giovedì 6 giugno 2024

Come potremo guardare negli occhi Putin?

 


Come al solito la sinistra non ha capito nulla. Ieri, in Albania, a contestare Giorgia Meloni, c’era un solitario deputato radicale, Riccardo Magi, tra l’altro malmenato dalla polizia. A lui vanno i nostri complimenti.

E come ha contestato? Evocando la violazione dei diritti di libertà e delle regole della società aperta, e non lo scambio economico tra sanità e hotspot (così ora si chiamano i campi di concentramento per i migranti), tipico di una visione populista della politica, che oggi accomuna  destra e sinistra.

Perché, attenzione, qui il vero problema è il “giro elettorale”della Meloni. Il presentare come cosa normale il taglio del nastro, diciamo così, di un campo concentramento per migranti.

Il vero problema è la “banalità del male”. Cioè che sia diventata materia di spot elettorale la segregazione fisica. Nessuno sembra  più accorgersi, neppure la sinistra ( che critica lo spot, non la “normalità” dello spot), del fatto che con la destra al potere, una destra dalle radici fasciste, la segregazione del migrante sia diventata un fatto normale. Materia di spot, per l’appunto. Giorgia Meloni ha addirittura parlato di “modello per l’Europa”. Si chiama anche psicologia del secondino, Cioè, dal punto di vista tecnico, diventa una “genialata” – si immagini la Meloni darsi di gomito con il cognato, il ministro Lollobrigida – trasferire all’estero i campi di concentramento. Per così dire, lontano da occhi indiscreti...

Qui siamo oltre la questione morale o di principio, e diremmo il comune senso del pudore politico. Con i migranti si fa così, si segregano, è la normalità. Inutile interrogarsi sul perché il sole sorga e tramonti tutti i giorni: è così, accade, è la norma. Avanti tutta.

Si osservi la foto di copertina. È veramente inquietante lo sguardo soddisfatto di Giorgia Meloni dinanzi a una proiezione digitale, non di un asilo nido ma di un campo di concentramento. In quello sguardo si scorge la fine della civiltà liberale. C’è qualcosa di hitleriano. La rivincita nazifascista sui valori del 1945. E andando ancora più indietro sulla modernità liberale: modernità che ha fatto grande il mondo.

Come potremo in futuro, per così dire, guardare negli occhi Putin e la sua Moscova premoderna, esempio di società chiusa, se ne abbiamo adottato la stessa visione antiliberale? Come potremo aiutare l’Ucraina a respingere l’invasore russo, se siamo i primi a non credere nei valori della società aperta ?

Il realismo politico, o se si preferisce metapolitico, nel senso riportato nei nostri libri, non implica l’esclusione di un giudizio sulla storia moderna. Giudizio che non è un pio desiderio o una qualche forma di revisionismo storico. È nelle cose. Insomma, non parliamo di un’opinione come un’ altra, ma del portato fattuale di un processo storico, in larga misura inconsapevole, frutto di milioni se non miliardi di interazioni tra individui, che ha condotto, per spontanea selezione istituzionale, alla moderna società aperta. Siamo diventati liberali e moderni senza saperlo e neppure volerlo. Prima sono venuti i fatti poi valori.

Valori difesi strenuamente, e in modo allora consapevole, nel 1939-1945. La fine della Seconda guerra mondiale con la scoperta dei campi di concentramento e di sterminio, costruiti dai seguaci della società chiusa, un’autentica frattura storica, sancì simbolicamente un nuovo inizio, la guarigione, una nuova ripresa dei valori moderni e liberali. La vittoria della società aperta attaccata dalle forze della società chiusa. Bene contro male? Sia pure. Ecco la grande lezione del 1945: mai più campi di detenzione e filo spinato, e non importa se ora è digitale. Non era ed è male questo?

Invece cosa accade? Che i seguaci della società chiusa sono tornati al potere. Promettono agli elettori, proprio come Hitler, pace e lavoro in cambio di qualche milione di capri espiatori da fare fuori, allora gli ebrei e altre povere minoranze, oggi i migranti.

E quel che è peggio è che  questo diabolico do ut des, viene considerato, non solo dai mandanti e dagli esecutori, ma dalla gente comune, come la cosa più normale del mondo. Intorno ai campi di concentramento albanesi regna una specie di naturale silenzio. È così, si fa così, avanti così.

