sabato 17 maggio 2008


Il sabato del villaggio nei libri (17)


La cultura di destra
Il deserto dei Tartari.

La cultura di sinistra
Il falò delle vanità.

Berlusconi
L’Arco di Trionfo.

Veltroni
Bonjour tristesse.

Bertinotti, Diliberto & co.
Gorilla nella nebbia.

Pier Ferdinando Casini
Il Signore delle Mosche.


              Carlo Gambescia

venerdì 16 maggio 2008

Rom

Berlusconi e la teoria del "capro espiatorio




Davanti a episodi come l’incendio e il rastrellamento dei campi rom intorno a Napoli, avvertiamo sulle nostre spalle tutto il peso di una vita passata inutilmente a studiare i fenomeni sociali per capire e in certo senso migliorare la qualità della vita di tutti, iniziando dalla necessità di migliorare i rapporti fra le persone di cultura diversa.
Per quale ragione questa stanchezza? Perché, soprattutto nell’Italia di oggi, sembra prevalere una sorta di regolarità o costante sociale “negativa”. Quale? Quella di indicare un capro sociale espiatorio come vittima da immolare sull’altare della pubblica sicurezza degli italiani. Rischiando - ecco il punto - di trasformare l’Italia in uno “Stato di polizia” e soprattutto di trattare le persone - tutte le persone a cominciare dai rom - come puri e semplici ostacoli, al normale “andamento” della vita sociale.
Un esempio: sembra che a Napoli, dopo il rastrellamento di un campo nomadi e il trasferimento dei suoi residenti in apposito centro di raccolta (o di concentramento?), un rom con gravissimi problemi motori, sia stato abbandonato carponi su un giaciglio improvvisato, senza nessun aiuto o conforto…
Si dirà, si tratta di un caso isolato… No. Noi invece crediamo che la situazione sia seria e che questo governo di destra giochi le sue carte proprio sulla creazione di un “capro sociale espiatorio” (rom, romeni, immigrati), come nemico interno, per ricompattare collettivamente gli italiani, intorno alla figura “carismatica” di Berlusconi, salvatore del “popolo” dall' "invasione straniera”.
Creare un “capro sociale espiatorio” e soprattutto tenerlo costantemente vivo, istituzionalizzando una situazione di allarme, introduce un elemento di controllo sociale molto forte. Il che favorisce la possibilità di recepire legislativamente, magari per decreto legge, l’idea di un pericolo sociale incombente. Dopo di che tutto potrebbe diventare possibile sotto l'aspetto delle attività di polizia (preventive e repressive). Nessuno di noi sarebbe più sicuro di conservare la propria libertà, magari in quanto "amico" di rom o stranieri "pericolosi".... Stando alle ultime notizie, Maroni sarebbe favorevole a recepire l'idea di introdurre ronde miste esercito-polizia per una "migliore gestione dell’ordine pubblico".
I sorrisi "plasticati" del Cavaliere, il dolciastro sostegno di Veltroni al governo, l’intimidazione verso qualsiasi forma di opposizione vera (si pensi al caso Travaglio e al “consiglio” di Fini-presidente a Di Pietro, di valutare bene in futuro i contenuti dei suoi interventi parlamentari…), sono tutti segnali molto pericolosi. Soprattutto se collegati alla crescente istituzionalizzazione di un clima da “guerra civile” nei riguardi dello “straniero”, rappresentato come potenzialmente pericoloso. Una raffigurazione sociale, non di tipo descrittivo ma prescrittivo, che serve a spianare la strada al progetto della destra di introdurre, e in modo definitivo, il reato di immigrazione clandestina.
Un quadro sconfortante che spiega certa stanchezza denunciata all’inizio del post. Nessuno ti ascolta. E soprattutto nessuno sembra sinceramente badare al progressivo imbarbarimento della società italiana. Si pensi solo a quel che è capitato in Sicilia alla dolce Lorena. Oppure a Erba…
Il governo di destra, sembra fare leva anche su quest'ultimo fattore, per mantenere gli italiani prigionieri di una paura, che in realtà rischia di favorire solo i segreti giochi di potere dei "manovratori", per citare Antonio Di Pietro.
Che amarezza, povera patria nostra.
Carlo Gambescia

P. S.
In argomento si segnala il bellissimo post di Miguel Martinez, pubblicato su http://kelebek.splinder.com/ , sabato 17 maggio: Diceva di chiamarsi Maria... (4).

