venerdì 13 aprile 2018

Il Movimento Cinque Stelle nella storia d’Italia
I Salvatori della Patria



Quasi tutti gli analisti sottolineano la novità politica del Movimento Cinque Stelle.  Però, cosa metodologicamente sospetta,  si evitano, con riguardo alla storia d’Italia, raffronti con i movimenti eversivi della democrazia liberale, dai fascisti ai comunisti. Guai a farne. Si rischia l'espulsione dai nuovi salotti buoni  della politologia.  
Si dice,  ai pochi che osano  obiettare,  che un partito, asceso a forza di governo, in poco più  di dieci anni, non può non essere un fenomeno difficile da giudicare e analizzare. Sicché, se proprio una spiegazione si deve dare,  Cinque Stelle  andrebbe  visto,  si ripete,  come  un partito democratico, anzi ultrademocratico, giustamente interprete del malessere politico, economico ed etico degli italiani, aggravatosi dopo la crisi del 2007-2008, non intercettato da tutti gli altri partiti. Insomma, politologicamente parlando, quella di Cinque Stelle sarebbe una  Success Story. 
Può darsi.  Tuttavia,  dietro quest’ultimo giudizio sembra ergersi -  fare da sfondo, se si vuole -   la morale del  “chi vince ha sempre ragione”, così cara alla politologia  cripto-hegeliana dei fatti compiuti.  Come se i voti  ricevuti bastassero a dimostrare, o meglio a provare nei riguardi di un partito la sua  natura democratica perché vincente e vincente perché democratica.   
Una  filosofia del successo, per dirla brutalmente, da quattro soldi. Che certa politologia della rassegnazione oggi  estende all'analisi dei populismi. Nulla di nuovo. Una ricetta già politicamente applicata, qui in Italia,  a fascisti e comunisti.  Politicamente, prima che analiticamente: i fascisti, vennero arruolati dai liberali in disarmo e adottati dagli italiani come Salvatori della Patria; i comunisti, consociati, a più riprese dai democristiani e dalla sinistra laica, "indipendente",  come Parte Sana e Democratica del Paese. Quelli che ricevevano ordini e soldi da Mosca. 
Va detto per inciso,  che questo atteggiamento,  poiché coinvolse, politici,  intellettuali, uomini d’affari, gerarchie  religiose  e gente  comune, quindi un larghissimo numero di persone,  ha sempre impedito, una volta caduti,  fascisti (1943) e comunisti (1989),  di ragionare onestamente sugli errori commessi nell’associare chi democratico non era,  se non  - come si riteneva,   sbagliando -  per i soli voti ricevuti.
Probabilmente, qualche lettore riterrà la nostra analisi schematica e soprattutto storicamente incongrua. Certo, Grillo non è Mussolini, Casaleggio, Farinacci.  Ed entrambi non ricordano, neppure lontanamente, Gramsci, Bordiga Togliatti, per non parlare di Berlinguer.  Né il reducismo vitalista dei “santi maledetti”, né il leninismo  hanno nulla a che vedere, soprattutto ideologicamente,  con un partito come Cinque Stelle,  mai  passato  tra le fiamme della  “guerra civile europea”.
Resta però, come costante della storia d’Italia, quell’atteggiamento  degli eletti e degli elettori, insomma di buona  parte degli italiani,  di scorgere, ciclicamente,  la figura del Salvatore della Patria in pericolo,  in una  forza politica giacobina,  con una  visione a dir poco primitiva e antiliberale della dialettica politica.   
Sicché  stiamo  assistendo, come nel 1922, nel 1944 , nel 1976,  a una  recita sulla democraticità.  Oggi tocca a  Cinque Stelle, un partito di virtuisti invasati,  controllato  in modo ferreo  da un ex comico e da un imprenditore del Web. A chi va la parte dell’utile idiota?  Questa volta, non è recitata  da presunti liberali  e  clerico-moderati (come nel 1922), dalla sinistra laica (di ascendenza azionista) e dai catto-comunisti  (come, rispettivamente, nel 1944 e nel 1976),  ma da una forza razzista, protezionista, sovranista,  come la Lega .  Il che la dovrebbe dire lunga sulle pericolose  affinità di programma e idee, chiaramente eversive dell'ordine liberal-democratico, tra grillini e leghisti. Per inciso: qualsiasi riferimento al ruolo decisivo del Presidente Mattarella  non è casuale...
E invece,  per ora,  si evoca lo stato di necessità  come nel 1922, nel 1944, nel 1976. In sintesi:  nel 1922, la guerra civile; nel 1944 la lotta al nazifascismo; nel 1976, la crisi economica e gli opposti estremismi.
Come si può notare,  il modello politico è lo stesso:  1) grave emergenza; 2) rappresentatività democratica data per scontata;  3) governo di unità, salvezza o responsabilità nazionale.
Oggi, l’emergenza sarebbe quella di una crisi economica, in realtà già alle spalle, alla quale  si è aggiunta negli ultimi giorni, a colpi di notiziario, l'escalation (possibile) siriana,  da cui però  ci siamo tirati fuori da un pezzo ( uso delle basi Nato, come minimo sindacale, a parte); la rappresentatività quella di un partito di ragazzini musoni, giacobini senza neppure saperlo,  che hanno vinto alla lotteria della stupidità elettorale; il governo di unità nazionale  che ne sortirebbe,  quello di un gruppo di matricole della politica, incluse le reclute leghiste,  dalle idee annebbiate,  gonfie di odio e risentimento.
Come si può notare, la storia rischia di ripetersi. Certo, come si dice, potrebbe finire in farsa. Potrebbe.  
Carlo Gambescia


