lunedì 16 febbraio 2026

Ricordare Gobetti

 


Ieri si è iniziato a ricordare il centenario della morte di Piero Gobetti, avvenuta a Parigi  nella notte tra  15  e il 16 febbraio del 1926. Esule. Non aveva ancora compiuto 25 anni. Il suo fisico aveva ceduto perché indebolito dalle percosse fasciste. Oggi il profluvio di articoli continua...

Attenzione però: non tutti lo ricordano nello stesso modo. Possiamo distinguere un non approccio più tre approcci:

Perché va subito detto che la destra neppure osa nominarlo, Gobetti è un vero e proprio scheletro nell’armadio. A parte l’ignoranza assoluta del pensiero liberale italiano, troppa violenza, esercitata su di lui, meglio tacere.



Veniamo ora ai tre approcci.

Il primo: il Gobetti “classico”. Editoriali solenni, citazioni d’ordinanza, aria da anniversario scolastico. Gobetti come monumento civile: giusto, ma innocuo. Così non disturba nessuno.

Il secondo: il Gobetti attualizzato. Chi lo guarda davvero come pensatore insiste sulla sua attualità: liberalismo radicale, minoranze attive, allergia al consenso facile. Qui Gobetti torna a mordere: non patriottismo, non pacificazione, non “unità nazionale” a tutti i costi. Buono per il No al referendum sulla separazione delle carriere. Il che non è molto elegante.

Il terzo: il Gobetti scomodo. Si ricorda poco che era ferocemente anti-conformista, ostile a ogni retorica identitaria, convinto che la libertà nasca dal conflitto sociale, non dall’armonia. Un pensatore che oggi guarderebbe con sospetto sia il sovranismo sia il liberalismo da talk show. Basta leggere il suo provocatorio articolo “Elogio della ghigliottina”, scritto subito dopo la marcia su Roma, per cogliere la sua radicalità: la ghigliottina come metafora della necessità di tagliare ogni compromesso, mediocrità e servilismo, e di scuotere le coscienze per difendere la libertà.



Ma il vero Gobetti non è soltanto un “approccio”. Resta qualcosa di reale: giovane coltissimo, organizzatore instancabile, animatore di riviste e circoli, in primis “ La Rivoluzione Liberale”. Il suo lavoro puntava a cambiare l’Italia, a scuotere le coscienze, a costruire strumenti concreti di libertà. 

Chi era in fondo Gobetti? Un miracolo sociale e politico: un piccolo borghese - figlio di un droghiere -  eccezione alla regola, che scelse la via dell'intelligenza liberale e non  quella del manganello.

Antifascista prima ancora che politico, comprese il fascismo nella sua essenza più torbida profonda. Mussolini lo odiava. E Gobetti di manganellate ne prese tante. Ideologicamente parlando preannunciava ciò che, qualche anno più tardi, Carlo Rosselli avrebbe chiamato socialismo liberale: un equilibrio tra libertà individuale e giustizia sociale, tra impegno civico e coraggio politico.

C’era in Gobetti qualcosa del liberalismo alla Stuart Mill, si potrebbe parlare di liberalismo “macroarchico” (*), che anche in chiave pedagogica non disdegna l’intervento pubblico. Un fattore, diciamo, costruttivista: per capirsi da liberali di sinistra, cento volte meglio dei liberali di destra, che all’epoca, dinanzi a Mussolini, si calarono le braghe sperando di normalizzare un delinquente politico nato. 

 


E che oggi governano, felici e contenti con Giorgia Meloni, erede della cultura politica dei fascisti dopo Mussolini. 

Evocando lo stesso realismo politico da quattro soldi, allora dei Facta, oggi dei Tajani.

Non si dimentichi una cosa: nel suo Risorgimento senza eroi, opera forse debole sul piano della ricostruzione storica, come osservò 


 Maturi, ma centratissima nell’identificazione tra fascismo e mali nazionali (retorica, faciloneria, affarismo, quel che Gramsci definì “sovversivismo”) emerge la sua simpatia per due figure, in fondo molto diverse, come Cattaneo (accantonato) e Cavour (dimenticato). Insomma per un liberalismo “altro”: europeo, politico (archico), pragmatico ma onesto, in una parola modernizzatore. 

 


Un liberalismo che vuole parlare al mondo, lontano da ogni forma di nazionalismo e imperialismo. Un liberalismo, antifascista ancora prima che il fascismo nascesse, perché sicura medicina a quei mali che avrebbero portato al fascismo.

Un fiore di campo, calpestato troppo presto, da un branco di cani feroci, come si usa nella caccia alla volpe. Ma comunque capace di lasciare un profumo indelebile. Eccesso di glucosio? Gobetti lo merita tutto.

Una piccola notazione (si fa per dire). Gobetti riposa tuttora al Père-Lachaise, come Pareto a Celigny. Due grandi liberali, il cui giudizio sul fascismo fu  diverso (Pareto però morì nell'agosto del 1923),  ai quali non fu e non è permesso di essere profeti in patria.  



Ricordarlo oggi non significa deporlo su un piedistallo. Significa ascoltare ancora la sua voce, le sue provocazioni, le sue sfide. Significa accettare che la libertà non è come dicevano i sanfedisti napoletani, solo per i professori giacobini, perché hanno il pane e il vino, ma per tutti coloro, professori e non, capaci di lottare per la libertà stessa. 

La libertà richiede passione, fatica e, a volte, il sacrificio.

La libertà è responsabilità. E Gobetti lo sapeva. Come lo sapevano i liberali napoletani, martiri del 1799. Perché il liberalismo viene da lontano. È l’essenza stessa della modernità. 

I fascisti, di ieri e di oggi, anche se travestiti da moderati, quelli del Mussolini che ha fatto cose buone,  non lo dimentichino mai. 

Carlo Gambescia

(*) Sul punto si veda il nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio 2013. Libro in cui tentiamo una classificazione delle varie tipologie di liberalismo.

domenica 15 febbraio 2026

“Tiro al piccione”: guerra, fedeltà, nessuna redenzione

 


Ieri sera “Tiro al piccione” è tornato in televisione, su Rai Storia.

