giovedì 3 aprile 2025

Dazi. Donald Trump o dell’inesistenza dell’ uomo economico

 


Ieri abbiamo affrontato i dazi dal punto di vista metapolitico, oggi vorremmo discutere la questione sotto l’aspetto economico, in particolare quello dell’ inflazione.

In linea generale l’inflazione non è mai cosa positiva, soprattutto perché all’ incertezza connaturata ai mercati ( come risponderà il consumatore?) aggiunge l’incertezza dei prezzi (di quanto saliranno?). Ovviamente esistono indici e previsioni. Tuttavia, per una legge sociologica, che insegna che se un uomo ritiene un fenomeno reale allora lo diventa per davvero, l’inflazione può autoalimentarsi, per via psicologica, fino a provocare imprevedibili e rilevanti danni socio-economici.

Si pensi a una asticella dei prezzi, come nel salto in lungo, che viene alzata continuamente, senza però avvisare l’atleta produttore-consumatore che si prepara al salto. Non si sa mai cosa si troverà davanti al momento di spiccare il salto. Di qui i crescenti margini di incertezza di cui sopra.

Perciò, come nel caso di Trump, giocare con l’asticella dei prezzi, è un comportamento autodistruttivo. Trump, pur avendo un passato da uomo economico, una specie di Paperon de’ Paperoni, non ha saputo resistire al richiamo forestale della politica, che ha nel protezionismo una specie di antidiluviana clava che spesso i politici si danno sui piedi. Purtroppo, l’istinto politico, se non ben addomesticato, come saggiamente impone la ricetta liberale, finisce sempre per avere la meglio sulla ragione economica.

Perché non si deve mai giocare con l’inflazione? Per la semplice ragione che i dazi sono una tassa e perciò fanno crescere i prezzi. Per capirsi: se si impone una tassa su un bene, da chi verrà pagata? Dal consumatore. Perché il costo del dazio viene scaricato sul consumatore. Se un certo bene costa 20 dollari e su questo bene viene imposto un dazio che, come nel caso delle misure varate da Trump, parte dal 10 per cento (per giungere al 50 per cento), il prezzo finale salirà a 22 dollari (fino a 30 nel caso di dazi al 50 per cento).

Il che implica una inevitabile ascesa dei prezzi che non premia il produttore “nazionale”, che se godrà di un incremento, lo perderà a causa dall’inflazione. Mentre il consumatore sarà costretto ad acquistare prodotti interni comunque costosi, pagando pegno due volte:  sia a causa dell'inflazione, sia per  l' assenza di una concorrenza estera. 

Quanto alla tesi di Trump (“Il mondo ci sfrutta”), rivolta a giustificare i dazi, sorge una seria questione interpretativa. Si rifletta sui seguenti punti: 

1) Se finora alcuni paesi hanno imposto tariffe più alte su determinati prodotti, gli Stati Uniti, a loro volta, hanno applicato dazi elevati su altre specie di beni. Per capirsi se l’Unione Europea ha storicamente imposto dazi più alti su automobili americane, gli USA ne hanno imposti di elevati sui prodotti agricoli europei; 

2) In alcuni paesi come come la Cina si sono applicate tariffe elevate proprio in risposta ai dazi imposti da Trump, come accaduto durante il primo mandato, nel corso della guerra commerciale 2018-2019, con conseguenze negative per tutti; 

3) In base ai dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), le tariffe medie imposte dagli Stati Uniti sui beni importati sono relativamente basse rispetto alla media globale, ma ci sono eccezioni in settori specifici, come ad esempio i prodotti agricoli. Ma anche per acciaio e alluminio. Per dire una banalità, l’odiatissimo Canada imponeva alte tariffe sui latticini americani, ma gli USA, per la serie scagli la prima pietra, facevano la stessa cosa su alcuni prodotti canadesi; 

4) Infine le  nuove  tariffe sono state calcolate in base al modo in cui ogni paese tassa i beni americani. La Casa Bianca ha calcolato quel che altri paesi hanno addebitato sulle merci statunitensi utilizzando non solo  i dazi, ma anche “barriere non monetarie e altre forme di imbroglio”, che in realtà  rinviano a necessari regolamenti  di tipo sanitario o di altro genere, quindi si tratta misure indirette.  E non è corretto da parte di Trump includerle nel computo generale (*).

Si dirà che l'Europa, ad esempio, potrebbe rispondere azzerando i propri  dazi. Diciamo porgendo l'altra guancia. Spingendo così gli Stati Uniti a fare altrettanto. Purtroppo, l'altra guancia - come per l'idea pacifista di abolire la guerra  -  non viene mai porta da tutti e soprattutto alla stessa ora.  La mamma dei prepotenti, come quella degli imbecilli, è sempre incinta.  Insomma,  non c'è alcuna certezza che Trump rinunci a sua  volta a usare la pistola dei dazi.  Chi rinuncia spontaneamente al potere?  In 5000 anni vi ha rinunciato  un solo "Signore" nato a Betlemme.  Quindi si  eviti di dire stupidaggini anarco-libertarie.

