venerdì 9 maggio 2008

Il libro della settimana: Tilman Allert, Heil Hitler! Storia di un saluto infausto, il Mulino, Bologna 2007, pp. 98, euro 10,00. 

https://www.mulino.it/isbn/9788815124654


Questo libro di Tilman Allert, docente di sociologia nell’Università di Francoforte, crediamo sia uno di quei testi capaci di suscitare vocazioni sociologiche. Perché oltre ad essere un lavoro documentato e ben scritto, si mostra capace di collegare, per così dire, il micro con il macro: i fenomeni concreti con la teoria sociologica. O detto in altri termini di ricondurre un fenomeno particolare, anche se storicamente rilevante, come il saluto nazista, alle costanti generali del comportamento sociale dell’uomo. Soprattutto, come vedremo, in termini di rapporto tra angoscia e politica. Di qui la possibilità di provocare interesse verso le “costruzioni” sociali e sociologiche, soprattutto nei giovani lettori curiosi di scoprire il reale funzionamento della società
Ma lasciamo la parola allo studioso tedesco:

“Le formule di saluto costituiscono un microcosmo, una piccola incarnazione dei rapporti sociali, e ciò che il nostro studio ha inteso suggerire è che è possibile arrivare a comprendere le perversioni del nazionalsocialismo senza ricorrere allo stereotipo di un presunto carattere nazionale dei tedeschi, intrinsecamente antisemiti, predisposti all’autoritarismo e portati a sentirsi vittime della storia. Abbiamo invece potuto seguire il crollo del senso dell’io che ha permesso loro di dissociare le azioni presenti dalle conseguenze future, promuovendo l’indifferenza verso il presente. Questi due fenomeni - la perdita del senso di sé e l’indifferenza morale - formavano un circolo vizioso che impediva ai tedeschi di interagire realmente gli uni con gli altri e li incoraggiava ad anteporre i rituali agli effettivi contatti umani. La storia del saluto hitleriano è la storia di come i tedeschi tentarono di sfuggire alla responsabilità del normali rapporti sociali, rigettarono il dono del contatto con gli altri, permisero che i costumi sociali decadessero e rifiutarono di ammettere la natura necessariamente aperta e ambivalente dei rapporti umani e dello scambio sociale” (pp. 96-97).

Pertanto l’istituzionalizzazione del famigerato “Heil Hitler!" favorì la rimozione collettiva di un' interazione con l’Altro (a cominciare dal normale saluto...), ritenuta come sorgente di insicurezza e angoscia. E soprattutto sintetizzò storicamente la speranza collettiva, irrazionale e mal fondata, che il potere del carisma di Hitler, racchiuso nell’ossessiva ripetitività del saluto nazista (a scuola, in ufficio, tra vicini, eccetera), avrebbe liberato il popolo tedesco da un futuro minaccioso. In questo modo (ma non solo) attraverso l'istituzionalizzazione del saluto nazista come esorcismo gestuale capace di curare le angosce quotidiane, un singolo partito riuscì a impadronirsi della cultura politica e sociale di una intera nazione. Ciò che era lo straodinario per pochi (il saluto come distinzione e opposizione rispetto al resto della società) divenne l'ordinario per molti (il saluto come riconoscimento di una comune "fede" liberatrice da ogni angoscia). Si creò così uno "spazio comunicativo" in certo senso egualitario, fermo restando il ruolo decisivo del "capo" rispetto alla comunità.
Curiosamente il saluto “Heil Hitler”, nei suoi due significati (“A te Hitler, auguro la salvezza” e “Hitler ti salvi”), rinviava a una modernità livellatrice ma segnata dalla forza messianica, e perciò semireligiosa, sgorgante dalla figura di Hitler, quale suprema divinità politica. Scrive Allert:

“Nonostante la sua stilizzata forma arcaica, il saluto hitleriano- considerato nel contesto della storia delle forme di saluto - rappresenta la modernità radicale dell’ordine nazista. Era l’equivalente sul piano degli incontri individuali di ciò che i raduni del partito erano per le masse: l’offerta dell’illusione di un potere magico. Introduceva lo straordinario nell’esistenza di ogni giorno […]. Fu questo a far sì che lo scambio di saluti si trasformasse nel trasferimento da una persona all’altra della fede nel potere messianico dei Führer e dell’attestazione di fedeltà verso di lui. Introdotto tra le pratiche comuni della vita quotidiana, come una sorta di carta di identità verbale e gestuale, il saluto nazista definisce e determina la percezione della realtà che hanno i tedeschi in modo così potente che l’espressione di un dubbio in proposito arriva ad essere vista come una posizione inaccettabile, in qualche modo inverosimile. Così il saluto esercita un’azione continua, automatica, che porta alla soppressione di ogni dubbio, diffonde l’indifferenza verso le implicazioni del saluto stesso” (p. 55).

Forza del gesto politico? Bisogno di identificazione sociale? Potenza della mimesi collettiva? O del conformismo di massa nei riguardi del "capo". Difficile dire. Di sicuro dietro la diffusione di massa del saluto hitleriano vi era il rifiuto di relazionarsi gli uni agli altri secondo modalità normali (fin dal “Buongiorno”, “Buonasera”, eccetera). Certo frutto di tempi difficili. Ma di riflesso, come in tutte le fasi di crisi, esito di una necessità di abbandonarsi a una sorta di Fratello Maggiore, onnipresente e sostitutivo di un Altro-da-Sé giudicato (hobbesianamente) come pericoloso e perciò fonte di insicurezza. Fenomeno tipicamente moderno, legato al ricorrente rifiuto del diverso, quale fonte di angoscia politica. Che alcuni fanno iniziare con l'egualitarismo giacobino, imposto dall'alto, ma gradito in basso, a colpi di deità "civili", cittadinanza e calendari repubblicani, leva di massa e ghigliottina come suprema regolatrice dell'invidia sociale dei molti verso i pochi.

In conclusione, si tratta di un fenomeno, e non parliamo solo del "saluto", che potrebbe ripetersi. Magari assumendo altre forme, apparentemente più morbide.

Carlo Gambescia 

giovedì 8 maggio 2008

Un giorno di silenzio


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Su questo governo Berlusconi, composto di uomini e donne "di fiducia" del magnate della televisione privata italiana, riteniamo inutile spendere parole. C'è di che rimpiangere Prodi. Veramente.
Pertanto, anche come segno di protesta, oggi osserveremo un giorno di silenzio.

