lunedì 14 febbraio 2011

Oggi pubblichiamo, e volentieri, il bel post dell’amico Giuseppe Puppo . Dove si affronta una questione, che va ben al di là del personaggio Barbareschi, perché investe un intero mondo culturale, quello della Destra post-missina e post-An, ormai alla resa dei conti . Di qui il titolo.
Di Barbareschi abbiamo un ricordo personale. Durante un incontro di "intellettuali", organizzato dalla Fondazione FareFuturo prima che Fini decidesse di piantare in asso Berlusconi, l’intervento di Barbareschi spiccò per il tasso, pericolosamente elevato, di egocentrismo. Parlò, se ricordiamo bene, per primo o secondo. Incensò se stesso, la sua famiglia e i successi riscossi anche come imprenditore: un monologo. Dopo di che, probabilmente perché già appagato dal suono della propria voce, si alzò e lasciò la sala...
Buona lettura. (C.G.)


La Destra 
e la sindrome Barbareschi
di Giuseppe Puppo
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Quando facevo politica, pensavo che essa fosse un’estensione dell’impegno culturale, pensavo, cioè, che essa dovesse reggersi su solide fondamenta ideologiche e dovesse essere preparata, orientata, guidata in ogni sua articolazione da lucidi riferimenti superiori, continuamente alimentati da una passione non disgiunta dallo studio
Nel Msi trovai invece scarsa considerazione per la cultura, ritenuta per lo più un corollario superfluo, se non controproducente, comunque noioso, più a meno a tutti i livelli.
Feci in tempo, da ragazzo, prima della loro morte, a vedere come fossero stati ignorati, nella migliore delle ipotesi, se non proprio esplicitamente boicottati, dagli ambienti politici missini ufficiali, uomini come Ezra Pound, Julius Evola, e Adriano Romualdi.
Una cecità assoluta, poi, per i fenomeni artistici, multimediali, spettacolari, che tanta parte potevano avere e oggi più di ieri hanno per la ricerca e l’acquisizione del consenso.
Basti ricordare “Il Bagaglino” e il cabaret, abbandonati a sé stessi; o la satira delle vignette di Isidori e Nistri; il teatro, che pure annoverava un potenziale maestro quale Giorgio Albertazzi; i tanti attori di cinema, come i cantanti di musica leggera, che erano simpatizzanti e tenevano però ben nascoste le proprie simpatie.
Invece di uno studioso, già allora ricercatore e sperimentatore, preparatissimo Marco Tarchi, Giorgio Almirante scelse per la guida del “Fronte della gioventù”, quindi quale suo delfino, il modesto e grigio Gianfranco Fini ( parlo della considerazione comune generalizzata all’epoca ): e verrebbe voglia nella fattispecie di mutuare l’unica, divertente e felice battuta che sia mai uscita dalla bocca di Umberto Bossi a proposito "di trote e delfini" .
I giovani più politicamente preparati non riuscivano a emergere, esattamente come i politici più attenti alle ragioni della cultura, quale Beppe Niccolai.
Finito il Msi e iniziata Alleanza nazionale, Luca Barbareschi è stato degno continuatore di questa poco edificante tradizione.
Di estrazione facoltosa e iniziali simpatie sinistrorse, fa per anni gavetta senza infamia e senza lode, grazie alle sue conoscenze e ai suoi contatti, alle possibilità e ai mezzi, fra Roma, Chicago e New York.
Niente degno di essere ricordato, né come regista, né come interprete, sia al teatro, sia al cinema.
La notorietà gli arriva con la televisione, cui grazie ai socialisti era riuscito ad arrivare, con “C’eravamo tanto amati” e a metà degli anni Novanta è pronto a cambiare punto di riferimento politico, abbandonando la sinistra e avvicinandosi a Gianfranco Fini nella neonata Alleanza nazionale.