Il quadro insomma non è quello della congiura contro gli Stati Uniti, dipinto da Trump. Il magnate drammatizza per implementare una politica protezionistica, frutto venefico di una visione ideologica che sul piano economico ha molti punti in comune con la politica autarchica dei fascismi.

Tutto questo, come detto, farà più male che bene al mercato mondiale, e, cosa più grave, ne farà di più grande ancora all’economia americana, perché penalizzerà soprattutto i consumatori.

Se la cosa non fosse così grave, la politica protezionista di Trump, potrebbe rappresentare un ottimo caso di studio per stabilire una volta per sempre che purtroppo la politica, se si vuole le passioni, hanno sempre la meglio sull’economia, gli interessi.

Come scrivevano ieri, magari esistesse veramente l’Homo oeconomicus, il mondo funzionerebbe come un orologio.

Ma non è così.

Carlo Gambescia 

 

(*) Sul punto specifico qui: https://www.investopedia.com/how-much-reciprocal-tariff-will-be-for-each-country-trump-trade-11708072?utm_source=chatgpt.com

mercoledì 2 aprile 2025

Dazi. L’altra faccia della guerra

 


Cosa pensano i pacifisti dei dazi? Per ora tacciono. Eppure i famigerati dazi di Trump, annunciati per oggi, sono l’altra faccia della guerra. Dimenticavamo, adesso si parla di “tariffe”. Ma se non è zuppa è pan bagnato.

Il giro del nostro ragionamento è lungo. Ma merita.

Intanto va sottolineato che negli ultimi ottant’anni, dopo trent’anni di guerre e frontiere chiuse, si è fatto il possibile, riuscendovi in larga parte, per favorire la libera circolazione di uomini e merci. Fino all’inizio degli anni Dieci del nostro secolo, grazie all’illuminato pensiero di Obama, si è perseguita la grande idea di creare un’area di libero scambio, transatlantica, tra Europa e Stati Uniti (*).

Dopo di che, con il primo mandato di Trump e i tentennamenti di Biden, l’idea è finita in soffitta. Di più: il magnate americano, una volta tornato al potere, ha addirittura dichiarato guerra economica all’Europa.

E qui veniamo a un punto particolarmente interessante, spesso ignorato: il protezionismo non è l’altra faccia del capitalismo, ma il suo nemico principale. Il protezionismo, come vedremo, è l’altra faccia della guerra.

Intanto va sottolineato un aspetto importante. Che dal punto di vista della mentalità culturale la chiusura delle frontiere, o comunque la limitazione delle merci estere, elimina il rischio imprenditoriale che è fonte di profitti.

Cioè parliamo di un rischio capace di generare un flusso di redditi che – lo ammettiamo – può essere incostante. Però senza profitti, se si vuole senza alti e bassi, il capitalismo vegeta, protetto in una specie di serra calda ma dall’aria viziata.

Il capitalismo si fa parassitario perché si lega alle rendite, cioè a un flusso di reddito costante, assicurato però da prezzi artificialmente tenuti alti dalle barriere economiche all’ingresso. Di conseguenza, a perdere la “guerra” economica è il consumatore penalizzato da prezzi più alti per acquistare beni di mediocre qualità, perchè non c’è reale concorrenza economica. A vincere invece sono i produttori nazionali protetti dallo stato, che, al riparo dalle merci straniere, non rischiano assolutamente nulla.

Ci limitiamo, tra i tanti, solo a questi due aspetti economici perché quel che desideriamo sottolineare è il cambio di mentalità culturale legato alla sostituzione dell’imprenditore che rischia con l’ imprenditore parassita.

Sembra incredibile. Si scatena una guerra economica, frutto di un meccanismo a spirale (ai dazi si risponde con altri dazi e così via), che non aumenta la qualità della vita. Anzi la peggiora. Il colmo dell’imbecillità.

Un meccanismo che come prova la storia della prima metà del Novecento favorisce conflitti e guerre. Si badi bene: dietro il protezionismo si nasconde il nazionalismo: il pessimo e stupido gusto di piantare bandierine, a prescindere dal ritorno economico. Cosa molto diversa dall’ottocentesco spirito di nazionalità, oggi difeso in Ucraina dagli artigli dell’imperialismo russo in antieconomico stile  "Terza Roma". Che dire? Magari esistesse veramente il cosiddetto Homo oeconomicus.

La questione dell’imperialismo riporta alla domanda iniziale. Per quale ragione i pacifisti non protestano contro la guerra economica? Perché di regola sono anticapitalisti, in blocco diciamo, e non distinguono tra capitalismo buono (profitti) e capitalismo cattivo (rendite). E soprattutto non intuiscono il nesso tra capitalismo cattivo e guerre. Detto altrimenti: il famigerato imperialismo che avvelenò la vita politica internazionale dalla fine dell’Ottocento fu il prodotto di un velenoso combinato disposto tra nazionalismo e protezionismo.

