalità che in realtà non è tale, perché Italia e Europa rischiano di assomigliare sempre più a una superfortezza, dalle fondamenta fragili, con zone comfort riservate soltanto agli europei e agli italiani. Una specie di nuovo regno, solo apparentmente incantato, dell’apartheid.

In questo contesto di ordinaria barbarie nessuno si è reso conto del gravità di un fatto: che Giorgia Meloni, cioè il Presidente del Consiglio, ha rilanciato una mail carpita a un magistrato. Una cosa che in un paese normale imporrebbe le dimissioni. E invece tutto tace. Del resto la stessa sinistra, maestra in queste tecniche tra il manipolativo e l’illegale (si pensi ai commenti carpiti alla stessa Meloni, su una chat dei deputati di FdI, finiti in rete e sui giornali), è restata zitta, per la serie, scagli la prima pietra, eccetera, eccetera.

Ripetiamo. Il fatto che il Presidente del Consiglio, e non un semplice hacker, si avvalga, pubblicamente, di una tecnica manipolativa, palesemente illegale, è un fatto che non ha precedenti, pur in un contesto politico a dir poco degradato, dove ormai tra i partiti volano solo palle di merda (pardon).

Ora che la sinistra taccia, come abbiamo detto, può anche essere “comprensibile”, ma resta cosa grave che ieri sera il solo a parlare di dimissioni sia stato chi scrive.

Esageriamo? Non si tratta di cosa grave? Ricordiamo agli smemorati politici di Collegno che Giorgia Meloni ha dietro di sé, non un normalissimo partito conservatore ma un partito dalle salde radici neofasciste. Che sulle palle di merda (di nuovo pardon) contro il parlamento e i partiti ha costruito, fin dai nonni (“Since 1919”), le sue fortune e sfortune degli italiani. Quindi la tecnica manipolativa e illegale è al servizio dei nemici della democrazia liberale.

Sembra di scrivere sull'acqua. Siamo davanti a un  diffuso  atteggiamento passivo,  persino negli analisti.  Un immobilismo, alla fin fine, crediamo, frutto  della paura di ritorsioni da parte di un governo che per ora sembra non voler arretrare davanti a nulla.

Brutto momento.

Carlo Gambescia

domenica 20 ottobre 2024

Tutto normale? Nessun pericolo fascista? Giudichi il lettore

 


Un lettore e amico, diciamo filogovernativo, ha fatto notare in privato, che esageriamo: Giorgia Meloni non è Hitler, i suoi ministri, a partire propri da Nordio, sono liberal-democratici, eccetera, eccetera.

Insomma la tesi è che ci scaglieremmo contro un governo liberale, commettendo un madornale errore di valutazione. Insomma, al potere sarebbero tornati Cavour e Giolitti, non Hitler e Mussolini o comunque dei volenterosi eredi dei dittatori.

Ovviamente, Giorgia Meloni, almeno a prima vista, non è Hitler, neppure Mussolini. Però una cosa è sicura, né lei né Nordio sono liberali. Sono l’esatto contrario. Proprio perché hanno una visione della politica di tipo autoritario e plebiscitario, visione che riconduce al subdolo fenomeno della “tentazione fascista”, tipico del periodo tra le due guerre novecentesche.

Pensiamo a una compiaciuta visione cesarista della democrazia, che, al di là di una astuta retorica populista, non intende concedere spazio al popolo né alla separazione dei poteri. Diciamo che si “usa” il popolo per altri fini: agguantare il potere e rimettere indietro le lancette della storia. Tramutare la tentazione in realtà.

Di Giorgia Meloni che continuamente evoca un “chiaro mandato popolare” abbiamo già detto (*). Quanto a Nordio, si legga cosa ha dichiarato proprio ieri a proposito dei giudici della sezione immigrazione di Roma.  I giudici, per capirsi,  che non hanno giustamente convalidato il trattenimento di alcuni migranti emesso dalla questura romana presso il centro di permanenza in Albania.

“Se la magistratura esonda dai suoi poteri, come in questo caso, attribuendosi delle prerogative che non può avere, come quella di definire uno Stato sicuro, allora deve intervenire la politica perché la politica esprime la volontà popolare (…) Noi rispondiamo al popolo: se il popolo non è d’accordo con quello che facciamo andiamo a casa. Ma la magistratura, che è autonoma e indipendente, non risponde a nessuno e quindi proprio per questo non può assumersi delle prerogative che sono squisitamente ed essenzialmente della politica” (**).