Un passaggio quasi clandestino, fuori da ogni rituale commemorativo, senza dibattiti a seguire né fanfare culturali. Saremo stati in pochi a vederlo, inevitabilmente: non è un film da prima serata né da consumo distratto. È un’opera scomoda, che non consola nessuno e non offre appigli identitari. Proprio per questo, però, continua a parlare, forse più oggi di ieri.



“Tiro al piccione” (1961), tratto dall’omonimo romanzo di Giose Rimanelli del 1953 e diretto come opera prima da Giuliano Montalto, è molto più — o forse molto meno — di un film sulla Resistenza: è un film sulla guerra civile. Una poetica della disperazione politica, il racconto di un vicolo cieco esistenziale in cui la politica, quando si assolutizza, smette di essere soffio libertà e diventa cupo destino. In questo senso, tra film e romanzo si registra una sorprendente identità di linguaggio.

Rimanelli sapeva bene di cosa scriveva. Nato nel 1925, fu giovanissimo fascista, aderente alla Repubblica Sociale Italiana. Un’adesione breve, acerba, segnata più dal bisogno di appartenenza e dalla violenza delle circostanze che da una vera elaborazione ideologica. Rimanelli, poi stabilitosi in America del Nord, non rimosse mai quell’esperienza, ma nemmeno la rivendicò. Ne parlò più volte — in saggi, interviste, testimonianze autobiografiche — come di una scelta sbagliata vissuta dall’interno, una ferita che non si chiude e che proprio per questo genera scrittura. Tiro al piccione nasce da lì: non come apologia, ma come resa dei conti con se stessi.



Il giovanissimo protagonista del romanzo (e del film) non combatte per vincere. Combatte per restare fedele. E questa fedeltà, privata di ogni orizzonte, si trasforma in accanimento. La guerra è già persa; ciò che resta è la coerenza come valore assoluto. È qui che “Tiro al piccione” diventa un’opera politica nel senso più radicale: mostra ciò che non va mai fatto. Mostra cosa accade quando la politica smette di cercare uscite e preferisce la chiusura identitaria.

Non stupisce, allora, che all’epoca il film non piacesse ai missini, che in alcune città ne interruppero la proiezione. Il Movimento Sociale Italiano cercava una mitologia dei vinti, una narrazione eroica, una consolazione simbolica. “Tiro al piccione” faceva l’opposto: negava il mito, mostrava la nudità della sconfitta, l’inutilità del sacrificio, l’assenza di redenzione. Non c’erano martiri, ma ragazzi persi. Non c’era grandezza, ma ostinazione.



Del resto fin dal titolo “Tiro al piccione” allude anzitutto alla vulnerabilità estrema di quei ragazzi, esposti al fuoco come bersagli facili, “piccioni” in una guerra ormai senza senso. Non manca però — ed era una lettura diffusa già all’epoca — chi vi scorgeva anche un significato simbolico più amaro e corrosivo: il rovesciamento dell’aquila, emblema di potenza e di destino imperiale portato sul berretto repubblichino, ridotta a bersaglio inerme, svuotata di ogni aura eroica. Una lettura non canonica, ma rivelatrice del modo in cui il film demoliva ogni mitologia dei vinti.

A dire il vero il film non piacque neppure alla sinistra che non gradì l’approccio sì politico, ma anche esistenzialista. Un materialismo storico , ancora imperante, non consentiva sfumature individualistiche e piccolo-borghesi, come allora si sottolineava. 

Si dice invece, per bocca dello stesso Montalto, che il pubblico capì. Probabilmente, il pubblico della domenica (allora il cinema era fenomeno festivo), attirato da un cast importante, vi vide null’altro che un film di guerra, girato, tra l’altro, molto bene. Insomma nessun travaglio interiore, solo un pomeriggio di emozioni a colpi di mitragliatore e di qualche timida erezione  provocata dalla statuaria  Elena Rossi Drago (*).





È qui che il film incrocia in modo profondo La morte dei fascisti di Giano Accame, saggio uscito quasi quindici anni fa.

Accame, anche lui “uno di quei ragazzi”, volontario a sedici anni della RSI per un solo giorno, affronta il tema della morte non come simbolo retorico, ma come esito tragico di una politica vissuta come assoluto esistenziale. Il suo libro va oltre l’analisi del simbolismo funebre del fascismo: interroga la possibilità stessa di una sopravvivenza dopo la morte politica di quel fenomeno.

 


Accame sembra in realtà parlare della vita: di ciò che resta quando una forma politica si esaurisce e lascia dietro di sé solo fedeltà senza futuro. Scrive con passione, ma senza nostalgia. Sa che alcune idee non muoiono perché vengono sconfitte, ma perché si rifiutano di mutare, di riconoscere i propri limiti, di riaprire il campo delle possibilità.


È qui che il filo tra cultura e politica diventa sottilissimo. Non tanto per ciò che viene detto, quanto per ciò che rimane stabilmente fuori dal discorso pubblico. Giorgia Meloni non ha mai pronunciato la parola Repubblica Sociale Italiana, né l’ha mai sottoposta a una condanna storica esplicita. Questa assenza non è un dettaglio: contribuisce a una rimozione che riguarda non solo il fascismo, ma anche le sue ultime terribili conseguenze.

Dentro Fratelli d’Italia sopravvive infatti una cultura della fedeltà ferita, dell’idea che il sacrificio non sia stato vano, che la sconfitta non richieda una vera revisione ma soltanto una gestione simbolica. È una cultura che non elabora la fine, la sospende. E ciò che non viene elaborato resta disponibile, pronto a riemergere sotto altre forme nemiche della libertà.

 


“Tiro al piccione” mette in scena esattamente questo: la politica che si irrigidisce in trincea morale, che sostituisce la libertà con l’identità e trasforma la coerenza in destino. Visto oggi, senza apparati celebrativi, il film appare come un ammonimento ancora attuale.

Rimanelli e Accame, ciascuno a suo modo, dicono la stessa cosa: quando la politica diventa un vicolo cieco, produce solo disperazione organizzata.