Quindi adesso Fini ha poco da litigare con lui, lanciandogli matite come uno scolaretto stizzito: questo era l’uomo e avrebbe dovuto agevolmente valutarlo fin dai primi momenti.
Infatti, Luca Barbareschi è stato vicino al partito per alcuni anni, anni in cui non ha promosso nessuna iniziativa, o dibattito, o movimento, o sommovimento. Diceva che voleva incontrare i giovani, si accreditava quale fermento attivo e creativo, additava campi di intervento, specialmente nel campo dell’informatica. Tutte parole e intenzioni. Di concreto, nulla, in questo senso. Peggio: non ha mai dato retta a chi gli si rivolgeva, sperando di trovare almeno ascolto, se non aiuto.
Così, mentre a sinistra, pur fra rivalità, gelosie e divergenze, si sono sempre aiutati e favoriti l’un l’altro, a destra quei pochissimi che avrebbero potuto far qualcosa, in fase organizzativa, quanto meno di promozione, se non altro semplicemente aiutando chi aveva merito e capacità, non hanno fatto mai niente e hanno pensato soltanto alle loro carriere e alle loro attività.
Infatti, i nuovi riferimenti politici, trovati sulle sponde della destra, dopo aver abbandonato quelli della sinistra, guarda caso subito dopo il 1994, quando aveva vinto le elezioni, hanno giovato non poco alla fino ad allora mediocre sua carriera artistica.
Direttore di teatri, regista cinematografico, autore e interprete di fiction televisive, conduttore di programmi televisivi: un bel salto di qualità, insomma, almeno in termini di riscontri economici e di immagine, oltre ad altre cariche varie ed altri incarichi eventuali.
Intendiamoci: parliamo di quantità, non di qualità.
Nemmeno in questo secondo periodo, quello sulla riva destra, Luca Barbareschi ha fatto niente di qualità.
Il film trasmesso qualche sera fa su Rai3, “Il trasformista”, ne è un paradigmatico esempio: generalizzato, indistinto, retorico, nella sua presunta critica al mondo politico, ipocrita, poi, perché in quello stesso mondo che il regista critica nella finzione, nella realtà il politico sguazza beato con diletto e tornaconto economico.
Infatti, nel 2008 è stato eletto, pardon, designato da Fini e ratificato sulla scheda elettorale, deputato.
Risulta però assente il più delle volte dai lavori parlamentari.
Quando gliene chiedono conto, si giustifica dicendo che non ce la fa a campare con il solo stipendio da deputato ( che, voglio ricordarlo, per sottolineare questa vera e propria offesa di Luca Barbareschi a tutti i lavoratori italiani, arriva fino a trentamila euro al mese ) e che dunque ha bisogno di svolgere altre attività.
Oltre quelle cosi dette artistiche, ce ne sono infatti di imprenditoriali, con aziende che, prima di essere eletto, aveva promesso di cedere, cosa che si è regolarmente ben guardato dal fare poi.
Dell’attività politica di Luca Barbareschi si ricorda l’estemporanea uscita del 2008” An porta in Rai solo mignatte”.
Di chi parlava?
In un articolo sul “Giornale” di pochi giorni fa Vittorio Sgarbi gli accredita comunque una certa competenza in materia, con seguente annuncio di querela, di cui vedremo gli esiti giudiziari, se ce ne saranno.
Poi, sempre di pochi giorni fa, la sceneggiata sul suo voto di astensione alla camera sul rinvio degli atti contro Berlusconi e le voci sul suo ritorno da Fli al Pdl, che aveva lasciato per seguire Gianfranco Fini, fino allo scambio di matite durante un confronto fra i parlamentari della nuova formazione, in procinto di trasformarsi in partito.
Quanto alla cultura, lasciamo perdere.
Quanto, infine, alla cultura di destra, grazie a personaggi come Luca Barbareschi, essa ormai, praticamente, non esiste più.

