domenica 14 gennaio 2024

Possibilità

 


Quali sono veri problemi di questa fase storica? L’intelligenza artificiale? La transizione ecologica? Il razzismo e la disuguaglianza? La pace? Il fondamentalismo?

Qui ci fermiamo, perché la lista è molto lunga. Del resto ognuno di noi può aggiungere, togliere, sostituire altre “voci”.

La vera domanda in realtà è un’altra. C’è un elemento, fattore, idea che distingue, riassume, spiega sintetizza, nel bene e nel male, questa fase storica, rispetto alle altre? Sì. E di quale idea si tratta?

Si pensi intanto alla “possibilità” di comunicare e trasferire velocemente uomini e merci da un lato all’altro del pianeta. Non ci si soffermi però sugli aspetti tecnologici, ma sull’idea di “possibilità”.

Infatti è questa la parola d’ordine che può designare il nostro tempo: possibilità. Nelle due accezioni del termine: a) come la caratteristica di ciò che può esistere, realizzarsi, avvenire; b) come potere di fare e conseguire qualcosa.

In nessun altro periodo storico il concetto di possibilità ha goduto di una tale importanza. Ovviamente accettare l’idea di possibilità significa accettare il cambiamento continuo intorno a noi. O comunque vuol dire accettare la possibilità che il cambiamento avvenga.

Non è una questione di crescita della tecnologia, ma di disposizione mentale. Pensiamo a una mentalità favorevole all’uso della tecnologia per accrescere le possibilità umane. La possibilità è il fine, la tecnologia il mezzo.

Ora, il principale problema del nostro tempo è nel conflitto tra coloro che accettano l’idea di possibilità e coloro che la rifiutano. La domanda che ci si pone è la seguente: le possibilità dell’uomo sono finite o infinite?

Per capirsi, un ecologista risponderà che sono finite. La stessa tesi sarà sostenuta dal religioso. Uno scienziato invece parlerà di possibilità infinite. Un filosofo, uno  storico, un sociologo, un economista suggeriranno di procedere pure avanti, ma con giudizio, dal momento che gli uomini sono portati ad autoingannarsi.

E la gente comune? Non ha un baricentro preciso, tende a oscillare da un estremo all’altro, dalla fede assoluta nelle possibilità umane, al pessimismo più nero. C’è chi crede nelle possibilità umane fino in fondo. Chi si ripiega su stesso. Chi si rialza e combatte, chi si tiene a galla, chi affoga. “Eppur si muove”, per dirla con una espressione attribuita a Galileo. Ci stiamo ovviamente riferendo alla società umana composta di miliardi di individui che interagiscono tra di loro, perseguendo fini particolari. Una realtà umana che a prima vista può apparire  immobile e che invece si muove, muta, cambia. Così è stato, così sarà. Non esiste una “cristallizzazione” delle possibilità umane. Sono un farsi continuo: siamo davanti alle sempre cangianti acque del fiume eracliteo, per dire una banalità filosofica.

E la politica? Qui torniamo alla domanda iniziale, quali sono i veri problemi del nostro tempo? Si chieda alla politica. Perché è l’agenda politica a recepirli, fissarli in normative, implementando soluzioni. Andando però contro Eraclito. Ma anche contro Galileo. Si chiama cultura welfarista della fissazione ufficiale delle possibilità.

In realtà, la politica oscilla, senza un baricentro, come del resto la gente comune. La politica però nutre la pretesa di implementare, mettere in pratica. Sicché l’idea di possibilità si allarga e si restringe in base agli umori diffusi, mediati, per così dire, politicamente, e spesso tradotti in costosi servizi e istituzioni, che proprio perché tali, non tengono il passo, con una società eraclitea che al tempo stesso però si condanna alla ciclotimia: nel senso che è la stessa  politica ad asserire,  a giorni alterni,  che  l’uomo può tutto  o niente

Prevale, insomma, un paralizzante clima di sbalzi umorali, indotto dalla politica, a proposito delle capacità individuali. Quindi delle possibilità dell’individuo. Un specie di mix,  banalizzando, tra Eraclito e Schopenhauer…

Il vero problema del nostro tempo è quello di una politica che invece di fare un passo indietro, permettendo agli individui di interagire liberamente, ne fa due, tre, quattro avanti, interferendo e delimitando.

Il problema non è quello di decidere ciò che sia possibile o meno,  addirittura una volta per tutte,  ma di lasciar fare, lasciar passare, permettendo agli individui di decidere liberamente, di poter fare e conseguire, quindi  esistere e realizzarsi.

Certo occorre giudizio. L’uomo come detto talvolta è portato all’autoinganno. Ma si tratta di un rischio che va accettato. Perché dove non c’è rischio, non c’è possibilità.

