sabato 3 maggio 2008


Il sabato del villaggio (15)


Riotteide
Le pagine (di giornale) preferite da Riotta: “Annunci di lavoro”.

Nuove Professioni
Ambasciatore del Made in Italy.

Incontro a New York tra Rushdie e Saviano
Il rumore degli innocenti.

La vittoria del centrodestra
Ritorno degli dei ? No, degli sghei.

Alemannismo 1
Ara Pacis? No, Ara senza Pacis.

Alemannismo 2
Rom senza Rum, con pochi Rem, espulsi da Rom.


                                             Carlo Gambescia

giovedì 1 maggio 2008

Festa del Lavoro 

Perché non riscoprire la cogestione?



Il passaggio di alcuni delegati sindacali della Pirelli Bicocca di Milano dalla Cgil alla Ugl (si veda la loro lettera al quotidano "il manifesto" http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/30-Aprile-2008/art3.html ), solleva alcuni importanti interrogativi sulla futura evoluzione del rapporto fra governo Berlusconi e mondo del lavoro e sindacale. Soprattutto alla luce del dibattito sull'importanza di una visione sociale dell'economia, apertosi intorno al libro di Tremonti (La paura e la speranza). Ma anche dell'invito bipartisan a "dare una mano", lanciato da Berlusconi, al professsor Ichino, di cui invece sono note  le posizioni più tradizionaliste sul  ruolo mediatore  del sindacato nelle imprese.
Ora, la domanda che ci poniamo, è se la cogestione può rappresentare una risposta - certo, da un punto di vista infrasistemico, mettiamo subito le mani avanti... - alla difficile congiuntura economica che sta attraversando l'economia italiana. Proprio nei termini di quella visione sociale dell' economia di mercato, che Giulio Tremonti, prossimo Ministro dell'Economia, sembra aver riscoperto nel suo libro. Sembra...
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Che cos’è la cogestione?
Dal punto di vista della democrazia economica la cogestione consiste nella partecipazione dei lavoratori dipendenti alla vita economica dell’impresa, allo scopo di influire istituzionalmente, insieme ai rappresentanti dei datori di lavoro, sul suo governo economico.
La principale finalità della cogestione è quella garantire all’interno dell’impresa il massimo di democrazia gestionale, compatibile con l’economia di mercato. Concretamente la cogestione comporta l’assunzione di corresponsabilità decisionale nella politica imprenditoriale da parte dei lavoratori. Da attuarsi mediante la presenza, con poteri decisionali, di una loro rappresentanza nel consiglio di amministrazione della società; rappresentanza che può essere o meno di estrazione sindacale (i due ruoli possono anche non coincidere). Dove esiste una struttura dualistica della società per azioni (come in Germania ad esempio) la cogestione concerne l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Vigilanza. Se invece la struttura non è dualistica oppure di opzione tra le due, come in Francia, i rappresentanti dei lavoratori possono entrare a far parte del Consiglio di Amministrazione. Di riflesso, la cogestione si differenzia sia dall’autogestione che invece implica l’assunzione completa di poteri decisionali da parte dei lavoratori dell’impresa, sia dagli accordi sui sistemi di informazione che riconoscono ai lavoratori diritti di informazione o consultazione a livello locale, settoriale e di gruppo o di impresa, lasciando immutata l’autonomia imprenditoriale e separate le rispettive responsabilità dell’ imprenditore e delle maestranze. La cogestione va anche differenziata - fatto del resto fin troppo ovvio - da forme di cointeressenza (premi di produttività), compartecipazioni agli utili di impresa, piani aziendali di risparmio, azionariato dei dipendenti e sistemi di stock options . In definitiva i lavoratori che partecipano alla cogestione, a differenza delle altre forme appena citate, godono di un potere reale, e istituzionalizzato, sulle strategie aziendali.
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“Stato dell’arte”: la cogestione sotto l’aspetto istituzionale, legislativo e “sperimentale” (con riferimento all’Italia)
A grande linee, in Italia, la partecipazione cogestionale dal punto di vista degli istituti giuridici, può essere ricondotta all’ attuazione e/o ricezione:
1) Dell’art. 46 della Costituzione, che consacra il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, nei modi e nei limiti sanciti dalle leggi;
2) Degli articoli 21 e 22 della Carta sociale europea (resa esecutiva con legge 9 febbraio 1999, n. 30), che proclamano il diritto del lavoratore all’informazione, alla consultazione e alla partecipazione;
3) Della raccomandazione 92/443/CEE del Consiglio, del 27 luglio 1992, riguardante la promozione della partecipazione dei lavoratori subordinati ai profitti e ai risultati dell’impresa.
4) Della Direttiva 2002/14/CE dell’11 marzo 2002 (che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori) nonché alla Direttiva 2001/86/CE dell’8 ottobre 2001 (sul coinvolgimento dei lavoratori nella Società europea).
