domenica 3 marzo 2024

Il welfare degli invidiosi

 


Marco Damilano, giornalista di sinistra che ogni volta  si commuove dinanzi al video di David Sassoli, vuole che la sinistra faccia la sinistra. Insomma, basta con la “moderazione”. Anche i cuori teneri si incazzano (pardon). Si legga qui:

«Il Pd, per oltre dieci anni (2011-2022), è stato (quasi) sempre al governo senza avere i voti, lasciando le praterie alle sirene populiste. Sono “le mancanze”, i limiti, gli errori», di cui ha parlato ieri Schlein, riferendosi all’Europa ma anche all’Italia. Per bloccare il progetto delle destre e per competere con il potenziale alleato M5S, non serve moderazione, ma tornare a parlare con quelle fasce di popolazione abbandonate per anni, le stesse che hanno una enorme necessità di rappresentanza politica. Per farlo non servono l’annacquamento delle identità, il pallore, il notabilato che galleggia sugli umani, ma il profilo combattivo che è stato disegnato anche ieri al congresso del Partito socialista europeo dalla segretaria del Pd. Il volto di un cambiamento radicale e possibile, come è ogni vero riformismo» (*).

Stupidaggini e per giunta pericolose, soprattutto quando il ritratto dell’Italia da cui si parte è onirico (a voler essere clementi). Dove sono “ quelle fasce di popolazione abbandonate per anni, le stesse che hanno una enorme necessità di rappresentanza politica”? Boh…

Qui però serve una spiegazione. Semplifichiamo, forse troppo, i concetti,  affinché tutti possano  capire.

I poveri, come insegna la sociologia elettorale, o non votano o votano per le estreme. Gli operai, che un tempo votavano a sinistra, oggi votano destra, perché temono, da neo-razzisti, di dover dividere il lavoro, o perderlo, per colpa dei migranti. La piccola borghesia di destra non ha mai votato a sinistra.

In Italia come in altri paesi occidentali, dopo il 1945, per un verso si è enormemente sviluppato il ceto medio e per l’altro la povertà si è altrettanto ridotta. Da anni è stabile: la sinistra, per amor di polemica, si aggrappa allo zero virgola.

Invece il sociologo – serio – sa benissimo che: 1) nel 1946, dopo la guerra, i poveri erano almeno quindici milioni; 2) da anni, almeno dal 1980, la loro cifra fluttua, strutturalmente, tra i quattro e i cinque milioni. C’è chi purtroppo non ce la fa, per ragioni individuali-strutturali: scarsa volontà, ridotta intelligenza e talvolta anche sfortuna. Ma la sfortuna, non può essere abolita per legge. Il che può non piacere ma così va il mondo.

La ricchezza in alto si è concentrata? Il famoso mezzo milione di individui? E qual è il problema? Se il ceto medio, nelle sua varie sfumature, rappresenta quasi il totale della popolazione italiana? Evidentemente la ricchezza prodotta (perché prima si deve produrla ) circola e ricade verso il basso, altrimenti saremmo ancora fermi al 1946.

Le “fasce di popolazione abbandonate per anni” sono frutto dei sogni a occhi aperti di Damilano e di chiunque si riconosca nelle sue “idee” (parola grossa). A meno che per “abbandonate” non ci si riferisca all’idea di un welfare state degli invidiosi che deve togliere ai ricchi (il mezzo milione) per dare ai poveri (i cinque milioni). Torchiando, di fatto, perché inevitabile (anche espropriando i cinquecentomila ricchi e famosi), il ceto medio, circa cinquantacinque milioni di italiani, già in larga parte sufficientemente torchiato, come prova la pesante pressione tributaria.

Se le cose, grosso modo, stanno così, Damilano propone alla sinistra il welfare degli invidiosi da scaricare  sulle spalle già provate del ceto medio. È perciò ovvio che larga parte del ceto medio e quel che resta della “classe” operaia continueranno a votare per la destra che promette sgravi fiscali e difesa del posto lavoro “dai migranti”,  rispetto a una sinistra che vuole tirare le orecchie al ceto medio per universalizzare il welfare.  E cosa più grave, tirare  il collo al capitalismo, colpendo il mezzo milione di ricchi e famosi.

Si chiama suicidio politico.

Carlo Gambescia

sabato 2 marzo 2024

La Nato, l’Ucraina, la Russia e il tempo dei Meloni

 


La Meloni a stelle e strisce non ci convince. Per fare una battuta da quattro soldi, non crediamo nel tempo dei Meloni… Il tempo dei sorrisi delle risatine.

Un passo indietro. Sembra che Biden, abbia cambiato idea sull’impiego di truppe Nato nell’ Ucraina invasa dai russi.Ora pare favorevole, ma non sappiamo quanto e quando, a un intervento militare diretto.

Sicché, di rimbalzo, proprio in occasione dal viaggio lampo della Meloni a Washington (in preparazione del prossimo G7), si è riacceso in Italia, Francia, Germania il dibattito politico su un argomento cruciale che cova sotto la cenere da due anni. Dall’aggressione russa dell’Ucraina.

