sabato 3 gennaio 2026

Buon 2026? Bah…

 L' articolo è stato scritto quando ancora non sapevamo dell’attacco di Trump al Venezuela. Peggio di così, l’anno non poteva iniziare… (Carlo Gambescia)

 


Il nuovo anno sembra incominciare sotto i peggiori auspici. Farsi gli auguri? Certo, ma solo per scongiurare il peggio. Una specie di atto di superstizione che però  può valere solo per chi crede in queste cose.

I motivi per essere pessimisti non sono pochi: elezioni che potrebbero produrre esiti rischiosi per la democrazia in diversi paesi europei; una riforma elettorale pensata per blindare un governo di destra parafascista in un’Italia che ormai sembra disinteressarsi di una politica che non sia fatta solo di insulti; un’Ucraina sempre più sola che rischia, nella tarda primavera, una offensiva russa su vasta scala; un Trump che minaccia guerre e protezionismo alla stregua di un Napoleone di strapazzo, che sulle sue baionette cerca di imporre non i valori della rivoluzione francese ma quelli della più bieca controrivoluzione.



Come anticipato, a peggiorare questo quadro,  contribuisce un calendario elettorale europeo tutt’altro che rassicurante. Nel 2026 sono già previste consultazioni politiche in diversi paesi, a partire dalle elezioni parlamentari in Slovenia (marzo) e da quelle cipriote nel mese di maggio, oltre a importanti elezioni regionali in Germania e in Spagna, dove il voto nelle comunità autonome continuerà a fungere da termometro politico nazionale. Ma, al di là delle scadenze formalmente fissate, pesa soprattutto il rischio concreto di elezioni anticipate in alcuni grandi paesi dell’Unione: in Francia, l’instabilità parlamentare e la fragilità degli equilibri di governo mantengono aperta l’ipotesi di uno scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale; in Spagna, un esecutivo strutturalmente debole e logorato da tensioni interne e scandali è sottoposto a pressioni crescenti per un ritorno alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. Un insieme di fattori che rende il 2026 un anno potenzialmente decisivo anche sul terreno europeo, dove la tenuta delle democrazie liberali appare tutt’altro che scontata.

Il mondo potrebbe trasformarsi in un inferno, eppure si parla di pace come se fosse un obiettivo perseguibile grazie a una buona volontà che in realtà non esiste più, sostituita da una volontà di potenza che sembra animare le principali potenze (Stati Uniti, Russia, Cina), eccezion fatta per un’Europa che si prepara a vivere a rimorchio di una filosofia politica che è l’esatto contrario della filosofia liberale incarnata dai vincitori del 1945 — esclusa, ovviamente, la Russia sovietica, che resta impermeabile ai valori di libertà nonostante la caduta del comunismo.



Come si può essere ottimisti di fronte a un completo rovesciamento di valori? Gioire — per dire le cose pane al pane, vino al vino — di fronte a figure come Trump, che dichiara di voler riportare la libertà in Venezuela e Iran (per non parlare dell’appoggio fornito a un nazionalista della peggiore specie come Netanyahu, preferito all’Israele liberale), mentre tenta di schiacciare ogni libertà negli Stati Uniti? Come si può parlare di libertà se si è tra i primi a non crederci? Come ci si può definire liberali e poi schierarsi con un personaggio come Putin, difendere un nazionalista della peggiore specie come Netanyahu, minacciare l’invasione della Groenlandia e andare a braccetto con i leader della peggiore destra parafascista europea, a partire da Giorgia Meloni? Per inciso, tragicomica la propaganda della Rai e della stampa organica a Fratelli d’Italia sull’abbassamento dei dazi sulla pastasciutta italiana. Grande gesto di magnanimità dell’Imperatore Trump I, grazie anche all’opera del proconsoleFranciscus Lollobrigidius Maximus.