Il pacifista è contro le guerre ma anche contro il capitalismo, che condanna in blocco come guerrafondaio e imperialista. Il che però spiega l’incongruenza, tipica di certo pacifismo, soprattutto di sinistra (ma anche "rossobruno"), che definisce Trump un liberista selvaggio, glissando, più o meno consapevolmente, sul suo protezionismo.

Trump, in realtà, per parafrasare una vecchia formula marxista, è per il liberismo in un solo paese. Nel senso che, senza tanti complimenti, mette insieme tre fattori: capitalismo parassitario, meno stato all’interno e più stato all’esterno.

Di conseguenza il capitalismo trumpiano è un capitalismo assistito che vuole vivere di rendita e che teme il confronto esterno su un piano di parità, tipico invece del libero scambio. Ma non teme, visto che ne ha i mezzi, il confronto sul piano militare. Trump non dichiara forse ai quattro venti di essere sempre "pronto a  tutto"?  

E qui torniamo al disgraziato imperialismo di fine Ottocento: un venefico mix di nazionalismo e protezionismo che portò a due guerre rovinose.

Dopo di che, come detto, tornarono la pace e il capitalismo del rischio e dei profitti. Per ottant’anni.

E ora un imbecille, votato da altri imbecilli, che ne pagheranno le conseguenze, vuole ricominciare da capo.

Così è.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2014/05/il-libro-della-settimana-italico.html .

martedì 1 aprile 2025

Trump e Le Pen. La neolingua della destra

 


L’impressione è che non ci sia più nulla da fare. La destra dilaga. Erompe nei cervelli. La neolingua, per dirla con Orwell, è un fiume in piena.

Esageriamo? Si rifletta.

Come non essere pessimisti quando negli Stati Uniti il giorno dell’introduzione dei famigerati dazi viene celebrato da Trump come “Giorno della liberazione”? Quando invece è cosa acclarata, almeno da alcuni secoli, che il protezionismo ingabbia e impoverisce i popoli? E nessuno contesta? O comunque non fino a punto di denunciare Trump come una specie di Grande Fratello orwelliano? (*) .

Come non essere pessimisti quando la sacrosanta condanna per appropriazione indebita di Marine Le Pen viene dipinta come un complotto? (*). E rischia di tramutarsi in una specie di medaglia da appuntarsi sul petto? Perché nessuno ha il coraggio di dire che è pienamente meritata? O peggio ancora si beatifica Marine Le Pen, quasi una nuova Giovanna D’Arco, secondo il dettato di una neolingua morale dal sapore orwelliano?

E potremmo continuare a lungo. Perché, come in 1984, nel corrotto neo-mondo della destra «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza»…

Quando l’indistinzione tra verità e menzogna, come insegna la Arendt, e prima di lei George Orwell, diventa la regola, opporsi ai mentitori sistematici diventa difficile se non impossibile.

Dal punto di vista metapolitico della transizione da un regime politico all’altro ci troviamo nel preciso momento in cui la neolingua della destra si va consolidando, grazie a una propaganda che fa presa su un elettorato, impoverito mentalmente dai social e dal declino della cultura del libro. Parliamo di individui che a fatica riescono a concentrarsi per più di un minuto su un concetto o un’idea.

Se ci si passa la battuta, forse poco in sintonia con la gravità della situazione, viviamo nel tempo del cretino dalla risposta veloce.

Del resto come spiegare che una destra, dal torbido passato politico, come in Italia, Francia, Germania, mente sapendo di mentire? Si gioca sul risentimento, sull’odio politico, sul colpo su colpo, sul tanto peggio tanto meglio. Non si assisteva a uno spettacolo del genere dagli anni Venti e Trenta del Novecento: gli anni della guerra civile europea per dirla con Nolte.

Ieri, proprio qui a Roma, un incendio ha distrutto 17 veicoli Tesla presso una concessionaria. Elon Musk ha subito dipinto l’incidente come un atto di terrorismo. Il fatto, a dire il vero, si inserisce in un contesto più largo di atti vandalici e incendi contro Tesla in Europa e negli Stati Uniti.

Però, ecco il punto, si glissa sul pubblico sostegno di Musk ai movimenti politici razzisti, all’ uso di un linguaggio violento, addirittura al saluto fascista, che però, come si legge, non sarebbe tale, perché il mignolino della mano di Musk era rivolto verso il basso… Ridicolo, eppure…

Cioè qual è la questione? Che questa destra, che si dice perseguitata quando invece ad esempio  è al potere negli Stati Uniti e in Italia, riesce a tirare fuori il peggio dagli avversari, alimentando, la destra per prima, una spirale di odio che distrugge il discorso pubblico liberale. Detta alla buona: hanno cominciato “loro”. E chi semina vento raccoglie tempesta.