Non serve grande immaginazione per pensare che Giorgia Meloni, che di giorno visita i campi di concentramento, pardon gli hotspot, la sera, tornata a casa,  giochi con sua figlia e con il cane magari. Dolcissima mamma. Si chiama banalità del male.

Ed è già accaduto.

Carlo Gambescia

mercoledì 5 giugno 2024

Migranti. Chi processerà Giorgia Meloni?

 


Brutta gente questi fascisti. Parliamo ovviamente del governo Meloni. Se fossimo più giovani, usciremmo di soppiatto dall’Italia, tipo “le iene”, per rientrare, diciamo travestiti da migranti del Bangladesh, pur di riuscire a capire cosa ci sia di vero in questa “regia criminale” (secondo i Tg di Rai e Mediaset),   dietro il  traffico dei certificati di lavoro falsi per entrare in Italia. Addirittura di Mafia, Camorra e 'Ndrangheta.

Un “disegno criminale" (sempre gli stessi Tg) proclamato ieri sera da Giorgia Meloni a reti televisive unificate. Individuato da un gruppo tecnico della Presidenza del Consiglio. Sarebbe interessante conoscere, decreti di nomina, nomi e cognomi,  curriculum anche politico dei suoi componenti.

Non entriamo nel merito delle accuse, dirette, in particolare, quando si dice il caso, contro la Regione Campania, governata da Vincenzo De Luca, nemico politico principale della Meloni.

Ciò che invece constatiamo è la progressiva strategia della criminalizzazione dei fenomeni migratori. I livelli di intervento, soprattutto comunicativo, come ieri sera a reti riunite, sono formulati secondo una precisa rappresentazione, in due tempi, diremmo scalare, perché “tappa”, l'uno dopo l’altro, i possibili buchi cognitivi del fenomeno: 1) chi non entra con regolare permesso di lavoro, viola le legge e chi viola la legge commette un crimine; 2) chi invece entra con regolare permesso di lavoro, da ieri sera, è sospetto: potrebbe essere un criminale complice di altri criminali, perché capace di prestarsi al gioco corrotto dei falsi  permessi di lavoro,  gestiti per l’appunto, da organizzazioni criminali.

Si getta sul fenomeno migratorio l’ombra truce della Mafia, della Camorra, della ‘Ndrangheta. Lo si squalifica, riducendolo a sospetta appendice criminale della “piovra”.

Ma non è tutto. Perché si dà per scontata l’idea, protezionista e non liberale, dell’obbligatorietà del permesso di lavoro per entrare in Italia (legge Bossi-Fini): si punta così, criminalizzando oggi e criminalizzando domani, su un giro di vite della legislazione attuale per rendere ancora più difficile, se non impossibile, la vita del migrante. E per quale ragione? Perché ci vogliono “sostituire”. E qual è il problema? Un uomo è sacro come un altro. Ubi bene, ibi patria. E invece no. Qui risiede l’ossessione razzista-complottista della destra. Che ha bruttissimi precedenti.

Ovviamente, visto che si tratta di criminali (la “piovra” che gestisce il traffico) complici di altri criminali ( i migranti che “violerebbero”), si evoca la legalità, che però è l’esatto contrario della legittimità.

Per capirsi – quando si dice il caso – nella Germania nazista era perfettamente legale che i giudici espropriassero gli ebrei dei loro beni, perché così imponeva la legge. Ogni ricorso era respinto. E tutto questo era rigorosamente legale. Ma non era legittimo dal punto di vista del diritto di proprietà. Dopo di che dal sequestro dei beni i nazisti passarono al “sequestro” dei corpi, violando l’habeas corpus. Di qui le detenzioni ingiustificate (se non dall’ideologia nazista-razzista). E alla fine gli ebrei vennero fatti passare per il camino. Legalmente. Come asserì senza provare alcun pentimento Heichmann , processato a Gerusalemme.

Il legale contratto di lavoro, evocato da Giorgia Meloni e dai suoi “tecnici”, non è legittimo dal punto di vista della libertà di circolazione: un sacrosanto diritto dell’uomo. Riconosciuto oltre che dalla legge internazionale (art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo), dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea  (art. 45), dalla Costituzione italiana (art. 16).