Ovviamente non tutto accadrà quest’anno: forse l’Ucraina potrebbe cadere e l’Europa tingersi sempre più di nero (quel maledetto orbace che gli italiani oggi hanno dimenticato). I processi politici hanno tempi non brevi. Però la direzione pare quella, se non proprio una fotocopia, almeno un’eco distante degli anni Venti e Trenta del Novecento, magari in versione digitalizzata. Purtroppo si respira, tra la gente, un’aria di rassegnazione, egoismo e depoliticizzazione: i tre fattori alla base dei processi politici che portano alla diffusione di un clima autoritario, che poi regolarmente sfocia nelle dittature.

Alcuni analisti della situazione politica americana confidano nei sondaggi, non favorevoli a Trump, e nelle elezioni di midterm che si terranno quest’anno, nonché nel pericoloso folclore politico parasocialista di Mamdani, fresco sindaco di New York. Ma siamo così sicuri che, in caso di sconfitta nel 2028, Trump cederà il potere?

Non ne siamo così certi. Applicare, anche in chiave analitica, il paradigma liberal-democratico a chi lo disprezza può tramutarsi in un grave errore previsionale. Quanti dittatori, o aspiranti tali, pur di non rinunciare al potere hanno scatenato guerre esterne per ricompattare il popolo contro un presunto nemico esterno?

 


Nel quadro di una “democrazia emotiva” (*), non è facile far ragionare la gente. Proprio in questi giorni, parlando di queste cose con un giovane professore di economia — attento, virtù rara in un economista, a ciò che accade fuori dall’economia — mi sono sentito rispondere che bisogna spiegare, far capire alla gente il senso delle misure e delle scelte politiche. Il che è giustissimo. Ma potrebbe essere troppo tardi. E il 2026 ce lo dirà.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=democrazia+emotiva .

lunedì 29 dicembre 2025

Buon 2026 a tutti gli amici lettori!


 

Un altro passo verso il regime: la riforma della Corte dei Conti e il liberalismo come alibi

 


La recente riforma della Corte dei Conti è dipinta da un governo che non conosce vergogna politica come un passo verso il liberalismo.

In realtà, dopo la separazione delle carriere e la prossima riforma della legge elettorale (perché quella costituzionale, in senso presidenzialista, per ora è più complicata), la riforma della Corte dei Conti rientra, e alla grande, in quelle che potremmo chiamare le leggi “melonissime” verso il regime. Fascista? Diciamo verso una società chiusa, illiberale, in cui i poteri di controllo vengono progressivamente svuotati e ricondotti a funzioni ornamentali, mentre l’esecutivo si sottrae a ogni responsabilità effettiva.

Il lettore non sorrida, perché le leggi “fascistissime” (1925-1926) furono certo qualcosa di più pesante, brutali e dichiaratamente autoritarie. E come vedremo, quelle “melonissime” sono invece presentate come inevitabili, tecniche, persino ragionevoli e vanno a svilupparsi lungo l’arco di una legislatura (2022-2027), o comunque per parte di essa. Tuttavia il futuro che ci aspetta non sarà certamente differente, vista la stessa logica che ispira queste misure.



Giorgia Meloni, più che ispirarsi a Mussolini, sembra voler incarnare l’arte almirantiana del passo dopo passo. Almirante non vi riuscì, negli anni Settanta del secolo scorso, perché il fuoco di sbarramento dell’antifascismo lo respinse nel ghetto da dove era venuto; per la Meloni, nella poltiglia populista di oggi, che abbraccia una destra e una sinistra che gareggiano in populismo, tutto è più facile. Anche perché, grazie al sostegno della discutibile compagnia ideologica internazionale con cui si accompagna — a partire da Trump — può presentarsi in Italia come una leader seria, lungimirante e valorosa. Una commedia che, tra qualche anno, una volta che la destra avrà conquistato il Quirinale grazie a una legge elettorale con un sostanzioso premio di maggioranza, rischia di trasformarsi in tragedia per le libertà di cui abbiamo goduto finora. 

