venerdì 23 gennaio 2026

Zelensky a Davos. Grande discorso: mettere fine al “Giorno della Marmotta” europeo

 


Desideriamo affiancare il discorso pronunciato a Davos dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky a quello tenuto pochi giorni fa dal primo ministro canadese Mark Carney, che ha richiamato la lezione civile e politica di Václav Havel, grande oppositore della menzogna comunista.

In forme diverse, ma con identica urgenza, entrambi i discorsi mettono sotto accusa una stessa illusione: l’idea che le crisi si risolvano da sole, che l’ordine internazionale possa reggersi sull’attesa, che la sicurezza sia garantita “in qualche modo”.

Zelensky porta questa critica fino alle sue estreme conseguenze politiche. Contro la menzogna dell’auto-inganno europeo, egli sostiene che l’Europa debba assumersi fino in fondo la responsabilità della propria difesa, dotandosi della forza necessaria per non essere schiacciata dalla competizione tra le grandi potenze. Detto altrimenti: riarmarsi, congiuntamente, e a passo di corsa.

Come nel celebre film americano “Il Giorno della Marmotta” (Groundhog Day), uscito in Italia, con il titolo “Ricomincio da capo”, che racconta la storia di chi rivive lo stesso giorno all’infinito, Zelensky ci invita a uscire dall’inerzia e a spezzare il ciclo dell’immobilismo europeo: è ora di agire, non di ripetere gli stessi errori.

È questo il senso del discorso pronunciato da Zelensky a Davos, che riproduciamo di seguito, da noi tradotto in italiano.

Buona lettura.

Carlo Gambescia

(*) Qui il testo in lingua inglese: https://en.interfax.com.ua/news/general/1138666.html .


***

 


 

 

Grazie di cuore.

Cari amici,
tutti rammentano il grande film americano “Il Giorno della Marmotta” (“Groundhog Day” ) con Bill Murray e Andie MacDowell. Sì.
Però nessuno di noi vorrebbe vivere così: rifacendo la stessa cosa per settimane, mesi e per anni.

Eppure oggi viviamo così. Questa è la nostra vita. E ogni forum come questo lo prova.

Appena l’anno scorso, proprio qui a Davos, ho chiuso il mio intervento con queste parole: «L’Europa deve sapere come difendersi».

È trascorso un anno, nulla è cambiato. Siamo ancora nella situazione in cui devo ripetere le stesse parole.

Ma perché?

La risposta non concerne soltanto le minacce che pur esistono o che comunque potrebbero emergere. Ogni anno porta qualcosa di nuovo – per l’Europa e per il mondo.

Tutti hanno ora rivolto l’attenzione sulla Groenlandia: Per quale ragione? La maggior parte dei leader semplicemente non sa cosa fare.

Sembra che tutti aspettino che all’America “passi”… Che le cose vadano a posto da sole. Ma se non dovesse passare? Che si farà allora?

Si è discusso molto delle proteste in Iran, ma sono state soffocate nel sangue. Il mondo non ha aiutato a sufficienza il popolo iraniano: è rimasto a guardare. In Europa si pensava alle festività di Natale e di Capodanno. Alle vacanze. Quando i politici sono tornati in ufficio e si sono avute le prime reazioni, gli ayatollah avevano già ucciso migliaia di persone.

Che cosa sarà dell’Iran dopo questo massacro?

Se il regime riesce sopravvivere, il messaggio sarà chiarissimo per ogni prepotente: uccidi abbastanza persone e resterai al potere. Chi, in Europa, ha necessità che questo messaggio diventi realtà?

Eppure l’Europa non ha nemmeno provato a costruire una propria risposta.

Guardiamo invece all’emisfero occidentale.

Il presidente Trump ha condotto un’operazione in Venezuela. Maduro è stato arrestato. Le opinioni possono essere diverse, certo, ma il fatto resta: Maduro è sotto processo a New York.

Dispiace dirlo, ma Putin invece non è sotto processo.

E questo è il quarto anno della più grande guerra scoppiata in Europa dalla Seconda guerra mondiale. E l’uomo che l’ha iniziata non solo è libero, ma sta ancora lottando per riavere i suoi soldi congelati in Europa.

Sapete una cosa? Sta avendo anche un certo successo. Putin cerca di decidere come debbano essere usati i beni russi congelati. Lui non coloro che avrebbero il potere di punirlo per la guerra che ha scatenato. Fortunatamente l’UE ha deciso di congelare indefinitamente i beni russi: e ne sono grato. Grazie, Ursula; grazie, António; grazie a tutti i leader che hanno contribuito. Però quando è giunto il momento di usare quei beni per difendersi dall’aggressione russa, la decisione è stata bloccata. Putin è riuscito a fermare l’Europa. Purtroppo.

Altro punto.

A causa della posizione presa dagli Stati Uniti, oggi molti evitano di parlare della Corte penale internazionale. È comprensibile: siamo dinanzi a una posizione storica. Ma allo stesso tempo non si registrano progressi reali nella creazione di un Tribunale speciale per l’aggressione russa contro l’Ucraina, contro il popolo ucraino.

Un accordo esiste, è vero. Sono seguiti molti incontri. Ma l’Europa non ha ancora assegnato una sede al Tribunale, con personale e risorse per lavorare concretamente.

Che c’è che non va? Manca il tempo o manca la volontà politica? Troppo spesso in Europa c’è sempre qualcos’altro di più urgente della giustizia.

In questo momento stiamo lavorando attivamente con i partner sulle garanzie di sicurezza, e sono loro grato. Ma sono impegni che valgono per il dopoguerra. Al cessate il fuoco, seguiranno contingenti, pattugliamenti congiunti, si leveranno le bandiere dei partner sul suolo ucraino. Si tratta di un passo importante e di un segnale giusto: Regno Unito e Francia sono pronti a impegnare davvero le loro forze sul terreno, esiste già un primo accordo. Grazie, Keir; grazie, Emmanuel; grazie a tutti i leader della nostra Coalizione. E stiamo facendo di tutto perché la Coalizione dei volenterosi diventi davvero una Coalizione dell’azione.

Eppure – c’è sempre un “però” – urge il sostegno del presidente Trump. Ancora una volta: senza gli Stati Uniti, nessuna garanzia di sicurezza funziona.

Si pensi solo al cessate il fuoco … Chi può renderlo possibile?

L’Europa ama discutere del futuro, ma evita di agire nel presente. E si tratta di attività che decidono quale futuro avremo. Ecco il vero il problema.

Perché il presidente Trump può fermare le petroliere della flotta ombra e sequestrare il petrolio, mentre l’Europa no?
Il petrolio russo viene trasportato lungo le coste europee. Quel petrolio finanzia la guerra contro l’Ucraina. Quel petrolio destabilizza l’Europa.

Dunque il petrolio russo va fermato, confiscato e venduto a beneficio dell’Europa. Perché no?

Se Putin non ha soldi, non c’è guerra per l’Europa. Se l’Europa ha soldi, può proteggere i propri cittadini.
Oggi quelle petroliere favoriscono Putin, e ciò significa che la Russia può continuare a portare avanti i suoi progetti di distruzione e conquista.

Altro punto. L’ho già detto e lo ripeto: l’Europa ha bisogno di forze armate unite: forze capaci di difendere davvero l’Europa.