L’obbligo del contratto di lavoro rinvia alla legalizzazione delle migrazioni, ma contrasta con la legittimità delle medesime. Così come il sequestro dei beni e dei corpi degli ebrei era legale, pur contrastando con il diritto di proprietà  e l’habeas corpus. Capita la rivoltante ipocrisia? Nazisti e fascisti brutta gente, come dicevamo.

Qui però si apre un’altra questione: chi processerà Giorgia Meloni? Per ora, lei e la sua “banda” si preparano a vincere anche le elezioni europee…

Carlo Gambescia

martedì 4 giugno 2024

Metapolitica e politica dello sbarco in Normandia

 

Il 4 giugno 1944 entrarono in Roma le truppe dell’alleanza antifascista. Accolte festosamente dalla popolazione, impaurita e affamata, che aveva subito quasi un anno di ferrea occupazione. Due giorni dopo, il 6 giugno, gli Alleati sbarcarono in Normandia. 

Due date, soprattutto la seconda, fondamentali. Il mito di Roma, pur contaminato dalla retorica fascista, aveva mantenuto comunque un enorme valore simbolico. Lo sbarco sul suolo francese, fu un capolavoro strategico e militare, perché segnava l’inizio della fine per la Germania nazista.

Su quest’evento riflettevamo in particolare, a proposito della tesi, largamente diffusa tra i pacifisti europei, nelle cui fila, quando si dice il caso, scorgiamo schierate, nascoste sotto  pelli di agnello destra e sinistra antiamericane.  Si discute, avanzando proposte,  sulla presunta necessità di conservarsi terzi su tutti i piani (geopolitico, militare, politico, culturale, economico, cognitivo), dinanzi alle crisi mondiali in atto nel Medio Oriente e in Ucraina.

È di ieri la dichiarazione della Schlein sulla maggiore autonomia europea da una Nato, ormai inutile, perché eccetera, eccetera. Tesi del resto sostenuta dai pacifisti di sinistra alla Bonelli. Una posizione terzista che sembra unire l’intera sinistra dal Partito Democratico ai neo-terzomondisti del Movimento Cinque Stelle.

Atteggiamenti politici che, quanto ad antiamericanismo più o meno dichiarato, fanno il paio con quelli di una destra che insiste sulla necessità dell’ “esercito europeo”, come ad esempio Giorgia Meloni, quasi fosse cosa per domani mattina. Per non parlare del mellifluo pacifismo di Salvini o delle cavillose argomentazioni di Tajani sul vincolante uso difensivo delle armi fornite all’Ucraina. Risparmiamo ai lettori le ridicolaggini del neofascismo filorusso, improvvisamente tramutatosi in amico della pace universale.

Il “terzismo”, come presa di distanza dai contendenti, in particolare se untuosamente pacifista, elude una questione fondamentale: quella del giudizio storico sulle radici moderne del mondo contemporaneo. Ci spieghiamo meglio.

Dal punto di vista metapolitico tra la Seconda guerra mondiale e la Seconda guerra punica non c’è alcuna differenza. Lo studioso vede all’opera le stesse regolarità (ad esempio quella amico-nemico). Come pure scorge nei valori in conflitto (altra regolarità), forme di giustificazione-razionalizzazione delle rispettive e contrapposte posizioni ideologiche. 

Sintetizzando, fare metapolitica teorica, quindi scienza, significa studiare il comportamento politico degli esseri umani come in laboratorio e rilevarne le regolarità “di esecuzione”.

Regolarità, nel senso di comportamenti che si ripetono dal punto di vista formale, introducendo limiti e margini di prevedibilità. Laboratorio storico, ovviamente. Diciamo gli ultimi cinquemila anni. La cui intensa frequentazione, pur non ricorrendo a microscopi e provette, insegna allo studioso che spesso gli uomini perseguono una cosa, per poi ottenerne un’ altra, magari indesiderata. Quindi la metapolitica esclude ogni determinismo previsionale. Diciamo che la metapolitica riconosce alla storia un ruolo ironico, perché si beffa della prosopopea umana.