Carlo Gambescia

sabato 13 gennaio 2024

Il partito carismatico. Ecco Il punto debole di Fratelli d’Italia

 


Una caratteristica politica fondamentale dell’estrema destra italiana, come partito, è rappresentata da un fenomeno di tipo  ciclico.  Nel senso di legare la propria sorte politica  alle fortune di un capo carismatico.  Sorti o fortune che possono essere alterne. Di qui la natura ciclica, di composizione e ricomposizione della forma partito intorno a un capo politico preminente.  Il che però è un punto debole.

Fratelli d’Italia, come Alleanza Nazionale, come il Movimento Sociale, come il fascismo, da cui tre partiti discendono, hanno sempre ruotato intorno al culto del capo supremo, dai poteri taumaturgici che sa tutto, decide per tutti, eccetera, eccetera. È il triste tributo che la politica paga quando cede all’irrazionalismo, al mito, per farsi pericolosa religione secolare.

Il fascismo rinvia alla dittatura personale di Mussolini. I segretari del Movimento Sociale si contano sulla punta delle dita: su tutti spiccano i nomi di Michelini, Almirante e Fini. Quest’ultimo poi, fu il traghettatore-capo carismatico verso Alleanza Nazionale (1995-2009).

Ora è il turno di Giorgia Meloni, il cui potere è assoluto. C’ è però una controindicazione: al capo carismatico ha sempre corrisposto una classe dirigente mediocre, incapace di crescere ed elevarsi politicamente. Il vizio di origine si può ritrovare nei contorti rapporti tra Mussolini e i gerarchi, ovviamente fino alla resa dei conti del 25 Luglio, quando il "padre", ucciso dai "figli", cadde e il fascismo si spappolò.

Cosa vogliamo dire? Che, come nel caso di Mussolini, la prevalenza del capo carismatico, dai poteri assoluti, impedisce la crescita di una classe dirigente composta di bravi politici capaci al momento giusto di sostituirsi al capo, assicurando continuità istituzionale. Dopo Almirante, il Movimento Sociale entrò in crisi. Dopo Fini Alleanza Nazionale si spappolò. Una sorte che potrebbe toccare a Fratelli d’Italia “dopo” Giorgia Meloni. L’estrema destra carismatica, quando si istituzionalizza in partito, incorre inevitabilmente in un  insormontabile problema di selezione delle élite dirigenti.

Va detto che negli anni Cinquanta e Sessanta, il Movimento Sociale, a guida Michelini (1954-1969), sopravvisse a molteplici microscissioni, proprio perché, supinamente, si riteneva l’uomo politico romano, combattente fascista in Spagna, in un’ottica di sopravvivenza, l’unico capace di tenere insieme un partito di spostati e violenti. Non fanno testo i primi anni del partito (1946-1954), quando il Movimento Sociale era ancora in cerca di un capo carismatico dopo la lunga crisi mussoliniana. Come pure l’interregno di Rauti (1990-1991), tra Almirante (1969-1987) e Fini (1987-1990/1991-1995). Rauti, notevole intellettuale, privo però di quelle capacità organizzative, che quasi sempre giovano a un capo carismatico. Soprattutto nei momenti di fiacca. "Trasumanar" (è anche) "organizzar",   andando oltre i versi di Pasolini.

Riassumendo, il bersaglio principale non può che essere Giorgia Meloni, perché la sua caduta si porterebbe dietro la caduta di Fratelli d’Italia.

Non sta a noi indicare come provocarne la caduta  e con  quali mezzi. Il ventaglio è ampio, a partire dalle strategie politiche.

Sotto quest’ultimo aspetto, l’errore comunicativo che non va assolutamente commesso è quello di presentare mediaticamente Giorgia Meloni come un politico in buona fede, desideroso di traghettare il partito verso la democrazia interna ed esterna. Cioè guai a pensare alla Meloni come a una “poverina” costretta a gestire, suo malgrado, un partito di pasticcioni. Obbligata a fare salti mortali per favorirne l’evoluzione democratica.

In realtà secondo le migliori tradizioni dei partiti a conduzione carismatica, nella fattispecie della tradizione missina e fascista, l’incapacità dei dirigenti è funzionale al potere del capo. Più i dirigenti sono incapaci (perché violenti e spostati) più il potere del capo (pronto a sfruttare le debolezze altrui)  si fa assoluto.

Quindi la classe politica di Fratelli d’Italia non crescerà mai. Perché così vuole il capo. O meglio ancora  la logica interna del partito carismatico. Per fare un esempio, i suoi continueranno a girare armati, a scherzare sulla Resistenza, a magnificare l’opera Mussolini, a fare buoni affari quando si presenta l’occasione, eccetera, eccetera.  Mentre, come si può intuire, l’evoluzione verso la democrazia interna e esterna sono collegate. Senza l’una non è data l’altra. Come si possono celebrare insieme duce e democrazia ? Così però impone, ripetiamo, l' imprescindibile  logica interna del partito carismatico.

