sabato 19 agosto 2017

L'attentato islamista di  Barcellona e la crisi della sinistra europea
No pasarán?



La sinistra ha perduto le sue radici "politiche". O meglio, il senso profondo del "politico": quello della distinzione amico-nemico.  E in qualche modo la Spagna, del dopo Barcellona, ne è l’esempio più lampante, da estendere all’intera sinistra europea: si è passati dal “No pasarán!”, della  Ibárruri , con le armi in pugno, contro il “fascista” Franco,    al  “Non cambieremo le nostre vite” e al  "Non cederemo al ricatto di chi vuole farci vivere nella paura".  Come ieri,  nella Rambla  riaperta ai pedoni, e subito ricolonizzata da un  pacifismo, condiviso e incoraggiato  da media e politici di sinistra, punteggiato  di  lumini,  orsetti e altri  gadget da  liceali a vita. Anzi, della vita. 
Cosa vogliamo dire? Che,  gli ultimi epigoni dei valorosi (ma anche molto feroci)  miliziani antifascisti sono quelli spaccano le vetrine, scendono in piazza, quando si riuniscono i grandi del mondo?  E che quindi, una sinistra armata, come la destra razzista, altrettanto  belluina,  dovrebbe dare subito inizio,  nelle nostre città, a cominciare da Barcellona,  alla caccia all’immigrato islamico?  Per mostrare di non essere cambiata?  No.  Perché  a quel punto  sarebbe guerra civile.  Come nel 1936.
Diciamo che tra una sinistra alla camomilla  e una sinistra  di  delinquenti,  c’è un largo spazio politico per interpretare quel “No pasaran!”, concettualmente. Come?  Elaborandolo in termini  di difesa attiva del nostro sistema di vita. E non di una  pura enunciazione di dolciastri princìpi pacifisti, completamente fuori luogo dinanzi a un nemico che ci sta azzanando alla gola e che interpreta lumini e orsetti per quello che sono: un infantilismo politico che tenta di  esorcizzare la paura regredendo fin dentro il ventre materno. Si potrebbe tranquillamente  parlare della reazione fetale della sinistra... Anzi,  addirittura di una sinistra fetale.
Naturalmente, il recupero concettuale -  concettuale ripetiamo -  del “No pasaran!” non può riguardare direttamente le masse, come un tempo si chiamavano a  sinistra. Ma l’establishment:  i quadri dirigenti, politici, ministri, capi di stato.  Coloro che contano e  decidono: l' élite della sinistra, soprattutto mediatica. 
Se la sinistra  europea, quindi non solo quella spagnola,  sposasse la causa (logica, se si vuole polito-logica) del  “No pasaran!”,   invece di flirtare con i pacifisti, allora saremmo davanti  una svolta politica:  si potrebbe finalmente  imporre una linea dura,  condivisa, quasi da tutti (si pensi solo all’influenza della cultura di sinistra sui  mass  media),  sia sul piano della sicurezza, del controllo dei flussi, e di una strategia militare interalleata in Medio Oriente (con chiunque ci stia):  non da una botta e via, bensì di conquista e controllo stabile del territorio. Si dovrebbe ristudiare da capo la storia del colonialismo britannico. E la sinistra per prima. Altro che l' anticolonialismo...
Riusciranno i nostri "eroi"  a recuperare  senso e  significato di una regolarità metapolitica, ben compreso invece dalla Ibárruri: quello della divisione amico-nemico?   Difficile fare previsioni. In Spagna vinse Franco, politico intelligentissimo: quindi "passarono".  Il Generalissimo  seppe però garantire un lungo periodo di pace e, in seguito, di sviluppo economico, prendendo le distanze dal fascismo stesso.    
Pace che invece, non garantirono,  né Hitler né Mussolini, che a differenza del Caudillo, uomo prudente ,  si vantarono fin troppo di "essere passati"…  Soprattutto Mussolini. Però finirono malissimo.
Se la sente la sinistra di spianare la strada, con il suo infantile pacifismo,  non a un nuovo Franco, che tutto sommato, seppe governare, e bene, la Spagna,  ma  ai nuovi nazifascisti del terrorismo jihadista?    

