domenica 26 giugno 2022

I tre pacifismi e l’impoliticità dell’Occidente

 


In Occidente, il pacifismo, nel senso di una dottrina sociale che ritiene basti porgere l’altra guancia, ha radici cristiane nel Sermone della Montagna.

Alcuni studiosi sostengono che Gesù si riferisse al nemico privato e non pubblico.Purtroppo ciò che conta dal punto di vista storico e sociologico resta l’interpretazione in chiave esclusivamente pacifista che nei secoli ne è stata data.

A dire il vero, al pacifismo cristiano va ricondotto il concetto di guerra giusta, nel senso di una guerra difensiva, per contrastare l’ aggressore. Concetto dilatatosi, come nel caso delle Crociate, fino al punto di presentare la guerra crociata, come guerra difensiva, con caratteri liberatori, dall’espansionismo islamico, all’epoca a dire il vero già in fase di parziale riflusso.

L’Illuminismo moderno, nella sua versione utopistica, ha recepito la lezione cristiana, laicizzandola. Di qui, il progetto di un paradisiaco mondo privo di guerre, già nell’ “al di qua”.

La guerra, piaccia o meno, risponde ad altre logiche: logiche di potenza e di inimicizia mortale, che nulla hanno a che vedere con i disegni morali, seppure nobili, del cristianesimo e dell’illuminismo utopistico.

Ovviamente esistono varie tipologie di pacifismo. Se ne possono distinguere tre.

Il pacifismo cristiano e illuminista rientra nell’alveo del pacifismo altruistico. Nel senso che la pace è un fine, non un semplice mezzo per perseguire altri obiettivi. Si punta realmente al miglioramento del genere umano e vi si crede sinceramente. Se la politica, rinvia a potenza e inimicizia, il pacifismo altruistico rimanda alla fragilità umana e all’ amicizia. Nella migliore delle ipotesi il pacifismo altruistico è impolitico, nel senso di imprudente; nella peggiore, antipolitico, perché si oppone alle regolarità della politica, anzi, addirittura si propone di “abolirle”.

Il pacifismo utilitaristico rimanda invece a una concezione del pacifismo come mezzo, per perseguire o difendere altri fini. Si ritiene la guerra non un male in sé, come nel caso del pacifismo altruistico, ma come fenomeno che va giudicato sulle base delle conseguenze. Di qui i calcoli per stabilire i vantaggi e gli svantaggi dell’ intraprendere una guerra. Quindi si respinge non la guerra in quanto tale, come nel caso del pacifismo altruistico, ma una determinata guerra, che può essere utile o meno. Il pacifismo utilitaristico non è impolitico né antipolitico, come pure politico. Il suo carattere dipende dalle circostanze e dall’utilità che si può trarre o meno dal fare o non fare una guerra.

Esiste poi un terzo tipo di pacifismo, quello strumentale, di tipo propagandistico, che viene usato per giustificare la guerra agli occhi del mondo. Ci si presenta come difensori del pacifismo altruistico, e nemici di qualsiasi calcolo, legato al pacifismo utilitaristico. In genere, il pacifismo strumentale è usato dagli stati aggressori per giustificare l’aggressione. Sotto questo aspetto il pacifismo strumentale è squisitamente politico, perché serve a nascondere una politica di potenza, cioè l’idea che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi.

Per capire meglio questa tripartizione quale migliore esempio dell’invasione russa dell’Ucraina?

L’Occidente euro-americano, piuttosto indeciso sulla  linea strategica (parola grossa…), è diviso al suo interno tra pacifismo altruistico e utiitaristico. La Russia ha invece giustificato l’ invasione ricorrendo al pacifismo strumentale.

In questo modo però sembra che nessuno voglia fare la guerra e che tutti siano dalla parte dei grandi ideali di pace. Come orientarsi?

Intanto, individuando l’aggressore: la Russia. Quindi il pacifismo russo è decisamente strumentale: Mosca parla di pace ma vuole cancellare l’Ucraina.

Quanto all’Occidente, sembra che al momento prevalga il pacifismo utilitaristico: si punta sulla pace solo perché si ritiene la guerra non sufficientemente rimunerativa, sotto vari profili (sociale, economico, morale). Di qui, l’ uso strumentale del pacifismo: si parla di pace, ma non si fa nulla perseguirla.

