lunedì 3 marzo 2008

Genealogia e significato di una parola 

Competitività


Ormai, periodicamente, si parla di favorire la crescita della competitività, in particolare quella economica. Ma al tempo stesso ci si rifiuta di inquadrare la questione dal punto di vista sociologico. Cerchiamo di spiegarci meglio.
Cominciamo col dire che dal punto di vista filologico il termine competizione viene dal latino cum petere e significa cercare con, o detto altrimenti, cercare insieme. Si dirà, ma questo che significa sotto l’aspetto concettuale? Una cosa molto precisa. Che la competizione implica la condivisione (si cerca insieme), e che, visto che si sta sempre insieme sulle base di scelte valoriali, quel che si cerca in comune, nel bene o nel male, ha sempre una curvatura socioculturale. Si impongono perciò due riflessioni.
Primo punto. Cercare insieme vuol dire organizzarsi, e i processi organizzativi rinviano sempre a un concetto sociologico per eccellenza, quello della divisione sociale del lavoro. La competizione, insomma, è organizzazione.
Secondo punto. Come detto, il fatto che ci sia qualcosa da cercare (insieme) implica un riferimento ai valori. E in particolare ai valori culturali che ispirano il gruppo sociale, attraverso i quali, e al di là della presenza di un minimo oggettivo di risorse puramente materiali, si indica quel che è giusto o che comunque si “deve” cercare insieme. La competizione, insomma, è cultura.
In conclusione, la competizione è organizzazione e cultura.
Come inquadrare allora sotto l’aspetto sociologico il capitalismo (appunto come sistema di istituzioni “organizzative” e valori socioculturali)? E che dire della forma di competizione (oligopolistica, se non monopolistica in alcuni settori) di cui il capitalismo si è fatto portatore? Il problema è che siamo davanti a una forma di competizione tra pochi macrosoggetti, (le grandi imprese), basata su specializzazioni funzionali (egemonia economica) e storiche (egemonia politica), che risalgano ai primi secoli dell’età moderna, e correlate a un’antropologia individualistica, che ha nel concetto di utile (o comunque di vantaggio individuale, inteso anche a livello di gruppo) il suo valore normativo.
In questo contesto, parlare di competitività perduta da “ritrovare”, come si spesso si legge, significa, purtroppo, dare per scontata una certa idea di competizione capitalistica: detto brutalmente da Business School (già ampiamente teorizzata, pur con scopi e idealità etiche diverse, a partire da Mandeville e Smith). Un’idea, certo rispettabilissima, ma che presuppone una divisione del lavoro capitalistica. Che, attenzione, questo è un punto fondamentale: non è l’unica forma di divisione sociale del lavoro conosciuta storicamente.
Pertanto, crediamo che il vero problema da affrontare, sia quello di proporre una forma di competizione, come dire non capitalistica… Certo, viviamo in un mondo fortemente segnato dal capitalismo, e affermazioni come le nostre rischiano di essere accusate di utopismo… Ma riteniamo che il lavoro teorico, o se si vuole metapolitico, debba essere distinto dalla necessità di guardare oltre la realtà ci circonda.
A questo proposito, piace ricordare, sempre a proposito dei sistemi di divisione sociale del lavoro, tra l’altro noti anche agli etologi e non solo ai sociologi, lo schema proposto da Karl Polanyi, una grandissima figura di studioso e socialista democratico, mai appiattitosi sulla vulgata marxista o, per contro, volgarmente riformista. Bene, Polanyi, in libri memorabili, come ad esempio La grande trasformazione (1944), ma anche in altre sue opere, propone, con grande ricchezza di esempi storici, una teoria “triarticolare” dei sistemi di divisione sociale del lavoro. Polanyi parla di tre forme basate rispettivamente sulla reciprocità, la redistribuzione e lo scambio. E attenzione: a suo avviso, lo scambio di tipo capitalistico, fondato sul cosiddetto mercato autoregolato, che automaticamente (e per alcuni armoniosamente) suddivide costi e ricavi economici, e purtroppo sociali, non sarebbe altro che una “sottocategoria” della “forma” scambio. In questo senso lo scambio sarebbe la regola e il mercato capitalistico l’eccezione.

