giovedì 30 maggio 2024

Buchmesse 2024 e giacobinismo culturale

 


Andiamo subito al punto. Il problema non è la discriminazione presunta o meno di Roberto Saviano ma l’idea statalista che un “Commissario del Governo”, straordinario o meno,  debba gestire la cultura italiana all’estero, nel caso specifico la Fiera del libro di Berlino 2024, con l’Italia ospite d’onore. Il vero nemico è il giacobinismo culturale. Ci spieghiamo.

A parte i costi non lievi dell’operazione Buchmesse 2024 (*), sono cose che andrebbero gestite direttamente, dagli stessi editori. Ad esempio da una camera di commercio del libro, ovviamente di natura privata, non pubblicistica come in Italia. Si chiama visione liberale. 

Che aspetta l’ AIE (Associazione Italiana Editori) a liberarsi del busto di gesso statalista? Cipolletta, suo attuale presidente, fa il liberale ma solo a parole. Vuole la politica industriale come Landini. Dio li fa poi li accoppia.

Sicché si ricorre al “Commissario” con gli spaghetti. Si pensi al famoso sonetto di Trilussa sui fratelli litigiosi in politica: “ ma appena mamma ce dice che so’ cotti gli spaghetti semo tutti d’accordo ner programma”.

Parola – “Commissario” – che risale alla fase giacobina della Rivoluzione francese. Quando i commissari avevano potere di vita e di morte su incarico del Comitato di Salute Pubblica. Perciò il ruolo del commissario, pur cambiando i tempi e i modi, era ed è politico.

Invece politica e cultura, parafrasando un grande statista liberale, sono due parallele che non debbono incontrarsi mai. Quando si incontrano si inverte tutto, perché esiste una geometria della cognizione. Ignorata, con tutte le negative conseguenze del caso, da un strabico giacobinismo di destra come di sinistra. Per capirsi Lenin e Mussolini erano tanto giacobini quanto Robespierre.E da questo corto circuito politico destra e sinistra non sono più uscite. Come per i cani della stessa razza, cambia solo il collare.

Pertanto un commissario di sinistra coopterà scrittori e intellettuali in sintonia, un commissario di destra farà altrettanto, mobilitando intellettuali contigui ideologicamente.

Mazza è di destra. Proviene dal Movimento sociale. Si è formato giornalisticamente al "Secolo d’Italia", con colleghi come Gennaro Malgieri (**). Una contiguità ideologica, lasciando stare tutto il resto, che può spiegare l’invito rivolto a quest’ultimo e l’ automatica esclusione di Saviano, un non sintonico che rompe pure le scatole (secondo la destra).

Sono cose che accadono quando la politica  si fa stato, e lo stato si fa cultura. E nomina i commissari. In Italia l’idea del controllo politico della cultura è un’eredità del fascismo, con forti venature comuniste e cattoliche post belliche. Idea totalitaria, come quella dei commissari giacobini.

E qui nasce un altro problema. Per ragioni di scarsità (gli intellettuali della destra meloniana, di ascendenza missina, sono pochi e quei pochi, neppure belli e non ballano), il “Commissario Giacobino” Mazza non ha potuto non allargare, diciamo obtorto collo, anche alla sinistra o comunque a personalità contigue. Prevale così il rosa-nero: ad esempio Dacia Maraini e Pietrangelo Buttafuoco. Una raffinata scrittrice paleo-femminista e un femminaro paleo-nazista…

Però si scorrano gli altri nomi (***). Solo per fare un esempio si noterà subito la grande differenza di qualità tra Gennaro Malgieri e Claudio Magris. Che ne sa Malgieri di cultura mitteleuropea e russa? Ci insegna ciò che ha imparato il giorno prima? Bah…

Inoltre la parte saggistica è quella spiccatamente orientata a destra: Zecchi ( già spengleriano-costanziano), Guerri (dannunziano postmoderno), Campi (cacciatore stagionale di tartufi politologici), Mecacci (autore di un libro revisionista sulla morte di Gentile), Veneziani ( spengleriano di Bisceglie), il citato Malgieri. E così via.