Buona lettura.

giovedì 15 maggio 2008


Le mie, di "nuove sintesi",  sono più fresche delle tue


In principio era Cacciari. Che all’inizio degli anni Ottanta rintronò di paroloni, durante un convegno fiorentino, i metapolitici di destra. Sdoganandoli. Almeno così scrissero i giornali. Da lì, come le caravelle di Cristoforo Colombo, partirono le “nuove sintesi”.
Dopodiché venne Berlusconi. I non metapolitici, rimasti intruppati nel Movimento Sociale, bevvero l’acqua di Fiuggi in bottiglioni tricolori con il logo di Retequattro, forniti da Berlusconi. Era lui che fischiava dal nido del Cuculo di Arcore. E non qualche sparuto gruppetto di barbuti intellettuali simil-cacciariani in "gondoetta", con lucerna e celtica dorata. In ballo c’erano le “nuove sintesi”, quelle vere, molto concrete, del potere. E non i falò delle rificolone fiorentine...
Da Firenze e Fiuggi sono passati tanti anni. Forse troppi. Ma post-fascisti berlusconiani e cacciariani stanno sempre lì con il cappello in mano. In attesa che qualcuno, come dicono i professoroni, li legittimi. Oddìo, quelli ipnotizzati da Giucas Berlusconi alla meta ci sono quasi arrivati. Ma si guardano sempre intorno, intontiti, come i miracolati: non si sa mai… Si veda, ad esempio, la faccia un po' così di Fini, neo-presidente della Camera. Ricorda quella di Lazzaro, morto e risorto.
Invece quelli stregati dalle chiacchiere di Cacciari stanno ancora a carissimo amico… Per le loro caravelle l’America è ancora lontana… Un po’ si sono divisi, un po’ no. Ma ognuno gelosamente si tiene stretti i suoi librettini, le sue rivistine, i suoi direttorieditorialini. Anche se poi, appena uno si gira un attimo, subito dopo scopre che gli hanno fregato le sue, di “nuove sintesi”. Che tempi! Le avevo appoggiate lì sul tavolo, solo per un momento. Vabbè.
Collaborare tutti insieme con cuore sincero, come dicevano i nonni? Non sia mai… Le mie “nuove sintesi” sono più fresche delle tue. Sì, come le uova… Magari te le frego di nascosto, però… Morale: Gerusalemme batte Atene uno a zero.
Ma tutto accade a livello lillipuziano. Perché non se li fila nessuno. Purtroppo.
Anzi per la sinistra, quella dura, incazzosa e che conta, i "nuovisintetici", di sintetico avrebbero solo il tessuto della camicia. Nera…
Concludendo, quelli di Berlusconi due soldi li hanno fatti. Quelli di Cacciari: zero carbonella, come dicono a Roma. Ma a loro non gliene frega niente. Giusto. Del resto sempre postfascisti sono: dunque nudi alla meta. Ammesso pure che ci sia ancora una meta.

Carlo Gambescia 

mercoledì 14 maggio 2008

 Dopo la fiducia alla Camera
Perché cresce il consenso 
al nuovo governo Berlusconi? 