E per un verso è un “bene” che sia così. Perché dietro il potere di Giorgia Meloni c’è il nulla. Perciò, ripetiamo, se cade per così dire il capofamiglia, il partito si spappola. Già una volta nel 1943-1945 il fascismo duro e puro ( ammesso e non concesso che sia mai esistito), si è mostrato incapace di fare da collante. Figurarsi oggi. Per metterla sul piano antropologico: i figli possono pure uccidere il padre, ma dopo o si uccidono fra di loro o si suicidano. Con le auspicabili conseguenze elettorali del caso, visto che siamo ancora in democrazia.

Per chiarire meglio il concetto familistico che regna dentro Fratelli d’Italia vorremmo richiamare l’attenzione su una risposta della Meloni a una domanda sulla sorella. Alla quale ha replicato dichiarando che poteva farla assumere da un impresa pubblica e che invece ha preferito metterla a lavorare nel partito.

Insomma, Giorgia Meloni, così dicendo, prova di ritenere  il partito cosa propria, di famiglia. E nessuno può giudicarla.

Questo le conferisce un potere politico di vita e di morte sui dirigenti. Come notava Montesquieu il principio che regola il dispotismo è la paura. Aggiungiamo che il potere carismatico si regge anche sulla credenza nei poteri del capo, alla quale, quando si indebolisce, subentra la paura.

Tuttavia questa turba di schiavi superstiziosi, non ci stancheremo mai di ripeterlo, una volta caduta Giorgia Meloni, sarebbe condannata all' estinzione.

Però prima deve cadere.

Carlo Gambescia

venerdì 12 gennaio 2024

Ci risiamo con i treni che arrivano in orario…

 



L’atteggiamento politico di Giorgia Meloni è di una prevedibilità fascista che lascia senza parole. Si pensi alle polemiche degli ultimi giorni sul saluto romano e sulla preoccupante rinascita del pride neofascista.

Che tipo di atteggiamento ha adottato? In primo luogo, silenzio sui fatti: strategia della rimozione dell’anti-antifascismo con il silenziamento dei suoi. In secondo luogo, con un post ha rispolverato dati di ottobre 2023, terzo trimestre, sull’occupazione in crescita (*) . Come per dire, gli altri chiacchierano “noi” lavoriamo: strategia dei treni che arrivano in orario.

Sì, nostalgia canaglia… “Quando c’era Lui, i treni arrivavano in orario”. Insomma tutto funzionava. Certo, non si poteva parlare, però tutto funzionava… E poi la libertà è roba da signori… “Chi tène pane e vvino, ‘e sicuro è giacubbino”, vecchio grido di battaglia dei lazzaroni  sanfedisti. Oggi di Giorgia Meloni.

La prevedibilità fascista riguarda il baratto tra crescita dell’occupazione e diminuzione della libertà. Si tratta della vecchia strategia fascista, come accennato, dei treni che arrivano in orario: meno libertà più sicurezza sociale. Come andò a finire è noto.

Ammesso e non concesso l’aumento dei posti di lavoro – in realtà si tratta di una “vetta” già conseguita nello stesso trimestre del 2021 (**) – l’aspetto più rivoltante è proprio quello del riflesso condizionato fascista.

Il messaggio è il seguente: “Italiani, non badate a queste polemiche inutili su dei bravi ragazzi in camicia nera, noi governo, vi troviamo e garantiamo il lavoro. Altro che i signori di sinistra che invece vivono alle vostre spalle”. Per inciso, la figura dell’onorevole socialista che si preoccupa, prima del comizio, della sua diaria, fu uno stereotipo della propaganda fascista. Tra tutti, si veda “Vecchia Guardia” di Alessandro Blasetti.

Un rivoltante baratto del genere (libertà per sicurezza sociale) ripetuto giorno e notte da sei televisioni su sette, e rilanciato quotidianamente dal blocco dei giornali destra, nelle mani di un unico editore, non può non avere il suo peso. La nuova fabbrica del consenso lavora a pieno ritmo. Prima o poi quei ragazzi in bomber nero verranno dipinti come boy scout che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada.

Sì, ci risiamo con i treni che arrivano in orario…

Carlo Gambescia


(*) Qui: https://www.istat.it/it/archivio/291698 .

(**) Qui: https://www.ilsole24ore.com/art/istat-crescono-occupati-termine-superata-quota-tre-milioni-AEsaxV2 .

giovedì 11 gennaio 2024

Come difendersi dai nemici della liberal-democrazia

 


In una lunga inchiesta sul destino politico di Trump, “ The New York Times” (*), tra le numerose questioni, affronta quella della incandidabilità sulla base di un Emendamento (Sezione 3 del 14°), introdotto dopo la Guerra civile, che vieta a coloro che hanno tentato di sovvertire le istituzioni di candidarsi a cariche pubbliche federali.