Oggi l’Europa si affida soltanto alla convinzione che, in caso di pericolo, la NATO interverrà.
Ma nessuno ha mai davvero visto l’Alleanza in azione. Se Putin decidesse di prendere la Lituania o colpire la Polonia, chi risponderebbe? Chi?

Oggi la NATO vive su una specie di atto di fede negli gli Stati Uniti: si dice agiranno, non staranno a guardare. Ma se invece restassero fermi?

Credetemi, questa domanda è nella mente di ogni leader europeo. Alcuni cercano di avvicinarsi al presidente Trump. È vero.

Altri attendono, sperando che il problema scompaia. Altri ancora hanno invece iniziato ad agire: investono nella produzione di armi, costruiscono partenariati, cercano il consenso pubblico per aumentare la spesa per la difesa…

Non dimentichiamo però che finché l’America non ha fatto pressione sull’Europa perché spendesse di più per la difesa, la maggior parte dei Paesi non provava neppure a giungere al 5% del PIL, il minimo sindacale per garantire la sicurezza.

Insomma l, ’Europa deve decidere come difendersi.

Mandare 30 o 40 soldati in Groenlandia, a che serve? Che tipi di messaggio si invia?

Che messaggio si manda a Putin? Alla Cina?

E soprattutto, che messaggio invia alla Danimarca, vostro stretto alleato ?

O si dichiara che basi europee proteggeranno la regione da Russia e Cina – e si creano sul serio – oppure si rischia di non essere presi sul serio, perché 30 o 40 soldati non proteggono un bel niente.

Noi invece sappiamo cosa fare. Se navi da guerra russe navigano liberamente intorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano : abbiamo competenze e armi per affinché non ne resti nemmeno una. Possono affondare vicino alla Groenlandia come affondano vicino alla Crimea. Non c’è problema. Abbiamo i mezzi e abbiamo uomini. Per noi il mare non è la prima linea di difesa, quindi possiamo agire e sappiamo come combattere per mare. Se ci fosse chiesto, e se l’Ucraina fosse nella NATO – per ora non lo è – risolveremmo questo problema con le navi russe.

Quanto all’Iran, tutti attendono di vedere cosa farà l’America. Il mondo non offre nulla; l’Europa non offre nulla e non vuole entrare in questa questione per sostenere il popolo iraniano nella lotta per la democrazia di cui ha bisogno.

Però quando si rifiuta di aiutare un popolo che si batte per la libertà, le conseguenze tornano indietro, e sono sempre negative. La Bielorussia nel 2020 è l’esempio. Nessuno ha aiutato il suo popolo. E ora missili russi “Oreshnik” sono schierati in Bielorussia e tengono sotto tiro la maggior parte delle capitali europee. Ciò non sarebbe accaduto se il popolo bielorusso avesse vinto nel 2020.

Abbiamo ripetutamente chiesto ai nostri partner europei di agire contro quei missili in Bielorussia. I missili non sono mai un fatto ornamentale. Ma l’Europa sembra essere tuttora in “modalità Groenlandia”: chissà… un giorno… qualcuno farà qualcosa.

Stesso discorso per la questione del petrolio russo .

È positivo che siano state erogate sanzioni. Il petrolio russo costa meno. Ma il flusso non si è fermato. E le aziende russe che finanziano la macchina bellica di Putin continuano a operare. Questo non cambierà senza sanzioni più pesanti.

Siamo grati per la grande pressione esercitata sull’aggressore. Ma diciamolo chiaramente: l’Europa deve fare di più, affinché le sue sanzioni blocchino i nemici in modo efficace quanto quelle americane. Perché è cosa importante? Per una semplice ragione: l’Europa non sarà percepita come una forza globale, fino a quando le sue azioni non incuteranno timore nei prepotenti. Finché ciò non accadrà l’Europa sarà sempre costretta a reagire – inseguendo nuovi pericoli e nuovi attacchi.

È sotto gli occhi di tutti che le forze che tentano di distruggere l’Europa non perdono un attimo di tempo: agiscono liberamente, persino dentro l’Europa.

Ogni “Viktor” [Orbán, ndt] che vive di soldi europei mentre cerca di vendere gli interessi europei merita uno schiaffone.

Il fatto che personaggi del genere si sentando a loro agio a Mosca, non significa che si debba consentire che le capitali europee diventino piccole Mosche. Dobbiamo sempre ricordare cosa ci separa dalla Russia. La linea di conflitto più profonda tra Russia e Ucraina, e tra Russia ed Europa, è questa: la Russia combatte contro le persone, per fare in modo che quando i dittatori vogliono distruggere qualcuno, possano farlo.

Perciò devono perdere potere, non guadagnarlo.

Per esempio, i missili russi esistono solo perché ci sono modi per aggirare le sanzioni. È vero.

Non è un mistero che la Russia sia cercando di congelare a morte gli ucraini, il nostro popolo, a –20 gradi. Però la Russia non potrebbe costruire missili balistici o da crociera senza componenti critici provenienti da altri Paesi.

Componenti che non provengono solo dalla Cina. Troppo facile nascondersi dietro la scusa: “La Cina aiuta la Russia”.

Certo, lo fa. Ma non solo la Cina. La Russia riceve componenti da aziende in Europa, negli Stati Uniti e a Taiwan.
Oggi molti investono sulla stabilità di Taiwan, si dice, per evitare una guerra. Però le aziende taiwanesi non smettono di fornire componenti elettronici utili alla guerra russa

L’Europa dice quasi nulla. L’America tace. E Putin costruisce missili.

Ringrazio ogni Paese e ogni azienda che aiuta l’Ucraina a riparare il proprio sistema energetico. È cosa fondamentale.

Grazie a tutti coloro che sostengono il programma PURL, che ci aiuta ad acquistare missili Patriot. Ma non sarebbe più economico e più semplice tagliare semplicemente alla Russia l’accesso ai componenti necessari per produrre missili? O addirittura mettere fuori uso le fabbriche che li producono?

L’anno passato gran parte del tempo è stata spesa a discutere di armi a lungo raggio per l’Ucraina. Tutti dicevano che la soluzione era a portata di mano. Ora non se ne parla più. Però i missili russi e gli “shahed” sono ancora qui. E noi abbiamo ancora le coordinate delle fabbriche dove vengono prodotti. Oggi colpiscono l’Ucraina. Domani potrebbe toccare a qualsiasi Paese della NATO.

Qui, in Europa, ci viene consigliato di non menzionare i Tomahawk, di non parlare di Tomahawk con gli americani, per non rovinare l’atmosfera. Ci si dice di non sollevare la questione dei missili Taurus. Quando si tira in ballo la Turchia, i diplomatici dicono: non offendete la Grecia… Quando tocca alla Grecia, dicono: fate attenzione alla Turchia…

In Europa ci sono infiniti conflitti interni e un “non detto” che impedisce all’Europa di unirsi e di parlare con sufficiente franchezza per giungere a soluzioni concrete. Troppo spesso gli europei si rivoltano gli uni contro gli altri – leader, partiti, movimenti, comunità – invece di restare uniti per fermare la Russia, nemica di tutti i litiganti europei.
 

Invece di diventare una vera potenza globale, l’Europa resta un vivace ma frammentario caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa sembra smarrirsi, presa com’è nel tentativo di far cambiare idea al presidente degli Stati Uniti

Non riuscirà nell’intento. Il presidente Trump ama se stesso. Dice di amare l’Europa. Ma non avrà orecchie per l’Europa così come ora è.