Piaccia o meno, ma non possiamo non interrogarci sulle ragioni del crescente consenso sociale al nuovo governo Berlusconi. Un successo, che può preoccupare, ma frutto di un profondo cambiamento sociale, che va analizzato. Una metamorfosi che riguarda in particolare quei ceti popolari che in aprile hanno voltato le spalle alla sinistra nelle sue due versioni: soft (Veltroni); hard (o quasi, Bertinotti e company).
Una prima riflessione, apparentemente scherzosa.
Per parafrasare il titolo di un famoso film di Elio Petri, uscito nel 1972, e interpretato da Gian Maria Volonté, si può asserire, piaccia o meno, che alla fine la classe operaia è andata in paradiso. Certo, non somiglia a quello vero, visto che si deve comunque continuare a lavorare… Ma il punto è che i consumi e la qualità della vita, a prescindere dagli sviluppi non positivi di questi ultimi due anni, sono mutati “strutturalmente", e in meglio. Basta guardarsi intorno, per scoprire quanto sia cambiata in trentacinque anni quell’Italia impersonata da un Volonté, sfortunato campione del lavoro a cottimo. E dove la classe operaia, costituiva un blocco sociale, schierato a sinistra e riconoscibile persino dagli abiti indossati. Mentre oggi si concede qualche piccola vacanza sul Mar Rosso, fa shopping all’Ikea e la spesa nei Discount, si veste con maggiore attenzione, e soprattutto, sempre più spesso, vota a destra
Per capire il senso sociologico profondo delle politiche di aprile 2008 e soprattutto per non limitarsi a valutazioni impressionistiche attingeremo alcuni dati e giudizi dall’interessante studio di Mauro Magatti e Mario De Benedettis, I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto delle classe operaia? , uscito nel 2006 per i tipi di Feltrinelli.
Si tratta di un’indagine sociologica nazionale, frutto di un intenso lavoro di equipe sul campo, basato sulla combinazione di tecniche di ricerca differenti (interviste, racconti autobiografici, ecc., sulle quali sorvoliamo per non appesantire l’esposizione). L’area della survey riguarda una fascia popolazione tra i 20 e il 49 anni : 1800 soggetti di entrambi i sessi, residenti in differenti aree geografiche, e con basso livello di istruzione. Gli autori, infatti, assegnano l’appartenenza del singolo ai nuovi ceti popolari, sulla base dell’ assenza o meno di un diploma di scuola media superiore ( il 53% nella fascia di età prescelta). Insomma, per dirla con Pierre Bourdieu, del quale Magatti e De Benedittis si dichiarano debitori, l’ accesso al “capitale culturale” (il titolo di studio) si ripercuote, salvo rarissime eccezioni, sul destino sociale e professionale degli individui, che pur svolgendo lavori degni di eguale rispetto, non riescono però ad “ascendere” socialmente.
Ma veniamo alle tesi del libro, particolarmente interessanti per capire le ragioni del successo elettorale berlusconiano.
In primo luogo, il testo ci spiega perché oggi non sia più possibile parlare di classe operaia. La sua scomparsa, è in parte legata al declino delle ideologie totalitarie. Ma soprattutto, secondo gli autori, a due fattori postmoderni o postindustriali, se si preferisce: la sostituzione dell’ufficio alla fabbrica (terziarizzazione) e della rappresentanza individuale a quella sindacale e politica (individualizzazione). Due fattori, amplificati dalla globalizzazione, che hanno prodotto la segmentazione della classe operaia. Che si è così ritrovata divisa in gruppi professionali e lavorativi: i ceti di cui si parla nel titolo. Ma perché definirli “popolari”? Perché sono ceti socialmente “subalterni”, ma non culturalmente inferiori (a prescindere dai titoli): visto che il “tradizionale” e “popolare” buon senso che li anima, permette loro di conciliare antico e moderno: ad esempio, risparmio e consumi (si comprano le scarpe firmate al figlio ma si fa al spesa al discount…). Un circolo di valori vecchi e nuovi, al cui interno, si compie però “il destino sociale” delle persone. Una sorte, si badi bene, non solo segnata in negativo dal rischio dell’ instabilità lavorativa, ma anche, e in positivo, dalla secolare capacità di mediazione e contaminazione dal basso, mostrata dal popolo, fin dall’inizio della modernità. Perciò, non si tratta solo di “imborghesimento”, ma dell’adesione, il più delle volte consapevole, a un modello di vita individualistico, con i suoi pro e contro. Può piacere o meno, ma seguendo le analisi di Magatti e De Benedittis, si scopre che i nuovi ceti popolari hanno accettato, pur con qualche comprensibile esitazione, la sfida della postmodernità...