Però ripetiamo, il problema non è quello di fare la conta contrapposta degli esclusi e degli inclusi. Ma di azzerare tutto. Eliminando qualsiasi traccia di giacobinismo, rosso o nero che sia. A cominciare proprio dalla figura del “Commissario”.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://presidenza.governo.it/AmministrazioneTrasparente/Organizzazione/CommissariStraordinari/DPR%20MAZZA_20231221.pdf .

(**) Si veda, tra nostalgie giovanili  e nostalgismo politico (però con la polizza di assicurazione Rai), Mauro Mazza, I ragazzi di via Milano, Fergen 2006,  pp. 105-106 in particolare.

(***) Qui: https://www.giornaledellalibreria.it/news-fiere-e-saloni-italia-ospite-donore-2024-ecco-le-autrici-e-gli-autori-che-il-programma-aie-portera-alla-fiera-del-libro-di-francoforte-6111.html . E qui: https://www.aie.it/Buchmesse2024/ElencoAutoriFrancoforte.aspx?Pag=0&ModId=19570 .

mercoledì 29 maggio 2024

"Stronza"? No, squadrista

 


“Presidente De Luca, quella stronza della Meloni. Come sta?” (*). 

Questa l’espressione usata da Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, ieri a Caivano, nei riguardi di Vincenzo De Luca, Presidente della Regione Campania. Da carica istituzionale a carica istituzionale.

Già conosciamo la risposta degli aficionados, quelli del “Giorgia insegnaci la vita”. Ha cominciato per primo De Luca, definendola tale, in passato, con i giornalisti parlamentari.

De Luca è un ex comunista, che talvolta scivola nel macchiettismo. Fa sorridere e perfino ridere. Giorgia Meloni no. È truce. Come gli squadristi. E non fa nulla per nascondere questo lato tenebroso, che ultimamente sembra spiccare perfino sul piano delle normali relazioni istituzionali: dal “me ne frego” al turpiloquio. Per non parlare del suo rapporto speciale con un condannato all’ergastolo.  

Che dire? "Mostra i denti il pescecane/E si vede che li ha/Un coltello, solo, ha Mackie...".

E i lettori, badino bene, questo è solo l’inizio. Purtroppo quel che si stenta a capire (e i mass media non aiutano) di questa nuova Opera da tre soldi,   è che  Mackie Messer  ora  fa lo   squadrista, quantomeno sul piano della mentalità.

Che cos’era lo squadrismo? Un’organizzazione paramilitare che aveva lo scopo di intimidire e colpire fisicamente, ricorrendo alla violenza, gli avversari politici.

La caratteristica principale dello squadrismo fascista era l’intolleranza verso gli avversari politici, tramutati in nemici da eliminare. Squadrismo come strafottente, assoluta, convinta violazione delle regole dello stato di diritto. Nel dubbio menare. Anche solo verbalmente. Ecco il credo dello squadrista.

Per ora Giorgia Meloni si limita alla strafottenza. Cioè ad assumere un atteggiamento arrogante e irriguardoso nei riguardi degli avversari. Ovviamente in questo modo riesce a tirare fuori il peggio dai suoi interlocutori. Lavora per la guerra civile.

Chiunque abbia studiato con attenzione l’antropologia sociale dell’ estrema destra (cioè i suoi modelli di comportamento sociale), sa benissimo che il ricorso alla violenza verbale e fisica, in un mondo che ha sempre privilegiato l’azione al pensiero, è la norma. Pertanto Giorgia Meloni non può non “pensare” da squadrista: l’acqua della vasca politica in cui ha sempre nuotato è quella del militante che entrava in sezione armato, discuteva di linea politica, a colpi di insulti, per poi tirare fuori la pistola, minacciare gli astanti, a sua volta minacciato.

Per ora, Giorgia Meloni ricorre al manganello linguistico. In pubblico. Il lettore invece faccia mente locale sul privato: provi a immaginare che razza di comportamento la Meloni assumerà, una volta lontana dalle telecamere, con i suoi dirigenti e militanti: i retroscenisti, quelli che dei politici sanno tutto, si guardano bene dal riferirne.

Quel che è accaduto ieri a Caivano imporrebbe le dimissioni. Non ha precedenti nella storia repubblicana. Almeno in quella immortalata dalle telecamere.  La Meloni non mostra alcun ritegno. Mattarella dove sei?