Uno dei problemi più grandi dell’Europa attuale – sebbene se ne parli poco – è la mentalità. Alcuni leader europei, pur essendo europei, non sembrano tali. L’Europa sembra tuttora percepita più come una geografia, una storia, una tradizione, non come una vera forza politica, non come una grande potenza.

Alcuni europei sono davvero forti. È vero. Molti dicono: “Dobbiamo resistere”. Però poi pretendono che qualcun altro dica loro per quanto tempo resistere. Preferibilmente quasi sempre fino alle prossime elezioni.

Una grande potenza non funziona così, almeno a mio avviso.

I leader dicono: “Dobbiamo difendere gli interessi europei”. Ma sperano che lo faccia qualcun altro. E quando parlano di valori, spesso intendono beni materiali.

Dicono: “Serve qualcosa che sostituisca il vecchio ordine mondiale”. Ma dov’è la fila di leader pronti ad agire – ad agire ora, sulla terra, in aria e in mare – per costruire un nuovo ordine globale?

Il nuovo ordine mondiale non si costruisce con le parole. Solo le azioni creano un ordine reale.

Oggi l’America ha lanciato il Board of Peace. L’Ucraina è stata invitata. Anche la Russia e la Bielorussia – sebbene la guerra non si sia fermata. Non c’è nemmeno un cessate il fuoco. Avete visto chi ha partecipato. Ognuno aveva le proprie ragioni. Ma il vero punto resta questo: l’Europa, al omento non ha assunto alcuna posizione unitaria sulla proposta americana.

Forse stasera, quando il Consiglio europeo si riunirà, deciderà qualcosa. Ma i documenti sono già stati firmati questa mattina. E stasera forse si prenderà una decisione anche sulla Groenlandia. Ieri sera Mark Rutte ha parlato con il presidente Trump (grazie, Mark, per la tua efficacia). L’America sta già cambiando posizione, ma nessuno sa esattamente come.

Le cose si muovono più velocemente di noi, più velocemente dell’Europa. E come può l’Europa tenere il passo?

Cari amici, non dobbiamo accettare ruoli secondari, non quando si ha la possibilità di essere una grande potenza, e tutti insieme.

Non dobbiamo accettare che l’Europa sia solo una specie di insalata di piccole e medie potenze, condita con nemici dell’Europa.

Se uniti, saremo davvero invincibili.

L’Europa può e deve essere una forza globale. Non una forza che reagisce in ritardo, ma una forza che definisce il futuro.

Questo aiuterebbe tutti – dal Medio Oriente a ogni altra regione del mondo. Aiuterebbe l’Europa stessa, perché le sfide che affrontiamo oggi sono sfide allo stile di vita europeo, dove le persone contano, dove le nazioni contano.

L’Europa può contribuire a costruire un mondo migliore. L’Europa deve costruire un mondo migliore.

E naturalmente, un mondo senza guerra.

Ma per raggiungere questo obiettivo l’Europa ha bisogno di forza. Per questa ragione dobbiamo agire insieme, e per tempo. Perciò serve coraggio.

Stiamo lavorando attivamente per arrivare a soluzioni. Soluzioni reali. Oggi abbiamo incontrato il presidente Trump, i nostri team lavorano quasi ogni giorno. Non è semplice. I documenti, destinati a porre fine a questa guerra, sono quasi pronti. Cosa che conta davvero. L’Ucraina lavora con piena onestà e determinazione. E questo non può non portare risultati. Però anche la Russia deve diventare pronta a porre fine a questa guerra, a fermare questa aggressione – l’aggressione russa, la guerra russa contro di noi. Perciò la pressione deve essere forte. E il sostegno all’Ucraina deve diventare ancora più forte.

I nostri precedenti incontri con il presidente degli Stati Uniti ci hanno portato missili per la difesa aerea. E grazie, europei: anche voi avete aiutato. Oggi abbiamo parlato di nuovo della protezione dei cieli – cioè della protezione delle vite. E spero che l’America continui a stare al nostro fianco.

L’Europa deve essere forte.

E l’Ucraina è pronta ad aiutare, impiegando tutto ciò che serve per garantire la pace e prevenire la distruzione. Siamo pronti ad aiutare gli altri a diventare più forti di quanto siano ora. Siamo pronti a far parte di un’Europa che conta davvero: un’Europa forte, una grande potenza.

Oggi abbiamo bisogno di questo potere per proteggere la nostra indipendenza. Ma anche L’Europa ha necessità dell’indipendenza dell’Ucraina: perché domani, voi europei, potreste dover difendere il vostro stile di vita. E fino a quando l’Ucraina sarà con voi, non dovrete temere nulla. Avrete sempre la possibilità di agire, e di agire in tempo.

Cosa fondamentale: agire per tempo.

Cari amici,

oggi è uno degli ultimi giorni di Davos. Ovviamente non sarà l’ultimo di Davos come manifestazione. Tutti sono d’accordo su questo. Tuttavia molti credono che, in qualche modo, le cose si sistemeranno da sole. Non possiamo affidarci alla sorte come sottende l’espressione “in qualche modo”.

Per la sicurezza reale, la fede non basta: la fede in un partner, in un colpo di fortuna.

Nessuna discussione intellettuale può fermare le guerre. Servono azioni concrete. L’ordine mondiale nasce dall’azione. E a noi serve solo il coraggio di agire.

Senza azione oggi, non c’è domani. Mettiamo fine a questo Groundhog Day.

Sì, è possibile. Grazie.

Onore all’Ucraina!

Volodymyr Zelensky,

Davos,  22 gennaio 2026

(Traduzione di Carlo Gambescia©)

giovedì 22 gennaio 2026

Dopo Davos. Ogni mossa conta: Trump, Monaco e la “politica a test”

 


Quando ieri, a Davos, Donald Trump ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di “conquistare la Groenlandia con la forza”, molti osservatori europei hanno letto quelle parole come un segnale di distensione. Qualcuno ha parlato di passo indietro, altri di fraintendimento chiarito. Questa mattina i giornali italiani parlano addirittura di “svolta”.

In un mondo che somiglia sempre più a quello evocato dal "Faut-il mourir pour Dantzig?", questa è un’illusione comprensibile, ma rischiosa: la dichiarazione non cambia la strategia, si limita a ritoccarne la tattica. La dichiarazione non modifica la strategia, ne aggiusta soltanto la tattica. E la reazione europea, ancora una volta, è stata prudente fino alla timidezza: più orientata a raffreddare il clima che a fissare un limite politico netto. È da qui che conviene partire, perché è proprio quando i toni si fanno rassicuranti che la politica del limite mostra la sua efficacia.

 


Negli anni Trenta Adolf Hitler non appare subito come il distruttore dell’ordine europeo. Tra il 1933 e il 1938 si presenta piuttosto come un capo di governo che chiede il “giusto”, denuncia torti subiti e mette alla prova un sistema internazionale già indebolito. Addirittura, come leggiamo nelle  cronache del tempo, “un uomo di pace”.