Il problema però è che la tempesta porta voti. Come contrastare questa destra, che per dirla alla buona, lancia il sasso per nascondere subito la mano? In Italia ne sappiamo qualcosa, perché Giorgia Meloni conosce questa tecnica a memoria. Si atteggia a vittima, poi però gli avversari politici sono spiati dai servizi segreti (***).

Non è facile, forse addirittura impossibile, replicare al subdolo vittimismo politico, perché, l’argomento liberal-democratico, ad esempio la libertà di pensiero, viene usato contro la liberal-democrazia. Cioè lo si impiega per demolirla. Perché, come prova quando sta accadendo negli Stati Uniti, la liberal-democrazia è sotto attacco. La si vuole smantellare. Il fiume in piena di una neoverità politica tentata dal fascismo sta travolgendo ogni cosa.

Ecco perché la condanna di Marine Le Pen, nemica della democrazia, viene dipinta dalla neolingua come un attentato alla democrazia. E purtroppo, come dicevamo,  un elettore che non riesce a concentrarsi per più di un minuto vi crede.

Una tragedia politica. Anzi metapolitica.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://edition.cnn.com/2025/03/31/business/liberation-day-announcement-trump/index.html .

(**) Qui: https://www.lefigaro.fr/actualite-france/proces-du-fn-marine-le-pen-condamnee-a-une-peine-d-ineligibilite-avec-execution-immediate-20250331 .

(***) Qui: https://www.lastampa.it/politica/2025/03/20/news/il_report_su_paragon_in_italia_si_spiano_i_nemici_del_governo-15062223/ .

lunedì 31 marzo 2025

Riarmo. L’Europa deve fare da sola. E in fretta

 


Diceva Julien Freund che nelle alleanze il nemico è sempre indicato dall’alleato più forte. Il che spiega perché questa mattina i titoli dei giornali, non solo italiani, sono appesi al filo, per così dire, del “sono molto arrabbiato con Putin” di Trump.

Si spera che il magnate, che usa comportarsi come un gangster politico, torni fra noi e ci difenda da Mosca. Che invece, per dirne una, non perde di tempo: è di ieri la “visita” di un drone russo sul Lago Maggiore, sede di un centro hight tech, in previsione di futuri scenari di guerra: leggasi, bombardamenti a tappeto.

Quest’ultima notizia è stata prontamente occultata nelle sue catastrofiche conseguenze militari a quel 94 per cento di italiani che, come riferisce un sondaggio, non vuol sentir parlare di guerra. Si demanda agli Stati Uniti. Molto più comodo. Ieri sera la tv di stato ha spiegato che si tratta di normalissimo spionaggio industriale. Cose che capitano. Magari.

Invece Trump, sì che farà da solo. Non ha alcuna voglia di indicare il nemico all’Europa e all’Italia perché già si ritiene fuori dalla Nato. Ha altri impegni e motivazioni. Deve concentrarsi militarmente sulla Groenlandia. Un’operazione militare che una volta condotta a termine sarà presentata al  suo paranoico  elettorato come un grande successo Maga. Dopo di che toccherà al Canada.

Tra l’altro, come da noi previsto, Trump ha iniziato a parlare di un terzo mandato (*). Non si sorrida ma i repubblicani Stati Uniti rischiano l’ascesa di una monarchia dinastica in scala Trump. E di un conseguente sommovimento generale non meno serio di quello che portò alla guerra di secessione. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Pertanto, dazi o meno (poi, perché parlare di dazi, quando basterebbe appesantire le vigenti sanzioni economiche ?), Trump troverà un accordo con Putin sulla pelle dell’Ucraina. Ripetiamo, i suoi obiettivi immediati sono altri. Ne possiamo individuare almeno due: a) rafforzamendo dei confini per il momento a Nord (Canada e Groenlandia); b) progressiva instaurazione di un’ egemonia politica, economica e militare, in associazione con Israele e monarchia Saudita, sul Medio Oriente. Prossimo obiettivo: Iran.

Il simile va al simile. Dispiace dirlo ma l’Israele di Netanyahu, ora collocato all'estrema destra e dal bombardamento facile, sembra aver trovato negli Stati Uniti di Trump, altrettanto estremisti e dalla pistola  facile, il gemello separato alla nascita.

L’Europa, non è nei programmi di Trump. È sola. Di qui la necessità di quel rafforzamento militare, indispensabile, per evitare di finire nelle fauci della Russia. Espertissina in strategie di logoramento e di guerre convenzionali (al di là della minacce, puramente teoriche, sull'uso di armamenti non convenzionali). Per inciso, intorno ai caduti in Russia si erge un apparato simbolico-assistenziale di un'importanza pari a quello nazista e fascista. Sicché le famiglie dei caduti si stringono ancora di più intorno al regime.

La Russia è  animata da una specie di brutale protervia. I suoi obiettivi principali,  dopo aver recuperato l’Ucraina, restano, di passo ferrato in passo ferrato, Baltico, Adriatico e tutto ciò che potrà prendersi. Sotto questo aspetto vediamo possibili frizioni con Trump sull’Iran. Ma non è detto.