A prescindere dalle dimissioni, servirebbe, come minimo, una seria riflessione sui rischi di una simile deriva. E invece? Oggi la stampa, anche di sinistra, con rare eccezioni, parla genericamente di “scontro” con De Luca. Pari sono insomma… E questo purtroppo è l’effetto di ricaduta su destra e sinistra di trent’anni di populismo a colpi di piazze televisive e conduttori compiacenti.

In realtà, il punto non è, come titola “Domani”, che dietro le parolacce della Meloni c’è il nulla.

Non è vero: c’è lo squadrismo.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2024/05/28/la-premier-saluta-de-luca-sono-quella-stronza-della-meloni_08dd32f7-28e1-4eb5-bd03-96ca058a0ef8.html .

martedì 28 maggio 2024

Antimodernismi. Da Pio X a Francesco

 


Qualche anno fa un giornalista chiese a Storace di dire qualcosa di destra. E lo sventurato rispose così: “A frocio!”.

Ora sembra che anche papa Francesco abbia detto qualcosa di destra a proposito dei seminari e dell’accettazione di futuri sacerdoti gay, tipo, “Basta così perché già nei seminari c’è troppa frociaggine”…

Al di là delle battute di Storace ( e pure del papa), riteniamo che dalla chiesa in quanto tale, certi laici si aspettino troppo. La cultura di base, per quanto zuccherosa e solidarista, è rimasta quella novecentesca che nella migliore delle ipotesi vedeva nel “diverso” persona che si “doveva curare”. L’omosessualità come malattia. I famosi “uomini sessuali” rispolverati da Checco Zalone.

La chiesa tuttora ritiene che chi abbia gusti sessuali non conformi, soprattutto se prete, sia destinato “a cadere in tentazione” più di chi li abbia conformi. Questa, sembra essere, la tesi del papa. Ha un fondamento scientifico? Per ora no. Forse razzista.

Pertanto, ripetiamo, c’è tanto Novecento machista, fascista e peronista, in quel che dice Francesco. Sebbene  espresso in forme diverse. Ci spieghiamo.

Più di cento anni fa il modernismo cattolico, condannato nel 1907 addirittura con una Enciclica, si proponeva, molto dottamente, di studiare la storia del cristianesimo come quella di qualsiasi altra religione.

Oggi, che invece il livello culturale  si  è abbassato,  modernismo e  critica al modernismo si muovono  su altri piani. Niente più Encicliche come la “Pascendi” di Pio X.  Niente  più  giornate trascorse in biblioteca. Sicché  la critica  della Chiesa  è meno diretta. Non è più a priori ma a “posteriori” …

A ogni secolo la sua pena.

Carlo Gambescia

lunedì 27 maggio 2024

Serial killer fascista e poliziotto liberal-democratico

 


La retorica è l’arte di persuadere con le parole.  Non è neutrale. Può essere basata sulla transigenza e sull'intransigenza.  In base ai gradi    di rispetto  rivolti   verso l'interlocutore, diciamo verso la sua intelligenza. Spesso, infatti,  dietro l' apparente transigenza si nasconde l'intransigenza.  Si legga qui quanto ha dichiarato Giorgia Meloni sulle possibili alleanze post elezioni europee.

«Se sono disponibile ad alleanze con l’estrema destra in Europa? Io non do patenti di presentabili, sarà perché a me sono state date per una vita, queste cose le decidono i cittadini”, dice Meloni, ospite di ‘In mezz’ora’. “Il mio obiettivo – sottolinea – è una maggioranza di centrodestra”, è quello di “mandare la sinistra all’opposizione anche in Europa”. “Di sicuro non sono disposta a fare alleanze con la sinistra, tutto il resto si vede” » (*).

Forse saremo ripetitivi. Ma notiamo che su quanto stiamo per dire i mass media non insistono con sufficiente forza argomentativa .

Partiamo dal concetto delle “patenti di presentabilità”. L’ idea di presentabilità risale al 1945. Come poteva essere definito presentabile un fascista. Due serial killer, come Hitler e Mussolini, che titolo di “presentabilità” potevano vantare? Fascismo e nazismo sono e restano impresentabili. Il Movimento Sociale, partito neofascista, è stato discriminato nel senso che i partiti liberal-democratici si rifiutavano giustamente di governare con i fascisti dopo Mussolini. Se Giorgia Meloni, come ripete continuamente, ha subito discriminazioni, le ha subite, con ragione, perché in qualche modo legata al partito dei serial killer. Con i fascisti non si può transigere.

