martedì 31 ottobre 2023

Traditori dell’Occidente

 


C’è attesa per lo show di Fiorello. Ma lo show migliore è quello del direttore di “Libero”, Mario Sechi, un tempo con  Mario Monti tutto rigore, oggi con Giorgia Meloni tutto livore. Si dirà che il nostro è un giochino di parole alla Marcello Veneziani. Touché.

Però crediamo che  il calembour   rifletta con chiarezza le contraddizioni di una destra che a proposito della reazione di Israele aggredito da Hamas, parla, come Sechi oggi su “Libero”, di guerre giuste al male, citando Sant’Agostino, ripreso da qualche raccolta di citazioni rinvenuta su una bancarella.

Una destra che però al tempo stesso sbatte la porta in faccia ai migranti perché sembra non capire l’importanza di una secolarizzazione in chiave di  spontanea  acquisizione dello stile di vita e della mentalità occidentali da parte del migrante. L'uomo, non lo si dimentichi mai, è animale mimetico. Apprende le regole  sociali per imitazione, pur tra prove ed errori. 

La battaglia contro i nemici di Israele e dell’Occidente si vince sul campo della socializzazione. O, per essere più chiari, della secolarizzazione attraverso la socializzazione.

Dietro ogni migrante c’è una famiglia, dietro ogni famiglia, c’è un sistema di mentalità. Che può cambiare a contatto con lo stile di vita occidentale. Una osmosi spontanea, come avvenuto altre volte nella storia (sul punto rimandiamo al nostro “Trattato di metapolitica”). Si impone, insomma, un lento lavoro generazionale, talvolta ingrato che si nutre di conflitti, passi in avanti e passi indietro. Semplificando: la socializzazione dello “straniero” non è una marcia trionfale. Però costituisce l’unica strada percorribile per risolvere la questione mediorientale. Un fattore sociologico al quale anche Israele, pur essendo dalla parte della ragione militare, dovrebbe prestare più attenzione.

La stessa soluzione dei “due stati”, rappresentata da alcuni come una panacea, senza una modernizzazione-occidentalizzazione dei palestinesi non influirebbe neppure per un momento sulla convivenza tra israeliani e arabi, o se si preferisce tra ebrei modernizzanti e islamici arcaizzanti. Si impone quindi la secolarizzazione dell’Islam.

Che ovviamente non si può imporre con le armi, o comunque non solo. Pertanto la politica della destra, che difende Israele (sebbene, come abbiamo visto ieri, fino a un certo punto*) e che respinge il migrante, è di tipo suicida. Perché apre all’ inevitabile spirale dell’odio reciproco che porta solo a conflitti privi di soluzione, se non sul piano militare. Pur necessario in alcune circostanze.

Si dirà che pecchiamo di ottimismo e che mettersi il migrante in casa, soprattutto se di altra fede, rappresenta un pericolo per la “nostra civiltà”. E qui si pensi alla mitica “ teoria della sostituzione” avanzata dalla destra complottista.

Una destra che neppure si pone il problema della secolarizzazione del migrante. Perché dà per scontato che le persone non possano cambiare.

Una stupidaggine pseudo-sociologica. Perché L’Occidente euro-americano, in pochi secoli, ha cambiato il mondo, e se si crede veramente nei suoi valori, di libertà civile, politica ed economica, può continuare a cambiarlo.

Sotto questo aspetto la destra, culturalmente (parola grossa) rappresentata da giornalisti come Mario Sechi riduce il concetto di Occidente, a quello di una civiltà, dai remi in barca, chiusa in se stessa (in stile islamista), che purtroppo scorge il nemico sbagliato: il migrante.  Come si può intuire,  sul punto,   il problema  va oltre la questione mediorientale.

Se l’Italia, pur tra alti e bassi ( ci sono voluti quasi ottant’anni), si è modernizzata, scoprendo le libertà dell’Occidente, il merito è tutto della sconfitta militare di nazisti e fascisti. Però, si rifletta: cosa è avvenuto dopo la vittoria militare?

La socializzazione occidentalista. Tuttora non completa, purtroppo. Ciò significa che l’accoglienza del migrante – ecco la vera sfida dell’ osmosi sociale diretta ( non gli aiuti, indiretti, sul posto, come ai palestinesi ad esempio, che non servono a nulla) – rappresenta certamente una sfida con le sue lungaggini e incertezze. Che tuttavia va accettata.

Non respinta, come pretende una destra dalle radici fasciste (quindi antioccidentali e anticapitaliste), “culturalmente” rappresentata da personaggi come Mario Sechi, già responsabile dell’Ufficio stampa del governo Meloni, oggi direttore di “Libero”: un traditore - dispiace ma  non troviamo altro termine -  dei valori di inclusione che hanno fatto grande l’Occidente.

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/10/israele-il-piccolo-capolavoro-politico.html .

lunedì 30 ottobre 2023

Israele. Il “ piccolo capolavoro” politico di Giorgia Meloni

 


Si dia una scorsa ai giornali di oggi della destra. Senza tralasciare una riflessione sulla linea politica del governo verso la crisi mediorientale. Trascurando invece gli eccessi filopalestinesi della destra e della sinistra radicali: quattro gatti, addetti al folclore politico. La vera partita a scacchi si gioca altrove.

Il nostro incipit può apparire ingarbugliato, persino misterioso. Ma non è colpa nostra. Perché non è facile spiegare ciò che a nostro avviso è il “piccolo capolavoro” politico” della destra “moderata” di governo, in particolare di Giorgia Meloni.

Perché usiamo il termine “piccolo capolavoro”?