giovedì 12 aprile 2018

La citazione di Salvini dal film di Alberto Sordi
Sociologia del Marchese del Grillo



Come condensare in poche parole  quel  tracollo delle élite, di cui oggi tutti si riempiono la bocca?  Ci aiuta  Salvini, astro nascente della nuova Italia populista,  il quale  rispondendo a Di Maio,  altro politico dai profondi studi,  ha citato Alberto Sordi, dal famigerato film sul Marchese del Grillo (“io sono io, mentre voi,  non siete,  eccetera, eccetera”).  Ora che cosa c'è  di più vicino, diremmo osmotico, alla cultura diffusa  di quel "popolo"  che vota Lega  e Cinque Stelle?   Per abolire  - come si grida ai quattro venti -   vitalizi e privilegi delle élite al potere?  In pratica, ragiona così  un elettore su due.
Ovviamente, il problema non è Alberto Sordi, o il contenuto della sua frase,  altrimenti si commetterebbe  lo stesso  l’errore di certa sinistra  al caviale,  alla Nanni Moretti per intendersi,  che con il suo snobismo, per reazione,  ha  favorito proprio la vittoria di politici  populisti, molto ignoranti,  come Salvini e Di Maio. 
Il vero problema è quello della “grande semplificazione”, che si nasconde dietro il politico che cita Sordi perché icona popolare, quale strada più breve per arrivare a tutti.  Perché studiare? Perché stimolare? Perché addirittura incuriosire? Basta Alberto Sordi.  Di qui la presentazione di  problemi complessi, dall ’immigrazione all' ’euro,   come semplici  e risolvibili su due piedi.  Un atteggiamento mentale semplicistico che piace alla gente comune, perché azzera le distanze tra chi sa e chi non sa, rivendicando le ragioni dell'ignoranza.  E poiché coloro che non sanno sono maggioranza,  il populismo, soprattutto quando  non trova ostacoli  nella selezione  politica,  non può non vincere facile.
Perché l ’aspetto più grave della questione,   è che tra coloro che non sanno,  vanno ricompresi anche  coloro che dovrebbero sapere. Insomma, il filtro socio-culturale ( gli standard formativi richiesti per emergere)  sembra non funzionare più.  E qui torniamo alla citazione salviniana di Alberto Sordi:  De Gasperi avrebbe citato Maritain, Togliatti, Dante,  Fanfani, Toniolo,  Nenni, Mazzini,  Berlinguer, Tolstoj, e così via...  
Cosa vogliamo dire?   Che, probabilmente,  De Gasperi, Togliatti, Fanfani, Nenni, Berlinguer sapevano chi era, se non Sordi, Totò, ma il punto era ed è che la loro cultura non si riduceva a Sordi e Totò. Il filtro socio-culturale funzionava ancora. E soprattutto le élite credevano in esso.
