Il Novecento, secolo del cinema, ha spesso deriso i dittatori: Hitler dai ridicoli baffetti, Mussolini in abiti circensi, Stalin un burocrate rivestito di lana grezza.
Si pensi alle reazioni nel mondo sui dazi. Al Trump liquidato come un matto, un folle, una specie di scemo del villaggio non più globale.
Si ride della capigliatura alla "Happy Days", eccetera, eccetera. In pratica Trump si pettina – così tra italiani ci capiamo – come Bobby Solo. Il soggetto si presta insomma.
In realtà, se follia c’è, c’è anche un metodo.
A differenza di altri analisti, comunque seri, e trascurando la folla dei tanti, troppi “ridicolizzatori”, crediamo che Trump sappia molto bene quello che vuole.
Si rifletta.
È un uomo d’affari, quindi abituato a ragionare, programmare, rischiare. È un uomo di televisione e spettacolo, quindi conosce le arti della retorica per conquistare il pubblico. È già stato presidente, quindi ormai conosce bene i meccanismi istituzionali e politici.
Inoltre se si leggono i suoi libri (meno di una ventina, alcuni scritti in collaborazione), che ruotano intorno agli affari, al golf e alla politica, si scopre che l’uomo ha una volontà di ferro. E che si è sempre preso ciò che voleva. E senza tanti complimenti. Si chiama coazione a ripetere. Trump odia il concetto stesso di legge. Detesta i giudici. Per lui lo stato di diritto è un macchina da smontare e rimontare secondo la bisogna.
Parleremmo di decisionismo programmatico pronto a spazzare qualsiasi ostacolo. Un decisionismo che Trump, da uomo d’affari e di spettacolo ha trasposto nei suoi libri politici, preparatori sul piano programmatico di campagne elettorali, via via di successo, che lo hanno portato alla Casa Bianca. E per due volte.
Scorriamo i titoli: The America We Deserve (2000); Time to Get Tough: Making America #1 Again (2011); Crippled America: How to Make America Great Again (2015), libro di duecento pagine, poi riedito con il titolo più ficcante di Great Again: How to Fix Our Crippled America (2016); Our Journey Together (2021), Save America (2024) due libri fotografici. Infine Letters to Trump (2023), comprende invece larghi brani tratti da scambi epistolari con personalità dello spettacolo, dell’economia e della politica, come Kim Jong, Richard Nixon, Ronald Reagan, Bill Clinton, la principessa Diana, Hillary Clinton, Mario Cuomo, Jay Leno, Liza Minnelli.
Leggendo si scopre l’ odio verso l’establishment politico liberal sprigionato ad esempio fin dal titolo di Great Again: How to Fix Our Crippled America.
“Crippled” sta per storpia, paralizzata, menomata, piena di debiti, decrepita, zoppa. Un’America da distruggere e ricostruire da capo.
Pertanto definire Trump un isolazionista è riduttivo. In Italia – ma anche in Europa – si è prestata scarsa attenzione alla venefica miscela di odio atavico, capacità di programmazione, anche in termini di organizzazione dell’entusiasmo, fluenti menzogne e decisionismo.
Siamo fuori dai principali filoni della politica estera americana (isolazionisti vs interventisti). Trump riscopre e rappresenta la logica di potenza allo stato puro. Siamo ben oltre “Teddy” Roosevelt.
Una cosa che non si vedeva in giro per il mondo dai tempi di Hitler, rispetto al quale la classe dirigente sovietica e russa, sembrava e sembra composta di dilettanti allo sbaraglio. Ovviamente i russi hanno le armi atomiche, cosa che ha anche l’Europa, però in minima parte. Il che spiega perché Trump sbeffeggia l’Europa e Zelensky e rispetta Putin. La logica di potenza ragiona solo in termini di potenza: o c’è o non c’è.
Inoltre logica di potenza significa che Trump in nome di una America più grande è pronto a distruggere ogni ostacolo che incontrerà sulla sua strada.
Trump, ripetiamo, non è un folle, nel senso di chi non sappia ciò che vuole per carenza di neuroni. E per capirlo basta leggere i suoi libri, in particolare quelli politici. Esiste un programma preciso, che precede addirittura Project 2025, il programma politico lanciato nel 2022 dalla Heritage Foundation, come sembra, apprezzato da Trump. Che però, ecco il punto, già aveva le idee chiare.
Pertanto crediamo sia Trump ad aver influenzato, anche sulla base degli ostacoli politici e istituzionali incontrati nel primo mandato, la Heritage Foundation e non viceversa. Per contro, andrebbe approfondito ideologicamente il rapporto fra Trump e Bannon, un autentico intellettuale reazionario (tra l’altro buon lettore di Evola), poche idee ma velenose, che, in termini di frequentazione, a quel che sembra quotidiana, può aver potenziato, al di là degli alti e bassi dell’ultimo decennio, l’odio di Trump verso la “Crippled America”.
Riteniamo che Bannon abbia giocato (e giochi) un ruolo più significativo di un saltimbanco come Musk, sopraggiunto negli ultimi tempi, che Trump sicuramente trattiene presso di sé per l’immensa ricchezza che il padrone di Tesla possiede. Altro interessante segno del realismo trumpiano. Ovviamente fino a quando reputerà Musk funzionale ai suoi disegni. Perché l’ altra caratteristica del decisionismo di Trump è di liberarsi immediatamente dei collaboratori inutili o scomodi, come del resto capitò a Bannon.
Quali sono i disegni di Trump? Per oggi limitiamoci alla politica estera.
Un passo indietro: la logica di potenza, come volontà di espandersi, senza dover rendere conto a nessuno, è difficile da spiegare, soprattutto nei dettagli, in quanto si articola attraverso mezzi, i più vari, piegati a un fine. Quale? Espandersi. Mezzi che quindi possono cambiare in continuazione.
Comunque sia Trump sta rafforzando le frontiere esterne più immediate (Groenlandia. Canada, eccetera) e i dazi protettivi sono una specie di assaggio dall'alto valore simbolico. Dopo di che girerà in modo definitivo le spalle all’Europa (i dazi, ripetiamo, sono un aperitivo). Uscirà dalla Nato (l’occasione potrebbe essere rappresentata dall’invasione americana della Groenlandia), per puntare su Pacifico e Cina.
Probabilmente Trump (che, nonostante l’età, già pensa a un terzo mandato, quindi otto anni in tutto) lavora a una manovra a tenaglia che punta a colpire su due fianchi la Cina, in cooperazione con la Russia. La tempistica è difficile da quantificare. Trump, per dirla con Lasswell, è un decisionista “agitatore”, quindi imprevedibile nelle mosse, benché sappia bene ciò che vuole.
Trump, come provano i suoi libri politici, ha sempre considerato la Cina un infido nemico, da ridurre ai miti consigli di un terra di conquista.
Certo, messa così la nostra analisi del decisionismo trumpiano può sembrare roba da Bar Sport… E non a torto: perché definire in anticipo una politica, e per giunta passo dopo passo, può apparire frutto di improvvisazione o nella migliore delle ipotesi di fervida immaginazione. Può darsi. Nessuno è perfetto.
Tuttavia, e al di là dei particolari sui quali si può concordare o meno, riteniamo che gli Stati Uniti a differenza di quel che credono alcuni analisti, puntino a espandersi, non a ritirarsi, e in direzione della Cina.
Concludendo, c’è poco da ridere. Bisogna prendere Trump sul serio.
Una risata di sicuro non lo seppellirà.
Carlo Gambescia