Due stati americani lo hanno recepito, Maine e Colorado. Di qui il ricorso di Trump alla Corte Suprema, che però, a causa di un iter procedurale garantista, gli consentirebbe comunque di candidarsi negli altri stati, farsi eleggere, poi far ritirare le accuse contro di lui dal Dipartimento di Giustizia.

Una beffa, oltre al vulnus inferto da Trump alle istituzioni liberali: l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Come videro milioni di americani incollati alla televisione, Trump si avvalse della violenza di piazza, ricorrendo all’intervento di bande parafasciste. Fu un' insurrezione in piena regola e ben organizzata.

Trump è un personaggio pericoloso per la democrazia liberale, oltre che per la politica internazionale. Rifiuta qualsiasi mediazione istituzionale tra leader e popolo. Il che spiega la sua spiccata simpatia per i dittatori. Andava arrestato, processato e condannato subito, all’indomani dell’assalto al Campidoglio. Ecco come ci si deve difendere dai nemici della liberal-democrazia. Un taglio netto e via.

Così non è stato. Perché?

Purtroppo le democrazie liberali sono deboli sotto il profilo della difesa giuridica, soprattutto preventiva, del sistema politico, sociale, economico che ha fatto grande l’Occidente. Qui il problema riguarda inevitabilmente la recente rinascita dei movimenti di estrema destra in tutto l’Occidente.

Si è messo in piedi sul piano della legalità un sistema di garanzie, che se per un verso mette al sicuro il cittadino dai soprusi, per l’altro favorisce lungaggini, cavilli, e quant’altro serva per rendere torbide le acque del garantismo stesso. Il caso di Trump è esemplare. Meno esemplare quello di Berlusconi, persona non limpida, ma che non poteva e non può essere messa sullo stesso piano di un golpista come Trump. In Italia non abbiamo avuto assalti al Parlamento o al Quirinale.

La nostra non è una difesa postuma di Berlusconi, ma più semplicemente un richiamarsi a due personaggi odiati con la stessa intensità dalla sinistra.

In realtà, l’ odio feroce per due figure non assimilabili (un eversore mezzo fascista e un “bon vivant” prestato alla politica) rivela tutta la debolezza morale della sinistra. 

Si rifletta. Innanzitutto, la sinistra, parificando Berlusconi e Trump, ha dato ampia prova di non saper distinguere il nemico vero dal nemico falso. Talvolta addirittura si occupa dell’inessenziale, imputandosi sul linguaggio politicamente corretto, eccetera, eccetera. Insomma, fa di tutta l’erba un fascio (non è solo un gioco di parole). E sempre in modo isterico.

Quindi cosa accade? Che  si facilita il vittimismo dell’estrema destra. Che, a sua volta, subito ne profitta: per un verso critica l’isteria della sinistra, per l’altro sfrutta la democrazia liberale, a cominciare dall’impianto garantista, per distruggerla legalmente.

In Italia, l’antiberlusconismo isterico ha generato un clima di prepotenza politica, che ha alimentato il vittimismo dell’estrema destra, favorendone il successo elettorale. Sicché la persecuzione del Cavaliere ha favorito la vittoria di Giorgia Meloni. E così si è passati da un cummenda milanese a una neofascista della Garbatella. Al peggio non vi è mai fine.

Certo sarebbe stato meglio che Berlusconi si fosse astenuto dallo scendere in politica “sdoganando” i missini. Ma se la si mette così allora sarebbe stato ancora meglio che nel 1992 i giudici non avessero smantellato un sistema partitico che aveva retto e superato una serie di grandi prove storiche, politiche ed economiche: dalla ricostruzione al terrorismo. Per dirla tutta: allora sarebbe stato ancora meglio non consentire nel secondo dopoguerra la ricostituzione del Movimento Sociale. E qui torniamo alla necessità di impedire ai nemici della libertà di godere dei favori della libertà per distruggerla.  Di intervenire, insomma, senza tanti complimenti e mezze misure.

Negli Stati Uniti con Trump sta accadendo la stessa cosa. Più lo si “perseguita”, più il sistema politico e giuridico offre scappatoie, più la situazione si inasprisce, più cresce un vittimismo che, facendo simpatia (per così dire),  rischia di favorire la rivincita di un eversore.