In questo contesto gli unici a vedere lungo sono Starmer e Macron. E forse i tedeschi, nonché tutti gli stati come Svezia, Finlandia, Polonia, Romania a portata di artiglio russo. Costretti a fare di necessità virtù.

Chi non ama la pace? Il riarmo significa fare di necessità virtù: lo si spieghi a quel 94 per certo. Capiranno? Ne dubitiamo. Però un giorno ringrazieranno.

Quanto alla questione cinese, l’Europa libera deve contare non tanto sull’alleanza con Pechino , quanto sulla storica diffidenza cinese verso le potenze straniere fattore centrifugo nella storia moderna cinese. Di più non può pretendere.

Del resto non potendo impegnarsi su due fronti, proprio per favorire la sua stabilità centripeta, la Cina continuerà a non sbilanciarsi. Il che è bene per l’Europa. Tuttavia la neutralità, cinese (con qualche aiuto sotto banco alla Russia), rischia di favorire l’allargamento di Mosca verso Occidente. Il che è male.

Quale può essere la risposta europea al neutralismo cinese? Una sola: riarmarsi.

Infine le destre nazionaliste che evocano la pace e deridono Macron, Starmer e l’Europa del “vorrei ma non posso” hanno un brutto precedente. Si comportano – quando si dice il caso – come i “collabo”, non solo francesi, che da ultranazionalisti si tramutarono in viscidi servitori di Hitler. Con una differenza che a Trump dell’Europa non importa nulla. Pertanto Fratelli d’Italia rischia di trasformarsi in Fratelli di Russia.

L’Europa deve fare da sola. Ne ha la forza economica. E in fretta.

Un’ ultima cosa, un’ anima bella si interrogava su come spiegare oggi a un ragazzo di vent’anni, cresciuto a pane e pacifismo, che qualche volta si deve fare la guerra.

La domanda è posta in modo sbagliato. Perché qui non si tratta di spiegare ma di sopravvivere.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/trump-e-i-nazisti-dellillinois.html. E qui: https://edition.cnn.com/2025/03/30/politics/trump-third-term-methods/index.html .

domenica 30 marzo 2025

“L’unità dell’Occidente” secondo Giorgia Meloni

 


Come battutista Giorgia Meloni è brava. Però al tempo stesso è abilissima nell’alterare il significato delle parole. Anche qui è prima della classe.

Due esempi, proprio di ieri.

La battuta. La sinistra auspica “che l’Europa diventi una grande comunità hippie demilitarizzata che spera nella buona fede delle altre potenze straniere”.

Alterazione di significato. “Qualcuno ha detto ‘è scandaloso’, che voglio stare con Trump. Non so cosa abbiano letto ma io ho detto una cosa diversa, che sto sempre con l’Italia, che sta con l’Europa, e che il ruolo dell’Italia deve essere quello di lavorare per rafforzare e difendere l’unità dell’Occidente, un bene molto prezioso” (*).

Uno. Che la sinistra pacifista proietti i suoi desideri su una realtà che è tutto eccetto che pacifista è verissimo. La battuta coglie nel segno. La sinistra è così. Non tutta magari. Diciamo in larga parte.

Due, e qui Giorgia Meloni mistifica. L’ idea di Occidente di Trump non è quella di Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, i due Bush, Clinton, Obama, Biden. Attenzione, presi in blocco. C'è la svolta.

Infatti per  Trump non esiste alcun Occidente, né come comunità liberale e inclusiva, né come comunità transatlantica, e neppure come comunità d'affari. Trump vede solo nemici  e sottoposti.  Va addirittura oltre il tradizionale isolazionismo. Rispetta, se gli conviene, solo le canaglie come lui (trattamento Musk docet). Chi non obbedisce ai suoi ordini non è degno neppure di essere ricevuto e ascoltato ( trattamento  Zelensky docet).  Pertanto dichiarare di voler rafforzare l’Occidente lavorando con Trump è come dichiarare di voler lavorare con Hitler per combattere l’antisemitismo.

Ma “quale bene prezioso”… Il “nome”, Occidente, è quello, ma la “cosa”, calpestata da Trump, è un’altra. In questo modo però Giorgia Meloni può allinearsi, zitta zitta per così dire, alla brutale politica di Trump: una specie di boss, tra il politico e il criminale, che capisce solo l’uso della forza e dei “contratti” con la pistola puntata alla testa, tipo “proposta” che non si può rifutare.

Giorgia Meloni mistifica e in modo sfrontato. Eppure le credono. A cominciare dalla Von der Leyen. Che, in questo modo, spera di poter cooptare la Meloni nel risiko politico europeo. Un gioco di società in cui il vecchio centro del partito popolare si prepara ad aprire alla destra, ma non in tutte le sue espressioni. Si vuole “usare” Fratelli d’Italia, e di rimbalzo ECR, come scudo per contenere la destra più pericolosa, si dice, dei “Patrioti per l’Europa”. In realtà l’unica reale differenza tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni è il quoziente di intelligenza: decisamente più alto quello della leader di Fratelli d’Italia.