In realtà, il 14 ottobre 1933 la Germania nazista esce dalla Società delle Nazioni, dopo il fallimento della Conferenza sul Disarmo di Ginevra. Hitler rifiuta una riduzione generalizzata degli armamenti e denuncia l’asimmetria di un ordine che consente alle potenze vincitrici di mantenere la propria superiorità militare, negandola alla Germania. L’uscita dalla SdN non produce sanzioni né reazioni sostanziali: è il primo segnale che il multilateralismo può essere violato senza costi immediati.

Per una ricostruzione storica dettagliata, anche di quanto segue, basta sfogliare qualsiasi buon manuale di storia degli anni Trenta.



Nel gennaio 1935 il plebiscito della Saar sancisce il ritorno del territorio alla Germania; il 7 marzo 1936 la Wehrmacht entra nella Renania smilitarizzata, violando il Trattato di Versailles e gli accordi di Locarno. Francia e Regno Unito protestano, ma non intervengono. Hitler riconoscerà in seguito che quello fu il momento più rischioso: un’azione militare francese avrebbe probabilmente imposto la ritirata.

Nel marzo 1938 arriva l’Anschluss con l’Austria, dopo un primo tentativo fallito nel 1934; a settembre, con gli accordi di Monaco, le potenze europee accettano la cessione dei Sudeti alla Germania in nome della pace; nel marzo 1939 l’occupazione del resto della Cecoslovacchia rende ormai evidente la natura espansiva del progetto. Il 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia chiude la fase della sperimentazione e apre quella della guerra.

Già prima di Monaco, la stessa logica aveva operato nella guerra civile spagnola. Tra il 1936 e il 1939 Germania e Italia sostengono apertamente il colpo di Stato di Francisco Franco con truppe, armi e aviazione, mentre le democrazie europee si rifugiano nella politica del “non intervento”. Una neutralità solo formale, che lascia campo libero ai fascismi e trasforma la Spagna in un laboratorio di guerra e repressione. Anche allora l’aggressione viene tollerata perché presentata come questione interna, come eccezione necessaria alla stabilità. Il messaggio, ancora una volta, è chiaro: il metodo paga.

Il punto centrale non è che Hitler volesse la guerra fin dall’inizio, ma che avesse imparato, passo dopo passo, che il sistema internazionale non era disposto a fermarlo. Ogni mossa riuscita abbassava il costo della successiva. La politica estera hitleriana degli anni Trenta non è una marcia lineare verso il conflitto, ma una sequenza di test: fino a dove posso spingermi prima che qualcuno reagisca davvero?

Si può addirittura  parlare  di una logica politica a “test” in cui ogni mossa serve a sondare i limiti altrui, a verificare fino a che punto un ordine possa essere piegato senza incontrare resistenze concrete.



Il che rimanda a Hitler e rende politicamente rilevante ciò che Trump ha detto a Davos. Dichiarare di non voler usare la forza sulla Groenlandia non significa rinunciare alla posta in gioco, ma spostare temporaneamente il terreno dello scontro. Il messaggio implicito resta intatto: la Groenlandia è un nodo strategico globale, la sovranità danese è negoziabile, le regole valgono finché non ostacolano l’interesse e la sicurezza statunitensi. Il fatto che simili affermazioni vengano assorbite come “realismo geopolitico”, terminologia ora tornata di moda, segnala uno slittamento già in atto.

Ridurre il trumpismo a pura follia, a caos,  o al semplice tornaconto personale è poco convincente. Naturalmente come abbiamo scritto altre volte, si tratta di un fenomeno nuovo anche per la stessa storia americana. Di qui le difficoltà interpretative. Solo per dirne una, e grave, Trump calpesta, a differenza di tutti – e sottolineo tutti – gli altri presidenti, la Costituzione americana, la più antica tra le scritte.

Inoltre intorno a Trump si è consolidata una struttura ideologica, reazionaria, ben riconoscibile, che combina tradizionalismo morale, nazionalismo gerarchico, antiliberalismo giuridico e ostilità sistematica verso il multilateralismo. Qualcosa che in America, e con tale compiutezza politica, non si era mai vista, neppure dai tempi della spudorata difesa della schiavitù, da parte dei secessionisti sudisti.

Un ruolo centrale è svolto dalla Heritage Foundation, che con il Project 2025 non si limita a produrre idee, all’insegna del “Dio, Patria e Famiglia”, ma fornisce un vero e proprio manuale operativo per la riorganizzazione autoritaria dello Stato federale, il rafforzamento dell’esecutivo e la riduzione dei vincoli giuridici e amministrativi al potere politico.



Un ruolo altrettanto importante è svolto dalla Federalist Society, organizzazione che da decenni seleziona e promuove giudici e giuristi conservatori. Sotto Trump ha avuto una specie di consacrazione, diciamo pure un “boom”, diventando il canale privilegiato per tutte le nomine di vertice, contribuendo di fatto a riorientare il sistema giudiziario statunitense in senso restrittivo sui diritti e favorevole a un esecutivo più forte.

In questo quadro si colloca anche la gestione della questione palestinese. Il cosiddetto Board promosso in ambito trumpiano per il “riassetto” della Palestina – concepito come organismo tecnico-gestionale, esterno e alternativo alle Nazioni Unite – esprime con chiarezza la stessa logica: sostituire il diritto internazionale con una governance ad hoc, fondata sul rapporto di forza, sull’esclusione dei soggetti politici legittimati e sulla riduzione del conflitto a problema di amministrazione.

Anche sul piano degli apparati coercitivi il parallelo va maneggiato con precisione. Non esistono SA o SS, ma esiste un pluralismo armato protetto: forze armate regolari sempre più politicizzate, l’ICE come dispositivo di controllo e repressione dei migranti, polizie locali e sceriffi iper-autonomizzati (che, per capirsi, ricordano quelle del film “Mississippi Burning”), milizie armate e gruppi suprematisti bianchi che oggi si sentono legittimati dall’alto. La differenza rispetto agli anni Trenta non è funzionale, ma organizzativa: la violenza non è centralizzata, è diffusa e normalizzata.



Se Trump usa i dazi come arma politica, mette in discussione la NATO, aggira l’ONU su dossier cruciali e rende negoziabile perfino la Groenlandia, non lo fa per semplice imprevedibilità. Lo fa per dimostrare che l’ordine internazionale è piegabile. Come Hitler negli anni Trenta, pratica una politica del limite: ogni mossa, come un test,  serve a misurare la resistenza degli altri, la loro stanchezza, la loro paura del conflitto.

Il contesto è favorevole. Le élite occidentali sono divise, le opinioni pubbliche esauste, il diritto internazionale viene difeso a parole e sospeso nei fatti. Perché Morire per Kiev? Perché morire per Okuku? È la configurazione che conduce a Monaco nel 1938: non un errore individuale, ma una dinamica collettiva di accomodamento. In questo quadro, anche le dichiarazioni apparentemente rassicuranti – ieri a Davos come allora nelle capitali europee – non segnano una discontinuità, ma un momento di una sequenza più ampia. Altro che “svolta”.

Il veleno, come detto, sta nella ‘politica a test’. La storia degli anni Trenta insegna: la guerra può essere resa possibile spingendosi abbastanza a lungo e abbastanza spesso, senza incontrare un limite credibile. 

Sotto questo profilo, ribadiamo,  la politica di Trump richiama quella di Hitler: ogni mossa misura fin dove si può spingere, e l’ordine internazionale piegato una volta può piegarsi ancora.