Gli antichi, i Romani ad esempio, avevano mercati in cui si scambiavano le merci, che non erano però mercati capitalistici, perché i prezzi, come quelli del grano ad esempio, erano imposti dalle autorità, e altri beni, come la terra, non erano liberi e commerciabili. A grandi linee, secondo Polanyi, l’Impero Romano, era un sistema complesso, basato su una triplice divisione del lavoro, certo con forti basi schiavistiche, ma regolato dalla reciprocità (di scambi di beni e servizi tra privati, non basati sul lucro, e volti comunque a pareggiarsi nel tempo); dalla redistribuzione (statale di beni e servizi); e dallo scambio (limitato e controllato di beni e servizi). In questo contesto la competitività era una gara, certo intensa anche a quel tempo, ma per eccellere in qualità pubbliche (ed è inutile qui ricordare le liturgie, o doni pubblici, nell’ Atene periclea, ma presenti per certi versi a Roma), degne di approvazione sociale. Il fine della competizione era la conservazione della stabilità sociale: cum petere, cercare insieme “in e un” quadro di condizioni, magari modeste, ma di buona vita per tutti.
Siamo perciò molto lontani da come oggi viene presentata la competizione: una corsa a chi produce di più e a minor costo, in un quadro di crescente destabilizzazione sociale. Insomma, quel che mi preme sottolineare è che la divisione sociale del lavoro è nell’ordine naturale delle cose “sociali”, quella capitalistica, invece, non lo è affatto. Prendere o lasciare…
Di qui l’importanza, tenendo ovviamente presente la distanza, anche morale, che ci separa dalle società antiche, di riflettere su queste categorie concettuali. Altrimenti si corre il rischio di pensare la competitività solo in termini capitalistici, e di aderire così in modo superficiale a quel che il mercato della “cultura teorica” chiede oggi agli intellettuali…, i quali dovrebbero accontentarsi di aggiungere qui e là, al concetto di competitività, come si fa nelle Business School, un pizzico di socialità, citando ad hoc dall’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali …
Anche perché il problema di fondo, qui posto, è quello di ricondurre la competizione, e più in generale l’economia, nell’alveo della società. La competizione non può essere pensata come qualcosa che marci a fianco del Leviatano capitalistico, attraverso i mercati (attenzione, oligopolistici), schiacciando tutto, tanto, come sostengono i suoi apologeti, dal male (i licenziamenti ad esempio) finirà sempre per nascere, come per incanto, il bene (un benessere diffuso per tutti).
Del resto, ed è bene non dimenticarlo, tutto il Novecento, con i suoi tremendi buchi neri, è stato segnato da tentativi, alcuni disastrosi come quelli dei totalitarismi, altri meno come quelli delle socialdemocrazie postbelliche, di ricondurre l’economia capitalistica, e quindi il suo tipo di divisione sociale del lavoro (e di competizione) nell’alveo della società, o se si preferisce di quella socialità racchiusa nell’ idea del cum petere, intesa ovviamente nella sua accezione più nobile.
La politica, da quella dei partiti unici a quella delle grandi forze sindacali e di sinistra (ma anche del cattolicesimo sociale) ha cercato per tutti il Novecento (o comunque fino alle rivoluzioni thatcheriane e reaganiane degli anni Ottanta), di porre rimedio ai grandi problemi posti da due secoli di industrializzazione “forzata” in Occidente. E di opporsi, dopo i cedimenti del passato, ai grandi oligopoli economici, rifiutandosi di mettere la nazione, o comunque l’economia nazionale, al servizio di un mercato che aveva, e ancora ha, ben poco di trasparente.
Ovviamente, queste tematiche non sono discusse soltanto da Polanyi. Potremmo citare anche altri autori, magari non così importanti ma sicuramente interessanti. Riteniamo però poco elegante lasciarsi andare a quella libido da citazioni cui spesso restano vittime non pochi studiosi. Inoltre, è stata già messa, come dire, troppa carne al fuoco. E, probabilmente, come al solito, abbiamo tentato di volare troppo alto, verso gli universi sconosciuti di un postcapitalismo, ancora tutto da inventare. Ma, del resto quali sono le alternative a un lavoro teorico, o metapolitico veramente creativo? Discutere di sistemi elettorali? Considerare il capitalismo, o la sua visione della “competitività”, come il migliore dei mondi possibili? Non è proprio il massimo…
Comunque sia, chi è d’accordo con gli apologeti del mercato, di centrodestra come di centrosinistra, si accomodi pure. Il pranzo è servito.

Carlo Gambescia

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