Altro concetto, “mandare la sinistra all’opposizione”. Si tratta di un’idea che rinvia alla normale dialettica parlamentare. Pertanto a prima vista può apparire come il portato di una normale fisiologia liberal-democratica. Che c’è di male? La minoranza diventa maggioranza e così governa, eccetera, eccetera. In realtà il problema è che gli Hannibal Lecter politici non rimandano alla fisiologia ma alla patologia politica.

Pertanto la retorica di Giorgia Meloni, volta a convincere gli elettori, punta a normalizzare - ecco la bonomia, la transigenza, "siamo tutti democratici"  -   i serial killer politici per favorire - semplificando - l'intransigenza fascista.   Alla quale per difendersi le liberal-democrazie. piaccia o meno, devono rispondere con l'intransigenza. E' questione di vita o di morte.

Meloni  tramuta in fisiologico ciò che invece è patologico. Per capirsi: l’idea di mandare all’opposizione la sinistra è apprezzabile, ma non condivisibile, se per favorire questo progetto, l’elettore deve consegnarsi mani e piedi legati agli eredi politici dei serial killer.

L’artificio retorico di fondo è nel mescolare le acque, cioè nel confondere volutamente le cose: la liberal-democrazia e i suoi nemici. Insomma, mischiare capre e cavoli. Cioè concetti appartenti a classi differenti. Il che rischia sempre di risolversi – ecco il punto politico – in un pericoloso e immeritato vantaggio competitivo per la destra di estrazione fascista. Si può essere transigenti con i serial killer? No.

Concludendo, il vero nodo delle elezioni europee è nel rifiutare o meno – semplificando al massimo – la distinzione tra serial killer fascista e poliziotto liberal-democratico.

Ed è grave che non pochi mass media (per non parlare dei social) non si pongano il problema, e soprattutto non lo pongano a Giorgia Meloni.   Peccando così di credulità e di transigenza con gli intransigenti.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/politica/ucraina-meloni-nato-stoltenberg_12bwz9lKeORY7UBrVEjAz .

 

domenica 26 maggio 2024

Destra. Italia e Spagna, un raffronto

 


Ieri con un caro amico spagnolo si ragionava di Vox e Fratelli d’Italia. Proponendo alcuni raffronti.

In realtà, Vox e Fratelli d’Italia non rivendicano mai esplicitamente il franchismo e il fascismo. La tecnica è più o meno la stessa, silenzio e rimozione dal discorso pubblico.

Con una differenza fondamentale però. Santiago Abascal viene dal Partido Popular , Giorgia Meloni, rivendica la popria identità missina, cioè di un partito dalle radici fasciste. Le famigerate “radici che non gelano”.

Il Partido Popular spagnolo è nato dalla riunificazione delle destre legatarie disposte ad accettare (semplifichiamo) i principi del liberalismo, dell’alternanza, del pluralismo (Aznar) e quelli di un realismo politico, grato per certi aspetti dell’opera di Franco, ma con lo sguardo decisamente rivolto verso il futuro ( Fraga Iribarne).  Il Partido Popular spagnolo, oggi è un partito europeo nel senso pieno del termine, liberal-democratico, europeista, filo-occidentale, favorevole all' economia di mercato.

Vox in qualche misura ne è la costola destra, molto a destra, ma esterna diciamo. Un partito, parliamo di Vox, che purtroppo, questo sì, al momento, sembra desiderare di spostarsi ancora più a destra. Di qui la sua crescente simpatia per Fratelli d’Italia.

Il che a nostro avviso è un errore. Come nel gioco dell’oca, il rischio è quello di tornare indietro alla casella iniziale da cui sono partiti Fraga e  Aznar (semplifichiamo). Si chiama anche involuzione politica.