Qui va fatta una puntualizzazione: cosa significa non fare nulla per perseguire pace? Vuol dire, piaccia o meno, rifiutarsi di fare la guerra per imporre, una volta vittoriosi, la pace. Di conseguenza, ci si nasconde dietro il pacifismo altruistico, attardandosi però nei calcoli…Un atteggiamento decisamente impolitico, per alcuni addirittura antipolitico.

Pertanto nella migliore delle ipotesi il pacifismo occidentale è impolitico, mentre quello russo è politico. Il che significa che la Russia ha la forma mentis giusta per affrontare questa guerra e forse per condurla vittoriosamente a termine. Mentre l’Occidente cincischia, indeciso a tutto, blaterando di pace, davanti chi, come la Russia, parla di pace, facendo però la guerra.

Sul punto specifico si può dire che la Russia mette abilmente a frutto le radici pacifiste-crociate del cristianesimo, essendo estranea all’illuminismo, non solo utopistico. Per contro l’Occidente resta invischiato nell’illuminismo utopistico, come pure nel pacifismo utilitaristico.

Sicché la Russia attacca, mentre l’Occidente tentenna, prigioniero della sua impoliticità.

Carlo Gambescia

sabato 25 giugno 2022

“Diritto di aborto”, liberalismo e democrazia, una riflessione

 


Si chiamano anche guerre culturali. Sono una specie di anticipazione della guerra civile e di religione, come un tempo, neppure troppo lontano, quando ci si scannava in nome di dio.

Un esempio? La Corte federale Usa ha annullato la sentenza che da cinquant’anni dava copertura federale alle interruzioni di gravidanza. Perciò ora i singoli stati, possono limitare ciò che polemicamente, dai difensori come dagli avversari, viene chiamato diritto di abortire. Che tutti insieme – parliamo di avversari e difensori – oggi celebrano o condannano, con riflessi ideologici in tutto l’Occidente, come provano i titoli caldi dei giornali di mezzo mondo come pure le crude polemiche social.

Qual è il segreto storico del liberalismo? Di evitare le guerre civili. Insomma di circoscrivere i conflitti di opinione nell’ambito di un tollerante relativismo. Di lasciare che sul piano della vita privata siano i singoli a decidere, a maggior ragione quando si tratti di questione intime come quella di mettere al mondo o meno un figlio. La modernità liberale si è estrinsecata nella vittoria della decisione privata su quella pubblica.

Ovviamente, fin quando è stato possibile. E qui veniamo a un altro aspetto della modernità, contrastante con quello liberale: l’aspetto democratico-ugualitario.

Qual è l’errore storico della democrazia ugualitaria ? Di legiferare su tutto, pubblico e privato, in nome di un’uguaglianza, rappresentata da diritti uguali per tutti, diritti che però riflettono il voto di maggioranze che pretendono di saperla più lunga della minoranze. Come anticipato, la democrazia maggioritaria è l’esatto contrario della modernità liberale, perché punta alla vittoria della decisione pubblica su quella privata.

La magistratura, che dovrebbe essere a guardia della modernità liberale, cioè del diritto privato, si è così trasformata nella lunga mano del diritto pubblico. Nel senso della difesa delle decisioni prese da una democrazia maggioritaria che scorge nell’estensione del diritto pubblico la sua finalità.

In questo contesto democratico-ugualitario, di certo, ripetiamo, non liberale, il problema non è più ( e non solo) il contenuto di ciò che si decide, il diritto o meno di abortire, ma la forma, il come, dove e quando esercitare tale diritto. Che cosa ha decretato la Corte federale? Che i singoli stati, quindi un’entità pubblica, non l’individuo privato, possono decidere o no in merito. Per dirla in maniera diversa: il diritto di abortire o meno diventa una gentile concessione dello stato allo cittadino.

Sicché il diritto privato diventa una risorsa politica maggioritaria, che inevitabilmente si tramuta in diritto pubblico. Di qui, l’altrettanto inevitabile conflitto culturale, pronto a tradursi in guerra civile tra minoranze, disposte a tutto, pur di diventare maggioranze e così poter legiferare trasformando in diritto pubblico, opinioni private, se non intime, come quella di decidere se mettere o meno al mondo un figlio.

Come se ne può uscire? Lasciando che le persone, nel loro intimo, decidano liberamente cosa fare in base alle proprie idee private di bene o male: quindi depenalizzare ma anche non legiferare. L’aborto non va punito né celebrato. Rinvia, come decisione, alla sfera individuale, diremmo intima, quindi, prepolitica e pregiuridica. La decisione individuale è qualcosa che è al di là del bene e del male in chiave giuridico-pubblica. Siamo davanti a un fatto privatissimo. E come tale deve essere trattato, lasciando al singolo la libertà di decidere o meno, come, dove, quando. Parliamo di una società libera e aperta, in grado di offrire servizi scalari di mercato. La nostra non è una società patriarcale: quindi, ripetiamo, non vieta e non celebra, ma fornisce, privatamente, su richiesta del singolo, servizi.