Tuttavia, per quanto ci risulta, dal punto di vista legislativo, sono invece ancora in fase di discussione, e dunque rinvenibili negli atti parlamentari (con particolare riferimento alla XIV legislatura), alcune proposte di legge alle quali rinviamo il lettore. In particolare la p.d.l. n. 3642, n. 3926 e n. 4039 che tra l’altro si limitano a introdurre, attraverso accordi collettivi aziendali o multiaziendali, piani di azionariato o di partecipazione finanziaria disgiunti da qualunque forma di partecipazione decisionale. Altre iniziative invece recepiscono entrambi questi aspetti (p.d.l. nn. 1003, 1943, 2023), prendendo a riferimento sia forme di coinvolgimento dei lavoratori limitate alla “informazione e consultazione” (n. 2023), sia forme di coinvolgimento che prevedono la designazione da parte dei lavoratori azionisti di alcuni membri degli organi sociali (nn. 1003, 1943).
Come si evince da questi accenni, per quanto riguarda il futuro della cogestione in Italia, la sperequazione tra input istituzionali, anche a livello europeo, e output legislativi nazionali, non fa ben sperare in una sua evoluzione positiva, almeno nell’immediato.
Una considerazione che può essere estesa anche al piano “sperimentale”. Si possono infatti ricordare, oltre a una dichiarazione di principio ( il Protocollo Iri, 1982-1983 ), solo alcuni sporadici tentativi, soprattutto nel settore pubblico, mai decollati completamente (Zanussi, 1993; Fincantieri; Azienda Ferrovie dello Stato 1985; Anas 1990, ma anche Alitalia, 1996, Dalmine 1998). E peraltro rivolti in alcuni casi, come ad esempio Alitalia e dal mine, a coinvolgere le maestranze limitatamente ai processi di ristrutturazione e privatizzazione, attraverso appunto la presenza di rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di amministrazione (su questi ultimi aspetti si rinvia a La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, Ottobre 2001, a cura del Dipartimento Economico - Ufficio Studi della Filt Cgil, scaricabile dal sito www.filtcgil.it/documenti/ust_1.pdf).
Del resto l’Italia sul piano europeo, per quel che riguarda la legislazione in in materia, si trova allo stesso livello di Cipro, Lettonia, Lituania. Oppure del Belgio e soprattutto della Gran Bretagna, nazioni, certo, di più antica tradizione liberal-democratica ma note, soprattutto quest’ultima, per l’ estrema frammentazione degli interessi sociali e il minimo coinvolgimento sindacale dei lavoratori. Probabilmente dovuto anche alle "innovazioni"  nell'ambito delle relazioni industriali introdotte dalla politica economica thatcheriana. Per certi aspetti poi continuata anche dal laburista Blair (sullo “stato dell’arte” della cogestione in Europa cfr. Norbert Kluge e Michael Stollt, The European Company – Prospects for Board-Level Partecipation in the Enlarged EU, Bruxelles 2006, in particolare le tabelle riassuntive).
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Conclusioni
Sul piano sociologico, o meglio socioculturale, la cogestione richiede, e in misura imprescindibile, elevati livelli di fiducia tra gli attori sociali interagenti.
In primo luogo, li impone all’interno delle aziende. Dove si richiede come pre-requisito da parte dei soggetti dominanti, qualunque sia la tradizione proprietaria dell’impresa (capitalismo familiare, azionario, manageriale) correttezza e rispetto per la dignità e le capacità del lavoratore. Mentre da parte dei soggetti dipendenti si richiede, negli stessi termini, una rinuncia a impostazioni puramente rivendicative e utopiche basate su concezioni settoriali o rivoluzionarie. La cogestione richiede un salto di qualità: dal puro e semplice conflittualismo e/ ideologismo alla mutua e fiduciaria collaborazione in nome di valori condivisi.
In secondo luogo, all’esterno delle aziende, si richiede un quadro culturale, dove il profitto (pur economicamente importante) non sia visto come l’unico movente sociologico. E soprattutto s’impone un contesto socioculturale in grado di rivalutare il senso dell’onore professionale, a prescindere dalle mansioni individuali e dal ceto sociale di provenienza o appartenenza. Va acquisita a livello collettivo la cognizione precisa che sia sempre il lavoro ben svolto e socialmente onorato per tale ragione a “fare gli uomini” (se ci si passa questa espressione più letteraria che sociologica), e non tanto la sola retribuzione in termini di salari, stipendi e profitti monetizzati. E magari da “investire” in consumi di status, socialmente distonici.
E’ purtroppo ovvio, che in una società, come ad esempio quella italiana di oggi, dove prevalgono, rafforzandosi a vicenda, la cultura della conflittualità sindacale parcellizzata e/o ideologizzata e la cultura settoriale di certo capitalismo familiare privo di neutralità affettiva verso se stesso, la cogestione non potrà mai fiorire, nonostante le grandi enunciazioni di principio.
Sotto questo aspetto, alla politica intesa come decisione, e dunque capacità di creare un quadro normativo di riferimento, spetta il ruolo di fissare regole certe. E così favorire quella fiducia necessaria alla rinascita di un circuito reciprocitario che possa garantire e rafforzare la vita civile. Nonché, finalmente, un approccio alla vita economica delle imprese in termini di democratica cogestione. E qui, concludendo, sarebbe interessante conoscere il pensiero in materia del "colbertista" Tremonti. E' favorevole alla cogestione? Oppure no?
Carlo Gambescia
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Post Scriptum