Carlo Gambescia                    


  

venerdì 18 agosto 2017

Nuovo attentato islamista:
furgone-kamikaze  sulla folla,  morti e feriti a Barcellona
Chi di umanitarismo ferisce, di umanitarismo perisce




La grande recita umanitarista è ricominciata.  Dalla Rambla di Barcellona. La recita è collettiva, riguarda tutti:  terroristi islamici,  mass media, ministri e politici.  Quanto durerà? Qualche giorno, poi il silenzio.  Fino al prossimo attentato.
Purtroppo, la realtà è questa.  Ogni volta, si replica, come a teatro: i terroristi colpiscono duro, la polizia arresta  e uccide, se proprio non può farne a meno,  i mass media piangono i morti,  nelle piazze si accendono  lumini  tra lo sventolio delle  bandiere  arcobaleno, i politici dichiarano all'unisono che aumenteranno le misure di sicurezza, senza però violare i "diritti umani".   E così via. Fino al prossimo eccidio.
Per quale ragione?  Perché l’ Europa, in questa dolciastra recita collettiva,  rifiuta di prendere coscienza del ritorno di  una minaccia epocale: l’Islam jihadista,  prima nella veste  di  una  guerra civile incombente, poi, quando sarà il momento giusto,  della guerra di riconquista.  Un rifiuto suicida, che consiste nel minimizzare il pericolo e nel credere che la secolarizzazione, prima o poi,  guadagnerà anche il cuore degli islamisti.  Insomma, che   buon senso e  umanitarismo prevarranno: chi può amare la guerra?  
Si chiama strategia della fiduciosa attesa. Ed è appunto impregnata di umanitarismo. Una  scelta che però non ha alcun senso, quando è il nemico che ti  indica come tale. E  vuole distruggerti, a prescindere dalla tua benevolenza verso di lui. 
Il  nostro nemico  ama la guerra, eccome.  Sveglia!  Altro che porgere l'altra guancia o limitarsi a qualche buffetto. Servono misure radicali:  dai tribunali speciali, alla dichiarazione dello stato di guerra nelle zone attaccate (o a rischio),  al ritiro o sospensione della nazionalità nei riguardi di terroristi e complici morali, al rimpatrio forzato, se serve,  collettivo, con il ferro o con il denaro.  Per non parlare della necessità di  una strategia militare sul piano internazionale, nei termini di una vera propria occupazione militare e normalizzazione del Medio Oriente: non basta vincere, bisogna presidiare il territorio. Ovviamente, per il pacifismo umanitarista, queste sono  tutte  utopie, per giunta pericolose. Gli amici dell'arcobaleno consigliano invece di attendere, aprirsi ancora di più, e, soprattutto, di credere  fiduciosamente nella buona  fede del nemico e nella sua buona volontà. Amen.
Dietro questo atteggiamento suicida, non c’è alcun complotto,  ma solamente una stupida  fede  nei valori dell’umanitarismo, ormai penetrata - anche a   colpi di  martellate mediatiche -  in tutti gli strati della nostra società. Un atteggiamento  che si condensa in alcune idee:  quelle del dolce commercio che si sostituisce alla guerra e del welfare alla povertà;  l’idea che la  ragionevolezza umana alla lunga vince sempre; l'idea della manipolabilità degli uomini  attraverso l’educazione e l’istruzione.  
Si dimentica però che i valori umani, contro Hitler, furono difesi con le armi in pugno, fino all’ultimo uomo. E non a colpi di carte  socialistoidi dei diritti. Che però seguirono i bombardieri.  Questo per dire, che  pur tra le  differenze ideologiche e organizzative, la gravità della crisi che ora stiamo attraversando  è la stessa di allora.   
Insomma,  chi di spada ferisce, di spada perisce. Si tratta di una grande verità politica che  l’Europa e l’Occidente sembrano aver dimenticato. Per sposare la causa dell’umanitarismo disarmato si è ripudiata la prima moglie:  quella del liberalismo armato.  
Si è dimenticato che il liberalismo, il vero liberalismo,  si  nutre di grandi tradizioni militari.  E soprattutto che non ha nulla a che vedere con l’umanitarismo di derivazione socialista e pseudo-cristiana: i soldati di Cromwell difesero l'idea liberale di rappresentanza politica;  i coloni americani si liberarono dal giogo inglese impugnando i fucili; le navi britanniche, armatissime, difesero sui mari il libero commercio; i moschetti napoleonici favorirono la diffusione dell'idea liberale in tutta Europa; le rivoluzioni liberali dell’Ottocento, a partire da quella italiana, vinsero sui campi di battaglia.  Pertanto la vittoriosa  guerra contro  Hitler non è che il portato di una lunga tradizione liberale che non ha mai disdegnato, quando necessario, l'uso delle armi. Il realismo liberale è una cosa, il pacifismo socialista un'altra.  Mai dimenticarlo. 
Cosa significa tutto questo?  Che, oggi, il rischio è grosso. Perché,  purtroppo, vale anche il contrario: chi di umanitarismo ferisce, di umanitarismo perisce. 