In secondo luogo, il libro ci informa sulla condizione sociale ed economica dei nuovi ceti popolari, nonché sulle loro preferenze politiche, religiose e istituzionali. Ecco qualche dato (per arrotondamento).
Per quel che riguarda i “profili lavorativi” : il 60% svolge un lavoro a tempo indeterminato, il 17 % atipico, il 16% autonomo, il 6% nero (soprattutto donne). Il 70 per cento vive in una casa di proprietà: fatto che indica una raggiunta condizione di stabilità sociale. La disoccupazione è invece al 13%. Sorprendenti le valutazioni nei riguardi della “funzione sindacale”: il 16% la giudica molto positiva; il 40% abbastanza positiva; il 35% poco positiva; l’8,5 %per nulla positiva): per farla breve, c’è un 43/44 % di “popolo” che giudica piuttosto male il sindacato. Per quel che concerne le preferenze politiche: il 54,7 % si dichiara per il centrosinistra e il 45,3 per il centrodestra. E quest'ultimo dato ci sembra decisivo per spiegare l’eclatante vittoria di Berlusconi.
Quanto al ruolo delle istituzioni pubbliche: il 75% ritiene decisivo l’intervento dello stato nei settori della sicurezza, dell’economia e della giustizia sociale. Soprattutto il dato sulla sicurezza sembra particolarmente importante per capire la valanga di voti ricevuti dal centrodestra.
Sul piano delle scelte religiose, l’85% si dichiara cattolico, l’89 % si è sposato in chiesa, il 96 % ha fatto battezzare i propri bambini, ma solo il 25% pratica assiduamente.
Il quadro complessivo è quello di un ceto conservatore desideroso di sicurezza sociale, in tutti i sensi. Chi appartiene ai nuovi ceti popolari ha un lavoro stabile, vive in una casa di proprietà, ha senso dello Stato, crede in Dio e non ha un buon giudizio del sindacato: il profilo dell’elettore tipico di destra…
E qui il vero problema è costituito, come dire, dalla capacità (politica, e dunque dei governi) del capitalismo di preservare sicurezza e benessere. Perché, ad esempio, qualora la fascia del lavori flessibili dovesse estendersi, e il ruolo delle istituzioni ridursi, malcontento, sfiducia, senso di insicurezza, per ora contenuti, potrebbero estendersi. E così anche il rischio di pericolose oscillazioni tra forme di individualismo nichilistico e di rigida chiusura identitaria.
Resta poi un fatto non secondario: “ I nuovi ceti popolari”, scrivono gli autori, “rimangono fondamentalmente favorevoli all’intervento dello stato: il liberismo in economia è ancora molto marginale tra questi gruppi, che esprimono una forte richiesta di protezione pubblica. Non a caso, il dato sul ruolo dello stato in campo sociale riceve un largo consenso, straordinariamente stabile” .
E probabilmente, da come in questi giorni si sta muovendo Berlusconi, ma soprattutto Tremonti, la destra sembra aver capito la lezione. Ed è possibile che stia cercando di dare risposta a due richieste collettivamente molto sentite a proposito di crescita del potere d’acquisito (mediante riduzioni delle tasse) e della sicurezza ( attraverso una severa repressione, soprattutto della cosiddetta “microcriminalità”).
Per farla breve: i nuovi ceti sembrano accettare la sfida del capitalismo postmoderno, ma chiedono di non essere lasciati soli.
E qui il discorso si fa piuttosto interessante sotto l’aspetto politico, perché il precedente governo di centrosinistra, dispiace dirlo, ma non aveva praticamente capito nulla... Limitandosi a compiacere i poteri forti e a liberalizzare in modo indiscriminato, tassando però case e lavoro, eccetera. Risultato: le fasce sociali più deboli si sono ritrovate esposte ai rischi di una eccessiva flessibilità. E hanno votato contro, puntando sulla destra.
In conclusione i nuovi ceti popolari, chiedono più Stato. Proprio come pare sostenere Tremonti... Attenzione: non più statalismo, ma garanzie e protezioni che rendano i processi di trasformazione economica in atto, più controlla
bili e meno socialmente dirompenti. Si tratta di una cultura della socialità pubblica che il precedente governo Prodi ha mostrato di non possedere.
E per questo è stato punito. 

