domenica 22 settembre 2019

Liberalismo e tolleranza
Il relativismo e i suoi nemici



Una  delle accuse, forse la principale,  che viene mossa al liberalismo, e  non da oggi,  è quella  di non rispettare la libertà politica degli antiliberali.  Ma chi sono gli antiliberali?
Nell’Ottocento furono considerati  tali  i democratici, repubblicani o meno,  larghissima parte dei cattolici,  i socialisti,  gli anarchici, i comunisti.  Insomma,  tutti coloro che evocavano  la democrazia maggioritaria (repubblicani e democratici), il socialismo di vario genere (socialisti, anarchici, comunisti),  la società autoritaria e/o paternalistica  premoderna (cristiani e cattolici).

Nel Novecento, dopo l’inclusione in quella che oggi viene definita società liberal-democratica (*) di repubblicani, democratici,  socialisti e cattolici,  le vesti dell’antiliberalismo sono state indossate  dai  totalitarismi  marxisti, fascisti, nazisti e  dai  fondamentalismi religiosi, nonché da  quei movimenti politici, per fortuna minori, che mescolano insieme  queste perniciose ideologie.
Di regola, regimi e movimenti totalitari criticavano e  criticano l’atteggiamento liberale di chiusura  verso di essi, rimproverando al liberalismo l’assunzione di un atteggiamento intollerante, quindi contrario - o comunque in contraddizione -   ai suoi principi di libertà di pensiero e tolleranza. Si tratta di una scelta  chiaramente strumentale, da parte di chi sopprimerebbe seduta stante qualsiasi forma di libertà.   
Va detto che oggi,  in linea di principio e di fatto,   le liberal-democrazie  sono fin troppo tolleranti  verso i portatori di una visione antiliberale e  potenzialmente totalitaria.   In Italia a un estremista e razzista  come Matteo Salvini è permesso di sedere in Parlamento e governare.  In Polonia è al governo un partito notoriamente antisemita, come del resto in Ungheria. Anche l'Austria non è da meno.  Negli Stati Uniti, addirittura,  le ultime elezioni hanno premiato un  presidente razzista. E come  noto antisemitismo e razzismo sono due componenti fondamentali  del totalitarismo politico.

Pertanto, ripetiamo,  le liberal-democrazie, contrariamente  a quel che si pensa e si scrive, sono fin troppo tolleranti verso questi movimenti. Addirittura, una parte della liberal-democrazia, in particolare modo quella con radici di sinistra, democratiche e sociali, confida, o meglio aspira,  come  già accaduto con socialisti e cattolici,  di poter ricondurre, con il dialogo e la socializzazione, fascisti, nazisti, marxisti e fondamentalisti nell’alveo della liberal-democrazia.
Probabilmente la conversione politica potrebbe riuscire con  populisti e verdi (entrambi tuttavia portatori di una visione roussoviana dell'ambiente e della democrazia). Insomma, con quei movimenti, che pur incarnando idee  ultrademocratiche, possano a poco a poco accettare la logica delle riforme,come accadde con  repubblicani e socialisti nell’Ottocento e con i cattolici del Novecento. Ovviamente, ripetiamo,  va tenuta presente la componente giacobina del populismo, che  lo  avvicina ai movimenti totalitari e fondamentalisti.
Stando così le cose,  dovrebbe risultare chiaro che 1) le liberal-democrazie sono fino troppo tolleranti, e 2) che molti movimenti antiliberali prosperano proprio grazie a questa tolleranza che permette loro di  propagandare idee intolleranti.

Il  vero  punto ideologico della questione è rappresentato dalla questione del relativismo.
Le liberal-democrazie, in quanto tolleranti, si reggono sul principio "politico"  della  relatività di tutte le credenze e opinioni. Per contro, i movimenti totalitari e fondamentalisti, proprio perché tali, respingono il relativismo politico, rimproverando alla  liberal-democrazia di voler imporre il diritto di credere di non credere. Per il fondamentalista, politico e/o religioso, questo diritto non esiste.
Come si può capire siamo giunti  alla radice del problema. Tra relativismo e fondamentalismo non c’è ponte.  Di qui la necessità, se la società liberal-democratica vuole  continuare a vivere,  di difendersi, e riteniamo giustamente,   dai nemici del relativismo.  Tuttavia  il relativismo,  proprio perché tale, e anche saggiamente per certi versi,  tende a includere, sottovalutando il pericolo.  
Un atteggiamento, che spesso viene scambiato per debolezza. E in effetti  può esserlo. Ma  questa è un’altra storia. 
Carlo Gambescia

(*) Quale fusione, semplificando,  di liberalismo minoritario e democrazia maggioritaria.