Quali sono le cause del livellamento culturale  tra  eletti ed elettori?  Probabilmente la carica eversiva della cultura di massa -  legata alla natura semplificata del suo messaggio rivolto a tutti -  ha progressivamente ridotto le distanze tra cultura alta e bassa,  in favore di quest’ultima, pervadendo  i meccanismi formativi, dalla scuola all'università.  E di tale  appiattimento generale  non poteva  non risentirne, di rimbalzo, la cultura delle  élite, sia quella tradizionale (dalle riviste, ai libri e ai giornali) sia quella innovatrice (dei nuovi media, dal Web ai Social). Oggi è  norma, anche  tra ciò che resta della cultura alta,  farsi scudo  di  semplificazioni e  riduzionismi culturali  "per arrivare a tutti"   e così  abbattere qualsiasi barriera tra coloro che sanno e coloro che non sanno. Siamo dinanzi al vero è proprio suicidio culturale di "color che sanno" o dovrebbero sapere.
Per fare solo un esempio, di un problema non solo italiano:  sui Social anche il più bravo degli scrittori è costretto, volente o nolente,  a banalizzare tutto, e, cosa ancora più grave,  ad assumere il tono irriguardoso dei suoi  incolti interlocutori.  Perché?   Se non si è sui Social non si esiste:  ecco l'agente motivazionale, il moltiplicatore sociale  del riduzionismo culturale. Insomma, digito, ergo sum...
Si può fare qualcosa? Difficile rispondere. Le trasformazioni sociali, una volta istituzionalizzatesi,  proprio per le leggi dell’ emulazione socio-culturale (quindi dei processi collettivi di inclusione-esclusione)  assumono forza propria.  E tornare indietro, finché il processo non si è concluso  - il che sul piano storico, di regola,  rinvia a tempi lunghi -   è praticamente impossibile.  Le società, anche le più rivoluzionarie, in realtà sono conservatrici. L'uomo teme il cambiamento, fino a quando - ma anche qui con eccezioni -   non  deve scegliere, in termini di aut aut,  tra il mutamento culturale  e la sua conservazione sociale, talvolta  addirittura nei termini ultimativi della pura conservazione biologica.  
La cultura della  “grande semplificazione”, per il momento sembra avere la meglio. E soprattutto, essere compresa da tutti.  Anche sul piano politico, come si può notare.  Il populismo, in qualche misura,  è  l'autobiografia politica della  società di massa.  Probabilmente, una volta sviluppatosi compiutamente, innescherà processi, anche politici, di segno contrario. Difficile però dire quando e come. Per parafrasare Alberto Sordi, se ci si passa la battuta, i processi socio-culturali sono i processi socio-culturali e gli uomini, di regola, finiscono per  non contare, eccetera, eccetera.

Carlo Gambescia

mercoledì 11 aprile 2018

Jet russi sorvolano a bassa quota un cacciatorpediniere americano

Danze di guerra?