Giuseppe Puppo



Giuseppe Puppo, giornalista, scrittore, autore teatrale, blogger (si veda il suo sito: http://www.giuseppepuppo.it/ ). Tra i suoi libri: Dieci anni dopo. Dal fallimento della contestazione alla costruzione dell’alternativa al sistema, (pref. di Marco Tarchi, Solfanelli), Storia del Movimento Sociale (Massano), Breviario d’amore , (pref. di Pietrangelo Buttafuoco, Azimut Libri), Ottanta metri di mistero (Koinè). Attualmente, sta presentando in varie località la sua performance teatrale Voglio combattere ancora! – Attualità di Filippo Tommaso Marinetti, interpretata dall’attrice Sandra Maggio. 

giovedì 10 febbraio 2011

La rivista della settimana: Behemoth, n. 48, Luglio-Dicembre 2010, euro 7,00 . 
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http://www.behemoth.it/index.php?nav=Home.01



Behemoth, spaventoso animale biblico di terra, che con le corna si sforza di dilaniare Leviathan, mitico e gigantesco mostro marino, che a sua volta con le pinne cerca di soffocare l’ avversario, sono le figure utilizzate da Carl Schmitt, in Terra e Mare. E per quale ragione? Per raffigurare il contrasto politico, tra potenze marittime e terrestri. E più in generale quello amico-nemico, come base di ogni sana e realistica teoria della politica.
Perché questo “cappelletto” teologico-politico? Per presentare l’ultimo fascicolo di Behemoth (n. 48, Luglio-Dicembre 2010), rivista di cultura politica, diretta da Teodoro Klitsche de la Grange, avvocato, giurista, autore di sottili volumi intorno alla teoria della stato e del diritto. Insomma, per dire che si tratta di una rivista che tiene alte le gloriose insegne del realismo politico, e fin dal titolo. Quindi molto Carl Schmitt, molto Hobbes, tanto per citare due pesi massimi. Ma anche grande attenzione per quei pensatori, come Julien Freund, capaci di coniugare realismo politico e sapere sociologico. Oltre al costante interesse per il diritto e la dottrina dello stato, senza per questo trascurare, trasversalmente, filosofia e attualità politica. In poche parole: una rivista da non perdere, soprattutto per chi desideri evadere dalla melassa di moralismi a orologeria oggi dominante. Evadere, ovviamente, con stile e rigore scientifico.
Il nuovo fascicolo si apre con il pungente editoriale del Direttore. Dove si dà subito una dotta stoccata a quei « poteri forti» che sembrano dominare lo scenario italiano, come forme di « potestas indirecta, del potere senza responsabilità».
Segue l’interessante traduzione della prima della sei “Leçons sur le mouvement social” di Maurice Hauriou, giurista francese presto dimenticato in Italia. Una sorta di Pareto delle scienze del diritto, attento ai parallelismi tra fisica, diritto e sociologia, senza però mai abusarne.
Ottimo anche il saggio del compianto Gian Franco Lami su “Adriano Tilgher e l’Est Europeo”, che offre squarci di luce fra i due mondi e su un autore purtroppo tuttora trascurato, al quale Lami ha invece dedicato meritorie analisi critiche.
Da non perdere l’intervento di Andrea Salvatore (“Schmitt l’ultimo classico”). Dove si rivendica « l’apporto fortemente innovativo» del giurista di Plettenberg. Un’ opera importante, e per un ragione precisa, come emerge anche dallo studio di Salvatore: perché saggiamente dedita alla comprensione delle cose come sono e non come dovrebbe essere.
Notevole l’articolo di Teodoro Klitsche de la Grange su “L’ossessione dell’assoluto”. In cui si fanno i conti filosofici con la «tesi tanto spesso ripetuta» (e «altrettanto contraddetta»), da ultimo in un fascicolo-supplemento di Micromega, circa l’influenza negativa dell’ assolutismo religioso in politica. Una tesi, secondo de la Grange non sbagliata, ma a una condizione: quella di non commettere l’errore di sostituire Dio con altri assoluti, come l’individualismo e la modernità.
Stimolante anche la riflessione di Biagio di Iasio su “Libertà e sofferenza nel pensiero di Luigi Pareyson”. Dove si spiega come secondo il filosofo l’interpretazione dell’esperienza religiosa, debba configurarsi non quale discorso su Dio ma da Dio: in Pareyson la fiducia nell’esistenza della Verità, deve precedere ogni successiva indagine «se non si vuole ridurre l’interpretazione a vuota e vana esercitazione».
Chiudono il fascicolo l’interessante nota di Clemente Forte (“Tra fisica e filosofia”) e la ricca rubrica di recensioni. Dove il direttore si riserva, alcune simpatiche “unghiate” finali. Ad esempio, parlando, tra l’altro positivamente, del libro di Andrea Salvatore (Il Pacifismo, Carocci), de la Grange non può non notare, divertito, che «se sarà un successo editoriale vedremo meno bandiere e voleranno più aquiloni».

