C’è un film del 1946 che andrebbe riguardato oggi più che mai. “Paisà” di Roberto Rossellini non è un inno retorico agli americani, né una celebrazione ingenua della liberazione. È qualcosa di più scomodo e, proprio per questo, più vero: il racconto di un incontro tra alleati che non riescono davvero a capirsi. Gli americani arrivano, liberano, aiutano. Ma non comprendono fino in fondo il paese che stanno attraversando. E gli italiani, a loro volta, distrutti moralmente da oltre vent’anni di fascismo, non capiscono fino in fondo chi li sta salvando e da che.
Quella distanza — linguistica, culturale, politica — non è un dettaglio. È il cuore del rapporto tra Italia e Stati Uniti. E, a quanto pare, non è mai stata davvero colmata.
Oggi riemerge, in forma quasi grottesca, nella vicenda del rifiuto burocratico della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti in Medio Oriente. Un rifiuto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha cercato di incorniciare dentro la continuità dell’alleanza: nessuna rottura con Washington, nessun cambio di linea strategica, ma — si è detto — il rispetto delle procedure previste, che richiedono autorizzazioni specifiche per operazioni non già concordate o per missioni che possono esporre direttamente l’Italia a un coinvolgimento militare.
In altre parole: non un no politico, ma un rinvio tecnico. Non una presa di distanza, ma l’applicazione di regole. Tradotto: amici come prima, ma questa volta no. Senza dirlo davvero.
E l’ambiguità, in politica estera, non è una virtù. È una fuga.
Sia chiaro: gli Stati Uniti di Trump non coincidono con l’America. Confondere le due cose sarebbe un errore grossolano. Esiste una tradizione politica americana — liberal-democratica, multilaterale, consapevole dei limiti della forza — che ha accompagnato la storia dell’Occidente ben oltre le stagioni contingenti. Trump rappresenta piuttosto una rottura, un unicum: una torsione nazionalista e muscolare che semplifica i conflitti e riduce la politica estera a gesto immediato. Criticare Trump, dunque, non significa mettere sotto accusa l’America nel suo insieme. Significa, al contrario, distinguere.
E tuttavia, anche distinguendo, il problema resta. Il modo di agire conta quanto il fine.
Se davvero si ritiene che il regime iraniano sia un problema — e lo è — esistono strumenti che non passano necessariamente per l’escalation militare. Lavoro diplomatico, pressione internazionale, intelligence, sostegno alle opposizioni interne. Strade più lente, meno spettacolari, ma politicamente più intelligenti. Cedere invece alla logica del bombardamento significa accettare una visione semplificata e pericolosa del mondo, che finisce per alimentare proprio ciò che si vorrebbe combattere.
Ma, ancora una volta, il punto non è Washington. Il punto è Roma.
L’Italia di oggi rivendica un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Si dichiara alleata, fedele, coerente. E poi, nei fatti, dice no — ma senza dirlo davvero. Nega l’utilizzo di una base strategica, ma lo fa per via amministrativa, quasi per caso, come se si trattasse di una pratica qualsiasi. Non c’è una posizione politica esplicita. Non c’è una rivendicazione. Non c’è nemmeno un dissenso dichiarato.
C’è solo una scelta che non ha il coraggio di chiamarsi tale.
Il paragone con “l’altra” Sigonella, anno di grazia 1985, allora, diventa inevitabile. Quando Bettino Craxi si oppose agli Stati Uniti, lo fece apertamente, senza nascondersi. Si assunse il rischio di uno scontro, con tutte le sue conseguenze. Si può discutere quella scelta, criticarla, contestualizzarla. Ma non si può negare che fosse una scelta politica.
Oggi, invece, il conflitto non scompare: si dissolve. Si perde nelle
pieghe della burocrazia, si traveste da continuità, si presenta come
irrilevante. È qui che la differenza diventa tutta a sfavore di chi
governa.
Perché un paese è davvero sovrano non quando dice sempre sì o sempre no,
ma quando è in grado di dire chiaramente perché dice sì o perché dice
no.
Dire: non consentiamo l’uso delle nostre basi perché non condividiamo i metodi adottati. E precisare: non è il riflesso di un pacifismo automatico, spesso incapace di vedere la natura dei regimi con cui si confronta, ma una scelta autonoma e consapevole. Questo sarebbe il comportamento di un alleato adulto. Non un subordinato. Non un opportunista.
E invece resta quella distanza, quella incomprensione che “Paisà” aveva raccontato con lucidità quasi profetica. Allora c’era almeno la chiarezza della liberazione, il dato storico che teneva insieme tutto il resto. Oggi quella chiarezza non c’è più. Restano solo relazioni che si dichiarano solide e si rivelano fragili, alleanze proclamate e decisioni non dette.
Non capire l’America — e non farsi capire — significa questo: scivolare in una terra di mezzo, dove tutto è reversibile, negoziabile, opaco.
Non è un caso che, nella cultura politica della destra italiana, sopravviva ancora oggi l’uso polemico della parola “badogliano”: un’etichetta per indicare chi tradisce, chi tentenna, chi non ha il coraggio della coerenza. È un riflesso antico, che ha colpito nel tempo figure diverse, anche Gianfranco Fini e la stessa Meloni. Ma è anche un riflesso storicamente fragile.
Gli studi di storici, come ad esempio Renzo De Felice, hanno mostrato come la caduta di Mussolini non sia stata un semplice tradimento personale, ma l’esito di un logoramento interno al regime e di una scelta maturata nei vertici dello stato e negli ambienti conservatori. In questo senso, Benito Mussolini non fu solo vittima di una manovra altrui: fu anche parte di una crisi che lo precedeva e che egli stesso non seppe governare. Il cosiddetto “badoglianesimo” non è un incidente esterno al fascismo, ma una delle sue possibili derive.
E forse è proprio qui che il parallelo diventa scomodo. Perché l’ambiguità, il tentennamento, il dire e non dire, non sono sempre segni di debolezza altrui. A volte sono il tratto di chi non riesce a scegliere fino in fondo, di chi lascia che siano altri — ieri il Re, oggi gli equilibri internazionali — a compiere il passo decisivo.
È in questo spazio che si colloca anche la posizione dell’attuale governo presieduto da Giorgia Meloni: una linea che oscilla tra dichiarata fedeltà all’alleato americano e scelte che non vengono mai rivendicate fino in fondo, tra vicinanza politica e distanza operativa, tra affermazione di sovranità e timore di esercitarla apertamente.
Come in “Paisà”: ci si incontra, si cammina insieme, ma non ci si capisce davvero. Solo che, questa volta, non è un destino tragico. È una responsabilità politica.
E c’è un punto che la destra continua a rimuovere: non aver mai fatto davvero i conti con il fascismo significa non aver compreso fino in fondo le ragioni della sua caduta. Un regime che si pensava granitico crollò anche per una crisi interna, per una perdita di direzione, prima ancora che per la pressione esterna.
L’ambiguità, in politica, non è mai neutra. A volte è solo il modo in cui una crisi comincia.
Carlo Gambescia