Una decisione che se però viene limitata in nome del bene o del male, non è più tale, perché inevitabilmente rimanda a una qualche forma di articolazione giuridica pubblica rivolta a stabilire, al posto dell’individuo, ciò che è bene e ciò che è male. Il che riconduce alle guerre culturali, civili, eccetera, sui diritti come risorse politiche maggioritarie da scagliare come pietre contro le minoranze di turno.

Ovviamente privilegiare la decisione, come fatto privato, in una società welfarizzata, democratico-ugualitaria, dove il privato è una pura e semplice concessione del pubblico, resta molto difficile, se non impossibile.

Oggi infatti prevale l’idea, in fondo socialista, che l’individuo, soprattutto per ragioni economiche, sociali ed educative, sia incapace di decidere da solo. Di qui, la necessità di strutture pubbliche che lo educhino ad essere libero. Strutture burocratiche che inevitabilmente, come nel caso della prevalenza del diritto pubblico sul privato, si sostituiscono alle libere decisioni del singolo.

Incredibile. Più si proclama la libertà del singolo più lo si incatena alle decisioni di giudici e commissioni, più si tradisce la modernità liberale, più ci si scontra in guerre culturali sull’appropriazione di risorse giuridiche pubbliche che il welfarismo imperante tramuta automaticamente in diritti sociali “somministrati” dalle Asl.

Ecco il vero problema. Altro che essere pro contro il diritto di interrompere la gravidanza.

Carlo Gambescia

venerdì 24 giugno 2022

L’Ucraina, l’Europa e il “Generale Tempo”

 


Che Ucraina e Moldavia abbiano incassato il sì del Consiglio Europeo allo status di  nazioni “candidate” all’Ue è comunque un fatto positivo. Che L’Unione dipinga la cosa come un fatto storico, addirittura epocale, rientra nella guerra delle parole in corso con la Russia per propagandare l’ immagine dell’Ue come unita, compatta e quant’altro.

Va però detto che Mosca aveva già fatto trapelare da giorni, mettendo le mani avanti, che non scorgeva alcun pericolo nell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea.

In realtà, Mosca ne è infastidita. Però, dal momento che serviranno alcuni anni per l’incorporazione (come osservava malignamente sul “Messaggero” il furiere Prodi: il “Capitano Doppio Bollo”, dell’Unione Europea, non proprio impopolare in Russia), non si può parlare di svolta storica, come invece pretende Ursula von der Leyen.

In realtà, il problema fondamentale è rappresentato dalle armi. Quanto più l’Ucraina si arma, tanto più per la Russia le cose rischiano di complicarsi.

Tuttavia – ecco il punto fondamentale – non si riesce ancora capire se l’Ucraina riceva ciò che chiede e con continuità. Probabilmente, la Russia scatenerà un’offensiva estiva nella parte orientale del paese, e solo in quel momento si scoprirà se i rifornimenti di armi all’Ucraina sono stati accurati e costanti. Sul punto siamo piuttosto pessimisti.

Un passo indietro. Si è parlato di una Russia con il “freno tirato”. Per alcuni osservatori, in genere filorussi, si tratta di una scelta voluta per non “vincere troppo” e così evitare di allargare la guerra. Insomma, buon senso russo o semplice spirito pratico.

Per altri osservatori, alcuni neutrali, altri filo-occidentali, la Russia mostra invece di non essere all’altezza di una guerra di aggressione, per ragioni storico-organizzative legate al secolare scollamento tra Russia legale e reale. Che spiega la diffidenza, con conseguenze negative sul campo, che regna sovrana tra élite politiche e stato maggiore, tra stato maggiore e quadri intermedi, e tra ufficiali e truppa.

Chi ha ragione? Difficile dire.

Come umili sociologi, non esperti di strategia militare, riteniamo però che se offensiva estiva vi sarà, sarà decisiva per la durata delle guerra. “Durata”,  il lettore prenda nota della parola.

Se i russi non riusciranno a “sfondare”, in modo definitivo, quanto meno nelle regioni che reclamano, la guerra rischia di prolungarsi “almeno” fino alla primavera del 2023.