Carlo Gambescia

martedì 13 maggio 2008

Un ricordo di Franco Basaglia

"Il re dorme se anche la guardia dorme"



Per molti Franco Basaglia (1924-1980) è "quello che liberò i matti”: il "padre padrone" della legge 180, che chiuse i manicomi e mise in discussione il trattamento obbligatorio dei “malati di mente”. In realtà lo psichiatra veneziano scomparso ventotto anni fa, nell’agosto del 1980, è soprattutto una figura intellettualmente intrigante. E dubitiamo che certi suoi critici ne abbiano mai sfogliato gli scritti.
Franco Basaglia nasce a Venezia nel 1924. Nel 1949 si laurea im medicina e nel 1952 si specializza in neuropsichiatria. Lavora nella Clinica delle malattie nervose e mentali dell'università di Padova. Si sposa con Franca Ongaro (scomparsa nel 2005). Gli anni Cinquanta sono anni di studio intenso e di lavoro universitario. Per il suo approccio molto particolare ai problemi delle malattie mentali, che mescola fenomenologia e sociologia, già all'epoca si parla di lui come del "filosofo Basaglia"... Nel 1961 diventa direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. A poco a poco, e tra grandi difficoltà riesce a creare intorno a lui un valido circolo di collaboratori. E a far così decollare l'esperienza goriziana...

