martedì 5 giugno 2018

José Ortega y Gasset e  Julien Freund
(Buenas) noticias de España


Da sinistra a destra: José Ortega y Gasset e Julien Freund 


Buone notizie dalla Spagna?  Di sicuro, non quella  di un socialista a scartamento ridotto, Sanchez, che grazie alla lotteria democratica è riuscito a diventare Premier…  Sfascerà tutto,  alleandosi con Podemos e  Indipendentisti, delle varie tribù, mare e montagna,  che già  ballano sotto la  Luna, evocando i  cattivi spiriti del  tutto e del contrario di tutto. 
No,  la  buona notizia non è questa. Allora quali sono? 
La prima è personale,  in una mia  (rara, credetemi) scorreria libraria nel centro storico di Roma, ho trovato, e subito acquistato, a un prezzo più che onesto, direi, veramente,  d’occasione, le Obras Completas di José Ortega y Gasset,  nove  volumi, editi dalla Revista  de Occidente, Madrid. Si tratta di una seconda edizione, 1963-1965. Stato di conservazione, ottimo.  Ma il punto non è solo bibliografico o da monomaniaco del libro di antiquariato (forse, nel caso, modernariato).  Per me i libri sono strumenti di lavoro,  non reliquie da conservare ad uso e consumo  di onanismi estetizzanti.


Leggo Ortega, da più di quarant’anni, prima in italiano, poi in castigliano. Potrei dire, parafrasandolo, che Ortega è la mia “circunstancia" esistenziale. Il che può apparire banale… Però è così.  Mi ha accompagnato  tutta la vita. Non gli ho dedicato monografie, però è presente nei  miei libri. In uno di questi l’ho definito un “liberale triste”. Ortega: filosoficamente  liberale (per un periodo, anche un tantino socialista), politicamente realista. Il liberalismo è la dottrina dell’ottimismo, il realismo politico rinvia invece al  sano vigilare sui fatti. Di qui,  certa maliconia sulla natura degli uomini e della cose sociali. Una malinconica consapevolezza  che affiora in tutta  l’opera orteghiana.  Intellettuale, però effervescente, dalle molte idee. In questo senso,  saggista per eccellenza.  Ortega  non è pensatore da un solo libro.  Il lettore prenda  nota del punto.
La seconda buona notizia è la pubblicazione del magnum opus di Julien Freund,  L’essence du politique in lingua castigliana. In realtà, si tratta di una seconda edizione (la prima risale al 1968) de  La esencia de lo político (Centro de Estudios Políticos y Constituticionales, Madrid 2018), magnficamente curata, anche per la traduzione (rivista) da Jerónimo Molina Cano - massimo studioso europeo del grande sociologo francese -  autore di un portentoso studioso introduttivo, che opportunamente modificato, vedrà luce in edizione italiana.
Dicevamo di Ortega, uomo dalle molte idee.  Julien Freund, (scomparso nel 1993, Ortega nel 1955), pur essendo, non solo come uomo ma come intellettuale ricco di interessi, i più vari,  autore di numerosi e importanti studi, di regola è ricordato per un solo e grandissimo  libro. L’essenza del politico (anche materialmente: siamo davanti a un volume  di quasi novecento pagine). E, di riflesso, per una sola, altrettanto maestosa idea:  semplificando (forse troppo),  quella che il politico resta, la politica passa. La forma  della politica,  pur incarnando, di volta in volta,  contenuti storici differenti, resta  sempre uguale  a se stessa, prescindendo quindi dalle tipologie  di  regime politico (democratiche o meno).
Per quale ragione il politico resta fedele a se stesso? Come roccia solitaria sulla quale si abbattono le onde della storia?   Perché si nutre di costanti, o “presupposti” come quelli tra comando e obbedienza, pubblico e privato,  amico e nemico. Le eterne regolarità del politico.
Forzando il pensiero di  Ortega  e unendolo  alle intuizioni di  Freund,  si potrebbe dire, con uno spostamento di piano (dalla vita individuale, storica  a quella collettiva),  che  il politico è la "circostanza"  che avvolge l’uomo trans-storico.  Ciò  significa, che anche Freund è un liberale triste.  Perché egli  ritiene, come Ortega,  che  esistono vincoli e limiti all’agire umano. Limitazioni che si manifestano come veri e propri fatti.  A guardia dei quali è compito degli studiosi   restare,  sotto  ogni clima politico: sole o  pioggia, vento,   neve e ghiaccio.  Senza mai deflettere.  
Certo, come è noto,  al soldato, per così dire,  della scienza e della filosofia  sociali    piace combattere  più che fare la guardia.   Ma qualcuno deve pur farla. 
Ecco l'importanza   della lezione di  Ortega e Freund,  attentissime  sentinelle.  Della verità dei fatti.  