Per semplice ragione che il governo, come in una partita a scacchi, si propone di unire l’adesione ufficiale alla causa israeliana con le note posizioni anti migranti, in particolare se islamici. Ma come? Invitando Israele alla moderazione. E per quale ragione? Perché – ecco la tesi, per ora adombrata – ogni giorno in più di occupazione militare di Gaza rischia di tramutarsi in un migrante in più. E, poiché – si lascia intendere – in ogni migrante si nasconde un “terrorista islamico” solo la moderazione di Israele può salvare l’Italia e l’Occidente dal terrorismo migratorio islamista.

Ovviamente, come accennato, sul piano politico il discorso è ancora sfumato. Mentre su quello mediatico viene cavalcato dalla stampa di destra, mandata avanti per preparare il terreno.

Il piccolo capolavoro consiste in questo: il governo, giocando la carta del razzismo (perché non è vero che dietro ogni migrante vi sia un terrorista), finge di aiutare Israele mentre de facto  fatto prova di stare   dalla parte dei terroristi palestinesi. Insomma, con la falsa scusa del terrorismo si difendono i terroristi veri. Perché questo significa difendere, pur dietro le quinte, la cosiddetta “causa” palestinese.

Di questa ambiguità gli italiani non possono accorgersi. Dal momento che a livello di senso comune i conti sembrano tornare. Purtroppo si deve prendere atto che il razzismo mescolato al pacifismo è un potente motore di consenso. E Giorgia Meloni lo sa benissimo.

Sul punto la sinistra, giustamente pro migranti, si trova in una posizione scomoda, perché può essere accusata in qualsiasi momento di voler aprire la porta al terrorismo islamista. Ovviamente, in primis palestinese, quindi di essere anche contro Israele, che invece il Governo Meloni “occidentalissimo” ufficialmente difende.

Sarà molto difficile liberarsi del governo Meloni, una banda di fascisti mai pentiti, che non ha mai digerito la lezione del 1945 e che è tutto, eccetto che filo-occidentale. E se lo è  - si ricordi  -  lo  è solo  a parole.  La Meloni attende la vittoria di Trump, per sganciarsi…

Va però detta un’altra cosa. E non è una battuta. Prima della Meloni ci si dovrebbe liberare della stragrande maggioranza degli italiani che odia il diverso, non simpatizza con gli ebrei e non vuol sentire parlare di guerre, giuste o meno. E che accetterebbe, senza farsi troppi problemi, un nuovo fascismo, diciamo però pacifista. Il che, come sappiamo, non è possibile. Il fascismo era ed è nazionalista e imperialista.

La Meloni e i suoi accoliti per ora si sfogano con i migranti e sotto sotto, come abbiamo visto, con gli israeliani. Ovviamente, oggi come oggi, l’Italia dal punto di vista militare non fa più paura nessuno. Quindi non scorgiamo all'orizzonte  guerre di conquista. Però non si può negare che il fascismo, nuovo e vecchio, pacifista o meno, resta comunque nemico della libertà.

Certo, a  un  popolo di schiavi dentro, la libertà, eccetera, eccetera. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

domenica 29 ottobre 2023

La cultura delle “nuove sintesi”: Buttafuoco presidente della Biennale con Cacciari che parla di “normale lottizzazione”

 


Un filonazista o comunque (nell’ipotesi più benevola) un grandissimo ammiratore dell’esercito tedesco però comandato a bacchetta, quando si dice il caso, da Hitler. 

Il nuovo presidente  della Biennale di Venezia  è  una specie di Mimì della serie di Montalbano, con pretese culturali, che non ha mai digerito la sconfitta del 1945. Parliamo di Pietrangelo Buttafuoco.

In copertina  un saggio della  sua celebrazione dell’eroico soldato tedesco al servizio di Hitler, racchiusa ne “Le uova del drago”.

Una nomina che gioca sulla smemoratezza dei siciliani e degli italiani… Invitiamo però gli amici lettori  a scandagliare l’intera “produzione”(parola grossa) di Buttafuoco, per trovarne dellle  belle, non ultima la sua passione per l’Islam che oppone al corrotto Occidente.

Questo Mimì di Montalbano, per nomina di un analfabeta politologico (il ministro Sangiuliano: non gli perdoneremo mai la sua pessima introduzione al Michels), andrà a ricoprire una carica istituzionale di valore internazionale. Un nazista, un fascista, o comunque un personaggio che tuttora scorge il nemico negli anglo-americani vittoriosi, che hanno riportato la libertà in Italia, calpestata proprio dal fascismo e dal nazismo, rappresenterà la cultura italiana nel mondo.

Che vergogna.

Per giunta, l’ineffabile Massimo Cacciari, ormai nonno della tuttologia filosofica italiana, oggi sulla “Stampa”, parla di “nulla di scandaloso” e di “normali pratiche di lottizzazione”. Certo “lottizzare” un fascista o comunque uno che “non ha dimenticato” è la cosa più normale del mondo.

A dire il vero, Cacciari, il “grande filosofo” dall’editoriale facile, negli anni Ottanta aprì a missini e postmissini. Si parlò allora, in convegni e incontri,  di “nuove sintesi” tra sinistra post marxista e “Nuova destra” italiana.

Perciò, a dire il vero, l’intervento sulla “Stampa” di Cacciari può essere ricondotto alle “nuove sintesi”. Però con una variante: non più quelle con l’onesto e colto Marco Tarchi ma le nuovissime “targate” Meloni, Sangiuliano, Buttafuoco… E Cacciari.

Quanto è brutta la vecchiaia. Che malinconia.