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Sarkozy e la partecipazione agli utili. Novità dalla Francia?
L' accenno di Sarkozy a "que le niveau de la participation et de l'intéressement aux résultats des entreprises, pour les salariés, soit fortement relevé", accenno che risale a qualche mese fa (si veda http://www.lefigaro.fr/politique/2008/01/08/01002-20080108ARTFIG00442-nicolas-sarkozy-decline-sa-politique-de-civilisation.php ), riguarda non tanto la cogestione quanto la partecipazione agli utili.
Il presidente francese intende estenderla alle imprese al di sotto dei cinquanta dipendenti, introducendo sgravi fiscali per favorine l’applicazione. Accrescendo, per tutti i lavoratori dipendenti, gli attuali, chiamamoli così, fondi d’impresa (réserve de partecipation), nei quali finscono contabilizzati gli utili, poi ripartiti tra i lavoratori, in forma differita nel tempo e in base ai differenti livelli salariali.
Sarkozy, tra l’altro, prevede di « sbloccarne » l’utilizzazione, per far crescere la parte variabile del salario dei lavoratori, grazie appunto una più veloce redistribuzione degli utili.
In buona misura siamo davanti a un intervento anticiclico. E tutto sommato utile, soprattutto dal punto di vista imprenditoriale, a contenere la parte fissa del salario. Una provvedimento, insomma, che concerne più il contenimento dell’inflazione e dei costi salariali a carico delle imprese che l’allargamento dell’autentica democrazia economica.
Una finalità quest’ultima che, come gli studiosi sanno, può essere conseguita soltanto attraverso l’introduzione di un strumento di reale democrazia aziendale come la cogestione.
C. G.