Un etologo definirebbe lo zig-zag degli aerei russi sulla nave  lanciamissili  Usa  una danza di  guerra.  Magari a parti simbolicamente invertite:  dell' aquila  post-sovietica che volteggia, minacciando picchiate,  davanti alla quale  l'orso americano,  per ora,  sembra restare indifferente.
Fuor di metafora, e per passare alla politica internazionale,  Putin, è un politico del XX secolo, Trump del XXI, sullo sfondo di un mondo che non è né del XX né del XXI:  un universo caotico, in transizione,  che non   ha ancora  definito  una sua idea di ordine,  o se si preferisce di equilibrio,  intorno alla quale le grandi forze della politica mondiale, si sono sempre storicamente coagulate.
Ovviamente, sul piano mediatico-politico, chi fa il tifo per Putin, vede  nel gesto la risposta alla sfida americana.  Chi invece,  celebra  Trump,  vi  scorge addirittura una dichiarazione di guerra.
In realtà, queste “danze” - il plurale è giustificato dal fatto che non è la  prima volta dall’inizio del conflitto siriano -  indicano principalmente  un vuoto di potere in Medio Oriente,  che gli americani, già dai tempi di Obama, e ancor più con Trump,  sperano di gestire a distanza, via alleati e con il minimo  impegno, mentre i russi, storicamente e geopoliticamente più coinvolti con il regime di Assad,  si trovano a svolgervi una politica interventistica, al di sopra dei propri mezzi.  Sicché l’impressione è che russi e  americani, nonostante questo  "danzare con le stelle"  non desiderino, per ora,  passare dalle parole ai fatti.
Detto questo, non si può però  non  introdurre il cosiddetto fattore erratico: parliamo del ruolo dell'imprevedibilità.  In questo caso rappresentato dall’inesperienza -   per alcuni, mista a infantile presuntuosità -  del Presidente Trump.  Fattore, al quale si aggiunge - elemento non meno importante -  la mancanza di uno Stato-Terzo  -  in senso geopolitico -   che, come nella vicenda coreana (in quel caso  rappresentato dalla Cina) si incarichi di mediare e ridurre a miti consigli, suggerendo iniziative di pace a sorpresa, la Corea di turno.
La crisi siriana invece  vede  Russia e  Stati Uniti  faccia a faccia, l’Europa, come auspicabile Terzo, largamente  assente,  la Cina assai lontana, Israele piuttosto vicino e l'Onu, per dirla  brutalmente, somigliare sempre più  a  una vescica piena dell' aria dei  buoni ma inapplicabili princìpi. Di conseguenza,  ripetiamo, nel vuoto geopolitico,  il fattore personale può diventare determinante. Certo, nel bene come male. Di qui però,  la pericolosità, per una guerra che in fondo non vuole nessuno dei due contendenti,  degli sbalzi umorali  di quel  "bambinone", che sull’onda di un altrettanto infantile populismo,  si trova ora alla Casa Bianca. 
Anche Putin, ama i populismi, ma da lontano, quando possono servire ai suoi scopi.  In questo senso, i "bamboccioni"  europei e  italiani  come  Salvini e Di Maio  dovrebbero non farsi strumentalizzare. Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo di Putin. La buona notizia è che resta un politico del XX secolo e  che perciò conosce i rischi della politica di potenza, se non della pura forza (soprattutto quando non ci sono le risorse). La cattiva, invece, come detto,   è che Trump, come quel bambino viziato, che, dopo aver cacciato via  tutti i compagni di squadra,  prosegue a giocare  da solo, divertendosi a calciare il pallone in mezzo il campo. 
Ogni volta più in alto.