Carlo Gambescia

sabato 28 ottobre 2023

Guerra e pace (2)

 


In fondo la gente comune che ne capisce della dinamica della guerra e della pace?

L’operaio, l’impiegato, il professionista, lo studente e tante altre persone vogliono solo vivere in pace. Fare ciò che fanno da sempre, senza tanti ostacoli. Programmare, una vacanza, un acquisto, gli studi per i figli, eccetera.

Sotto questo profilo la guerra, imponendo restrizioni di vario genere, sempre più gravi fino alla perdita della vita stessa, rappresenta la madre di tutti gli ostacoli. Quindi -  si dice -  va pensata solo la pace, mai la guerra.

Specialmente nell’Occidente euro-americano, la vita è così ricca di opportunità – al di là di ciò che sostengono le Cassandre di destra e sinistra – al punto che un’improvvisa guerra generale distruggerebbe un modello di vita acquisito e gradevole.

Il capitalismo – per semplificare – al di là delle chiacchiere sulla disumanizzazione indotta dal mercato – ha favorito l’edificazione dell’ Homo Pacificus, se ci  si  perdona il latino maccheronico.

Gli occidentali, diciamo il “popolo”, termine tra l’altro molto vago, non vuole più sentire parlare di guerre. A questo pacifismo, antropologizzato, cioè una specie di “seconda pelle”, si appoggiano i pacifisti ideologici, esperti nel giustificare o razionalizzare il pacifismo diffuso che abbiamo appena ricordato.

Di qui, il dialogo tra sordi, che vede da una parte, una dinamica politica mondiale, che, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ha ripreso a parlare – nei fatti – di guerra come proseguimento della politica con altri mezzi,  e dall’altra un pacifismo diffuso e ideologizzato, soprattutto in Occidente, che non vuole sentire parlare di guerre.

Di regola, la forza di gravità della politica, che rimanda al ciclo politico, di conquista, conservazione e perdita del potere (una regolarità metapolitica), conduce inevitabilmente alla guerra, lo vogliano o meno i “popoli”. Pertanto parlare di pace, soprattutto diffondere l’idea che la pace sia sempre possibile, è falso e pericoloso.

Falso, perché come abbiamo accennato il ciclo politico è una regolarità metapolitica. Pericoloso, perché il pacifismo è una forma di disarmo morale.

Ciò non significa che non si debba aspirare la pace. Ma si tratta più semplicemente di comprendere che pace e guerra si alternano, lungo linee temporali dalla durata imprevedibile. Alimentare l’idea della pace finale tra i “popoli” è perciò stupido. Come, sia chiaro, l’idea della guerra “facile”, per così dire, alimentata da certa brutale geopolitica che ricorda quella hitleriana.

Come insegna, una saggezza antica, biblica, “c’è un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» ( Qoèlet 3,2-8).

Inutile perciò predicare la pace, quando un nemico capace di odiare, che prescinde totalmente dalla nostra capacità di amare, ci indica come suoi nemici e muove in guerra contro di noi. In quel caso serve solo la spada.

Però come spiegare all’operaio, all’impiegato, al professionista, allo studente, all’ “Homo Pacificus” di oggi insomma, che talvolta si deve usare la spada? Viviamo, come anticipato, in una democrazia, per giunta con le vetrine illuminate e ricche di ogni ben di dio.

Per la democrazia opulenta è assai difficile fare la guerra. Come tramutare, all’occorrenza, il pacifico consumatore in soldato armato fino ai denti?

Ucraina e Israele dimostrano che è possibile. Però il problema è che non si deve attendere di essere aggrediti, come nel caso di questi due paesi. Si deve mettere il nemico nelle condizioni di non poter aggredire. Si deve essere temuti. Il che impone misure prudenziali, cautelari, precauzionali, tra le quali la guerra preventiva. E qui si torna al punto di prima: come spiegare a una pubblica opinione composta di consumatori, che deve mettersi in divisa “per tempo”? Del resto, come evitare di essere aggrediti senza militarizzare preventivamente una società? Insomma, senza saper “pensare” la guerra?

Si dirà che è un problema di equilibrio politico. Che quindi riguarda un “dosaggio” tra pace e guerra nel quale devono essere maestre le élite dirigenti, in primis quelle politiche. E qui il discorso rinvia alla “qualità” alle classi politiche dell’Occidente. Sono all’altezza di questo difficile compito, senza cadere nel fascismo o nel pacifismo?

Carlo Gambescia

venerdì 27 ottobre 2023

Un difensore della famiglia

 


È verissimo che non si deve giudicare un autore per quello che fa. Magari scrive cose interessanti, poi ne fa altre di segno contrario.

La pagina di Pasolini, soprattutto lo scrittore e il poeta, merita tuttora di essere letta. Del resto oggi le idee sono cambiate, fortunatamente. E nessuno, a parte qualche reazionario, si sogna di criticare i comportamenti sessuali di Pasolini, e su tali basi, condannarne l’opera. Eppure ai suoi tempi, da quella destra che tuttora difende la famiglia a spada tratta, Pasolini veniva regolarmente crocifisso. Un pervertito, si diceva di lui. Un “corruttore di giovani”, eccetera, eccetera.

Però, visto che siamo in argomento famiglia, che dire di Marcello Veneziani, che non scrive neppure cose interessanti, e che si erge, anche su oggi sulla “Verità”, a strenuo difensore della famiglia (*).

Quanto si separò, quasi vent’anni fa, scrisse un articolo, poi ripreso dal “Corriere della Sera”, in cui accusava la moglie di vendicarsi, distruggendo sistematicamente la sua biblioteca: roba da Guerra dei Roses (**).

