martedì 28 giugno 2022

Il “Bibbidi Bobbidi Boo” del price cap

 


Il price cap rinvia a concetti e scelte tecniche che non tutti sono in grado di capire, a cominciare dagli stessi giornalisti economici. Sicché, Mario Draghi, dispiace dirlo, gioca su queste difficoltà cognitive. Come la fatina di Cenerentola. Insomma, il price cap come una specie di “Bibbidi Bobbidi Boo”.

Un passo indietro. Il price cap, o “prezzo controllato” dell’ energia, fu “reinventato” in Gran Bretagna, durante i primi anni del governo di Margaret Thatcher per gestire i prezzi delle imprese pubbliche privatizzate ed evitare che assumessero posizione dominante sul mercato. Quindi si trattava di una misura, che almeno in teoria, doveva favorire la libera concorrenza. Si stabiliva un prezzo rimunerativo, che per un periodo di tempo, da tre a cinque anni, non poteva essere superato, per evitare sovrapprofitti e favorire così la concorrenza tra i vari fornitori, in particolare quelli che riuscivano a produrre addirittura al di sotto del price cap.

Fu elaborato dal professor Stephen Littlechild, all’epoca sconosciuto economista, su richiesta della Lady di Ferro. A un certo punto però, la Thatcher, che sulla misura aveva ceduto, semplificando, alla sinistra del partito, si accorse che il sistema non funzionava, perché i prezzi fissati erano comunque favorevoli alle imprese privatizzate e disincentivavano la concorrenza. Inoltre il meccanismo, era farraginoso (commissioni, sottocommissioni, eccetera). Però la “baracca” rimase in piedi, fu ereditata dai laburisti e dura tuttora, nella veste welfarista di bolletta calmierata per i consumatori “in condizioni di povertà energetica”.

Si noti come una misura nata per incrementare il libero mercato, si sia trasformata nel tempo in un forma di sussidio sociale al consumo. Però, ecco il punto: chiunque non conosca l’intera storia può continuare a credere di essere davanti addirittura a una misura liberista. Ecco qui il “Bibbidi Bobbidi Boo” di Mario Draghi.

Infatti, a prima vista non si capisce bene quale sia la relazione tra il price cap thatcheriano e il price cap, semplificando laburista. In realtà c’è ma sul filo dell’ambiguità. Ci spieghiamo meglio.

Se l’ipotesi rinvia al price cap thatcheriano, la si interpreta come una semplice misura rivolta a tagliare i profitti delle imprese, stabilendo un limite massimo all’ acquisto di gas russo. Però parliamo di un concorrente non interno ma esterno al sistema. Chi pagherà la riduzione dei profitti delle imprese, se manca la redistribuzione interna tra bravi e meno bravi nei profitti come nell’ipotesi, per così dire, thatcheriana ? Lo stato, of course. E qui la Lady di Ferro si incazzerebbe (pardon).

Se l’ipotesi rinvia invece al price cap laburista, significa semplicemente che lo stato finanzierà in bolletta la differenza tra prezzi reali e prezzi amministrati. Si parla, con la mano sul cuore, come Draghi appunto, del price cap in favore del consumatore “in condizioni di povertà energetica”: per la stessa serie dei “meno fortunati”… Anche qui però pagherà lo stato, of course. Senza neppure alcuna ombra di ritorno alla libera concorrenza.

Ricapitolando, l’introduzione del price cap, non è una misura per favorire la concorrenza, ma per costringere le imprese a non comprare gas russo e per sovvenzionare i consumatori a rischio. Si tratta di una misura dirigista, per alcuni giustificata dalla guerra.

Quel che però infastidisce è il “Bibbidi Bobbidi Boo” di Draghi, che giocando sull’ignoranza cognitiva degli stessi addetti ai lavori, la presenta come una misura perfettamente in linea con l’economia di mercato. Cosa che non è.

Il price cap danneggerà la Russia? Qui viene fuori la natura ambigua del provvedimento. Perché, alla fin fine, il danno che può essere provocato dipende dalla natura quantitativa dei tagli e dalla capacità nel tempo (nel tempo, si faccia attenzione) di sovvenzionare i consumatori. Due fattori divergenti, ma correlati: perché quanto più si taglia tanto più si sovvenziona. Pertanto, sullo sfondo del price cap si intravede l’ombra del razionamento energetico, che in qualche misura è il Convitato di Pietra, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Altro che price cap.

Attenzione, qui si rischia il  razionamento ad infinitum per danneggiare i russi, anche giustamente, ma in una guerra non dichiarata che però  ha tutte le caratterisitiche della guerra dichiarata. Per capirsi; come se Churchill, avesso detto ai suoi tempi, vi prometto lacrime e sangue ma non  siamo in guerra con la Germania. 

Ciò significa, per tornare a noi,  che la guerra non è mai cominciata e che  perciò non può mai finire. Capito come siamo messi? 

Perché invece non parlare chiaramente alla gente? Perché usare il “Bibbidi Bobbidi Boo” ?

Per la semplice ragione che a livello politico non si sa ancora bene che linea adottare nei riguardi della Russia: non si vuole fare la guerra, ma neppure si riesce a fare la pace. Si combatte, per “interposto stato”, l’Ucraina, fornendo però armamenti in misura limitata. Perché in fondo si spera che la Russia si stanchi, e faccia un passo indietro: però non si sa come e quando.

Di qui, il pericolo del razionamento ad infinitum, perché non c’è una linea strategica precisa. Se ci si passa la battuta, come capita di leggere sui social, “nessuno ci dice di che morte moriremo”… Ci si balocca con il price cap. E intanto il tempo trascorre.

Abbiamo parlato più volte di strategia della lumaca. Che discende direttamente dal fatto di non sapere quando la guerra finirà. O meglio dal non voler sapere, perché si preferisce andare avanti, giorno dopo giorno. In fondo, cosa che non si dice ma si pensa, sono gli ucraini a morire sotto le bombe russe.

Questa mistura di cinismo e vigliaccheria spiega però i giochi di parole tipo price cap. Un’arte, anche per guadagnare altro tempo, in cui Mario Draghi sembra essere maestro. O se si preferisce, il vero mago del “Bibbidi Bobbidi Boo”.

Carlo Gambescia

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