Il vero problema è l’assegno in bianco politico emesso in suo favore. I moderati, o presunti tali (si pensi alla malinconica ma meritata fine di Forza Italia), anche questa volta sono caduti nell’inganno di poter recuperare al sistema liberale destre, come quella meloniana, che liberali non sono
 

In Italia c’è addirittura chi confida nella capacità melonina, largamente sopravvalutata, di ammansire Trump.

Ci si fida di una mistificatrice politica. Grave errore. Che può costare carissimo all’Italia e all’Europa. Perché Trump, per carattere (brutale e prepotente), temperamento (agitatorio), forza (militare e politica), ascolta solo se stesso. Il potere di Giorgia Meloni è pari a zero. 

Al massimo può fare la figura del classico parente povero, invitato, per errore,  alla festa organizzata dal parente ricco: si guarda intorno, ride continuamente, dice sempre di sì, felice del suo mezzo minuto di gloria alla tavola dei ricchi. Per una serie, non televisiva, che però i fascisti italiani da perfette canaglie conoscono molto bene, “Deboli con i forti, forti con i deboli”. Quindi meglio stare con i più forti. Per comandare almeno un po'.

Chi non ricorda il  "Che alleato forte ci siamo  scelti", a proposito di Hitler, del marito fascista della Loren, in "Una giornata particolare"?  Non sono mai cambiati.

In questi giorni si cita molto Hannah Arendt, grandissima pensatrice, che ogni tanto si tira fuori dalla naftalina dell’accademia. L’ultima volta quando impazzava Berlusconi. La si cita anche giustamente a proposito del rapporto tra verità e menzogna. Soprattutto in relazione alla politica gridata delle fake news. La Arendt, scomparsa nel 1975, sostiene che un popolo che confonde verità e menzogna, rischia la libertà. Scorge un processo di progressivo estraniamento dell’individuo da se stesso e dalla realtà che può condurre addirittura al totalitarismo.

Se le cose stanno così, diciamo pure che Giorgia Meloni non aiuta.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/politica/meloni-congresso-azione-calenda-difesa-ue-dazi-cosa-ha-detto_3X8E8s20hual3tJSdBgVmB .

sabato 29 marzo 2025

Europa e guerra per trascinamento

 


Al di là della tragicommedia sulla giusta pace in Ucraina, Putin e Trump stanno decidendo da soli e sulla pelle di Kiev. Stiano pure tranquilli i pacifisti europei, rosso-bruni, rossi, rosa e quant’altro, Zelensky ha i mesi contati. L’ordine regnerà a Kiev, come nella Varsavia del 1831 normalizzata dalla truppe dello Zar Nicola I. Dopo due secoli, chi ricorda, polacchi a parte, il nome di Piotr Wysocki, l’ufficiale che guidò la rivolta?

Anche l’ Ucraina rischia fortemente di essere smembrata e ricondotta sotto il controllo russo. Il valoroso Zelensky, come tutti i nemici dell’autocrazia russa rischia di fare una brutta fine. E così finire nel dimenticatoio della storia. Ovviamente non dei cuori ucraini.

Purtroppo la democrazia liberale, pacifica per sua natura, conosce solo le guerre per trascinamento. Che in Europa chiamano sempre in causa la Russia.

Si può risalire fino alla Guerra di Crimea (1853-1856). Dove al posto dell’Ucraina c’era il grande malato, il morente Impero ottomano, che faceva gola allo Zar. Di qui, per trascinamento, una coalizione, con a capo la superpotenza liberal-democratica dell’epoca, la Gran Bretagna, per impedire l’espansione dell' autocrazia russa verso il Mediterraneo. E i russi furono respinti.

Prima e Seconda guerra mondiale furono una replica metapolitica della guerra  di Crimea. Anch’esse frutto di trascinamento.

Il quadro è sempre lo stesso: la Russia che cerca di espandersi e le liberal-democrazie (Francia e Gran Bretagna, Italia, presente con il Piemonte anche in Crimea) che si fanno trascinare in guerra.

La Prima nasce dal conflitto sulla Serbia tra autocrazie (Austria, Germania, Russia ). La Seconda da quello tra totalitarismi, prima alleati (patto nazi-sovietico), poi nemici (invasione hitleriana della Russia).

In qualche misura il tentativo di Macron e Starmer si riallaccia a questa tradizione di contenimento dell’espansionismo russo. Di guerra, proprio quando non se può fare a meno.

Ma questa volta, purtroppo, gli Stati Uniti, sembrano schierati dalla parte dei russi, e fino in fondo. L’Italia per la seconda volta, sembra voler stare dalla parte dei cattivi (la prima fu con Mussolini).