Va perciò ammesso che il sì alla candidatura Ue può “fare morale” tra i soldati ucraini. Però non può bastare. Perché servono armi, armi, armi, per resistere, resistere, resistere. Insomma, non crediamo bastino i quattro lanciarazzi Himars americani inviati a ridosso di una possibile offensiva russa.

Mai come in questo momento si tocca con mano la mediocre strategia della lumaca dell’Occidente euro-americano cui abbiamo più volte accennato (*).

Detto in altri termini: con l’invio di armi adeguate l’Ucraina potrebbe riprendere addirittura l’iniziativa e costringere la Russia a fare un passo indietro.

O meglio, l’Ucraina “avrebbe potuto”… Perché l’Occidente cincischia, fin dall’inizio dell’invasione russa, nascondendosi dietro il rischio di una guerra atomica, che nessuno nega per carità.

Perciò dal punto di vista militare, di un’offensiva ucraina, potrebbe essere già tardi. Infatti, “per evitare l’apocalisse”, come si ripete a Bruxelles e Washington, si è lasciata l’iniziativa ai russi, rischiando così, come dicevamo, che la guerra si prolunghi. A quale prezzo però ?

In realtà, il rischio atomico attiene più alla retorica politica, in particolare pacifista, che alla realtà politica. Nessuno nega che pericolo non vi sia. Però, ogni giorno di guerra che trascorre la situazione economica si complica, il dissenso dei partiti filorussi europei cresce, senza che la spesa pubblica possa fermarlo. Mentre la Russia che non ha problemi di opposizione interna può tirare il fiato e riorganizzarsi, come sta accadendo.

Insomma, bisogna distinguere tra rischio atomico come risorsa politica all’interno della normale dinamica tra minaccia, decisione, scambio, e rischio atomico come concetto millenarista, che pretende di non fare conti con la normale dinamica politica di cui sopra. Per capirsi: il pacifista è un pessimo giocatore di poker.

Il succo del nostro discorso è che la Russia, pur con i suoi problemi di “scollamento” storico, gode di maggiore coesione, seppure in chiave coattiva, dello schieramento occidentale. Ma al tempo stesso, per tornare alla metafora del poker, a causa sempre dello “scollamento storico”, non può andare oltre la coppia, al massimo la doppia coppia…

Quindi il quadro reale della situazione crediamo sia questo: il “Generale Tempo”, cioè il fattore tempo, soprattutto se l’Occidente non invierà armi a sufficienza, rischia di giocare a favore della Russia. Con gravi ripercussioni sul fronte interno, ucraino ma anche europeo.

Infatti, la crisi economica crescente, rischia di spostare l’equilibrio politico interno dei paesi Ue dalla parte dei partiti filorussi. Ciò però significa pure, per tornare alla metafora pokeristica, che si dovrebbe andare a scoprire le carte: allo showdown.

Tradotto: servirebbe una forte offensiva ucraina in grado di respingere i russi se non ai confini, molto indietro. O comunque sia, per metterli alla prova. Quindi occorrono armi (saremmo quasi tentati di dire, occorrevano…). E invece che si fa? Si mandano quattro lanciarazzi, permettendo che i russi preparino la loro.

Idioti.

Carlo Gambescia

(*) Qui ad esempio: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/ucraina-loccidente-e-la-strategia-della-lumaca/

giovedì 23 giugno 2022

Mosca e la guerra delle valute

 


Sarebbe interessante sondare la preparazione dei consiglieri economici di Putin.

Per una semplice ragione. Quale? Che l’idea di creare una nuova valuta di riserva internazionale,  basata sulle monete dei paesi membri del gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), in aperta funzione  antidollaro  e antieuro, è ridicola.

Che Mosca punti su un’idea del genere trova conferma nel messaggio inviato da Vladimir Putin ai partecipanti al forum economico dei cinque paesi, che si aprirà domani (*).

L’insipienza del “pensiero economico” russo sconfina nel ridicolo: perché, a parte lo yuan, le altre valute che dovrebbero far parte del “paniere alternativo” sono altamente volatili, rublo per primo. Quindi la guerra economica al dollaro e all’euro sarebbe destinata al fallimento, anche ammessa e non concessa la capacità della Russia di convincere i suoi partner a sposare una causa persa in partenza. Perché in economia l’unione della debolezza economica non fa la forza. Insomma, la sommatoria dell’instabilità monetaria mai darà la stabilità monetaria. Perciò gli economisti che consigliano Putin non conoscono neppure l’ ABC della scienza economica.

