mercoledì 9 maggio 2018

Anche questa dovevamo vedere...
Grazie Presidente Mattarella!  Grazie Presidente Berlusconi!





La solita storia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Mattarella questa mattina   ha minacciato  un governo di servizio,  Berlusconi questa sera  ha detto sì a Salvini.    
Certo, cari amici lettori, non sappiamo ancora se nascerà, il peggiore governo in assoluto della Prima e Seconda Repubblica (chi desidera può anche aggiungere la Terza), quello tra due populismi della peggiore specie, egualitarista e  razzista.
Se dovesse nascere di  chi sarà  il merito?  Di due  precisi  soggetti politici.
Il primo è il Presidente della Repubblica,  Mattarella,  che in perfetto stile Gronchi, minacciando   una specie di governo Tambroni, è riuscito a far convolare a nozze, leghisti e pentastellati, come nei lontani anni Sessanta, Gronchi riuscì a  mettere insieme democristiani e socialisti.  E ancora ne paghiamo le conseguenze. Perché lo sfascio della spesa pubblica italiana risale ad allora.
Il secondo è Silvio Berlusconi, l’uomo che quando era Premier  prendeva la parola durante il Consiglio dei Ministri  solo se qualcosa lo toccava personalmente. Che cosa spera di guadagnarci?  Mi auguro che i “quattro” elettori che ancora lo votano, prendano nota dell’ennesimo tradimento.
Ora  non  resta  che  sperare  che Di Maio e Salvini, non si mettano d’accordo sui dettagli (parola grossa…). Anche se riteniamo difficile che il riflesso carnivoro  del  potere non colpisca ancora una volta.
Grazie Presindente Mattarella per  aver consegnato l’Italia ai barbari. Grazie Presidente Berlusconi per la bravura  con la quale tutela i suoi interessi.
Buona partita a tutti, godetevi la finale di “Coppa Italia”. Popolo di coglioni. Perché  uno spettatore su due  ha sicuramente votato o Salvini o Di Maio…

Carlo Gambescia


       
Quarant’anni fa, la tragica morte di Aldo Moro
 Docente buono,  
politico meno...



Per quale ragione  le Brigate Rosse  hanno ucciso Aldo Moro? Perché i brigatisti erano contrari al compromesso storico. Così questa mattina il Tg1 delle ore sette. Ergo:   Kerenskij  fu abbattuto dai bolscevichi, perché era un socialista riformista.  
Messa così, che dire? Siamo davanti a una logica impeccabile per riscrivere la storia del XX secolo: quella del terrorismo come avversario del riformismo, o meglio  “della stabilità politica” come la definiva Aldo Moro,  di cui oggi si celebrano i quarant’anni della sua eliminazione da parte di un gruppo comunista armato, che sperava di indebolire lo stato, guadagnare consensi, e conquistare, mobilitando le piazze,  il Palazzo d’Inverno della Repubblica. 
Si chiama leninismo. Altro che lotta al compromesso storico…  O comunque sia,  utopismo armato, nemico della democrazia liberale. A prescindere dalla formula politica.  Il  Dna delle brigate rosse era comunista-rivoluzionario. Avrebbero comunque avversato qualsiasi governo riformista, come qualsiasi sindacato.   Chiedere ai figli  del povero  Guido Rossa,  eroe del lavoro.  Qualcuno avvisi i redattori del Tg1…
Quanto a Moro,  non si capisce la febbre commemorativa di questi giorni. Ciò  che però  risulta del tutto  incomprensibile  è  la  santificazione politica.  Moro -  e lo affermano gli storici - affossò il  centrosinistra. Da Presidente del Consiglio ( 5 dicembre 1963- 5 giugno 1968)  polverizzò qualsiasi proposta riformatrice. In cinque anni i suoi governi “organici” (con ministri socialisti) vararono una nuova legge sulle pensioni e introdussero la clausola delle giusta causa nei licenziamenti.Tutto qui.
Secondo Ernesto Galli della Loggia  le maggiori realizzazioni di solito attribuite al centrosinistra (nazionalizzazione dell’energia elettrica, introduzione della scuola media unica, della cedolare d’acconto sui titoli azionari, progettata attuazione delle riforme e di una riforma urbanistica) furono tutte compiute  prima, cioè nel biennio 1961-62,  dal governo Fanfani, il quale godeva solo dell'appoggio esterno dei socialisti (1).
Che poi Moro sia stato un professore di diritto penale, molto umano,  amato dagli studenti, ottimo didatta, come ieri sera ci ha spiegato Castellitto, protagonista ingessato di un  dolciastro docufilm trasmesso sempre dalle  vedove politiche  inconsolabili  di Rai Uno,   non  vuol dire nulla.
Un politico si giudica dai risultati, non dalle dosi industriali di utopismo politico inoculate agli studenti. Che, da che mondo e mondo,   non cercavano e non cercano altro...     
Un politico si giudica politicamente.  Ed è proprio su questo piano, nonostante  i giudizi alla melassa mediatica, Aldo Moro, secondo un altro storico,   Luciano Cafagna,   provò di essere “probabilmente il politico più conservatore  che abbia avuto la Repubblica, se conservazione e progresso ( o innovazione) si misurano, non sulla alchimie politiche, e sugli intrugli per ottenerle, ma sulle realizzazioni di respiro, che possono produrre fiducia e consenso”.
La stabilità, di cui  tanto si  parla, così amata da Moro, era quella della pax democristiana. Dunque,  una centralità, intorno alla quale dovevano ruotare gli altri partiti, dai laici, ai socialisti e comunisti.  Di qui, accordi,  tesi a spartire e diluire.  La tesi politica di Moro, di fatto,  ruotava  intorno a due assiomi: 1) centralità democristiana; 2) accordi per conservarla. 
Il che, per carità, aveva (ed ha)  una sua logica in termini di teoria pura del potere.  Tuttavia, la democrazia teorizzata da Moro, era l’esatto contrario del modello Westminster (due partiti che si alternano eccetera, eccetera), perché consisteva  nell’ipotesi conciliare,  come tratto permanente del potere,  l'esatto  contrario del bipartitismo, dove chi vince, non concilia e si  prende tutto. Ovviamente, fino alle elezioni successive.
Certo,  c’era la Guerra Fredda,  però, altro problemino di Moro: “il professore” era strabico, guardava solo a sinistra, puntando all’inglobamento,  prima dei socialisti, poi dei comunisti,  pur di conservare la Democrazia Cristiana al potere.
Probabilmente, se Moro  non fosse stato ucciso, per uno di quegli strani scherzi giocati  dalla storia,  i governi di compromesso storico, fallendo come il precedente centrosinistra organico,  avrebbero rafforzato  le forze laiche e socialiste, che però -  altro punto controverso  - avrebbero dovuto scegliere  l’opposizione alla Repubblica  Conciliare.
Purtroppo, la storia con i se, non si può fare. Moro è morto da quarant’anni. E la rivoluzione che dovevano fare le Brigate Rosse comuniste,  l’hanno fatta  i magistrati di Mani Pulite.  
Fino a un certo punto però.  Perché oggi   al  Colle risiede un democristiano di sinistra. 