Carlo Gambescia                     

giovedì 17 agosto 2017

 La donna romana  fatta e pezzi e gettata nel cassonetto
Quando dai commenti trasuda Schadenfreude 
( ovvero gioia per le disgrazie altrui)



Inutile illudersi, non  esiste il progresso morale: l’uomo è lo stesso da sempre. Può però essere tenuto a freno nei suoi comportamenti,  di volta in volta, dai costumi e dalle forme di deferenza ispirate a valori politici, morali,  religiosi che agiscono come strumenti di autocontrollo e disciplina sociale.  Tuttavia, il  nocciolo duro del suo comportamento è dettato dall’egoismo e dalla convenienza a rispettare o meno le regole. E come vedremo più avanti, dal piacere, più meno sottile,  per le disgrazie altrui, la Schadenfreude, come dicono i tedeschi.  
Ovviamente, non per tutti gli uomini è così. Come in tutti campi, anche in quello morale, esistono delle élites, mosse da principi superiori, autodisciplina, senso della responsabilità. Ma élites restano. Insomma, minoranze. 
A questo pensavamo, leggendo sui Social  i commenti   a un brutto fatto di “cronaca nera” (come si diceva un tempo),  accaduto a Roma:  la donna fatta a pezzi e gettata  nel cassonetto (*). Il tono generale  è distinto dall’irrisione: si guarda alla notizia, come occasione per fare battute più o meno spiritose.  Attenzione:  non ci troviamo dinanzi a commenti, come dire al di là del bene e del male, che certifichino indifferenza morale. Magari.  Sono l’esatto contrario,  si infierisce, con la consapevolezza di infierire.  Sono dalla parte male, programmaticamente.  Con sadismo.
C’è chi scherza sulla raccolta differenziata, sui romani che non la sanno  fare, sui Rom che “pescano” nei cassonetti, sulla Raggi, eccetera, eccetera. Inutile, segnalare, la violenza verbale,  rivolta contro quei pochi che provano  a ricordare agli altri commentatori  che un essere umano è stato fatto a pezzi.  Di regola, tra un insulto e l’altro, si risponde che è bene  “smitizzare”;  dire sempre quello che si pensa; mostrare di essere dotati di senso dell’umorismo.  Leggere per credere.
Pertanto, il problema, non è tanto  la tecnologia e neppure, come nel caso della Rete, il fatto  che sia alla portata di tutti, quanto la natura dell’uomo, che, se non toccato personalmente, avverte subito la Schadenfreude:  quel  provare piacere per le disgrazie altrui.
E qui veniamo al punto. La nostra cultura celebra l’autenticità,  che non è altro che una forma di primitivismo sociale. Sicché risulta  priva  di quei  modelli  di  deferenza sociale, che in qualche misura si fondano sulla reticenza, sul non dire tutto quel che si pensa, come strumento di rispetto dell'altro e prolungamento della pace sociale. La civiltà è celebrazione delle buone maniere sociali: l'esatto  contrario del primitivismo.   
Una cultura, la nostra, dicevamo,  dove, di conseguenza,  l’ autocontrollo delle reazioni verbali è pari a  zero. Il che  facilita grandemente,  per parlare difficile, l’estroversione sociale della  Schadenfreude sul piano dei comportamenti collettivi.  Anzi, dal momento che  i modelli di comportamento sociale esistono a prescindere (si formano comunque, sono "fatti sociali", al di là del bene e del male), l’esternazione, anche violenta (verbalmente violenta) della  Schadenfreude assurge a modello condiviso e celebrato di comportamento sociale. Il che spiega la catena di  feroci e derisori commenti alla donna ritrovata a pezzi nel cassonetto. E quel  senso di normalità sociale  dell’insulto. Sotto questo profilo,   i Social, agiscono da agente moltiplicatore, da cassa di risonanza di fenomeni sociali emulativi a carattere negativo.
Domanda: Il ritorno a una cultura della deferenza sociale,  potrebbe evitare tutto questo? Si potrebbe usare  la “potenza”  dei Social in senso positivo?  Difficile rispondere. In teoria, forse. Nella pratica, no.  Perché una cultura, come dicevamo prima, che celebra  l’autenticità, quale forma di primitivismo verbale e comportamentale, difficilmente può   imporre freni educativi  alla  estroversione collettiva della Schadenfreude: entrerebbe in contraddizione con se stessa.    Dal momento che le stesse élites che dovrebbero essere di esempio,  scorgono   nell’idea di introduzione di un qualsiasi freno sociale  un pericolo per la  naturalezza e la spontaneità:  valori oggi  celebratissimi.
Si chiama vicolo cieco.  
Carlo Gambescia   
  