Carlo Gambescia

mercoledì 7 maggio 2008

Alemanno 

(cinematograficamente) autarchico




La presa di posizione di Gianni Alemanno, neo-sindaco di Roma, sulla veltroniana “Mostra del Cinema” merita un riflessione.
Se ricordiamo bene a tale proposito esiste o esisteva anche una proposta di legge del Prc sull’introduzione di un tetto alle pellicole extraeuropee. Insomma, se ci si passa la battuta, rossi e neri continuano a pensarla in modo simile...
A grandi linee siamo davanti a un tentativo di mettere sotto controllo l’invadenza economica e culturale del cinema Usa. Dal momento che il pericolo, per ora, non viene assolutamente dalla cinematografia asiatica e africana. Ma - ecco il punto - l’ autarchia culturale che ruolo può giocare in un mondo dove basta connettersi a internet per trovarsi immersi nel brodo (per alcuni brodaglia) culturale hollywoodiano? Piuttosto ridotto.
Punto primo, va detto che la visione di Alemanno, tra l'altro venata di nazionalismo vecchio stile, è superficiale. Dal momento che sarebbe perfettamente inutile chiudere i “rubinetti” romani e italiani. Perché - se ci passa la rozza metafora - andrebbe prima messo a regime tutto l’intero apparato idrico, per scoprire le eventuali falle… Per farla breve: la cultura hollywoodiana non è solo cinema. Ma circola anche attraverso la televisione, la letteratura, la musica, i gadget, eccetera. E in tutto il mondo: Europa e Italia comprese.
Inoltre la resistenza a idee che non sentiamo nostre, può sorgere solo per contrasto: vedendo un film, leggendo un libro, eccetera. Di qui l’importanza di credere nelle capacità critiche dell’individuo. Infatti il rapporto tra idee e società si svolge su due piani: quello della recezione (nel senso di accogliere: vedere semplicemente il film), e quello successivo del recepimento (condividerlo e meno criticamente). Insomma, non poi è così scontato, che lo spettatore di una pellicola americana, possa “roboticamente” trasformarsi in un sostenitore del sistema di vita americano. Inoltre, come i cinefili riconoscono, esiste negli Stati Uniti un cinema indipendente e molto critico verso l’establishment e il sistema di vita americano. In conclusione, la soluzione del problema non può essere concepita, come sembra ritenere Alemanno, nei termini di una meccanica imposizione dall'alto: "Da domani, via il "tappeto rosso", eccetera"...
Punto secondo, ammesso e non concesso, che Alemanno abbia ragione, resterebbe la questione dei valori socioculturali sostitutivi. Di qui la fondamentale domanda: esiste una cinematografia italiana, e come vedremo più avanti europea, capace di contrapporsi a livello di massa e in chiave di cultura critica, a quella americana? Dal momento che il cinema, di regola, deve parlare a tutti.
E qui è difficile rispondere in senso affermativo. Infatti è vero che i film di autore italiani veicolano valori critici, ma si tratta di un cinema per pochi eletti. Mentre il resto della produzione cinematografica imita nei contenuti e stilemi quella Usa. Insomma il cinema italiano risulta già da tempo impregnato di valori edonistici e consumistici. Per non parlare della spettacolarizzazione della violenza, così come impone il canone hollywoodiano-americano.
Perciò, ammesso e non concesso, il recupero del cinema italiano grazie alla scelta autarchica, all’inizio, potrebbe essere molto dura. Per quale ragione? Il cinema perderebbe spettatori (quelli assuefatti al canone hollywoodiano, che sono tanti, forse troppi…). Mentre gli stessi valori combattuti continuerebbero a circolare in altri settori mediatici. E la crisi del cinema nazionale, già evidente da anni, potrebbe avvitarsi su stessa a causa della protesta di produttori e distributori e del possibile scontento di un pubblico in larga parte "ipnotizzato". Che fare allora? Le scelte autarchiche, soprattutto se nazionali o addirittura soltanto romane, sono inutili.
In ogni caso - ecco il vero punto della questione - la “battaglia” contro il cinema Usa, andrebbe condotta in sede europea, disponendo controlli più generali (continentali) sulla domanda e offerta di cinema Usa. Non è - ripetiamo - un problema, come ritiene in neo-sindaco di Roma, di “tappeti rossi” romani… O comunque non solo.
Andrebbero perciò sviluppate politiche di sostegno diretto alle produzioni europee. Ma sul piano europeo esiste unità di intenti sotto questo profilo? Per il momento pare di no (a parte, sembra, l’eccezione francese).
Infine resta il problema della cultura “alternativa” di massa. Una cultura da creare di sana pianta. E sulla base di valori europei, capaci di risvegliare, dal basso in senso critico degli "spettatori". Ma quali? Ed eventualmente come veicolarli in un’economia dove conta solo il profitto e ogni intervento pubblico viene condannato?

Carlo Gambescia

martedì 6 maggio 2008

Gianfranco Fini parte male...