Questo processo, tuttavia, non si realizza attraverso colpi di mano o svolte plateali. Avanza piuttosto per micro-aggiustamenti istituzionali, riforme presentate come tecniche, depoliticizzate, persino noiose. È la conquista del potere per accumulazione: l’indebolimento progressivo dei controlli, la delegittimazione dei contropoteri, la normalizzazione dell’idea che l’efficienza amministrativa conti più della responsabilità, che la velocità decisionale valga più della legalità sostanziale. In questo schema, come anticipato, rientrano la separazione delle carriere, l’attacco strisciante alla magistratura, la riforma elettorale con congruo premio di maggioranza e, oggi, la riforma della Corte dei Conti. Non episodi scollegati, ma tasselli coerenti di un disegno che mira a ridurre ogni forma di freno istituzionale all’esercizio del potere esecutivo.



Si dirà (tipico ragionamento di sapore  fascista): il popolo può fare anche a meno della libertà, basta che la pancia e altre parti del corpo siano soddisfatte. Probabilmente è così.  Però il risveglio sarà brusco – il lettore non ci accusi di fare fantapolitica – quando Mosca imporrà l’invio di contingenti italiani per le sue guerre lontane. Il futuro sarà di ferro. Soprattutto una volta fuoriusciti da quella società aperta e liberale sulla quale oggi non pochi sputano sopra, perché sarebbero i liberali – ecco la grande menzogna che si pagherà cara – a volere la guerra.

A questo punto è necessario chiarire un equivoco solo apparente. Il passaggio dalla cornice politico-ideologica all’analisi della riforma della Corte dei Conti non è una contraddizione argomentativa, ma il cuore stesso del problema. Le riforme istituzionali non sono mai neutre: anche quando si presentano come interventi tecnici, esse riflettono sempre una precisa idea di potere e di rapporto tra Stato, cittadini e controlli. Nel caso in esame, la retorica del liberalismo serve precisamente a mascherare un’operazione di segno opposto.

Qui si misura la distanza abissale tra il liberalismo come dottrina della limitazione del potere e il finto liberalismo evocato dal governo Meloni. Il primo vive di controlli, responsabilità, disciplina di bilancio, separazione effettiva dei poteri. Il secondo è un liberalismo di comodo, evocato quando serve a giustificare l’allentamento dei vincoli e l’espansione discrezionale dell’esecutivo. Non si tratta di un errore concettuale, ma di una strategia politica consapevole: si gioca a fare i liberali quando conviene, salvo svuotare dall’interno gli strumenti che rendono il potere realmente responsabile.



Ma veniamo alla riforma della Corte dei Conti. In questo quadro, essa non rappresenta un dettaglio marginale, bensì un passaggio strategico, perché colpisce uno dei luoghi in cui, in uno Stato liberale, il potere dovrebbe fermarsi a rendere conto: il controllo sull’uso delle risorse pubbliche. A un’analisi più attenta, l’etichetta appare più retorica che reale, in senso liberale ovviamente. È vero che la riforma introduce snellimenti procedurali, ma riduce la responsabilità erariale dei funzionari e prevede meccanismi di silenzio-assenso per l’approvazione di atti e pareri (*).

Tutto questo aumenta la flessibilità operativa dell’amministrazione pubblica, ma non incide in alcun modo sui volumi della spesa né sull’efficacia del controllo dei bilanci, che restano elementi centrali dal punto di vista liberale.

E qui si deve riflettere seriamente su un punto fondamentale. Il dibattito politico che ha accompagnato l’approvazione della legge è stato sorprendentemente unitario. Da un lato, il governo ha enfatizzato la presunta “liberalizzazione” come strumento di modernizzazione e velocizzazione della macchina pubblica. Dall’altro, l’opposizione ha puntato l’attenzione sui possibili rischi di malaffare e di responsabilità non accertate, senza però interrogarsi sulle implicazioni più profonde: la spesa pubblica resta sostanzialmente illimitata e il quadro dei controlli risulta indebolito.