Carlo Gambescia  


(1) E. Galli della Loggia, Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli della Repubblica, il Mulino, Bologna  2016, p. 107, n. 11. Anche per il passo citato di Luciano  Cafagna.                

martedì 8 maggio 2018

Qual è il nemico di Mattarella?



In politica c’è sempre un nemico. Per capirlo,  bisogna andare oltre le parole, le dichiarazioni ufficiali gli abbellimenti. Proviamo allora a leggere,  secondo il metro realista (dell’amico e del nemico),  le dichiarazioni del Presidente Mattarella (*).
Prima però passiamo in rassegna le truppe.
Berlusconi è il nemico di Cinque Stelle, come del resto Renzi, che a sua volta è il nemico -  ricambiato -   di  Salvini (quanto a "partitini" e micro-correnti,  de minimis non curat praetor) .  E poiché  “i nemici dei nemici sono miei amici”, Renzi e Berlusconi  scorgono un   comune  nemico in  Di Maio. Su Salvini sono invece divisi. Salvini  però a sua volta vede in Di Maio il comune nemico di Renzi. 
Detto questo, quali sono invece gli amici e i nemici del Presidente Mattarella? Naturalmente, la vulgata dei Tg, pubblici ma anche privati  (non pochi),  lo dipinge come neutrale.  In realtà non è così, e non c’è nulla di male, perché in politica la neutralità  non esiste.
Ora, nelle dichiarazioni di ieri,  il Presidente Mattarella, ha annunciato  addirittura un  "governo neutrale", "di servizio",  che però  - la cosa sembra buttata lì per caso -   potrebbe trasformarsi, se trovasse  voti nei prossimi mesi, in politico. Quindi in un governo con tanto  di nemico "in  dotazione".
Ora il punto è  che un governo  di  "servizio"  ma in realtà  del Presidente Mattarella,  una volta divenuto politico, rischia  di dividere ancora di  più l’Italia, e proprio sul giudizio politico su una istituzione presentata invece (anche costituzionalmente) come neutrale. Insomma, il pericolo è tramutare  gli avversari del governo del  Presidente della Repubblica, in nemici della Repubblica stessa. 
Il fatto che il Presidente Mattarella nutra la  speranza di trasformare un governo di servizio in un governo politico è  nell’assoluta mancanza di accenni a una nuova (necessaria) legge elettorale. Il che, infatti, non può non apparire strano, dal momento che  Mattarella (il padre del "Mattarellum") di legge elettorali ne capisce. Perciò, perché fa questo? Quali sono i suoi nemici?
Il  tentativo, molto ambizioso,   è quello di dividere i partiti,  in pro o contro  il governo  “di servizio”, che in realtà sarebbe  un pro o contro  una visione europea e riformista, insomma "normale" della politica. L’esatto contrario di ciò  che auspicano i populisti,  Salvini e Di Maio. Che, a questo punto, possono essere indicati ufficialmente  come i nemici di Mattarella.  L’evocazione della  scelta secca tra elezioni (con questa legge)  o  governo “di servizio”  rappresenta   lo spauracchio per  favorire le divisioni di cui sopra, dunque anche all'interno dei parlamentari  leghisti e pentastellati. Anche perché - cosa che  tutti i partiti sanno benissimo -   con la legge elettorale in vigore  il rischio è di ritrovarsi dopo un nuovo voto, per alcuni nel salotto di casa a fare solitari ( i non rieletti) e per  altri (gli eletti), in parlamento sì,   ma  con le stesse brutte carte  tra le mani.  
Naturalmente,  Di Maio e Salvini,  fiutando il pericolo,  hanno subito detto no. Favorevoli  invece  Il Pd (Renzi, sembra,  in particolare) e  non contrario  forse  Berlusconi. Qual è il succo del discorso? Che  pentastellati e  leghisti duri e puri  sentono odore (per loro pessimo)  di Napolitano-Monti 2, mentre per chiunque abbia a cuore  la governabilità,  il tentativo del Presidente Mattarella  merita un'opportunità.
Certo, il gioco è molto rischioso.  E resta  il pericolo , come detto,  che l’identificazione tra governo  “di servizio”  e fronte   moderato  finisca  per  approfondire la spaccatura  tra  riformisti e populisti.   Ma qual è  l’ alternativa? Votare con questa legge? 
Carlo Gambescia
                  