“Le contestazioni contro Israele dei centri sociali e della sinistra radicale alla Fiera del Libro di Torino sono ‘più gravi’ di quanto accaduto a Verona dove un gruppo di ragazzi di estrema destra ha aggredito e picchiato mortalmente Nicola Tommasoli. Con le parole pronunciate nel corso della prima apparizione televisiva da presidente della Camera, Gianfranco Fini scatena la durissima reazione di quella sinistra rimasta fuori dal Parlamento che arriva a sostenere che l'ex leader di Alleanza Nazionale ‘assolve i picchiatori fascisti e si prepara a scatenare nuove repressioni violente come quelle che egli comandò a Genova nel 2001’.
Ospite di Porta a Porta con il presidente del Senato, Renato Schifani, Fini invoca la ‘tolleranza zero’ contro ‘i pazzi criminali’ di Verona che ‘vanno messi in galera’ ma, fa notare, che ‘la violenza che c'è nei confronti di Israele è di tipo politico-ideologico. I due fenomeni non sono paragonabili’.
Quindi ‘nessun tipo di solidarietà’ verso gli aggressori neonazisti che hanno causato la morte del giovane Nicola ma le bandiere bruciate a Torino sono ‘molto più gravi perché non è la prima volta che frange della sinistra radicale danno vita ad azioni contro Israele che poi cercano di giustificare con una politica antisionista’. Episodi, questi, messi in atto ‘con il consenso della sinistra radicale’ che mantiene’una posizione di tipo preventivo verso gli ebrei che si nasconde dietro l'antisionismo’“.


Probabilmente, tempo poche ore, e Gianfranco Fini si rimangerà tutto. Di sicuro però è partito male. Una “terza carica” della Repubblica deve sempre mantenersi al di sopra delle parti politiche. E perciò condannare ogni tipo di violenza, da qualunque parte provenga. Ma soprattutto evitare inutili e fuorvianti associazioni e raffronti tra eventi completamenti diversi.
A Verona un ragazzo innocente è stato ucciso per futili motivi e in nome di un’ ideologia barbara e violenta. A Torino si sono registrate manifestazioni, certo non pacifiche, ma necessarie a richiamare la giusta attenzione etico-politica sulla questione palestinese.
Mettere i due eventi sullo stesso piano è improprio. Come è fuorviante accettare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo: confondere l’ideologia barbara che ha causato la catastrofe della Shoah, con le critiche politiche a certo violento nazionalismo di stampo ottocentesco, che tuttora segna la politica estera dello stato di Israele. Fermo restando che le forme violente, talvolta assunte da queste critiche, vanno sempre condannate e respinte.
Se Fini vuole fare al meglio il suo “mestiere” di Presidente della Camera deve imparare a pesare le parole. E non cedere a riflessi pavloviani antisinistra; riflessi che appartengono alla tradizione da cui egli proviene… Altrimenti rischia di venir giudicato uomo di parte. Perdendo così l'occasione per trasformarsi in prezioso punto di riferimento metapartitico, come del resto imporrebbe la sua carica.

Speriamo che questa prima lezione possa servire a qualcosa.

Carlo Gambescia 

lunedì 5 maggio 2008

C'era una volta la (libreria) Feltrinelli...



Remo Ceserani sul manifesto ha parlato di americanizzazione dell'editoria italiana (1). Partendo da lontano, come gli è congeniale: il modello Usa del libro come merce, eccetera. Ma puntando, decisamente, il dito sulla Feltrinelli. E in particolare su quel processo di “crescita esponenziale delle [sue] librerie, che sempre più si allineano ai modelli Barnes & Noble in America, WH-Smith in Inghilterra e simili”. Tra l’altro Ceserani cita anche un documentario del regista Alessandro Rossetto: una co-produzione italo-svizzera-tedesca sulla casa editrice, intitolata Feltrinelli . E, pare, messo "al bando in Italia per volere della famiglia Feltrinelli, a cui il film, da loro stessi commissionato e contenente varie interviste sia a Inge che a Carlo, non è piaciuto”
Particolarmente sferzante la chiusa di Ceserani:

”Era un tema, quello del rapporto con il pubblico dei lettori, molto caro a Giangiacomo Feltrinelli, il quale aveva inventato tutta una serie di strumenti per raggiungere i suoi lettori. Non so quanto le attuali librerie rispondano a quei suoi programmi. Nel documentario, a un certo punto, al responsabile delle assunzioni dei commessi per le librerie viene posta questa domanda: ‘Ma lei, se deve scegliere fra una persona che è un buon lettore di libri e una che sa sorridere piacevolmente ai clienti, quale sceglie?’ E lui, tranquillo: ‘quella che sa sorridere, ovviamente’. “ .