                                      

sabato 21 settembre 2019

Un argine liberale contro la demagogia imperante
Ma come? 
"Con questa faccia da straniero…"


Oggi sul “Messaggero”  Luca Ricolfi  parla della  necessità di un argine liberale alla demagogia imperante. Nell’editoriale si accenna al possibile consenso elettorale, tra  il dieci e il venti  per cento. Non poco.
Ma, di preciso,  argine contro che cosa?  Chi  ne voglia sapere di più,  compri “Il Messaggero” e legga.  Forse però  rimarrà deluso. 
Per quel che ci riguarda crediamo che gli  avversari principali, di un auspicabile partito liberale, siano rappresentati, politicamente parlando, dalla destra  nazionalista e razzista,  dagli esagitati  balilla  verdi  e  dal piagnucoloso welfarismo populista, sposato con gaiezza  anche dalla sinistra.  
Ciò che li accomuna è lo statalismo, e ancora di più il costruttivismo, ossia una visione che può essere riassunta da  slogan come “Salviamo il  pianeta” (verdi),  “Più uguaglianza” (populisti e sinistra),  “Fuori  gli stranieri” (destra razzista).
Ovviamente abbiamo semplificato. Ma  dietro le parole d'ordine si nasconde la stessa visione ( e visione rimanda a visionario) della realtà come qualcosa che si possa costruire e ricostruire, secondo disegni precisi implementati dall’alto, con la “scusa” di sapere alla perfezione  ciò che sia bene per ogni singolo cittadino.  E come  vi si riesce? Moltiplicando i poteri dello  stato, quindi accrescendo controlli, tasse e il numero delle leggi capaci di  limitare la circolazione di uomini e merci. 
Si tratta di un disegno contrario alla concezione liberale della vita, concezione che invece scorge nello stato non la soluzione ma il problema, per dirla con un economista famoso.  
Qualche esempio di mentalità costruttivista.

Prodi ieri ha rilasciato un’intervista a “Repubblica” dove parla  della necessità di recuperare 100 miliardi di euro di evasione fiscale per poterli investire - semplifichiamo  -  socialmente.  In realtà,  l’evasione fiscale è una forma di autodifesa dall’oppressione  tributaria.  E ammesso e non concesso che i calcoli siano giusti ( sulla quantità di tasse evase, cosa tutta da provare, perché ogni statistico fornisce  le "sue" cifre),  e che  gli investimenti pubblici creino posti di lavoro (altra cosa,  tutta da dimostrare e per le stesse regioni statistiche),  l’unico vero  modo per combattere l’evasione fiscale è  la riduzione delle tasse stesse (come provano gli studi in materia, e non le statistiche su ordinazione).  E  giammai  lo Stato di Polizia Fiscale. Che  invece rischia di causare  la distruzione di ogni specie  economia in chiaro e in nero.  E la conseguente  fine di ogni forma di diritto di  libertà, a partire dal diritto di proprietà.
Altro esempio di costruttivismo. I cosiddetti “balilla” dell’ambiente (perché la  loro mentalità,  sociologicamente parlando,  è la stessa della  gioventù fascista,  hitleriana, comunista),  ieri hanno festeggiato con grande rilievo mediatico ( e la cosa durerà una settimana, pare) la giornata per la salvezza e difesa del pianeta. Quel che spaventa  di  queste manifestazioni, oltre all’infondatezza scientifica o quantomeno  alla natura controversa delle teorie ecologiste,   è  l’incoscienza  dei più verso il rischio di   fornire argomenti per lo sviluppo di uno  Stato di Polizia Ambientale. Che fa il paio con lo Stato di Polizia Fiscale  suggerito da Prodi e  -  quando si dice il caso - condiviso da verdi, populisti e destra razzista.   
Purtroppo,  c'è  un problema di fondo. Quale?  Che  l’elettorato dell’Occidente sembra ormai governato da una specie di fame di obbedienza, o peggio ancora di vera e propria servitù.  Fattori  come  l’ odio verso la proprietà e  il merito,  come la paura irrazionale verso l’altro, come la sopravvalutazione degli pseudo-pericoli ambientali facilitano la marcia dei nemici della libertà.  