La sinistra, non solo negli Stati Uniti, non è in grado di frenare questo processo, perché non vuole prendere atto, che contro gli eversori del sistema, il diritto di elettorato attivo o passivo e le garanzie legali, pronte a tramutarsi nelle mani dei nemici in artigianato del cavillo, vanno sospesi. Il nemico, se e quando tale, va schiacciato subito. Nel senso di evitare l’ artigianato del cavillo e il corto circuito elettorale del vittimismo. La testa del pitone va schiacciata immediatamente, prima che deponga le uova,

Si dirà che non è un’individuazione facile. E che una volta imboccata la strada della repressione preventiva contro i nemici della liberal-democrazia si rischia che la sospensione della libertà contro i movimenti fascisti, o comunque con finalità antidemocratiche, venga estesa a coloro che eversori non sono. Insomma le persecuzioni in stile “red scare”.

Il rischio esiste, inutile legarlo. Ma non esiste ricetta peggiore che quella di un’isteria politica controproducente, tipica della sinistra, che vuole al tempo stesso mantenersi fuori e dentro la legalità: difendere sia l’etica dei principi che l’etica manipolativa dei mezzi.

Infatti, in questi giorni si discute a vuoto di saluti romani, di statuti che dovrebbero comprovare o meno la ricostituzione del partito fascista da parte di coloro che levano verso l’alto il braccio destro. Come quando si portano i registri condominiali in tribunale… E il giudice comincia a spulciare, con tutta calma, le varie voci.

Roba di ridere… Se non fosse che forze politiche, come Fratelli d’Italia, che difendono tacendo “quelli” dei saluti romani, si propongono di cambiare la Costituzione in chiave cesarista. Per ora.

Ovviamente, in modo legale, come prevede la Costituzione stessa.  Ma ciò che è legale dal punto di visto formale, della lettera,  può essere illegittimo dal quello dello spirito della Costituzione.  O comunque, resta sempre  spazio per giocare sull'equivoco tra lettera e spirito. Ad esempio, l'estrema destra si rafforza, lasciando cadere, così per caso,  l'osservazione  che nella Costituzione non si usa il termine antifascismo...  Si sollevano questioni di lana caprina, mentre, da una parte  si  accumulano   munizioni  istituzionali,  e dall'altra la sinistra si occupa della pace nel mondo.

Che dire? Ridendo e scherzando,   si rischia di assistere al suicidio della democrazia liberale. Mentre, come detto, si discute di saluti romani come si trattasse di spese condominiali.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.nytimes.com/2024/01/04/us/politics/trump-on-trial-2024.html . Molto interessante.

mercoledì 10 gennaio 2024

L’uomo è antiquato

 


La vera domanda non è se il saluto romano sia o meno una forma di apologia del fascismo.

Allora qual è? Presto detto. Perché a settantanove anni dal 25 aprile i fascisti sembrano essere ancora tra noi?

Allo studioso di metapolitica interessano i fenomeni di lunga durata.

In realtà i fenomeni politici non hanno una durata standard. Alla millenaria monarchia si guarda ancora oggi con fiducia. Esistono tuttora sostenitori dell’idea imperiale, incarnatasi, da ultima, nelle figure di Napoleone e Hitler.

Perciò il fascismo, sotto l' aspetto delle forma istituzionale, è l’ultimo arrivato.  Del resto è stato sconfitto sul campo, con le armi, non per dissoluzione interna, cioè per esaurimento interiore in un’epoca di pace.

Quindi idea e pratica fasciste non possono non esercitare quel fascino misterioso, soprattutto sul piano collettivo, di una promessa mancata, che può reincarnarsi improvvisamente in un capo, inviato dalla provvidenza.

Il fascismo su chi può esercitare questo fascino? Intanto su milioni di elettori che disprezzano la modernità politica, economica, culturale. Si pensi ai tanti nemici del parlamento. Ma anche ai nemici del capitalismo. Per non parlare dei nemici dell’individualismo. Tutti insieme non sono pochi.

Inoltre l’odio verso la modernità è capillare e trasversale perché abbraccia l’elettorato di destra e di sinistra. E questo è un altro elemento di successo: l’idea e la pratica fasciste uniscono i nemici della modernità.

Abbiamo definito il fascismo ultimo arrivato. In realtà non è proprio così.

Non è un battuta: l’uomo per millenni non è stato moderno. La modernità compiuta (liberalismo, capitalismo, individualismo) su un periodo di cinquemila anni di storia documentata ha appena duecento anni di vita. Sotto questo aspetto il fascismo novecentesco – tesi del resto difesa da alcuni pensatori tradizionalisti legati al totalitarismo fascista e nazista – non sarebbe che l’ultima incarnazione di un pensiero gerarchico, autarchico, olista che ha alle spalle – semplificando – i precedenti quattromilaottocento anni.

Ciò significa che sul piano dell’antropologia culturale, quindi delle strutture mentali e comportamentali profonde, l’uomo moderno rappresenta, per ora, l’eccezione non la regola.