Carlo Gambescia

mercoledì 21 gennaio 2026

Separare (le carriere) per controllare meglio: la magistratura sotto sorveglianza


 


Oggi parlare, e persino indire un referendum, sulla separazione delle carriere tra giudici e PM può sembrare quasi un lusso di fronte a un mondo in fiamme. Eppure in Italia la questione resta concreta. Perciò è importante commentarla, almeno per fornire al lettore un orientamento chiaro. Promettiamo però che non torneremo più sull’argomento. (*).

Poiché non siamo costituzionalisti, svilupperemo la questione dal punto di vista sociologico e metapolitico. Cominceremo perciò con un esempio più sociologico che giuridico, con qualche sprazzo sul personale.

Quando una persona è gravemente malata, medici clinici e chirurghi si parlano. Si riuniscono, discutono, confrontano diagnosi e terapie: il clinico tende alla conservazione, il chirurgo all’intervento. Nessuno dei due è “di parte”: sono “medici” portatori di saperi diversi, che entrano in tensione proprio per produrre una decisione migliore. Nel caso di un mio congiunto, alla fine, di collegiale in collegiale (così si chiamano queste riunioni) prevalsero gli argomenti dei clinici: guarigione senza intervento chirurgico invasivo e invalidante. Non meno cura, ma cura migliore.

 


Traslando questa esperienza alla magistratura: perché il dialogo tra giudici e PM, informale o meno, dovrebbe essere visto come contaminazione, anziché come risorsa?

Nel sistema finora vigente, giudici e pubblici ministeri appartenevano allo stesso ordine: accedevano tramite il medesimo concorso, condividevano lo stesso statuto di indipendenza e rispondevano allo stesso CSM. Funzioni distinte e non intercambiabili nel concreto esercizio, ma unità di ordinamento — che non implica confusione dei ruoli — hanno fino alla riforma garantito l’autonomia della funzione dell’accusa dal potere politico, collocandola nello stesso spazio di indipendenza della funzione giudicante.

Il che non significa che un magistrato, qualunque sia la sua funzione, non abbia idee politiche. Parliamo di esseri umani. Non esiste una magistratura “rossa” o “nera”; esiste invece una maggiore o minore resistenza (etica, morale, psichica) dell’individuo magistrato, dal giudice al PM. A che cosa? Al potere delle idee che ogni essere umano ha sul mondo, idee che talvolta possono essere condizionanti. È qualcosa che non si potrà mai cancellare. Almeno in un paese libero. Lo impone la natura umana.

Chiuso inciso.



La riforma introduce invece una separazione strutturale e irreversibile delle carriere: due percorsi distinti fin dall’ingresso, due CSM separati, una distinzione permanente delle funzioni, senza possibilità di passaggio (semplifichiamo). Formalmente nulla di scandaloso. Ma le istituzioni non vanno giudicate solo per ciò che dichiarano, bensì per la traiettoria che innescano.

Ed è qui che emerge il quadro politico più ampio. Questa riforma non è un episodio isolato, ma parte di una strategia graduale di ridefinizione degli equilibri liberal-democratici della Repubblica. Dietro di essa si scorge la cultura, contraria alla divisione dei poteri (intrisa di cesarismo pseudo-democratico) della destra di governo. O detto altrimenti, di feticismo politico per il potere esecutivo. Parliamo di una cultura che rinvia a una visione autoritaria del politico e del sociale.

Pertanto la questione della separazione delle carriere non riguarda solo la magistratura, ma si inserisce in un insieme coerente di interventi che investono: a) media e informazione: pressione ideologica su enti pubblici, finanziamenti all’editoria, regolazione della comunicazione istituzionale; b) controlli o comunque forte riduzione della sfera decisionale del Presidente della Repubblica e del Parlamento: concentrazione decisionale nell’esecutivo governativo e riduzione dell’autonomia degli organi di garanzia; c) istruzione e università: interventi curriculari, sull’autonomia universitaria e sulla selezione dei docenti; d) normativa penale e sicurezza: ampliamento dei poteri operativi di polizia e PM, accompagnato, come detto, da una progressiva riduzione delle garanzie di autonomia istituzionale; e) diritti dei migranti: invisibilità sociale (mediante deportazione in centri, simili a prigioni, situati fuori dei confini nazionali), restrizioni su asilo, protezione internazionale e accesso ai servizi fondamentali; f) sostegno a tutti i livelli all’ideologia reazionaria del dio-patria-famiglia, con interventi legislativi ad hoc.



Non è fantapolitica. È l’azione – ripetiamo – dell’Esecutivo Meloni. Certo, si tratta di un processo lento, poco visibile nel quotidiano, ma coerente se osservato nel tempo. Separare PM e giudici è un passo apparentemente tecnico, ma strategico.

Separato dal giudice, il PM non viene formalmente espulso dalla magistratura, ma viene progressivamente ridefinito — sul piano istituzionale e simbolico — come organo dell’accusa, distinto dalla funzione giudicante. A quel punto la domanda politica diventa inevitabile: perché un accusatore dovrebbe godere delle stesse garanzie di indipendenza di chi giudica? Oggi questa domanda non produce effetti normativi; domani potrebbe diventare “ragionevole”.

Il cuore della riforma sta nel ridisegno del potere disciplinare. Sottrarre la funzione disciplinare al CSM e istituire un’Alta Corte disciplinare significa concentrare il controllo in un vertice unico, formalmente autonomo ma dotato di un potere decisivo sulle carriere di giudici e PM. Il problema non è l’illegalità del meccanismo, bensì, come dicevamo, il suo effetto sistemico.



Se le carriere sono così diverse da richiedere CSM separati, perché il controllo disciplinare viene unificato? La risposta è semplice: perché il disciplinare è potere (ecco la lezione sociologica e metapoltica). Stabilisce ciò che è comportamento corretto e ciò che diventa devianza istituzionale. E se gli elenchi dei membri laici dell’Alta Corte sono predisposti dal Parlamento, la casualità della selezione risulta già orientata. Non serve un controllo diretto: è sufficiente produrre un clima di prudenza diffusa.

L’indipendenza non viene abolita; viene raffreddata. In attesa di ulteriori involuzioni, considerata l’ideologia cesarista e “antiseparatista” dei poteri della destra.

Il pericolo non è immediato, ma prospettico. Prima si separa, poi si riorganizza, infine si controlla. Si dividono le carriere in nome dell’autonomia, mentre si concentra il controllo. Il risultato è una magistratura più isolata, più cauta, più “responsabile” nel senso peggiore del termine.



Separare le carriere per migliorare l’imparzialità è un’illusione: sulla carta funziona, nella pratica frammenta l’autonomia e concentra il potere. Uno stato di diritto non ha bisogno di magistrati docili né di accusatori allineati. Ha bisogno di magistrati indipendenti. Anche quando disturbano. Soprattutto quando disturbano.

E una riforma che divide l’autonomia e unifica il controllo non va in questa direzione.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui il testo in Gazzetta Ufficiale (n. 253 del 30-10-2025) della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere in giudicante e requirente e dell’istituzione della Corte disciplinare: https://www.sistemapenale.it/pdf_contenuti/1762376142_testo-legge-separazione-carriere-referendum.pdf .


martedì 20 gennaio 2026

Quando la pistola sostituisce il contratto: Trump sfida l’Europa

 


Nell’intervista al NYT del 7 febbraio scorso Trump ha spiegato, per chi ancora nutrisse dei dubbi sui suoi progetti, che cosa sia la volontà di potenza (*).