Carlo Gambescia                

martedì 10 aprile 2018

Storie di ordinaria follia politica
I veti incrociati




Di Maio  gela Salvini, Salvini gela Di Maio, Martina gela Salvini e Di Maio. E così via, nessuno vuole governare con  nessun altro. Si chiamano veti incrociati. Intanto però,  sale in coloro che li hanno votati,  la voglia del castigamatti. Di colui, si dice,  che  metterà tutte le cose a posto nel manicomio Italia.  Insomma, storie di ordinaria follia politica.       
In realtà,  tralasciando le banali questioni che tanto appassionano i retroscenisti,  lo stallo  indica una cosa sola:  che il sistema dei partiti ha perso tutti suoi riferimenti. Uno in particolare. Perché  -  attenzione -  la paralisi  non è colpa del Parlamento come istituzione o della democrazia rappresentativa, come vogliono farci credere i suoi interessati nemici, bensì di una incapacità di tutti i partiti di comprendere il bene comune.  Che -   e qui bisogna fare attenzione due volte -   non è la lotta alla povertà di Fico, il comprarsi una pistola  di Salvini, il diventare tutti ricchi di Berlusconi o tutti buoni come ritengono, certo,  con sfumature molto diverse  Renzi,  Grasso e  Laura  Boldrini.    
Questi sono apprezzamenti -  giusti o sbagliati che siano -   del bene comune, secondo una visione politica di parte, ideologica, se si vuole.  Il bene comune, il vero bene comune - ecco la grandezza dell’ “esperimento liberale” -   sono le istituzioni parlamentari e  la divisione dei poteri.  E soprattutto il farle funzionare come si deve,  con una buona legge elettorale, capace di garantire la governabilità. 
Se invece, come sta accadendo in Italia, i partiti privilegiano, ramificandoli, i propri interessi  particolari  -  ad esempio, ormai da anni esiste perfino un partito dei giudici -  le istituzioni-bene comune si  inceppano, non funzionano, se non, strumentalmente, come randello per colpire l'avversario, fino a spazzarlo via.
Si ignora, o si finge di ignorare,  che il principio fondamentale della democrazia, della democrazia reale,  non è il demagogico uno vale uno, al servizio del nascente  tiranno di turno, che vuole tutto il potere per sé, blandendo con il perfettismo le  masse,   ma la possibilità, da parte di un cittadino, imperfetto ma non anonimo,   di favorire l'alternanza dei  partiti al governo, attraverso libere elezioni, quindi promuovendo  la divisione, trasmissione e circolazione del potere tra élite, periodicamente, scelte dall'elettore.
Per radicalizzare e rendere comprensibili i concetti fin qui esposti:  i mezzi (la possibilità istituzionale dell’alternanza politica) sono tutto, i fini (le diverse idee di bene comune) niente.  Oppure, se ci si passa la banale metafora:  se i rotismi dell’orologio politico girano (le istituzioni di rappresentanza), l’ora segnata  (il bene comune) sul suo quadrante,  sarà sempre quella giusta.     
L’attuale stallo politico -  che  è  la prova più evidente di quanto stiamo dicendo -   non può  perciò  non essere il frutto velenoso di  pessime leggi elettorali ( e di conseguenza del bipartitismo tradito), di  mancate  riforme in senso presidenziale (per rafforzare e  snellire l’esecutivo), di nessuna riforma della giustizia (per depoliticizzare i  giudici). Abbiamo avuto invece, solo valanghe di merda (pardon),  social-mediatica, frutto di un virtuismo d’accatto,  che hanno contribuito a gettare via l’acqua sporca di qualche politico, più stupido che corrotto,  con il bambino della democrazia rappresentativa e della divisione dei poteri.  E, in definitiva, della governabilità.  
Altrimenti come spiegare la presenza in Parlamento di forze politiche illiberali, come  la Lega  e addirittura eversive come Cinque Stelle?  Che con i loro veti incrociati mostrano di non avere alcun rispetto per le istituzioni? Anzi, per dirla tutta, provano di preferire il “tanto peggio, tanto meglio”? Per agguantare,  augurandosi di  passeggiare  sulle  macerie, tutto il potere?  Altro che democrazia dell'alternanza...     
Si dirà, Lega e  Cinque Stelle  sono stati votati dal popolo, eccetera, eccetera.  Diciamo pure, che, come certifica la storia  del Novecento,  il popolo spesso sbaglia. E di grosso. Certo, pagandone poi le conseguenze.
Involuzioni negative, purtroppo, sempre previste da pochi e isolati  osservatori. Liquidati alla stregua di volgari Cassandre.  Comunque noiose.  Come ora.  E invece... 


Carlo Gambescia                      

lunedì 9 aprile 2018

Strani silenzi…
Che fine ha fatto il DEF ?



