C’è chi vede le prime crepe nell’assalto di Trump al potere mondiale. Auguri.
La salvezza delle libertà americane, europee e ovunque si creda ancora nel valore della liberal-democrazia potrà venire solo dal trattamento storicamente riservato ai tiranni. Con i tiranni non si tratta. E non aggiungiamo altro.
Ovviamente il trumpismo, come per il mussolinismo e l’hitlerismo, è un sistema di idee e di istituzioni, struttura che va oltre la vita dei padri fondatori, per così dire. Altrimenti non si spiegherebbe la vitalità dei movimenti neofascisti e neonazisti.
Il trumpismo, ancora poco studiato, è un’ideologia autoritaria, che rivaluta i tradizionali valori del dio, patria famiglia, in un contesto – cosa che lo divide dai conservatori e lo avvicina agli eversori nazi-fascisti – di soppressione delle libertà civili, politiche, economiche. Il trumpismo teorizza e pratica la democrazia del capo. Cioè, per essere più precisi, come la democrazia viene intesa, e sempre in modo fuorviante, dall’onnipotente leader politico.
Il trumpismo non rinvia all’associazione dei notabili, dei laudatori dei tempi antichi, che provano a governare più o meno saggiamente, all’insegna spesso del “gattopardismo”. Il trumpismo incute timore alla stessa “oligarchia”. Sul punto crediamo che Trump sia andato a scuola da Putin. Per capirsi: non è Trump ad essere schiavo degli “oligarchi” americani, ma sono questi ultimi ad essere schiavi di Trump. Per paura, conformismo, fame di rendite e non di profitti, eccetera, eccetera.
Quanto ai mezzi del trumpismo, da una parte si lavora sul linguaggio e la comunicazione, cambiando il significato delle parole: la neolingua teorizzata da Orwell. L’oppressione viene chiamata libertà, la tirannia, democrazia, la sovversione, liberazione, e così via.
Dall’altra si rafforza il controllo sulla società distruggendo lo stato di diritto. Impedendo qualsiasi forma di dissenso e puntando, secondo il criterio autocratico, sulla concetrazione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) nelle mani di un uomo solo.
Se il tiranno tradizionale ha conquistato il potere con la violenza , il tiranno moderno lo ha conquistato con il voto, quindi con l’inganno politico. Ieri Hitler e Mussolini, oggi Trump, Putin, Orbán, Erdoğan, si sono insediati grazie (anche) a un voto, addirittura liberamente espresso.
Ovviamente, il potere viene poi conservato, mediante un sapiente alternarsi di carota e bastone, di concessioni e di forza.
Il trumpismo lavora sull’immaginazione del popolo, sulle sue paure, sull’indicazione di un capro espiatorio, sul fascino dell’obbedire a un uomo solo, dipinto come una specie di grande padre, fratello, eccetera.
Qualcosa di caldo, di sentimentale, emotivo soprattutto, rispetto all’ automatica obbedienza al freddo ordine sovrastrutturale delle leggi, che la gente comune neppure capisce bene. Il trumpismo si presenta come il vendicatore unico del popolo, catalizzando il voto dei falliti, degli incapaci, degli invidiosi, di tutti coloro che, per ragioni consolatorie o meno, usano scaricare le proprie responsabilità sugli altri, in particolare sulle classi politiche e dirigenti.
Il trumpismo, qui la sua abilità, mette insieme in un colpo solo chi non è stato capace di realizzare le sue ambizioni e chi non ne ha mai avute.
Purtroppo l’ideologia del fallito, in una società che celebra il merito, è un potente veicolo di risentimento sociale. Che quando viene intercettato, in termini di ideologia della mano protesa da un presunto duce degli umili, non importa quanto ricco, si tramuta in una specie di fungo atomico.
Dicevamo di un sistema di idee e di istituzioni. Il sistema di idee è molto semplice: l’ obbedienza a coloro che, come si proclama, conoscono ciò che è bene per il popolo. Il trumpismo potrebbe essere definito sinteticamente un’ideologia dell’obbedienza: della sottomissione in nome dei valori superiori (ad esempio dio, patria e famiglia) incarnati dal capo e dalla classe politica che lo attornia: gli unici in grado di vendicare falliti e incapaci (i passivi insomma). Ovviamente non li si chiama così. Sono automaticamente promossi a povere vittime del sistema, alle quali, in cambio dell’obbedienza assoluta ai capi, si darà nuova dignità.
Quanto alle istituzioni è presto detto, sono le stesse del sistema liberal-democratico ma svuotate di ogni contenuto liberale. Abbiamo detto dell’attenzione del trumpismo per il linguaggio. Non si definisce forse Trump un difensore della democrazia e della libertà? Che poi però tradisce nei fatti, minacciando, arrestando, deportando.
Per quale ragione parliano di trumpismo e non di putinismo, orbánismo, erdoğanismo?
Perché il trumpismo, a differenza di realtà, politicamente analfabete, come la Russia, l’Ungheria, la Turchia, sta squassando la più grande liberal-democrazia dell’Occidente, che ha guidato il mondo libero negli ultimi ottant’anni. Il problema è mondiale. Cognitivamente parlando: Ubi maior minor cessat.
Il trumpismo, come forma di tirannia dei moderni, attacca, quasi si trattasse di un platano secolare, alle radici la liberal-democrazia, e risalendo fino al tronco, ne usa gli strumenti, a cominciare da quelli elettorali, per svuotarlo dall’interno, fino a provocarne la caduta.
Pertanto, ai nostri giorni, il trumpismo, così capace di riunire – semplificando – falliti e vincenti e di soggiogare facilmente i passivi, è una specie di bomba atomica sociale, sempre carica e pronta a esplodere.
Insomma, Trump o meno, sarà difficile liberarsi del trumpismo e dei suoi imitatori, anche europei. Perché la meritocrazia dei moderni, che ha sostituito la castocrazia degli antichi, ha inevitabilmente tramutato il rassegnato in fallito. La modernità, che è libertà, implica il rischio di non riuscire.
Però, come sembra (qui uno dei problemi insoluti dei tempi moderni), l’interiorizzazione del rischio è un processo più complicato dell’interiorizzazione della rassegnazione. Di qui quella rabbia, quella frustrazione, quel senso di essere scarsamente considerati, sempre riemergenti negli elettori, che alimentano circolarmente l'ideologia trumpista.
E qui, purtroppo, la vera questione è che la modernità non può fare a meno della meritocrazia. E neppure del rischio.
Carlo Gambescia