                                               

mercoledì 16 agosto 2017

   Un articolo di Piero Visani sui gravi incidenti di Charlottesville 
 L'approfondimento del  sociologo


Ieri ho ripreso sulla mia pagina Fb un eccellente articolo di Piero Visani (*), storico e polemologo, sui gravi incidenti  di Charlottesville, dove, andando saggiamente  oltre la polemica tra manifestanti di sinistra e suprematisti bianchi ( sulla liceità o meno di rimuovere, dopo circa 150 anni un monumento equestre dedicato al generale Lee, perché all’epoca  proprietario di schiavi), si pone giustamente l’accento sul conflitto tra potere federale e potere degli stati.
Il fatto,  che dietro la decisione di rimuovere il monumento  faccia capolino   un sindaco democratico, non significa che la questione sia locale e quindi estranea alle  intrusioni del potere federale. In realtà,  la lotta ai monumenti dedicati agli sconfitti della guerra civile, rientra nell’ambito di una strategia politica  promossa dalla Washington liberal. Un disegno che scorge  nel politicamente corretto uno strumento verticistico  per sconfiggere, o quantomeno contrastare, qualsiasi tentativo di riabilitazione dei valori del vecchio Sud, giudicati anti-egualitari.   E dove c’è un sindaco liberal, o democratico, c’è il politicamente corretto imposto da Washington.  Insomma, l'ombra lunga di Obama (e di altri numerosi presidenti, non solo democratici) continua a  proiettarsi sullo stesso Trump, che incespica, perché non sa, se ci si passa l'espressione, che pesci pigliare. Talmente è forte la presunta o reale "tirannia della maggioranza".  Punto sul quale torneremo più avanti.
Attenzione:  il concetto "dei  diritti degli stati",  implica  qualcosa di più grande e importante del nazional-statalismo  di matrice europeo-hegeliana, perché rinvia al cuore ideologico della diatriba politica tra Jefferson e Hamilton, che si basava sulla necessità di difendere la  libertà del cittadino da un   potere politico, tanto più estraneo quanto più lontano geograficamente e istituzionalmente dalla sua realtà quotidiana.  Semplificando (al massimo): Jefferson, era dalla parte degli stati, e quindi del cittadino-agricoltore. Hamilton da quella del potere federale e del cittadino-operaio. Il primo guardava a una società rurale, di agricoltori indipendenti, il secondo a una società moderna e industrializzata.
Il futuro era dalla parte di Hamilton. Nessuno lo nega (ci mancherebbe altro).  Ciò però non toglie, ecco il punto,  che il conflitto tra una società decentrata e un società accentrata, pur assumendo di volta in volta forme storiche diverse, dalle battaglia pro o contro la schiavitù a quella pro  o contro il welfare  e pro o contro il politicamente corretto, continui ad attraversare la  storia americana.
Sotto questo aspetto, i disordini di Charlottesville  confermano che il conflitto è ben lontano dall’essere superato.  E che, purtroppo,  esso è nelle “cose stesse” . E qui,  si pensi  alle enormi dimensioni geografiche degli Stati Uniti e al gigantesco  individualismo innato degli americani.   Individualismo, che,  considerato il  forte spirito democratico che innerva la società statunitense, non resta estraneo  a due fattori al tempo stesso opposti e complementari: un forte spirito associazionista (positivo)  che fa il paio con comportamenti  "gregaristi" (negativi).  Un conflitto, la cui soluzione, sempre temporanea,  implica il   conseguente uso di un forte potere centrale, proprio in  nome di quella tirannia della maggioranza, tipica delle società democratiche,  scorta da Tocqueville.  Forzature dall'alto, non sempre inutili (se si vuole restare uniti...), alle quali dal basso  si risponde con colpi di coda, per così dire, "decentralisti" (quando si rischia di passare il segno...)
E' perciò vero, concludendo, come  ha notato correttamente il lettore Carlo Gobbi, che la  logica del “decentralismo” è sfruttata  politicamente, attraverso l’uso di una retorica di parte. Il che però vale per tutte le retoriche "sbandierate" da tutte le forze,  storicamente,  in campo.  Quindi anche per la retorica centralista.  E, cosa ancora più importante, il contrasto retorico,  nulla toglie nulla aggiunge  a una dinamica sociologica e istituzionale, realissima, tra centralismo e "decentralismo",  che va ben  oltre la decisione politico-retorica di rimuovere il monumento al generale Lee. E dalla evoluzione (o involuzione) di tale dinamica  "fattuale",  dipenderà il destino degli Stati Uniti, nonché, secondo alcuni osservatori, di tutti noi. 
Carlo Gambescia   