lunedì 7 maggio 2018

Proposta di traccia per l’esame di maturità 2018:

“Meglio la Mafia o meglio lo Stato? Fate un’analisi costi/benefici a partire da un caso di cronaca”

di Roberto Buffagni


Marisa e Lea Garofalo


Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?[1]

Leggo sul "Corriere della Sera" di oggi[2] una notizia stimolante: a Marisa Garofalo, sorella di Lea assassinata nel 2009, il Ministero dell’Interno ha negato il risarcimento previsto per le vittime della mafia. Passata in giudicato la sentenza per l’assassinio di sua sorella, i giudici le avevano assegnato 75.000 euro. Però la Prefettura di Crotone, dopo due anni e mezzo di attesa (la legge prevede risposta entro 60 giorni) glieli ha negati perché, in base a un rapporto della locale stazione dei carabinieri, “La Signoria vostra non risulta essere del tutto estranea ad ambienti e rapporti delinquenziali”, come invece prevede la norma. E in effetti Marisa Garofalo, come sua sorella Lea prima di lei, estranea all’ambiente della ‘ndrangheta non è, altrimenti non avrebbe potuto testimoniare contro i parenti e conoscenti mafiosi che hanno ucciso sua sorella. Nel caso specifico, contro suo cognato Giuseppe Cosco, che ha torturato e ammazzato la sorella di Marisa, Lea, che schifata dall’ambiente criminale in cui era nata e vissuta, se n’era allontanata e aveva denunciato il marito che poi l’ha sequestrata, torturata, uccisa, sciolta nell’acido.
E’ una storia educativa, quella di Lea Garofalo. L’ho raccontata il 9 marzo 2013 sul blog di Carlo Gambescia, per celebrare la festa della donna, http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2013/03/celebriamo-la-festa-delladonna-il.html
e non la riscrivo, la ripubblico qui in calce. L’intitolai Lettere morte, perché le stazioni della Via Crucis di Lea Garofalo sono i molti vani appelli alle istituzioni dello Stato, compresa una formidabile lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: suppliche di ascolto e soccorso che tutte rimasero lettera morta. Purtroppo, devo constatare che mai ebbi un’idea più azzeccata per un titolo: me lo conferma quest’ultima beffarda replica del Ministero dell’Interno, un capolavoro anche stilistico di humour noir burocratico (“La Signoria Vostra” è un tocco di crudeltà barocca maravillosa: “Chi non sa far stupir, vada a la striglia”[3]).
In questi giorni, il MIUR sta elaborando le tracce per i temi dell’esame di maturità. Mi permetto di suggerire a chi di competenza la seguente traccia: “Meglio la Mafia o meglio lo Stato? Fate un’analisi costi/benefici a partire da un caso di cronaca”. Naturalmente il caso di cronaca è quello di Lea Garofalo, pre e post mortem. Non lo svolgo per intero, fornisco appena una minima falsariga in tre punti per i maturandi.
1.     Chi applica con maggiore certezza e celerità le proprie leggi? La Mafia o lo Stato?
2.     Chi ricompensa con maggiore generosità e prontezza chi gli rende un servigio, e punisce chi lo offende? La Mafia o lo Stato?
3.     Chi fa corrispondere con maggiore regolarità i fatti alle parole? La Mafia o lo Stato?
Buon lavoro a tutti gli esaminandi. Non so se scegliere questa traccia vi aiuterà a prendere un bel voto all’esame; ma vi garantisco che svolgerla riflettendo seriamente vi aiuterà a maturare nella vita; chissà, forse anche troppo.