Nascono libri come L'Istituzione negata (con Franca Ongaro Basaglia, Einaudi, Torino 1968), Morire di classe (Einaudi, Torino 1969), Che cos'è la psichiatria ? (Einaudi, Torino 1973), Crimini di pace (con Franca Ongaro Basaglia, Torino Einaudi 1975). Testi, filosoficamente molto ricchi (e politicamente impegnati in senso libertario), che, in particolare, introducono in Italia, reinventandole, le tesi di Goffman sulle "istituzioni totali": un'autentica rivoluzione di pensiero e mentalità, in un'Italia, "psichiatricamente" ancora positivista e lombrosiana.
Nel 1968 in un celebre servizio di "Tv 7" sull'esperienza goriziana, Basaglia, intervistato, fa un'asserzione, che condensa simbolicamente il suo approccio: "Tra la malattia e il malato, senza dubbio mi interessa di più il malato". Negli anni Settanta cresce la sua fama. Viaggia molto. Prende contatto con studiosi che si muovono sulle sue stesse linee di ricerca. Si reca anche in Brasile e negli Stati Uniti. Tra il 1969 e il 1971 dirige a Parma il manicomio di Colorno. Si impegna nel movimento di Psichiatria Democratica. E si batte a fondo per la legge 180 (che porta il suo nome), finalmente approvata il 13 maggio del 1978. Nel maggio del 1980, a Berlino, si affacciano i primi sintomi della malattia, che ne causerà la morte nell'agosto dello stesso anno.
Va subito sottolineato un fatto importantissimo. Basaglia fu il primo in Italia a considerare il cosiddetto paziente psichiatrico una persona e non un malato. Detto così può apparire retorico o semplicistico, ma tutti sicuramente ricordano la crudezza di Qualcuno volò sul nido del cuculo, film diretto da Miloš Forman e interpretato da Jack Nicholson.
Ora nel film, tratto dall'omonimo romanzo di Ken Kesey, la condizione di non persona del "malato mentale" è delineata con grande bravura e nettezza: dopo pochi istanti si capisce subito che i “pazienti” sono trattati come bambini, o come mine vaganti. E attenzione, in una realtà, l’America degli anni Cinquanta e Sessanta, dove i manicomi, tutto sommato garantivano dei requisiti minimi di “vivibilità”, molto al di sopra di quelli italiani all’epoca. Nicholson vi interpreta la figura di un pregiudicato ribelle, rinchiuso in una clinica psichiatrica, dove viene prima sottoposto a elettroshock, poi lobotomizzato e ridotto a un vegetale: in una parola “normalizzato”. E questo accadeva nel paese-simbolo della modernità, gli Stati Uniti…
Insomma, il punto è che la modernità, in particolare quella capitalistica, con le sue rigide istituzioni (a cominciare da stato e mercato), ha praticamente reinventato la figura del folle, come essere da emarginare, se non far sparire del tutto. E questo perché il “matto” così amato e rispettato da Basaglia, fino al punto di restituirgli le ali della libertà, costituiva e costituisce per le istituzioni economiche e politiche moderne, basate sul calcolo e la previsione razionale, un elemento di disturbo. Come definire altrimenti un individuo che non si adegua esteriormente, e che in fin dei conti, non “consuma” come tutti gli altri?
Pertanto considerare i “matti” persone significa andare controcorrente: vuol dire tornare all’antico. Dal momento che nel mondo premoderno, o comunque in altre civiltà, “l’invasato dalla passione per dio o per gli dei”, visto che non poteva esserci altra spiegazione per i suoi “strani” comportamenti, era rispettato, aiutato, talvolta temuto per i suoi “poteri”, e mai considerato un essere inferiore, da tenere ai margini.
Si dirà: ecco il solito buonismo (per giunta venato di tradizionalismo). Infatti secondo i sostenitori della riapertura dei manicomi, i malati “liberati” rischiano di essere abbandonati a se stessi da famiglie che non vogliono o non possono seguirli. Certo, spesso è accaduto e accade, ma il vero problema è l’assenza di strutture comunitarie di vario livello capaci di accogliere senza umiliare, e soprattutto di sostenere le famiglie. Un problema che ha le sue radici in una società frammentata, competitiva ma dall’economia fragile e segnata da tempi di vita sempre più convulsi: se c’è tensione e disaccordo nelle famiglie economicamente autosufficienti, figurarsi in quelle che non lo sono, e che devono per giunta seguire da sole un parente in difficoltà.
C’è una bella espressione di Basaglia, che riprendiamo da una recente scelta dei suoi scritti (L’utopia della realtà, Einaudi, Torino 2006, a cura di Franca Ongaro Basaglia, introduzione di Maria Grazia Giannichedda; un volume che costituisce una buonissima base di partenza, anche bio-bibliografica per chiunque voglia approfondirne il pensiero - http://www.einaudi.it/ -) : “ Il re dorme se anche la guardia dorme”. Che significa? Che il re può riposare veramente, solo se il suo reame è in pace. E il miglior simbolo di una condizione di quiete è proprio nelle guardie che riposano tranquille, visto che non hanno più nulla da fare. Ma per giungere a questo serve che il re governi bene e soprattutto riesca a edificare una comunità segnata da scopi condivisi e non dalla lotta spietata di tutti contro tutti… In caso contrario, il re potrà dormire, poco e male, solo grazie alla sorveglianza delle guardie, particolarmente attente a tenere la guerra fuori dal palazzo.Un guerra di cui i poveri “matti” sono invece le prime vittime.
E Franco Basaglia lo aveva capito.

