Ieri abbiamo affrontato i dazi dal punto di vista metapolitico, oggi vorremmo discutere la questione sotto l’aspetto economico, in particolare quello dell’ inflazione.
In linea generale l’inflazione non è mai cosa positiva, soprattutto perché all’ incertezza connaturata ai mercati ( come risponderà il consumatore?) aggiunge l’incertezza dei prezzi (di quanto saliranno?). Ovviamente esistono indici e previsioni. Tuttavia, per una legge sociologica, che insegna che se un uomo ritiene un fenomeno reale allora lo diventa per davvero, l’inflazione può autoalimentarsi, per via psicologica, fino a provocare imprevedibili e rilevanti danni socio-economici.
Si pensi a una asticella dei prezzi, come nel salto in lungo, che viene alzata continuamente, senza però avvisare l’atleta produttore-consumatore che si prepara al salto. Non si sa mai cosa si troverà davanti al momento di spiccare il salto. Di qui i crescenti margini di incertezza di cui sopra.
Perciò, come nel caso di Trump, giocare con l’asticella dei prezzi, è un comportamento autodistruttivo. Trump, pur avendo un passato da uomo economico, una specie di Paperon de’ Paperoni, non ha saputo resistire al richiamo forestale della politica, che ha nel protezionismo una specie di antidiluviana clava che spesso i politici si danno sui piedi. Purtroppo, l’istinto politico, se non ben addomesticato, come saggiamente impone la ricetta liberale, finisce sempre per avere la meglio sulla ragione economica.
Perché non si deve mai giocare con l’inflazione? Per la semplice ragione che i dazi sono una tassa e perciò fanno crescere i prezzi. Per capirsi: se si impone una tassa su un bene, da chi verrà pagata? Dal consumatore. Perché il costo del dazio viene scaricato sul consumatore. Se un certo bene costa 20 dollari e su questo bene viene imposto un dazio che, come nel caso delle misure varate da Trump, parte dal 10 per cento (per giungere al 50 per cento), il prezzo finale salirà a 22 dollari (fino a 30 nel caso di dazi al 50 per cento).
Il che implica una inevitabile ascesa dei prezzi che non premia il
produttore “nazionale”, che se godrà di un incremento, lo perderà a
causa dall’inflazione. Mentre il consumatore sarà costretto ad
acquistare prodotti interni comunque costosi, pagando pegno due volte: sia a causa dell'inflazione, sia per l' assenza di una concorrenza estera.
Quanto alla tesi di Trump (“Il mondo ci sfrutta”), rivolta a giustificare i dazi, sorge una seria questione interpretativa. Si rifletta sui seguenti punti:
1) Se finora alcuni paesi hanno imposto tariffe più alte su determinati prodotti, gli Stati Uniti, a loro volta, hanno applicato dazi elevati su altre specie di beni. Per capirsi se l’Unione Europea ha storicamente imposto dazi più alti su automobili americane, gli USA ne hanno imposti di elevati sui prodotti agricoli europei;
2) In alcuni paesi come come la Cina si sono applicate tariffe elevate proprio in risposta ai dazi imposti da Trump, come accaduto durante il primo mandato, nel corso della guerra commerciale 2018-2019, con conseguenze negative per tutti;
3) In base ai dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), le tariffe medie imposte dagli Stati Uniti sui beni importati sono relativamente basse rispetto alla media globale, ma ci sono eccezioni in settori specifici, come ad esempio i prodotti agricoli. Ma anche per acciaio e alluminio. Per dire una banalità, l’odiatissimo Canada imponeva alte tariffe sui latticini americani, ma gli USA, per la serie scagli la prima pietra, facevano la stessa cosa su alcuni prodotti canadesi;
4) Infine le nuove tariffe sono state calcolate in base al modo in cui ogni paese tassa i beni americani. La Casa Bianca ha calcolato quel che altri paesi hanno addebitato sulle merci statunitensi utilizzando non solo i dazi, ma anche “barriere non monetarie e altre forme di imbroglio”, che in realtà rinviano a necessari regolamenti di tipo sanitario o di altro genere, quindi si tratta misure indirette. E non è corretto da parte di Trump includerle nel computo generale (*).
Si dirà che l'Europa, ad esempio, potrebbe rispondere azzerando i propri dazi. Diciamo porgendo l'altra guancia. Spingendo così gli Stati Uniti a fare altrettanto. Purtroppo, l'altra guancia - come per l'idea pacifista di abolire la guerra - non viene mai porta da tutti e soprattutto alla stessa ora. La mamma dei prepotenti, come quella degli imbecilli, è sempre incinta. Insomma, non c'è alcuna certezza che Trump rinunci a sua volta a usare la pistola dei dazi. Chi rinuncia spontaneamente al potere? In 5000 anni vi ha rinunciato un solo "Signore" nato a Betlemme. Quindi si eviti di dire stupidaggini anarco-libertarie.
Il quadro insomma non è quello della congiura contro gli Stati Uniti, dipinto da Trump. Il magnate drammatizza per implementare una politica protezionistica, frutto venefico di una visione ideologica che sul piano economico ha molti punti in comune con la politica autarchica dei fascismi.
Tutto questo, come detto, farà più male che bene al mercato mondiale, e, cosa più grave, ne farà di più grande ancora all’economia americana, perché penalizzerà soprattutto i consumatori.
Se la cosa non fosse così grave, la politica protezionista di Trump, potrebbe rappresentare un ottimo caso di studio per stabilire una volta per sempre che purtroppo la politica, se si vuole le passioni, hanno sempre la meglio sull’economia, gli interessi.
Come scrivevano ieri, magari esistesse veramente l’Homo oeconomicus, il mondo funzionerebbe come un orologio.
Ma non è così.
Carlo Gambescia
(*) Sul punto specifico qui: https://www.investopedia.com/how-much-reciprocal-tariff-will-be-for-each-country-trump-trade-11708072?utm_source=chatgpt.com .