Si pensi solo alla  differenza  che sussiste  tra la forma mentis  di  corsari, marinai, soldati, imprenditori, uomini d’affari,  inventori, scienziati, leader politici, quel  pugno di uomini che nei secoli scorsi conquistò il mondo in nome dei valori di libertà,  e la mentalità delle piagnucolose  masse elettorali di oggi  che votano i  nuovi barbari  populisti, ambientalisti e razzisti nella speranza  di mantenere inalterato il proprio tenore di vita,   rinunciando persino alla libertà.  
Ora, se esiste effettivamente,  come scrive Ridolfi,   un venti per cento di elettori che crede ancora nei valori che fecero grande l’Occidente,  varrebbe la pena di tentare.   Ma dove trovare  un leader che sia  un vero liberale?   Per così dire, all’antica?
Un grande leader liberale, capace di credere e rappresentare quei valori incarnati  da   corsari, marinai,  soldati, imprenditori, uomini d’affari,  inventori, scienziati. Un  pugno di uomini, inizialmente mal giudicati dalla società del tempo, dei non conformisti liquidati come pericolosi estranei. E invece...
Per dirla con i versi di Georges  Moustaki, serve un leader liberale  “con una faccia da straniero,/  che è soltanto  un uomo vero,/  con gli occhi chiari come il  mare,/ capace solo di sognare,/ metà pirata, metà artista,/ un vagabondo musicista che ruba quasi quanto dà”…        

Carlo Gambescia  

venerdì 20 settembre 2019

“Ma che bontà! Ma che Bontà! Che fascista rosso  è questo qua!”


Il titolo del libro di Luciano Garibaldi, Giano Accame nella storia e nella cultura del Novecento  (Solfanelli, pp. 80, euro 9,00), sembrava  promettente, sicché  ho chiesto all'editore  di inviarmi  subito una copia per recensione. E gentilmente Marco Solfanelli, persona che non conosco ma stimo, ha esaudito il mio desiderio.  Aggiungo che confidavo anche nelle capacità di Garibaldi,  bravo giornalista e buon divulgatore storico.     
E invece? Una  delusione  totale.   Innanzitutto per la sua struttura: non si tratta di  un saggio organico  su  ma di un  raccolta  di e su Accame.  Attenzione, testi quasi tutti già pubblicati. 
Forse un  "a cura di"  avrebbe reso meglio l'idea.  Tra l’altro parliamo di testi addirittura reperibili su internet,  come la scontata  voce Wiki   che apre il volume. O come l’immancabile e   salottiera intervista del 2004  concessa da Accame  a Sabelli Fioretti.  Esibita, al solito,  come la medaglietta  di una vedova di guerra durante il  Ventennio.    
Quanto ai   contenuti del volume,  si utilizzano per così dire i filmati di repertorio. Come, pari pari, la rassegna stampa del 2009 uscita all'indomani della morte: roba ingiallita, con coccodrilli e dichiarazioni  varie di umanità ancora più varia.  Il cui  succo ideologico però  ricorda, per parafrasi, una canzonetta  di Mina:  “Ma che bontà! Ma che bontà! Che  fascista rosso  è questo qua!”.  Niente di nuovo, la solita pappina sull'eretico bla bla bla, ma fascistissimo,  che  parlava con tutti. Una specie di Drieu  al rosolio...    
Si aggiungono sette-pagine-sette di Giano Accame  in linea con  i gorgheggi della cantante di Busto Arsizio.  Chiude il volume  un ricordo dello stesso Garibaldi, anticipato in forma  ridotta nel 2008 (nel volume collettaneo per gli Ottant’anni di Accame), sui Gian Burrasca  neofascisti della Genova inizio anni Cinquanta,  a metà  strada tra  Vamba,  Salgari e Giovinezza:  18 pagine su 80.
Pertanto  resta molto difficile  capire  che  tipo di relazione vi sia tra questo centone su Accame, dal valore critico pari a zero,  e  la storia e la cultura del Novecento.                                         

Carlo Gambescia  
               

giovedì 19 settembre 2019

Gli Stati Uniti  allineano i tassi
La forza politica della Bce



Ci si lasci il  gusto di fare un piccola premessa.  Che bello un mondo  normale,  europeo e  pacifico! La visita di Macron a  Roma indica che il vento  è cambiato.  Si parla di accordi sulla redistribuzione dei profughi, di  politica  comune sulla Libia, di ripresa della  collaborazione economica.  Il momento degli insulti gratuiti e quotidiani sembra essere spalle. Certo, esistono diversità, ma l’approccio biecamente nazionalista di un Salvini  sembra, almeno per ora, ricordo.

