sabato 29 aprile 2017

La polemica sulle  Ong e lo stato (pessimo) del discorso pubblico
“Signora mia, è tutto un  magna magna…”


Osservazione sociologica diciamo di base, molto terra terra. I lettori desiderano sapere quale può essere la reazione delle gente comune all’ultima polemica  tra  magistratura e partiti sulle Ong?  Presto detto. Qualunquismo a ruota libera: “Signora mia, è tutto un magna magna…” , “Sono tutti uguali!”,  “Troppi partiti!”. Oppure radicalizzazione: “  Magistrati irresponsabili complici della destra…”,  “Sinistra e Ong contro l’Italia”. E così via. 
Ecco lo stato attuale del discorso o dibattito pubblico in Italia: lanciare e  rilanciarsi  palle di merda (pardon), di regola imbottite di mezze verità e/o falsità, che finiscono per sporcare tutto e tutti, nonché  ignorare i problemi fondamentali, per farsi belli agli occhi del popolo e captarne la volubile benevolenza. Come, ad esempio, nel caso della polemica sulle Ong: dove invece di recuperare il controllo militare della Libia, per impedire che continuino a partire  dalle  sue  coste i famigerati  barconi dei disperati, si discute sul chi o sul come recuperarli in mare.          
È sempre stato così? Qui l'argomentazione non può non farsi teorica, più affilata. Quindi attenzione.
Il discorso pubblico è  il farmaco  della democrazia liberale che però può trasformarsi  nel  veleno delle democrazia di massa. Per usare una metafora, l’idea di sovranità del popolo, è un dono dei moderni, che come per l’uso di certe miracolose medicine,  può uccidere o salvare il paziente in ragione del dosaggio.
Quanto più le democrazie, in termini di suffragio,  da censitarie, chiuse, si sono trasformate in universali,  aperte,  tanto più è diventato difficile filtrare non tanto i contenuti, come tali, quanto le reazioni ai contenuti, via via sempre più di natura  emozionale  a causa della diffusione  di un  linguaggio politico, sempre più semplificato,  che si imponeva (e impone) di conquistare il voto di strati di popolazione sempre più larghi ed emotivamente labili.  E qui la psicologia delle folle di Tarde e Le Bon  aveva visto lungo.
Pertanto, per venire all' oggi,  i  Social  facilitano, ma solo  tecnicamente, dall'esterno,  il suicidio della democrazia liberale, perché contribuiscono  alla inevitabile  banalizzazione del discorso pubblico. Ciò significa, tra l’altro,   che divieti e regolamentazioni  non servirebbero a nulla, perché la logica dissolutiva è interna al processo di semplificazione del messaggio,  racchiuso nella logica sociologicamente espansiva della democrazia di massa. 
Ciò non implica da parte nostra l’ idealizzazione dei sistemi politici pre-democratici, dove, la logica espansiva di cui sopra, riguardava,  al contrario,  l’intensificazione dell’oscurità del linguaggio politico,  appannaggio di élites  separate dal resto della società,  che grazie alla auto-sacralizzazione, fortemente simbolica del potere, anche sul piano linguistico,  imponevano una crescente divisione  sociale tra dibattito pubblico, praticamente inesistente, se non in termini di  splendore e pompa dei poteri reale e aristocratico,  e il dibattito privato interno alle élites  dirigenti, politiche e religiose, quindi doverosamente criptico, secondo la sistematica degli arcana imperii. 
Pertanto, quando oggi, polemicamente,  si discute  della crescente  separazione   tra élites e popolo, si parla veramente a sproposito oppure con  finalità  demagogiche  per instaurare un potere assoluto, ovviamente di pochi,  ma  in nome, retoricamente, anzi religiosamente, del popolo.   Dal momento che  il vero processo in atto, come prova la pessima qualità  del dibattito pubblico  (che non riguarda solo l’Italia: in Francia potrebbe vincere il linguaggio intestinale della Le Pen), non concerne la separazione, ma l’accomunamento,  diremmo confuso,  tra le élites e il popolo, per le ragioni, già ricordate, legate alla  dinamica interna della democrazia. 
Altro punto interessante. All’inizio dell’allargamento del suffragio, le classi dirigenti democratiche (piuttosto che liberali in senso stretto, o almeno non tutte) confidavano nell’istruzione e nella possibilità, attraverso  il ciclo scolastico e l’educazione civica,  di formare cittadini se non perfetti, migliori.  In realtà, in una società di massa,  il messaggio “scolastico” e civico  non può  che essere  semplificato, proprio per raggiungere tutti, come avviene per l’informazione politica.  E la mezza cultura, frammista alla labilità psicologica  delle folle emozionali,  può provocare più danni della totale incultura:  cosa oggi  sotto gli occhi di tutti,  o comunque di chiunque non abbia paura di osservare e giudicare la realtà senza paraocchi.   
Purtroppo, siamo messi male. Occorrerebbe senso di responsabilità. Dote che può essere di pochi, frutto di studi, educazione elitaria,  spirito di corpo. L’esatto contrario dell’ educazione democratica. Sicché, più il linguaggio si  semplifica, più le élites si involgariscono, credendo di cavarsela a buon mercato, più il popolo si convince di essere onnipotente, più diviene ghiotta preda di demagoghi altrettanto volgari.  E così  il cerchio si chiude. Altro che la separazione tra  élites  e popolo...
Come spezzarlo? Come uscirne?  Servirebbe una società democratica ma con un cuore aristocratico. Dove trovarla? Una parola.     