LETTERE MORTE

Non so se avete sentito del processo per l’assassinio di Lea Garofalo. Se volete informarvi, andate al sito www.stampoantimafioso.it e trovate tutto, compresa la cronaca del processo tuttora in corso. E’ una storia di ‘ndrangheta, mafia calabrese di gran moda dopo la strage di Duisburg. Di solito, non seguo le storie di mafia sui giornali. Da quarant’anni sento parlare di lotta alla mafia, di ribellione della società civile, della democrazia contro la criminalità organizzata, e via dicendo. Da quarant’anni vedo gli eroi e i martiri che una volta morti ammazzati fanno anche il miracolo dell’immediata moltiplicazione degli amici, dei discepoli, dei medium-portavoce e dei protettori in alto loco. Fin dalle celebri serie TV della Piovra che fecero la (meritata) fortuna di Michele Placido si realizzano tanti film, fiction, libri e dibattiti sulle mafie. Intanto le mafie si confermano settore in espansione e se la passano alla grande. Due estati fa, verso le undici di sera, scendendo le scale di casa mia (sita nelle campagne del modenese, non del cosentino o del palermitano) guardo dalla finestra e vedo sfavillare, a un paio di chilometri di distanza, una magnifica aurora boreale: una mafia ha incendiato centinaia di cassoni per la frutta, impilati nel piazzale di una cooperativa agricola che non aveva capito l’antifona. Quando il discorso cade sull’argomento e non ho il buon senso di stare zitto, dico cose che suscitano preoccupate reazioni tra gli astanti, tipo “Rifacciamo la guerra al brigantaggio, però stavolta contro i briganti veri, invece che contro i leali sudditi di Sua Maestà borbonica! Mandiamo l’esercito, e non a dirigere il traffico! Legge marziale, stato d’assedio!” e altre esternazioni da ex colonnello degli Alpini al primo manifestarsi del morbo di Alzheimer-Perusini.
Però, nel luglio 2011 mi è capitato di leggere una notizia che mi ha scosso, e garantisco che a cinquantacinque anni, con quello che ho visto e non solo visto succedere in Italia, per scuotermi ce ne vuole. La notizia diceva che il dr. Filippo Grisolia, presidente il processo per l’assassinio di Lea Garofalo, aveva accolto la richiesta dei difensori e derubricato l’imputazione da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale. (Pochi giorni fa, il PM Marcello Tatangelo ha respinto anche la richiesta di parte civile di contestare agli imputati l’aggravante di aver agito con modalità mafiose, adducendo ragioni tecniche, in quanto si tratta di un’aggravante “a dolo specifico”: dev’essere l’unica finalità dell’azione, mentre gli imputati avrebbero agito per una serie di motivazioni).
Sapendo cos’era successo, la cosa era effettivamente un po’ forte. Lea Garofalo era un donnino calabrese, figlia d’una famiglia di ndranghetisti importanti, che, trovato un compagno di vita nel suo ambiente, Carlo Cosco, a diciassette anni ci aveva fatto una figlia oggi ventenne, Denise. Una dozzina d’anni fa, Lea si disgusta di vivere in quel modo e con quella gente. Lascia Cosco, e si rivolge agli organi di polizia giudiziaria. Racconta quel che sa, chiede protezione e aiuto per iniziare una vita diversa per sé e per la figlia. Non succede niente. Cioè, da un canto Lea non ha commesso crimini in proprio, e dall’altro le sue deposizioni non danno luogo ad azioni giudiziarie. Perché? Non lo so. Forse, come ha detto in aula il difensore del suo compagno di vita e assassino, Lea “riferiva notizie che conoscevano tutti, anche i sassi”, tant’è vero che “nessuna Procura della Repubblica ha ritenuto attendibili le [sue] testimonianze.” Come collaboratrice di giustizia, dunque, Lea vale poco, e le danno una protezione light. La mandano un po’ in giro per l’Italia insieme alla figlia passandole qualche soldo, ma non le creano la nuova identità necessaria per ricominciare. Nel frattempo, Cosco ha già saputo attraverso i suoi canali, meno intasati da Law’s delay ed insolence of Office, che la madre di sua figlia sta a Campobasso. D’altronde Lea, visto il trattamento ricevuto dalla Giustizia italiana, ha rinunciato a nascondersi, e per sopravvivere conta su due punti a suo favore: è sorella di un pezzo grosso della ‘ndrangheta, uno molto più importante di Cosco; e Cosco è pur sempre il padre di sua figlia. Così, avendo anche bisogno di soldi per Denise, si sente al telefono con Cosco, che infatti si dimostra molto disponibile, e nel maggio del 2009, quando si rompe la lavatrice a casa di Lea, premurosamente le manda subito un tecnico. Il tecnico però non può eseguire la riparazione (non può ammazzare Lea) perché quel giorno Denise, invece di liberare il campo andando a scuola, è rimasta a casa con la febbre, e il suo assassinio non è previsto dalla commessa.
Bè, a questo punto non ci voleva un veggente per capire come andava a finire. Lea lo capisce benissimo. Infatti scrive – a mano, come un testamento olografo - una lettera aperta al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, tipico atto di chi non spera più niente in questo mondo. Nella lettera di Lea si leggono brani che, sebbene l’autrice, titolare di licenza media inferiore, avesse poca dimestichezza con gli splendori della lingua italiana, attingono un’ innegabile forza espressiva: ad esempio, “Signor Presidente della Repubblica, chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze. […] Siamo da circa 7 anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all'incirca 1 anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite. […] Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto. […] Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro […] e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte… indegna inesorabile! […] Lei oggi, signor presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo paese vivere giustamente si può nonostante tutto!”
Non succede niente. I giornali non pubblicano la lettera; o meglio, qualche giornale locale come il “Quotidiano della Calabria” la pubblica, ma solo quando Lea è diventata celebre, cioè dopo che l’hanno ammazzata e sciolta nell’acido. Sempre dopo la morte di Lea, dal Quirinale faranno sapere che a loro non è arrivata posta. Chissà, forse un disguido: certo che se Lea mandava una raccomandata a. r. era tutt’altra cosa. E arriviamo a Milano; è una serata del novembre 2009, cinque mesi dopo la lavatrice di Campobasso. Denise ha finito le scuole superiori, vorrebbe andare all’Università. Ci vogliono i soldi, Lea non ne ha. Prende appuntamento con Carlo Cosco per parlarne. Naturalmente la sconsigliano, ma lei all’appuntamento va lo stesso. E’ stanca, vuole farla finita? “and by a sleep, to say we end the heart-ache, and the thousand Natural shocks that Flesh is heir to? 'Tis a consummation devoutly to be wished”[4].  O nonostante tutto, non riesce a credere che il padre di sua figlia la voglia ammazzare sul serio e di persona? Non lo so, vedete voi. Fatto sta che fa un’ultima passeggiata insieme a sua figlia (per gli spiriti e gli stomaci forti, c’è anche il video in rete, ripreso dalle telecamere di sorveglianza stradale del Comune di Milano) e poi incontra Cosco, che la sequestra, la fa salire su un furgone che si è fatto prestare da un cinese, la porta in un’officina dell’hinterland milanese, insieme a certi amici suoi la tortura per sapere nei dettagli che cosa ha detto alla polizia, la uccide, la scioglie nell’acido, e quando i parenti chiedono che fine ha fatto casca dalle nuvole, ipotizza vacanze ai Caraibi.