Grande giornata tra Roma e Parigi!  Ma anche per un altro motivo, il riallineamento, quantomeno come tempistica, della Fed ai tassi della Bce,  indica che l’Euro, la moneta dileggiata dai sovranisti- populisti,  è capace di  dettare al mondo  le regole finanziarie.  Quindi può  comandare politicamente.  Per fare un esempio, e ci scusiamo per la caduta di stile, venti anni fa a  un taglio dei tassi della Banca d’Italia, la Fed avrebbe risposto con una pernacchia. 
Pernacchia che ora  giustamente  meritano gli sciocchi, perché tali sono, “dell’usciamo dall’Euro”, tipo Bagnai e Borghi. Per giunta economisti.    
La moneta europea è  forte, in senso politico,  al punto da  costringere gli americani al   taglio dei tassi (il terzo  dal 2018),  Si dirà poca cosa. E invece è un riconoscimento della forza dell'Euro. Altro che le chiacchiere da bar sport  sulla  Liretta dei sovranisti-populisti.

Ovviamente, per ripartire, all’ economia europea  servirebbero   non tanto  le proroghe  a tempo indeterminato del Qe,   quanto  forti  tagli fiscali per rendere i suoi mercati   appetibili  agli  investimenti dei paesi extraeuropei e soprattutto delle multinazionali (altro che tassarle…).  Il futuro dell’Europa è nel  libero scambio  non nel nazionalismo straccione alla Salvini.  

Purtroppo, il punto debole di ogni possibile ripartenza economica resta quello delle eco-politiche. Parliamo di politiche, a colpi di tasse e aumenti, rischiosissime, perché  potrebbero provocare  un ulteriore innalzamento  della pressione fiscale (con effetti catastrofici dove è già alta come in Italia). E cosa più grave,  destare un malcontento popolare, dove ad esempio si usi molto l'automobile,  difficile da gestire e soggetto a intercettazioni politiche  da parte dei  populisti-sovranisti.  Il caso dei gilet gialli francese, almeno ai suoi inizi, sotto questo profilo rimane esemplare.
Ripetiamo, perché pochi ne parlano.  I governi  liberalsocialisti europei (attenzione,  non liberali, il liberalismo, soprattutto economico è altra cosa)  non sembrano  capire che  gestire  una transizione epocale,  ad esempio dal petrolio alle energie rinnovabili,  rappresenta qualcosa di  gigantesco, capace di succhiare  enormi sussidi pubblici  e conseguentemente  favorire   una altrettanto gigantesca crescita della pressione tributaria. Un fenomeno che gli stessi governi liberalsocialisti immaginano di arginare puntando, come in Italia, sul recupero della cosiddetta evasione fiscale. Quindi su una specie di stato di polizia fiscale. Errore che va a sommarsi a errore. 

Purtroppo siamo dinanzi a un  atteggiamento sbagliato, fondato  su fantasie econometriche ed ecologiche, che rischia di favorire i movimenti populisti che promettono tutto e il contrario di tutto.  E che potrebbe danneggiare, e gravemente,  l’Euro, rilanciando il Dollaro e le altre monete competitive.
Ancora non ci si rende conto  - i populisti perché sono nazionalisti, i liberalsocialisti perché sono statalisti -  del vero miracolo rappresentato da  una moneta europea, ottenuta pacificamente e nella libertà  (caso più unico che raro nella storia).  E dalle enormi potenzialità.  Ovviamente, solo  grazie a  una politica di mercati aperti.
Ci si augura che Conte e Macron,  ambedue liberalsocialisti (nessuno è perfetto)  nei loro colloqui abbiano affrontato anche questo punto. Non secondario. 