Il compito di una politica intelligente è riconoscere quel punto prima che sia troppo tardi.

 


Ieri sera, davanti a “Tiro al piccione”, questo appariva con una chiarezza spietata. Ed è forse per questo che il film continua a tornare, in sordina: come fanno le opere che non servono a rassicurare, ma a far pensare.

 

Carlo Gambescia

 

(*) Il film fu presentato Venezia: https://www.insidetheshow.it/447434_tiro-al-piccione-la-rivincita-di-montaldo-alla-76esima-mostra-del-cinema-di-venezia/ .

sabato 14 febbraio 2026

Donald Trump e il liberalismo alla Lucky Luciano

 


Donald Trump negli ultimi mesi ha preso una decisione strategica sulla pelle di Cuba. Per capire il suo “liberalismo alla Lucky Luciano” (al secolo Salvatore Lucania, famoso boss mafioso italo-americano), bisogna partire da qui: l’amministrazione statunitense ha tagliato l’accesso dell’isola al petrolio che la teneva in vita, imponendo sanzioni e tariffe a chiunque provasse a rifornirla, inducendo Venezuela, Messico e altri fornitori a fermare le spedizioni di greggio verso l’Avana. Cuba, che produce circa 40.000 barili al giorno ma ne consuma oltre 110.000, si è trovata senza combustibile: blackout, blocchi dei voli, crisi nei servizi essenziali già in atto e un potenziale collasso economico-sociale ormai tangibile (Worldmeter – Oil Cuba Reserves ).



L’approccio è semplice: prima lo strangolamento energetico, poi la discussione sulla libertà. Una scelta che, per durezza e sistematicità, non ha precedenti. Formalmente Trump può — e infatti lo fa — sostenere che l’obiettivo sia spingere il regime cubano verso “maggiore libertà” o verso un accordo con gli Stati Uniti; nei fatti esercita una coercizione economica estrema, facendo leva su un bisogno vitale per ottenere concessioni geopolitiche.

Ed è qui il punto decisivo: non siamo di fronte al liberalismo, inteso come rispetto universale delle libertà, ma a una politica di pressione strutturata, a un ricatto permanente mascherato da missione emancipatrice. 

 


Il liberalismo storico ha avuto mille contraddizioni, ipocrisie, ombre coloniali e classiste. Ma ha sempre portato con sé un’idea essenziale: il limite del potere. Lo Stato vincolato, il diritto sopra la forza, l’individuo protetto dall’arbitrio. Qui quel limite evapora.

Se allarghiamo lo sguardo alla politica estera di Trump, lo schema si ripresenta ovunque, con impressionante coerenza: Ucraina, Venezuela, Iran, Medio Oriente, Europa. In Ucraina gli aiuti non sono un investimento in libertà, ma una leva negoziale, soggetta a continue revisioni in funzione del consenso interno e delle dinamiche di coalizione. In Iran e in Medio Oriente il richiamo ai diritti civili diventa improvvisamente secondario davanti alla ricerca di assetti di potere favorevoli agli interessi trumpiani. In Europa, la retorica del libero mercato e della cooperazione assume spesso la forma ultimativa del “fai come dico o ti colpisco con tariffe e minacce”.



Questo non è liberalismo: è pressione commerciale e politica travestita da libertà. È liberalismo alla Lucky Luciano. Anzi, non è liberalismo affatto.

C’è poi un altro tratto, tipicamente “the Mob”, dell’approccio trumpiano: la simpatia per i dittatori, finché utili. Il gangster non ama la legalità, ama la stabilità degli affari. Vuole buoni rapporti con le altre “famiglie”. Così Trump mostra rispetto, indulgenza o ammirazione per chi governa senza troppe mediazioni: Putin, Orbán, Erdoğan, e altri capifamiglia del mondo contemporaneo.

Non importa come governino i loro popoli. Importa che mantengano il controllo e sappiano trattare da pari a pari. Qui il liberalismo scompare del tutto: resta una diplomazia muscolare tra uomini forti. La libertà diventa una parola ornamentale, buona per i comizi.
 

Come nel film “Casinò”, con De Niro e Pesci, ora boss, ma con trascorsi da killer di mafia: “Sam, ti ricordi di quei due tizi a Malibù?”. Un colpo alla testa e il deserto che inghiotte tutto. Oggi suonerebbe così: “Vladimir, ti ricordi di quel tizio a Kiev…”.
 

Altro che liberalismo. 





Molti osservatori, dagli analisti politici ai commentatori internazionali, hanno notato questa discrasia costante: da un lato l’evocazione rituale di libertà e democrazia, dall’altro una politica fondata sulla coercizione e sull’imposizione in nome dell’interesse americano, come raramente nella storia della Repubblica stellata. Definire tutto questo “liberalismo” è fuorviante: non si tratta di un progetto coerente di diffusione delle libertà, ma di un uso strumentale del linguaggio liberale a fini di pressione geopolitica.

Non serve molta filosofia per capirlo. Questo modello non nasce da un manuale di dottrine politiche, ma da un contesto sociale preciso: un Occidente affamato di individualismo protetto, welfarizzato se si vuole — anche per responsabilità di una sinistra talvolta più protettiva che emancipatrice — e insieme angosciato da insicurezza, instabilità e disillusione verso le istituzioni. Da qui il refrain demagogico: “destra e sinistra sono la stessa cosa”. È il foyer del fascismo. Altro che liberalismo.

 


In questo clima di confusione, paura e rabbia, il populismo ha offerto una figura paterna: il Padrino-Stato, garante ultimo dell’individuo. Nella retorica trumpiana il cittadino non è un soggetto autonomo dentro una comunità di diritti, ma un individuo in fila per essere ricevuto dal capo, dal capo-famiglia, dal “padre” o meglio ancora dal “padrino”. Un modello che parla di libertà mentre rafforza dipendenza e ricatto: ti proteggo se obbedisci; se no, ti tolgo energia, mercati, alleati. Questo è il cuore del “liberalismo alla Lucky Luciano”: una promessa di libertà incatenata a una logica di punizione.