A parte l’infelice idea che per essere indipendente un giudice debba chiudere gli occhi dinanzi alle persecuzioni della destra verso i migranti, l’idea che la politica, cioè il governo, esprima la volontà popolare, che invece, in una democrazia rappresentativa, appartiene al parlamento, a tutto il parlamento, quindi anche alle opposizioni, rinvia all’antiparlamentarismo fascista. Che una volta al potere ridusse il parlamento alla passiva camera di registrazione delle decisioni del governo.

Nordio, di fatto, trasferisce la sovranità, che, solo nominalmente continua ad appartenere al popolo, dal parlamento al governo.

E ciò non è assolutamente liberale. Anzi, ripetiamo, fascista. O se si preferisce un punto di forza della cultura della tentazione fascista, che portò acqua populista e reazionaria, prima, durante e dopo, alle dittature fasciste.

Un governo non può permettersi di  fare tutto perché ha vinto le elezioni, anche con il 99 per cento dei voti, dal momento che il rispetto dell’ 1 per cento è il sale delle liberal-democrazia, che non è dittatura della maggioranza, ma rispetto delle minoranze.

Inoltra suona derisorio quell’ “andiamo a casa”, opera del popolo, come asserisce Nordio. Dal momento che in cinque anni ( e non sarebbe la prima volta, e in modo massiccio dopo avvento di Berlusconi) si possono cambiare le regole costituzionali. E in senso reazionario.

Come del resto la destra sta mettendo in atto con la legge sul premierato di natura plebiscitaria e sulla riforma della magistratura, che da "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" (art. 104 della Costituzione) si vuole trasformare in organo dello stato sottomesso al potere politico, soprattutto sul piano disciplinare. Tradotto in una “istituzione” dello stato sottomessa al governo, dimenticando, perché non torna politicamente utile che la “giustizia è amministrata in nome del popolo” (art. 101 della Costituzione), lo stesso “popolo” evocato con la  mano sul cuore  proprio da Nordio.

Antiparlamentarismo e controllo politico dei giudici, in particolare della magistratura inquirente,rinviano a una visione totalitaria della politica. La stessa visione di Hitler e Mussolini.

Esageriamo? E’ solo una pagliacciata, come dicono i tre o quattro fascisti duri e puri, in guerra contro tutti, anche con la “badogliana” Giorgia Meloni? Solo perché siede in parlamento? Sono le stesse  critiche dei cosiddetti fascisti di sinistra, fino all'ultimo alleati dei nazisti, rivolte a Mussolini dalla Marcia su Roma a Salò. Si può dare ascolto ai nazisti di ieri e di oggi?  Che se  solo potessero schiavizzerebbero il mondo libero?  E prendere la Meloni sottogamba?  No. 

Tuttavia, si dice (non solo i fiancheggiatori), oggi ci sono i social, le televisioni, la vita sembra continuare normalmente, si programmano aperitivi, cene,  viaggi, vacanze, ci si interroga sulla salute dei gatti, dei cani, del pianeta, di pensioni e anziani, di come organizzare il tempo libero. Tutto sembra scorrere normalmente. Di che preoccuparsi?

In realtà le cose stanno cambiando, e neppure così lentamente. Un tempo si diceva che l’Europa non avrebbe mai permesso, idem gli Stati Uniti, la Nato, eccetera, eccetera. Ora in Europa si guarda all’Italia come a un felice esperimento politico. Il populista Trump potrebbe vincere. Putin, anche se ammaccato, resta comunque minaccioso. La Cina penetra ovunque. E per contro Netanyauh viene considerato un nazista.

Giudichi il lettore.

Carlo Gambescia

(*) Qui il lettore troverà su Giorgia Meloni tutto il materiale che desidera consultare: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=giorgia+meloni .
(*) Qui: https://www.adnkronos.com/cronaca/migranti-albania-sentenza-tribunale-roma-nordio_2GgZnd2JCCxnidcqfPr9pm .

sabato 19 ottobre 2024

Giorgia Meloni e i giudici. Sulle orme di Hitler

 


Una delle tragedie della Germania nazista fu la sottomissione a Hitler, non solo delle imprese industriali e dello stato maggiore, ma soprattutto della magistratura, che inflessibile, applicò, solo perché erano leggi entrate vigore, quindi diritto positivo, tutte le vergognose misure nazionalsocialiste contro oppositori politici, ebrei e altre minoranze.