Carlo Gambescia

mercoledì 9 febbraio 2011

Massimo Fini, 
tra Sorel e Abatantuono
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« In Tunisia sono bastati due giorni di manifestazioni, non armate, ma nient'affatto pacifiche, per cacciare Ben Alì, un dittatore che vi spadroneggiava da ventitré anni. Sarebbe sufficiente una spallata del genere per abbattere Silvio Berlusconi. Ma in Italia non si può. Siamo una democrazia, la violenza, anche minima, è bandita. Basta un cazzotto a Capezzone e siamo già al golpe. Ma qui si pone una domanda. Che difesa ha, in democrazia, il cittadino quando c'è un personaggio che l'ha svuotata di tutti i suoi contenuti e proprio grazie a questo inganno si mantiene al potere?Meditate, suorine democratiche del Fatto, meditate ».


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Cosa dire? Che di solito si alza la voce quando si teme di non essere ascoltati. Infatti, detto tra noi: ma, oggi, chi se lo fila Massimo Fini? Nessuno.

A destra, ha pescato lettori pubblicando cose scritte due secoli fa, e molto meglio di lui, da Joseph de Maistre. E grazie alla totale incultura di un ambiente fermo ai Littoriali. Ovviamente attentissimo, il Nostro, a presentarsi come perseguitato editoriale numero uno. Salvo poi, alla prima occasione, ritornare all’ovile della grande distribuzione. Lui che predicava e predica tuttora la decrescita e il piccolo è bello.
A sinistra, lo disistimano dagli anni Ottanta, quale ex socialista destrorso. E lui ricambia. Ogni tanto ne azzecca una.
Da qualche anno si è messo a fare il Sorel dei poveri… E francamente ce la mette tutta. Sorel parlava di violenza simbolica, lui il Sorel della Bovisa invece vuole il sangue.
A dire il vero, è roba vecchia che Fini ricicla, neppure abilmente. Ripetiamo: mercanzia inizio Novecento tipo guerra igiene del mondo e menate simili. Una brodaglia culturale che purtroppo ha prodotto dittature, guerre mondiale e milioni di morti.
Tutti l’hanno capito. Eccetto Massimo Fini. Che insieme all'attore Abatantuono è rimasto l’unico in Italia a gridare “viulenza!”. Solo che Diego fa ridere, mentre Fini fa pena. Anche, così dicono, come attore.

Carlo Gambescia

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martedì 8 febbraio 2011

Alemanno, che delusione...



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Crediamo che la tragica morte dei quattro piccoli Rom metta una pietra tombale, e purtroppo non solo in senso figurato, sull' amministrazione comunale targata Alemanno.