Carlo Gambescia              

              

lunedì 4 giugno 2018

A proposito dei “Momenti della verità”
 I pericoli del revanchismo "sovranista"





Roberto Buffagni ieri ha scritto un pezzo  sulla crisi, che stiamo vivendo -  e che non finirà tanto presto -    intitolato “Momenti della verità” (*),   dove in buona sostanza  echeggiano  tutti i topoi -  dalla rappresentazione del Paese (pardon, Nazione...) in  ginocchio  al mito del  faremo da soli  -  di una delle due politiche estere che hanno distinto  la storia dell'Italia unita.  Quali sono?  Di che cosa sto parlando? 
La prima,  quella  nazionalista, e disastrosa, che va da Crispi a Mussolini, da Adua a Salò,  e che ora sta rinascendo sotto altro nome,   quello di sovranismo. In sintesi, la politica del "molti nemici, molto onore",  frase attribuita a Giulio Cesare,  che ripresa in epoca  fascista, malata grave di romanità, portò all'Italia solo guerre, morte e fame. Altro che Impero.
La seconda,  quella liberale, dei progressi attenti, lenti, senza farsi nemici, o comunque troppi nemici, inutilmente,   che va dal Visconti Venosta, che risolse la Questione Romana, con pochissimo spargimento di sangue, alla conquista della Libia, ad opera di Giolitti e  del marchese di  San Giuliano, e dopo il fascismo,  al conte Sforza e  De Gasperi fino  ai Trattati del 1957 e alla Moneta Unica.  Una politica di pace e libertà, di progresso economico e sociale. 
Mi piace ricordare che Giolitti era contrario all’ingresso in guerra dell’Italia,  proprio perché sapeva che il Paese, socialmente non avrebbe retto il Dopoguerra. Ma nessuno lo ascoltò. Vinse la piazza. E poi il fascismo.  Gli irredentisti, che pur giustamente scorgevano  nell’ingresso in guerra il completamento dell’Unità nazionale, in consonanza con gli ideali patriottici dei Risorgimento, tornata la pace,  furono calpestati, per dirla con Salvatorelli, dal nazional-fascismo. Il che indicava e indica, che esistevano ed esistono due idee di patria,  una liberale e democratica,  e una nazionalista e inevitabilmente fascista. E la seconda non è la migliore. Oggettivamente.
Ora però  sta rinascendo -  chiunque conosca la letteratura che precede la Prima guerra mondiale  sa bene di cosa sto parlando -   l’idea nazionalista.   In un’ Italia, che non ha - e non ha  mai avuto -   le dimensioni, geopolitiche, di una grande potenza e che per giunta, proprio perché priva di risorse naturali, ha, da sempre,  necessità di un’economia aperta al mondo. Una pretesa irrealistica, insomma. Oggettivamente irrealistica.
Nel pezzo  mi  si  accusa o imputa , tra le righe…  come vedi Roberto  ho “abboccato”…  Il passo è questo. Vi  si parla delle classi dirigenti “ProUE”. Scrive Buffagni:

«La paura che li ha scossi fin nelle viscere muove l’ondata d’ odio scriteriato che vediamo manifestarsi sui media proUE, dove leggiamo, anche scritte da persone intelligenti, moderate, colte, esortazioni a prendere provvedimenti folli quali la messa fuori legge di Lega e 5*, vale a dire incitamenti alla guerra civile e al terrore di Stato. La paura e l’odio formano uno dei composti psicologici più difficili da sciogliere e più pericolosi che esistano. »


Rivendico in toto ciò che ho detto.  Eccetto che si tratti di paura e odio.  Ripeto:  chiunque  conosca nei particolari la storia delle due linee di  politica  estera,  ricordate, non può condividere  la sostanza del discorso politico leghista e grillino. Che rinvia, al di là,  degli addolcimenti tattici e delle ingenuità politiche: uno, all’uscita dall’Euro; due, in prospettiva, dall’UE;  tre, in chiave ancora più avanzata,  dalla civiltà atlantica.
In ballo non c’è l’Euro, ma una scelta, prima che geopolitica, culturale. E in secondo luogo, anche di interessi, perché il nazionalismo, come insegna Nolte, che non era di sinistra, non paga: innesca solo catastrofici processi autodistruttivi.  
Insomma, per usare una parola grossa,  abbiamo davanti a noi una scelta  di civiltà.  Pertanto,  ben venga  qualsiasi male minore capace di prevenire il male maggiore.  Si tratta di una scelta razionale. Altro che odio e paura. 
Se invece di credere alle bugie di Hitler, che  dal 1933, dopo ogni colpo di mano,  dichiarava regolarmente  che era l’ultimo e che voleva solo la pace,  lo si fosse  tolto di mezzo subito, anche con un’azione militare preventiva, l’Europa si sarebbe risparmiata milioni di morti e tanta infelicità. Allora, però,  non si fece il freddo ragionamento del male minore. Oggi, invece, si può.  Tutto qui.    
Ovviamente, la scelta occidentale, può non piacere. Benissimo, ma allora  lo si dica apertamente. Cosa?  Che il vero momento della verità non è quello  della lunga crisi di questi giorni, bensì il 1945. Si ammetta, insomma, che non si è mai digerita, la vittoria - non parlo dell’Italia, sconfitta -  sul nazifascismo, perché sotto sotto, neppure tanto,  se ne condividevano e condividono i valori nazionalisti, razzisti e imperialisti.
Il problema, in conclusione,  non è l’Euro né  l’UE,  frutto di scelte politiche volontarie, come risposta liberale e democratica  a un’Europa distrutta dai nazionalismi, ma la revanche sovranista, che ricorda, una specie di terra dei fuochi ideologici, impregnata di pericolosi veleni. L'incendio. può divampare in qualsiasi momento in nome di quella pericolosa idea giacobina, che nasce a sinistra, di nazione-armata.  
Ecco  il vero  nodo della questione. O, se si vuole, la posta in gioco.  Perciò, o di qua o di là.

Carlo Gambescia


               

domenica 3 giugno 2018

Facebook e Social dopo la “rivoluzione giallo-verde”  
Tempi duri  per i monaci digitali?