mercoledì 30 aprile 2008

La crisi della sinistra

Un Bignami




Un tema così ampio non può essere affrontato in un post. Perciò ci accontenteremo di indicare alcune linee generali della questione. Offriremo al lettore una sorta di Bignami.
Da un punto di vista politologico il concetto di crisi indica l’incapacità di una forza politica, di regola un partito, di coordinarsi per conquistare il potere. Naturalmente la coordinazione concerne sia l’elasticità della struttura organizzativa (interna), sia la capacità (esterna) di intercettare il voto degli elettori. In Italia sulla sinistra ha inciso per anni il peso di una tradizione socialista e comunista: il che ha implicato, al suo interno, la necessità di coordinare dal punto di vista ideologico, programmatico ed elettorale, i principi, spesso rigidi, di una ideologia extra-sistemica con le regole della partecipazione sistemica e dunque democratica.
Tutte le principali tensioni interne alla sinistra (nelle diverse sfumature), sono perciò dipese, almeno fino al 1989, dalla necessità di coordinare ideologia e politica democratica. O se si vuole le rose con il pane. Non staremo qui a ripercorrere la storia delle scissioni e delle lotte interne, fondate sui diversi modi di intendere questa difficile relazione.
Con la caduta del Muro è venuta meno la componente ideologica, anche in quelle stesse frazioni ancora apparentemente legate alla tradizione socialista-comunista (si pensi alla scelta pacifista, molto borghese-illuminato, di Bertinotti). Di conseguenza la politica della sinistra, un volta gettatasi dietro le spalle l’ideologia, si è trasformata in puro e semplice pragmatismo. Una scelta che ha implicato sotto il profilo del reclutamento politico, l’apertura a singoli e gruppi appartenenti ad altre tradizioni (si pensi a cattolici e verdi). Il che ha provocato l' ulteriore annacquamento di programmi politici già non particolarmente "pesanti" sotto l'aspetto sociale.
Di qui la veloce accettazione del neoliberismo (nella componente riformista) e di un blando welfarismo (nella componente “rifondazionista”). Ma soprattutto il preventivo rifiuto di affrontare una questione fondamentale come quella della crescente precarizzazione del lavoro
Per quale ragione? Perché il solo parlare di un problema del genere impone la riapertura di una questione sistemica, e dunque ideologica, ormai considerata definitivamente chiusa dalla sinistra: quella della mercificazione. Una questione, e concludiamo, che può essere condensata in una sola domanda: può il capitalismo, in quanto tale, considerare il lavoratore qualcosa di completamente diverso da una pura e semplice merce?
Carlo Gambescia 

martedì 29 aprile 2008

Comunali Roma

La vittoria di Alemanno



Non volevamo commentare la vittoria di Alemanno. Ma è bastata un’occhiata ai giornali per cambiare idea. La grande stampa organica al centrosinistra, per non parlare di quella di sinistra, è già partita all’attacco definendo la vittoria del genero di Pino Rauti, come una specie di seconda “Marcia su Roma”.
Ora, noi non neghiamo, che vi siano sottopelle e spesso pure in superficie, in certi esponenti minoritari della destra post-missina nostalgie neo-fasciste, più ispirate però al fascismo-regime (ordine, sicurezza, eccetera), che al fascismo-movimento (socializzazione, eccetera). Ma crediamo che quel blocco di potere favorevole a Rutelli, si riposizionerà subito, passando a destra. E di conseguenza, i giornali di centrosinistra, a meno che Alemanno non commetta qualche errore spettacolare (ma a nostro avviso nulla cambierà, a parte qualche vigile in più in strada, qualche piccola concessione ai tassisti, e la solita manfrina sui fondi destinati al sociale ), assumeranno un atteggiamento più neutrale. Il potere è un collante fortissimo. E Alemanno ha sempre mostrato di capirlo: in cinque anni come ministro è riuscito a non farsi alcun vero nemico a sinistra (a cominciare da Pecorario Scanio...). Un fatto che spiega anche questa vittoria romana.
Poi c’è un altro problema che impedirà svolte “decisive”, anche sul piano dei grandi lavori pubblici promessi da Alemanno. La macchina comunale è completamente nelle mani di una dirigenza di centrosinistra che farà “melina”. E con la quale Alemanno, abile com’è, patteggerà. Nessuno, insomma, si farà male. Infine il blocco di potere romano, rappresentato, soprattutto dai costruttori, vuole soprattutto investire nell'edilizia privata e di lusso... Comunque staremo a vedere.
Pertanto non crediamo in alcuna “marea nera”. Al massimo Roma, sprofonderà nel grigiore post-democristiano …
I saluti romani, a parte il valore che continuano possedere all'interno di alcune lunatic fringes (minoranze che politicamente non contano nulla), sono ormai puro folclore, di cui i dirigenti post-missini ridono, trattando questi militanti come buffi bimbetti che giochino a imitare, con in testa un enorme cappello piumato, i nonni bersaglieri, morti e stramorti...
Piuttosto tutta la sinistra, invece di gridare al lupo fascista, incominci a riflettere sulle cause della sconfitta. I “padroni” di oggi come i “padroni” di ieri, troveranno un accordo anche con Alemanno, come con chi verrà dopo di lui.