In termini strettamente liberali, una riforma degna di questo nome dovrebbe combinare due elementi: riduzione della spesa pubblica e rafforzamento dei controlli sui bilanci. Solo così si garantirebbe che le risorse siano allocate con efficienza e responsabilità, tutelando l’interesse generale senza cedere né alla burocrazia né alla retorica. La riforma approvata, invece, sembra offrire più libertà di gestione agli amministratori pubblici senza alcun freno reale alla spesa: ciò che dai tempo di Pisistrato, ogni tiranno a sempre sognato. In sintesi: un liberalismo di facciata, che nasconde dietro l’etichetta progressi in realtà marginali o addirittura pari a zero.



In conclusione, mentre il dibattito si concentra su episodi di responsabilità individuale o presunti abusi, il cuore della questione – il rapporto tra liberalismo, disciplina di bilancio e spesa pubblica – resta intatto. La riforma si limita a modificare procedure e responsabilità senza toccare i nodi strutturali di una gestione pubblica più libera e rigorosa.

Non ci stancheremo ma di ripeterlo: se davvero si volesse parlare di liberalismo, il tema centrale non sarebbe chi firma cosa, ma quanto e come lo Stato spende le risorse a disposizione. E soprattutto si imporrebbe la ridiscussione stessa del concetto di spesa pubblica. Cosa che i concorrenti populismi di destra e sinistra impediscono.

E nessuno si meravigli, dunque, se la riforma della Corte dei Conti non è che un altro passo. Un passo piccolo, tecnico, apparentemente innocuo, come tutti quelli che contano davvero. Perché il potere non si conquista con gli strappi, ma con l’abitudine. Quindi non solo con le leggi eccezionali, ma con quelle presentate come inevitabili.

Il vero liberalismo non si proclama, si misura. Di conseguenza quando ci si accorge che il controllo è svanito, che la spesa corre senza freni e che le libertà si riducono a concessioni, il percorso è già compiuto. Il liberalismo posticcio non serve nemmeno più come alibi: restano i proclami, la sostanza del discorso è evaporata.


Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/osservatorio-parlamentare/attivita-legislativa/attivita-legislativa-nella-xix-legislatura/riforma-funzioni-corte-dei-conti-il-testo-approvato-al-senato/ .

domenica 28 dicembre 2025

Un Croce tutto famiglia e struffoli

 


Che cosa può dire oggi la figura filosofica di Benedetto Croce? È a questa domanda che pensavamo guardando il docufilm di Pupi Avati, “Un Natale a casa Croce”, trasmesso lunedì 26 dicembre intorno alle 23 su Rai 3 (*). A un anno dalla presentazione al Festival del cinema di Torino.

I dati Auditel parlano di uno share del 2,4% (**). Non è un “successone”, ma nemmeno un disastro totale. Rai 3, a notte fonda, non brilla quasi mai: dunque il 2,4% è basso, certo, ma nel contesto del canale e della fascia non sorprende né allarma più di tanto. Dice però un’altra cosa: la Rai sapeva fin dall’inizio che a quell’ora lo avrebbero guardato quattro gatti. Un mezzo disastro annunciato. Un mezzo terremoto di Lisbona, non frutto del caso, ma della volontà divina di Viale Mazzini.



Del resto, che cosa ci si può aspettare da una Rai che vede ai vertici un Giampaolo Rossi, proveniente dall’area della destra missina, quella che rivendicava l’opera dello Stato etico del fascismo? Come ricordava Croce dopo aver ricevuto a casa una visita notturna degli squadristi. Geniale, Avati, nel rammentarlo. Sebbene l’ironia — che un tempo bastava a mettere fuori gioco i nostalgici del fascismo — oggi non basti più. Ora sono in cattedra, cioè al governo: melliflui, ruffiani, per ora con i guanti di velluto, ma intenti a sbavare dietro Trump, Meloni, Orbán, Putin e gentaglia varia, reincarnazioni postmoderne di Hitler e Mussolini spiegati al popolo.