In realtà Giorgia Meloni rinvia, per simpatie ideologiche, a Blas Piñar, che respinse la “transizione” alla democrazia, e fondò un partito di nostalgici, neofranchista, dallo scarso successo, Fuerza Nueva, scomparso nel 1982. Partito che aderì all’Eurodestra voluta all’epoca dal leader neofascista Giorgio Almirante. Alleanza che che includeva lepenisti e ammiratori greci dei colonnelli.

Dicevamo Blas Piñar. In reltà alle spalle (ideologiche) di Giorgia Meloni, che, praticamente, ha cancellato l’esperienza di Alleanza Nazionale (non ne parla mai), c’è Almirante, un Blas Piñar, più abile, pragmatico e fortunato. Il Movimento Sociale Italiano si consolidò come presenza stabile all’estrema destra del Parlamento fino al suo scioglimento nel 1995. Quando, dalle sue ceneri, nacque Alleanza Nazionale, guidata da Gianfranco Fini. Partito ufficialmente durato fino al 2009, confluito nel Popolo della Libertà di Berlusconi, per poi uscirne e dissolversi di fatto nel 2015. Dopo di che venne il turno (2012), come sembra fortunatissimo, di Fratelli d’Italia, tornato fedele all’identità missina. Che vede Giorgia Meloni al suo comando dal 2014.

In realtà è come se oggi, ideologicamnete parlando, governassero i nipotini politici di Almirante, un Blas Piñar consolidatosi.

Almirante rivendicava il neofascismo in modo più sobrio, Piñar meno: il suo rapporto con l’eredità ideologica di Franco (un dittatore che a differenza di Mussolini tenne fuori la Spagna dalla Guerra mondiale e ne favorì la modernizzazione) era più fitto.

Certo Vox, al momento,  è su un piano inclinato, il rischio “ritorno alla casella di partenza” è reale. Ma tra Santiago Abascal e Giorgia Meloni, è quest’ultima ad essere a più destra, nel senso delle radici fascista. Quindi è l’Italia a rischiare di più.

Oggi la Spagna, fortunatamente, ha la sua Alleanza Nazionale: il Partido Popular. Un partito che però ha dimostrato, a differenza di Alleanza nazionale, di aver completato il processo di liberal-democratizzazione. Una forza politica, piaccia o meno, totalmemte affidabile sul piano costituzionale ed europeo. 

Cosa che invece, come detto, non è accaduta in Italia: Fini, personaggio politico mediocre, è andato a fondo. Di conseguenza Almirante e Blas Piñar parlano attraverso Giorgia Meloni. Diciamo pure che nella leader di Fratelli d’ Italia la traccia almirantiana è più visibile: il famigerato manganello e doppio petto. Probabilmente Giorgia Meloni nulla sa di Piñar (eventualmente può chiedere al dottor Magliaro…). Ma la natura antiliberale di Fratelli d’Italia è la stessa di Fuerza Nueva.

Non ci si faccia trarre in inganno dal pragmatismo meloniano e dal suo studiato atteggiamento da “mamma che lavora”. Se proprio la si deve definire mamma, il pensiero dovrebbe andare – politicamente parlando, per carità, nulla di personale – a “Mamma Ebe”.

Per ora, in qualche misura la Spagna con Vox, è messa meglio dell’Italia. Sempre che Santiago Abascal non regredisca del tutto, per sposare politicamente, “spagnolizzandola” la causa di Giorgia Meloni.

Anche perché la situazione italiana, così come si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni, rimane molto differente da quella spagnola. Si pensi a uomini politici di destra (solo per fare alcuni nomi) del calibro di Adolfo Suárez, già franchista (per alcuni però molto tiepido), ma intelligente artefice, con il re Juan Carlos, della transizione alla democrazia liberale; Manuel Fraga Iribarne, il pirotecnico e coltissimo fondatore del Partido Popular; José María Aznar, il grande modernizzatore liberale della destra spagnola.

Invece l’Italia chi ha avuto? Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: un imprenditore populista e bon vivant, e un uomo politico di mezza tacca. Un totale disastro.

Un fallimento che però spiega il ritorno al potere del neofascismo missino.

Gente che nulla ha imparato, nulla ha dimenticato.

Carlo Gambescia

sabato 25 maggio 2024

“Cancel culture” e catapulta statalista

 


Ora basta con questa storia del dare addosso alla “Cancel culture”. Ormai cavallo di battaglia della destra, la peggiore destra razzista. Proviamo allora a riformulare la questione.