Questo è il vero problema.

Carlo Gambescia 

lunedì 28 aprile 2008

Europa e Stati Uniti

Alle origini delle differenze





Qual è il fattore di fondo che ha differenziato lo sviluppo storico e politico americano da quello europeo? In molti si sono interrogati da Tocqueville a Marx, da Maritain a Molnar. E tutti, pur partendo da posizioni diverse, hanno ricondotto la diversità americana a un preciso fattore storico: l’assenza di feudalesimo, dello stato assoluto e delle altre istituzioni di ancien régime.
E qui vale la pena di ricordare un libro dello storico Louis Hartz, scritto negli anni Cinquanta del Novecento, proprio per documentare e comprovare questa tesi. Il succo di The Liberal Tradition in America (testo tradotto da Feltrinelli nel 1960, e mai più ristampato) è questo: il feudalesimo e lo stato assoluto hanno prodotto e difeso in Europa ingiusti privilegi, che a loro volta, hanno provocato rivoluzioni, giacobinismo, socialismo, e poi un bieco conservatorismo che non ha assolutamente giovato all’ordine sociale, perché è sfociato per reazione nel fascismo, nel comunismo e in due guerre mondiali. Per contro il “non feudalesimo” avrebbe prodotto in America una società di individui eguali e un liberalismo naturale, spontaneo, frutto di buon senso, che ha garantito libertà, progresso, crescita economica e ordine sociale.
Hartz, era un grande semplificatore (alcuni critici, ancora oggi, lo ritengono addirittura un fantasioso ideologo mancato: una specie di Oriani americano…) . Ma la tesi del “non feudalesimo” americano, che ha una sua consistenza almeno “cronologica” e un esercito di influenti sostenitori, non va sottovalutata, soprattutto sotto l’aspetto ideologico e storico. Vediamo perché.
In primo luogo, la consapevolezza ideologica di avere creato una società di individui eguali (esistente o meno, qui non importa), ha spinto l’America a considerare come arretrate e ingiuste tutte le società non ritenute all’altezza dei suoi standard culturali, tutti basati su valori individualistici ed egualitari. Di qui però è scaturita l’incomprensione statunitense di eventi piuttosto complessi : il ruolo giocato dalla Chiesa Cattolica nel medioevo; la funzione storica delle aristocrazie europee; e da ultimo, l’influenza esercitata dalla religione islamica nel mondo arabo come elemento identitario, e non come fattore puramente folcloristico o terroristico.
In secondo luogo, questa consapevolezza ha prodotto sul piano storico, la volontà di “esportare”, o meglio di imporre a tutto il mondo il modello Usa di vita sociale. “Siamo i migliori, perché non dovremmo farlo?”: ecco l‘espressione preferita dai politici americani, quando si rivolgono ai propri elettori per giustificare la politica estera bellicista. Alcuni analisti hanno scorto in ciò addirittura un sostrato religioso dai forti accenti messianici: il popolo americano come il nuovo popolo, di individui eguali, eletto da Dio. Comunque sia, il calore (e a volte anche lo stupefacente candore) con cui presidenti di orientamento diverso come Clinton o Bush difendono i valori americani, è sicuramente di origine religiosa, o per dirla con Costanzo Preve, di natura “ideocratica”: termine che indica una specie di religione secolarizzata, con una sola idea-guida, America First.