Qui però, e dispiace contraddire Ceserani, il problema è un altro. I commessi delle librerie Feltrinelli, almeno a Roma e fatte salve alcune eccezioni, non solo non leggono i libri ma neppure sorridono… L’unica cosa che mostrano di saper fare a meraviglia è grugnire un mezzo saluto, sedersi sbuffando davanti al computer e digitare nervosamente sul motore di ricerca il nome dell’autore richiesto. Il più delle volte sbagliando, soprattutto quando si tratta di un libro non di cassetta: memorabile, tempo fa, uno scambio tra Engels ed Hegel.... Ma la peggiore accoglienza è quella che viene riservata alla cassa. Dove ragazzotte accigliate non degnano di uno sguardo il cliente in fila. Più o meno come al supermercato.
In effetti, stando a quel che si legge on line, i dipendenti della catena Feltrinelli, a loro volta, “incatenati” a contratti a termine, di motivi per sorridere ne avrebbero pochi (2)…
Stendiamo perciò un velo pietoso... Anche perché, in realtà, crediamo sia il modello della rete libraria all’americana a rendere difficile la vita di quei lettori, come chi scrive, non dediti al tossico consumo di bestseller.
Ad esempio, tra gli scaffali delle Feltrinelli si trovano solo le ultime novità ( delle stesse grandi case editrici, eccetera): libri spesso rilegati come elenchi telefonici che al massimo restano in libreria un mese. Le opere di catalogo vanno perciò ordinate, passando per le forche caudine dei commessi di cui sopra. Il che richiede possesso (nel cliente) di notevoli competenze relazionali. Ma anche pazienza: dal momento che una volta ordinato il libro, anche di un editore medio-grande, i tempi di attesa non sono mai brevi (spesso dieci-quindici giorni, se non di più). Di conseguenza le piccole case editrici, nonostante i fiumi di parole sull’editoria democratica, sono del tutto ignorate. A meno che non si occupino di filosofia new age. Oppure di viaggi, turismo, misteri, serial killer e sesso… In genere chi chiede qualche libro pubblicato da un piccolo editore, si sente rispondere che occorrono uno o due mesi per riceverlo. Come dire: se lo vuoi leggere, scrivi tu all'editore...
A metà anni Settanta andavamo dalla Feltrinelli al Babuino, perché c’era solo quella. E regolarmente compravamo qualche libro “scoperto” fra quelli di scaffale, lasciato lì a invecchiare come una buona bottiglia di vino… Nonché felici per aver potuto incrociare lo sguardo, scambiando due parole, con qualche commessa dagli occhi ridenti. Chissà... sospiravamo all'uscita, immaginando grandi conquiste …
Certo, oggi, abbiamo tutt’altro aspetto. Ma siamo sicuri che al solo accenno di un sorriso di pura circostanza, le ragazzotte accigliate chiamerebbero subito la vigilanza…
Colpa della nostra età (anagrafica) o di certo capitalismo oggi in voga? Mah… al lettore l’ardua sentenza.

Carlo Gambescia


(1)

(2)

sabato 3 maggio 2008


Il sabato del villaggio (15)


Riotteide
Le pagine (di giornale) preferite da Riotta: “Annunci di lavoro”.

Nuove Professioni
Ambasciatore del Made in Italy.

Incontro a New York tra Rushdie e Saviano
Il rumore degli innocenti.