Carlo Gambescia        
                                          

venerdì 28 aprile 2017

Un quasi elogio di Massimo Carminati
Roma continua a far la stupida 



I ventotto anni chiesti dal Pm per  Carminati,   i ventisei per Buzzi e  le   pene non meno severe per gli altri imputati, sembrano molto pesanti:  tanti anni, forse troppi.  Vedremo,  cosa deciderà il giudice.
Ma non è questo il lato interessante della questione. La vicenda, anzi la rappresentazione politico-mediatica  di  “mafia capitale”  con le immagini di Carminati che saluta romanamente, in perfetta solitudine, da un auletta del carcere dove è rinchiuso, roba da ultimo giapponese perdutosi nella giungla,  è distonica rispetto a una certa  Roma voltagabbana,  che oggi si improvvisa,  moralista, giustizialista e grillina.   Di più: in contrasto  con le  diverse “Rome”  che si sono avvicendate nel Novecento.  E che, di volta in volta,  hanno continuato a fare le stupide, per  dirla con la famosa canzonetta.  Un camaleontismo che non fa rima con moralismo (oppure sì...), che   meriterebbe un libro in chiave di sociologia del costume politico.  Soprattutto dopo l’avvento del cinema e della televisione.
Si pensi ai Cinegiornali  Luce:  Roma sommersa da un mare in orbace,  saluti romani a volontà, vincere e vinceremo, credere, obbedire, combattere. Il tutto,  ovviamente,  pianificato dall’alto, dallo stato totalitario. Roma in camicia nera.  
In realtà, i  romani non erano tutti fascisti, come ci si proponeva ai piani alti,  per la gioia del duce. Cosa del resto  provata dai successivi filmati sull’ingresso  degli Alleati, dove i romani,  tutti contenti, - e giustamente - ballavano al suono delle cornamuse e del boogie-woogie. Roma liberata e antifascista.
Anche allora i romani applaudivano, ma non erano tutti filo-americani. Eppure, impressionano ancora le immagini del  linciaggio del direttore fascista del carcere di Regina Cieli.  Come le immagini del glaciale silenzio intorno al recupero dei corpi degli antifascisti -  alcuni senza sapere neppure di esserlo -   massacrati dai nazisti  alle Fosse Ardeatine.  Roma Mater dolorosa
E cosa pensare dei cinegiornali  sulla Roma degli anni  Cinquanta e Sessanta? Una città  che cresceva, per la sinistra troppo. Piena  di romani  tutti motorizzati,  o comunque a passeggio,  bar,  tavolini, ristoranti,  granite di caffè con la panna,  tanti bambini intorno;  i romani  sembravano aver vinto alla lotteria,  tutti gaudenti.  Ergo, tutti democristiani. Roma del benessere ritrovato.
E apprezzato? No, perché, negli anni Settanta, i romani  votarono compatti per il partito comunista. Ma di quale comunismo si trattava?   Quello dell’assessore alla cultura  Nicolini.  I romani dissero  basta  al terrorismo,  alla Roma dei "morti ammazzati"  e della  “sana guerriglia urbana". Rinacque una città nuova e antica al tempo stesso.  Roma dell'effimero.  
Dopo Nicolini, i romani vollero  continuare  a divertirsi con Veltroni, però “a modino”,  senza esagerare, al massimo andando a tutta velocità sulle  piste ciclabili.    Roma politicamente corretta.
Veltroni forever? No,  perché poi i romani  votarono in massa per Alemanno: si rimpiangeva l’ordine mussoliniano.  Tutti di nuovo fascisti?   No, perché, al grido  di una parola nuova per Roma (onestà), almeno secondo alcuni,  oggi,  mentre scriviamo, i romani  votano compatti Grillo. Roma a Cinque Stelle.
Carrellata veloce, che però non spiega il saluto romano di Carminati.  Oppure sì. Spiega, spiega. Perché l’esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari, non è romano, è nato a Milano. La geografia, anche se frutto del caso,  talvolta aiuta a decifrare la storia (personale).  E, a Carminati, al di là delle idee stralunatissime,  solo per la lezione di coerenza,  dimezzeremmo la pena… Un quasi elogio il nostro? Diciamo un elogio della follia (non nel senso erasmiano però).  E  i romani?  Ci penserà Grillo. Oppure no? Boh…