Ovviamente i fascisti, attribuendo valore a ciò che dura solo perché dura, guardano con favore alla restaurazione di valori secolari. In questo senso si potrebbe parlare, come ritengono alcuni pensatori reazionari, di un fascismo che intercetta i valori della tradizione (gerarchica, autarchica, olista), per opporsi ai valori della modernità (liberalismo, capitalismo, individualismo). Un fascismo, ricordiamo, momentaneamente sconfitto nel 1945.

Per rispondere alla domanda iniziale, i fascisti sono ancora tra noi perché, nonostante tutto, l’uomo è antiquato, ma non nel senso di Anders del presunto complesso di inferiorità verso la tecnica. L’uomo è antiquato perché ha bisogni obsoleti che entrano inevitabilmente in conflitto con la modernità.

Bisogni che il fascismo si propone di intercettare e rivitalizzare. Reinventando. Ad esempio, il saluto romano, sebbene gli storici non siano d’accordo, ha almeno duemila anni. Gerarchia, autarchia, olismo rispondono a bisogni gregari, di sicuro illiberali, ma comunque avvertiti sul piano collettivo per millenni. Di conseguenza, liberalismo, capitalismo e individualismo sconvolgono quel bisogno di sicurezza che è alla base dei bisogni gregari.

Perciò siamo appena agli inizi della modernizzazione, tra frenate e contraccolpi. La lotta rischia di farsi sempre più dura. Perché l’uomo è antiquato, purtroppo. Insomma, teme la libertà. Alla quale preferisce la sicurezza. E per secoli ha chinato la testa pur di sopravvivere.
Certe cattive  “abitudini”, se ci si passa la battuta, non cambiano da un giorno all’altro.

Sotto questo aspetto, quando il Ministro Piantedosi, sui saluti romani, parla di comportamento che “suscita indignazione, contrario alla nostra cultura acquisita” e di “indignazione trasversale” precipita veramente nel pigmeismo intellettuale.

Certo, ragionare per millenni è faticoso, la metapolitica non è facile da digerire. Però questo è lo stato delle cose.

Carlo Gambescia

martedì 9 gennaio 2024

Elsa Morante e la lezione de “La Storia”

 


I lettori penseranno a una nostra fissazione: quella della destra pericolosa al governo eccetera. Quindi piccola premessa.

In attesa di rivedere ieri sera la nuova versione televisiva de La Storia, di Elsa Morante, ci siamo riletti il romanzo. Dopo più di quarant’anni. Chi scrive, all’epoca era molto giovane, ma rimase colpito dalla realistica descrizione della dinamica sociologica sull’involuzione del consenso a Mussolini. Allora eravamo alle prime armi, però pensammo che del romanzo si poteva fare tesoro sociologico. Confermiamo questa tesi, dopo aver visto l’eccellente versione televisiva di Francesca Archibugi.

Sappiamo benissimo che le chiavi interpretative del romanzo sono molteplici: mitiche, psicologiche, psicoanalitiche, filosofico-storiche, addirittura religiose. Esistono anche non pochi profili critici di teoria e storia del romanzo. Insomma, una grande opera che non può non continuare a essere letta, perché ricca chiavi di lettura e rilettura praticamente senza soluzione di continuità. Ci auguriamo che la versione televisiva spinga a riprendere o prendere in mano il romanzo, eccetera, eccetera.

E qui veniamo alla  “fissazione”. Quella della destra, che, a poco meno di ottant’anni dal 25 Luglio, è tornata al potere. Come? Giocando sulla smemoratezza degli italiani a proposito dei danni provocati dal nazionalismo, dal razzismo, dal culto del “capo”. Purtroppo quei ragazzi mascherati da fascisti che nel romanzo inneggiano alle glorie future dell’Italia di Mussolini sono ancora tra di noi.

Magari, oggi, parlano di “orgoglio” italiano. Ma la forma mentis è la stessa: quella della prevalenza del tutto sulla parte, della nazione, dello stato, del partito, del capo sull’individuo,

Al di là dei paramenti politici, che possono essere differenti, spicca la nullificazione dell’individuo nel gruppo. Lo spirito gregario che vince sulla ragione individuale. La massa sull’individuo.

Poi nel corso del romanzo, che prende una sua piega brutale, la storia farà giustizia, vendicandosi dei suoi falsari politici fascisti. Ma in che modo? Travolgendo ogni cosa, un fiume straripante che si porta via i buoni con i cattivi. Senza alcuna pietà.

Siamo dinanzi all’ ambiguità ironica della storia, che si fa beffe delle intenzioni umane, buone o cattive che siano. Un’ironia tipica che ritroviamo in ogni dinamica sociale e sociologica, quando produce effetti contrari a quelli previsti. In questo aspetto crediamo risieda la principale lezione del romanzo della Morante. Ecco  il vero scandalo che dura da diecimila anni…

Lezione che però la Morante non detta dalla cattedra. Probabilmente neppure si rende conto del lato ironico. Si potrebbe parlare di effetto sociologico-letterario non previsto.