Inciso dotto. Se avessimo parlato di “liberalismo hobbesiano”, pochi avrebbero capito. Lucky Luciano, invece, lo capiscono tutti. Perché Hobbes? Perché fu il primo tra i moderni a teorizzare lo scambio protezione–obbedienza tra Stato e cittadino. Liberale perché moderno (Bobbio al riguardo scrisse cose non banali…). 


 

Ma non basta essere moderni per essere liberali. In realtà, diciamolo pure, Hobbes teorizzò politicamente il ricatto politico. In tempi di guerra civile Hobbes fu disposto a tutto pur di evitarla, anche all’assolutismo, purché fondato sul consenso di cittadini affamati di sicurezza. Qui sta la sua modernità, il nesso tra popolo sovrano e sovrano assoluto. Lucky Luciano come suo allievo tardivo e pragmatico.

Dal punto di vista teorico, qualcuno ha cercato di ripensare il liberalismo in chiave radicalmente critica. Domenico Losurdo, nella Controstoria del liberalismo (2005), ha mostrato come la tradizione liberale abbia convissuto con schiavitù, razzismo e colonialismo. È una critica storica dalla sinistra radicale: utile per smascherare le ipocrisie, ma non per definire cosa intendiamo oggi per liberalismo politico. Losurdo finisce per fare di Hobbes il fondatore e l’amministratore unico della ditta “Liberalismo & Co.”, operazione scorretta sia sul piano della storia delle idee sia su quello della storia reale.



Per questo né il liberalismo alla Losurdo né quello alla Lucky Luciano sono modelli accettabili. Il primo insiste giustamente sulle violenze rimosse della tradizione liberale; il secondo descrive una pratica geopolitica che usa la parola libertà come strumento di ricatto economico e politico. Entrambi, però, ci impongono una vigilanza: contro le letture ingenue del liberalismo e contro il sequestro del suo linguaggio da parte di pratiche di potere che con la libertà reale hanno poco a che fare.

In definitiva, se vogliamo capire cosa sta accadendo, dobbiamo tenere distinte due cose: la storia critica delle idee — con i limiti e gli errori del liberalismo — e la pratica contemporanea di una politica che usa la libertà come slogan e la coercizione come metodo. Il risultato è una forma di potere che si presenta come liberale ma opera come un padrino geopolitico: persuasivo a parole, minaccioso nei fatti. E che fa sempre “proposte” alle quali lo sfortunato interlocutore di turno non può rinunciare...

Il che dovrebbe essere di  monito per Meloni, Milei, Orbán e ammiratori vari di Lucky Trump. Ma per ora non sembra essere così. Purtroppo.

Carlo Gambescia



venerdì 13 febbraio 2026

La scomparsa di Dario Antiseri: può bastare il metodo contro il potere?

 


Dario Antiseri (1940–2026) è stato un filosofo e metodologo, figura centrale della cultura italiana liberale del secondo Novecento. Non un sistematico, ma una macchina per pensare, instancabile nel ragionare e nel chiarire concetti complessi, pur sempre appassionato e generoso, con la sua simpatica inflessione umbra e le sue mani prensili,  tese a catturare  concetti,  in quel gesticolare copioso di chi vuole convincere.

Si badi però, senza avere alcuna ricetta definitiva in tasca (o quasi…). In ogni caso un metodologo rigoroso, un organizzatore di idee, un interprete e promotore corente del razionalismo critico, soprattutto nella versione popperiana.

Laureatosi a Perugia nel 1963, fu professore, oltre che a Roma e Siena, a Padova e alla LUISS di Roma, dove fu anche preside della Facoltà di Scienze Politiche e fondatore-animatore del Centro di metodologia delle scienze sociali. Non pochi i soggiorni all’estero, tra gli altri Oxford, Münster, Vienna. Tuttora ricordato da colleghi, allievi e studenti, di mezzo mondo, per la sua lucidità, rigore e cordialità, capace di rendere la filosofia concreta e dialogante.

Con Giovanni Reale, importante storico della filosofia antica, collaborò in quasi miracolosa sintonia a un celebre manuale per i licei, diviso nei canonici tre volumi: Antiseri rigoroso e metodico, ma anche appassionato; Reale evocativo e narrativo, pur filologo classico impeccabile. Due vulcani: insieme formarono generazioni di studenti capaci di pensare e sentire la filosofia. Piace ricordarne il titolo originale: Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi (1982).

Il suo merito storico è indiscutibile: si pensi ai non pochi pensatori liberali, di varia tendenza micro-archica e an-archica, studiati, o fatti studiare, sempre con occhio critico, da Hayek e Mises a Rothbard (per citarne solo alcuni); fondatore di collane, patrocinatore di iniziative editoriali con quel kamikaze della cultura liberale italiana di Rubettino (Florindo fu suo allievo alla LUISS). Insomma, un grande divulgatore e affabulatore scientifico, che ha introdotto il marziano Karl Popper in Italia, lo ha spiegato e difeso in un contesto ostile: sua è la cura della prima edizione italiana de La società aperta e i suoi nemici (1973-1974), traduttore Renato Pavetto, per i tipi di Armando editore. Roba da quarto movimento corale della Nona di Beethoven… Il solo pensiero ancora ci emoziona.



Antiseri: un vero liberale su Marte, altro che i fascisti pasticcioni di Corrado Guzzanti. Categorie come fallibilismo, critica, società aperta, liberalismo epistemologico. In un Paese incline ai dogmi – idealisti, marxisti o tecnocratici che fossero – Antiseri ha rappresentato una salutare pedagogia contro l’assolutismo cognitivo. O, se si preferisce, il costruttivismo e l’utopia con le mani regolarmente sporche di sangue. Non è poco, perché il concetto di fallibilità è una sana antropologia che può vaccinare dalla malattia totalitaria.

Lo si è accusato di relativismo. E qui va riconosciuto che il liberalismo di Antiseri è rimasto prevalentemente procedurale, fondato sul metodo più che sull’analisi delle strutture del potere, anche se giustamente scomposte secondo i dettami dell’individualismo metodologico (tra l’altro Antiseri fu amico, ammiratore e promotore di Raymond Boudon). Tradotto: il metodo è tutto, dopo di che ognuno può pensarla come vuole. L’importante è dichiararsi fallibili, rifiutare il concetto della ricetta miracolosa.