Carlo Gambescia                     

giovedì 27 aprile 2017

Sul basso numero di laureati in Italia 
Perché stracciarsi le vesti?


Non ci interessa il dato statistico  in sé (l’aumento o la diminuzione del numero di laureati), quanto  la correlazione, per molti scontata,  tra l’ alto numero dei  laureati  e le sorti magnifiche e progressive delle nostre  società.  Le cose non stanno esattamente così. Quindi perché stracciarsi le vesti? Cerchiamo invece di capire.  
In primo luogo,   il Novecento,  il secolo più istruito della storia umana e dell’università di  massa,  rappresenta,  a detta di Sorokin e Bouthoul  (massimi studiosi  di sociologia comparata della guerra), il più bellicoso da Adamo ed Eva.  Ciò, per contro, non significa che l’assenza di istruzione sia un fattore di pacificazione: la famigerata  "santa ignoranza" dei nemici della modernità.   Ma soltanto  che  le guerre attraversano, purtroppo,  l’intera storia umana e che  di conseguenza le cause della pace  e della guerra vanno ricercate altrove. E non  nella statistica delle persone  laureate.   
In secondo luogo,  su queste erronee  basi (istruzione = pacificazione), la conquista di un titolo di studio superiore -  quindi non solo la possibilità di perseguirlo -  è comunque diventata  la bandiera delle forze progressiste, aiutate nel compito  da una sociologia  a poco a poco  trasformatasi in scienza ausiliaria del welfare state.  Sicché, il dibattito -  basti guardare i titoli dei giornali di oggi  -  ha assunto tinte politiche e propagandistiche, determinando, di riflesso, la crescita smisurata di aspettative messianiche  nell’istruzione di massa.
In terzo luogo,  il raccordo tra mondo del lavoro e  “fabbricazione dei titoli sociali” non funziona (e non può funzionare). E per quale ragione?  Per l'esistenza di una sfasatura temporale tra i processi di innovazione (velocissimi e impetuosi) e la formazione scolastica e universitaria (più lenta e sedimentata).  Si tratta di un fattore strutturale, che riguarda in particolare le società moderne, al quale non c'è rimedio, come ha mostrato la sociologia storica di Braudel.
In quarto luogo, nonostante l’accento messo sulla meritocrazia,  più della metà dei posti di lavoro (non solo in Italia)  - parliamo di linee tendenza, che variano scalarmente da società a società - viene assegnata su basi fiduciarie (parentela, amicizia, conoscenze).  Fenomeno che, dove predomina l’economia pubblica, dà luogo a  clientelismo e corruzione.  In qualche misura, come insegna la prossemica applicata alla sociologia,   la meritocrazia  perde ai punti con il legame sociale. E anche questo è un fattore strutturale, che  riguarda la società in quanto tale (non solo quella moderna, insomma):  l’uomo al  suo“simile lontano” preferirà sempre il suo “simile vicino”.
Che fare? Niente.  Lasciare che la società -  quindi gli individui -  sulla base della propria tempistica invisibile, trovi il suo equilibrio visibile.  Non è una questione di cifre ( o comunque non solo).  Esistono, semplificando,  un utile della  società, fissato al suo interno dalla società stessa,  e un utile per la società fissato dall’esterno, seguendo criteri extra-sociali.  Sicché  dal punto di vista politico, se proprio dobbiamo dare alcune indicazioni,  il primo è il criterio liberale, il secondo socialista.  E per oggi, non aggiungiamo altro.