La cosa  è tragicomica.  Riguarda, come vedremo, i Social. 
Piccola premessa.  Facebook, ad esempio, non rappresenta, né numericamente, né socialmente,  tutta l’Italia, ma un terreno dove minoranze attive e radicali  si confrontano a colpi di slogan. Nessun ragionamento: un Hyde Park digitale, poco british però,   dove si parla a vanvera di tutto e su tutto. Il trionfo del narcisismo, più ignorante. Sempre che,  ovviamente, chi vi scriva,  non  abbia dietro di sé un percorso professionale da giornalista, scrittore, saggista, professore, studioso, eccetera. Ma questa è un'altra storia... 
La realtà è che invece, tutti si improvvisano e improvvisano.  E la cosa per chi sappia apprezzare la lezione della  vanità umana, spesso stupida,  può anche essere divertente e terreno di importanti conferme caratteriali e collettive.  Ma non è questo il punto.  
La vera questione è rappresentata dai mass media ufficiali, per così dire, che invece inseguono e riflettono la demenza dei  Social e  dai politici che rilanciano ogni stupidaggine,  andando così, tutti insieme, a formare un gigantesco circolo vizioso, uno "sciocchezzaio",  che: 1) ha edificato una rappresentazione-narrazione  falsa dell’Italia, come paese economicamente e socialmente  in rovina;  2) ha premiato l’estremismo politico di destra e sinistra.  Con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Qui, come è chiaro, il lato comico, si è già fatto tragico. Sicché veniamo al punto: oggi,  i Social, come somma di estremismi, semplificando, di destra e sinistra,  giallo-verdi per chiamare le cose con il proprio nome, hanno afferrato il potere.  Come si comporteranno i contestatori digitali di ieri che declamavano "contro lo stato criminale"?  Oggi,  che lo "stato", criminale o meno, è nelle loro mani? O comunque nelle mani di un partito, Cinque Stelle, nato  dai  Social?
Già abbiamo notato, qui e là un cambiamento di stile. Alla denuncia  si è  sostituita l’attesa. Il pensionato baby, lo statale sindacalizzato, il sindacalista parastatalizzato, il tassista che vuole essere muncipalizzato,   il postgiornalaio che non ha mai aperto un giornale, gli studenti della vita in vacanza, le cassiere che odiano i clienti, il ragioniere condominiale, l'insegnante che non ha mai insegnato, l'avvocato senza assistiti,  il laureato con tesi sui neo-melodici napoletani che però ha avuto meno fortuna di Roberto Fico... Insomma tutta questa gente, con regolare tablet e smartphone d'ordinanza (come è giusto che sia, per carità), che farà adesso?  Per ora - basta fare un giro online -  e si scopre che ci si  consiglia prudenza.   Perché, come si legge,  "ci vorrà tempo",   perché l’Italia -  of course -  è stata distrutta “da quelli”, i “cattivi”.  Il modello recepito  su  Facebook,  sembra essere  quello  Raggi-Appendino.  “Noi ce la metteremo tutta, però…”.  Quindi  “aiutateci!”.  Come?  "Non criticandoci"… Insomma. per ora, si lucida la macchina del capo. 
L’atteggiamento emergente, per metterla in termini di sociologia storica comparata, è quello delle prime comunità cristiane, allo stato nascente, laicizzato, ovviamente: in attesa della fine del mondo e della rinascita in Cristo:  si prega, si spera e ci si ama gli uni con gli altri. Ovviamente, verso i residui focolai di  pagani, lo stile comportamentale  dei monaci digitali,  grillini e salviniani, ricorda quello del "trattamento Ipazia"…  Quindi, per i "nemici" (o presunti tali) le fauci sono sempre aperte.
Sarà perciò interessante nei prossimi mesi, a fronte di possibili  compromessi politici,  scoprire  come reagiranno  i fanatici di Facebook e dei Social in genere. 
La sociologia  insegna, che di regola  i comportamenti estremisti, raggiungono il picco nella fase di conquista del potere, per rarefarsi,  in quelle successive di consolidamento e strutturazione. Dopo di che, il potere costituito punta, attraverso processi di inclusione, a ridurre, fino ad azzerare (almeno, come linea di  tendenza) il ruolo  del potere allo stato nascente. 
Sui Social invece, dal momento che la critica, anche la più estrema,  per ora,  è a costo zero (in tutti i sensi), l’estremismo  pare godere di una sorta di zona franca.
Tuttavia, come mostra la sociologia delle rivoluzioni, anche parlamentari (quindi più blande), i "rivoluzionari"  una volta al potere fanno inevitabilmente  le stesse scelte dei "conservatori" sconfitti. Soprattutto a cominciare dall' ordine pubblico. Insomma, siamo davanti a una costante o regolarità, individuata da Tocqueville: la rivoluzione, dopo una fase di caos (anche parlamentare),  rafforza i poteri pubblici, per riportare quell’ordine di cui inevitabilmente necessita per gestire i processi politici.  
Di conseguenza, potrebbero prepararsi tempi duri per i monaci digitali.  Per capirsi: quel che non fecero Berlusconi e Renzi, potrebbero farlo Di Maio e Salvini… Tradotto: limitare la web-libertà.  Di qui, il lato tragicomico della questione, cui accennavamo. O,  per dirla alla buona,  il rischio di finire cornuti e mazziati per i rivoluzionari da tastiera è reale.  