Carlo Gambescia
                                                          

mercoledì 18 settembre 2019

Renzi esce dal Pd e  fonda Italia Viva
Una scommessa rischiosa




Renzi esce a destra. Questa è la buona notizia per gli elettori moderati. A destra però rispetto a una formazione politica decisamente caratterizzata a sinistra. 
Ma - ecco la cattiva  notizia -   da sempre le scissioni a destra, del socialismo riformista all’interno della sinistra, non funzionano. Come non funzionano le successive riunificazioni. La storia della socialdemocrazia  saragattiana,  e prima ancora dei riformisti del partito socialista di inizio Novecento, prima con Bonomi poi con Turati,   insegna  che in Italia di spazio politico per il riformismo di sinistra ce n'è stato sempre poco.  Craxi, riformista per eccellenza, a capo diciamo di un partito socialista idealmente riunificato, fu abbattuto a colpi di proiettili dum-dum giudiziari. E  il riformismo socialista raso al suolo.
La sinistra italiana  ha radici populiste molto profonde,  anti-riformiste,  prima ancora che Grillo si pronunciasse. Si pensi ai moltissimi elettori di sinistra che tuttora rimpiangono Berlinguer, grande ammiratore del modello di  sobrietà sociale rappresentato dal Vietnam riunificato dai comunisti.      

Lasciamo per ora da parte  le discussioni  sul governo in ostaggio (cosa tra l’altro vera),  per concentrare la nostra attenzione   sulle possibilità “storiche” di Italia Viva (questo il nome delle nuova formazione creata da Renzi).  Diciamo subito che lo spazio politico maggioritario residuale di centro,  tra un sinistra pseudo-populista  (il Pd zingarettiano) e populista (il Movimento Cinque Stelle) e la  destra populista-razzista,  è veramente  poca cosa.  Del resto si tratta anche di una  questione  legata al sistema elettorale: con l’attuale sistema semi-proporzionale (per la quota di maggioritario) Italia Viva potrebbe guadagnare qualche seggio in Toscana, con il maggioritario sparirebbe. Pertanto Renzi per sopravvivere - attenzione, sopravvivere -  dovrebbe puntare sul proporzionale secco. Sarà accontentato dagli ex alleati? Difficile dire.  Certo, il proporzionale  potrebbe fermare l’escalation maggioritaria di Salvini. Quindi un accordo si potrebbe trovare. Vedremo.   

Come anticipato Renzi esce a destra, ma le prospettive politiche  non sono buone,   perché  non è  molto amato dagli elettori che votano Salvini, Meloni,  Zingaretti e Di Maio. Ci sarebbero gli elettori di Forza Italia, ma  il  partito del Cavaliere è in caduta libera e la sua base elettorale in larga parte  guarda a Salvini.  Renzi, a sua volta,  potrebbe conquistare la cosiddetta area  del non voto, tentando di  allargare il centro elettorale. Cosa non proprio semplice.                                                  
Quanto al possibile  programma, l’ex sindaco fiorentino, fedeltà europea a parte, gravita purtroppo  tra il populismo elettoralistico e alcune parziali riforme  del lavoro e delle pensioni. Il suo riformismo risente troppo del ciclo elettorale. Non ha un baricentro preciso.  
Il personaggio  è brillante ma polemico e  arrogante,  ha capacità di  lavoro, ma  talvolta sembra prevalere  l’agitatore  sull’amministratore (per usare le categorie di Lasswell).  Inoltre ha su di sé gli  occhi puntati dei social, che non lo amano. E probabilmente anche quelli non benevoli  della magistratura populista:  i due poteri che in Italia decidono della fortuna dei politici. Anche i giornali a grande tiratura non lo trattano bene. Si dia un'occhiata ai titoli di oggi:  tifano per Zingaretti. 
Dicevamo della buona notizia per l’elettore moderato. In realtà,  si tratta di una buona notizia così e così. Certo,  Renzi potrebbe condizionare il governo giallo-rosso in chiave riformista.  Sempre che, trascinato dalle proprie capacità agitatorie,  non scelga poi ogni volta  di dire  il contrario di quel che dice  il governo. Optando così  per una specie di  cripto-populismo  fino addirittura  a spezzare,  e male la corda (da "mezzo" populista).  Anche se -  e di questo il lettore prenda appunto -   Renzi, per ora,  non ha alcun interesse al voto, dal quale Italia Viva  uscirebbe decimata.