Del resto, già circa un mese fa, l’indagine Ipr-Marketing per il Sole 24 ore sul gradimento dei cittadini verso gli amministratori locali aveva retrocesso in serie B il sindaco romano : 73esimo posto, 50 per cento di gradimento, il 5 per cento in meno rispetto al 2009. Roba da licenziare l’allenatore, se ci fosse… Perché Alemanno è un grande esperto del “fai da te”…
Con lui, a lottare per non retrocedere, c'erano i primi cittadini di Milano, Letizia Moratti, Catanzaro, Rosario Olivo. In fondo alla classifica annaspavano i sindaci di Cagliari, Emilio Floris(47,5 per cento), di Caserta, Nicodemo Petteruti, Palermo, Diego Cammarata, e Napoli, Rosa Russo Iervolino ( tutti al 40 per cento).
Alemanno, forse si sarà consolato asserendo che comunque piace di più della reginetta napoletana della “munnezza”: Rosa Russo Iervolino... Contento lui.
Ma perché una sconfitta così evidente.
Probabilmente parentopoli ha inciso. Ai romani, che pure nei secoli ne hanno viste tante, non è piaciuto l’assalto alla diligenza di parenti e amici. E poi di chi? Di quelli che durante Tangentopoli inneggiavano ai magistrati di Mani pulite… Per poi promettere con Alemanno sindaco, venendo ai nostri giorni, un netto cambio di registro. Ma la contabilità delle cose non fatte la lasciamo alla stampa di sinistra, che sa piangere molto bene. Del resto sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Buttiamola perciò sull’antropologia politica. Che cosa è mancato ad Alemanno rispetto agli altri sindaci della svolta?
Intanto, la faccia di bronzo di un Rutelli: quel saper abilmente saltellare fra interessi e valori, in cui l’ex radicale rimane l’ equilibrista indiscusso. Ma anche la leggerezza di un Veltroni, capace di parlare, e bene, per ore di cinema e figurine. E poi di scrivere romanzi, “inciuciare” con Bob (De Niro), e così via.
Per alcuni Alemanno è per indole troppo serio, addirittura serioso. Giusto. Per certi aspetti ricorda l’impassibile Argan, altro sindaco della svolta (a sinistra però). Senza però avere la sua stessa alta cultura. Inoltre, lo storico dell’arte durante il mandato non si fece mai beccare mentre ingurgitava il rigatone al sugo… Ma dietro di lui, a governare effettivamente, c’era la macchina organizzativa del Pci, capace di tenere a bada, entro certi limiti, l’appetito dei compagnucci desiderosi di sistemare amici e parenti
Invece, dietro Alemanno c’è la macchina cittadina dell’ ex Movimento sociale, che ha funzionato, come pare, da agenzia di collocamento. Forse per il Sindaco può valere quel che nell’immediato dopoguerra i nostalgici dicevano di Mussolini: “il Duce era bravo, ma quelli che gli stavano intorno…”.
Comunque sia, finora è mancato un forte cambio di immagine. C’è stata, e persiste tuttora nell’immaginario collettivo, la Roma della Sinistra anni Settanta: del brioso effimero e del felice varo di servizi sociali essenziali. Certo, c’è stata anche la brutta Roma di Corviale e dei succulenti affari economici. Ma qui parliamo di un’icona precisa di Roma, certo di sinistra, ma in fondo nazionalpopolare.
E quella della “svolta” di Alemanno? Finora, buio assoluto… E purtroppo fiamme. 