La vittoria del centrodestra
Ritorno degli dei ? No, degli sghei.

Alemannismo 1
Ara Pacis? No, Ara senza Pacis.

Alemannismo 2
Rom senza Rum, con pochi Rem, espulsi da Rom.


                                             Carlo Gambescia

giovedì 1 maggio 2008

Festa del Lavoro 

Perché non riscoprire la cogestione?



Il passaggio di alcuni delegati sindacali della Pirelli Bicocca di Milano dalla Cgil alla Ugl (si veda la loro lettera al quotidano "il manifesto" http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/30-Aprile-2008/art3.html ), solleva alcuni importanti interrogativi sulla futura evoluzione del rapporto fra governo Berlusconi e mondo del lavoro e sindacale. Soprattutto alla luce del dibattito sull'importanza di una visione sociale dell'economia, apertosi intorno al libro di Tremonti (La paura e la speranza). Ma anche dell'invito bipartisan a "dare una mano", lanciato da Berlusconi, al professsor Ichino, di cui invece sono note  le posizioni più tradizionaliste sul  ruolo mediatore  del sindacato nelle imprese.
Ora, la domanda che ci poniamo, è se la cogestione può rappresentare una risposta - certo, da un punto di vista infrasistemico, mettiamo subito le mani avanti... - alla difficile congiuntura economica che sta attraversando l'economia italiana. Proprio nei termini di quella visione sociale dell' economia di mercato, che Giulio Tremonti, prossimo Ministro dell'Economia, sembra aver riscoperto nel suo libro. Sembra...
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Che cos’è la cogestione?
Dal punto di vista della democrazia economica la cogestione consiste nella partecipazione dei lavoratori dipendenti alla vita economica dell’impresa, allo scopo di influire istituzionalmente, insieme ai rappresentanti dei datori di lavoro, sul suo governo economico.
La principale finalità della cogestione è quella garantire all’interno dell’impresa il massimo di democrazia gestionale, compatibile con l’economia di mercato. Concretamente la cogestione comporta l’assunzione di corresponsabilità decisionale nella politica imprenditoriale da parte dei lavoratori. Da attuarsi mediante la presenza, con poteri decisionali, di una loro rappresentanza nel consiglio di amministrazione della società; rappresentanza che può essere o meno di estrazione sindacale (i due ruoli possono anche non coincidere). Dove esiste una struttura dualistica della società per azioni (come in Germania ad esempio) la cogestione concerne l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Vigilanza. Se invece la struttura non è dualistica oppure di opzione tra le due, come in Francia, i rappresentanti dei lavoratori possono entrare a far parte del Consiglio di Amministrazione. Di riflesso, la cogestione si differenzia sia dall’autogestione che invece implica l’assunzione completa di poteri decisionali da parte dei lavoratori dell’impresa, sia dagli accordi sui sistemi di informazione che riconoscono ai lavoratori diritti di informazione o consultazione a livello locale, settoriale e di gruppo o di impresa, lasciando immutata l’autonomia imprenditoriale e separate le rispettive responsabilità dell’ imprenditore e delle maestranze. La cogestione va anche differenziata - fatto del resto fin troppo ovvio - da forme di cointeressenza (premi di produttività), compartecipazioni agli utili di impresa, piani aziendali di risparmio, azionariato dei dipendenti e sistemi di stock options . In definitiva i lavoratori che partecipano alla cogestione, a differenza delle altre forme appena citate, godono di un potere reale, e istituzionalizzato, sulle strategie aziendali.
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“Stato dell’arte”: la cogestione sotto l’aspetto istituzionale, legislativo e “sperimentale” (con riferimento all’Italia)
A grande linee, in Italia, la partecipazione cogestionale dal punto di vista degli istituti giuridici, può essere ricondotta all’ attuazione e/o ricezione:
1) Dell’art. 46 della Costituzione, che consacra il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, nei modi e nei limiti sanciti dalle leggi;
2) Degli articoli 21 e 22 della Carta sociale europea (resa esecutiva con legge 9 febbraio 1999, n. 30), che proclamano il diritto del lavoratore all’informazione, alla consultazione e alla partecipazione;
3) Della raccomandazione 92/443/CEE del Consiglio, del 27 luglio 1992, riguardante la promozione della partecipazione dei lavoratori subordinati ai profitti e ai risultati dell’impresa.
4) Della Direttiva 2002/14/CE dell’11 marzo 2002 (che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori) nonché alla Direttiva 2001/86/CE dell’8 ottobre 2001 (sul coinvolgimento dei lavoratori nella Società europea).