Carlo Gambescia 

                       

sabato 2 giugno 2018


Carlo Gambescia, Retorica della transigenza. Giano Accame attraverso i suoi libri, 
Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2018, pp. 120,  euro 10,00 - ilfoglio@infol.it


Dalla  Prefazione...

Nell’imminenza del decennale della scomparsa di Giano Accame,
pubblichiamo questo modesto studio dedicato a un prestigioso intellettuale
della rive droite  italiana. Non abbiamo altra pretesa se non quella
di fornire una griglia interpretativa, assai ristretta, perché intenzionalmente
basata solo sui suoi libri. Quindi si tratta di una prima prospezione
da verificare alla luce di ulteriori ricerche, soprattutto archivistiche,
sull’intera opera e biografia.
Per ora il lettore si trova sotto gli occhi non uno studio storico in senso
stretto, né di storia delle idee, né di storia della cultura fascista e postfascista.
Bensì davanti al lavoro di un sociologo, rimasto comodamente
seduto alla scrivania, un demaistriano (Xavier) viaggio intorno alla
propria camera. Uno studio che, euristicamente, rinvia alla sociologia
della conoscenza di vecchia scuola, che si imponeva di studiare non solo
le radici sociali del pensiero, ma anche le forme di argomentazione e
articolazione delle idee, ritenute come depositarie di una propria sostanza
sociale e umana: un’analisi del come si dice che però inevitabilmente
rimanda al cosa si dice.
Crediamo che la retorica della transigenza, quale forma argomentativa
aperta, imperniata sulla tolleranza, che si oppone alla retorica
della intransigenza, forma chiusa, sfigurata dalla rigidezza ideologica,
innervi, valorizzandola, l’opera di Giano Accame.
Di regola, gli intellettuali di destra sono considerati dogmatici e contrari
a ogni forma di dialogo. Nelle pagine che seguono quanto meno a
proposito di Giano Accame, cercheremo di provare il contrario.
Al lettore l’ardua sentenza.
                                                                                          C.G.


venerdì 1 giugno 2018

In Italia è nato una specie di  governo Trump-Kim Jong-un. E tutti si adeguano...
Quanto durerà l’alleanza giallo-verde?




Così  l’Ansa.

«"C'è grande entusiasmo e determinazione. Lavoreremo per ridare fiducia all'Italia. Questo è un grande paese che ha bisogno di ritrovare fiducia". Lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlando con i cronisti mentre si recava a piedi dal Senato alla sua abitazione. - Conte ha deciso di recarsi dal Senato alla vicina pizzeria sotto casa a piedi e non in taxi, che gli uffici del Senato avevano chiamato per lui. Il presidente del Consiglio ha attraversato piazza Navona e ha imboccato via del Governo Vecchio, strada tipica della movida serale del centro. E qui è stato riconosciuto da diverse persone che gli anno[sic!] fatto gli auguri.
Il premier Giuseppe Conte è andato a cena in una pizzeria vicino casa, accolto da saluti e incoraggiamenti della gente per strada. Un passante gli ha urlato ironicamente "Viva Cottarelli". Festeggiamenti anche all'interno della pizzeria dove Conte si è fatto una foto con lo staff del locale. Poi ha ordinato un piatto di straccetti di manzo con la rucola. »