Avete notato, amici lettori?  Non si parla  più del DEF  (Documento di Economia e Finanza): il principale strumento, per dire le cose fuori dai denti,  della credibilità economico-finanziaria   italiana in Europa.  Perché  il DEF  indica la strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine, almeno tre anni.   
Il recepimento interno,  quale sua  presentazione da parte del Governo al Parlamento,  è (anzi era, come vedremo)  fissato  al 10 aprile, domani. Infatti, dal momento che  si tratta di  un documento- aggiornamento del Programma di Stabilità, ricondotto temporalmente al semestre europeo (per il sincronismo UE tra i vari  bilanci),  deve essere inviato a Bruxelles il  30 aprile, come da accordi sottoscritti  dagli stati membri.  Il Documento è diviso in tre parti, eccetera, eccetera (1) .
Ora, Gentiloni, in accordo (sembra) con tutti partiti,  avrebbe ipotizzato il rinvio  di due o tre settimane della data di presentazione al Parlamento (2):  si dice che dal momento che  siamo senza  "governo “vero”,  l’Europa dovrà gentilmente  aspettare…   Si andrà, si vocifera,  oltre il 30 aprile.  Si dice pure, che la Commissione Europea, sulla base di analoghi precedenti legati alla concomitanza tra  scadenza del DEF e  formazione di un nuovo governo,  sia intenzionata a concedere all’Italia un rinvio, però limitato.  Probabilmente  non oltre il 30 giugno,  conclusione del  semestre europeo, il cui termine  implica, come detto, l’anticipo alla prima metà dell’anno della definizione delle strategie di bilancio dei singoli Stati membri, in stretto  coordinamento  con le  diverse istituzioni europee.  Detto brutalmente: se si va oltre quella data, si  mette a rischio il Patto di Stabilità.   
Morale della storia?  In primo luogo,  già siamo a ritardo.  In secondo luogo, una volta “nato” il nuovo governo,  perché di doloroso parto sembra  trattarsi, si dovrà ridiscutere il DEF:  parlare di tagli e manovre, di aumento dell’avanzo primario,  eccetera, eccetera. E qui, in terzo luogo, le due principali forze politiche, che si candidano a governare l’Italia, addirittura insieme,  Lega e Movimento Cinque Stelle,   sono due  partiti a favore della  spesa pubblica.  Sembra persino,  ci sia già un accordo sull’ introduzione del Reddito di Cittadinanza, circa centoventi miliardi in tre anni…Follie. Quel che invece  servirebbe  è un partito  contro la spesa pubblica,  in grado di approvare rapidamente il DEF, allineandosi perfettamente  al  Patto di Stabilità.  
Un partito  del genere, per ora,  non esiste in Italia.  Il che spiega, uno, il triste destino del dottor Cottarelli ("tutti lo vogliono,  poi però non se lo pigliano",  per dirla alla buona).  E, due,  perché  non si parla del  DEF.  Anzi lo  si rinvia aumm aumm…  Per giustificarsi,  si citano i precedenti  dei governi Andreotti.  Sì, alcuni, formatisi dopo lunghe trattative, ma duemila anni fa e senza "vincolo (di bilancio) esterno"...   Oppure ci si appella  all’ ultimo esempio tedesco.  Sì, tempi lunghi,  ma la Germania -  occhio alla tempistica - ha votato in autunno  e ora  ha un governo in carica...  
Il risveglio  italiano potrebbe essere  brusco, perché si può provare  -  fino a un certo  punto -   a prendere per il naso l’Europa, ma non i mercati.  Che, con i conti in disordine, possono massacrarci in qualsiasi momento. 
Insomma, qui si scherza con il fuoco.   Il serafico, come dicono,  Presidente Mattarella, che ancora non ha fissato una data per il secondo giro di consultazioni, si rende conto dei pericoli che l’Italia corre?            