David E. Sanger (NYT): “Why is ownership important here?”
Trump: “Because that’s what I feel is psychologically needed for success. I think that ownership gives you a thing that you can’t do, whether you’re talking about a lease or a treaty. Ownership gives you things and elements that you can’t get from just signing a document, that you can have a base.”
Katie Rogers (NYT): “Psychologically important to you or to the United States?”
Trump: “Psychologically important for me. Now, maybe another president would feel differently, but so far I’ve been right about everything.”
[David E. Sanger (NYT): “Perché qui è importante il possesso?”
Trump: “Perché è ciò che sento sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che il possesso ti dia qualcosa che non puoi ottenere se parli di un affitto o di un trattato. Il possesso ti dà cose ed elementi che non puoi ottenere semplicemente firmando un documento, anche se puoi avere una base”.
Katie Rogers (NYT): “Psicologicamente importante per lei o per gli Stati Uniti?”
Trump: “Psicologicamente importante per me. Ora, forse un altro presidente la penserebbe diversamente, ma finora ho avuto ragione su tutto”.]

 


La dichiarazione di Trump rivela una chiara preminenza della volontà di potenza: ciò che conta non sono i liberi accordi formali, ma la proprietà come strumento di dominio personale. Non resta dubbio che la logica di Trump sia psicologicamente centrata sul controllo assoluto. Con questa affermazione Trump nega il valore del contrattualismo, che è alla base del capitalismo moderno.

Soprattutto se si collega questa dichiarazione, cosa che la stampa ha trascurato, a un’altra – orribile – rilasciata nella stessa intervista a proposito di una domanda sul ruolo del diritto internazionale:

Trump: “My own morality. My own mind. It’s the only thing that can stop me, and that’s very good. I don’t need international law.”
[Trump: “La mia stessa moralità. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi, e va bene così. Non ho bisogno del diritto internazionale”.]

Altra accettata al contrattualismo, pilastro liberale delle relazioni internazionali .

 


Senza dimenticare il colpo di grazia inferto alla possibilità stessa di intrattenere rapporti pacifici, anche tra alleati,  nella lettera di ieri al Primo Ministro della Norvegia, Jonas Gahr Støre, paese membro fondatore della Nato (**).

“Considering your Country decided not to give me the Nobel Peace Prize for having stopped 8 Wars PLUS, I no longer feel an obligation to think purely of Peace,” Trump says in the letter obtained by Bloomberg. “Although it will always be predominant, but can now think about what is good and proper for the United States of America.”
“The World is not secure unless we have Complete and Total Control of Greenland,” the US president added.
[“Considerato che il vostro Paese ha deciso di non assegnarmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato PIÙ di 8 guerre , non mi sento più obbligato a pensare esclusivamente alla pace”, afferma Trump nella lettera ottenuta da Bloomberg. “Sebbene essa resterà sempre predominante, ora posso pensare a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti d’America”. “Il mondo non è sicuro a meno che non abbiamo un controllo completo e totale della Groenlandia», ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti”.]

A questa micidiale spirale dell’odio verso il genere umano, che ormai, conoscendo Trump, non resterà solo verbale, l’Europa ha reagito timidamente e in ordine sparso. Soprattutto sui dazi minacciati da Trump se l’Ue si opporrà alla conquista della Groenlandia.

 


Insomma, si fa accademia: dazi sì, dazi no. Con il barbaro alle porte, si gioca a scacchi con i mercati. L’Europa reagisce confusa, stupita, come se non volesse rassegnarsi al fatto che gli Stati Uniti, con Trump al comando, da sentinella dell’Occidente pronta a difendere i valori liberali del 1945, si stiano tramutando in un prepotente nemico: non solo del liberalismo, del capitalismo e della deterrenza militare Nato, ma di ogni forma di contrattualismo.

Si dirà che, in fondo, anche Trump quando parla di accordi al singolare con stati e governi usa una terminologia di tipo contrattuale. In realtà, una cosa è il contratto tra soggetti che decidono liberamente, un’altra con la pistola puntata alla testa.

L’Europa, probabilmente consapevole della propria debolezza, sembra disposta fin d’ora ad abbandonare Groenlandia e Danimarca al loro triste destino. Tira una brutta aria. 

Trump ha puntato una pistola alla testa dell’Unione Europea. Come detto, divisa al suo interno: molti governi, uomini politici, giornalisti e attivisti di destra fanno finta di non vedere la lucida canna, altri addirittura la giustificano, altri ancora gioiscono perché scorgono la fine dell’odiato contrattualismo liberale.

In quest’ultimo caso sembra ripetersi la tragedia dei collaborazionisti francesi, nazionalisti accesi che finirono la loro vita, prima di essere fucilati dalla vittoriosa e valorosa Resistenza francese, come servitori di Hitler. Chi scrive si augura, nello sciagurato caso, che si torni a una Vichy, ma europea, quindi non solo francese come che 1940, che questi traditori della libertà, dopo la vittoria, se vittoria liberale ci sarà, facciano la stessa fine.



Il punto è che, come per Hitler, che accusava Polonia e Cecoslovacchia di voler aggredire la Germania, Trump non si fermerà: ogni successo lo rafforzerà, sul piano interno, trasformando gli Stati Uniti in autocrazia (cosa senza precedenti in 250 anni di storia americana), e sul piano esterno, dove consoliderà posizioni strategiche a scapito di alleati e istituzioni multilaterali.

Il controllo totale di territori come la Groenlandia, la minaccia di ignorare norme internazionali e la retorica di superiorità morale segnano la nascita di un nuovo ordine in cui il diritto internazionale e i contratti multilaterali sono considerati pezzi di carta, e l’Europa rischia di trovarsi davanti a una sfida di sopravvivenza politica e strategica senza precedenti.



Allora tutto è perduto?  La sfida ha valore esistenziale. Perché l'Europa ha davanti a sé due possibilità: resistere, difendendo i principi del contrattualismo e del diritto internazionale, oppure piegarsi, consegnando Groenlandia e valori liberali al ricatto di Trump, come un tempo fu con Hitler.

Non ci sono vie di mezzo.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.democrats.senate.gov/newsroom/trump-transcripts/transcript-president-trump-speaks-with-reporters-from-the-new-york-times-10726?utm_source=chatgpt.com .

(**) Qui: https://www.business-standard.com/world-news/trump-links-greenland-threats-to-nobel-prize-snub-in-letter-to-norway-s-pm-126011900504_1.html .

lunedì 19 gennaio 2026

La paura come programma politico

 


Le reazioni politiche hanno ormai assunto la tempistica delle cronache giornalistiche, ulteriormente accelerata dalla pressione dei social. L’idea di fondo è semplice e inquietante: la politica deve fare qualcosa, o almeno far credere di farla. Governare passa in secondo piano, reagire diventa l’obiettivo principale.

Tralasciamo per carità di patria ciò che accadde durante l'epidemia di Covid, anche perché materia controversa.  E chiediamoci, ora, in questo  momento, cosa  succede?  Presto detto.