La “Guerra Fredda”? Per Trump fu incidente di percorso. Kennedy che sui missili a Cuba si oppose con decisione a Mosca? Uno stupido idealista. Un inciso, se Biden, che comunque ha fatto del suo meglio, fosse stato con Putin irremovibile come Kennedy con Kruscev adesso non saremmo a questo punto.

Soprattutto ora che Washington, tradendo i principi della sua Costituzione, sembra condividere gli stessi ideali autocratici di Mosca. Come pure  una visione della politica estera fondata su un realismo politico criminogeno, pronto ad approfittare, godendone, dei vicini più deboli.

Per capirsi: Ucraina e Paesi baltici sono il corrispettivo di Canada e Groenlandia. Del resto il “compare” Putin ha dichiarato di non nutrire alcun interesse verso Groenlandia. Dopo di che ha subito accusato l’Europa di nutrire propositi egoistici… Anche qui in perfetto allineamento con il “compare” Trump.

Dicevamo guerra per trascinamento. Cioè guerra per costrizione, nel senso che si fa quando non se può fare a meno.

La crisi decisiva della prossima guerra per trascinamento può essere causata dall’annessione della Groenlandia. Altro piccolo inciso: Con la derisa Kamala Harris alla Casa Bianca non saremmo qui a discorrere di queste cose.

Annessione che inevitabilmente porterà al grave inasprimento dei rapporti Europa-Stati Uniti. Diciamo pure rottura completa. A tal punto che Washington per ritorsione potrebbero uscire dalla Nato. Dopo di che l’Europa rischia di ritrovarsi, e da sola, a fronteggiare una Russia, che dopo aver “pacificato” l’Ucraina, avrebbe la mani libere sull’ Europa orientale, costringendo l’Europa occidentale a difendersi, anche questa volta, per trascinamento.

Infine due cose.

La prima. Riteniamo che Trump aggredirà la Groenlandia dopo aver lasciato mani libere alla Russia in Ucraina e nell’Est. Anche il Canada è a rischio invasione, probabilmente dopo la conquista della Groenlandia.

La seconda. Sul piano militare, per ora, L’Europa non può assolutamente contare sull’aiuto della Cina che, per dirla con Churchill, politicamente parlando, è un rebus che sta dentro un enigma. A sua volta, ammesso e non concesso che esista, il progetto di Trump sulla Cina, al di là delle polemiche sui dazi e Panama, sembra altrettanto indecifrabile. Probabilmente, come impone, ogni buon disegno strategico, Trump prima punterà a fare pulizia in casa (Canada e Groenlandia), per poi occuparsi della corte esterna (Cina).

Tutto è perduto allora? Un volta preso atto del concetto di guerra per trascinamento, si apre la questione del quadro temporale. In poche parole quanto tempo resta all’Europa prima del “trascinamento”. Quanto possono ancora durare le pseudo-trattative di pace? E la “pazienza” di Trump verso la Groenlandia e il Canada?

Difficile dire. Proprio per questo l’Europa e gli stati decisi a battersi per la propria libertà dovrebbero, senza perdere un attimo, riarmarsi fino ai denti, spaziando dal convenzionale al non convenzionale.

Del resto Trump e Putin capiscono solo la forza. Probabilmente di tempo ne resta poco. Forse qualche mese, un anno, due… E riarmarsi non è uno scherzo. Si consideri anche l’appoggio politico di cui godono in Europa Trump e Putin. Giorgia Meloni è l’esempio più eclatante.

Un inciso: sembra ripetersi la tragedia dei fascisti ultranazionalisti finiti in livrea tra gli artigli di Hitler.

Un’ultima osservazione, diciamo antipatica:  guerra per trascinamento non significa vittoria in automatico. Gli americani, miracoli a parte, questa volta, come detto, sono dalla parte dei cattivi.  L’Europa è sola.

Carlo Gambescia

venerdì 28 marzo 2025

Kristi Noem e l’apologia della brutalità

 


La foto di Kristi Noem, Segretario per la Sicurezza degli Stati Uniti, scattata dinanzi a uomini seminudi, rinchiusi in gabbia, è rivoltante. A prescindere da qualsiasi colpa o reato loro addebitato. Siamo all’apologia della brutalità.

Perfino i nazisti erano più riguardosi: cercavano di far sparire corpi e tracce. Qui invece ci ritroviamo sotto gli occhi i nazisti dell’Illinois che dicono e fanno cose orribili. Una normalissima propaganda alla luce del sole. Che c’è di male?

Sfrontati. Perciò non si rida della definizione, tra l’altro tratta da un grandissimo film liberale: “The Blue Brothers”. Grande lezione: “Everybody needs somebody”…I need you you you/I need you you you/I need you you you”.

Quel che invece stiamo vivendo non è un film. Dietro questo comportamento a dir poco ripugnante c’è la iattanza del cowboy per la causa sbagliata ovviamente. O meglio ancora del pistolero, del gangster, del mafioso con il mitra a tamburo. Per inciso Kristi Noem è un’appassionata di armi da fuoco e dei modi sbrigativi per liberarsi degli animali domestici. E come sembra anche degli esseri umani. Però è contraria all’aborto…

Qui il lato oscuro del trumpismo, irrazionale fino all’indicibile, al quale noi “normali” e "razionali"  rifiutiamo di credere. Sicché parliamo di incubo.