Carlo Gambescia

domenica 8 aprile 2018

Con Cinquestelle la libertà è in pericolo
Il caso Iacoboni



I pentastellati non sanno dove sia di casa la democrazia. E' questione, crediamo, di Dna.  Qualche giorno fa Carlo Pompei ha prodotto un magnifico video, dove  si vede un Beppe Grillo,  già  nel  2006, liquidare -  calpestando Milton e Voltaire -  “Linea quotidiano”,  con l’epiteto di  “due paginette di merda”.  Così, tanto per offendere  direttore,  redazione, collaboratori e lettori in un solo colpo (1).    
Del resto è  noto che all’interno del M5S,  per esternare, dalla  semplice dichiarazione alle partecipazioni televisive, occorre l’autorizzazione scritta della fuerership Grillo-Casaleggio jr., via dottor Goebbels-Casalino.  Di conseguenza, come si può notare, anche dalle interviste di questi giorni,  l’unico, autorizzato  a dire qualcosa di politico, è  Luigi Di Maio, il candidato premier.  Roba da Bulgaria sovietizzata. Quindi, per chiudere il cerchio della graziosa metafora grillesca, la merda, evocata dal  comico,  per i parlamentari del Movimento Cinque Stelle,  invece è a chilometro zero.  E non c'è mai  ricreazione, per parafrasare  una  postdantesca barzelletta.  
Insomma, riteniamo urgente  richiamare  l’attenzione dei lettori su un comportamento nei riguardi della stampa che non ha  precedenti, se non nel fascismo, che però era una dittatura. Anche perché ieri si è toccato il fondo. Al giornalista de “La Stampa”, Jacopo Iacoboni,  è stato interdetto l’ingresso al summit culturale  di Ivrea, organizzato dall’Associazione Gianroberto Casaleggio, coordinata dal figlio Alessandro,  perché persona non gradita.  Si parla di   “ragioni personali” (2). 
E quali sarebbero?  In sostanza,  di praticare  il lavoro di giornalista  senza fare sconti. Tra l’altro,  è uscito in questi giorni un suo libro sul Movimento Cinque Stelle, dove, proprio per la  grandissima  obbiettività, Iacoboni  non può non  scrivere  cose   sgradite  ai due padroni del vapore pentastellato (3).
Per inciso,  si tratta di un'inchiesta giornalistica,  quindi giocata  sulle contraddizioni tra ciò che si dice e ciò che si fa, tipiche della retorica politico-mediatica. Vi  manca un' analisi approfondita dello sfondo storico, ossia delle ragioni politiche, culturali e sociali che hanno permesso all' "esperimento di riuscire" (ci si augura, solo per ora...). Per capirsi, con un raffronto storico: come se si studiasse il fascismo, solo in chiave endogena, e non esogena, ossia anche alla luce della crisi postbellica. Insomma è uno studio "dall'interno" del M5S, che però  ne analizza  - qui il valore del libro -  con grande abilità, meccanismi e strategie comunicative, basati - attenzione - su una scommessa ucronica, degna di certi personaggi creati da Philip K. Dick. Come però si dice, talvolta la realtà supera ogni immaginazione...  Perciò, comunque sia,   è uno studio che raccomandiamo caldamente ai lettori.
Detto questo, scusandoci per la digressione (però necessaria), va sottolineato che con  il  veto  su Iacoboni,  siamo dinanzi  a un vero e proprio attacco alla libertà di pensiero e di stampa. E da parte di una forza politica che aspira ufficialmente a governare l’Italia. Per cambiarla? Ma secondo quale modello? Putiniano,  cubano, venezuelano, cinese, coreano?  Poveri noi.
Il fatto è gravissimo. Come del resto denuncia il Comitato di Redazione del giornale torinese (4). Meno puntualmente  "La Stampa" che, come si può vedere  (la foto sotto il nostro titolo),  non dà  il giusto rilievo alla notizia:  addirittura,  non vi  si fa il nome di Iacoboni, assai noto ai lettori.  Quasi come fece  "il Corriere del Sera" con Montanelli, dopo l'attentato terrorista, durante gli  "Anni di Piombo". 
Certo, eventi e contesti storici diversi.   Forse, allora, si potrebbe parlare di sobrietà  sabauda?  Mah... La cosa comunque, inquieta.  E non solo per il rischio conformista, come allora.  Ma per un altro motivo.  Perché evocare le   “ragioni personali",  tipiche motivazioni da tiranno,  ottuso per giunta, significa appellarsi a una logica capricciosa,  degna dei  sultani del tardo impero ottomano, circondati dai propri molli e viziosi favoriti.  Altro che l’uno vale uno.  E i mass media, soprattutto i giornali a grande tiratura,  non possono minimizzare o peggio far finta di  non vedere, magari riducendo una questione di libertà a retroscena politico.           
Mattarella  che ne pensa? E i Presidenti del Senato  e della Camera?  In particolare l’Onorevole Fico, autorevole esponente pentastellato ? E l’Ordine dei Giornalisti?     