La Morante descrive i fatti. Sta a noi, per quanto possibile, evitare che la storia giunga fino al punto di vendicarsi della stupidità degli uomini, travolgendo ogni cosa. Si chiama buon uso della prudenza politica.

Ovviamente, la Morante non sarebbe d’accordo, perché sembra assegnare alla storia una missione che sconfina nei decreti del fato. La Storia non è un romanzo ironico. Volutamente ironico. In realtà, per la Morante una volta avviata la ruota dentata della storia, resta impossibile fermarla. L’ironia deve essere nel lettore capace di capire la lezione e attuare.

Probabilmente, il romanzo, proprio per questo determinismo, non piacque a certa sinistra che invece assegnava alla storia, in chiave salvifica, quindi teologico-politica, il compito di redimere l’uomo. C’è un passaggio nell’opera dove alcuni studenti fascisti contestano un professore di filosofia spinoziano a colpi di saluti romani.

Ora non sappiamo, quanto la Morante conoscesse l’opera di Spinoza. Né quanto la conoscessero gli studenti fascisti. Ma Spinoza – semplifichiamo – collegava la libertà umana alla libertà del mondo, sicché l’uomo era tanto più libero, quanto più sincronizzava, come un orologiaio, la propria la libertà su quella della pendola del mondo. Un pensiero che si svolgerà, lungo una linea ipotetica che da Spinoza giungerà a Marx. Un pensiero teso verso gli alti e ineludibili destini di liberazione universale degli uomini. Oggi si direbbe, come da cronoprogramma…

Le critiche da sinistra al romanzo della Morante partono proprio da questa posizione spinoziano-marxiana, che inevitabilmente la Morante, rifiutando l’idea di fine ultimo della storia, respingeva. A suo avviso la storia non è teologica né politica, né ricorda un orologio. La storia per la Morante è un fiume in piena: un tremendo flusso di esseri umani  e detriti che si porta via tutto e tutti.  Senza pietà senza ironia.

Dicevamo di evitare che si gonfino di nuovo le acque della storia. Come fare? Servono argini e dighe politiche. Memoria degli errori e degli orrori. In Italia però le difese naturali (memoria dei fatti accaduti) e quelle artificiali (partiti liberali, non populisti) sembrano essere saltate da un pezzo. E nessuno sembra essersi accorto di nulla. Di qui l’importanza di rileggere il romanzo della Morante che ci rivela come la storia, purtroppo, si vendichi sempre, travolgendo anche i giusti. Qui la grande lezione ironica. Qui il vero scandalo.

Ironia, ripetiamo, che deve essere  negli occhi dei lettori, perché non può essere negli occhi dei protagonisti,  né tantomeno in quelli della Morante.

Carlo Gambescia

lunedì 8 gennaio 2024

Non solo saluti romani…

 


A distanza di più di quattro decenni   non si è ancora ben compresa  la natura storica e sociologica  della violenza negli Anni di Piombo. In particolare la parte riguardante gli anni Settanta. Soprattutto non si è capita la lezione di quel terribile periodo storico.

A questo pensavamo leggendo dei saluti romani e dello schieramento di tipo militare in occasione della commemorazione dei tre ragazzi missini, della sezione romana di via Acca Larenzia, uccisi nel 1978.

Qual è il punto della questione? Che la violenza di destra e sinistra rinvia sempre a un rifiuto chiaro e netto del riformismo. Per la cronaca, due ragazzi furono uccisi da alcuni militanti di Lotta Continua, un terzo, come sembra, cadde vittima, in un momento successivo, della fin troppo energica reazione delle forze dell’ordine. Quindi anche le istituzioni, come accade sempre quando infuria la guerra civile, giocarono un ruolo non del tutto lineare.

Comunque sia, quale riformismo? Quello basico. Che consisteva e consiste nell’ accettazione, piena e consapevole, della civiltà liberale. In sintesi, nel rifiuto di ogni trasformazione violenta della società italiana.

Per contro, l’estremista, a destra come a sinistra, continua a scorgere nel liberalismo solo un inganno: la stantia prosecuzione del capitalismo con altri mezzi, più o meno suadenti secondo la situazione. Diciamo bastone e carota.

Va detto che in quel periodo si evidenziò un certo riformismo a destra (con la Costituente almirantiana e la successiva scissione dei moderati di Democrazia nazionale); a sinistra, con il lento cammino del Pci verso il Compromesso storico con la Dc ( o comunque verso i governi di Solidarietà nazionale).