Carlo Gambescia 

lunedì 12 maggio 2008

Il giornalismo culturale e la legge di Gresham

Mai mordere la mano che nutre



Diciamo che è un post per addetti ai lavori. Ma che può interessare anche i lettori curiosi, soprattutto se giovani, inesperti ma desiderosi di iniziare la carriera giornalistica.
Entriamo subito in argomento. Regola fondamentale: quando un giornalista scrive un pezzo, quel che non dice è più importante di quel che dice. Ad esempio che succede quando un redattore, che si occupa di cultura, ne scrive uno sulle ultime novità editoriali?
Se si tratta di un grande giornale vengono inevitabilmente privilegiate le major dell'editoria: quelle dedite al conformismo del best seller, proprietarie di giornali e fornite di onniveggenti uffici stampa, capaci di influire a distanza sulla sorte professionale del primo (e sfortunato) redattore culturale che provi a parlar male dell'ennesimo "grande successo"...
Ma le cose vanno male anche nei piccoli giornali. Dove un giornalista, una volta pagato pegno alle major, potrebbe muoversi più liberamente, cercando di privilegiare in base al merito questo o quel piccolo editore non conformista. E invece no. Perché a condizionare il suo lavoro non ci sono più potenti uffici stampa, ma spesso solo gretti interessi di microcordate parapolitiche Senza considerare, naturalmente, invidie, antipatie, ruggini personali, eccetera... Di qui l’esclusione, se ad esempio si deve scrivere di editoria controcorrente, di quelle piccole case editrici giudicate non in linea con certi parametri, diciamo così, politicamente corretti. E chi sono i giudici? Magari un direttore, "schiavizzato" dall'editore. Oppure un capo servizio, tenuto a catena dal direttore, che a sua volta, tiene al guinzaglio il redattore, il quale ha il compito materiale di scrivere l'articolo...
Comunque sia, partendo dai nomi "silenziati", si può ricostruire la mappa, come dire, dei non graditi all' editore del giornale. Un “cartina” molto utile per chi eventualmente stia iniziando a collaborare. Certo, a patto di non dare alcun peso alla propria avvilente positura da "piegato in due", come un maggiordomo di palazzo...
Va anche detto che una volta fiutato il vento sono gli stessi giornalisti, culturali o meno, ad autocensurarsi, Regola numero uno: mai mordere la mano che nutre. Perciò se si vuole mantenere il posto di lavoro o la collaborazione ci si deve adeguare. E dunque scrivere “sugli attenti”. E poi perché schierarsi con una microcordata perdente oppure con qualche Bastian Contrario, il cui solo nome fa imbestialire il capo servizio? Del resto, in alcuni casi, si può scoprire nel redattore “sugli attenti”, seguendone i periodici “contorsionismi”, certo sottile piacere di servire.
E possiamo assicurare che nell'insieme, il servilismo giornalistico, offre uno spettacolo non privo di spessore drammaturgico. Quasi da girone infernale dantesco: al tempo stesso terribile e avvilente. Ma edificante per chiunque, come si diceva un tempo, ami camminare a testa alta.
Quali sono i costi sociali del servilismo?
In primo luogo, il lettore comune continuerà a vedersi proporre gli stessi libri, spesso mediocri, scritti e pubblicati dai soliti noti. Oppure da autori ed editori che sono dalla parte delle microcordate vincenti nelle guerre fra poveri di cui sopra. Il che è tutto un programma...
In secondo luogo, come insegna la legge di Gresham, la moneta cattiva finisce per cacciare quella buona. In che senso? Il giornalista con un minimo di schiena diritta (la moneta buona) viene, prima o poi, emarginato. Il che, automaticamente, favorisce i furbi e i carrieristi (la moneta cattiva).
Un consiglio ai giovani: prima di dedicarvi al giornalismo, e in particolare a quello culturale, riflettete non una ma mille volte.
Carlo Gambescia

P.S. (13.5.08)
Questo post non è stato molto commentato. Chissà forse per mancanza di coraggio... Meglio non inimicarsi la "mano" di cui sopra, firmando un commento, con il proprio nome e cognome, sul blog di un Bastian Contrario...
Così vanno le cose. Come faceva quella canzone di Vasco Rossi? "Siamo soli, Siamo soli..."
Tuttavia che resterà di noi scribacchini, almeno in questo mondo? Solo quel che avremo pubblicato. Nel bene come nel male (altra "quasi" citazione da Battiato).
Pertanto chi scrive "per servire" tragga da sé le conclusioni...

C. G. 

sabato 10 maggio 2008

Il sabato del villaggio (16)


Riotteide
L’abitazione preferita da Riotta: un loft.
Battutine
Altero Matteoli alle Infrastrutture: "L'Etrusco colpisce ancora".

Il nuovo governo Berlusconi
Fatto in casa.

Il governo ombra di Veltroni
Chi si contenta gode.

Spengleriana
Marcello Pera: il declino dello sciabolante.
Replicanti

Biondi, Castelli, Alfano.

                                                           Carlo Gambescia