Come detto, l’errore cognitivo – il dogmatismo, il costruttivismo razionalista – è per lui il nemico principale. Meno centrale, invece, è l’indagine sulle forme ricorrenti dell’autorità, sulle regolarità storiche, che noi denominiamo metapolitiche, con cui il potere si riproduce anche all’interno delle democrazie liberali. In questo senso, Antiseri ha visto bene il problema epistemologico, ma ha guardato meno a fondo le sue conseguenze politiche. Il costruttivismo come errore di conoscenza è chiaro; il costruttivismo come dispositivo stabile di governo, molto meno. La sua fiducia nel metodo, nella critica razionale, nella correzione progressiva degli errori tendeva a sottovalutare il fatto che certi errori, una volta istituzionalizzati, non si correggono: si consolidano.

L’opera di Antiseri mostra una coerenza interna evidente, ma tale coerenza funziona come pedagogia della moderazione, dove relativismo, fallibilismo e liberalismo si combinano per neutralizzare la critica e rendere accettabile l' ordine sociale. Con alcune caratteristiche, però. Il suo relativismo epistemologico, in Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano (2003),  rischia di diventare una visione del mondo che, depotenziando il giudizio critico, trasforma fede e ragione in strumenti di pacificazione universale.

 


Il fallibilismo, elevato a principio morale e politico in Liberi perché fallibili (1995),  rischia di trasformare la semplice ricognizione della possibile imperfezione delle conoscenze in fondamento universale della libertà e della tolleranza, ignorando però  conflitti di potere e strutture sociali.


La sua idea di razionalità unificata, consolidatasi attraverso lavori come Trattato di metodologia delle scienze sociali (1996), Teoria unificata del metodo (2001), Introduzione alla metodologia della ricerca(2005), sembra sostituire l’analisi dei rapporti sociali e storici con una norma astratta e neutrale, mentre il suo liberalismo aperto al cattolicesimo, come in Liberali. Quelli veri e quelli falsi (1998) e Cattolici a difesa del mercato (2005), rischia di apparire depoliticizzato e pacificato, rendendo il mercato e la convivenza civile spazi naturali e neutri e marginalizzando lo Stato e il conflitto sociale.

 


È indiscutibile che mercato e metodo non siano fattori secondari nella costruzione della società aperta. Anche sulla fede – intesa, se si vuole, come ginnastica etica individuale – si può persino concedere qualcosa. Ma stato e politico non possono essere annullati insieme. Cadono insieme o non cadono affatto. Più precisamente: lo stato è soltanto una delle forme storicamente assunte dal politico, o meglio da quelle regolarità metapolitiche attraverso cui il potere si organizza, si riproduce e si legittima.

Se si cancella lo stato, il politico non scompare: muta forma. Si privatizza, si personalizza, si informalizza. Riappare sotto altre vesti, spesso meno visibili ma non per questo meno efficaci. In assenza di istituzioni pubbliche capaci di mediare, contenere e rendere responsabile il potere, ciò che resta non è uno spazio neutro regolato dal solo metodo, ma un campo di forze occupato da attori capaci di imporre regole senza doverle giustificare pubblicamente.

In questo senso, un liberalismo che rimuove il problema del politico rischia di produrre non l’estinzione del potere, ma la sua metamorfosi in forme opache e personalistiche: un liberalismo senza stato, ma non senza comando; senza diritto pubblico, ma non senza obbedienza. È in questo vuoto che può attecchire ciò che potremmo chiamare, con un neologismo, un "the mob liberalism" (per dirla all'americana): un ordine “liberale” fondato su rapporti di forza privati, fedeltà personali, immunità di fatto, dove il mercato non disciplina il potere ma lo legittima retroattivamente. Un liberalismo alla Lucky Luciano o alla Donald Trump, non come degenerazione accidentale, ma come esito plausibile di una teoria, o meglio dottrina, soprattutto nella sua versione an-archica, che crede  nel valore del metodo (da solo) per neutralizzare il politico.


 



Probabilmente Antiseri sapeva benissimo che l’ultima parola sullo Stato l’aveva detta Adam Smith, quando parla di “funzioni politiche riservate allo stato”: difesa nazionale, amministrazione della giustizia e fornitura di opere pubbliche essenziali. Come riflesso - ecco il punto -  di regolarità metapolitiche. Probabilmente Antiseri non aveva letto Julien Freund, oppure l’aveva letto e accantonato. Di qui la scelta di un rifugio metodologico, magari, come consolazione, con l’aiuto di Dio.


Questo interesse per la religione non è un capitolo secondario o laterale del pensiero di Antiseri, ma ne rivela anzi il punto di massima coerenza e insieme il suo limite. Il modo in cui Antiseri pensa il cristianesimo come scelta esistenziale sottratta alla confutazione riproduce, sul piano religioso, la stessa strategia adottata sul piano politico: delimitare rigorosamente i confini del discorso razionale per disinnescare il conflitto, neutralizzando il potere non attraverso la sua analisi storica, ma attraverso una sua sospensione metodologica. La fede, come il liberalismo, viene così sottratta allo scontro e ricollocata in uno spazio di compatibilità universale, dove il problema non è più chi governa o con quali dispositivi, ma come si argomenta. È qui che la scelta epistemologica rischia di diventare implicitamente una scelta politica.




Tuttavia, il suo interesse non era solo empatico o teologico, ma epistemologico: mostrare che la fede non è una forma di sapere concorrente alla scienza, bensì una scelta esistenziale razionalmente legittima perché sottratta alla logica della confutazione. In questa chiave ha difeso un cristianesimo non dogmatico, pascaliano, compatibile con il pluralismo e con la società aperta. Anche qui, però, il suo approccio ha privilegiato la chiarificazione dei confini del discorso più che l’analisi delle implicazioni storiche e politiche della religione come forma di potere.