Dovrebbe perciò ora essere chiaro, su quale potente idea-forza sia stato costruito il “secolo americano” (tutto il Novecento ed oltre…). Messo così, il rapporto tra Europa e Stati Uniti , ricorda, soprattutto sul piano culturale e ideologico, quello hegeliano tra servo e signore. Infatti se si accetta la visione americana del “popolo eletto“, e molti in Europa hanno da tempo sposato supinamente tale tesi, ci si pone subito in una posizione di inferiorità. E lo si scopre appena si prova a contestare qualsiasi scelta politica o economica Usa: subito scatta l’accusa (spesso primo gradino di una pericolosa escalation) di non capire il senso degli eventi, di essere nemici del progresso storico, ovviamente incarnato dai valori americani, e soprattutto (ecco che il cerchio si chiude) di essere difensori di un aristocratico “tribalismo premoderno“: in una parola feudale.
Per contro, più si indica nella società americana e nelle sue articolazioni sociali (che poi egualitarie non sono, ma questa è un’altra storia…) il mondo del futuro, tutto latte e miele, più lo squilibrio culturale e persuasivo cresce. Perché non è facile convincere la gente del contrario. Il secolo è americano, soprattutto perché gli Stati Uniti, e in particolare la sua industria dell’intrattenimento ( cinema, editoria, musica, televisione) hanno conquistato l’immaginario collettivo. E non è semplice persuadere milioni di spettatori che dietro le star del rock e di Hollywood c’è una società che crede solo nel dio dollaro, e poco tenera verso deboli e poveri.
Perciò una buona battaglia, anche se apparentemente di minor rilievo, può essere quella di limitare o sostituire ai “prodotti culturali” made in Usa (film, serial, programmi musicali, libri, ecc.), opere di autori e registi europei, come ad esempio si tenta di fare in Francia. E qui purtroppo sorge un problema di tipo politico: le classi dirigenti europee e americane hanno formazione e frequentazioni simili . Molti economisti, funzionari di livello, operatori economici, e spesso anche uomini politici si sono formati nelle università americane: conoscono e frequentano gli stessi ambienti dei “colleghi” americani. E praticamente parlano la stessa lingua del ”popolo eletto”, perfino all’interno di quella che una volta si chiamava la stanza dei bottoni.
Certo, non va sottovalutato il ruolo di una possibile e auspicabile “controideologia”. Ovviamente, non basata sulla rivalutazione acritica del medioevo europeo e sul confronto inventato tra un “vecchio” popolo eletto (quello europeo), e un “nuovo” popolo eletto (quello americano): sarebbe ridicolo. Anche perché l’Europa ha comunque altre magnifiche e “moderne” carte da giocare: si pensi ai valori della socialità racchiusi nell’idea europea di diritti sociali, oppure al principio di sussidiarietà, difeso non solo dalla Chiesa, ma anche da pensatori, mai stati in sintonia col cattolicesimo, come Proudhon. Ma il punto purtroppo è un altro, e non è materia di articoli, ma di vita: ci sono ancora uomini (politici e non) disposti ad ascoltare, capire e agire?

Carlo Gambescia 

sabato 26 aprile 2008

Il sabato del villaggio (14)


Politici


Grillo è quella cosa
che insulta a piacer.
E tutti ridono perché dice il ver,
ma dopo votano Berlusché...

Fini è quella cosa
che si presenta perbenino,
e dunque votato dal cittadino
che poi mette in “braghe di tel”...

Veltroni è quella cosa
che piace a vecchi e bambini
e persino ai cretini,
che corre corre, per rimanere all’impie'...
    