Cos’ è che ha fatto grande l’Occidente? I classici greci e latini, Dante, Shakespeare, e così via?

Indubbiamente esiste un canone occidentale. Una tradizione letteraria, studiata nelle scuole e nelle università. E dibattuta tra i dotti.

Esiste però qualcosa di più importante che caratterizza l’Occidente: la libertà di pensiero e di parola. Sconosciuta, piaccia o meno, ad altri popoli. Pensiamo non solo agli Indiani, ai Cinesi, agli Arabi, ma anche ai Russi ad esempio, oppure alle correnti reazionarie tuttora presenti nella stessa cultura occidentale: i suoi nemici interni, fascisti, nazisti, eccetera.

Parliamo, in generale, di un mondo che nega espressamente l’eredità liberale. O che per varie ragioni, giustificate o meno, resta estraneo a un pensiero che affonda le radici nell’Illuminismo. Non si tratta di formulare graduatorie, ma più semplicemente di prendere atto, laicamente,  delle rispettive  diversità.

Sotto questo aspetto la “Cancel culture” va oltre la laica accettazione delle differenze, perché si tratta di una rilettura da sinistra del canone occidentale. Lo si giudica come una forma di imperialismo, al quale si oppone un imperialismo di segno contrario: quello anti-occidentale. L’approccio “cancel” rimanda al disconoscimento del principio dei principi: quello della libertà di pensiero e di parola. Ci spieghiamo meglio.

Il vero punto della questione, non è come proclama la destra, ribadire ad esempio la grandezza e l’unicità di Dante , ma di difendere una tradizione politica e culturale che difende la libertà di pensiero e parola. Il problema non è Dante, cioè l’offesa, presunta o meno, a Dante, ma la pretesa di vietare Dante a scuola.

La destra, che non è sicuramente amica della libertà di pensiero, quando ribadisce la grandezza di Dante, commette un peccato di imperialismo culturale. Per capirsi: pretende che Dante sia studiato a scuola in quanto Dante. In qualche modo fa il gioco della sinistra, che non vuole che Dante sia studiato a scuola, proprio perché Dante. Il contenuto delle prove addotte dagli uni e dagli altri qui non interessa.

In realtà quel che andrebbe evitato è proprio la discussione – da credenti politici (tifosi per così dire) – sulla grandezza di questo o quel pensatore occidentale o di qualsiasi altra provenienza. Per quale ragione? Perché esiste un pericolo. Quale? Dello stato-catapulta. Cioè che attraverso l’intervento dello stato si impedisca la discussione stessa dando ragione, di volta in volta, agli amici o ai nemici di Dante.

Insomma, non si può mettere Dante (o altro pensatore, anche non occidentale) ai voti: una volta vietarlo, una volta permetterlo secondo le indicazioni di una specie di ragion politica occidentale o anti-occidentale.

Un giudizio letterario non può essere trasformato in giudizio politico. 

La grandezza dell’Occidente è nella separazione tra cultura da una parte, e politica e religione dall’altra. Nella sua  volontà di   secolarizzazione. Un processo che rimane alla base della libertà di pensiero e parola.

Di conseguenza questa destra e questa sinistra, pro o contro Dante, tramutano la cultura in politica o peggio ancora in religione politica. Il che, in pratica, significa razionalizzazione-giustificazione della letteratura. La si piega a scopi politici.

In questo modo la libertà di parola e pensiero diventa libertà di parola e pensiero al servizio del potere politico. Quindi, ripetiamo, si discute non più della libertà di discutere Dante, ma della superiorità o inferiorità di Dante rispetto alla superiorità o inferiorità di un’idea politica. Le polemiche tra “occidentalisti” di destra e “anti-occidentalisti” di sinistra ruotano intorno al mezzo (Dante) e non al fine (la libertà di pensiero e di parola).

La destra che è dalla parte dello stato-catapulta legislativa, quanto la sinistra, usa Dante, come una pietra di due o trecento chili da scagliare contro le mura della città anti-occidentalista. I cui difensori, a loro volta, rispondono con lanci di pietre altrettanto violenti. Pronti a contrattaccare, con pari durezza, e così via.