Denise va a stare con il padre e i parenti in Calabria, perché deve convincerli che non è pericolosa, altrimenti c’è il rischio che ammazzino anche lei (segnalo en passant che tra i complici di papà nell’omicidio della mamma c’era anche un ragazzo calabrese di cui Denise si era innamorata, un suo fidanzatino).
A questo punto, comincia a succedere un sacco di roba. Succede che arrestano Cosco e i suoi complici, e li traducono in giudizio. Parte il processo, presieduto come dicevo dal dr. Filippo Grisolia. Testimone chiave dell’accusa, Denise Cosco. Succede che l’imputazione viene derubricata dal dr. Grisolia da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale: insomma, a quanto pare Cosco avrebbe ammazzato Lea perché ferito nei sentimenti e nell’onore dall’abbandono e dal tradimento della compagna di vita; se poi l’ha ammazzata in quel modo, dipenderà dalla cultura del suo ambiente (un po’ di multiculturalismo non guasta mai). Tra i vari benefici che comporta la derubricazione, c’è anche la possibilità di accedere al patrocinio gratuito. Cosco dichiara un reddito di 10.000 € circa, e dunque può nominare suo difensore il noto professionista milanese Avv. Daniele Sussman Steinberg, che presenterà la parcella al contribuente italiano. Succede che si insedia il Governo Monti, e che il dr. Grisolia ottiene la nomina a capo di gabinetto del Guardasigilli Paola Severino. Il dr. Grisolia abbandona immediatamente il processo Garofalo. Esercitando il loro diritto, i difensori esigono che siano escussi daccapo tutti i testi davanti al nuovo presidente della Corte, dr. Anna Introini. Alle polemiche, il dr. Grisolia risponde che non se lo aspettava, e che comunque il processo va avanti. Vero, però se non arriva a sentenza entro il luglio 2012, gli imputati escono per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Due deputati PdL, A. Mantovano ed E. Crosetto, lanciano un appello alla “ben nota sensibilità” del Guardasigilli perché “disponga che la completa assunzione del nuovo incarico da parte del dott. Grisolia gli permetta di completare almeno il processo in questione” com’è d’altronde nella “prassi, raccomandata dal Csm e dall' Anm, che chi cambia funzione salva le pendenze più importanti, per evitare rischi (sussistenti nel caso specifico) di liberazione per decorrenza termini degli imputati, e comunque gravi disagi per i testimoni.” Non succede niente. Evidentemente, il dr. Grisolia non può fare il part time al Ministero. Però il Ministro Severino, dandoci conferma della sua “ben nota sensibilità,” a proposito di Denise Cosco dice che “sotto il profilo umano rimane il profondo disagio e la sincera vicinanza a una testimone che vedrà rinnovato il suo dolore”.
Sapute queste cose, per la primissima volta nella mia vita mi metto a scrivere lettere ai giornali, come un pensionato. Scrivo ai principali quotidiani di destra, sinistra, centro, opinione. Non succede niente, nessuno pubblica. Leggo che Massimo Gramellini, in una trasmissione TV, ha detto che in aula il dr. Grisolia s’era comportato “da vero papà” nei confronti di Denise, e gli scrivo illustrandogli la dissonanza cognitiva tra l’appellativo “vero papà” e le decisioni processuali del dr. Grisolia. Gramellini gentilmente mi risponde e mi dice che approfondirà la vicenda, che ne scriverà: poi però non scrive niente. Gli scrivo di nuovo e sono anche, fatto per me più unico che raro, abbastanza sgarbato, così che mi tocca riscrivergli e scusarmi. Poi scrivo a tutti i componenti la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, riassumendo la vicenda e invitandoli a chiedersi se era indispensabile che tra tutti i magistrati in servizio, proprio il dr. Grisolia venisse nominato capo di gabinetto del Guardasigilli, il tecnico Paola Severino. Non succede niente. Cerco anche di parlarne al filo diretto della rassegna stampa mattutina di Radio Tre. Non succede niente, non mi passano mai il giornalista. Poi qualche giorno fa succede qualcosa. Sempre a Radio Tre, alle dieci del mattino, la rubrica “Tutta la città ne parla” sceglie di trattare l’argomento del processo Garofalo. Una signora (non ricordo il nome, mi dispiace) che lavora in una associazione antimafia ha mandato una lettera al Ministro della Giustizia Paola Severino, lamentando che nel processo Garofalo si sia derubricata l’imputazione da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale, e protesta che non è successo niente: nessuno le ha risposto. Alla velocità della luce, mando un sms, naturalmente firmato con nome e cognome, al conduttore della trasmissione radiofonica, e gli condenso in una folgorante pillola com’è andata la faccenda. Il conduttore reagisce immediatamente. “Riceviamo un sms molto articolato sulla vicenda…” Io tripudio. Il conduttore continua: “Non possiamo leggerlo tutto” (sono dieci righe) “ma è importante quel che ci segnala, è cioè il ruolo di Denise Cosco, una giovane donna che coraggiosamente si ribella alla mafia.” E insieme alla signora dell’associazione antimafia e a una sociologa, prosegue per tutta la mezz’ora della trasmissione ad analizzare in chiave femminista-surrealista il nuovo ruolo delle donne sia nelle varie mafie, sia nelle varie antimafie istituzionali e non. Delle curiose scelte processuali e di carriera del dr. Grisolia, degli assassini che potrebbero uscire a luglio prossimo, di Denise che rischia la pelle, zero. Insomma, non succede niente.
Mi do dello scemo, e ricordando a me stesso i miei tanti sarcasmi sulla figura del cittadino scomodo, mi riprometto di lasciar perdere e non pensarci più. Passano tre o quattro giorni. Stamattina comincio a lavorare ma mi torna in mente questa brutta faccenda, non combino niente di buono. Scrivo questo pezzo per il blog dell’amico Carlo Gambescia, che così impara a invitarmi a scriverci. Mi sento un po’ meglio, non tanto ma un po’ meglio sì. Lui lo pubblicherà. Non succederà niente.