Lo stato di diritto tedesco sparì sotto i colpi dei decreti hitleriani. Venne svuotato, perdendo  l' orginale ispirazione liberale.  Si agiva in base alle legge,  ma secondo la ratio nazista. E i giudici, lasciati politicamente soli, tacitarono le proprie coscienze, nascondendosi dietro l’impero "legale" della legge, a prescindere dalle sue fonti, chiaramente "illegittime" (la dittatura nazista).  Del resto con Hitler non si scherzava. I pochi giudici che dissero no furono deposti e imprigionati.

Non fu una bella pagina. Finita tra l’altro con una guerra mondiale e un genocidio.

Cerchiamo di farne tesoro. E per una importante ragione. Perché la trascorsa sudditanza, più o meno coperta dal diritto del giudice tedesco, ci aiuta a inquadrare la scomposta reazione del Governo Meloni ai giudici della sezione immigrazione di Roma che non hanno giustamente convalidato ( nessun paese può essere definito “sicuro”, a cominciare dall’Italia da quando è al potere l’estrema destra) il trattenimento di alcuni migranti emesso dalla questura romana presso il centro di permanenza in Albania.

Meloni ragiona come Hitler, non vuole “intralci da parte dei giudici” (testuale). “Behinderung durch die Richter“ per dirla con il dittatore nazista. Rivendica il potere politico assoluto, su tutto e tutti, evocando sistematicamente il paravento ideologico del “chiaro mandato” popolare. Proprio come Hitler, come se il giudizio elettorale del popolo, perseguito con ogni mezzo, fosse il giudizio di dio. Il che non può essere, almeno per chi abbia studiato a fondo Aristotele e Machiavelli.

Fortunatamente, lo stato di diritto, almeno per ora, ancora esiste ( e resiste) in Italia, sicché Giorgia Meloni è costretta a mordere il freno. Non può arrestare i giudici. Perciò la battaglia, come deve essere in uno stato liberale, sarà di tipo legale. Però, dietro le quinte, su quei giudici sarà esercitata dal governo una pressione fortissima, ai limiti della legalità. Si sta tentando, come del resto prova la riforma della magistratura, di svuotare dall’interno lo stato di diritto. Quindi serve una risposta politica. Di principio.

Purtroppo, come abbiamo scritto più volte, la tentazione fascista aleggia intorno a Fratelli d’Italia. Anche gli alleati di governo ( da un bruto come Salvini a un personaggio incolore come Tajani) sono per le maniere forti contro i migranti. La stessa sinistra, ormai in confusione, sostiene una politica dai risvolti inquietanti perché dice sì ai Centri se situati in Italia.

Quei giudici rischiano la solitudine del giusto. E non vanno lasciati politicamente soli, come purtroppo avvenne nella Germania nazista. La battaglia sui migranti, non è solo una battaglia legale su questioni di definizioni giuridiche e di lagnosa accoglienza welfarista, non concerne i mezzi, cioè norme, regolamenti, cerotti, merendine e saponette, ma riguarda i fini, i principi, uno in particolare: la libertà.

Nel senso che ognuno di noi deve essere considerato libero di vivere dove meglio crede. Ubi bene, ibi patria. Questa deve essere la parola d’ordine per ogni vero liberale.

Dietro il no dei giudici si profila un gigantesco scontro politico in difesa della libertà di movimento. Come fu quello contro Hitler: da una parte gli eredi dei nazisti, che difendono l’idea di sangue e suolo, pur usando un linguaggio corrotto e mellifluo, dall’altra chi difende a chiare note la tradizione liberale del libero scambio di uomini, idee, beni.

Si cerchi di non commettere gli stessi errori politici.

Carlo Gambescia

venerdì 18 ottobre 2024

Perché la destra odia Saviano?

 


Alessandro Campi ha avuto un malore in Germania, dove si trovava per l’inaugurazione della Buchmesse. Ora sta meglio.