Sotto questo aspetto la posizione dello scienziato non può  che essere terza. Al di sopra delle parti. L’uomo di scienza non si schiera, coltiva il dubbio, esamina i fatti storici, per scoprire le regolarità metapolitiche all’opera.

Dicevamo però del giudizio storico. Quando la Schlein e Salvini attaccano la Nato, non si comportano da metapolitici, ma da politici, quindi razionalizzano e giustificano, secondo le proprie posizioni politiche. Ma si potrebbe dire la stessa cosa anche di chiunque difenda la Nato.

Todos caballeros allora? Tutti uguali? Tutti alla pari? Qui entra in gioco il giudizio storico.

Disconoscere la natura liberatoria, nel senso di liberazione dal nazifascismo, dello sbarco in Normandia, significa mettere sullo stesso piano, diciamo “fisico”, l’occupazione della Francia da parte dei nazisti e dei fascisti nel 1940, con l’occupazione anglo-americana del 1944.

Certo, dal punto di vista metapolitico erano tutte “formichine” che si ammazzavano tra di loro (diciamo cosi), autogiustificandosi.

Però, dal punto di vista politico, principalmente in Occidente, da una parte c’era la liberal-democrazia dall’altra la dittatura. Cosa sarebbe stato del moderno mondo occidentale se avesse vinto il nazifascismo? Se avesse vinto la reazione? Se Hitler non avesse attaccato l’Unione Sovietica?

Si tratta di una domanda dalla risposta scontata, a meno che non si sia nostalgici del nazifascismo. Una risposta che implica un giudizio sulle radici occidentali e liberali della storia contemporanea. Che inizia, o se si vuole ricomincia, nel 1945, dopo la sconfitta del nazifascismo.

Qual è il succo del nostro discorso? Che se la terzietà ha un senso per lo studioso di metapolitica, non può sempre averla per il politico, o comunque per chiunque si occupi di politica. In quest’ultimo caso si potrebbe parlare di metapolitica dell’azione, che è l’esatto contrario della metapolitica come teoria, come scienza delle regolarità.

E qui, per contro, si pensi ai vari “gramscismi” di destra e di sinistra, che non sono altro che razionalizzazioni-giustificazioni rivolte alla conquista dell’egemonia prima intellettuale poi politica.

Un lavorìo da talpe, animali dalla vista debolissima, elevato erroneamente a metapolitica da alcuni pensatori. Uno scavo sotterraneo, insidioso perché occulto, non di certo alla luce del sole, che, come spiegato, è l’esatto contrario della metapolitica come teoria, cioè come scienza. Si pensi al kantiano “Sapere aude!”. Una vera sciabolata di luce.

Questa separazione tra metapolitica e politica può apparire fastidiosa. In realtà esiste un ponte, se si vuole un canale di comunicazione, tra metapolitica e politica. La metapolitica, come sapere critico, libero, indipendente, ironico, è in qualche misura un prodotto della modernità scientifica. Quindi della libertà dei moderni. Un luminoso lascito dell’Occidente euro-americano.

Cosa vogliamo dire? Che la metapolitica come teoria nel 1945 sbarcò insieme a quei ragazzi in Normandia. Già luce, si fece quindi azione. E alla luce del sole di Omaha beach.  Ecco dunque il ponte.  Onoriamoli.

Carlo Gambescia

lunedì 3 giugno 2024

Sono tornati, ma nessuno sembra essersi accorto di nulla…

 

 


Esistono foto che valgono più di tante analisi. I fascisti sono tornati al potere. E nessuno sembra essersi accorto di nulla.

Celebrazione del 2 Giugno. Si prenda la foto di copertina. Per il secondo anno il presidente Mattarella è praticamente circondato, diremmo assediato. Nella foto è ritratto sorridente (che ci sarà mai da sorridere, ci scusi, Signor Presidente…) con Giorgia Meloni, che non ha mai nascosto, soprattutto da giovane, la sua ammirazione per il duce, Ignazio La Russa che ha in casa un busto di Mussolini, Lorenzo Fontana già simpatizzante della greca Alba Dorata.

Dettagli? Forse. Ma che indicano un pericoloso cambiamento di scenario politico.