Carlo Gambescia             

mercoledì 26 aprile 2017

 Alitalia?
Prima fallisce, meglio è





La titolazione di tipo sedativo  del “Sole 24 Ore”  su  Alitalia (sotto),  è la fotografia di un capitalismo italiano che è tutto, eccetto che liberista.  Finora la linea politica del quotidiano  confindustriale  non si è distinta da quella dei vertici sindacali: sacrifici + investimenti pubblici. 
Linea, clamorosamente smentita dal peronismo + cassa integrazione  dei sindacati di base, che hanno detto no  alla triangolazione governo-impresa-sindacati. Si leggano  nelle pagine interne i singhiozzi  di Alberto Orioli sul “caro prezzo della disintermediazione sociale”: purissima archeologia socialdemocratica, altro che il  "liberismo selvaggio" caro al  "Manifesto". Alla fin fine in Italia il mercato non piace a nessuno.  Non solo al Papa e ai post-comunisti.  Si chiama individualismo protetto. E i primi a gradirlo, oltre  agli scansafatiche, sono quelli che un tempo venivano liquidati come "padroni". E che invece oggi finanziano un quotidiano di economia sociale, come il  "Sole 24 Ore", che sarebbe piaciuto a Toniolo. 

Insomma, non si può gestire  un’impresa ignorando i valori di mercato: i prezzi dei servizi forniti. Alitalia finora è stata amministrata  secondo criteri economici  estranei all’economia di mercato. Come se il consumatore,  l'utilizzatore finale, chi paga il biglietto (carissimo),  fosse un optional.  E i consumatori  - ergo i mercati - si sono puntualmente vendicati.
Dopo di che, cosa rischia di  accadere  in Italia?  Che si  deve persino precisare, come fa il  Ministro Poletti, che la nazionalizzazione è esclusa… Ci mancherebbe altro…   
Se si è fuori mercato o si abbassano costi e prezzi  o si fallisce. È pura e semplice aritmetica: basta conoscere le quattro operazioni. Quindi ricapitolando, prima Alitalia fallisce, meglio è.
Si dirà (i soliti socialisti),  il costo umano e sociale? Non siamo nell’Ottocento,  c’è la cassa integrazione (purtroppo), al massimo il personale di terra dovrà  rinunciare a comprarsi una nuova mountain bike e i piloti alla settimanale partita di calcetto… Qui, l’unica  “macelleria sociale”, Alitalia l’ha praticata, e per anni,  sui passeggeri…

Carlo Gambescia                    

martedì 25 aprile 2017

Presidenziali francesi 2017
 Ogni nazione  ha il  piccolo borghese che si merita
 
Il famoso dipinto di  Eugène Delcroix,  "La libertà che guida il popolo" (La Liberté guidant le peuple), 1830.