Antiseri è stato dunque un liberale coerente, onesto, mai cinico. Ma anche un liberale che ha creduto che il buon metodo potesse bastare a contenere il cattivo potere. Per capirsi: che il totalitarismo si combattesse tirando i libri in testa ai dittatori. Lo si vada a raccontare a Putin, Trump e sodali. E purtroppo proprio la storia recente suggerisce che non è così semplice. 


 

Antiseri resta una figura importante, necessaria, formativa, ma più come coscienza epistemologica del liberalismo che come suo analista politico. Ha insegnato a pensare meglio; non sempre a vedere più a fondo. Metapoliticamente più a fondo.

Ma solo la pagina bianca resta priva di errori. E Antiseri ha veramente scritto tanto. Troppo, secondo alcuni suoi detrattori. Pettegolezzi dei soliti stitici del pensiero. Anche liberale.

Carlo Gambescia

giovedì 12 febbraio 2026

Migranti. Il razzismo come la più alta forma di democrazia

 


Il titolo può apparire provocatorio. Ma come è possibile, si dirà, se la democrazia è l’esatto opposto del razzismo? In realtà, storia e sociologia insegnano che le buone intenzioni non bastano. Perché esistono gli effetti imprevisti delle azioni sociali.

Spiegheremo tutto. Chiediamo al lettore solo un pizzico di pazienza.

Il Parlamento europeo ha approvato nuove regole che rendono più agevole per gli stati membri trasferire migranti verso paesi terzi, anche in assenza di legami diretti con quelle nazioni (Albania, ad esempio). La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha presentato queste proposte e ne ha sostenuto l’approvazione. L’obiettivo dichiarato è la creazione di centri di gestione extraterritoriali: strutture formalmente legali in cui i diritti politici dei migranti vengono sospesi e la loro presenza rigidamente amministrata (*).



Dietro la neutralità istituzionale della Commissione si intravede una logica già sperimentata dai governi più duri sul piano migratorio: la strategia “albanese” di Giorgia Meloni, non è più un’eccezione, ma un modello progressivamente recepito da Bruxelles. Non si tratta di una conversione ideologica, bensì di un adattamento sistemico: la democrazia, inseguendo consenso e paura diffusa, finisce per legittimare pratiche illiberali.


Se ci si passa la battuta: si dice von der Leyen, ma si legge Meloni. La destra non viene più contenuta, viene confermata. I nuovi “centri” per migranti mostrano come una democrazia moderna possa produrre istituzioni illiberali senza colpi di stato né sospensioni costituzionali, ma semplicemente seguendo la volontà popolare e dotandosi di un lessico sufficientemente neutro e di un diritto motorizzato, capace di recepire, in modo elastico, i “desiderata” della gente comune. Che male c’è si dice? Il popolo non è forse sovrano? Ovviamente qualsiasi riferimento all’incessante propaganda razzista, che precede e accompagna tutto questo, è puramente casuale.





Un passo indietro. Ursula von der Leyen non è un’estremista di destra. Non è una sovranista, non è una populista, non è una figura marginale del sistema politico europeo. È, al contrario, una delle sue espressioni più compiute: moderata, istituzionale, tecnocratica, perfettamente integrata nell’establishment dell’Unione. Proprio per questo quanto sta accadendo va preso sul serio, come un vero sintomo politico.

Ripetiamo: quei “centri”, al netto dell’eufemismo, sono strutture di confinamento extraterritoriali. Luoghi in cui persone prive di diritti politici vengono concentrate, trattenute, amministrate. Non spazi di accoglienza, ma di sospensione: dello status giuridico, delle garanzie, della visibilità pubblica. L’aspetto più ripugnante è quello del migrante reso invisibile, che non deve neppure sfiorare il suolo italiano, quasi lo contaminasse fisicamente: razzismo neppure spirituale (come quello evoliano, evocato da generazioni di neofascisti, come “ buono” rispetto a quello nazista, “cattivo”), ma biologico.

 


E tutto questo viene decretato per legge. Quindi, non è illegale dal punto di vista del diritto positivo: lo stesso che permetteva ai giudici nazisti, di spogliare “legalmente” gli ebrei di ogni diritto. Ed è proprio questo il punto decisivo: sono dispositivi pensati per essere legali, compatibili, normalizzabili. Che male c’è? Io giudice, applico il diritto. Nazista.

Se una figura come von der Leyen accetta questo impianto non lo fa per convinzione ideologica. Lo fa per ragioni molto più banali e, insieme, più inquietanti: il consenso elettorale. Una parte consistente dell’opinione pubblica europea, sotto effetto della propaganda razzista, grazie alla quale la destra macina voti su voti, chiede controllo, distanza, esternalizzazione. Chiede che i migranti spariscano dalla vista. 

Proprio come gli ebrei nella Germania nazista. Non dimentichiamo che Hitler prese una montagna di voti. In democrazia, ignorare stabilmente queste domande ha un costo politico. E allora, anche il politico moderato, per sopravvivere, si adatta.

 


Ma è qui che si consuma l’errore classico dell’establishment. Nell’illusione di normalizzare la destra, se ne assumono temi, linguaggi e soluzioni, convinti di svuotarla di forza. È una strategia già vista, e già fallita. L’effetto reale non è la marginalizzazione delle posizioni estreme, ma la loro legittimazione. Quando ciò che ieri era radicale diventa oggi “discutibile”, domani diventa praticabile. La finestra si sposta, e con essa il baricentro del sistema politico.




A rendere il quadro ancora più chiaro è il disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri (**) . Presentato come semplice attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il testo rafforza in realtà una linea già ben visibile: più poteri allo stato per impedire o limitare l’ingresso in acque italiane delle navi che trasportano migranti (chiamalo se vuoi blocco navale: il "Secolo" gongola...), sanzioni e confische contro chi non si adegua, procedure di asilo ed espulsione accelerate. 

 


Soprattutto, il Ddl rende strutturale e giuridicamente “normale” il ricorso a centri di trattenimento in paesi terzi, sul modello albanese (veri e proprie prigioni), trasformando quella che era stata presentata come un’eccezione in una pratica ordinaria.