Invitiamo i lettori a scovare un’altra fotografia, diciamo ufficiale, con il Presidente della Repubblica, ad essere clementi, “in compagnia” di tre politici che nulla hanno dimenticato, nulla hanno imparato. Non parliamo di gente passata lì per caso. Ma di un Presidente del Consiglio (Meloni), un Presidente del Senato (La Russa), un Presidente della Camera (Fontana).

Come è potuto accadere?

In primo luogo, lo smarrimento della memoria storica. Dal 1945 sono trascorse tre generazioni. Mentre i fascisti dopo Mussolini hanno conservato la propria, e si sono ritrovati, per così dire, "pronti all' uso", l’Italia ha smarrito la sua. Sicché oggi sono di nuovo al potere, riproponendo più o meno le stesse idee reazionarie: plebiscitarismo, nazionalismo, misoneismo.

In secondo luogo, è mancata la formazione, a livello diffuso, di una cultura liberale, amica del parlamento, aperta ai commerci e al mondo, innovatrice  e  tollerante verso chiunque la pensi in modo diverso. Di conseguenza è stato facile per i fascisti dopo Mussolini, riproporre idee vecchie di un secolo, contro il parlamento, contro il capitalismo, contro le libertà politiche, civili ed economiche.

In terzo luogo, la sinistra, che avrebbe dovuto favorire la diffusione di una cultura liberale, ha invece sempre spinto sull’acceleratore dell’antiliberalismo, del protezionismo e di un welfarismo che non è stato altro che la prosecuzione di quello fascista con altri mezzi, quelli del sindacato e di una burocrazia socialistoide.

In quarto luogo, su un paese, già politicamente sconvolto dalla bufera giudiziaria a senso unico di Tangentopoli, si sono abbattuti i cicloni populisti, prima di Berlusconi, poi di Cinque Stelle. Senza dimenticare, il populismo antifascista della sinistra, che pur enfatizzando un giusto pericolo, ha sottovalutato gli effetti tossici di ricaduta di un giustizialismo politico sociale, che in pratica replicava le stesse critiche reazionarie dell’estrema destra, cambiando solo colorazione politica.

Perciò non poteva non finire così. Con una paradossale celebrazione della Repubblica che vede il Presidente della Repubblica accerchiato dai nemici della Repubblica. Coloro, come anticipato, che dal 1945, nulla hanno imparato, nulla hanno dimenticato. E come dicevamo, sono “pronti all’uso”. Ripetiamo, che ci sarà mai da sorridere Signor Presidente…

Insomma, per la seconda volta, un 2 Giugno brutto, non solo perché piovoso… Tutto questo militarismo destrorso, che ieri la sfilata trasudava, appare ridicolo. Perché in realtà, quando si tratta di usare le armi, in chiave liberale, ad esempio per aiutare la libera Ucraina aggredita dai russi, si pongono subito questioni di lana caprina, pur di non dispiacere a Mosca.

È la stessa destra, fascista e vigliacca, forte con i deboli, debole con i forti, sempre pronta a gettarsi ieri nelle braccia di Hitler, oggi in quelle di Putin. Si tratta dell'altro volto dei nazionalismo, quello servile verso la nazione  più forte, "capobranco". Salvo poi tradirla al primo colpo andato a vuoto.

Altro che sfilata militare del 2 giugno… Altro che il teatrino politico su una frase di Mattarella a proposito di “sovranità europea”…

Un Presidente, come detto, sorridente. Sorriso forse di circostanza. Si potrebbe scomodare addirittura l’enigmatica Gioconda.

Sia come sia, il vero problema resta. I fascisti sono tornati.

Carlo Gambescia

domenica 2 giugno 2024

La “Reductio ad sinistrum”

 


Si trattava di un comizio. Quindi toni forti. Che a Giorgia Meloni non dispiacciono. Il bello è che anche ieri si è atteggiata a vittima di una sinistra che a suo avviso mentirebbe. Perché, così proclama, lei è democratica, Fratelli d’Italia pure , come lo sono gli alleati. Forse Tajani. Ma Salvini…

Politicamente parlando, Fratelli d’Italia sarà pure democratico, ma in senso plebiscitario. Detto altrimenti: si vuole tutto il potere, però dal popolo.