Eppure Veneziani continua a difendere la famiglia. Accusando questa società, corrotta e pervertita di volerne la distruzione.

Delle due l’una: o ci crede o fa finta?

Diavolo o Santo? Boh… La parola ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/prima-pagina-la-verita/ .

(**) Qui: https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/03_Marzo/18/veneziani.html .

giovedì 26 ottobre 2023

Il punto sulla cultura di destra

 


Esiste oggi una cultura di destra? Una cultura, capace di difendere in tutti gli ambiti (arte, storia, letteratura filosofia, morale, economia, eccetera), piacciano o meno,  i valori del dio patria, famiglia propugnati da Giorgia Meloni e alleati?

Insomma, che abbia i mezzi culturali per farlo?

Non crediamo. In realtà Sgarbi, Veneziani, Buttafuoco, Porro, Feltri, Belpietro, per citare i più noti tra intellettuali e giornalisti, sono di una povertà culturale spaventosa: non hanno i mezzi culturali neppure per difendere se stessi.

Quanto ad atteggiamento: sono di un settarismo che non ha eguali. Vivono in un mondo chiuso, con i suoi riti e tic. Tipo “ma quello ieri sera a casa di XXXX, mi ha salutato?”. Capito? Questo è l’andazzo.

In più: non esiste uno scrittore italiano, un vincitore del Premio Strega ad esempio, che si riconosca apertamente nei valori citati. Al cinema, a meno di non arruolare Pupi Avati e Sergio Castellitto, genero di un "repubblichino" (di recente nominato presidente del Centro di cinematografia), non esistono attori e registi di un certa bravura che si riconoscano nella destra, in particolare quella dalle radici fasciste, quella dei premi di natalità.   Alla fin fine gli "intellettuali" di destra preferiscono  annuire  pur di   papparsi   incarichi istituzionali che la Meloni, per carenza di “graduatorie interne”, non può assegnare a nessun altro.  

Il che spiega il provvedimento punitivo di Sangiuliano, altro analfabeta politologico (mai gli perdoneremo la pessima introduzione al Michels), verso i cineasti, tutti di sinistra, e soprattutto, quel che fa più rabbia alla destra, due spanne sopra la destra anche l’ultimo della  classe del cinema di sinistra.

Allora come si difende il dio, patria,  famiglia? Ripetendo le stesse banalità da settant’anni. La destra culturale non studia: al massimo si piange addosso. Il successo italiano del “Signore degli anelli”, amatissimo da Giorgia Meloni, è un segno di povertà culturale: si guarda altrove perché in casa propria spuntano le ortiche.

La destra culturale non ha mai fatto conti con il fascismo. I post missini (da Alleanza Nazionale a Fratelli d’Italia), culturalmente parlando, sono un corpo estraneo, un ferrovecchio  da rottamare.

La prova del nove? Si chieda a ciascuno dei signori citati un giudizio su Mussolini? Ci si sentirà rispondere così: uomo severo ma giusto; ha soltanto fatto qualche “piccolo errore” come allearsi con Hitler e perseguitare gli ebrei.  

Per farla  breve, Sgarbi, Veneziani, Buttafuoco, Porro, Feltri, Belpietro & Co. se interrogati, direbbero le stesse cose, ma con compunzione,  del famigerato e sguaiato Catenacci, il fascista televisivo impersonato dal geniale Giorgio Bracardi: “Il Duce? Due palle così”.

Va detto che in quel mondo soprattutto, tra i post missini, il primo dovere di un intellettuale, ovviamente se vuole fare carriera, è quello antico di credere, obbedire, combattere. Mai pensare in proprio. Oppure   pensare soltanto quella quattro trite cose che gli sono imposte dall’alto.  E così si sono impigriti del tutto. Annuiscono. Dio, patria, famiglia? Sì,  dio, patria, famiglia... Si attacca  l'asino, eccetera, eccetera,

Si dirà che la sinistra non si comporta diversamente. Esatto. Però a sinistra studiano. Soprattutto la famosa sinistra al caviale. A sinistra sono curiosi: la vera molla della cultura. A destra invece la curiosità e bandita. Diciamo costitutivamente. Se si ha il segreto della storia in tasca – ad esempio dio, patria e famiglia – a che serve studiare e indagare? La destra commette lo stesso errore della scolastica marxista. Sempre condannata dai veri intellettuali di sinistra: quelli affamati di libertà. Cioè liberali senza saperlo. In principio fu Vittorini contro Togliatti.

Di qui però l’odio marxista e fascista verso la cultura liberale. Al quale in Italia si aggiunge quello dei cattolici.

Risultato: la persecuzione, o comunque la famosa cortina di silenzio che isola gli intellettuali realmente liberali (non gli pseudo come Belpietro, Feltri, Porro), perché giudicati nemici di Marx e di Mussolini.

Il che spiega l’apoteosi istituzionale, a destra come a sinistra, di personaggi come Sangiuliano e Gualtieri: un mediocre giornalista, assurto a ministro della cultura, e un dozzinale professore post comunista di storia,  diventato sindaco di Roma.

E per oggi basta così.

Carlo Gambescia

mercoledì 25 ottobre 2023

Medio Oriente, il nemico e l’avversario

 


Oggi su “Repubblica” e “Stampa” spicca la foto dello “Shalom” (“pace” in ebraico) della ottantacinquenne israeliana, liberata, che in questa maniera si accomiata dai suoi carcerieri.

