venerdì 19 maggio 2017

I guai di Trump, la sfida populista  e la selezione delle élites
E se le masse non si sentissero tradite?



I guai di  Trump, per un verso dipendono dall’uomo (un “cialtrone”, politicamente parlando,  secondo Giuliano Ferrara), ma per l’altro  rinviano ai ferrei  meccanismi di selezione e legittimazione delle élites e della classe dirigente  che riguardano tutti i sistemi politici,  in particolare quelli democratici.
Il principale  problema  di Trump  è il non disporre di personale politico all’altezza della situazione.  Il che rimanda al reclutamento, che a sua volta  rinvia al tasso di  credibilità presso le élites dirigenti del programma populista. Quindi  la scelta  se  aderirvi o no.
Ora, a meno che non si tenti il colpo di forza,  non si può  imporre  ai quadri direttivi di una società (1) un programma politico in netto contrasto con i  valori e  gli  interessi infra-sistemici che sono alla base dei processi di legittimazione politica, economica e sociale della élite dirigente che ci si propone sostituire. E per giunta, pretendere di condurre a termine  il  processo di ricambio in pochi mesi: a Ronald Reagan e Margaret Thatcher, due formidabili innovatori (altro che Trump),  non bastò un decennio o poco più...
Insomma, occorre tempo. E soprattutto serve  la dimostrazione, con i fatti, circa la  bontà del “nuovo che avanza”. Ma come dimostrarlo, se  il ciclo politico, non supera una o due legislature e  i poteri dell’esecutivo limitati? E le società complesse? Si dovrebbe uscire dalla democrazia e dalla concertazione. Il che però imporrebbe l’evocazione  di un’altra formula politica. Come dire, alternativa.  E perciò il rischio dello scontro totale, come nella prima metà del Novecento, dai costi sociali incalcolabili.              
Qui  torniamo a Trump, il cui  progetto politico protezionista e decisionista,  in una società liberale e concertazionista, non può non suscitare reazioni negative da parte della classe dirigente.  Non è una questione di complotti, ma di “specifico sociologico”, di persistenza di valori e interessi, istituzionalmente incarnati (2), che inevitabilmente assumono nel tempo forza propria  perché  ritenuti necessari, non solo da parte delle élite dirigenti, ma  di tutti coloro che intendono farne parte - magari senza poi riuscirvi -   per essere inclusi nei processi di selezione economica, sociale e politica.
A differenza di ogni altro regime -  e qui pensiamo agli aspetti dinamici delle istituzioni politiche -  il ciclo liberal-democratico  implica il libero convincimento attraverso il discorso pubblico, il voto e il legittimo consenso.  Il che però non significa, che come ogni altro sistema, non abbia la sua formula politica, in questo caso  fondata sul sistema di mercato e la democrazia rappresentativa:  formula  alla quale  si chiede fedeltà, sul piano delle credenze diffuse, quindi informale (qualcosa che si respira nell’aria, di democratico, insomma),  per essere inclusi nei processi di selezione sociale delle élites dirigenti. Processo di  inclusione, a differenza di altre formule politiche, che si può liberamente contestare e al quale ci si può, altrettanto liberamente, sottrarre.    
Trump, come del resto i populisti europei, ripetiamo, punta invece su un'altra formula politica: protezionista e plebiscitaria.  Il che spiega  il duro conflitto in corso  negli Stati Uniti,  come ovunque si cerchi di imporre una formula politica, semplificando, radicalmente anti-liberale.  
Quest’ultima,  diciamo, è la cattiva notizia. La buona è che, come hanno provato le recenti elezioni politiche europee e le proteste pubbliche  negli Usa,  i valori della formula liberale sono tuttora condivisi da un largo numero di elettori, se non addirittura dalla maggioranza di essi.  Pertanto il consenso infra-sistemico  non riguarda  solo  le  élites, legate, come spesso si pretende, solo dagli interessi, bensì le “masse”, per le quali gli interessi sono una promessa racchiusa nei valori. Si chiama fiducia.
Insomma, la gente comune “ci crede”. Ciò significa che il “sistema” liberal-democratico, nonostante tutto, gode ancora di fiducia diffusa. Il compito dei politici, probabilmente il più difficile,  è di  non tradirla.  Riusciranno i nostri eroi?  A partire da Macron?  
Carlo Gambescia           
       

                            

(1) Politici,  intellettuali, scienziati e professori , dirigenti e burocrati pubblici, magistrati,  uomini d’affari e imprenditori, personaggi del giornalismo,  dello spettacolo,  dell’intrattenimento, eccetera.

(2) Si studia nelle stesse università, si crede negli stessi valori, si frequentano gli stessi ambienti, si appartiene agli stessi circoli, si fanno affari insieme,  eccetera. 

                 

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