Naturalmente, Zingaretti, Di Maio e Conte (quest’ultimo con la tessera invisibile del Pd in tasca)  hanno preso male la scissione, perché la maggioranza da due è passata a tre gambe, e la terza, quella renziana già sembra scalpitare. Lo "stai sereno"  all'indirizzo di Conte  suona come una minaccia. 
Renzi, in effetti,  sul piano della manovra politica a breve,  se l’è cavata magnificamente.  Ha i suoi avversari in pugno. Ma, ripetiamo, teme le elezioni. Quindi prima di mollare, salvo colpi di testa,  ce ne vorrà.
Naturalmente, la litigiosità intra-governativa crescerà. Il che potrebbe fare il gioco della destra populista e razzista, votata al cesarismo e  alla delegittimazione della democrazia parlamentare:  "Ecco, li vedete i Signori del Palazzo".  E questa  è  una notizia decisamente cattiva…
Al posto di Renzi avremmo evitato di uscire dal Pd. Il condizionamento a breve del governo,  può trasformarsi in una catastrofe politica per l’ex sindaco di Firenze, per la sinistra riformista e per la democrazia italiana.  Diciamo che Renzi ha scommesso su di sé. Ma il  rischio di perdere è altissimo.  
I partiti  si condizionano e riconquistano dall’interno. Questa però è un’altra storia.     


Carlo Gambescia

martedì 17 settembre 2019

Botta e risposta tra Roberto Buffagni e Carlo Gambescia
Liberalismo o barbarie





Carlo Gambescia intima l’alternativa “Liberalismo o barbarie” e me la recapita ad personam.  A suo avviso, ho scritto un articolo complottista “dove …si  fa capire chiaramente, anche se … non si usa il termine,  che a  complotto istituzionale  si deve rispondere con complotto istituzionale.” (*) E’ un’opinione. Ne prendo atto. Non la discuto perché le asserzioni apodittiche non si possono discutere. Chi sia interessato si legga il mio articolo e si formi un parere. Se lo ritiene opportuno, chiunque può presentare un esposto alla Procura della Repubblica e denunciarmi ai sensi dell’art. 283 CP (Attentato contro la costituzione dello Stato).
Con il suddetto articolo complottista, secondo Gambescia  “mi metto contro l’ Italia, l’ Europa, l’Occidente, i manuali di economia,  il mondo  liberal-democratico, l’alleanza ideale e politica che  ha  sconfitto prima il nazifascismo, poi il comunismo”. Manca il cristianesimo, ma lo si può serenamente inserire nell’elenco, specie nell’odierna versione ufficiale proposta dal vertice della Chiesa cattolica.
Chi come il sottoscritto si schieri nel campo della “malvagità politica” sarà verisimilmente “scontento, fallito, frustrato, violento.” Gambescia mi conosce da anni, sa che non rispondo a questo profilo, e anzi mi qualifica, esagerando, come “persona di grandissimo valore”. Quindi, l’unica spiegazione razionale per le mie idee gli risulta essere un’aberrazione psicologica. Gli Hyksos mi hanno invaso il cervello, mancando dell’anticorpo  liberale “ho perso la tramontana”, ho scelto “la strada della ragione armata”, e mi è scattata “una specie di riflesso culturale pavloviano” a cagione del quale mi “rifiuto a un livello pre-cognitivo,  di riconoscere le cose come sono.” Per la verità, nel breve scambio su Facebook citato da Gambescia io ho evitato di “intavolare un ragionamento” e mi sono limitato a qualche battuta all’unico scopo di evitare un litigio, visto che Gambescia ed io siamo (saremmo?) da lunghi anni amici, e leggendo il suo blog, so benissimo come la pensa e la sente in merito a “sovranismo” e populismo: in tre parole, barbarie+malvagità+follia; mentre io, pur vedendo limiti e rischi di “sovranismo” e populismo, non la penso così; penso semmai che “sovranismo” e populismo siano il primo effetto palese dei molti problemi che la civiltà liberale produce, e non sa risolvere.
Se mi è permesso dare un suggerimento non richiesto alla civiltà liberale: essa continuerà a produrre più problemi di quelli che sa risolvere, se affronta i suoi avversari tacciandoli di barbarie e attribuendo le loro motivazioni a malvagità (disordine spirituale) o follia (disordine mentale), e se dunque erige il proprio ordine, che qualche difettuccio non trascurabile lo mostra,  a unico ordine moralmente lecito, psicologicamente sano, razionale e possibile.
Credere di poter bandire il sentimento ostile dalla vita politica demonizzando, criminalizzando, psichiatrizzando il nemico, è paradossalmente la forma di odio più pericolosa, perché - come un tempo sapevano Carlo Schmitt e Carlo Gambescia, che ha studiato a fondo il suo omonimo -  trasforma il nemico, con il quale in linea di principio si può sempre  trattare, in un nemico dell'umanità  che va rinchiuso in prigione o in manicomio, o eventualmente, se prigione e manicomio non bastano, sterminato.
Gambescia non ha la minima intenzione di farmi incarcerare, rinchiudere in manicomio o uccidere. Per quanto riguarda noi due, l ’unico effetto dell’alternativa “liberalismo o barbarie” a cui pare tener molto, è di fargli scordare il tatto e le buone maniere, che dissuaderebbero dall’ offendere pubblicamente le persone che si rispettano e all’amicizia delle quali si tiene, almeno un po’:  anche se hanno idee molto diverse dalle nostre. Che dire? Peccato.