Roberto  Buffagni


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...








[1] “Senza giustizia, che sono dunque gli Stati, se non grosse bande criminali?” S. Agostino, De Civitate Dei contra paganos, Liber IV
[3] "È del poeta il fin la meraviglia (Parlo de l'eccellente, non del goffo): Chi non sa far stupir, vada a la striglia" Giambattista Marino,  Fischiata XXXIII, in Murtoleide
[4] “E con una dormita, dire che mettiamo fine/ al crepacuore e ai mille colpi che Natura/ lascia in eredità alla carne? E’ una soluzione/ che anche il devoto può desiderare” (Dal celeberrimo monologo di Amleto, “To be or not to be”. Traduzione, un po’ libera, mia).

domenica 6 maggio 2018

Governo (ultimi sviluppi)
Clima surreale



Buongiorno a tutti . Sulla formazione del  governo il clima  si  è fatto veramente surreale…
 Secondo “La Stampa”

«Anzitutto, il discorso del Presidente. Mattarella parlerà al Paese facendo leva sulla propria immagine e cavalcando l’onda del malessere collettivo. Ognuno ha il proprio stile, per cui sarebbe incauto tirare in ballo Pertini o gli altri predecessori che si rivolsero direttamente al popolo. Sia come sia, l’attuale inquilino del Colle non le manderà a dire; additerà i fautori di elezioni anticipate quali colpevoli degli inevitabili rincari che colpiranno anzitutto la povera gente (per congelare l’aumento dell’Iva al 25 per cento servirebbe un governo che approvi entro l’anno la Finanziaria, in caso di nuove elezioni non si farebbe in tempo). Chi si opporrà al governo di tregua dovrà pagare un prezzo politico. E poi Mattarella, a quanto si dice, sceglierà una squadra di governo parecchio innovativa. Altro che ministri tecnici, funzionari semi-sconosciuti o grand commis dalla dubbia reputazione: sul Colle si sta lavorando, nelle intenzioni, a nomi super-partes che colpiscano l’immaginario, a soluzioni sorprendenti, perfino un po’ “pop”, alle quali chi rappresenta il nuovo faticherà a rispondere no. O dovrà farlo a malincuore ».