Il senso “politico”, diciamo cosi, della foto è intuibile: con un poco di buona volontà da tutte  le parti la pace sarebbe a portata di mano e il mondo, o almeno il Medio Oriente, potrebbe essere migliore. Per dirla alla buona: imparare dagli anziani…

Può però bastare la buona volontà? Il gesto, sul piano privato è encomiabile. Non su quello pubblico. Se si vuole storico.

Sotto questo aspetto, tra israeliani e arabi (semplificando), la catena dei morti e delle ragioni reciproche è abbastanza lunga; basta interromperla a un certo punto, per enfatizzare le ragioni degli uni o degli altri. Resta però un fatto: che per una parte degli arabi, tesi sposata anche da larghissima parte dei mondo islamico (quindi non araba, si pensi all’Iran), lo stato di Israele deve essere cancellato dalla faccia della terra, a prescindere dal comportamento politico degli israeliani. Quindi lotta senza quartiere – e pubblica – fino alla vittoria finale.

La tesi “distruzionista” è uguale a quella di Hitler e dei nazisti, che concerneva l’intero popolo ebraico (Israele era ancora di là da venire). Probabilmente, negli anni Trenta, qualche ebreo, tra i tanti costretti a espatriare dalla Germania hitleriana, dopo aver perso tutto, salutò i suoi futuri carnefici, proprio così: “Shalom”. Di sicuro però non accadde nella primavera del 1945: all'ingresso dei campi di sterminio, appena liberati dalle forze alleate. Gli ebrei non avevamo più fiato in corpo.

Però, ora, si parla di pace, lanciando segnali, come quello di “Repubblica” e “Stampa”, che hanno  non poche ricadute politiche. Si  lascia  credere che basti porgere l’altra guancia: un gesto privato, come detto. Ci spieghiamo meglio.

Lo “Shalom” della foto, in fondo vuole significare che, per arrivare alla pace, si deve riconoscere al “soggetto politico” Hamas, lo statuto non di nemico (pubblico) ma di avversario (un miscela di pubblico e privato). Per capirsi, senza tanti giri di parole: il nemico punta alla distruzione,  vuole tutto; l’avversario si oppone semplicemente, vuole qualcosa, un parte piccola o grande del tutto. Il nemico vuole la cancellazione del nemico; l’avversario, vuole semplicemente competere, magari solo in chiave economica, quindi privata o quasi, con un avversario, che deve per l’appunto essere mantenuto in vita. Pena la perdita di buoni affari. Tesi che ha un fondamento quando ci si trova  a portata di sguardo  un autentico avversario.

Pertanto coloro che parlano di pace in Medio Oriente ritengono che  Hamas non sia  un nemico ma un avversario di Israele.

E Israele? Gli israeliani, ad alcune setttimane  dal  proditorio attacco di Hamas, sono divisi tra lo status di nemico e di avversario. Ora, sembra prevalere  quello di nemico. Si dirà che invece nel mondo arabo e islamico non pochi vedono in Israele un avversario e non un nemico. Un avversario con il quale si possono fare anche affari. Quindi se Israele solo  volesse...

Però ecco il punto: allo stato dei fatti Hamas (e chi vi è dietro, come l’Iran e altri stati-canaglia) non può non essere dichiarato nemico. Il gesto dell'anziana  signora non sembra tenere conto della fondamentale differenza tra nemico e avversario. Cosa che sul piano individuale, privato, può anche essere accettata, non però su quello pubblico: Hamas, su questo piano, ragiona come Hitler, come quest’ultimo voleva la distruzione degli ebrei, Hamas vuole la distruzione di Israele.

Facciamo allora un passo indietro, ponendo una domanda: perché, gli stati dell’ Occidente che distrussero il nemico Hitler, con ogni mezzo, oggi pretendono che Israele non distrugga Hamas?

La risposta è nella presente incapacità dell’Occidente di pensare il nemico e quindi la guerra. Di qui il continuo parlare di pace, pace, pace… Cioè di pensare la guerra, non partendo dalla guerra, ma dalla pace. In pratica da una premessa sbagliata. Quale? Che tutti i nemici siano avversari, pronti a competere, anche pacificamente. Il pre-assunto sbagliato è che i nemici, visti erroneamente come avversari non puntino a distruggere l’avversario.

In questo modo l’Occidente favorisce “oggettivamente” Hamas, il distruttore, e indebolisce Israele, dividendone la pubblica opinione e gettando il seme della discordia all’interno dello stesso mondo occidentale.

Ora, come è noto, il non saper riconoscere il nemico è un segno di debolezza e decadenza. Perciò, oggi, siamo davanti all’abbraccio mortale di una decadenza, quella occidentale, che vuole portare con sé nella fossa Israele, illudendosi, cosa tragica, di allontanare la guerra, non solo in Medio Oriente, ma addirittura per sempre tramutando i nemici in avversari. Ma per farlo il nemico deve sentirsi avversario… Per volere la pace si deve essere in due. E pubblicamente.

Sicché si chiudono gli occhi e si sogna di poter tramutare il nemico di Israele in avversario. E ciò che è peggio, l’Occidente pretende che vi credano anche gli israeliani. Ai quali in questo modo non si vuole neppure riconoscere, in ultima (non auspicabile) istanza, la dignità di cadere con le armi in pugno. L’Occidente rischia di far pagare agli altri la propria debolezza. Cioè l’ incapacità di pensare il nemico e la guerra.

Carlo Gambescia

martedì 24 ottobre 2023

Il tempo dei pagliacci ideologici

 


Si legga cosa scrive Adnkronos sulle elezioni argentine.

«Il ministro dell’Economia Sergio Massa e l’ultranazionalista Javier Milei, i più votati alle elezioni presidenziali che si sono tenute in Argentina, torneranno a scontrarsi il prossimo 19 novembre per il ballottaggio» (*).

