sabato 25 giugno 2022

“Diritto di aborto”, liberalismo e democrazia, una riflessione

 


Si chiamano anche guerre culturali. Sono una specie di anticipazione della guerra civile e di religione, come un tempo, neppure troppo lontano, quando ci si scannava in nome di dio.

Un esempio? La Corte federale Usa ha annullato la sentenza che da cinquant’anni dava copertura federale alle interruzioni di gravidanza. Perciò ora i singoli stati, possono limitare ciò che polemicamente, dai difensori come dagli avversari, viene chiamato diritto di abortire. Che tutti insieme – parliamo di avversari e difensori – oggi celebrano o condannano, con riflessi ideologici in tutto l’Occidente, come provano i titoli caldi dei giornali di mezzo mondo come pure le crude polemiche social.

Qual è il segreto storico del liberalismo? Di evitare le guerre civili. Insomma di circoscrivere i conflitti di opinione nell’ambito di un tollerante relativismo. Di lasciare che sul piano della vita privata siano i singoli a decidere, a maggior ragione quando si tratti di questione intime come quella di mettere al mondo o meno un figlio. La modernità liberale si è estrinsecata nella vittoria della decisione privata su quella pubblica.

Ovviamente, fin quando è stato possibile. E qui veniamo a un altro aspetto della modernità, contrastante con quello liberale: l’aspetto democratico-ugualitario.

Qual è l’errore storico della democrazia ugualitaria ? Di legiferare su tutto, pubblico e privato, in nome di un’uguaglianza, rappresentata da diritti uguali per tutti, diritti che però riflettono il voto di maggioranze che pretendono di saperla più lunga della minoranze. Come anticipato, la democrazia maggioritaria è l’esatto contrario della modernità liberale, perché punta alla vittoria della decisione pubblica su quella privata.

La magistratura, che dovrebbe essere a guardia della modernità liberale, cioè del diritto privato, si è così trasformata nella lunga mano del diritto pubblico. Nel senso della difesa delle decisioni prese da una democrazia maggioritaria che scorge nell’estensione del diritto pubblico la sua finalità.

In questo contesto democratico-ugualitario, di certo, ripetiamo, non liberale, il problema non è più ( e non solo) il contenuto di ciò che si decide, il diritto o meno di abortire, ma la forma, il come, dove e quando esercitare tale diritto. Che cosa ha decretato la Corte federale? Che i singoli stati, quindi un’entità pubblica, non l’individuo privato, possono decidere o no in merito. Per dirla in maniera diversa: il diritto di abortire o meno diventa una gentile concessione dello stato allo cittadino.

Sicché il diritto privato diventa una risorsa politica maggioritaria, che inevitabilmente si tramuta in diritto pubblico. Di qui, l’altrettanto inevitabile conflitto culturale, pronto a tradursi in guerra civile tra minoranze, disposte a tutto, pur di diventare maggioranze e così poter legiferare trasformando in diritto pubblico, opinioni private, se non intime, come quella di decidere se mettere o meno al mondo un figlio.

Come se ne può uscire? Lasciando che le persone, nel loro intimo, decidano liberamente cosa fare in base alle proprie idee private di bene o male: quindi depenalizzare ma anche non legiferare. L’aborto non va punito né celebrato. Rinvia, come decisione, alla sfera individuale, diremmo intima, quindi, prepolitica e pregiuridica. La decisione individuale è qualcosa che è al di là del bene e del male in chiave giuridico-pubblica. Siamo davanti a un fatto privatissimo. E come tale deve essere trattato, lasciando al singolo la libertà di decidere o meno, come, dove, quando. Parliamo di una società libera e aperta, in grado di offrire servizi scalari di mercato. La nostra non è una società patriarcale: quindi, ripetiamo, non vieta e non celebra, ma fornisce, privatamente, su richiesta del singolo, servizi.

Una decisione che se però viene limitata in nome del bene o del male, non è più tale, perché inevitabilmente rimanda a una qualche forma di articolazione giuridica pubblica rivolta a stabilire, al posto dell’individuo, ciò che è bene e ciò che è male. Il che riconduce alle guerre culturali, civili, eccetera, sui diritti come risorse politiche maggioritarie da scagliare come pietre contro le minoranze di turno.

Ovviamente privilegiare la decisione, come fatto privato, in una società welfarizzata, democratico-ugualitaria, dove il privato è una pura e semplice concessione del pubblico, resta molto difficile, se non impossibile.

Oggi infatti prevale l’idea, in fondo socialista, che l’individuo, soprattutto per ragioni economiche, sociali ed educative, sia incapace di decidere da solo. Di qui, la necessità di strutture pubbliche che lo educhino ad essere libero. Strutture burocratiche che inevitabilmente, come nel caso della prevalenza del diritto pubblico sul privato, si sostituiscono alle libere decisioni del singolo.

Incredibile. Più si proclama la libertà del singolo più lo si incatena alle decisioni di giudici e commissioni, più si tradisce la modernità liberale, più ci si scontra in guerre culturali sull’appropriazione di risorse giuridiche pubbliche che il welfarismo imperante tramuta automaticamente in diritti sociali “somministrati” dalle Asl.

Ecco il vero problema. Altro che essere pro contro il diritto di interrompere la gravidanza.

Carlo Gambescia

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