sabato 7 maggio 2022

Putin e l’effetto perverso delle azioni sociali

 


La prendiamo da lontano. Tutti conoscono l’adagio popolare “l’uomo propone, dio dispone”. Una volta laicizzato significa che le buone o cattive intenzioni nei processi sociali non bastano dal punto di vista del perseguimento dei risultati finali.

Si pensi al gigantesco progetto hitleriano di schiacciare sotto il tallone del nazismo il continente eurasiatico. Come si concluse? Con una Germania all’anno zero, come recitava il titolo del famoso diretto da Rossellini.

I processi sociali, ai quali si può ricondurre anche la guerra di conquista, non sono mai completamente nelle mani degli uomini. Sia sul piano decisionale, nel senso che possono essere dati ordini sbagliati, sia sul piano della fallibilità a catena degli uomini, nel senso che si può errare nell’esecuzione di ordini giusti sul piano militare. Oltre, ovviamente, alle concomitanze dettate dall’ambiente fisico, dall’economia, dalle religioni, eccetera, concomitanze, che possono essere benevole o malevole. Senza dimenticate infine il ruolo del fortuna, che va sfidata, come diceva Machiavelli, però senza esagerazioni.

Hitler, ad esempio, sul fronte russo commise vari errori, di tipo militare (l’enorme estensione delle linee d’attacco), sociologico (la riduzione in semischiavitù delle popolazione invase). Errori del resto dettati, dalla stessa ideologia nazionalsocialista impregnata di superomismo e razzismo. Si può dire che quel che era razionale dal punto di vista dell’ideologia nazionalsocialista, non lo era da quello oggettivo della conduzione militare e sociologica della guerra. Però, ecco il punto, i nazisti, Hitler per primo, ritenevano che le decisioni fossero perfettamente razionali (le “buone intenzioni” secondo i nazisti, ovviamente) dal punto di vista ideologico. Di qui la sconfitta, frutto di una sottovalutazione degli aspetti oggettivi, militari e sociologici. Ne seguirono, gli effetti perversi, il cosiddetto anno zero. Insomma, Hitler perseguì l’esatto contrario di ciò che si proponeva. E i tedeschi pagarono con gli interessi.

La storia delle guerre, in particolare, è fitta di esempi del genere. E qui veniamo alla sciagurata campagna militare di Putin in Ucraina. Allo stato dei fatti, la si può ricondurre all’ideologia panrussa: a ciò che può apparire logico dal punto di vista dell’ideologia dell’unificazione di tutti i russi, per così dire, sotto lo stesso tetto. Pertanto dal punto di vista russo l’invasione dell’Ucraina è un atto meritorio moralmente giusto. Queste le “buone intenzioni”, russe ovviamente.

Cosa invece sta accadendo? Che gli ucraini non vogliono saperne, come del resto era prevedibile dal punto di vista oggettivo (della storia delle relazioni conflittuali tra i due paesi). A questo fatto si sono uniti, come sembra, errori militari, dovuti alla sopravvalutazione dell’esercito russo e alla sottovalutazione dell’esercito ucraino, come pure altri errori legati alla presuntuosa minimizzazione delle reazioni dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti.

L’ideologia panrussa, coerente in sé stessa (quindi dal punto di vista soggettivo, ripetiamo delle intenzioni), non ha tenuto conto, e non poteva tenerne conto perché tetragona, degli aspetti oggettivi, militari e sociologici ( diciamo di sociologia politica).

Il punto è che gli effetti perversi – semplificando – dell’azione sociale russa rischiano ora di produrre conseguenze catastrofiche. Cioè, le “buone intenzioni” (sempre per così dire), oltre a non giungere a effetto dal punto di vista russo, rischiano di scatenare una guerra mondiale.

Alla base della decisione russa di invadere l’Ucraina si scorge l’assenza di un elemento fondamentale, elemento che caratterizza ogni buon realismo politico: il senso della realtà, che permette, non tanto di prevedere, come in laboratorio, gli esiti delle scelte, ma di prendere atto, diciamo empiricamente, che dallo scollamento cognitivo, sociologicamente e storicamente provato, tra aspetti soggettivi (intenzioni) ed effetti oggettivi (esiti) di un’azione sociale non viene mai fuori nulla di buono. In altri termini, più letterari, il senso della realtà consente di guardarsi allo specchio.

Si dirà che Putin ha scommesso sulla “Grande Madre Russia” e raddoppiato la posta in gioco. Logica, talvolta si legge, che è possibile ritrovare nei grandi condottieri della storia. Certo. Condottieri che però alla fine, in qualche modo, hanno comunque pagato, e fatto pagare ai popoli, il peso delle scommesse perdute, da Cesare a Napoleone.

Però, ecco il punto, ammesso e non concesso che la tesi del  “giocatore storico” dedito all’ “azzardo conquistatorio” abbia una sua fondatezza, cosa ha in comune Putin con Cesare e Napoleone?

Carlo Gambescia

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