giovedì 10 agosto 2017

    Pignorati i beni di Gianluca Vacchi. E i Social salgono in cattedra
  Tutta invidia




Appena si è sparsa la notizia che Gianluca Vacchi, pieno di debiti, rischia il sequestro esecutivo  dei beni, subito i pauperisti dei Social sono passati  sadicamente  all’offensiva: ora non balla più, vada a lavorare, la pacchia è finita, eccetera, eccetera.
Indubbiamente, chi di Social ferisce, di Social perisce. Sociologia elementare,  Watson.  Del resto, in Italia,  ogni sovraesposto rischia sempre di finire a testa in giù: si pensi a  Mussolini, preceduto, secoli prima,  da Cola di Rienzo.  Solo per citare i più famosi.   
Le  serve giudiziarie del “Fatto”  già  mettono in discussione, con quella cavalleria tipica del quotidiano più letto nelle procure,  i 12   milioni di follower  di Mister Enjoy: se li sarebbe comprati.  Ricco e corrotto, il massimo per quel mediocre impiegato del catasto giornalistico di Marco Travaglio.  
Ma al di là dei pernacchi sui  balletti, con bellissima al fianco,  roba in fondo da liceali bene ( i balletti),  c’è  la questione dell’invidia  verso la   ricchezza.  Un must  che  ha sempre diviso gli italiani in due categorie, però complementari: quella di coloro  che, invidiosi,   la odiano,  ma che appena capita si mettono in tasca pure il resto sbagliato;  e quella di coloro che  si prostrano davanti al ricco, sempre però morsi sotto sotto dall' invidia,   pronti perciò ad  affondare la lama nella scapola, quando l’epulone di turno cade in disgrazia.
Due "modalità" di comportamento  che con il rispetto capitalistico per la ricchezza, come frutto delle proprie capacità,  e con il conseguente sdegno per chiunque la dilapidi,  non hanno nulla a che vedere.
Si dirà:  Mister Enjoy non ha lavorato mezzo minuto. Si gode i frutti  dell’altrui lavoro. Giusto. Però, l’atteggiamento dell’italiano medio, non bada ai  danni che Gianluca Vacchi provoca  al processo di accumulazione familiare e sociale, bensì al fatto che il Nostro spende e spande, senza chiedere permesso a nessuno. Gli si rimprovera, insomma, di farsi i cazzi suoi (pardon), e per giunta a livello di roof garden:  ciò  che la stragrande maggioranza degli italiani sogna da sempre. E che da secoli  si sforza di fare in piccolo, senza riuscirvi. Di qui,  l’invidia esagerata che sfocia nel doppio registro del pauperismo e del servilismo.  Riassumendo, non sdegno ma invidia.
Ovviamente, i Social, sorta di sfogatoio universale dei peggiori lati umani, moltiplicano  al cubo.  Dal momento che all’invidia  per la ricchezza  si somma l’invidia per l’alto numero di follower: il  sogno proibito di chiunque apra una pagina sui Social.   E anche qui ci si divide, in pauperisti e servili… E così via.
Grande Gianluca, continua a fregartene. Balla, balla,  balla,  falli scoppiare. Se ancora puoi.