Carlo Gambescia        
                 
(3) Jacopo Iacoboni,  L’esperimento. Inchiesta sul Movimento Cinque Stelle, Editori Laterza 2018 :  https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858130100 .

venerdì 6 aprile 2018

La riflessione
Legge  Fornero  e dispotismo orientale



I retroscenisti  parlamentari  sottolineano  che  uno  dei punti  d' accordo  tra  Lega e Cinque Stelle  è quello dell’abrogazione delle Legge Fornero con il  relativo  abbassamento dell’età per andare in pensione.  Si vive più lungo, i sessant’anni di oggi sono pari ai  cinquanta di (appena)  ieri, eppure  si fa finta di niente. Si ragiona come se la vita, più lunga e migliore, di uomini e donne  non  fosse mai mutata.  Si chiama politica della persistenza, o se si preferisce della lunga durata. 
Che cosa vogliamo dire? Le cose cambiano intorno agli uomini, ma non cambia la mentalità per affrontarle.  E pur di non prenderne atto, si criminalizza, all’occasione,  il portatore sano del mutamento, nel caso, il Ministro Fornero (e predecessori politici da Dini a Treu). 
Perché questo rifiuto di cambiare?
In primo luogo, perché si perderebbero voti, come detta il  lato demagogico della democrazia,  In secondo luogo, perché quieta non movere et mota quietare, antico principio di conservazione politica, che ci riporta al dispotismo tardo imperiale romano, ma soprattutto orientale (come vedremo). In terzo luogo, l’indicazione di un  capro espiatorio, già bello e  pronto, ricompatta  sempre un corpo politico intorno al nemico comune.
Tutto bene? No, perché resta  il fatto che le cose intorno agli uomini continuano a  cambiare, nonostante la  retorica e i  tatticismi politici.  Di conseguenza,  il principale risvolto negativo della politica della persistenza è la cronicizzazione delle questioni non risolte.  Apparente cronicizzazione, perché, per dirla brutalmente, gli "insoluti" si  incancreniscono,  come nel caso, per attualizzare, dell'inevitabile allungamento dell' età pensionistica.   E quanto più le  questioni  rinviate, o risolte in senso contrario alla necessità dei tempi,  crescono  di  numero,  tanto più le  metastasi di un attendismo, spartitorio, consociativo sempre un passo indietro, si diffondono nell’organismo politico fino a debilitarlo mortalmente.
Diciamo che la politica della persistenza, in termini comparativi, ha dominato per millenni  la storia delle istituzioni politiche, dalle monarche idrauliche e dispotiche in Cina, India, Mesopotamia, eccetera, studiate magistralmente da Karl Wittfogel, allo stato assoluto delle prima modernità europea.  Per poi essere scompaginata dalle rivoluzioni politiche, economiche e scientifiche che hanno introdotto la politica del mutamento, cambiando improvvisamente le regole del gioco.  Una politica, insomma,  del continuo adeguamento del comando alla  realtà che cambia, e incessantemente. Pertanto,  quando più  i politici si  rifiutano  di prendere atto della necessità di assecondare il cambiamento, tanto più  rischiano di assomigliare a   sopravvissuti despoti  orientali.
In questa discrasia tra politica del cambiamento e politica della persistenza va ravvisato forse il maggiore fattore critico -  se si vuole involutivo -  del nostro tempo.
Un’ultima cosa. Quando si parla di  politica della persistenza va assolutamente  evitato l’uso delle  categorie  di destra e  sinistra,  valide per altre ragioni, ma non in questo caso.  Ad esempio la Signora Thatcher, leader dei conservatori britannici, sposò intelligentemente la  politica del cambiamento.  Per contro, molti politici di sinistra, benché non della stessa levatura,  si pensi a figure come Mélenchon in Francia, Iglesias  in Spagna,  Emiliano in Italia,  propugnano politiche della persistenza. Ereditate, e fatte proprie, anche dai movimenti populisti  come  Lega e Cinque Stelle, per auto-definizione al di là della destra e della sinistra. Insomma, sono modalità di approccio politico, assolutamente trasversali.
Inutile osservare, infine, che  dei  dispotici monarchi orientali si è persa memoria.  
Carlo Gambescia