Riformismo che poteva essere vero o falso (qui, per ragioni di spazio tralasciamo la trattazione dell’argomento), ma che comunque venne letto da parte dei militanti, duri e puri ( di estrazione fascista e marxista ) come un tradimento. Di qui la reazione violenta.

L’idea di una svendita dei valori rivoluzionari (anche i neofascisti si consideravano tali) era per l'estremista un dato oggettivo  che portava inevitabilmente alla violenza contro le istituzioni, giudicate cieche e sorde, viste come inclusive dei dirigenti politici moderati (di destra come di sinistra). Per gli estremisti, Almirante. Moro, Berlinguer pari erano. E Moro, pagò il conto per tutti.

Pertanto la lunga catena di uccisioni e ferimenti va ricondotta a tre principali motivazioni: 1) all’idea di una necessaria continuazione della guerra civile del 1943-1945, che spiega gli omicidi incrociati; 2) all’idea del rifiuto del riformismo e del liberalismo come approccio normale alla politica dei moderni; 3) alla conseguente lotta al sistema politico ed economico, giudicato falso e corruttore, puntando sull’eliminazione esemplare e progressiva degli uomini eminenti della classe dirigente, inclusi i politici moderati delle due sponde (a dire il vero ancora manca una ricerca circostanziata sulle violenze subite dai dirigenti moderati all’interno del Movimento Sociale).

Inoltre, il fatto che secondo alcuni osservatori vi siano state infiltrazioni dei servizi segreti americani, sovietici e quant’altro, rientra nella logica oppositiva dei blocchi est-ovest dell’epoca. Logica, politicamente contingente, che nulla toglie o aggiunge alla precedente (rispetto alla Guerra Fredda) conformazione e divisione storica e sociologica tra forze riformiste e forze antiriformiste. Una frattura ideologica che risale alla nascita tardo ottocentesca dei partiti socialisti di massa.

Riassumendo. Una volta inquadrata la “questione Anni di Piombo”, come rifiuto dei riformismo liberale, è facile capire che, prima o poi, nei movimenti contrari al riformismo, a destra come a sinistra, il passaggio dall’ostentazione dei simboli alla reale violenza politica rischia di divenire inevitabile per ragioni di ciclo politico (di conquista, conservazione e perdita del potere).

Si rifletta. Siamo infatti in una fase che vede un governo di destra al potere. Siamo perciò dinanzi a uno scenario riformista che non potrà non scatenare, a destra, una violenza antiriformista. D’altra parte, sembra che la stessa sinistra tenda a recuperare certo estremismo politico, frutto velenoso della lontananza dal governo. Il che accade perché la sinistra, soprattutto nelle frange politiche maggioritarie, come del resto la destra, non ha mai compiuto una definitiva scelta riformista. Pertanto, la sinistra, ancora legata nostalgicamente al pauperismo di Berlinguer, manca di quella raffinatezza di approccio che deve caratterizzare una matura forza politica riformista e liberale.

In assenza di una scelta riformista, di “tutta” la classe dirigente, quei saluti romani non possono non preoccupare, perché la destra, rispetto alla sinistra ora ha responsabilità di governo. Spetta alla destra arginare il mare dell’estremismo al suo interno. Non è solo una questione di rapporti di forze (per alcuni osservatori gli estremisti di destra sono solo minoranze neppure tanto rumorose), ma di accettazione “mentale” del “sistema”: un fatto di mentalità collettiva. Di interiorizzaione e socializzazione. Qui il vero problema.

Si noti un’ultima cosa. Nella polemica sul famoso colpo di pistola dell’ultimo dell’anno, l’onorevole Pozzolo ha liquidato Gianfranco Fini, colpevole di averlo definito un violento di vecchia data, come un politico, privo del diritto di parlare, perché avrebbe “ svenduto e calpestato la dignità politica e umana della destra italiana” Un traditore, insomma, come Badoglio.

Sul punto Giorgia Meloni ha taciuto, evidentemente perché sa benissimo che Fratelli d’Italia continua a giudicare Gianfranco Fini un venduto, perché, bene o male, tentò la svolta riformista, insomma, di accettare il sistema liberale.

Ora, che lei, personalmente, lo creda o meno, non basta. Conta invece che Fratelli d’Italia ragioni tuttora usando lo stesso metro dei fascisti di Salò.

Il silenzio di Giorgia Meloni resta perciò ancora più pericoloso dei saluti romani e delle stesse misure, anche di espulsione, che potranno essere prese nei riguardi dell’onorevole Pozzolo.

Fratelli d’Italia è tutto eccetto che una forza sistemica, liberale, riformista. Qui il problema. La cui soluzione non è favorita dall’ immaturità politica della sinistra.

Si chiama anche vicolo cieco.

Carlo Gambescia