Nessuno potrà accusarci di essere sostenitori di Donald Trump. Chi scrive ne ha spesso criticato stile, linguaggio e scelte politiche. Proprio per questo ritiene opportuno affrontare una questione che rischia di essere oscurata dall’antipatia che il presidente americano suscita in molti ambienti politici e culturali europei.
Già da ieri si ripete che Trump avrebbe perso la partita con l’Iran. È possibile. Ma è altrettanto possibile che si tratti dell’ennesima manifestazione di un fenomeno assai diffuso: la tendenza a confondere i desideri con la realtà.
Quando si parla di Trump, infatti, il giudizio morale precede spesso l’analisi politica. Non si osservano i fatti per trarne una conclusione; si parte dalla conclusione e si selezionano i fatti che sembrano confermarla. È un atteggiamento umano, comprensibile, ma che nulla ha a che vedere con la lucidità strategica. Diremmo metapolitica, perché rinvia a una precisa regolarità: individuare il vero nemico.
Gli Stati Uniti restano l’unica potenza mondiale capace di proiettare la propria forza militare praticamente ovunque. Si può discutere della volontà di utilizzare tale potenza; è assai più difficile negarne l’esistenza. Parlare oggi di una sconfitta americana definitiva appare dunque prematuro. Le partite geopolitiche non si decidono in ventiquattr’ore e, soprattutto, non si decidono sulla base dei titoli dei giornali.
Vi è però una questione ancora più importante.
Anche ammesso che Trump abbia commesso errori nella gestione della crisi iraniana, è davvero questo il principale problema dell’Occidente? Davvero il futuro degli equilibri mondiali si gioca a Teheran? Qual è il nemico?
L’Iran rappresenta certamente un fattore di instabilità regionale e una minaccia concreta per Israele. Tuttavia, le grandi sfide strategiche del XXI secolo hanno altri nomi: Russia e Cina.
È attorno a queste due potenze che si misurerà la capacità dell’Occidente, e in particolare dell’Europa, di mantenere il proprio peso politico, economico e militare. Eppure una parte dell’Europa sembra più interessata a registrare ogni presunta difficoltà di Trump che a interrogarsi sulla propria crescente irrilevanza strategica.
Qui emerge una differenza culturale che meriterebbe maggiore attenzione.
L’Europa contemporanea tende spesso a interpretare la politica internazionale come una sorta di estensione della morale. È il riflesso di una nobile eredità illuminista che ha posto al centro i diritti, la dignità della persona e l’aspirazione a un ordine internazionale fondato sul diritto. Tuttavia, come ricordava Raymond Aron, la politica internazionale non coincide mai interamente con la morale. Quando le due dimensioni vengono confuse, il rischio è quello di trasformare l’analisi in predicazione e la strategia in testimonianza etica.
Gli attori vengono allora classificati in buoni e cattivi; le vicende internazionali vengono lette come se fossero processi celebrati davanti a un tribunale morale; i rapporti di forza finiscono sullo sfondo. Ma il fatto che una realtà sia sgradevole non significa che non esista.
Le grandi potenze, invece, ragionano diversamente.
Piaccia o meno, la politica internazionale continua a essere il regno degli interessi, della forza, della deterrenza e dei rapporti di potere. È una realtà che non dipende dalle nostre preferenze morali. Ignorarla non la fa scomparire. Ciò non significa che i valori siano irrilevanti. Henry Kissinger osservava che la convergenza degli interessi è più solida quando poggia anche su una certa comunanza di valori. L’alleanza che tra il 1939 e il 1945 unì le democrazie occidentali ne offre un esempio significativo.
Trump, da questo punto di vista, va addirittura oltre la tradizione del realismo politico americano: non è un neocon, ma non è neppure un ideologo, né, a maggior ragione, un fine teorico. È piuttosto un negoziatore, con tratti di pura e semplice brutalità, che tende a valutare gli interlocutori sulla base della loro capacità di esercitare pressione, resistere e produrre risultati.
Per capirsi: nel Giorno della civetta Sciascia fa pronunciare a don Mariano Arena, il boss mafioso interrogato dal capitano Bellodi, una celebre frase: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che dico è l’umanità, e ci siamo tutti: uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà…”.
Ecco il metro di giudizio di Trump: una classificazione degli attori fondata non sulle intenzioni dichiarate ma sulla forza effettivamente dimostrata.
Per questo appare superficiale descriverlo come un semplice alleato di Putin o come un leader inevitabilmente destinato a favorire la Russia.
Anche perché la guerra in Ucraina offre un esempio illuminante.
Quando il conflitto è iniziato, molti prevedevano il rapido collasso di Kiev. È accaduto il contrario: contrattacca. Si pensi all’attacco di ieri su Mosca. Insomma l’Ucraina ha resistito ben oltre ogni previsione, dimostrando capacità militare, coesione sociale e volontà politica. Parallelamente, la Russia ha incontrato difficoltà che pochi osservatori avevano previsto nei primi mesi della guerra.
È difficile immaginare che un uomo ossessionato dai rapporti di forza non tenga conto di questi elementi.
Trump può cambiare idea. Può modificare strategia. Può perfino contraddirsi. Ma una cosa appare costante: tende a rispettare chi dimostra forza, determinazione e capacità di resistenza.
Per questa ragione, più che celebrare presunte sconfitte di Trump, l’Europa dovrebbe interrogarsi su come rendersi un interlocutore più credibile ai suoi occhi.
Una maggiore unità politica, una più solida capacità militare e una visione strategica comune avrebbero probabilmente più effetto di mille editoriali ostili.
In fondo, la questione non riguarda Trump. Riguarda noi. La vera domanda non è se Trump abbia perso una partita con l’Iran. La vera domanda è se l’Europa abbia ancora la forza di sedersi al tavolo delle grandi potenze senza limitarsi a commentare le mosse degli altri.
Perché nella politica internazionale, come insegnavano i grandi realisti, i desideri contano poco. Contano invece la forza, la credibilità e la capacità di agire.
E su questo terreno l’Europa, prima ancora di giudicare Trump, dovrebbe forse giudicare se stessa.
Carlo Gambescia


























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