Ciò che a Bruxelles viene formulato in linguaggio tecnico e apparentemente neutro, a Roma diventa norma operativa: non due politiche diverse, ma la stessa politica, espressa con registri differenti. Ciò che a Bruxelles viene formulato in linguaggio tecnico-istituzionale, a Roma diventa norma operativa. La distanza tra il modello europeo e quello italiano, e viceversa, non è più politica, ma puramente lessicale.

È qui che cade l’illusione consolatoria secondo cui simili politiche sarebbero il frutto di una deriva autoritaria esterna alla democrazia. Al contrario: ne sono un prodotto interno. Non è l’autoritarismo che si impone alla democrazia; è la democrazia che, per non perdere voti, incorpora pratiche autoritarie. Non per errore, ma per una forma di razionalità legata a due precise regolarità metapolitiche: 1) la persistenza del potere, come sua incessante ricostituzione; 2) la presenza del ciclo politico, come conquista, conservazione, perdita del potere.

 


In sintesi: si va verso il popolo per non perdere il potere, faticosamente conquistato. È in questa razionalità di fondo, non in una presunta emergenza sociale-autoritaria, che vanno lette le politiche di esclusione: come scelte pienamente democratiche, orientate alla gestione del consenso e alla riproduzione del potere. Il razzismo come la più alta forma di democrazia. Che male c’è? Lo vuole Dio, pardon il Popolo Sovrano.

Una razionalità che produce esiti irrazionali. Si segua il ragionamento: ci troviamo davanti a un classico effetto imprevisto delle azioni sociali. La democrazia moderna nasce per limitare il potere arbitrario e per accrescere la libertà attraverso il consenso. Ma quando la volontà popolare si sgancia dallo Stato di diritto, quando i diritti diventano negoziabili e subordinati all’umore maggioritario, il meccanismo si rovescia. Ciò che era stato costruito per espandere la libertà finisce per ridurla. Non diciamo nulla di nuovo: sulla tirannia della maggioranza un grande liberale come Tocqueville ha detto tutto. Sono gli uomini ad avere la memoria corta.

I campi per migranti in Paesi terzi, come l’Albania, non sono un’anomalia. Sono la dimostrazione che una democrazia può produrre istituzioni illiberali senza uomini forti né rotture istituzionali. Bastano elezioni regolari, paura diffusa, un lessico sufficientemente neutro, un diritto – per capirsi – umorale.

Quando la democrazia viene ridotta a puro meccanismo di aggregazione delle preferenze, senza ancoraggio a principi indisponibili, senza Stato di diritto, senza quel rispetto liberale per le minoranze e i diritti dell’uomo, non scompare: si trasforma nel suo contrario.

 


Siamo di fronte a un tradimento dei valori liberali e all’esaltazione della democrazia nella sua peggiore forma maggioritaria. Lo vuole il popolo, ecco il mantra. Si chiama anche demagogia. E anche questa non è una novità. Aristotele docet.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: i campi non come eccezione ma come regola.

Ripetiamo: come la più alta forma di democrazia.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://europa.today.it/deep/europa-espellere-migranti-asilo-modello-albania.html .

(**) Qui: https://ageei.eu/immigrazione-ecco-il-ddl-patto-ue-su-migrazione-e-asilo-il-testo/ Per una sintesi giornalistica: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/02/11/via-libera-del-consiglio-dei-ministri-al-ddl-sullimmigrazione_42b9ae8d-b3fc-4d51-99c7-df778c2abb99.html .

mercoledì 11 febbraio 2026

Foibe: la memoria senza responsabilità

 


Ieri si è celebrato il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. Con discorsi e interventi della premier Meloni, La Russa e altri membri di Fratelli d’Italia e alleati di governo. Si condannano negazionismi e si esalta la memoria nazionale.

In realtà, questa retorica serve soprattutto a dare l’immagine di uno Stato italiano che ricorda le vittime delle foibe e gli esuli giuliano-dalmati, ma ignora sistematicamente la responsabilità storica dell’Italia fascista. Rinvia a una memoria divisa e divisiva.

Sono in gioco due interpretazioni della storia italiana contemporanea. Da una parte coloro che vedono nel 1945 una ingiusta sconfitta, disprezzando, nella sostanza, tutto ciò che verrà dopo: i fascisti e i loro eredi oggi al governo. Dall’altra coloro che scorgono nel 1945 la giusta vittoria delle libertà contro il fascismo, e che invece apprezzano, magari con sfumature politiche diverse, tutto ciò che verrà dopo: una società aperta e liberale.



L’antifascismo non è un valore inventato a tavolino da comunisti, professori, attori e cantanti, come scrive oggi la stampa organica al governo di destra, ma rimanda a un fondatissimo giudizio sulla storia italiana contemporanea.

Perciò non è in gioco il solo silenzio postbellico chiamato in causa in modo ossessivo da Fratelli d’Italia e alleati per attaccare quello che ormai è il capro espiatorio della destra: l’odiata sinistra colpevole di tutti i mali italiani, argomento già motivo conduttore storico del fascismo. C’è dell’altro, perché le violenze contro le minoranze slovene e croate sono documentate e concrete e sono di prova al truce volto oppressivo del fascismo, ieri come oggi.



Negli anni Venti e Trenta, i fascisti italiani perseguitarono le popolazioni slovene e croate residenti in Istria, Dalmazia, Trieste, Gorizia e Fiume. Bruciarono centri culturali: il protosimbolo più eclatante è il rogo della Narodni dom (Casa del popolo) di Trieste nel 1920, compiuto da squadre fasciste alle loro prime prove: cuore della lingua e dell’identità slovena in città. In seguito chiusero scuole e associazioni, imposero la sostituzione di nomi di strade e toponimi, intimidendo chi osava parlare la propria lingua o conservare la propria identità.

Durante la Seconda guerra mondiale, alcuni fascisti collaborarono con i nazisti nei rastrellamenti e nelle deportazioni di civili, intellettuali, ebrei e partigiani, soprattutto nelle aree di confine e durante la Repubblica Sociale Italiana. Queste violenze non erano casuali: si inserivano in un’ideologia più ampia, quella della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia usciva dalla Prima guerra mondiale tradita e privata di territori che le sarebbero spettati. Quel mito — promosso da nazionalisti e fascisti — servì come giustificazione per aggressioni, annessioni e repressioni delle minoranze, trasformando rancore e frustrazione in un vergognoso vettore politico di violenza e dominio.