Ovviamente, quel che è ridicolo, non significa che non sia pericoloso. In primis, per i popoli dei Brics, in secundis per la pace mondiale. La guerra delle valute, per i russi, è una anticipazione della guerra vera e propria. Un tentativo, di stremare l’Occidente, per poi aggredirlo militarmente.

Si dirà, ma allora le sanzioni dell’Occidente? Una cosa è ragionare di sanzioni per prevenire la guerra, perché si crede nei valori della pace, della libertà economica e politica. Un’altra, puntare sulla guerra economica, come in Russia, quando si è imbevuti di valori militaristi, nazionalisti e tradizionalisti.

Si rifletta sul seguente punto. La Russia, dopo il 1991, ha perso un’occasione d’oro per trasformarsi in paese moderno, liberale, aperto, capace di far crescere il tenore di vita della sua popolazione. Detto altrimenti: di vendere frigoriferi, automobili e personal computer russi, non solo ai russi, ma anche agli occidentali.

Parliamo di un paese ricchissimo, che potrebbe tuttora competere pacificamente, e che invece continua a mostrarsi privo di quello spirito capitalistico che ha trasformato, e in meglio, l’umanità.

Uno spirito sposato invece, tra l’altro liberamente, dai paesi dell’Europa orientale, dominati in passato dalla Russia. La crisi ucraina non è altro che il portato finale o quasi di un conflitto che ha le sue radici nel rifiuto russo, per scelta e/o incapacità, della moderna società liberale.

Ciò significa che la “guerra delle valute” non è altro che un disperato tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità ed errori dopo il 1991. In che modo? Puntando sul nazionalismo armato ed economico, o peggio ancora sull’autarchia di un aggressivo bellicismo pseudo imperiale.

Una scelta autolesionista (come del resto le decisioni di invadere l’Ucraina e tenere sotto minaccia i paesi dell’ex Patto di Varsavia) che allontana ancora di più la possibilità del popolo russo di migliorare le proprie condizioni sociali.

Se ci si perdona la brutta metafora, le mancate nozze con lo spirito capitalistico e liberale hanno provocato la riaffermazione di un nazionalismo rozzo e brutale che in questi mesi sta dando il peggio di se stesso.

Ovviamente, in Occidente, il bellicismo russo, è portato sugli altari dagli eredi degli sconfitti del 1945, come pure dai populismi e dai neocomunismi antiliberali, anticapitalisti e antiamericani. Sicché l’idea di creare una nuova valuta di riserva internazionale, basata  sulle monete dei paesi membri del gruppo Brics,  in  funzione antidollaro e antieuro, è da costoro giudicata in modo entusiastico: il capolavoro di una scienza economica “nazionale”, anzi addirittura “imperiale”, come si diceva ai tempi del Terzo Reich.

Per inciso, e per usare un termine giornalistico, il fasciocomunista, in particolare europeo, pur di uscire dall’odiato sistema liberal-capitalista, porrebbe subito l’euro al servizio del rublo. Pertanto ogni vittoria elettorale delle destre europee contigue ai circoli politici russi costituisce un’ autentica minaccia sistemica.Perciò attenzione.

La Russia, così come ora si autorappresenta, è un pericolo reale per la pace mondiale. Probabilmente lo è più oggi che in passato, quando a Mosca comandavamo i comunisti. Allora esistevano i veli dell’internazionalismo a sfondo pacifista (molto a sfondo…) e del pragmatismo di stampo leninista.

Invece, una volta caduto il comunismo, per parafrasare Marx, è tornata a galla tutta la merda tradizionalista, nazionalista e militarista. E ora sono guai per tutti.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/putin-pensa-a-moneta-comune-anti-dollaro_3O4rTMDi7p7ep8Dv2M778K .

mercoledì 22 giugno 2022

Mario Draghi e la sindrome di Antonio Ferrer

 


Che delusione Draghi… La storia del tetto europeo sul gas (*), ossia che sopra agli 80 euro per Mwh non si potrà comprare (prezzo attuale 127), riporta direttamente all’Editto di Diocleziano sul calmiere dei prezzi.

L’imperatore romano, in barba alla legge della domanda e dell’offerta, volle fissare per ogni bene un prezzo politico. Il risultato fu la penuria di beni e il rialzo dei prezzi, che penalizzò traffici e consumi. Citofonare famiglia Gibbon.