Ripetiamo, non è un film, non è incubo, ma una corposa realtà che ha preso forma sotto i nostri occhi. E il peggio deve ancora venire.

In un momento così buio, vale perciò la pena di rileggere l’incipit della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Può essere una buona guida per capire quel che sta accadendo.

Quando, nel corso degli eventi umani, diviene necessario per un popolo rescindere i legami politici che lo legavano ad un altro, ed assumere tra le Potenze della Terra la posizione separata ed eguale alla quale le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno titolo, un giusto rispetto delle opinioni dell’Umanità richiede che essi manifestino le cause che li costringono alla separazione.
Noi riteniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà ed il Perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando un qualsiasi Sistema di Governo diventa distruttivo di questi fini, è Diritto del Popolo di alterarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo Governo, ponendone il fondamento su questi princìpi ed organizzandone i poteri in una forma tale che gli sembri la più adeguata per garantire la propria sicurezza e la propria Felicità
”.

Un testo così potente merita due riflessioni.

La prima, più generale, riguarda l’Europa.

Macron e Starmer, per primi, hanno compreso, seppure imperfettamente, che l’Europa, la parte europea dell’Occidente, sta attraversando un momento del genere, come quello che portò alla Dichiarazione dei diritti. E agiscono di conseguenza.

Che questo recuperato spirito di indipendenza possa poi salvare l’Europa e l’Ucraina dall’abbraccio mortale, e ferrato, della Russia è altra cosa. Dipenderà da quanto faremo sul serio. E sul campo.

Però il sussulto di dignità, ieri a Parigi, piace agli esseri liberi e forti.

In realtà, pochi, molto pochi, colti quel che serve, con formazione sanamente elitaria e liberale, molti nei posti di comando, e per giusti meriti, a Bruxelles e nei rispettivi paesi: Francia, Regno Unito, Germania. Mai fare di tutta l’erba un fascio. Perché si rischia di fare il gioco dei populisti di destra e di sinistra.

Uomini e donne che a dire il vero faticano a parlare di guerra a un popolo europeo impaurito, angosciato, timoroso di tutto: folle solitarie di perfetti individualisti protetti disposti a rinunciare alla libertà pur di vivere in pace.

Purtroppo il potere di Giorgia Meloni, di Donald Trump e degli altri leader della destra mondiale si regge su questo pacifismo da disperati della vita. Salvo poi indirizzare gli istinti animali della destra, e delle folle, contro i nemici assoluti: la sinistra, i migranti, i giudici, gli intellettuali, i diversi e gli alieni di qualsiasi specie.

Insomma, opporsi alla svergognata America di Donald Trump, alla subdola melina di Giorgia Meloni, ai crimini di guerra di Putin significa capire che è giunto il momento di recuperare il senso profondo della Dichiarazione d’Indipendenza. Visto che Trump, in combutta, con Putin, non lo difende affatto.

Di qui la seconda riflessione. Che riguarda gli Stati Uniti.

Cogliere il senso autentico della Dichiarazione d’Indipendenza significa difendere il filone liberale e razionale della storia americana, quello che ha condotto gli Stati Uniti a impegnarsi per la libertà dell’Occidente e del mondo, per ben due volte, dalla tracotante offensiva del filone paranoico, irrazionale, complottista, isolazionista, brutale, oggi rappresentato dal trumpismo, che vede  Kristi Noem inneggiare in modo sfrontato alla brutalità.

Una donna, o meglio un essere umano che si fa ritrarre, come una specie di kapò nazista, dinanzi ad altri esseri umani,  rinchiusi in gabbia ai quali sono negati, a prescindere, quei “Diritti inalienabili” alla “Vita”, alla “Libertà”, al “Perseguimento della Felicità”. 

E per quale ragione?   Perché  non sono americani... O peggio ancora non più americani, grazie a qualche cavillo. Infine ammessa e non concessa la loro colpevolezza non si tratta così un essere umano. Addirittura godendone…

Probabilmente gli Stati Uniti stanno attraversando, a far tempo della Guerra di Secessione, il momento più complicato della loro storia. Più a rischio diciamo.

Sembra che per un misterioso sistema di ostili congiunzioni politiche, non ultima la rivincita dell’America irrazionale sull’ America razionale, spetti ora all’ Europa, ovviamente quella liberale, il compito di raccogliere la bandiera della libertà a stelle e strisce ricoperta da un fitto strato di “fango et di loto” trumpiano, per dirla con Machiavelli.

Siamo retorici? Esageriamo? Scorgiamo un pericolo che non esiste? 

Cari amici lettori, “quando nel corso di eventi umani sorge la necessità…".

Carlo Gambescia