Tuttavia, per quanto ci risulta, dal punto di vista legislativo, sono invece ancora in fase di discussione, e dunque rinvenibili negli atti parlamentari (con particolare riferimento alla XIV legislatura), alcune proposte di legge alle quali rinviamo il lettore. In particolare la p.d.l. n. 3642, n. 3926 e n. 4039 che tra l’altro si limitano a introdurre, attraverso accordi collettivi aziendali o multiaziendali, piani di azionariato o di partecipazione finanziaria disgiunti da qualunque forma di partecipazione decisionale. Altre iniziative invece recepiscono entrambi questi aspetti (p.d.l. nn. 1003, 1943, 2023), prendendo a riferimento sia forme di coinvolgimento dei lavoratori limitate alla “informazione e consultazione” (n. 2023), sia forme di coinvolgimento che prevedono la designazione da parte dei lavoratori azionisti di alcuni membri degli organi sociali (nn. 1003, 1943).
Come si evince da questi accenni, per quanto riguarda il futuro della cogestione in Italia, la sperequazione tra input istituzionali, anche a livello europeo, e output legislativi nazionali, non fa ben sperare in una sua evoluzione positiva, almeno nell’immediato.
Una considerazione che può essere estesa anche al piano “sperimentale”. Si possono infatti ricordare, oltre a una dichiarazione di principio ( il Protocollo Iri, 1982-1983 ), solo alcuni sporadici tentativi, soprattutto nel settore pubblico, mai decollati completamente (Zanussi, 1993; Fincantieri; Azienda Ferrovie dello Stato 1985; Anas 1990, ma anche Alitalia, 1996, Dalmine 1998). E peraltro rivolti in alcuni casi, come ad esempio Alitalia e dal mine, a coinvolgere le maestranze limitatamente ai processi di ristrutturazione e privatizzazione, attraverso appunto la presenza di rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di amministrazione (su questi ultimi aspetti si rinvia a La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, Ottobre 2001, a cura del Dipartimento Economico - Ufficio Studi della Filt Cgil, scaricabile dal sito www.filtcgil.it/documenti/ust_1.pdf).
Del resto l’Italia sul piano europeo, per quel che riguarda la legislazione in in materia, si trova allo stesso livello di Cipro, Lettonia, Lituania. Oppure del Belgio e soprattutto della Gran Bretagna, nazioni, certo, di più antica tradizione liberal-democratica ma note, soprattutto quest’ultima, per l’ estrema frammentazione degli interessi sociali e il minimo coinvolgimento sindacale dei lavoratori. Probabilmente dovuto anche alle "innovazioni"  nell'ambito delle relazioni industriali introdotte dalla politica economica thatcheriana. Per certi aspetti poi continuata anche dal laburista Blair (sullo “stato dell’arte” della cogestione in Europa cfr. Norbert Kluge e Michael Stollt, The European Company – Prospects for Board-Level Partecipation in the Enlarged EU, Bruxelles 2006, in particolare le tabelle riassuntive).
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Conclusioni
Sul piano sociologico, o meglio socioculturale, la cogestione richiede, e in misura imprescindibile, elevati livelli di fiducia tra gli attori sociali interagenti.
In primo luogo, li impone all’interno delle aziende. Dove si richiede come pre-requisito da parte dei soggetti dominanti, qualunque sia la tradizione proprietaria dell’impresa (capitalismo familiare, azionario, manageriale) correttezza e rispetto per la dignità e le capacità del lavoratore. Mentre da parte dei soggetti dipendenti si richiede, negli stessi termini, una rinuncia a impostazioni puramente rivendicative e utopiche basate su concezioni settoriali o rivoluzionarie. La cogestione richiede un salto di qualità: dal puro e semplice conflittualismo e/ ideologismo alla mutua e fiduciaria collaborazione in nome di valori condivisi.
In secondo luogo, all’esterno delle aziende, si richiede un quadro culturale, dove il profitto (pur economicamente importante) non sia visto come l’unico movente sociologico. E soprattutto s’impone un contesto socioculturale in grado di rivalutare il senso dell’onore professionale, a prescindere dalle mansioni individuali e dal ceto sociale di provenienza o appartenenza. Va acquisita a livello collettivo la cognizione precisa che sia sempre il lavoro ben svolto e socialmente onorato per tale ragione a “fare gli uomini” (se ci si passa questa espressione più letteraria che sociologica), e non tanto la sola retribuzione in termini di salari, stipendi e profitti monetizzati. E magari da “investire” in consumi di status, socialmente distonici.
E’ purtroppo ovvio, che in una società, come ad esempio quella italiana di oggi, dove prevalgono, rafforzandosi a vicenda, la cultura della conflittualità sindacale parcellizzata e/o ideologizzata e la cultura settoriale di certo capitalismo familiare privo di neutralità affettiva verso se stesso, la cogestione non potrà mai fiorire, nonostante le grandi enunciazioni di principio.
Sotto questo aspetto, alla politica intesa come decisione, e dunque capacità di creare un quadro normativo di riferimento, spetta il ruolo di fissare regole certe. E così favorire quella fiducia necessaria alla rinascita di un circuito reciprocitario che possa garantire e rafforzare la vita civile. Nonché, finalmente, un approccio alla vita economica delle imprese in termini di democratica cogestione. E qui, concludendo, sarebbe interessante conoscere il pensiero in materia del "colbertista" Tremonti. E' favorevole alla cogestione? Oppure no?
Carlo Gambescia
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Post Scriptum