Diciamo che il potere scivola tra le mani del popolo. Toccata e fuga. La logica è quella cesarista. Con cesarismo si intende un regime politico tenuto in piedi saldamente da un solo uomo, nel nostro caso una donna. Un leader capace di avere con il popolo un relazione carismatica. Per capirsi: “Votatemi in massa poi ci penso io”. Il potere, il popolo, ripetiamo, lo vede di sfuggita: quando vota. Poi si decide tutto in alto. Se ci si passa la battuta: “Ghe pensi mi”.

La democrazia di Giorgia Meloni – qui le sue radici fasciste o comunque fortemente autoritarie – non ama il dissenso e disconosce il ruolo dell’opposizione, relegato, per ora, a una specie di diritto di tribuna (si veda il disegno di legge sul premierato). Diritto neppure tanto gradito – qui il vittimismo meloniano – perché, come  si proclama, esercitato dalla sinistra in modo settario e antidemocratico.

Capito? La sinistra fa ciò che deve fare, cioè l’opposizione, però i limiti di ciò che deve dire e non dire, fare e non fare, li stabilisce la maggioranza, sempre  pronta - ecco la "furbata" -   a far scattare l’accusa di settarismo.

Se questa è democrazia, giudichi il lettore. Ma veniamo all’accusa mossa dalla sinistra al governo di aver ridotto in poco più di due anni la sfera della libertà individuale. “Imputazione” che invece Giorgia Meloni ritiene falsa e settaria.

La sfera di libertà dei migranti sicuramente. Come? Introducendo misure restrittive che ad esempio, impedsicomo i soccorsi in mare da parte di soggetti privati. Quindi migranti e Ong sono meno liberi di prima. Per non parlare dei campi di concentramento in costruzione in Albania, per stabilire se un migrante sia clandestino o no. Intanto che stia galera… Per questo governo tutta l’immigrazione è clandestina, a prescindere. Il che è frutto di una visione razzista e complottista.

Stesso discorso per gli altri diritti civili e di libertà: si manda la polizia con i manganelli contro le manifestazioni studentesche; si imbottiscono i consultori di attivisti contrari alle legge sull’interruzione della gravidanza; si nega il matrimonio tra persone dello stesso sesso; si vuole vietare, come grave reato, la maternità surrogata, si comprime nelle scuole e nella vita civile la libertà di religione dei non cattolici, in particolare dei musulmani

Questa destra si propone di imporre un pensiero unico, che vede al centro dio, patria e famiglia: la religione cattolica, la nazione autoctona, la famiglia etero.

Si nega la principale conquista della modernità: la libertà di scelta dell’individuo. Si propone, ripetiamo, un modello di pensiero unico illiberale, che all’individuo sostituisce lo stato, ovviamente inteso in senso etico, l’etica di cui sopra ovviamente: dio, patria e famiglia. Etica unica diciamo.

Infatti siamo davanti alla classica “Reductio ad unum”. In questo caso parleremmo di “Reductio ad sinistrum” (pardon per il latino maccheronico). Qualsiasi cosa dica la sinistra, proprio perché la dice la sinistra, sarebbe sbagliata. In pratica si ricade nella fallacia dell’”argumentum ad hominem”. Per capirsi: “Chi afferma questo? Una prostituta. Quindi non può essere vero, perché detto da una prostituta”. Classico argomento avvocatesco, da aula di tribunale.

Si dirà che la sinistra, a sua volta, ricorre alla “Reductio ad Hitlerum, nel senso che qualsiasi cosa dica la destra riporta al nazismo, eccetera, eccetera. Può darsi.

Però Hitler e Mussolini sono esistiti, mentre la sinistra criticata dalla Meloni – come blocco unico falce e martello – esiste solo nella sua fantasia. Perché è vero che la sinistra comprende comunisti, ex comunisti, fondamentalisti verdi, eccetera, ma rinvia anche a socialisti, liberali, democratici e progressisti vari.

Anche a sinistra lo stato piace, spesso troppo, però tra Hitler, Mussolini e i fratelli Rosselli (non solo il sacrificio di Matteotti, purtroppo) c’è una bella differenza. Insomma le tradizioni politiche contano. I fascisti sono una cosa i liberali un’altra. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, mescolare pere comuniste, con le mele liberali.