Chissà,  e ci costa dirlo,   una rivoluzione vera, come quella francese,  avrebbe messo al riparo l’ Italia da personaggi come Mussolini e Grillo… Ecco quel  che  pensavo ieri a proposito dei risultati del primo turno delle presidenziali francesi.
Perché al di là di tutte le chiacchiere sulla fine della sinistra, della destra, del post-industriale, della post-globalizzazione, eccetera, in Francia  il dato di fondo è rappresentato dallo zoccolo duro, politico-sociale, di un cultura repubblicana diffusa, che diffida  del movimentismo controrivoluzionario, antitetico ai valori della rivoluzione francese  (Liberté, Egalité, Fraternité) e al principio fondamentale del capitalismo di  mercato, sociale o meno:  produrre per redistribuire.  
Gramsci, fervente ammiratore della Rivoluzione francese - pensatore  che qualche volta “ci prendeva” -   fu il primo a parlare del ciclico  sovversivismo delle classi borghesi.  Nel senso però di un periodico passo indietro, verso i valori gerarchici pre-rivoluzionari,  magari nascosti sotto la bandiera della modernità (si pensi al "modernismo reazionario" tra le due guerre mondiali). 
Gramsci però  restringeva meccanicamente, sul piano decisionale (del comando), il concetto di sovversivismo alle classi alto-borghesi, in realtà,  meno interessate al passato che al futuro e perciò più favorevoli al cambiamento sociale e alla modernità che al passo indietro. Un cammino del gambero, al quale invece sembra essere sempre stata  interessata quella piccola borghesia reazionaria,  predominante nella società di massa, fin dai suoi inizi novecenteschi (ruolo negativo individuato anche da Gramsci, ma ricondotto magicamente nell'alveo salvifico della pedagogia del populismo comunista).
Parliamo degli strati più bassi dei ceti medi, ignoranti o semi-istruiti (anche peggio),  affamati di status sociale, ma soprattutto fomentati dalla paura di   perdere il proprio (così "faticosamente" guadagnato):  una fascia di popolazione che ieri costituì  nerbo del  fascismi novecenteschi, oggi la prima linea del populismo.   E che in Francia, domenica,  ha dovuto però confrontarsi, come altre volte, con lo zoccolo duro repubblicano, interclassista, moderno che continua a  vedere nella Rivoluzione Francese e nel repubblicanesimo quei valori imprescindibili,  dal quale tutti i ceti, a cominciare da quella medi,  hanno qualcosa da guadagnare. E che quindi, anche questa volta potrebbe vincere.   Sotto questo aspetto, qualsiasi paragone, tra la modernità repubblicana di un De Gaulle e lo spirito controrivoluzionario della  Le Pen, è semplicemente improponibile.  
In Italia, purtroppo non è così: si continuano a rifiutare i valori della Rivoluzione francese e capitalistica: in sintesi si vuole redistribuire senza produrre, opponendo i valori, mai vissuti, della rivoluzione politica ai valori della rivoluzioni economica, sempre rifiutati.  Un Macron, in grado al tempo stesso di guardare al mondo, all’Europa e alla Francia, quindi in qualche misura capace di incorporare i valori patriottici e repubblicani di un De Gaulle, senza scivolare nel nazional-fascismo (o  nel nazional-populismo) della Le Pen, in Italia difficilmente potrebbe emergere e vincere, perché  non esiste, ripetiamo,  alcuno zoccolo duro  repubblicano-mercatista, né sul versante gollista, né su quello liberista. Né uguaglianza né merito, questa è l'Italia.
Quanto alla cosiddetto contrasto tra élite e popolo,  sollevato anche in Italia  da populisti  come Grillo, non è altro  che la  riproposizione  dell’archeologico contrasto di derivazione  controrivoluzionaria, un piccolo presepio,  tra il popolo  stretto intorno al benevolo potere del  parroco e del nobile locale e i ceti borghesi  dipinti come  privi di radici, avidi e senza dio.  Nulla di nuovo sotto il sole.  Contrasto oggi recepito e celebrato,  anche dalla sinistra radicale.  E qui, non va dimenticato, che Marx, rese scientifiche le critiche romantiche del pensiero controrivoluzionario alla società borghese, soprattutto all’economia di mercato.
Pertanto il problema, in Italia,  è rappresentato dal piccolo borghese, che in Francia è stato “repubblicanizzato” ed economicamente “modernizzato”, mentre da noi no.  Di qui, il suo ricorrente sovversivismo. Insomma, ogni nazione, alla fin fine, ha il piccolo borghese che si merita. Purtroppo.