Nel docufilm di Avati c’è però un filosofo che la gente di oggi, ormai intrisa di stereotipi fascisti riverniciati come “sovranisti”, non può capire e forse neppure apprezzare. Va anche detto che la struttura del docufilm non aiuta. Sasso, classico esempio di professorale ossequiosità, e la colta  Benedetta Craveri — nipote di Croce, e va detto molto espressiva — incarnano uno snobismo liberale che talvolta può tradursi in giacobinismo. Un giacobinismo che, per truculenta reazione ( lo sgrammaticato “a lu pane e a lu vino ha da esse giacobino”), armò la mano dei sanfedisti napoletani nel 1799: i liberali finirono sul patibolo, con la complicità di un monarca che non vedeva più in là del proprio naso.

Per capirsi, snobismo come sordiano “io so’ io, e voi non siete un c…”.



Ma il vero nodo decisivo è un altro: Avati non “traduce” Croce, lo “addomestica”. La sua cifra intimistica — efficace altrove — produce una riduzione domestica del filosofo, trasformandolo in figura affettiva più che conflittuale. Il Croce di Avati è raccontato da dentro la casa e non dentro la storia: prevale il nonno sul polemista, il rituale familiare sul combattente civile. Così il regista, forse inconsapevolmente, disinnesca la carica europea e militante del pensiero crociano, che non è il giacobinismo di cui sopra, ma rigoroso impegno civile e civico, rendendo Croce compatibile con un presente che non vuole essere disturbato. Un Croce rassicurante e, proprio per questo, politicamente innocuo.

Il Croce di Pupi Avati, al di là di alcune fiammate — l’interventismo antidemocratico di D’Annunzio, l’estremismo di Gentile poi pagato con la vita, il brigantaggio fascista, la volgarità di Togliatti — resta più film che docu. Si indugia troppo, fin dal titolo, su un Croce nonno un po’ svanito, che sembra uscito da uno spot del panettone. Anzi: i nonni panettonati, oggi, sono postmodernamente più svegli.

È probabilmente questa l’idea che qualche spettatore capitato lì per caso si sarà fatto di Croce. Saremo brutali: un rincoglionito.



Avati, si sa, ha una cifra intimistica, talvolta fantastica, persino horror. È indubbiamente un uomo coltissimo. E qui si noti una sottigliezza — diciamo pure una cattiveria —: il taglio netto di Laterza, l’editore che fu una sorta di braccio editoriale delle idee di Croce almeno fino al 1950. La prova provata è l’edizione Adelphi di un testo crociano che appare a un certo punto in primo piano. Piccole vendette intellettuali.

Manca nel docufilm il respiro europeo, appena accennato, senza convinzione, a proposito del gigantesco epistolario crociano. Altri difetti concettuali? Troppa enfasi sul rapporto con Gentile, che più che un filosofo fu un teologo politico: l’esatto contrario del laico, politicamente laico, Croce.  Perciò un rapporto, fascismo  o meno, destinato inevitabilmente a esaurirsi. Quantomeno sul piano  filosofico.   E poi l’assenza dell’opera storica crociana, che pure aveva grande valore, soprattutto nel racconto dei progressi dell’Italia liberale. Non si può ridurre il liberalismo italiano alle cannonate di Bava Beccaris.



Insomma, ci siamo ritrovati tra le mani un Croce tutto famiglia e struffoli. E i nostri sono tempi in cui il liberalismo dovrebbe raccogliere da terra la spada. E per dirla tutto al posto dei birignao professorali, servirebbe persino un pizzico di giacobinismo. Perché i briganti sono tornati.

E gli struffoli non aiutano.

Carlo Gambescia

(*)Il film è visibile su RaiPlay: https://www.raiplay.it/video/2025/12/Un-Natale-a-casa-Croce-1a116d4d-b65d-4995-be58-0ac11edfa2a9.html .

 (**) Qui: https://newsroom24.it/notizia/2025/12/27/ascolti-tv-di-ieri-venerdi-26-dicembre-2025-le-note-del-natale-contro-il-primo-natale-chi-ha-vinto-la-serata-di-ieri?utm_source=chatgpt.com .

sabato 27 dicembre 2025

Il silenzio come metodo: Soros, “Il Tempo” e l’italianizzazione (per ora mediatica) del modello Orbán. Però dietro c'è Maurras...