Diciamo che la prima agenzia di stampa italiana ha adottato lo stesso stile comunicativo dei mass media  russi nei riguardi di Putin. Cominciamo bene.
Anche se a dire il vero,   gli italiani non sembrano  aver  capito che,  per fare un esempio  chiaro per tutti,  è nato una specie di governo tra  Trump e  Kim Jong-un: un puzzolente miscuglio di protezionismo, populismo, statalismo e  bombe atomiche dell'uscita dall'Euro.  Sicché, tra i due giganti,  il professor  Conte, "il Premier",  politicamente conta  quanto il Presidente della Corea del Sud, di cui nessuno ricorda il nome.
Si ignora  pure  l’ultimo record italiano  in Europa.  Quale?  Quello di avere i populisti al governo, una gioia da condividere con la Polonia antisemita  e l' Ungheria razzista. Ad maiora.  Quanto al protezionismo di Trump, al quale si ispirerebbe Salvini,  andrebbe spiegato che gli Stati Uniti sono un paese ricchissimo di risorse,  grande trenta volte l’Italia.   
I Ministri, salvo il dottor Stranamore-Savona e quei due mattacchioni di Salvini e Di Maio,  non meritano   alcun commento: nullità. Seconde, se non terze file, tra i "tecnici" e non pochi  neofiti tra i "politici".
Savona fa pensare a Camilleri. Uno scrittore  che il successo lo ha raggiunto da vecchio.  Con una differenza:  Montalbano  è meno pericoloso della Nuova Lira. Inoltre, mettere Salvini al Ministero dell’Interno è come mettervi  il "Grande Mago"  del KKK.  O, se si prefersce, il più classico  Dracula alla presidenza dell’Avis.  Mentre,  Di Maio a Lavoro e Sviluppo  è come nominare direttore di    una casa editrice un  analfabeta.
Come governeranno? Quale sarà il modello? Per i Cinque Stelle, Roma, dove la "Sindaca", invece di riparare le strade, stipula contratti con la Coldiretti  per far pascolare le pecore nel parchi e così risparmiare sul servizio giardini. Che genio.   
Per  La Lega,  il modello Veneto?  Il modello Lombardia?  Mah… Un conto è governare  regioni ricche, popolate di gente laboriosa,  dignitosa,  che non protende mai la mano,  un altro un’Italia di lazzaroni, piagnoni, furbastri e assistiti vita natural durante.   
Quanto durerà il governo giallo-verde?  Difficile dire.
Si potrebbe determinare un equilibrio conflittuale, anche lungo, un anno, due, forse tre,   in stile palude: non si  fa nulla,  imputando la colpa  -  tutti insieme -  al  capro-espiatorio UE.  I due partner  potrebbero però anche rompere subito, diciamo sei mesi,  un anno:  incolpandosi  a vicenda, ma unitamente contro l'Europa, anzi, alzando il tiro contro Euro ed EU. Chiamalo, se vuoi alibi politico.   Altra palude, nel frattempo.
Infine, potrebbero andare d’accordo. Introdurre  tutte le riforme annunciate,  impoverire  l’Italia,   uscire dall’Europa  e distruggere l’economia.  Quindi alla palude potrebbe sostituirsi un’Italia all’Amatriciana. Rasa al suolo. Si spera però con un Sindaco differente.
Qualcuno  si chiederà: ma l’opposizione? Non c’è. E in vacanza?  Magari.  
Berlusconi, Fornero o  non Fornero, crediamo  abbia capito che non ha  più l’età: dategli la pastina combattenti.  Il Pd e i fuoriusciti   sono  nel caos,  nessuno vuole allearsi con nessuno, sembra l'Albania dopo Hoxha. Infine, la Meloni,  ha scritto  al “Foglio” che vuole la Repubblica Presidenziale. Reazione? Silenzio assordante. Come per una dichiarazione di Pippo Baudo sul Giro d'Italia...  La Meloni poteva provare a dire che voleva la Champions,  forse avrebbe ottenuto un poco più di attenzione... (ci si augura che l’ultima erede di Almirante e Fini  non prenda sul serio  quando abbiamo appena detto,  qualcuno glielo spieghi).
Si dirà,  Gambescia oggi scherza…  Fin troppo,  scherza.  Diciamo che abbiamo pianto, e a dirotto,  fino a dieci minuti  fa…   La situazione è grave.  
Non ci si dica però, con il solito Flaiano, che in Italia le situazioni politiche sono  gravi ma non serie… Quando lui scriveva questa cosa, il  fascismo era morto e sepolto, e  gente,  come Grillo, Casaleggio (famiglia), Di Maio e Salvini, era ancora di là da venire.   C’era però la Democrazia Cristiana.  I padri nobili  di Mattarella.   E si sa, come capita per le biblioteche  di famiglia: i padri comprano, le madri donano, i figli vendono, anzi svendono...

