L' articolo è stato scritto quando ancora non sapevamo dell’attacco di Trump al Venezuela. Peggio di così, l’anno non poteva iniziare… (Carlo Gambescia)
Il nuovo anno sembra incominciare sotto i peggiori auspici. Farsi gli auguri? Certo, ma solo per scongiurare il peggio. Una specie di atto di superstizione che però può valere solo per chi crede in queste cose.
I motivi per essere pessimisti non sono pochi: elezioni che potrebbero produrre esiti rischiosi per la democrazia in diversi paesi europei; una riforma elettorale pensata per blindare un governo di destra parafascista in un’Italia che ormai sembra disinteressarsi di una politica che non sia fatta solo di insulti; un’Ucraina sempre più sola che rischia, nella tarda primavera, una offensiva russa su vasta scala; un Trump che minaccia guerre e protezionismo alla stregua di un Napoleone di strapazzo, che sulle sue baionette cerca di imporre non i valori della rivoluzione francese ma quelli della più bieca controrivoluzione.
Come anticipato, a peggiorare questo quadro, contribuisce un calendario elettorale europeo tutt’altro che rassicurante. Nel 2026 sono già previste consultazioni politiche in diversi paesi, a partire dalle elezioni parlamentari in Slovenia (marzo) e da quelle cipriote nel mese di maggio, oltre a importanti elezioni regionali in Germania e in Spagna, dove il voto nelle comunità autonome continuerà a fungere da termometro politico nazionale. Ma, al di là delle scadenze formalmente fissate, pesa soprattutto il rischio concreto di elezioni anticipate in alcuni grandi paesi dell’Unione: in Francia, l’instabilità parlamentare e la fragilità degli equilibri di governo mantengono aperta l’ipotesi di uno scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale; in Spagna, un esecutivo strutturalmente debole e logorato da tensioni interne e scandali è sottoposto a pressioni crescenti per un ritorno alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. Un insieme di fattori che rende il 2026 un anno potenzialmente decisivo anche sul terreno europeo, dove la tenuta delle democrazie liberali appare tutt’altro che scontata.
Il mondo potrebbe trasformarsi in un inferno, eppure si parla di pace come se fosse un obiettivo perseguibile grazie a una buona volontà che in realtà non esiste più, sostituita da una volontà di potenza che sembra animare le principali potenze (Stati Uniti, Russia, Cina), eccezion fatta per un’Europa che si prepara a vivere a rimorchio di una filosofia politica che è l’esatto contrario della filosofia liberale incarnata dai vincitori del 1945 — esclusa, ovviamente, la Russia sovietica, che resta impermeabile ai valori di libertà nonostante la caduta del comunismo.
Come si può essere ottimisti di fronte a un completo rovesciamento di valori? Gioire — per dire le cose pane al pane, vino al vino — di fronte a figure come Trump, che dichiara di voler riportare la libertà in Venezuela e Iran (per non parlare dell’appoggio fornito a un nazionalista della peggiore specie come Netanyahu, preferito all’Israele liberale), mentre tenta di schiacciare ogni libertà negli Stati Uniti? Come si può parlare di libertà se si è tra i primi a non crederci? Come ci si può definire liberali e poi schierarsi con un personaggio come Putin, difendere un nazionalista della peggiore specie come Netanyahu, minacciare l’invasione della Groenlandia e andare a braccetto con i leader della peggiore destra parafascista europea, a partire da Giorgia Meloni? Per inciso, tragicomica la propaganda della Rai e della stampa organica a Fratelli d’Italia sull’abbassamento dei dazi sulla pastasciutta italiana. Grande gesto di magnanimità dell’Imperatore Trump I, grazie anche all’opera del proconsoleFranciscus Lollobrigidius Maximus.
Ovviamente non tutto accadrà quest’anno: forse l’Ucraina potrebbe cadere e l’Europa tingersi sempre più di nero (quel maledetto orbace che gli italiani oggi hanno dimenticato). I processi politici hanno tempi non brevi. Però la direzione pare quella, se non proprio una fotocopia, almeno un’eco distante degli anni Venti e Trenta del Novecento, magari in versione digitalizzata. Purtroppo si respira, tra la gente, un’aria di rassegnazione, egoismo e depoliticizzazione: i tre fattori alla base dei processi politici che portano alla diffusione di un clima autoritario, che poi regolarmente sfocia nelle dittature.
Alcuni analisti della situazione politica americana confidano nei sondaggi, non favorevoli a Trump, e nelle elezioni di midterm che si terranno quest’anno, nonché nel pericoloso folclore politico parasocialista di Mamdani, fresco sindaco di New York. Ma siamo così sicuri che, in caso di sconfitta nel 2028, Trump cederà il potere?
Non ne siamo così certi. Applicare, anche in chiave analitica, il paradigma liberal-democratico a chi lo disprezza può tramutarsi in un grave errore previsionale. Quanti dittatori, o aspiranti tali, pur di non rinunciare al potere hanno scatenato guerre esterne per ricompattare il popolo contro un presunto nemico esterno?
Nel quadro di una “democrazia emotiva” (*), non è facile far ragionare la gente. Proprio in questi giorni, parlando di queste cose con un giovane professore di economia — attento, virtù rara in un economista, a ciò che accade fuori dall’economia — mi sono sentito rispondere che bisogna spiegare, far capire alla gente il senso delle misure e delle scelte politiche. Il che è giustissimo. Ma potrebbe essere troppo tardi. E il 2026 ce lo dirà.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=democrazia+emotiva .












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