 


E così oggi siamo alla seconda puntata. La campagna lanciata dal “ Tempo” contro George Soros è grave . È grave per il linguaggio, per l’iconografia, per il dispositivo simbolico che mette in scena (*). Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante: nessun altro giornale italiano ha sentito il bisogno di criticarla. Nessuno. Né a sinistra, né al centro, né tra coloro che amano definirsi custodi del pluralismo e della libertà di stampa.

Non si tratta di una distrazione collettiva. Si tratta  - per usare il sociologhese - di un silenzio strutturato, di una sospensione deliberata del giudizio che segnala un mutamento più profondo del sistema mediatico italiano. Quando una campagna di questo tipo passa senza essere nominata, commentata, problematizzata, il problema smette di essere “Il Tempo” e diventa, per usare una terminologia alla moda, l’ecosistema dell’informazione.





La rappresentazione di Soros è fin troppo chiara, ricorda, in forma magari meno esplicita, “L’Action Française di Charles Maurras (nella foto di copertina): il giornalista, nazionalista e antisemita, poi collaboratore dei nazisti durante Vichy. Una figura infame. Capostipite di tutti gli antisemitismi europei. Per questo lo ricordiamo.  E chi pubblica in Italia libri contro Soros? Passaggio al Bosco. Quando si dice il caso…  E sia detto per inciso, anche per insozzare il lavoro di chiunque altro voglia studiare la metapolitica  in senso scientifico (ma questa è un altra storia). 

“Il Tempo" come dipinge "le Juif", Soros? Il grande vecchio, il denaro esibito, la rete invisibile che muoverebbe ONG, stampa, associazioni, sinistra. È un repertorio antico, riconoscibile, codificato. Orbán non ha inventato nulla, anche se il suo modello, diciamo soft, funziona, Si pensi a un antisemitismo strisciante, mai dichiarato, sempre alluso. Non esplicito, come dicevamo. Perché non serve urlarlo: basta suggerirlo. Ed è proprio questa forma indiretta a renderlo socialmente accettabile. Però dietro il "Tempo" e Orbán, ruggisce Maurras.

Eppure, davanti a tutto questo, le redazioni italiane hanno scelto il mutismo. Nessun editoriale, nessuna presa di distanza, nessuna riflessione sul confine – sempre più sottile – tra critica politica e costruzione del nemico. Il silenzio non è neutralità: è assuefazione.

Non siamo ancora nell’Ungheria di Orbán sul piano politico. Ma sul piano mediatico il modello è già all’opera. Non serve censurare, non serve proibire. Basta che tutti interiorizzino ciò che non va detto. È l’autodisciplina, non il bavaglio, a fare il lavoro più efficace.

 


In questo quadro pesa anche il silenzio di Giorgia Meloni, che non ha trovato una parola per prendere le distanze da una campagna che utilizza un immaginario ben noto. Nemmeno un distinguo formale. Il messaggio implicito è chiaro: questa narrazione non disturba. È difficile immaginare che si inizino campagne del genere senza un beneplacito politico, ovviamente tra le quinte.

C’è poi un nodo che andrebbe affrontato senza ipocrisie. George Soros è libero di spendere il proprio denaro come ritiene opportuno. Esattamente come lo sono stati Silvio Berlusconi – che difficilmente qualcuno definirebbe di sinistra – gli Agnelli, o i grandi finanziatori della destra globale. Finanziare idee, giornali, fondazioni, progetti politici non è un crimine: è una pratica strutturale delle democrazie liberali. Criminalizzarla selettivamente significa costruire un capro espiatorio, non difendere la trasparenza.


E qui emerge l’ipocrisia finale. Si demonizza Soros, ma nessuna inchiesta sui circuiti opachi di Donald Trump e dei miliardari che lo circondano. Trump è un miliardario, governa con i miliardari, è sostenuto da interessi economici enormi. Eppure quel mondo resta fuori dal mirino. Il bersaglio è sempre lo stesso, accuratamente scelto perché simbolicamente efficace.