Carlo Gambescia

venerdì 4 febbraio 2011

Roberto Alfatti Appetiti 
e la favola del fascismo libertario



Stimiamo Roberto Alfatti Appetiti (nella foto). E’ un giornalista colto, onesto, curioso. Non si mette mai in posa, come invece capita ad altri meno degni di lui, sempre pronti però a presentarsi come eredi di Montanelli. Perciò lo leggiamo con interesse e giusto rispetto. Però non riusciamo a capire né perdonare la sua “cotta” per la favola del "fascismo libertario" ( Hobsbawm parlerebbe di "tradizione inventata" ex post...).
Si prenda ad esempio il suo articolo su Berto Ricci : http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2011/02/berto-ricci-un-ricordo-settantanni.html  .  Un pezzo tecnicamente perfetto, ben scritto, godibile ma ideologicamente debole, forse troppo. Come pare intuire lo stesso Alfatti Appetiti, quando gli scappa dalla penna che “[Berto Ricci] anarchico individualista […] non si convertì al fascismo – come si usa dire – ma […] pensò, forse illudendosi, di fare del fascismo una permanente rivoluzione libertaria, malgrado la resistenza di un apparato che mai lo amò”. Il corsivo, come si dice, è nostro.
Tre osservazioni
La prima. “Fare del fascismo una permanente rivoluzione libertaria”. Che cosa significa? Ricci morì in divisa, e da volontario, in una guerra hitleriana condivisa da Mussolini. Un conflitto ingiusto, crudele e disastroso. La guerra è quanto di più costrittivo - altro che di libertario... -possa segnare la vita sociale dell'uomo. Di più: se Hitler, accanto alle cui truppe Ricci combatteva, avesse vinto, oggi non saremmo qui a baloccarci con il fascismo libertario né con la democrazia. Per dirla fuori dai denti: se Ricci era un libertario, i fratelli Rosselli trucidati in Francia a quale tribù politica appartenevano? Insomma, cerchiamo, almeno per una volta, di essere seri, assegnando a ciascuno il suo.
Seconda osservazione. Mettere nello stesso calderone Mazzini, Oriani, d’Annunzio, Papini e Soffici (prima del ritorno all’ordine, of course) e Strapaese significa tirare fuori la vecchia argenteria del romanticismo fascista, nemico dell'illuminismo e della moderna mentalità borghese (si legga Kunnas, please). "Posate" e "vasellame" che non hanno mai brillato, è proprio il caso di dirlo, per libertarismo... Quindi a ciascuno il suo: che c’entra il romanticismo fascista di Berto Ricci con il libertarismo dei fratelli Rosselli? Oppure, a voler essere generosi, con il liberalismo moderato sposato da Longanesi e Montanelli nel Dopoguerra, tra l'altro citati da Alfatti Appetiti? Il primo con il giusto recupero via Ansaldo, del Giolitti riformatore e “Ministro della buona vita”; il secondo idem con (le sacrosante) patate celebrative 1980 della marcia dei quarantamila quadri Fiat.
Terza e ultima osservazione. L’unico fascismo libertario, ammessa e non concessa la sua esistenza e buona fede, fu quello che già prima della guerra aveva preso le distanze dalla tentazione totalitaria e militaristica insita nel romanticismo fascista, andando poi a confluire tra il 1943 e il 1945 nei vari partiti repubblicani, incluso il Pci. Sotto questo profilo il "lungo viaggio" di Ruggiero Zangrandi resta significativo, come quello di molti “Littori” universitari: tutta gente uscita per tempo dal fascismo e sostanzialmente contraria alla guerra. Fermo però restando un fatto: che le “conversioni” post-1945 al comunismo di alcuni fascisti di sinistra, passati per Salò (che sicuramente non fu un' esperienza libertaria per gli italiani di religione ebraica…) vanno invece ricondotte al comune odio antiborghese, antiliberale e anticapitalista di comunisti e fascisti. Quanto di più lontano dal liberalismo, dal libertarismo e da quel mix di mercato, democrazia, libertà che ha segnato, piaccia o meno, la storia d’Italia dopo il 1945, ricongiungendola a quella pre-1922.
Concludendo, perché non lasciare in pace Berto Ricci? Un fascista morto in divisa, quindi coerente e degno di rispetto. Ma - ecco il punto - il romanticismo fascista, seppure in versione patriottica e onesta è una cosa, il libertarismo democratico un'altra. 
Perché non farla finita - non si offenda l’amico Roberto - con la favola del fascismo libertario ? 


Carlo Gambescia

giovedì 3 febbraio 2011

Il libro della settimana: Gerhard Lohfink, Dio non esiste, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 172, € 14,00. 