C’è un’altra cosa che spesso si dimentica. Dopo la Prima guerra mondiale non era scontato che l’Italia si incamminasse solo sulla strada nazionalista e fascista. Esisteva un filone di interventismo democratico, rappresentato da figure come Gaetano Salvemini, Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi e democratici di vario colore politico, tra cui Guglielmo Ferrero, Alcide De Gasperi, e altri ancora, che proponevano di guardare alla pace e ai nuovi assetti europei come un’opportunità di dialogo e cooperazione con le popolazioni slave e con la nascente Jugoslavia, invece che come rivendicazione nazionalista a qualunque costo.

Un episodio che incarna bene il contrasto tra queste forze e la spinta nazionalista/fascista avvenne nel gennaio 1919 a Milano, quando Bissolati venne contestato e fischiato durante un comizio, con in prima fila gruppi legati ai futuristi e a nazionalisti, che nel successivo 23 marzo, e poi più copiosamente dopo la marcia su Roma confluirono nel fascismo. La frattura interna al fronte interventista stava diventando un conflitto politico aperto, che favoriva l’ascesa delle forze più aggressive e reazionarie.

In sostanza, mentre molti nazionalisti e  non pochi futuristi cavalcavano il mantra della “vittoria mutilata” per alimentare risentimento e rivalse, una parte significativa di democratici vedeva nell’esperienza bellica — e nel dopoguerra — l’opportunità di un’Italia più aperta e dialogante con i popoli vicini. Quella corrente fu progressivamente marginalizzata o schiacciata dai fascisti e dai nazionalisti, e il vuoto lasciato da questa alternativa democratico-riformista contribuì alla deriva autoritaria. Una  frattura politica che ancora oggi pesa come un macigno sulla storia italiana.



Per capire meglio le responsabilità storiche, è utile distinguere i diversi contesti della regione. Durante il fascismo (1922–1943), i fascisti italiani perseguitarono le minoranze slovene e croate, imponendo italianizzazione forzata e violenze fisiche, culminate nella guerra in collaborazione con i nazisti nei rastrellamenti.

In Croazia, sotto Pavelić (1941–1945), il regime ustascia, nella forma cattolicissimo ma di stampo addirittura nazista più che fascista, perseguitò principalmente serbi, rom, ebrei e oppositori politici, mentre gli italiani, va ricordato, intervennero solo in alcune zone di Dalmazia, svolgendo attività di controllo e repressione della resistenza locale, senza essere protagonisti della persecuzione sistematica dei croati stessi.



Quanto ai serbi, durante l’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), i fascisti italiani non adottarono una politica di sterminio, come fecero ustascia e nazisti, ma agirono da potenza occupante repressiva, internando civili, collaborando con milizie locali (Cetnici, ad esempio), quando utile, e ricorrendo senza scrupoli alla violenza contro popolazioni considerate ostili.

Infine nei casi di collaborazione italo-tedesca, come nella fase successiva al 25 luglio e all’Armistizio (1943-1945), fascisti italiani affiancarono i nazisti nelle repressioni contro sloveni e croati sospettati di resistenza, contribuendo direttamente a deportazioni e morti. Infine dietro l’eccidio delle foibe si ritrovano come esecutori sloveni, croati, serbi, tutti sotto comando jugoslavo ( i “titini”), mossi più dall’ideologia comunista e dalla conquista dello stato che dall’etnia pura. Tito, futuro presidente a vita della Repubblica, era di origini croate-slovene. Il clima era quello della guerra civile europea: tutti contro tutti, e in mezzo gli innocenti. Purtroppo.



Pertanto tra le vittime delle foibe non tutti erano affiliati al fascismo, e comprendevano individui di ogni età, sesso e professione. Analogamente, gli esuli giuliano-dalmati persero beni e radici per eventi politici al di fuori del loro controllo, confermando la dinamica, nota nella storia delle società in conflitto, per cui le tensioni e le violenze ricadono spesso su soggetti innocenti (“chi semina vento raccoglie tempesta”).

Eppure oggi Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Fratelli d’Italia parlano di memoria nazionale, come se bastasse dichiarare il ricordo per lavarsi la coscienza. Non collegano la tragedia delle foibe alle radici ideologiche italiane, al nazionalismo espansionista, all’ossessione per la “vittoria mutilata” che giustificava violenze e italianizzazione forzata.

Si parla solo della “congiura del silenzio”, facendo finta di ignorare tutto quel che c’è dietro la reazione contro gli italiani. La memoria, per essere seria, non può limitarsi a commemorare chi ha subito, spezzando la catena delle conseguenze, dimenticando chi ha cominciato per primo: in questo caso i fascisti.

E qui ritorniamo al giudizio negativo sulla storia contemporanea dei fascisti dopo Mussolini, come frutto di una sconfitta che deve essere vendicata.



La Meloni e Fratelli d’Italia trasformano il Giorno del Ricordo in uno strumento di legittimazione politica, di un fascismo lavato dai suoi gravissimi peccati, ma non pentito, ignorando, ripetiamo, la responsabilità storica concreta dei fascisti italiani. Usano le foibe come vetrina, senza mai assumersi il peso delle colpe che furono della dittatura fascista.

Questa ipocrisia istituzionale non è solo propaganda: è la continuità di una narrazione di comodo, tutta fascista, che cancella la storia vera e tradisce la memoria delle vittime. Tutte le vittime, italiane e non.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia minima

Marina Cattaruzza, L’ Italia e Il Confine Orientale: 1866 – 2006, il Mulino, 2007 (rigoroso); Raoul Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Editori Laterza, 2021 (grande equilibrio); Jozo Tomasevich, War and Revolution in Yugoslavia 1941–1945: Occupation and Collaboration, Stanford University Press, 2002 (ottocento pagine di ricche ricostruzioni e analisi, mai troppe su un argomento così importante, ma probabilmente sufficienti per scoraggiare la traduzione italiana).