 


La campagna contro George Soros è un segnale evidente. Ma il segnale più inquietante è che non ha provocato alcuna reazione.

Quando un quotidiano nazionale può utilizzare un immaginario allusivo, carico di stereotipi e di antiche ossessioni, senza incontrare una sola presa di distanza pubblica da parte del resto della stampa, significa che il problema non è più il singolo giornale, ma come dicevamo l’ecosistema che lo circonda.

Non servono censure, né leggi liberticide. Basta il silenzio.

Basta che tutti capiscano quali campagne si possono fare e quali è meglio non commentare. È così che un modello mediatico autoritario si afferma prima ancora di diventare politico.

 


Poi - magari la stessa sinistra taciturna -   ci si indigna per Orbán, per Trump, per le loro corti di miliardari e per la loro idea plebiscitaria del potere. Ma senza accorgersi che, nel frattempo, anche qui il terreno è stato preparato: non col rumore, ma con l’assuefazione.

Perché quando l’informazione rinuncia a parlare, non sta scegliendo la prudenza.

Sta scegliendo il campo.

Carlo Gambescia

 

(*) Ne abbiamo già parlato qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/12/quando-la-propaganda-si-traveste-da.html .

mercoledì 24 dicembre 2025

Buon Natale? Bah… Dal giornale al centrotavola, come la destra governa l’ immaginario

 


C’è un filo che lega la prima pagina del “Tempo” di oggi al micro-presepio piazzato come centrotavola nell’ultima puntata prenatalizia del “Paradiso delle signore”. Un filo sottile, ma resistentissimo. Non è complottismo: è egemonia culturale allo stato elementare.

Si dirà che le nostre critiche sono cose da intellettuali, anzi da “fissati”: alla gente comune, alla gente “normale” non interessano. Anche perché neppure ci fa caso. Ecco, questo è il vero punto della questione, Nessuno si accorge del veleno somministrato, goccia a goccia, giorno dopo giorno. Perciò non è questione da intellettuali, ma problema di libertà.

Partiamo dal ‘Tempo’, oggi diretto da Capezzone, che si proclama liberale: un po’ come Giovanni Gentile, filosofo liberale… e fascista. Solo che qui il Gentile è spiegato al popolo, con sottotitoli inclusi.

La prima pagina di oggi è esemplare, non per ciò che rivela, ma per ciò che mette in scena. Il titolo — “Il Federatore” — campeggia su un’immagine di George Soros isolata, monumentalizzata, caricata di una funzione simbolica che va ben oltre la notizia. Non un finanziatore, non un attore politico discutibile come molti altri, ma il centro occulto, Il “numero uno” che tiene i fili, colui che “chiama” e a cui la sinistra “risponde”. La politica ridotta a teatro delle ombre, dove i soggetti spariscono e restano solo burattini, nelle mani del grande Mangiafuoco.



Non è giornalismo d’inchiesta. È narrazione identitaria. Il lessico è quello: “ombra”, “capo”, “braccio operativo”, “federatore”. Un vocabolario che non serve a capire, ma a riconoscere. Il lettore non deve interrogarsi, deve sentirsi confermato. Non c’è complessità, non c’è contesto, non c’è dubbio. C’è un Nemico — sempre lo stesso — e un Noi che finalmente può dirsi innocente. L’ “Ebreo eterno” della propaganda nazista, come scrivevamo ieri l’altro (*). Ci risiamo insomma.

Qui sta la vera trasformazione del “Tempo”. Non semplicemente uno spostamento a destra — cosa legittima in una stampa pluralista — ma una mutazione più profonda: l’abbandono del dubbio come metodo. Per abbracciare l’altro metodo, quello complottista. Un metodo che presiede alla stesura di un classico dell’antisemitismo: I “protocolli dei “savi anziani” di Sion”, opera della polizia segreta zarista (quando si dice il caso: non è poi mutata molto la Russia dall’Okhrana di Nicola II alla guerra ibrida di Putin…).