Accade un fatto grave a Crans-Montana, in Svizzera? E allora via: controlli a tappeto sulle discoteche in Italia. Due giovani vengono accoltellati a scuola o per strada? Scattano subito misure speciali. Le  "zone proibite" o "rosse", a discrezione delle forze dell'ordine, sulle quali la destra sguazza con evidente compiacimento, sospendono diritti costituzionalmente garantiti e si estendono sempre di più. La logica è sempre la stessa: non risolvere un problema, ma segnalare presenza. Far vedere che lo Stato c’è, anche quando non sa bene cosa fare.



Non è un tratto esclusivamente italiano. È un riflesso europeo e occidentale. Sta prevalendo una percezione sociale distorta, fondata sull’insicurezza, e la politica vi risponde non correggendola, ma assecondandola. Figure come Donald Trump o Giorgia Meloni funzionano precisamente così: comprano e vendono emozioni. Prima spaventano, poi rassicurano. Prima evocano il caos, poi offrono misure drastiche come antidoto. Si va dai controlli sulle discoteche e dalle zone rosse in Italia al rilancio di apparati paramilitari come l’ICE negli Stati Uniti.

Qui un inciso storico è inevitabile, perché illumina il presente. L’estrema destra europea ha parlato più volte, negli anni Trenta e poi negli anni Settanta del Novecento, di“cancro americano”, di “male americano”. Oggi che quel “male” per la prima volta nella storia repubblicana degli Stati Uniti ha un nome e un volto – Donald Trump – finge di non vederlo. È un classico caso di antropologia del collaborazionista: ci si prostra davanti al vincitore presunto, come fecero i nazionalisti francesi dopo il 1940. Non per incoerenza, ma per affinità profonda. La paura non radicalizza: dispone alla sottomissione, soprattutto quando è condivisa.



Torniamo alla percezione dell’insicurezza e alla richiesta, quasi isterica, di una reazione. Si pensi alla Groenlandia, ai dazi minacciati da Trump. Qual è stata la risposta europea, a livello comunitario? Rilanciare. Rispondere subito. Dire qualcosa, purché sia rapido. Una reazione irriflessiva che strizza l’occhio alla sinistra pacifista e non disturba troppo la destra protezionista. L’importante è non restare in silenzio.

Eppure l’unica opzione realmente riflessiva non viene nemmeno discussa. Quale? Riarmarsi seriamente, e farlo in fretta. Ma questo richiede tempo, programmazione, scelte impopolari. Troppo per una politica che vive di ciclo mediatico e di folle digitalizzate e impaurite.



Il mondo ragiona sempre più in fretta, e per questo non ha meno paura. Ne ha di più.

Quando la politica scambia la percezione per realtà, non governa l’insicurezza: la riproduce. E la storia insegna che le società impaurite non diventano più sicure, ma più obbedienti.

Carlo Gambescia

domenica 18 gennaio 2026

Groenlandia. Quando il politicamente impensabile diventa negoziabile

 


Oggi le prime pagine si concentrano sui nuovi dazi minacciati da Trump ai paesi europei che inviano truppe in Groenlandia.

Inoltre, in particolare la stampa di destra, si ignora o si dà poco risalto alla manifestazione popolare tenutasi ieri a Copenaghen contro le mire espansionistiche di Trump.

Di più: non viene preso in considerazione un altro fatto interessante. Quale? Che una delegazione bipartisan del Congresso degli Stati Uniti è volata a Copenaghen per rassicurare Danimarca e Groenlandia (*).

La cosa in sé non è una cattiva notizia. Significa che esistono ancora contropoteri, anticorpi istituzionali, una politica estera che non si riduce alla voce del presidente di turno. Ma proprio per questo è anche una notizia inquietante. Una liberal-democrazia con più di duecento anni di storia alle spalle non dovrebbe mai trovarsi nella condizione di dover spiegare ai propri alleati che non intende acquisire territori altrui.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che il diritto internazionale non è un’opinione, né che la sovranità è un valore negoziabile in qualunque momento.



Se ciò accade, il problema non è solo chi pronuncia certe parole, ma il fatto che esse risultino abbastanza credibili da richiedere una smentita ufficiale o quasi.

Il dato citato dalla senatrice repubblicana Lisa Murkowski — circa il 75 per cento degli americani contrario all’idea che gli Stati Uniti “acquisiscano” la Groenlandia — è politicamente rilevante, ma non risolutivo.

Mostra che l’espansionismo non gode di un consenso democratico solido; non elimina però il punto centrale: oggi un leader eletto può parlare impunemente di annessione territoriale come se si fosse a Vienna, anno di grazia 1815, o ancora prima al tempo dei Trattati di Westfalia (Münster e Osnabrück), anno di grazia 1648. O addirittura ancora più indietro nei secoli, fino alla “stato caserma” degli Assiri, circa tremila anni fa…

Cioè, cosa grave, questo linguaggio non viene immediatamente espulso dal perimetro del dicibile.

Qui sta lo slittamento più pericoloso. Non il bellicismo praticato, ma il bellicismo normalizzato come ipotesi. Non la violazione del diritto, ma la sua trasformazione in fastidio procedurale.



Come scrivevamo, è la geopolitica ridotta a grammatica della necessità: un territorio “serve”, è “strategico”, “non può essere lasciato ad altri”. La lezione di Tucidide non è mai stata così attuale (**).

La missione bipartisan del Congresso va allora letta anche come una forma di diplomazia correttiva. Per gli Stati Uniti non è un fatto del tutto inedito, ma ogni suo precedente segnala una crisi di credibilità dell’esecutivo.

È accaduto negli anni Settanta, quando parlamentari americani incontrarono alleati europei e asiatici per rassicurarli sulla continuità degli impegni statunitensi durante il declino della presidenza Nixon e il trauma del Vietnam.

È riaccaduto negli anni Ottanta, dopo lo scandalo Iran-Contra, quando il Congresso dovette ribadire che la politica estera non era diventata un affare personale della Casa Bianca.

Ed è accaduto più recentemente durante il primo mandato di Trump, con delegazioni inviate in Europa e nell’area NATO per garantire che gli Stati Uniti non avrebbero dismesso unilateralmente le loro alleanze.

Attenzione però: in tutti questi casi l’oggetto della rassicurazione era la fedeltà.

Fedeltà agli accordi, alle alleanze, alle regole del gioco.

 


Il caso della Groenlandia segna un passaggio ulteriore e più inquietante. Qui non si tratta di assicurare che Washington non abbandonerà un alleato, ma di chiarire che non intende appropriarsene. Per fare una battuta, quello del Congresso è tardivo contro-putinismo spiegato al popolo.

Siamo davanti a una soglia simbolica diversa, che dice molto sul mutamento del linguaggio del potere: quando una democrazia liberale deve precisare di non avere mire territoriali, significa che l’idea stessa della conquista militare è rientrata nel campo del politicamente pensabile e soprattutto praticabile.

Il punto, allora, non è solo Trump.

Trump è un acceleratore, certamente importante, di un fatto strutturale, che concerne anche l’opposizione a Trump. 

Ci spieghiamo meglio: il problema è una cultura politica che ha smesso di considerare certi tabù come tali. Li difende solo ex post, quando il danno simbolico è già stato fatto.

 


Prima si assiste passivamente o quasi alla riemersione dell’indicibile. Poi si manda una delegazione a spiegare che non è proprio così, eccetera, eccetera. In questo modo - come quando il veleno penetra lentamente in  un corpo umano -  le democrazie non crollano di colpo, ma si logorano: quando ciò che un tempo era impensabile diventa discutibile, e ciò che era illegittimo diventa negoziabile. La demcorazia muore lentamente per intossicazione cronica...