Roberto Buffagni




***

Altro che "intavolare ragionamenti", dalla sua  replica, dove si riduce la tradizione liberale a istituzione manicomiale, in attesa di un buon Basaglia sovranista-populista,  Roberto Buffagni mostra di voler perserverare.   Insomma,  di continuare a  giocare  con il  fuoco.  Come alcuni  liberali italiani nel 1922  ( a dire il vero,  pure oggi, ne conosco alcuni...).  O come i compagni di strada del comunismo.  
Qui non si tratta di correre rischi intrasistemici, per buttarla sul sociologhese, si tratta  di favorire o meno lo scatenamento di una nuova barbarie antisistemica annunciata dalla riproposizione, pari pari, dell'immaginario  della tentazione fascista.  E chiunque ignori  questo grave pericolo  è  irriflessivo o  in malafede.  Tertium non datur.   
A dire il vero, non avevo pensato al  termine  barbari. Quindi ringrazio Buffagni per il suggerimento. E accetto, con piacere, anche  l'indicazione dell'  "alternativa  'Liberalismo o barbarie' ”. Che rende bene l'idea del conflitto sistemico e del pericolo che corre la democrazia liberale. Grazie due volte.  Di qui però  la necessità, piaccia o meno,  di  difendere  i confini dai barbari  prima che sia troppo tardi. Per quando mi riguarda  con gli scritti, condannando giustificazioni, ammiccamenti, compromessi  e addirittura commistioni.     
A questo proposito, che Schmitt, che servì anche con il complice silenzio quel bruto di Hitler che vedeva nemici assoluti (non avversari) ovunque,  sia usato per dare lezioni di umanitarismo al liberalismo, suona come una barzelletta.  Anche perché i testi confermano che la polemica schmittiana sulla disumanizzazione del nemico rinvia alla crisi dello stato vestfaliano, da lui teorizzata,  e alla sua particolare posizione  di cattolico e nazionalista in cerca di alibi per giustificare l'aggressiva politica nazionalsocialista  almeno fino al 1941.  Non si confonda perciò la storia delle idee  con la propaganda politica.     
Purtroppo, non esistono civiltà perfette, almeno in questo mondo.  Ma quella in cui viviamo, la civiltà liberale, anzi direi l'esperimento liberale perché ha solo un paio di  secoli di vita,  pur tra le tante imperfezioni, regolarmente ingigantite dai suoi non pochi nemici, resta ben al di sopra delle precedenti civiltà, come di altre forme più o meno “sperimentali”  che rimandano, e due; alla barbarie fascista, nazista, comunista. Riconoscere  questo fatto storico e sociologico, perché tale è,  non implica alcuna apoditticità.  Sono le cose stesse a confermarlo. Certo, se poi  si sogna ancora  il  due a zero a tavolino per l’Asse…      
Concludendo,  è  naturale che io  mi  indigni.  Anche  perché   non posso  accettare  che una persona del valore di Buffagni (tolgo il grandissimo, come pare non gradito)  si mescoli,  e tre, con i nuovi barbari.  Egli si dispiace per la mia mancanza di tatto. E sia. Ma quando si scorge un uomo, a maggior ragione un amico,  che sta per precipitare in un burrone bisogna cercare di afferrarlo,  senza dare tanto peso alle buone maniere.  
Se poi sull’orlo del dirupo si  rifiuta la mano protesa,  non resta che prenderne atto. Malinconicamente.     