Qui la vera settaria è Giorgia Meloni. Un’ultima cosa: il Dio, patria e famiglia, sembra ripreso pari pari dal programma del Maresciallo Pétain. Ci riporta insomma alla Francia sconfitta nel 1940, collaborazionista dei nazisti.

E qui si apre il discorso sull’idea di Europa di Giorgia Meloni. Che rimanda decisamente ai nazionalismi. Il che significa che le destre, se anche dovessero vincere le elezioni europee, dopo non potrebbero non dividersi. E per una semplice ragione: perché la destra, come lo scorpione con la rana servizievole, non può non pungerla, anche a costo di andare a fondo insieme nel fiume, dal momento che così vuole il suo istinto di scorpione (di destra). Il che significa una cosa sola: autodistruzione dell’ Unione Europea. Del grande lavoro compiuto negli utimi (quasi) settant’anni.

Si ricordi che l’ultimo tentativo delle destre nazionaliste di creare, quello che allora fu chiamato il “ Nuovo Ordine Europeo”, risale a Hitler e alle sue armate. Tutti i suoi alleati fascisti lo tradirono, spagnoli, italiani, rumeni, ungheresi, bulgari. Proprio perché nazionalisti. “Ognuno per sé, dio per tutti. Questa la regola base della destra, peggio ancora se di ascendenza fascista.

L’Europa dei nazionalisti, coattiva o meno, non funziona. E questo, detto per inciso, è un altro  buon motivo  per non votare Giorgia Meloni alle prossime europee.

Per votare chi allora? La sinistra? Quella dei vaccini, delle misure sulle tavolette dei gabinetti, quella del cuore a sinistra e del portafogli a destra, eccetera, eccetera. Sì. Magari, diciamo, quella più liberale.

Ci si turi il naso, si pensi al sacrificio di Matteotti e dei fratelli Rosselli E sia dia un calcio in culo elettorale a Giorgia Meloni.

Carlo Gambescia

sabato 1 giugno 2024

Premierato. Le menzogne di Giorgia Meloni

 


Giorgia Meloni, mente sapendo di mentire. Non c’è altra spiegazione. Si legga qui:

«Noi proponiamo di fare eleggere direttamente il governo e di abolire i senatori a vita, il Pd propone di non fare eleggere il governo dai cittadini e di raddoppiare i senatori a vita. Non so se vogliamo direttamente tornare al senato regio con i senatori nominati in base al censo, ma non è il mio modello. Forse il modello della sinistra non è il mio. Nel mio modello il potere deve stare nelle mani dei cittadini. Perché una politica scelta dai cittadini risponde ai cittadini. E quando non fa bene, dai cittadini viene giudicato» (*).

Su quello che propone il Pd non entriamo nel merito. Ma, come abbiamo spiegato più volte, la riforma “a sonagli” della Meloni blinda il governo per cinque anni (**).

Prima menzogna: il potere è già nelle mani dei cittadini, perché si vota liberamente.

Seconda menzogna: il senato regio comprendeva membri di diritto e di nomina reale. Che c’entra il senato monarchico con i senatori repubblicani, di numero limitatissimo? Quelli di nomina sono cinque (il “censo” della Meloni…) contro duecento senatori eletti dal popolo.

Terza menzogna: la riforma propugnata dalla Meloni, trasferisce il potere nelle mani del governo e per cinque anni. In pratica, il Parlamento assume un ruolo  notarile. Come quello del Presidente della Repubblica. E i "cittadini" – al centro del pomposo "modello di potere" meloniano – per un lustro reggono il moccolo.

Un governo, in cinque anni, senza controllo del parlamento, può stravolgere la Costituzione. E visto come la pensa la Meloni, anche  in chiave autoritaria. Ecco  la verità.

Infine una brevissima lezione di diritto costituzionale: il popolo elegge, il parlamento discute, il governo decide. La riforma Meloni, dei tre momenti, salta il secondo, perché con  una maggioranza blindata (si prevede anche un premio elettorale) e un governo onnipotente, il ruolo dell'opposizione è ridotto ai minimi termini. Sicché   il parlamento  diventa inutile,  se non   - ecco, qui, si torna veramente all'Ancien Régime, altro che il senato di Vittorio Emanuele III...  - come pura e semplice  camera di registrazione  dei decreti del re,  pardon del governo.