Sugli effetti negativi del calmiere si possono leggere pagine memorabili, anche in un’opera oggi quasi dimenticata: I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

“Il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo […] vide, e chi non l’avrebbe veduto, che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile e pensò,e qui fu lo sbaglio, che a un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la meta ( così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili) fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto se il grano si fosse comunemente venduto trentatré lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta: fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovanire alterando la sua fede di battesimo” (*).

Il pane sparì dal mercato. Si fu costretti a prendere, scrive Manzoni, un’ inevitabile “deliberazione”: che “non c’era da far altro che rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo si imbestialì”.

I prezzi controllati, e ciò valga per gli amici della Giustizia Sociale (con le iniziali maiuscole), producono la sparizione dei beni sottoposti a calmiere, sparizione che, per ironia, colpisce proprio i meno fortunati, come li si chiama oggi.

Per capirsi, a 80 euro, nessuno avrà interesse a commercializzare il gas in Europa, sicché si avrà una flessione dell’offerta a parità di domanda. Offerta che inevitabilmente si rivolgerà verso altre aree del mercato mondiale, più rimunerative. Di conseguenza, in Europa si dovrà intervenire anche sulla domanda, cosa ancora più preoccupante ma inevitabile quando si introduce il calmiere. Come? Puntando sul razionamento.

Ricapitolando, calmiere uguale penuria, penuria uguale razionamento, razionamento uguale crollo del tenore di vita. Perciò i meno fortunati, saranno ancora meno fortunati di prima.

Cosa fare allora? Nulla. Lasciare che il prezzo fluttui e che la Russia anneghi nel suo gas invenduto. Si avrà così un calo della domanda globale che inevitabilmente influirà sull’offerta globale. Quindi i prezzi scenderanno.

Ovviamente esistono anche componenti oligopolistiche. Tuttavia quando un prezzo è fuori mercato, verso l’alto o verso il basso, è comunque fuori mercato. Sicché, inevitabilmente il mercato si vendicherà, dando così ragione al consumatore. Serve solo pazienza. Il populismo non paga: mai sostituire all’ oligopolio economico l’ oligopolio politico.

Ciò che va assolutamente evitato è la sindrome di Antonio Ferrer: fissare il prezzo del  gas a 80 quando viene venduto a 127.

Sono cose che Draghi, addottoratosi al Mit, dovrebbe sapere. E invece fa il vago. Cerca, come Ferrer, di rendersi amico il popolo, fissando il prezzo del “grano” a 80 euro il “moggio”…

Prezzo, piaccia o meno fuori mercato, che prima o poi dovrà essere aumentato, provocando l’ ira dell’ “amato” popolo che invece si desiderava difendere. Un capolavoro di insipienza economica.

Certo, lasciandolo fluttuare, il prezzo del gas potrebbe crescere, superando anche quota 127, con ripercussioni sui consumi e sul tenore di vita. Però sarebbe una situazione momentanea, non strutturale, perché, come detto, il calo della domanda agisce sul ribasso sui prezzi. Per contro, l’introduzione del calmiere, provocherebbe mutamenti strutturali, alterando la legge della domanda e dell’offerta. Tornare alla normalità sarebbe perciò ancora più complicato.

Sono cose che si studiano al primo anno di economia. Perché Draghi si comporta peggio di una matricola ignorante?

Che delusione.

Carlo Gambescia

(*) Qui la notizia: https://www.adnkronos.com/gas-dalla-russia-a-cosa-serve-un-tetto-ue-al-prezzo_5tsPCTEeKJ6j5Fh6OEWaH0?refresh_ce 
(**) A. Manzoni, I promessi sposi, Palumbo, Firenze 1969, p. 255.

 

martedì 21 giugno 2022

Morire per Danzica? Pardon Kaliningrad?

 


Per i russi l’invio di beni e merci “sanzionati” a Kaliningrad è da Russia a Russia, per la Lituania, passa invece sul territorio lituano, quindi Ue, di qui l’applicazione delle sanzioni economiche. I russi, parlano di violazione di un precedente trattato, i lituani invece asseriscono di attenersi ai deliberati Ue.

Come si può capire di materia per un scontro non solo politico, se ne può trovare a sufficienza. Anche perché la Russia, senza perdere tempo, con la sua tradizionale prepotenza, minaccia immediate contromisure militari. Del resto Kaliningrad, già Königsberg, ex Prussia, patria di Kant, autore di un trattato sulla pace perpetua, oggi è una ridente città russa armata fino ai denti con testate nucleari che possono raggiungere Berlino.