Stiamo assistendo alla velenosa  normalizzazione di una politica estera che al “dolce commercio”, teorizzato dalla cultura illuminista (commercio che tra l’altro sta subendo una seria militarizzazione), sostituisce l’antico bellicismo assiro.

 


La cosa più grave è che il nuovo Tiglath-Pileser III (parliamo di un sovrano vissuto circa tremila anni fa) avrebbe alle spalle la più antica costituzione scritta liberale. Che infatti, il “neo-assiro” Trump regolarmente calpesta. E anche con piacere.

Si pensi all’improvviso risveglio di un mostro preistorico. Un Jurassic Park che però non vedremo solo al cinema (***).

Detto altrimenti: la Groenlandia, in questa storia, è solo il luogo. Il problema è la bussola.

In sintesi: il problema non è solo Trump. È che il linguaggio della conquista è tornato accettabile, e questo è il vero allarme per la liberal-democrazia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/groenlandia-in-migliaia-a-copenaghen-contro-trump-ce-anche-delegazione-del-congresso-usa_7DJ00ZqtkHROAGDVRplckc .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/quando-serve-un-territorio-la.html .

(***) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/caracas-trump-contro-il-liberalismo.html .

sabato 17 gennaio 2026

Trump, il nemico principale

 


Intanto vi segnalo il notevole articolo di Giacomo Brotto (*), molto più giovane di chi scrive, ma ultimo moicano di un liberalismo forse mai esistito almeno qui in Italia, di sicuro dopo Cavour.

Anche Giolitti lo fu, però in modo fin troppo più pragmatico. Il che lo rese indifeso dinanzi al fascismo. Croce ci raccontò lealmente l’Italia liberale e provò a vaccinare gli italiani anni dallo stato etico con i pennacchi dei carabinieri. Non vi riuscì.

Gentile si perse, cercando l’alba liberale nell’imbrunire del fascismo: una fosca tragedia anche personale. De Gasperi ritentò. Ma gli italiani, tuttora imbevuti di fascismo, non ascoltarono. Da ultimi, quattro o cinque professori liberali, che, sebbene per poche ore, bevvero alla fonte della giovinezza inquinata di Berlusconi. E per poco non si avvelenarono. Dopo di che, fine delle trasmissioni (liberali).



Cosa vogliamo dire? Che il liberalismo in Italia oggi è ridotto a Renzi e altri imbonitori. Ha ragione Brotto.

De resto come potrebbe un vero liberale schierarsi dalla parte di Trump, Meloni, Le Pen e di tutta quella variopinta congrega di fascisti? Un guazzabuglio di fascisti che si dicono conservatori e di conservatori che si comportano come fascisti. Tra Orbán e Milei da una parte e Reagan e la Thacher dall’altra, corre la stessa differenza assoluta che passa tra Bombolo, al secolo Franco Lechner, e Marcello Mastroianni.

Su un punto non conveniamo con Brotto (almeno così ci pare): l’ordine internazionale liberale, costi quelche costi, va difeso con la forza, proprio quella forza che Trump e altri briganti, come lui, sparsi per il globo, usano senza porsi alcuno scrupolo morale. Certo serve un salto cognitivo-politico che sfiora il miracolo.

Ma come si può restare con le mani in mano, aspettando Godot (si fa per dire), dopo ciò che ha dichiarato Trump? A proposito della superiorità morale della sua persona, su ogni forma di diritto, a partire da quello internazionale? Trump ci riporta indietro a un concezione autocratica del potere, al principio, attribuito a Ulpiano dell’imperatore legibus solutus (sciolto dalle leggi). Una cosa terribile. Serve un salto quantico.

Come quest’uomo sia potuto uscire fuori da una cultura politica, pesi e contrappesi costituzionali che ha nel Federalist, il punto più nobile, è uno di quei misteri storici che riportano all’impossibilità di spiegare il perché del male nel mondo. Sono cose che accadono. Povere quelle epoche in cui appare l’autocrate.



Ovviamente, si può, anzi si deve combatterlo. Il che implica, ripetiamo, se l’ordine liberale vuole sopravvivere, come accadde con Hitler e Mussolini,  il ricorso alla forza. I principi morali, piccoli o grandi che siano, se vi si crede, vanno difesi con la spada.

Si dirà, puntando il dito: ma come anche l’ordine liberale è legibus solutus? E lo stato di diritto? La non violazione della sovranità nazionale recepita dal diritto internazionale? Eccetera, eccetera?

La differenza è tutta qui: la forza liberale non si fonda sull’arbitrio di un uomo, ma su una decisione politica, all’insegna dell’idem sentire, temporanea e revocabile, assunta per difendere le regole comuni, non per sospenderle definitivamente.



Purtroppo come scrive Brotto, a proposito dell’azione militare di Trump contro Maduro, va prima recuperata (questo lo diciamo noi) la capacità di “un’azione militare e di intelligence tremendamente efficace”, però politicamente non “tossica”: sanatrice, capace di mettere l’Europa e l’Occidente al riparo, o addirittura nella condizione di avere la meglio sulle forze del male.

Una parola sola: riarmo. Morale, militare. Un’Europa magari più piccola, ma militarmente unita e armata fino ai denti. I violenti capiscono e temono solo la forza delle armi. E l’Europa ha le risorse economiche per avviare una transizione ai missili. Altro che le foglioline di insalata biologica.

Il diritto internazionale liberale va difeso con la forza. Su questo dovrebbe esserci unità di intenti. Il che allo stato dei fatti sembra difficile. Solo un esempio. Il mondo è attraversato da venti di guerra e Giorgia Meloni, la fascistella che fa campagna elettorale per Orbán, che fa? Si alza presto e va al mercato giapponese con il canestrello a vendere le uova: “ Le voi Signo’? Ova fresche, Signo’!”



Un quadro internazionale ad alto rischio di infiammabilità. E lo è ogni volta di più che si approva l’operato di Trump, il “liberatore” del Venezuela, e della destra internazionale che lo affianca servilmente. La medaglia Nobel della Machado, da lei donata a Trump, grida vendetta.

Pertanto, inutile ora dividersi sulla necessità di portare o meno la libertà al Venezuela e all’ Iran, ci si penserà dopo. E per una semplice ragione: il nemico principale dell’Occidente, non è  più Putin (che ovviamente resta nemico), ma è Trump. Un cancro politico che corrode dall’interno l’ordine liberale. Va asportato o quanto meno “chemioterapizzato”.

 


Di conseguenza, la Groenlandia, sulla difesa della quale, le forze residue della libertà in Francia, Gran Bretagna, Germania e di chiunque in Europa si riconosca nei principi liberali, devono concentrarsi, può diventare il punto di rinascita o di caduta dell’ordine liberale che ha garantito ottant’anni di pace.

Così stanno le cose.


Trump, una specie di mostro ripugnante, che sembra uscito dal ciclo di Cthulhu di Lovecraft, è il nemico principale dell’Occidente liberale. Non ci stancheremo mai di ripeterlo.

La Groenlandia sarà il banco di prova. Il nostro nuovo sbarco in Normandia, senza truppe americane questa volta.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.rimbrotto.it/politica/piccoli-principi-morali/ .