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Sarkozy e la partecipazione agli utili. Novità dalla Francia?
L' accenno di Sarkozy a "que le niveau de la participation et de l'intéressement aux résultats des entreprises, pour les salariés, soit fortement relevé", accenno che risale a qualche mese fa (si veda http://www.lefigaro.fr/politique/2008/01/08/01002-20080108ARTFIG00442-nicolas-sarkozy-decline-sa-politique-de-civilisation.php ), riguarda non tanto la cogestione quanto la partecipazione agli utili.
Il presidente francese intende estenderla alle imprese al di sotto dei cinquanta dipendenti, introducendo sgravi fiscali per favorine l’applicazione. Accrescendo, per tutti i lavoratori dipendenti, gli attuali, chiamamoli così, fondi d’impresa (réserve de partecipation), nei quali finscono contabilizzati gli utili, poi ripartiti tra i lavoratori, in forma differita nel tempo e in base ai differenti livelli salariali.
Sarkozy, tra l’altro, prevede di « sbloccarne » l’utilizzazione, per far crescere la parte variabile del salario dei lavoratori, grazie appunto una più veloce redistribuzione degli utili.
In buona misura siamo davanti a un intervento anticiclico. E tutto sommato utile, soprattutto dal punto di vista imprenditoriale, a contenere la parte fissa del salario. Una provvedimento, insomma, che concerne più il contenimento dell’inflazione e dei costi salariali a carico delle imprese che l’allargamento dell’autentica democrazia economica.
Una finalità quest’ultima che, come gli studiosi sanno, può essere conseguita soltanto attraverso l’introduzione di un strumento di reale democrazia aziendale come la cogestione.
C. G.