Questo passo, brevissimo, è tuttavia rappresentativo di alcuni fatti importanti, vere e proprie truffe ideologiche ai nostri danni. Se la cosa non avesse gravi conseguenze – che invece ha – si potrebbe parlare addirittura di pagliacciata ideologica.

Elenchiamo questi fatti.

1) La larga diffusione di un falsa vulgata politica “su che cosa è destra, su che cosa è sinistra” (per dirla con Gaber); 2) La crisi del pensiero liberale, che snaturando se stesso, probabilmente per ragioni di potere, accetta una falsa ed erronea linea di divisione che consiste  3) nella divisione dei liberali in liberali "buoni", quindi di sinistra, se pro welfare e pro forze socialdemocratiche, e in liberali "cattivi", quindi di destra, addirittura di estrema destra, se su posizioni favorevoli alla libertà di mercato e contrarie al welfare.

Il paradosso è il seguente:  schierarsi oggi  in difesa della libertà, politica, economica, sociale, civile, idea praticamente al centro, per almeno tutto il XIX secolo con radici nei tre secoli precedenti, della rivoluzione politica dei  moderni, significa essere di destra.

Perché? Qui entra in gioco un’altra vulgata politica, diciamo “additiva”, frutto di quasi un secolo di propaganda marxista, e tuttora dominante a livello di senso comune, Quale? Chiunque difenda la libertà, soprattutto dagli artigli dello stato, è di destra, e se di destra, ecco la vulgata “ riempitiva”, non può non essere “ultranazionalista”. Ergo fascista.

Per tornare alle elezioni argentine, Milei, non è” ultranazionalista”, né fascista, né un reazionario sul piano dei diritti di libertà, è un liberale vero (*). Eppure, proprio perché difende l’individuo dalla trappola del welfare, viene definito un fascista. Mentre il suo avversario, Massa, che proviene comunque dal peronismo, revisionato ma comunque peronismo (parliamo di un’ideologia dalle radici fasciste), è dipinto e celebrato, dalla stampa mondiale, come un democratico e un progressista, solo perché difende il welfare che Milei invece attacca.

Perciò, ripetiamo, il passo pubblicato, tratto da Adnkronos, è sotto questo aspetto esemplare.

In sintesi, oggi come oggi, chi difende il welfare è di sinistra, chi lo vuole smantellare è di destra, se non fascista. Su quest’ ultimo punto ci si dimentica – o meglio si fa finta – che il  contributo dato dal fascismo alla costruzione dell’ assistenzialismo fu determinante.

Dopo di che nel secondo dopoguerra le democrazie, pur vincenti sul totalitarismo, ereditarono le strutture assistenzialistiche dei regimi fascisti, come in Italia e in Germania, ma anche altrove, si pensi alla Spagna di Franco, ma anche alla Francia, passata attraverso Vichy e un’economia di guerra. Ovviamente, dove andarono al potere cattolici e socialisti, forti di tradizioni comunitariste e collettiviste, anche per sottrarre voti ai partiti comunisti, il welfare rappresentò una risorsa politica. E i partiti liberali si accodarono, tradendo i valori della rivoluzione liberale dei moderni. Qui l’errore di fondo del liberalismo contemporaneo.

Le brevi esperienze, degli anni Ottanta, segnati dalla ripresa dell’ idea liberale, furono liquidata dagli stessi che oggi appoggiano – per semplificare – Massa contro Milei, come “liberismo selvaggio”.

I risultati di fatto di questa truffa ideologica sono rappresentati dall’equivoco di uno stato – in realtà sempre più invadente e costoso – che si è eretto a paladino delle libertà civili, interferendo, e pesantemente, nella vita privata dei cittadini, perfino nelle questione intime, come quelle della vita e delle morte, che invece dovrebbero essere lasciate alle libere decisioni individuali. Come pure in altri campi: dalla scelta del compagno o della compagna, oppure di vivere la vita da soli, o comunque come più si desideri, senza figli, con figli,  e così via.

In realtà, non servono leggi e leggine. Si lasci che gli individui, attraverso atti privati, regolino senza distinzione, di razza, sesso, nazione, professione, le proprie questioni. Spostarsi e viaggiare liberamente: dal turismo al lavoro. Ubi bene, ibi patria.

Sono tesi di destra? No. Perché la destra, attraverso lo stato e le barriere nazionali, anzi nazionaliste, opprime l’individuo. Mentre il liberalismo è indipendenza, riscatto, emancipazione dallo stato e dalle frontiere.

Eppure, e torniamo alle elezioni argentine, quasi il 36 per cento dei votanti, crede in questa vulgata e alla libertà sembra preferire la sicurezza. Si dirà che Milei ha preso circa il 30 per cento. Sicché qualcosa sta cambiando… E forse cambierà per “contagio” politico nel resto nel mondo.

Difficile dire. In realtà, sociologi e antropologi, al di là di quella che è la strutturazione, storica e locale,  dei sistemi di welfare, insegnano che l’uomo in linea di principio alla libertà preferisce la sicurezza. In realtà però nessun pasto è gratis. Dal momento che le provvidenze sociali, di ogni tipo (quindi a prescindere dai contenuti), oltre all’introduzione di minuziosi e astrusi regolamenti e all’istituzione di occhiute e costose burocrazie, sono alimentate dai tributi  dei cittadini resi ormai obbligatori.