Perciò quale sarebbe l’arma totale?  Additare all’Italia  il nemico della povera gente, quei partiti  che, non votando il Parlamento  per il Governo del Presidente Mattarella,  provocherebbero l’aumento dell’Iva…  Che è l’ultimo dei nostri problemi…
Secondo “il Dubbio”,  invece per   Di Maio

«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non potrà ignorare i rapporti di forza e si persuaderà a sciogliere le Camere, confidano i vertici grillini, per concedere agli italiani una sorta di “secondo turno”. “Voglio vederli a fare l’ammucchiata contro di noi. Non sarà così facile», dice Di Maio fuori da Montecitorio, commentando l’eventualità di un governo senza Cinquestelle. Neanche il tempo di svestire i panni istituzionali e già i pentastellati recuperano il vocabolario più caro, quello pieno di parole come “inganno” e “complotto” per impedire il cambiamento. Tutti i poteri, da quelli politici a quelli mediatici, avrebbero tramato tenere fuori da Palazzo Chigi il capo del maggior partito italiano. “È emerso chiaramente che sia Berlusconi e Renzi, sia Renzi e Salvini si sono sentiti in tutto questo periodo per sabotare qualsiasi possibilità di far andare al governo il Movimento 5 Stelle. Hanno confermato che non hanno la volontà politica di fare gli interessi dei cittadini”. “Ma adesso basta”, tuona il leader pentastellato, prima di suonare la carica: “Nei prossimi giorni parleremo con i cittadini nelle piazze e in tv. Avevamo creduto che i partiti, con tutte le batoste che hanno preso in questi anni, avessero imparato la lezione e avessero capito che è finalmente arrivato il momento di dare delle risposte agli italiani”, dice. “Invece il cinismo e l’arroganza hanno prevalso”» .


Quindi, da parte di  5 Stelle si risponde con il complottismo e l’appello alla piazza. Armi totali dei pentastellati…  
Che dire?  Sia Mattarella, sia  Di Maio ,  di tutto parlano,  eccetto che di una legge elettorale capace di dare  stabilità politica e soprattutto   governabilità all’Italia.  Si banalizzano gli argomenti (Iva e complotti)  per  non arrivare al punto… Insomma, si  "populisteggia".
Passi per Di Maio,  ma non per il Presidente  Mattarella... 


Carlo Gambescia




venerdì 4 maggio 2018

Gli inevitabili compromessi istituzionali del fascismo (in un libro  di Guido Melis)
Il monolito che non c’era
di Teodoro Klitsche de la Grange 



Il  libro di Guido Melis La macchina imperfetta (*) ha come sottotitolo “Immagine e realtà dello Stato fascista” che corrisponde al rapporto tra le realizzazioni del fascismo e  la loro spesso scarsa coerenza con la dottrina politica del regime.
Al riguardo l’autore, professore ordinario di storia dell’amministrazione pubblica (nella foto) ricorda che, come aveva intuito (in precedenza) nella sua prolusione pisana del 1909 Santi Romano, “la pluralità degli interessi, a sua volta riflessa nel pluralismo delle istituzioni, esigeva forme di regolamentazione e di assunzione della decisione politica almeno in certi campi più mediate e «negoziate» di quanto non volesse ammettere la coeva dottrina del fascismo”.
Ma non è solo la complessità sociale né quella della macchina amministrativa statale che la governa a essere, almeno parzialmente, contraddittoria. È lo stesso regime – tesi da molti condivisa – nei suoi “fondamentali” ad esserlo: c’è il “paradosso della diarchia, un regime che si dice totalitario ma che conserva un re formalmente sovrapposto al duce”. Vi era, inoltre, la continuità di molti elementi, sia sociali che istituzionali (e normativi) con lo Stato liberale.
Per cui “un’imperfetta nazionalizzazione del Paese, a macchia di leopardo, convive con le fratture profonde di una storia di lunga durata: economiche, regionali, culturali, sociali”, scrive l’autore. Onde il fascismo consiste di “un totalitarismo sempre annunciato e mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di vecchi e nuovi materiali confusamente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo”.
Per cui, a un totalitarismo di facciata corrisponde un pluralismo ad esso subordinato, con i più vari soggetti (sociali e istituzionali) che giocano ognuno la propria partita “o più mosse in più partite in tempi diversi, esprimendo ciascuno, di volta in volta, una parte degli interessi centrali o periferici che allignano nella società italiana tra le due guerre”.