Quel che però colpisce, diciamo sociologicamente,  è che appena rimessosi ha scritto sulla sua pagina Fb, per dirla da verbale dei carabinieri, quanto segue:

“Cari amici, care amiche, grazie per il calore, la premura e la vicinanza (…). Se volete la versione ironica, il mio improvviso malore a Francoforte, subito dopo l’inaugurazione delPadiglione Italiano (peraltro splendido), è stato causato dalla lettura dell’intervista a Roberto Saviano, che verrà alla Buchmesse – parole sue – “come atto di resistenza”. A chi? A che cosa? Verrà semplicemente a fare la parte del martire della politica che non è e della vittima per le sue idee che nessuno perseguita. E magari da queste parti qualcuno gli crederà anche” (*)

Sono parole emblematiche. Di cosa? Di un automatismo mentale, qualcosa di irriflessivo. Perché la “versione ironica” è stata subito ripresa a soffietto dalla stampa organica alla destra meloniana, con rapidità e  toni diremmo, "automatico-simpatetici". A sinistra, per ora, non si è registrata alcuna reazione, a cominciare da Saviano. Probabilmente per un combinato diposto tra il rispetto per le condizioni di salute di Campi e la pigrizia mentale.

Per quale ragione la destra ridicolizza uno scrittore che vive sotto scorta da quasi venti anni perché nel mirino della Camorra?

Parliamo di un intellettuale che con Gomorra è entrato nella lista dei condannati a morte stilata dalla Camorra. Sappiamo di usare parole forti, ma per la Camorra, Saviano è un morto che cammina. Come si può ironizzare su un condannato, e per giunta ingiustamente e vergognosamente,  alla pena capitale?

Pertanto il vero punto della questione è la reazione pavloviana della destra. Il fatto sociologico non quello individuale.

Perché, ripetiamo, tutto quest’odio?

Saviano non è di destra? Non piace perché è antifascista e non smette di ricordarlo? Ma non è proprio la destra a parlare di “cultura nazionale”? Dicitura oggi preferita al posto di “cultura di destra”? E cosa c’è di più antinazionale della Camorra?

Antifascismo. Qui il problema è di Fratelli d’Italia, che evidentemente ha più di uno scheletro nell’armadio. Inoltre, sempre a proposito della cultura nazionale, come non si può non considerare un valore comune, quindi nazionale, uno scrittore celebrato all’estero?

Forse perché i panni sporchi si devono autarchicamente lavare in Italia? E quindi Saviano avrebbe il torto di aver venduto in tutto il mondo milioni e milioni di copie di Gomorra?

In fin dei conti, i corifei massmediatici della destra meloniana odiano Saviano per una ragione molto semplice. Non è dei “loro”. Se solo cedesse ( si pensi a un romantico tête-à-tête, come per Musk, con Giorgia Meloni), sarebbe accolto, ovviamente per i soliti ordini dall’alto, a braccia aperte. Tramutandosi, come per magia, in uno dei cardini della “cultura nazionale”.

Però a destra si sa bene che ciò non potrà mai avvenire. Di conseguenza Saviano rappresenta una specie di capitolo chiuso del Libro Nero della destra: un morto che cammina.

Carlo Gambescia

giovedì 17 ottobre 2024

Barbero, il populista cognitivo va in pensione…

 

La notizia buona è che Alessandro Barbero ha scoperto la burocrazia universitaria (*) . Ora che va in pensione. Bah…

Quella cattiva, che d’ora in poi, godendo di tempo libero, sarà ancora più invasivo come divulgatore storico. Se il pensionato standard si accontenta di osservare i lavori stradali, il pensionato fuori misura diciamo, si dedicherà, alla storia dei lavori stradali narrata al popolo. Insomma siamo fritti.

Oltre al vederlo piroettare su YouTube, di Barbero, abbiamo letto un romanzo, Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo, così così (una mezza salgarata), e teniamo, a distanza di sicurezza, sullo scaffale, il Dizionario del Medioevo , scritto con Chiara Frugoni, un lavoro mediocre, semplice per gli studiosi, semplicistico per i non addetti.

Si dirà, pochino per giudicare… Diciamo che abbiamo un certo fiuto. Inoltre il lettore penserà: Gambescia è invidioso, lui i libri li vende con il contagocce, Barbero a palate.

Non è così. Se Barbero ha questa capacità di farsi capire dal popolo, siamo contenti per lui. Però si fa capire troppo. La sua “missione”, proprio perché divulgativa, nel senso dell’accessibilità a tutti, rischia di vendere e trasmettere illusioni. In particolare quelle che la storia non abbia segreti e, cosa peggiore, che sia sempre uguale a se stessa.

Il problema non è il mezzo ma il fine. Per capirsi: il problema non è Barbero, ma il concetto Barbero. Detto altrimenti il concetto di divulgazione. Di una certa divulgazione. E spieghiamo perché.

Il sapere divulgativo è un non sapere. Perché il sapere è difficile, e non è per tutti: servono doti intellettuali, volontà di applicarsi, e soprattutto la consapevolezza che le cose sono difficili da capire e che non ci sarà mai una risposta a tutto.