Carlo Gambescia


lunedì 16 settembre 2019

Anche quest’anno  torna la kermesse di Fratelli d’Italia
Camerata Atreju presente!


Nell’anno di grazia 2019  a che servono  feste di partito come Atreju? Quattro chiacchiere sui giornali, alcune dichiarazioni infuocate per gli imbecilli con il braccio teso, altre  in cifrato per i possibili alleati,  qualche ospite per la foto finale  sul palco.   
Questi fascistelli  farebbero (occhio al condizionale)  quasi  tenerezza.  Fascismo in doppio petto, senza Almirante e Fini.  Si legga  “Il Secolo d'Italia”, giornale fiancheggiatore,  dove a proposito dello "spazio" Atreju   si torna  parlare come  cinquant’anni fa  di "radici",  della “nostra gente”, della ricomposizione della  “diaspora interna” (*).  "Sì, sì", come si usa dire nell'ambiente,  "da camerata a camerata, fregatura assicurata"...

Del resto la kermesse si celebra nello spazio francobollo dell’Isola Tiberina, patrocinata da  Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia,  così appassionata di cultura da rilevare, per poi lasciarla affondare, la rivista “Area” creata da Gianni Alemanno: personaggio mai passato alla storia missina e postmissina,  proprio per il suo lodevole tentativo di unire idee e politica, senza stravolgere le une e distruggere l’altra. Alemanno, genero di Pino Rauti e  amico di Giano Accame, leggeva. Altri tempi...    

A proposito di ospiti,  quest'anno  sarà  il turno  delle "categorie produttive": industriali,  imprenditori, commercianti, eccetera. Destra anti-tasse, insomma.  Non in chiave liberale ma chiassosamente populista e con radici fasciste.  Nel senso che la politica economica di Fratelli d’Italia è quella di abbassare i tributi e aumentare pensioni e servizi sociali. La quadratura del cerchio. Sotto  questo aspetto, la Meloni la pensa come Salvini. Due analfabeti economici.

Che si diranno  la Meloni e il dottor  Boccia?  Parleranno  di   mance fiscali . Le elemosine  che certo   capitalismo italiano, tutt'altro che liberale, ha sempre accettato dal potere. Per  gli industriali  parassiti del regime fascista le sanzioni e l’autarchia furono una manna. La storia si ripete. Questa  volta al posto delle 52 nazioni coalizzate contro l’Italia c’è l’Ue.  Con la Meloni che "mussolineggia".
Dicevamo che Atreju  potrebbe fare  tenerezza.  Alla fin fine sono quattro gatti che ancora reputano Benito Mussolini il più grande statista del XX secolo. Continuano a  ripetere  le stesse parole d’ordine del Movimento Sociale e del Fascismo. Con un tratto di modernità:  hanno arruolato il camerata Atreju,  che come si legge sul sito  delle festa, strizzando l’occhio  al politicamente corretto,    

“ è il protagonista del romanzo “La storia infinita” di Michael Ende. Appartiene al popolo dei pelleverde, vive in una tenda, ha carnagione olivastra, occhi scuri che vedono fino all’orizzonte. Il suo nome, nella lingua della sua gente, significa “Figlio di Tutti” e allude al fatto che Atreju è orfano ed è stato allevato dall’intera tribù”  (**).


Si noti,  “carnagione olivastra” , “occhi scuri”,  “vive in una tenda”: un “orfano”  però  “allevato dall’intera  tribù”. Insomma,  Atreju  potrebbe essere un immigrato. Peccato  che finita la festa, spente le luci e smontate le bancarelle,  alla Meloni,  degli orfani, quelli veri,  sui barconi, per usare il suo colorito linguaggio, “non je ne possa frega’ de meno”.   
No, il camerata Atreju   non  può  fare tenerezza.  Fa  paura.


 Carlo Gambescia