                                       Carlo Gambescia


Riceviamo dall'amico Antonio Saccoccio, e pubblichiamo volentieri, un'altra simpatica "incarrighiana" dedicata a Beppe Grillo:

Beppe Grillo è quella cosa
che ti scuote nervi e mente.
Ha un buon sito certamente
ma di certo non è un blog...
Antonio Saccoccio
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Riceviamo dal bravissimo Teofilatto , e pubblichiamo con piacere, questa brillante "raffica"...
Bertinotti è quella cosa
che piaceva tanto a destra.
Ora che sta alla finestra,
guarda invan l'arcobalen...

Giulianone è quella cosa
che ti grida: "Vita, t'amo!”.
Ma se sei a Guantanàmo,
puoi morire come un can...

Odifreddi è quella cosa
che ti venera la scienza.
“Fedi? Tutte una scemenza!”,
con fervor da taleban...

Giorgio Dàbliu è quella cosa
che gli han fatto un attentato.
La lezion non ha imparato,
e continua a guerreggiar...

Galimberti è quella cosa
venerata pei suoi tomi.
Non controlla sempre i nomi,
sembra quasi un "copia-e-incol"...

Teofilatto è quella cosa
che non ama far di prescia,
ma se legge il buon Gambescia,
va senz'altro a digitar...

                            Teofilatto

  

venerdì 25 aprile 2008


Ora,  sono bulli vostri...


La nostra è una società strana. Se si viene rapinati il primo consiglio che si riceve, dagli stessi poliziotti, è quello di recarsi dallo psicologo per superare meglio lo shock… Due pillole, una decina di sedute, e di nuovo in pista fino alla prossima rapina.
Per metterla sul semicolto, oggi si tende, a “terapizzare” tutti. A questo proposito, ora ne hanno inventata un’altra, quella del bullismo psicologico: dice che a scuola gli studenti più forti se la prendono coi più deboli, li picchiano, li fotografano col telefonino mentre sono in lacrime, e mandano le immagini su internet, per la gioia di altri deficienti e teppisti...
Ecco la parola giusta sarebbe “teppista”. Ma è politicamente scorretta: puzza di riformatorio, e soprattutto inchioda il reo alle sue responsabilità. Mentre il “bullo” è altra cosa. Fa pensare al Tony Manero della “Febbre del Sabato Sera”: il prototipo del bambolotto molleggiato e brillantinato, senza ideali se non quello di divertirsi, sballandosi in pista. Un “bullo” che, ovviamente, può essere sempre recuperato.
Comunque sia, il fenomeno è di gran moda. Purtroppo. E certa psico-pedagogia da quattro soldi ha trasformato la lotta al bullismo in cavallo di battaglia. Sui giornali si dedicano ai giovani bulli paginoni dai toni schifati. E magari li si vuole curare a suon di musica: Tony Manero ringrazia. E soprattutto si pretende di insegnare a genitori alle prese col problema della sopravvivenza economica, come comportarsi.
Roba da Manuale di Nonna Papera ad uso di genitori politicamente corretti: se vostro figlio ha un calo di rendimento scolastico e riceve telefonate che lo rendono nervoso è sicuramente vittima del bullismo… E se invece avesse solo litigato con la fidanzatina? Mah… Se il bullo è vostro figlio fategli scrivere una lettera di scuse, pontificano gli psicologi di cui sopra. E poi se non ci si può fidare di come si comporta fuori casa, bisognerà esercitare un controllo maggiore: bella scoperta… Spesso si legge pure che il "giovane" deve accettare l’idea che gli altri possano comportarsi in modo ingiusto e che bisogna prenderne atto. Insomma, la società fa schifo, e voi zitti e mosca… Come dire: non trasformatevi in giustizieri della notte. Non sia mai…
Si dirà, ecco la solita melassa buonista. Tuttavia, spesso si legge che i bulli sono ragazzi come gli altri e che alla base dei loro comportamenti c’è rabbia, mancanza di punti di riferimento autorevoli. Sacrosanto. Ma chi ha demolito negli ultimi quarant’anni ogni principio di autorità? Gli stessi che oggi pretendono di curare il bulletto con pasticchette e buoni consigli (si fa per dire) ai genitori. E magari tanta musica.
Troppo comodo.  Ora,  sono bulli vostri…. E purtroppo, pure, nostri.

Carlo Gambescia