Non crediamo che l’Ue, in sede di Consiglio dei Ministri degli Esteri, si spingerà fino in fondo nell’appoggio alla Lituania. Si troverà qualche scappatoia per accontentare Mosca, anche a costo di umiliare Vilnius. Del resto, cosa comica e tragica al tempo stesso, come ha risposto di primo acchito l’Ue alla minacce militari russe sulla Lituania? Approfondiremo gli aspetti legali… Puro militarismo…

Al di là delle chiacchiere si ha grande timore della Russia, soprattutto, cosa che non si dice, del suo essere capace di tutto: di mentire, di uccidere, di affamare. Parliamo di un paese in cui gli oppositori e i nemici vengono sistematicamente avvelenati o assassinati, come accaduto a non pochi giornalisti.

Sui mass media occidentali si evita, per non irritare i russi, di parlarne: ma le popolazioni civili ucraine del Donbass se vogliono mangiare e seppellire i propri morti, devono chiedere la cittadinanza russa (*).

Non è prudenza, quella Europea, ma pura e semplice vigliaccheria. Quindi il comportamento di Vilnius rappresenta una nota stonata, come Zelensky in maglietta verde militare…

La Russia è perfettamente consapevole di essere temuta e ne approfitta umiliando quotidianamente gli europei, con minacce e insulti. Inoltre la Russia può contare su una quinta colonna in Occidente rappresentata da quelle forze politiche, a destra come a sinistra, che evocando i principi del pacifismo favoriscono la sfacciataggine russa.

A chi scrive Macron non piace, però Marine Le Pen è filorussa e Mélenchon pacifista. Non c’è di che essere allegri. Anche in Italia non si scherza: il pacifismo del Movimento Cinque Stelle, contrario all’invio di armi, rende più facile la vittoria russa. Per non parlare di Salvini, su posizioni apertamente filorusse. Come del resto non convince l’atteggiamento di Giorgia Meloni, che in tre mesi è passata dalle dure critiche agli Stati Uniti all’ Atlantismo più smaccato.

Sembra incredibile, basterebbe dare un’occhiata alla carta geografica, eppure, tesi abbastanza condivisa quanto meno presentata come degna di essere presa in considerazione, si parla, nei circoli pacifisti europei,  di un’ aggressione Nato alla Russia, che ne avrebbe provocato la giustificata reazione.

Insomma, da un lato c’è il paese dagli undici fusi orari, la Russia, un dinosauro ideologico armatissimo, dall’altra l’Ucraina, una specie di Topo Gigio, assetata di libertà e coccole di benessere, che fa quel che può sul campo, eppure si tende a mettere sullo stesso piano la piccola Ucraina e la grande Russia.

L’appoggio dell’ Occidente, minimo sul piano militare, però ovviamente amplificato per ragioni propagandistiche dai russi, finora ha consentito all’Ucraina di non crollare. Tutto qui.

Si noti anche il silenzio o quasi di Biden nelle ultime due settimane. Silenzio che ha lasciato campo libero alla disinformazione russa. Tra l’altro, le repliche euro-americane alle menzogne russe sono sempre tardive e in ordine sparso. Manca, una vera e propria macchina contro-propagandistica dell’Occidente. Si noti, come si sono abbassati i toni sugli eccidi russi durante la ritirata da Kiev. Non si sa mai. Meglio “non umiliare” la Russia… Per inciso, la nobile necessità di non umiliare il nemico, riguarda il nemico sconfitto, e in ginocchio, non il nemico in piedi e per giunta vittorioso o quasi.

Si spera che la Russia – ecco la pseudo strategia degli Stati Uniti condivisa anche dall’Europa – si accontenti del Donbass. E che di conseguenza, una volta raggiunto l’obiettivo, tutto torni come prima.

In realtà, più la Russia si rende consapevole dell’ enorme capacità di intimorire l’Occidente, più Mosca sposta verso l’alto l’asticella della sfida e della posta in gioco. Per lo spirito russo di conquista  e dominazione, il crescente timore dell’Occidente euro-americano di battersi, rappresenta una specie di assegno in bianco.

Da notare infine, come la propaganda pacifista europea presenti l’Ucraina alla stregua di una scheggia impazzita che vuole attentare alla pace. Capito? Per dirla alla buona, l’Ucraina si deve far derubare senza neppure aprire la bocca e gridare al ladro. Lo stesso metro ora viene esteso alla Lituania, che osa sfidare la Russia. Sulla stampa pacifista e filorussa europea si parla di ” falchi” lituani. Capito? I falchi di San Marino… Che vergogna.

