venerdì 29 agosto 2014

 Il selfie, dio,  la carne e il diavolo



Sorridono felici, sapete chi sono?  Scafisti, poi arrestati dalla polizia italiana, che prima di partire con il solito carico di disperati, si sono  concessi un  selfie sulla plancia della loro bagnarola.  Poveracci. Ma anche Obama,  che proprio povero  non è,  mostra di gradire l'autoscatto.
Inutile fare i moralisti,  il selfie cattura l’attimo fuggente in un universo sociale dove tutto scorre a duecento all'ora.  Altro che capitano mio capitano... Si è soli in pista.  E tutto corre per per tutti: dallo scafista mascalzone al presidente del politicamente corretto. Non è una questione di “liquidità”, come asserisce quel chiacchierone mai veramente pentito di Bauman,  ma di solidità. Certo, dell’immagine  e dello stile di vita. È il capitalismo bellezza: con una mano dà con una mano toglie. A differenza del comunismo che ti toglieva tutto, arrivederci e grazie.  
Anche perché la volontà di lasciare un segno, fosse pure un autoscatto, è lì da sempre,  più forte di qualsiasi rappresentazione, liquida o meno, della società:  dietro il selfie si nasconde  quella fame di eterno, che da migliaia di anni taglia in due  l'anima dell'uomo, lasciandola sospesa tra cielo e terra. Ovviamente il selfie è terra terra.  Nel senso che appaga la carne: mi selfo dunque sono.   E lo spirito? A quello ci pensano i network sociali, naturale pendant dell'autoscatto: reti che però  più che comunicare giudicano e che perciò rappresentano dio nell’epoca della riproducibilità tecnica. O il diavolo?                  
Carlo Gambescia

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