Non pochi osservatori commettono un grave errore.
Per un verso interpretano giustamente la reazione dei mercati come il velenoso risultato dell’analfabetismo economico di Trump. Il che è vero.
Però per altro verso si confida, forse troppo (qui l’errore) nella forza della ragione economica.
Cioè si spera che alla fine i mercati, da quello borsistico che come si legge sta colando a picco, si vendicheranno, nel senso di fallimenti a catena, spingendo Trump nell’angolo, fino al punto di costringerlo a fare marcia indietro sulle tariffe.
Diciamo che ci uniamo all’augurio. Però con alcune riserve.
La tesi “mercatista” ha un suo giusto fondamento: l’economia per crescere e prosperare ha necessità di un governo che governi il meno possibile. Pura ragionevolezza. Cioè ragione applicata.
Qui però, regolarmente, cade l’asino dei cosiddetti governanti che prima si proclamano liberali, dopo di che non si comportano come tali. Ad esempio Trump, che tra le altre cose, si dice abilissimo uomo d’affari (come tanti repubblicani storici, grandi frequentatori delle camere di commercio), ha imposto una misura ultrastalista come quella delle tariffe. Con le conseguenze del caso.
Ora il punto non è l’analfabetismo di Trump, che giustamente si deride. Ma quanto sia forte, a livello di motivazione, la sua volontà di potenza. Cioè di perserverare nel conflitto che si sta aprendo tra logica di potenza e logica di mercato (*)
Una battaglia tra ragione e antiragione.
Da un lato il sogno palesemente irrazionale di fare più grande l’America, che, economicamente e storicamente parlando è già grande di suo, sotto ogni aspetto, dai valori di libertà alle risorse naturali.
Come? Uno, con il protezionismo vecchio stile, da paese sottosviluppato politicamente: autolesionismo puro. E, due, con la minaccia, oggi si direbbe in stile Putin, di ricorrere alla forza militare sul piano esterno, fino al punto di asservire le finalità economiche alle finalità di potenza. Nazionalismo e autarchia come ricompattanti. Roba da ex sergenti coloniali autonominatisi generali e padri della patria come nelle dittature anni Sessanta, allora diffusissime nel Terzo mondo.
Dall’altro assistiamo invece alla sana reazione dei mercati, che temono le barriere politiche, e reagiscono, in nome della ragione economica, spingendo operatori e consumatori verso i beni rifugio. Si preferisce tirare i remi in barca, aspettando che la bufera passi.
Una notazione personale. Proprio il giorno prima del “Liberation Day” trumpiano, un appartamento, qui vicino, è stato acquistato per fax, come si diceva un tempo. Insomma a scatola chiusa. E da chi? Da un famiglia americana, ovviamente benestante e desiderosa di investire nel centro storico, per evitare probabilmente di assistere senza poter fare nulla (come capita quando un suicida si lancia dal decimo piano) alla ulteriore perdita del potere d’acquisto di un dollaro in calo.
Certo, gli americani già da anni comprano case a Roma, ma la rapidità dell’ operazione immobiliare indica che forse non si tratta solo di “amatori” ma di reazioni economiche, sanamente ragionevoli, probabilmente su larga scala, di chi vuole evitare che la irragionevole logica di potenza di Trump, intacchi o azzeri i patrimoni privati.
Inoltre potrebbe anche essere un modo per prepararsi a votare con i piedi. Nel senso di “scavarsi” una via di fuga se la situazione politica americana dovesse precipitare sia economicamente che politicamente.
Sotto questo aspetto le prossime elezioni di Midterm (**) potrebbero rappresentare un’importante opportunità politica per contrastare Trump tornando, finalmente, ai canoni della democrazia liberale. In tal senso sono giunti segnali incoraggianti dalle recenti elezioni suppletive in Florida e dal tracollo di Musk, impegnatosi, tra l’altro in modo farsesco e scorretto, nella campagna elettorale contro un giudice progressista, candidato alla Corte Suprema del Wisconsin (***).
Ciò significa che, se la tendenza sarà confermata, le prossime elezioni di metà mandato, che si terranno nel novembre del 2026, potrebbero rappresentare un’opportunità politica per rendere la vita difficile a Trump.
Però, ecco riproporsi il dilemma del conflitto tra logica di potenza e logica di mercato. Quanto è forte la motivazione di Trump? Se si vuole, la sua volontà di potenza? Quanto è coesa la classe politica che gli si stringe intorno? I suoi elettori fino a che punto sono disposti a spingersi, anche in termini di rispetto della soglia di legalità? Insomma Trump sarà in grado di resistere alla controffensiva dei mercati? E ovviamente a quella politica del partito democratico, che però, a sua volta, deve tenere conto, evitando divisive ricadute populiste, della logica dei mercati?
La deriva autoritaria, per alcuni osservatori parafascista, è evidente: si minacciano i giudici, si ricattano gli avvocati e le università, si disprezzano le minoranze, si deportano migranti e immigrati, e così via.
Il quadro delle tradizionali libertà americane è a rischio. Messo in pericolo dagli ordini esecutivi di Trump e dalle minacce contro i giudici che osano impugnarli.
La situazione, per gravità, non ha precedenti. Trump, a differenza, per così dire della media dei presidenti americani, non ha alcun rispetto per la legalità e per il diritto. Non sembra proccuparsi neppure di salvare le apparenze. Pare animato da una inestinguibile sete di potere. E il cammino verso le elezioni di metà mandato del novembre 2026 è ancora lungo. Da un uomo del genere ci si può aspettare di tutto. Anche interventi non ortodossi sui meccanismi elettorali ben oltre le pratiche di “gerrymandering” (di ridisegnare per fini di parte i confini delle circoscrizioni elettorali).
Chi vincerà? Trump o i mercati? L’antiragione o la ragione?
Carlo Gambescia
(*) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/04/prendere-sul-serio-trump.html .
(**) Sono elezioni che si tengono a due anni di distanza da quelle presidenziali (si veda ad esempio qui sul 2018: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Come_funziona_il_midterm_con_o_senza_Trump.html) . In occasione delle elezioni di Midterm o di
metà mandato (presidenziale) si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti
(435, con diritto di voto, si resta in carica due anni), un terzo di quelli del Senato (33-34 su 100, si resta in carica sei anni ) e la maggior parte
delle cariche esecutive dei singoli stati (a partire dai governatori, 36
su 50).
(***) Si legga l’interessante commento di Anthony M. Quattrone: https://www.youtube.com/watch?v=P9EF0Y7TLSM&t=12s .