Del resto – corsi e ricorsi – perché Europa e Stati Uniti dovrebbero morire per Danzica, pardon Kaliningrad?

Carlo Gambescia

(*) “Solo chi rinuncia al passaporto ucraino e prende quello russo ha diritto a qualche miglioramento della sua misera condizione”. Così a Mariuopol. Cfr. V. Sabadin, Colera e brodo di piccione così si vive a Mariupol dopo la caduta dell’Azovstal, “Il Messaggero” 19/6/2022, p. 5.

lunedì 20 giugno 2022

Porro e la zuppa di Hayek


Nicola Porro si dice liberale ma in realtà è qualcosa di totalmente altro. Si prenda l’editoriale uscito oggi (*). Roba da manuale del perfetto liberal-fascista. Anzi liberal-putiniano…

Si parte da Hayek e dalla sua teoria degli effetti imprevisti delle azioni sociali per proiettare una qualche luce positiva su Putin. Perché tagliandoci il gas avrebbe messo in crisi il modello ecologista e il modello immigrazionista.

La guerra – ecco la tesi di Porro – ci costringerà a usare tutte le forme di energia, anche quelle condannate dagli ecologisti alla Greta Thunberg. Oltre al fatto – si evidenzia – di aver già provato, che accogliendo le famiglie ucraine in fuga dalla guerra, noi accogliamo i profughi veri, non quelli patrocinati dalle Ong alla Carole Rackete. Insomma, che dire? Grazie Putin.

Porro ricollega il comportamento di Putin alla teoria degli effetti imprevisti delle decisioni politiche: Putin (decisione dall’alto, quindi pianificata) con l’invasione dell’Ucraina voleva sfidare e indebolire l’Europa, invece (effetto imprevisto) l’ha rafforzata sul fronte antiecologista e nobilitata su quello dell’immigrazione vera. Distinzione quest’ultima – quella tra immigrazione vera e falsa – che rimanda ai circoli di Fratelli d’Italia e delle Lega, infatti pieni zeppi di lettori di Hayek.

Porro è liberale come quei liberal-fascisti che nell’ottobre del 1922 appoggiarono Mussolini, convinti che la decisione del futuro “duce” del fascismo di marciare su Roma avrebbe ripristinato l’ordine costituzionale e la libertà politica. Porro oggi appoggia Putin, nascondendosi dietro una specie di zuppa di Hayek. Perché probabilmente più orecchiato che letto.

In realtà, la teoria hayekiana, che rinvia a padri nobili come Smith e Hume, si riferisce alla graduale evoluzione delle istituzioni, che hanno ritmi propri legati a milioni di decisioni individuali, che tutte insieme ma disorganicamente, attraverso processi selettivi, scelgono le istituzioni che funzionano meglio. Quindi nessuna macro-decisione in alto, ma solo micro-decisioni in basso.

Ad esempio, nessuno ha inventato a tavolino il capitalismo: le istituzioni di mercato hanno avuto la meglio perché più funzionali rispetto alle istituzioni autarchiche, nel senso di contrastare, per la prima volta nella storia, le economie accentrate intorno allo stato e nemiche del commercio.

L’autarchia ha governato per millenni gli uomini. Poi all’improvviso e quasi per caso si è sviluppato in Occidente il capitalismo. Che è stato chiamato così, solo dopo, non prima, e da un suo nemico tra l’altro (Marx). Insomma, per capirsi, piccoli capitalisti crescevamo ma nessuno capiva cosa stava accadendo.

Per contro, le istituzioni autarchiche, antimercato per capirsi, tendono a riaffacciarsi durante le guerre e le grandi crisi sociali (durate il Covid, ad esempio si è fatto il pieno di statalismo). Quindi se proprio, si deve individuare un effetto indotto, se si vuole imprevisto della decisione di Putin di invadere l’Ucraina, lo si può designare nel prossimo venturo accentramento statale delle attività economiche. Non si parla già di razionamento energetico? Grazie Putin, allora? Ma di che cosa?

Attenzione, chi scrive non vuole mettere voti né conferire patenti di liberalismo a nessuno.

Però Porro, francamente, del liberale non ha proprio nulla. Per dirla fuori dai denti tenta di piegare Hayek, agli interessi di bottega delle destre razziste e putiniane.

Effetto sociale voluto o imprevisto? Frutto di una scelta consapevole, prevista? Oppure effetto imprevisto di un’ ignoranza abissale ?

La decisione ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/prima-pagina-il-giornale/ .