Carlo Gambescia  

mercoledì 9 agosto 2017

Maduro e Maradona
Il socialismo nazionale del Pibe De Oro



A chiunque desideri conoscere il "pensiero politico" di Maradona, consigliamo il film documentario di  Kusturica  (Maradona by Kusturica), geniale ma sinistrorso regista bosniaco. Parliamo di  un  film, uscito nel 2008, che ben riassume  i tic ideologici  di una sinistra al caviale: quella  che predica bene ma razzola male.
Allora, niente di nuovo sotto il sole? Fino a un certo punto. Perché  va  ricordato che Maradona, rispetto a Kusturica, politicamente più soft, non disdegna i dittatori. Quindi esiste, come dire,  una sinistra al caviale,  ma hard.  Del resto,   che pensare della  famosa   storia d’amore (politica)   tra il Pibe De Oro  e Fidel Castro?  Poi estesa a Chavez e  Maduro? Quest’ultimo  è  addirittura  il nuovo mito politico di Maradona. 


"Quando Maduro lo ordinerà, mi vestirò da soldato per combattere contro l'imperialismo": con queste parole, Diego Armando Maradona ha espresso il suo totale appoggio al presidente venezuelano accusato di aver lanciato un golpe antidemocratico a Caracas. In un breve messaggio pubblicato su Facebook, l'argentino ex 'Pibe de oro' si definisce "chavista fino alla morte" e pronto a prendere le armi per combattere "coloro che vogliono impossessarsi delle nostre bandiere, che sono la cosa più sacra che abbiamo". "Viva i venezuelani purosangue, non i venezuelani interessati e ammanicati con la destra!": così si conclude la dichiarazione di Maradona, dopo i rituali "Viva Chavez! Viva Maduro! Viva la rivoluzione!".  
  
Le  parole di Maradona  lasciano senza fiato.  Ma solo apparentemente. In America Latina,  il cosiddetto pensiero rosso-bruno -  un vero e proprio  socialismo nazionale -   resta  tuttora molto diffuso e potente.  E  Maduro ne è l’interprete, Maradona il testimonial calcistico.  Però, al di là dell’anti-americanismo, esiste  una linea di pensiero (e di azione), più generale,  all’interno del marxismo-leninismo che va da  Stalin, passando per Castro,  Ceaucescu, fino a Maduro  e  Kim Jong- un che guarda  al socialismo  nazionalista e "militarizzato"  come importantissimo  fattore di coesione interna.  A prescindere, si intende,  dalla qualità del nemico. Se si vuole, uno strumento disciplinare, che "addestra" al socialismo prossimo venturo.       
Come si possa stare dalla parte di un comunismo pedagogico,  feroce e armato  può apparire  un mistero.   In realtà una spiegazione c’è. Anzi più di una:  1) L’ idea di  essere dalla parte della ragione, rappresentata dal proletariato e  vissuta come doverosa fusione tra umanitarismo a autoritarismo ; 2) la pretesa di voler costruire un mondo perfetto a ogni costo e con qualsiasi mezzo, sicché lo slancio autoritario si trasforma in distaccato totalitarismo; 3) il principio del socialismo in un solo paese, che rappresenta, pragmaticamente, il fattore di collegamento con il nazionalismo dei militari; 4) l’identificazione  del  nemico con gli Stati Uniti, addirittura quale continuazione dell’hitlerismo: gli Usa sono  visti  come uno dei due volti del capitalismo, da un lato,  quello cupo delle camere a gas, di matrice nazi-tedesca; dall’altro, quello, altrettanto nefasto,  nazi-americano,  del  liberalismo politico ed economico, destinato a   sfociare nelle camere della  tortura di Abu Ghraib.  
Siamo dinanzi a una miscela ideologica potente, una specie di fede religiosa  -  sorda alla ragione liberal-democratica -  in cui molti credono, rifiutando ogni evidenza in senso contrario.  Sicché,  la natura religiosa  del socialismo nazionale costituisce il   punto di discrimine tra la sinistra soft alla Kusturica. diciamo laica,  e quella hard, religiosa, alla Maradona.  Quindi non è una questione  di soldi,  ma di intensità  della “fede” nella possibilità di realizzare il paradiso in terra. Maradona ci crede ancora,  Kusturica, no.  Perché no? Perché, il regista bosniaco,  prima di diventare famoso, da intellettuale squattrinato,   si è "sciroppato" Tito.  Altro socialista, nazionalista e "militarizzato".  Pertanto il regista sa, perfettamente,  come stanno le cose.  Maradona no.           

Carlo Gambescia