D’altra parte che apparisse come qualcosa di simile era convinzione anche di giuristi stranieri, sia in relazione allo Stato fascista, sia per quello, più totalitariamente coerente, nazionalsocialista.
Quanto al primo già Hauriou, prima di morire, sottolineava come il fascismo avesse potuto “sindacalizzare” il regime, proprio perché era uno Stato autoritario; lo Stato corporativo che si delineava (siamo negli anni ’20) poteva funzionare proprio perché non-democratico, ma non escludeva che, in qualche modo, gli interessi organizzati non potessero influire sulle decisioni.
Quanto allo Stato nazionalsocialista è noto che per Ernst Fränkel era un “doppio Stato” caratterizzato dalla compresenza di elementi totalitari e di un certo grado di libertà economica. Franz Neumann andava oltre: il regime nazionalsocialista organizzava la società in diversi gruppi centralizzati (quattro) ciascuno con un potere legislativo, esecutivo e giudiziario autonomo. “Non vi è bisogno di uno stato al di sopra di tutti i gruppi; lo stato può essere addirittura un impedimento ai compromessi e al dominio sulle classi subalterne. Le decisioni del Führer sono semplicemente il risultato dei compromessi fra le quattro dirigenze”.
La conclusione da trarre dal libro, assai interessante, di Melis è che il fascismo non fu un sistema monolitico e che l’integrazione, come strumento essenziale della politica, si realizza per lo più con compromessi e con istituzioni di compromesso. Cosa che letture ideologiche e partigiane (come non è quella dell’autore) non considerano.
Teodoro  Klitsche de la Grange



(*)  Il Mulino, Bologna 2018, pp. 616, € 38,00 .


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


giovedì 3 maggio 2018

Oggi,  Direzione del Pd
Lezioni di politica pura




Oggi, Direzione del Partito democratico. Si dovrà  decidere, cosa fare da grandi.  Può darsi pure che non si prenda alcuna decisione.  Comunque sia,  proponiamo agli amici lettori  una   piccola lezione di scienza politica, come disciplina che studia le tecniche del potere puro, come conquistarlo, come conservarlo, come accrescerlo.  Insomma, una  analitica del potere,  però, dal punto di vista del partito esaminato, applicando perciò il principio  del  ceteris paribus (a parità di tutte le altre circostanze esterne all'oggetto dell'indagine). 
Nella nostra lezioncina, non faremo alcun nome  di questo  o quel  politico, sarà poi il lettore a mettere   i diversi personaggi  nelle caselle giuste. Insomma, per  non lasciarsi sommergere dalla melassa mediatica,  proponiamo  un  sano esercizio di studio del potere puro, senza abbellimenti. Le evocazioni  della  "lotta alla povertà ", per oggi, la lasciamo al Papa.     
Cominciamo.  Allora,  la corrente A, del partito Y vuole allearsi con il partito X, la corrente B, sempre del partito Y, è contraria, forse aspira ad allearsi con la coalizione PQR,  oppure desidera, per ora, più semplicemente, restare a  guardare, in attesa  degli eventi.  Dato importante: le dimensioni del partito Y sono inferiori, e di molto,  rispetto a quelle del  partito X, con il quale la corrente  A di Y vorrebbe allearsi. 
Cosa dice la scienza politica?  Che le alleanze, parliamo dei sistemi democratici e rappresentativi,  si fanno tra forze uguali, per spartirsi il potere.  Quando una delle due è egemone,  la forza minore, in questo caso Y:  1) o viene assorbita (formalmente o sostanzialmente), oppure 2) per ottenere visibilità, e potere,  Y  punta alla crescita del tasso di conflittualità all’interno della maggioranza X-Y. 
Le due strade conducono inevitabilmente o  alla scomparsa di Y o all’ingovernabilità. Tertium non datur.
E se invece la corrente B del partito Y riuscisse a imporre la sua linea contraria all’alleanza con X? Cosa dice la scienza politica in questo caso?  Che il partito Y resterebbe alla finestra, mettendosi sul mercato politico,  in attesa di offerte migliori. Probabilmente, dalla coalizione PQR, o da parte di essa, ad esempio QR. Sicché, per tornare alle dimensioni politiche ridotte di Y, si riproporrebbe di nuovo il dilemma assorbimento-conflittualità, questa volta nei riguardi di PQR, ma anche, con segno contrario: Y che  rischia di assorbire QR o soltanto Q.
Quale potrebbe essere allora la strategia migliore per Y   dal punto di vista delle tecniche del  potere puro?  Quindi indipendentemente dalle questioni sistemiche, che i filosofi chiamano di bene comune?   E, come dicevamo, a parità di tutte le altre circostanze?  
Quella dell’alleanza conflittuale, ad alto tasso di litigiosità e dunque visibilità,  sia con X, sia con PQR (o parte di esso). Anche qui,  Tertium non datur ( o X o PQR).
Questo è quanto, dal punto di vista della scienza politica pura. Il resto è noia, per dirla con un grandissimo scienziato politico del Novecento, Franco  Califano...


Carlo Gambescia