Si dirà ma allora il voto del popolo, la tanto declamata libertà di pensiero, eccetera? Risposta: si può mettere un pensatore ai voti? No. Si può approvare per legge la grandezza letteraria? No. Quanto alla libertà di pensiero è ovvio che non può consistere nell’opprimere quella del nostro interlocutore, comunque la pensi.

Come uscirne? Separando la letteratura dalla politica. Evitando ogni forma di religione politica, “occidentalista” e “anti-occidentalista” (per semplificare). Soprattutto in chiave di catapulta statalista.

Cosa che da almeno tre secoli, diciamo a far tempo dall’Illuminismo, si tenta di spiegare al popolo. Che però non sempre sembra capire l’essenza del liberalismo.

Che la libertà di pensiero e di parola sia per pochi?

Carlo Gambescia

 

venerdì 24 maggio 2024

Taglio dei tempi di attesa. Per un pugno di voti

 


Che significa decadenza della politica? Presto detto.

Con quello che sta succedendo nel mondo, Giorgia Meloni, proprio pochi giorni prima delle europee, si occupa di welfare sanitario. Nulla di nuovo, il solito decretone-sanità, che, tra le altre cose, si propone di tagliare i tempi di attesa per gli esami medici. Così almeno si proclama. Tradotto: per un pugno di voti. E con l’aiutone dei “Tg di Stato” all’ora cena. Rigorosamente, uno o due giorni prima delle elezioni. Due, tre volte al dì, all’ora dei pasti.

Si tratta veramente di bassa politica. Una misura tipica di quel ciclo della spesa pubblica (si spende prima, si tassa dopo elezioni) che caratterizza le peggiori democrazie welfariste di Caracas. Quindi non liberali

Anche perché stando alle parole del Ministro della Sanità Schillaci (*), si capisce subito che si tratta del solito intervento di velleitaria tecnocrazia sociale. Si punta su una “anagrafe centralizzata”, su nuove assunzioni, e su una maggiore cooptazione dei privati.

Su quest’ultimo aspetto si pensi alle guerre quando dopo aver  raschiato il fondo della botte  dei coscritti  si ricorre  alle truppe mercenarie. Il comando però rimarrà nelle mani degli stessi generali. Nel nostro caso i generali da scrivania del Ministero della Sanità.

I privati, per principio, se fossero veramente tali, dovrebbero rifiutarsi di somministrare – come si dice in burocratese – prestazioni a mezzo servizio. Ovviamente, non si tratterebbe, come pretende la sinistra, di trasferire tutto il potere ai Soviet degli ospedali pubblici, ma di favorire: 1) la progressiva privatizzazione del settore (favorendo pacchetti assicurativi e libertà individuale di cura); 2) la crescente apertura alle grandi multinazionali private della sanità, anche estere.

Creare insomma, fin dall’inizio, una competizione tra pubblico e privato, per poi giungere nel tempo, sulla base di risultati concreti, frutto di libere scelte dal parte dei “consumatori” di sanità, alla privatizzazione del settore. Insomma, si deve aprire, e decisamente, al mercato.

Insistere invece con le vecchie e velleitarie politiche stataliste, di stampo tecnocratico e spendereccio non porta da nessuna parte. Corrompe il privato, che diventa schiavo della droga delle convenzioni, accresce i poteri già elevati della sanità pubblica, favorisce la crisi fiscale dello stato.

Ecco perché parliamo di decadenza politica. E Giorgia Meloni è il principale agente di questa decadenza. Come quando, andando oltre il comune senso del pudore  politico, annuncia, a proposito del taglio ai tempi di attesa, che si tratta di una misura “bandiera” per il governo. In realtà siamo davanti all’ennesima truffa politica a danno dei cittadini.

Attenzione però: di cittadini imbecilli che, quando intervistati (almeno otto su dieci), dichiarano di essere favorevoli alla sanità pubblica. Il mantra demoscopico è che la sanità pubblica può essere migliorata, perfezionata, eccetera, eccetera.

Come si può intuire, la credenza nei miracoli, non è mai scomparsa.

Carlo Gambescia

(*) Per il decreto, sintetiche  informazioni qui: https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=122294 .