“Il Tempo” non informa più per problematizzare; informa per rassicurare. Non apre conflitti interpretativi; li chiude in anticipo. È un giornale che urla per non dover pensare. E l’approccio può essere esteso a tutta la stampa organica alla destra. Questa destra che, nelle migliore delle ipotesi, ancora crede che il fascismo abbia fatto “anche” cose buone



E il paradosso è romano. Perché Roma non è mai stata la città del pensiero allineato. È la città di Pasquino, ma anche della Repubblica Romana del 1849, del liberalismo militante, della libertà pagata con l’esilio e con il sangue.

Delle cannonate e della satira che graffia il potere, che lo espone al ridicolo, che non costruisce miti ma li infrange.

La tradizione polemica romana è feroce, sì, ma intelligente; corrosiva, ma mai servile. Qui invece siamo alla caricatura: un potere che non tollera l’ambiguità e dunque la cancella, sostituendola con figure archetipiche che rinviano alla amara stagione dei fascismi. Del Manifesto e della Difesa della Razza.

 


Al riguardo si noti anche la sapida vignetta di Oshø, un esempio di umorismo identitario che lavora per allusione e semplificazione, associando implicitamente alterità culturale, Islam e degrado sociale. Non un’affermazione esplicita, ma una contiguità simbolica, tra Islam e “maranza”, che parla da sola.

 Il richiamo al presepe che per la destra sembra ormai essere come lo spadone del crociato, funziona però da collegamento con quel che accade nella stessa città che, insieme al “Tempo” ospita la Rai. E non è un dettaglio.

Nell’ultima puntata prima di Natale del “Paradiso delle signore”, una delle fiction più popolari del servizio pubblico, il momento culminante è un pranzo prenatalizio coronato da un “grande gesto”: un micro-presepio come centrotavola. Scena tenera, apparentemente innocua. E infatti il punto non è la religione. Il punto è il simbolo.

 


Quel presepio non racconta il Natale come esperienza plurale, culturale, storica. Racconta il Natale come marcatore identitario. È il “nostro” Natale, silenziosamente contrapposto a qualcos’altro che non viene nominato ma aleggia. L’Islam dei “Maranza”, neppure tanto adombrato nella vignetta di Oshø . Lo stesso Natale evocato negli editoriali del “Tempo”, dove il presepio diventa baluardo, confine, risposta implicita a un mondo percepito come ostile. E che il “politicamente corretto”, finanziato dall’ “Ebreo eterno” Soros, vuole cancellare.

Si dirà, ma come la destra – con Capezzone in testa – non difende Netanyahu? Certo, ma difende il nemico dell’Islam, o comunque un politico di destra, estrema tra l’altro, nazionalista fanatico. Inviso, come ci dicono i sondaggi, alla stragrande maggioranza degli israeliani e degli ebrei sparsi nel mondo. Netanyahu non è Israele, né tantomeno l’Ebraismo.

Così il cerchio si chiude: quotidiano e fiction, carta e televisione. Nessun ordine dall’alto, nessuna regia occulta. Molto più efficace: una convergenza spontanea di simboli, un senso comune che si deposita senza fare rumore. La destra che oggi governa non impone un’ideologia nuova: riattiva arcaici e indigesti repertori, li normalizza, li rende ovvi. Funziona da Maalox. Dal titolo cubitale al centrotavola.



La cosa più inquietante non è lo scandalo. È la banalità. Tutto questo non fa più rumore perché è diventato sfondo. E quando l’immaginario diventa sfondo, la partita è già avanzata. Trionfa la banalità del male, come abbiamo già scritto un milione di volte…

Roma, la città di Pasquino e del liberalismo militante, non dei santini; della beffa, non del catechismo mediatico, meriterebbe di meglio di un quotidiano che scambia la semplificazione per coraggio e di un servizio pubblico che confonde la tradizione con il conformismo.

Il problema non è il presepio. Il problema è chi lo mette, dove lo mette, e soprattutto perché.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/12/quando-la-propaganda-si-traveste-da.html .