venerdì 27 dicembre 2013

Si fa presto a dire felicità




Se per un uomo,  come mostrano alcuni millenni di letteratura morale,  è così difficile  sentirsi e dirsi felice, come è possibile scoprire quando, quanto e come  sia felice un intero popolo?  Un mega-aggregato di uomini, talvolta indecisi a tutto… O addirittura  stabilire  “graduatorie della felicità” tra  popoli  dalle tradizioni differenti?
Certo, le tecniche d’indagine sociologica hanno fatto passi  enormi.  Come del resto le conoscenze statistiche. Per non parlare della scontata espansione delle burocrazie pubbliche, autentiche  cavallette divoratrici di informazioni sulla cittadinanza: dal reddito dei nonni alle malattie dei nipotini. Ora, questi  “fabbricatori”  della  felicità (altrui) ci dicono, ad esempio, che i Colombiani sono più felici degli Italiani (  http://www.comequando.it/i-paesi-piu-felici-del-mondo/ ).  Perfetto. Ne siamo  contenti  per i primi  e dispiaciuti per i secondi.  Ma le cose stanno proprio così? Che cos’è  la felicità per gli uni e per gli altri?  Un pasto ricco e vario tutti i giorni? (spesso impresa non facile  quando  manchino  lavoro e reddito sicuro).  O l’ acquisto di  un costoso  telefonino ultimo tipo? (come accade dove invece abbondano possibilità professionali  e reddito certo).
Forse, innanzitutto, si dovrebbe   stabilire  che cosa sia la felicità?  Qui però  ritorniamo al punto di partenza… Nel  Settecento le carte di  indipendenza e delle libertà costituzionali  votate  da  parlamenti in parrucca  sancirono il diritto alla felicità,  o quantomeno il diritto alla ricerca della felicità.  Nell’Ottocento il popolo scapigliato  salì sulle barricate provando a  conquistarlo.  Nel Novecento  felicità fece prima rima con  le  uniformi  militari  e  di partito (unico),  poi con la pensione, le  ferie pagate,  l’ assistenza medica gratuita e il consumismo.  Ma non ovunque. 
Infine, nel nuovo secolo sembra che il diritto alla felicità sia diventato un dovere:  il dovere di essere felici… Di qui,  dando per scontato  che l’uomo non cerchi altro, dotte inchieste  e  conseguente  “fabbricazione” di indici e graduatorie. Che tristezza…


Carlo Gambescia  

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