Tuttavia, più crescono i diritti, “consacrati”e implementati via leggi e leggine, più aumenta il deficit pubblico, e di conseguenza più crescono i tributi da versare. E più si estendono i tributi da versare più crescono regolamenti e burocrazie rivolte a controllare il versamento dei tributi. Una gabbia d’acciaio. Per giunta costosissima. Che vede condannato, con leggi sempre più restrittive, qualsiasi giustificatissimo tentativo di “evasione”.

Sicché, concludendo, ogni soldo versato in più allo stato è un soldo in meno di libertà individuale. E dove non c’è libertà individuale l’economia privata prima o poi va a fondo. Perché lavorare e produrre se lo stato, ora come ora, si porta via la metà di ciò che si guadagna?

Il ragionamento è semplice, addirittura prosaico, terra terra, roba da scuole elementari. E non è di sinistra né di destra. È liberale. Eppure…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/argentina-elezioni-2023-massa-e-milei-al-ballottaggio_49NGftB9zFmhjrAujGve4a .
(**) Qui spieghiamo perché: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/10/la-motosega-annunciata-di-milei.html  .

lunedì 23 ottobre 2023

La politica del sangue e della merda

 


Nel paese di Machiavelli di solito si cita la frase di Rino Formica (nella foto), un ministro socialista degli anni di Craxi, che definì la politica “sangue e merda”. Piaccia o meno, così era, così è, così sarà.

Probabilmente, la democrazia liberale ha diluito in parte, trasferendo sui mass media il “carico di lavoro sporco”, cioè il ruolo di ciò che si potrebbe chiamare la micro-tavola degli elementi “chimici” della politica (sangue e merda, per l’appunto), ma gli uomini sono quel che sono e il riflesso carnivoro torna sempre a farsi vivo.

In fondo la dinamica è semplice perché riflette quella di tutti i gruppi sociali umani: dalle bande criminali alle organizzazioni religiose e politiche, come i partiti. Insomma è diffusa a ogni livello, dalla cultura militante o accademica alle forze armate, perfino dentro stato maggiore. Conflitti, fino all’ultimo sangue e con ogni mezzo, per conquistare e conservare il potere.

Si pensi, da ultimo, al caso Meloni-Giambruno.

Se ci si perdona l’accostamento probabilmente poco riguardoso, la banda Meloni, ha subito reagito al colpo “sanguinoso” dell’altra banda, quella Berlusconi, con un bel “contratto”: un killer professionista mediatico, Siegfried Ranucci che ieri sera, su “Report”, cioè sulla Rai, ha lanciato una palata di “merda” contro Berlusconi, che significa Mediaset, quindi Forza Italia. Però, secondo alcuni,  il programma era annunciato da tempo. Perfetto. Forza Italia-Mediaset allora ha scelto la guerra preventiva. Ha attaccato subito.

Ora però, come si legge (“fonti di Via della Scrofa”), la banda Meloni minaccia di non avere più riguardi verso l’altra banda Berlusconi, i cui vertici sostenevano di non sapere nulla dell’altra palata di merda, opera di un altro killer mediatico professionista: Anthony Ricci. Alla guerra come alla guerra. Sangue e merda per l’appunto.

Qual è il succo del nostro discorso. Che se è vero, come è vero, che la politica è sangue e merda, nessun politico mai lo ammetterà e soprattutto mai rinuncerà a usare la micro-tavola degli elementi  "chimici" contro gli avversari.

Questo perché come insegnava Machiavelli, molto prima di Rino Formica, il “Principe” deve sembrare fedele, leale, onesto e religioso…

Il che spiega il vittimismo di Giorgia Meloni - per impietosire l'esercito televisivo dei pensionati e sfaccendati -   che fra una lacrima e l’altra (“Sono anch’io un essere umano”), ha artigliato Mediaset-Forza Italia. Come pure l’ipocrisia degli eredi (politici e non) di Berlusconi, che hanno dichiarato di non aver saputo nulla dell’esecuzione sommaria  di Giambruno anti Fratelli d’Italia di “Striscia”.  Tipo  "boss" seduto sulla poltrona del barbiere, entra un tale e pum-pum-pum...

Gasparri, in Commissione di Vigilanza, ha tentato di fermare, la puntata di "Report"  contro  Forza Italia, andata in onda ieri sera. Come però? Dicendo leggiadramente che la puntata di “Report” interferiva con le elezioni suppletive milanesi. La Rai, vedendosi servire la vendetta su un piatto d’argento,  è invece andata avanti come un treno. Colpo su colpo.

Quei “bravi ragazzi” della Rai e di Mediaset sono al lavoro. Ne vedremo delle belle. La sorda guerra tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, guerra tra bande, non finisce qui.

Carlo Gambescia

domenica 22 ottobre 2023

La motosega annunciata di Milei

 


Oggi si vota in Argentina. Chiunque vinca non crediamo siano in gioco gli equilibri del mondo. Però se dovesse vincere Javier Milei, candidato ultraliberale, dall’aspetto che in effetti ricorda un  membro  della spagnola Orquesta Mondragón ( Mondragón, a San Sebastián, è sinonimo di manicomio ), potremmo assistere a un esperimento interessante, probabilmente doloroso per gli argentini, almeno all’inizio, ma interessante.

Perché, Milei, in primo luogo è un economista, non un militare con tendenze  al caudillismo.  Un liberale contiguo alle posizioni di Mises e Hayek (per fare due nomi tra i più conosciuti e semplificando per i lettori apporti teorici molto più ampi e diversificati, in primis Rothbard *).