È democrazia questa? Se lo è, è democrazia plebiscitaria, che si fonda sul rapporto tra il capo e le masse. Cara a Napoleone I e III, a Mussolini e Hitler, ai caudillos sudamericani, ai dittatori africani e asiatici.

Come diceva l’adagio, dimmi con chi vai, ti dirò chi sei…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ilsole24ore.com/art/premierato-meloni-zuppi-vaticano-non-e-repubblica-parlamentare-AGuROgK .
(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/05/legge-sul-premierato-melonismo-sonagli.html .

venerdì 31 maggio 2024

Giorgia Meloni e la sindrome Dumini

 


Quando è in gioco la mentalità culturale, cioè qualcosa che plasma un ambiente sociale e politico, certe dichiarazioni individuali, soprattutto di un leader politico, andrebbero soppesate attentamente. Non amplificate per far piacere ai potenti di turno.

Di che parliamo? Il lettore avrà intuito. Di Giorgia Meloni, che su Matteotti non dice nulla di nuovo, se non per i telegiornali di stato e una stampa fin troppo benevola.

Che ha detto la Meloni? Che Giacomo Matteotti fu ucciso dagli squadristi fascisti. Che novità… All’epoca lo riconobbero perfino Mussolini, che sapeva tutto fin dall’inizio, e gli stessi giudici, filofascisti, che condannarono Amerigo Dumini, insieme ad altri due quadristi, a cinque anni ritenendolo colpevole di “omicidio preterintenzionale”, poi condonati, eccetera.

Dopo di che Mussolini e il fascismo continuarono, e con protervia, sulla stessa strada, fino al sacrosanto capitombolo finale. Ci vollero vent’anni di aspersorio e manganello e una catastrofica guerra mondiale, causata dall’Asse, per liberarsi dalla maschera di ferro del fascismo.

Di questo deve parlare Giorgia Meloni. E soprattutto dei Dumini culturali che popolano tuttora la cultura della destra. E che riflettono una mentalità fascista, quindi intollerante, rissosa, sopraffattrice.

Si legga oggi il fondo di Veneziani su “La Verità”: è di un disprezzo e di una violenza verbale senza pari nei riguardi degli intellettuali di sinistra che Mazza, Sangiuliano, Meloni, nonostante i solti giri di parole, hanno escluso da Francoforte.

Li si sequestra e li si picchia idealmente come se la Ceka fascista, ora culturale, non fosse mai andata in pensione. Si dice che fanno le vittime. Come si diceva di Matteotti, prima di massacrarlo di botte. 

Si rifletta. La stessa Ceka alla quale apparteneva Dumini. Che però preferiva la vie di fatto col beneplacito del duce. Mai dimenticare che Mussolini, come Sorel (uno dei suoi pensatori preferiti), era affascinato dai metodi violentissimi di Lenin.

Attenzione, Veneziani (che pecca, tra l’altro, di assoluta mancanza di fair play: lui a differenza di Saviano va a Berlino), Mazza, Sangiuliano, sono satolli. Veneziani, che fa tanto il duro e  il puro, è un ex Consigliere di Amministrazione Rai, Mazza, già giornalista Rai ai massimi livelli, come del resto Sangiuliano, ora Ministro, prima direttore del Tg2. Si noti l’incrocio, non casuale crediamo, tra carriere ascensionali e televisione di stato.

Quindi, per dirla alla buona, potrebbero pure godersi le posizioni raggiunte ed essere magnanimi con gli antichi avversari della sinistra. No. Invece infieriscono. Che bassezza morale. Sono cekisti nell’anima. Altro che “nobilità della sconfitta”, come scriveva  Veneziani al tempo delle vacche magre. Diciamo che il principio valeva solo per la destra.

Di questo dovrebbe parlare Giorgia Meloni. Di come liberarsi della sindrome Dumini. Che, prima che materiale, è culturale. Quindi più profonda, cattiva e pericolosa per la nostra libertà.

Carlo Gambescia