     Carlo  Gambescia

giovedì 31 maggio 2018

Mattarella consegna l’Italia ai fascio-stellati
Il cardellino democristiano 
ha detto sì

 
Sergio Mattarella nel 1983
Il Riccardo Cuor di Leone, come si sapeva, era il fratello Piersanti,  ucciso dalla Mafia. Lui il cucciolo, "u picciriddu", era  l’amoruzzo di mamma. Cresciuto perciò  introverso, timido, studioso. Costretto a scendere in politica, come capita nelle famiglie aristocratiche, anche della politica, in particolare se democristiane e siciliane,    per senso del  dovere: toccava al cadetto sostituire il  coraggioso Pupo, alla Regione,  caduto combattendo  contro  i feroci  Mori  di Totò  Riina.
Dunque entrato in politica, controvoglia, incarichi di routine, carriera rapida  nella Dc di sinistra, qualche volta ministro.   Dopo Tangentopoli però, un sussulto antiberlusconiano, in nome di una sana antipatia evangelica per tutto quello che odora di donne, vernice e velocità.  E una buona legge elettorale, o comunque migliore  di quelle -  pessime -  approvate dopo il “Mattarellum”.  
Un solitario e timido cardellino democristiano, che delizia gli ospiti del Colle,  con la sua retorica latte e miele,  ma che si impaurisce al primo stormire di foglie. Un amico dei popolo (il rovescio del pauperismo), che  una volta diventato Presidente della Repubblica, non poteva perciò non favorire il matrimonio con altri due amici del popolo, ma prepotenti,  come Salvini e Di Maio. Che come i Bravi di Don Rodrigo lo hanno spaventato a morte. Del resto, anche ammesso e non concesso che avesse voluto dirlo questo benedetto no, dove avrebbe trovato il coraggio il nostro Don Abbondio... 
E così è stato.  