In linea di massima, la divulgazione è l’esatto contrario della scienza: semplifica. Cosa che vale per il divulgatore, per il divulgato e per il fruitore di divulgazione. La semplificazione, anche se ben fatta, è tale: facilita. Penalizzando lo sviluppo, quando ci sono, delle facoltà intellettuali, il duro lavoro applicativo e soprattutto il senso di complessità delle cose.

Perché la realtà, a partire da quella storica, è complessa. Qui il punto fondamentale. La divulgazione è una forma di populismo cognitivo: fornisce riposte semplici a problemi complessi. E in qualche misura Barbero, volente o nolente, è il Salvini della situazione.

Alziamo il tiro cognitivo. Alla base del sapere divulgativo storico c’è l’analogia, cioè la relazione di somiglianza tra alcuni elementi costitutivi dei fatti storici, in misura tale da favorire la deduzione mentale elementare di un certo grado di somiglianza tra due fatti anche storicamente lontani tra loro.

Per capirsi, l’analogia buona (che del resto è una normale tecnica cognitiva) è quella che fa capire, in termini di regolarità metapolitiche, che alcuni processi si ripetono (conflitto e cooperazione, ad esempio), ma con contenuti diversi. Per contro l’analogia cattiva, insiste sulla ripetizione dei processi e dei contenuti. Di qui Cesare uguale Napoleone, Augusto uguale De Gaulle, Cola di Rienzo uguale Mussolini, Luigi XIV uguale Hitler, Ivan il terribile uguale Stalin.

Ora, la retorica di un Barbero è più ricca, però nel fruitore della divulgazione, che non è un altro storico come Barbero, la cattiva analogia viene immediatamente promossa a verità storica e sociologica.

Pertanto la divulgazione fa più male che bene. Non sempre però. Ad esempio il lavoro di Mieli sui Rai Storia è eccellente: storici in studio, lessico mai banalizzato e soprattutto bibliografie, minime ma bibliografie.

Il distacco, tra la storia seria è la divulgazione è proprio nella bibliografia. Diciamo nel concetto di bibliografia. Che serve per capire come su un determinato argomento la storiografia (che poi è il mondo degli addetti ai lavori), non abbia mai in serbo risposte semplici e univoche. La bibliografia, se non si è dotati di anima scientifica a prima vista appare come un ponte tibetano sospeso sull’abisso. Può sgomentare. Ma non coloro che non si accontentano di risposte semplicistiche. In una parola: populiste, cognitivamente populiste.

È vero che Barbero talvolta indica cose da leggere, eccetera, però il suo punto di partenza è sempre la risposta semplice. Il che non incuriosisce e non aiuta l’approfondimento.

Si dirà, ma allora Piero Angela, il re, e giustamente, dei divulgatori scientifici? Angela è sempre stato un divulgatore, sui generis, una specie di Mieli in ambito scientifico. Si leggano le sue innumerevoli interviste. Ha sempre dichiarato che le cose sono complesse e che non esistono risposte semplici. Angela non lo si può definire un populista cognitivo. Magari gli si può rimproverare qualche piccolo cedimento, ma solo ogni tanto.

Insomma la divulgazione sta alla società di massa come il sapere scientifico alla società di élite. La vera divulgazione è quella che mette in collegamento le due società, mantenendo ferme distanze e differenze.

Come? Mettendo il lettore davanti al ponte tibetano della bibliografia. Cosa che chi scrive scoprì all’università (allora la pseudocultura delle slide fortunatamente non esisteva). La bibliografia, come il dio manzoniano, affanna e consola. E soprattutto ripetiamo ci mette davanti alla complessità del sapere storico. E di ogni altra forma di sapere.

Bisogna sempre accostarsi con rispetto. Guai ai facili giudizi. Quelli purtroppo toccano ai politici. Ma questa è un’altra storia.

Concludendo, abbiamo citato, di Barbero, il Dizionario del Medioevo. Contiene ricche illustrazioni, non poche per una pubblicazione economica, ma neppure una linea di bibliografia…

Carlo Gambescia

(*) I non abbonati a “La Stampa” leggano qui: https://www.rainews.it/tgr/piemonte/articoli/2024/10/e-alessandro-barbero-va-in-pensione-addio-universita-del-piemonte-orientale-6246fba4-8e86-4ba2-89ff-266c3977f6c3.html