In secondo luogo, sembra non essere della stessa stoffa dei Trump e dei Bolsonaro: non è un conservatore, né un reazionario, né un nazionalista, tipo “Stati Uniti First”, “Brasile First”. Il che spiega le evidenti difficoltà di inquadramento politico da parte della stampa di sinistra. Che con grande fantasia politica lo liquida come “fascista”.  O nella migliore delle ipotesi come "el Loco".

Milei è praticamente favorevole a tutti i diritti civili (con alcuni dubbi sull’aborto), ma non – ecco il punto – a spese dello stato. Ciò che è un fatto privato, dal commercio dei propri organi (non degli altri), alla scelta del genere, all’uso di droghe, resta un fatto privato. Esiste una cosa che si chiama diritto di proprietà. Quindi depenalizzazione (per capirsi)  e libertà di fare della propria vita ciò che sia considerato bene secondo i principi e gli interessi dell’individuo e non dello stato. Che, naturalmente, – parliamo dell’individuo – ne deve pagare le conseguenze personali. Sul piano privato però. La libertà teorizzata da Milei è senso di responsabilità. Non prevede il paracadute welfarista. Liberi di fare tutto o quasi ma non a spese dello stato. Insomma, i diritti sbandierati dalla sinistra non devono essere una scusa per far crescere la pressione fiscale, la burocrazia, eccetera, eccetera. Per inciso, Milei detesta papa Francesco, definito “il gesuita comunista”. Ovviamente sulla questione ambientale il contrasto con il papa – e non solo – è totale.

Queste posizioni politiche trovano una spiegazione proprio nel fatto che Milei non è un populista, come insinua la sinistra, ma un libertario che vuole parlare al popolo. Con tutti i rischi di semplificazione, eccetera, eccetera. Detto altrimenti: un liberale pronto a portare alle ultime conseguenze i principi del liberalismo.  Lo si potrebbe definire un dottrinario. Però con un'idea  che lo caratterizza e distingue .   

Quale? Quella di puntare sul liberalismo di massa. Probabilmente una contraddizione. Tuttavia una cosa del genere, non ha precedenti, neppure nelle figure del presidente Reagan e della signora Thatcher. Si può quindi capire l’imbarazzo della sinistra e di quel fenomeno, oggi composito, tipicamente argentino, che si chiama peronismo: welfaristi incalliti abituati a pensare “per” il popolo, o meglio “al posto” del popolo. Milei invece vuole sottrarre  la materia prima a coloro  che lui chiama “parassiti” (sinistra e peronisti): il popolo. Però responsabilizzandolo, individuo per individuo. La musica può cambiare.  Il popolo capirà l'importanza di essere liberali, ma non a spese degli altri?  Come invece regolarmente  capita alle  ideologie collettiviste?  Difficile dire.

Milei, personaggio mediatico e mediatizzato, che ama presentarsi ai comizi con una motosega, vuole abolire i ministeri sociali, la banca centrale, adottare il dollaro. E ci limitiamo a tre cose principali.

Insomma, una vera rivoluzione economica e politica liberale. Secondo i sondaggi sembra che su trenta milioni di lettori (su una popolazione di quarantacinque) poco meno della metà, sia disposto a votare Milei e ”La Libertad Avanza”, partito da lui fondato. Milei è molto popolare tra i ceti non abbienti, stanchi della corruzione e delle mance welfariste.

Non entriamo nel merito delle riforme economiche, che inevitabilmente, se attuate, non miglioreranno nell’immediato le condizioni economiche di un paese dove l’inflazione viaggia al centoventicinque per cento annuo.

Però, ecco, la vera scelta rimane tra il proseguire nel ciclo welfarista, che si ripete regolarmente, almeno dagli anni Trenta del Novecento, portando tra alti (pochissimi) e bassi (moltissimi) l’Argentina alla rovina di oggi. Oppure tornare al grande ciclo liberale, dell’ultimo quarantennio dell’Ottocento e dei primi quindici anni del Novecento, che permise all’Argentina di competere, economicamente, quindi pacificamente, con gli Stati Uniti e l’Europa. Pensiamo all’ Argentina, meta di tanti fiduciosi migranti italiani, e celebrata da Gugliemo Ferrero nel bellissimo suo Fra i due mondi.

Il realismo politico, anzi metapolitico, purtroppo, insegna che in caso di vittoria, per Milei sarà durissima. Anche perché le radicali riforme liberali che vuole introdurre non daranno risultati a breve. Anzi,  all’inizio potrebbero provocare disordini, che rischiano di essere  sapientemente cavalcati dalle forze peroniste, socialiste e welfariste che temono la motosega della rivoluzione annunciata da Milei.

Ecco, “annunciata”, per ora sembra essere il termine giusto. Perché il ciclo politico argentino, grosso modo, dell’ultimo secolo, sembra indicare, che Milei rischia di fallire.

Però, dal punto di vista del liberalismo romantico, una cosa è cadere, con le armi in pugno delle riforme liberali, un’altra con indosso il pannolone welfarista. Milei, se resterà fedele a se stesso, avrà comunque provato a cambiare le cose.

Buona fortuna professor Milei, comunque vadano le elezioni.

Carlo Gambescia

(*) Per farsi un’idea della varietà teorica del suo approccio si veda J. Milei, W la Libertad Carajo! Breve antologia di saggi in difesa delle libertà individuali e del diritto di proprietà, Facco Editore 2020. Il fatto che si sia interessato a Milei un piccolo ma combattivo editore come Facco e non un colosso dell’editoria, ad esempio come Mondadori, è significativo dell’aria che tira in Italia… (per acquistarlo: https://www.amazon.it/liberda-antologia-libert%C3%A0-individuali-propriet%C3%A0/dp/8832075067 ) .