Oggi mi sostituisce l'amico Teodoro Klitsche de la Grange, ormai di famiglia. E degnamente...
Buona lettura. (C.G.)


http://www.paolinitalia.it/libri/default.asp


Esordisce l’autore, riprendendo l’incipit de “Il Manifesto dei comunisti” “ Uno spirito maligno s’aggira per l’Europa (e non solo): un ateismo battagliero che si manifesta in maniera sempre più isterica, come non era più successo dall’Ottocento in poi” (p.7). E questo proprio da quanto l’ideocrazia atea, cioè il comunismo, è crollato per implosione.
Quel che accade – è questo l’oggetto del pamphlet di Lohfink - è che tale ateismo, che si presenta sotto la maschera scientifica, in effetti si sostiene creando idola, e più ancora, sfruttando quelli esistenti: non è un pensiero, come si sente dire, né intellettualmente cogente, né ragionevole: ma è in genere fondato su veri e propri pregiudizi, non dimostrati , talvolta neppure dimostrabili, e talaltra contraddetti dai fatti. Sarebbe lungo seguire l’autore nella demolizione (neppure tanto difficile, trattandosi di argomenti – ex adverso – deboli) di questi luoghi comuni. Lohfink ne esamina otto: troppi per darne conto in una recensione.
Ma su due è il caso di intrattenersi: il primo è la pretesa di trasformare, per così dire, la scienza sperimentale (soprattutto la fisica) in metafisica (che è poi l’argomento più “forte” dell’ateismo militante): è facile rispondere come quel ragazzaccio di Pareto che, già nelle rime pagine del Trattato di sociologia generale si faceva beffe (a proposito di Ottocento) degli scientisti sui contemporanei che passavano dalla fisica alla metafisica, pensando che quanto verificato sperimentalmente fosse l’essenza, la verità dell’uomo e dell’universo.
E a darci una mano nel ricondurre il tutto alle giuste proporzioni ci sono a monte Kant e a valle Popper.
Ma tant’è: la “fallacia essenzialista” viene riproposta in continuazione non perché sia suffragata da alcuna dignità scientifica (ne è la negazione) né d’altro genere (la ragionevolezza) ma solo perché si basa su un pedestre sensismo: Dio non si vede, quindi non c’è. Al quale si può replicare che tante cose che non si vedevano, esistevano e non avevano bisogno di essere viste per essere. E proprio la scienza moderna le ha scoperte (dall’acaro della scabbia agli anelli di Saturno, alle supernove).
Quanto all’altra tesi, cara agli atei (compresi quelli metodologici) che le religioni portano la violenza nel mondo, l’autore fa notare “la violenza è sempre esistita. Esisteva già prima che sorgesse la religione. L’uomo l’ha ereditata fin dai propri antenati animali e gli animali non hanno, si sa, alcuna religione. Nel regno animale la violenza è comunque regolata e arginata attraverso un apparato di istinti”; ma tra gli uomini l’effetto ordinatore degli istinti è fortemente calato (fortunatamente perché abbiamo la libertà), “perciò, se l’uomo vuole realmente diventare uomo, ha di fronte a sé il compito di regolare i propri meccanismi di violenza ancora animali, di trasformarli e di tramutarli in corretta signoria. In questo la religione costituisce un aiuto decisivo: affermare semplicemente che la violenza sia entrata nel mondo solo con la religione rappresenta un’assurdità totale”. Ovviamente si può rispondere che spesso sono scoppiati conflitti per contrasti religiosi, ma ancor di più sono stati generati per tutt’altre cause. Dall’istinto di potere e dominio (esposto da Tucidide nel discorso degli ambasciatori ateniesi agli abitanti dell’isola di Melo), a ragioni economiche (spesso, ma non solo, negli ultimi secoli): per cui, sostenere come fanno gli sprovveduti, che rinunciando a Dio si guadagni la pace, è umoristico.
Anzi, se pur è vero che il tutto rimuoverebbe una delle cause di guerra, nessuno degli atei praticanti, che ci risulti, ha mai notato due cose: la prima che almeno il cristianesimo, ha generato un diritto internazionale – a fondamento teologico – che cerca di limitare la guerra: nelle cause, nei soggetti, nelle condotte, nei fini. E per cui dobbiamo ringraziare soprattutto i teologi-giuristi come Vitoria, Suarez, Bellarmino.
La seconda: se è vero che suscitando un forte elemento identitario la religione può individuare dei possibili nemici, cioè quelli che professando una religione diversa, sono fuori dalla comunità (e quindi diversi se non avversi) dall’altra riduce i possibili conflitti intracomunitari, dando regole e istituzioni condivise e rafforzando la coesione comunitaria, così prevenendo, riducendo, marginalizzando la violenza “interna” alle comunità (dalla rapina su, su fino alla guerra civile); ed anche la necessità di un governo troppo forte ed invadente.
Il tutto è noto, perché sostenuto a partire da Eschilo fino a Renè Girard, passando per Donoso Cortès (e tanti altri). E ignoto, a quanto pare solo all’ateismo militante.