Carlo Gambescia
             
Un aspetto singolare della crisi italiana
La mancanza di coraggio





L’aspetto più singolare di questa crisi, unica in Europa (quanto meno  nell’’Europa dei firmatari dei Trattati del 1957),  è quello che in Italia,  tutti o quasi (partiti, media, social),   scorgano nella Lega e nel M5S due forze politiche “normali” che potrebbero addirittura “governare insieme”.
Sul piano politico, non si vuole capire o si finge di non capire, che è come se si facesse il tifo per un’alleanza politica tra fascisti e comunisti. Insomma, per le forze eversive dell'ordine liberaldemocratico. 
Curiosamente,  gli unici che vi si oppongono, apertamente, sono i post-comunisti (Pd e  LeU). Che però (Renzi per primo) giocano sul piano delle proposte sociali al rialzo, quindi, per così dire, giocano  a fare i superfascisti e i supercomunisti. O come si dice oggi, i  superpopulisti.  
Forza Italia, l’unico partito, con qualche rimasuglio liberale,  quindi di antifascismo e anticomunismo, purtroppo,   è  nelle  mani di un Berlusconi più amletico che mai. Che, infatti, non prende posizione, né pro né contro l’ipotesi giallo-verde. Vegeta.
Mattarella, che avrebbe potuto, fin dall’inizio, imporre,  un  governo del Presidente, sul filo (come vedremo) della Costituzione,  ha invece assunto un rapsodico atteggiamento legalitario (che, ovviamente, ha scontentato tutti), risoltosi nell' ulteriore legittimazione del nemico leghista e pentastellato. Nemici, entrambi, di quell’universo di valori liberaldemocratici che negli ultimi settant’anni  ha consentito all’Italia di svilupparsi nella libertà e nel benessere.  
Purtroppo, anche mass  media e  social fanno a gara nel legittimare  due forze eversive  come Lega e Cinque Stelle. In queste ultime ore,  si sospira addirittura perché Salvini e Di Maio riescano a formare un “governo politico”,  officiato da un  evanescente Mattarella.
Tutti, politici, media, social ( con l’unica eccezione del “Foglio” di Cerasa)  si nascondono dietro  una pseudo-verità. Quale?   Che  M5S e Lega  - così dicono -  rappresentino  del tutto legittimamente il 50 per cento dell’elettorato.   Ma allora se proprio, dobbiamo dare ascolto alla logica democratica, va precisato che Cinque Stelle e Lega  non rappresentano  tutto il  popolo, ma solo una parte di esso. Quindi cerchiamo di non scambiare, facendo lo stesso errore olistico dei  dittatori, la parte con il tutto.
Inoltre,  cosa recita  la Costituzione?   Che  (art. 1) la sovranità appartiene al popolo, ma che viene esercitata “ nelle forme e nei limiti della Costituzione”.   Pertanto,  se lo si volesse veramente,   solo sulla base dei principi fondamentali (1-12), se ne potrebbero trovare di ragioni, costituzionalmente lecite, per impedire formalmente non solo un governo giallo-verde, ma addirittura per mettere  fuori legge due partiti eversivi come Lega e Cinque Stelle. Per non parlare, infine, di un uso mirato (se non perfido)  degli strumenti informali, dalla magistratura alla guardia di finanza.  
Però, un’operazione del genere, di largo respiro politico e  poggiante su un'idea di democrazia protetta, che sicuramente riceverebbe l’appoggio dell’UE e dei mercati (per semplificare), impone un coraggio (e una mano ferma, se non spietata, in caso di reazioni)  che purtroppo  manca  non solo alla nostra classe politica (e amministrativa), ma anche  alla stessa classe dirigente.  Che infatti -  parliamo di quest’ultima -  come mostra la linea editoriale dei giornali a grande tiratura e dei media  radiotelevisivi più importanti, ha già  deciso, e  da un pezzo, di patteggiare.  
Ora, che sui i social, rifugio di tutti i falliti, impazzino gli arruffapopoli e gli spostati, è cosa comprensibile, ma che la classe politica e soprattutto la classe dirigente treschino con  le forze eversive, no.  
In questo, come dicevamo all’inizio, risiede l’aspetto più singolare e pericoloso della nostra crisi. In Francia, in Spagna, Germania,  non si tratta con i populisti, né li si legittima.  In Italia, invece,  come si usa parlare oggi, "anche" sì.  Che dire?  Siamo sempre all'avanguardia, nel e del peggio.  Non dimentichiamo che l'Italia inventò il fascismo.  Hitler si rivolgeva al Duce chiamandolo "Suo Maestro". 
Del resto, con Mussolini, non  accadde la stessa cosa? Classe politica e dirigente patteggiarono.  E finì male.  

Carlo Gambescia