Carlo Gambescia                                    

lunedì 24 aprile 2017

La puntata de "L'Arena" di Giletti
Gianfranco Fini, l’ora degli avvoltoi…



Voltastomaco.  Nel 2010 io e Nicola Vacca scrivemmo  un libro A Destra per caso, dove si criticava, da posizioni liberali e riformiste, la linea politica di Fini e più in generale  una cultura destrorsa, di derivazione neofascista, incapace di aprirsi alla modernità politica. Critiche dure, ripetiamo, e senza interessati compiacimenti verso le scelte politiche e culturali di Berlusconi(*). Anzi.
Sicché  il libro non venne recensito né dai berlusconiani né dagli anti. Ma non fu adeguatamente commentato neppure dalla stampa di centro-sinistra,  all’epoca schieratissima con Fini contro Berlusconi.   Ovviamente, tutti lo lessero, perché il libro dal punto di vista delle vendite non andò male.  L’unica reazione, in particolare da parte dei  finiani  di Futuro e libertà   fu  di colpirci sul piano delle collaborazioni, contraccolpo che però io e Nicola Vacca non temevamo:  prima la verità politica,  "costi quel che costi",  ci dicemmo. 
Al momento della pubblicazione di A destra per caso, l’affaire  Montecarlo  non era ancora esploso.  In seguito, una volta divampato l'incendio,  pur di far cadere Berlusconi  puntando  sull’aiutino del Presidente della Camera,  Fini venne celebrato,  blandito,  difeso con successo dai pompieri del circo mediatico di centro-sinistra:  si parlò, finiani in testa,   di "macchina del fango", eccetera, eccetera. 
Dicevo voltastomaco. Perché, oggi che Fini politicamente non conta più niente,  gli avvoltoi  di destra e sinistra si sono avventati su  di lui.  Si pensi solo a “ L' Arena" di ieri, condotta, in chiave di crocifissione metafisica da un Massimo Giletti in grandissima forma.  Tuttavia,  per quando ne so,  il nostro  Tersite mediatico (in senso concettuale, non fisico) nel 2010, quando Fini era in auge,  si guardò bene  dal dedicare l'intera trasmissione all’appartamento di Montecarlo (**). Del resto, rimane emblematica, ai piedi della croce,  la presenza concentrica di coloro, come  Giannini e Chiocci, oggi concordi nel massacrare Fini, ieri su sponde opposte:  gli estremi si sa, quando dilaga il giustizialismo (pro o contro, non importa), finiscono sempre per toccarsi.  E per far vincere Grillo. Ma questa è un'altra storia.
Insomma, il vero punto sociologico, se si vuole di costume politico,  non è che Chiocci e il “Giornale”,  stando almeno alle ultime cronache giudiziarie,  fossero fin dall'inizio dalla parte della ragione,   ma che oggi, nel momento in cui Fini non serve più a nessuno,  in nome del populismo mediatico lo si può consegnare, ancora prima di una sentenza,  al carnefice giudiziario e al ludibrio popolare, sventolando le bandiere del populismo mediatico.
Quel che poi amareggia - con precedenti illustri che risalgono all'apostolo Pietro  -  è il comportamento  degli ex di  Futuro e Libertà, i sodali  di Fini.  Dove sono finiti?  Perché,  a prescindere dalla colpevolezza o meno dell'ex Presidente della Camera,  invece di occuparsi di farfalle su Fb,  non condannano, pubblicamente il fariseismo di Giletti e compagnia cantante?  Vigliacchi. 