Teodoro Klitsche de la Grange

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mercoledì 2 febbraio 2011

Elementi di sociologia delle folle




La retorica, soprattutto mediatica, rivolta a celebrare il popolo “intelligente” che va in piazza perché vuole la democrazia - e chi non vuole oggi la democrazia? - va sempre presa cum grano salis.
L’ ”intelligenza”, piaccia o meno, non frequenta le piazze o per essere sociologicamente corretti i fenomeni di folla. Ma è "usata" dalle élite che organizzano le manifestazioni, in genere un gruppo sociale specifico. Sulle cui finalità - buone o cattive - non entriamo qui nel merito. Le folle possono anche nascere spontaneamente, per le più varie ragioni, ma di regola o si solidificano in istituzioni o spariscono. Ovviamente nel processo di "solidificazione" i leader eventualmente emergenti dalla folla si scontrano con i leader pre-esistenti: o dominanti, perché al potere, o non dominanti ma organizzati. E la lotta sarà decisa dai rispettivi e crescenti livelli di organizzazione. Nel senso che la vittoria andrà solo a quella folla che riuscirà, grazie ai suoi leader, a trasformarsi in gruppo organizzato e sconfiggere le organizzazioni esistenti. Per farla breve la folla per vincere deve cessare di essere tale. La conquista d'impeto del Palazzo d'Inverno non sempre può bastare...
Di genuino, negli individui che compongono la folla, può esservi la “rabbia sociale” e la voglia di partecipare: frutto di sentimenti ed emozioni diffusi e consolidati, per contagio psichico, una volta che si sia fisicamente scesi in piazza. Sentimenti ed emozioni, che proprio perché tali, non possono essere costitutivamente esito di calcoli e ragionamenti "ex ante". A meno che non si voglia attribuire alla folla una specie di coscienza collettiva, frutto di una sedimentata razionalità sociale, confondendo però Le Bon con Durkheim. Perché - e si tratta di un concetto ancora discusso in sociologia - la coscienza collettiva può essere attribuita a un gruppo sociale organizzato, ma non a una folla… Per farla breve: il gruppo sociale (ad esempio un partito, un' associazione, eccetera ) è stabile e omogeneo mentre la folla è fluttuante e disomogenea, anche se si compone di associazioni e individui, in alcuni casi, con spiccate “capacità di ragionamento”… Di qui il diverso approccio alle questioni di giustizia.
Semplificando al massimo: il gruppo ragiona e giudica, la folla sragiona e condanna. Di conseguenza la folla è una cosa la democrazia un’altra. Insomma, il movimento (folla) deve farsi istituzione (politica). Il che dipende dalla maturità politica delle élite che sono "dietro" la folla. Ma questa è un'altra storia.

Carlo Gambescia
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