martedì 7 giugno 2011

 Così  Giuseppe Roma del Censis 
Giovani? In via di estinzione


I giovani sono in via di estinzione? Pare proprio di sì. Infatti, secondo il direttore del Censis, Giuseppe Roma, ascoltato dalla la Commissione lavoro pubblico e privato, «negli ultimi 10 anni, dal 2000 al 2010 abbiamo perso più di 2 milioni di cittadini di età compresa tra i 15 e i 34 anni » (*).
Quindi nei prossimi anni non si porrà più la questione giovanile? Troppo comodo, invece si porrà, eccome. Perché la disoccupazione tra i nostri giovani , già elevata, non cesserà di crescere. E per alcune ragioni di fondo : mancato raccordo tra scuola e lavoro; crescente presenza sul mercato di giovani immigrati che accettano di fare lavori rifiutati dai coetanei italiani (ma fino a un certo punto come vedremo più avanti…); fuoriuscita, non facile, dalla crisi economica; nonché il declinante stato patrimoniale e reddituale delle famiglie italiane. Certo, per ora ancora in grado di sostenere figli, spesso economicamente prigionieri di lavori flessibili. Ma fino a quando?
Qui però è interessante notare quel che sta accadendo il Spagna, paese con il tasso europeo di disoccupazione giovanile (15/24 anni) più elevato, il 42 per cento ( in Italia, 29 per cento). Dove i giovani, i cosiddetti indignados, sono scesi in piazza per protestare. Parliamo dei giovani spagnoli che hanno portato nelle piazze cittadine la propria rabbia contro precarietà e crisi economica (come a Plaza de Catalunya a Barcellona e a Puerta del Sol a Madrid) . E all’insegna di ciò che in Italia chiamiamo, spesso impropriamente, antipolitica.
Ma da noi che si fa per i giovani? Poco. Perciò, come del resto è già accaduto lo scorso autunno nelle scuole, gli indignados potrebbero risvegliarsi anche nello Stivale. È nostra impressione che i politici di destra e sinistra credano troppo nella bontà - si fa per dire - del modello italiano, una miscela economica che si compone di tre elementi: decrescita della popolazione in età giovanile; crescente aiuto familiare ai «bamboccioni» (loro malgrado); lavori considerati come servili, e per questo svolti da un numero crescente di giovani immigrati. Su questo’ultimo aspetto va però ricordato un dato interessante, e tutto sommato in controtendenza. Sempre secondo il Censis «l'Italia è il primo dei grandi paesi europei per presenza giovanile nell'industria, e in particolare nel manifatturiero. Un settore che assorbe complessivamente il 31,6 per cento degli occupati di età compresa tra 15 e 24 anni e il 30,8 per cento di quelli tra 25 e 39 anni». Per contro, sono in numero inferiore, rispetto ad altri paesi, i giovani lavoratori dei servizi, ambito in cui si concentra il maggior peso della precarietà. Infatti «il terziario dà lavoro a poco più del 65 per cento dei ragazzi, ma è all'origine del 73 per cento dei contratti atipici. Paesi come la Germania, la Gran Bretagna o la Francia, offrono oggettivamente più speranze di carriera». Ad esempio, in Inghilterra più di un lavoratore su tre (fra i 25 e i 34 anni) ricopre incarichi dirigenziali : in Italia meno di uno ogni sei. Inoltre, il numero di ragazzi che lavorano nei settori dell’ arte, dello sport, dell’ intrattenimento e della salute (medici e infermieri). Infine, il tasso di lavoratori autonomi tra i 25 e 34 anni è più del doppio che in Francia, Germania o nel Regno Unito, il 22,5 per cento. Tuttavia, anche in questo settore la tendenza si rileva negativa: tra il 2005 e il 2010, le imprese guidate da giovani con meno di 29 anni sono diminuite del 18,4%, quasi cinque volte il dato di tutte le imprese del paese (-3,7 per cento).
Insomma, un quadro con poche luci e moltissime ombre. Alla cui base sembra esserci l’idea errata di considerare i giovani una specie protetta (dalle famiglie), perché - difficile negarlo - sull’orlo dell’estinzione. Un atteggiamento schizofrenico, tipico delle società a bassa natalità e alto tasso di egoismo.

Carlo Gambescia
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(*) http://www.censis.it/28?relational_resource_274=136&resource_190=136 (comunicati stampa e materiali download )

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