Carlo Gambescia  

    

   
Arma dei Carabinieri(*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 24 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stato effettuata in data 23/04/2017, ore 10.37, l’intercettazione di una conversazione telefonica intercorsa tra le utenze 333***, in dotazione a FINZI MATTIA, ex Presidente del Consiglio dei Ministri, e  347***, in dotazione a SENSINI FABIO, ex consulente per la comunicazione della Presidenza del Consiglio. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
 [omissis]



FINZI MATTIA: “A posto con le regole del dibattito su Sky?”
SENSINI FABIO: “A posto. Risposte da un minuto e mezzo al massimo, tre possibilità di replica da trenta secondi.”
FINZI MATTIA: “Domande agli altri ne posso fare?”
SENSINI FABIO: “Certo. Anche loro a te, naturalmente.”
FINZI MATTIA: “Quelli là? Quelli senza la pappardella scritta sono persi, me li mangio.”
SENSINI FABIO: “Guarda Mattia che Orgando è sveglio.”
FINZI MATTIA: “Orgando è la mia brutta copia, in tivù me lo mangio.”
SENSINI FABIO: “E Emilino? Emilino è un giudice, i grillini…”
FINZI MATTIA: “Emilino è ridicolo, dai! Si fa escludere in Lombardia e Liguria, è vecchio, ha il pancione…ridicolo!”
SENSINI FABIO: “Quello si mette d’accordo con Orgando, Mattia.”
FINZI MATTIA: “Bene, così perdono insieme. Vinciamo facile, Fabio.”
SENSINI FABIO [pausa] : “Sarà.”
FINZI MATTIA: “Cosa fai, gufi?”
SENSINI FABIO: “Macché gufi e gufi. E dopo?”

FINZI MATTIA: “Dopo cosa?”
SENSINI FABIO: “Dopo il congresso, dopo che hai vinto. E dopo?”
FINZI MATTIA: “Dopo gliela faccio pagare cara, molto cara, a tutti. Una cura medievale per i traditori.”
SENSINI FABIO: “Hai visto i dati dell’affluenza alle primarie? C’è un’astensione pazzesca. Alle elezioni dove li prendiamo i voti, Mattia? Qua vincono i grillini. E poi?”
FINZI MATTIA: “Tu fammi riprendere il partito e ai grillini ci penso io.”
SENSINI FABIO: “E come?”
FINZI MATTIA: “O ci sta Bernasconi per la Grosse Koalition o gli spacco il movimento, ai grillini. Fabio: gli do il reddito di cittadinanza.”
SENSINI FABIO: “Sei matto? E i soldi dove li trovi?”
FINZI MATTIA: “Non li trovo perché non ci sono. Non li vota il popolo? Bene, il popolo è sovrano e ha sempre ragione: prendo per buoni i loro conti, e gli dico: ‘Volete il reddito di cittadinanza? Governate con noi e lo facciamo, vi do il Ministero dell’Economia.’ Prendiamo una caterva di voti, Fabio, noi maggioranza relativa garantita e grillini secondi.”
SENSINI FABIO: “Cooosa?!”
FINZI MATTIA : “Aspetta. Poi quando siamo al dunque, l’Europa ci dice di no, i grillini fanno casino, io protesto con la Merkel, poi scopriamo che i grillini hanno sbagliato i conti, sono degli incapaci, e li sputtano. Con la morte nel cuore facciamo un bel rimpasto, e al popolo grillino gli dico: ‘Li volete centocinquanta al mese? Quelli ci sono, vedete voi.’ “
SENSINI FABIO: “Hai bevuto?”
FINZI MATTIA: “No, perché?”
SENSINI FABIO: “Non ti rendi conto che è una follia?”
FINZI MATTIA: “Certo che è una follia. E allora? Ti sembra normale che i grillini prendono il trenta per cento? Che li votano milioni di italiani? Cosa vuoi che facciamo? Basta elezioni? Magari, ma non si può, ormai è una vita che non si vota alle politiche, dai…prima o poi ci dobbiamo passare.”
SENSINI FABIO: “Ma non così, non così! Pensa alle ripercussioni internazionali, pensa…”
FINZI MATTIA: “…pensa a sopravvivere, Fabio. Qua vince chi sopravvive un giorno di più.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...