In realtà, il problema è che l’Europa senza Stati Uniti, militarmente parlando, non conta nulla. La stessa idea di una forza militare europea collegata, si dice, alla Nato, è al momento una pura ipotesi di scuola.

Non si creda neppure agli analisti che danno per scontata la realizzazione, tacendo però sui tempi lunghi, di una specie di Nato solo europea, senza gli Stati Uniti.

In realtà, per la realizzazione di un esercito europeo, come blocco unico e operativo, non bastano neppure venti anni. La sola politica unificatrice degli armamenti imporrebbe ( anche a livello di fabbricazione, persino delle munizioni), come tempi e investimenti, una specie di “transizione militare” nettamente superiore alla cosiddetta transizione ecologica.Insomma, esperimenti di futurologia.

In sintesi, per ora, e almeno per i prossimi dieci anni ( ma si dovrebbe partire subito), un’Europa militare, credibile (capace di minacciare e portare ad effetto le minacce) non esiste (né esisterà), se non nella fantasia di giornalisti faciloni e analisti che all’esposizione dei fatti preferiscono l’inseguimento dei sogni. Detto altrimenti: la Nato, per ora, rappresenta l’unica alternativa militare seria e realistica perché garantita dalla forza militare di una superpotenza: gli Stati Uniti.

Dicevamo della Meloni che non ci convince. Perché? Per una semplice ragione.

Se Trump in novembre verrà eletto si rischia la materializzazione del ripiegamento Usa. Trump, da buon isolazionista, non vuole sentir parlare di interventi militari all’estero. Sulla Nato Trump nutre un approccio puramente ragioneristico. Per chi segue il calcio, da tifoso laziale, immagini Trump come una specie di Lotito. Le sue vedute sono a dir poco ristrette.

Su questo punto elettorale, non secondario, Giorgia Meloni non si è mai schierata. Sorrisi e risatine al cospetto di Biden, ma silenzio su Lotito-Trump. Inoltre, da buona sovranista si guarda bene, non tanto dall’approvare la costruzione di una forza militare europea, quanto dal favorirla concretamente. Un passo in avanti, due indietro… Questa la musica.

In sintesi: Giorgia Meloni spera che l’elezione di Trump la tolga da ogni impaccio,  dal momento che la defezione degli Stati Uniti implica, quasi in modo automatico,  l' impossibilità di  qualsiasi azione militare diretta in Ucraina. Quanto alla creazione di una forza militare europea, Giorgia Meloni sa benissimo che la cosa può andare per le lunghe.  Di conseguenza non fa nulla per accelerare il processo di unificazione.

Ora, al gran parlare, proprio in questi giorni, di un intervento militare diretto della Nato come ha reagito la Meloni? Facendosi riprendere ridente con Biden, dichiarandosi d’accordo con tutto quel che dice il presidente americano. Attenzione però: se dovesse vincere Trump, Giorgia Meloni farà la stessa cosa. Si farà riprendere sorridente accanto al magnate, eccetera, eccetera. Provando però – ne siamo quasi sicuri – una soddisfazione interiore più intensa rispetto ai sorrisi “ come da contratto” con Biden: perché l’isolazionismo di Trump fa il paio con il sovranismo di Giorgia Meloni e le sue origini  politiche di estrema destra. Altro che difesa dei valori dell’Occidente euro-americano e dell’Ucraina puntando sul fondamentale ruolo della Nato.

Un passo indietro. L’isolazionismo Usa degli anni Trenta facilitò il compito di Hitler e Mussolini. Oggi quello di Trump può favorire quello di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Viktor Orbán, Marine Le Pen, Tino Chrupalla e Alice Weidel, Santiago Abascal: tutti, chi più chi meno, sovranisti.

Una vittoria di Trump. Giorgia Meloni non aspetta altro. Come del resto Putin. Che gioca sulle "divisioni" sovraniste nei due sensi: a) come  forze politiche ideologicamente militarizzate, diciamo in chiave pro-Russia; b) come frazionamento, disunione, discordia, dissolvimento dell'unità europea.  

Il sovranismo, come forma di isolazionismo, resta oggettivamente alleato di Mosca. Negli Stati Uniti come in Europa. Perché tifa Trump, fratello-coltello sovranista.  E perché  usa la fantomatica idea di una forza armata europea  come grimaldello antiamericano, o comunque come qualcosa di là da venire. Per dirla brutalmente, in stile chiaccchiere e distintivo.

Probabilmente Zelensky ha capito tutto. Ecco perché, da sempre, chiede di entrare nella Nato. Vuole lo scudo americano, non si fida degli europei. Al momento la Nato resta l’ unica alternativa realistica alle mire russe. E Giorgia Meloni finge di credervi.

Se si arriverà all’intervento diretto della Nato, ovviamente con Biden o altro presidente capace di avere a cuore l’alleanza militare tra Stati Uniti e Europa come baluardo armato della liberal-democrazia, Giorgia Meloni sarà costretta a scoprire le sue carte.

Allora sorrisi e risatine non basteranno più. Altro che tempo dei Meloni…

Carlo Gambescia

venerdì 1 marzo 2024

I fratelli Taviani, tra idea di rivoluzione e Pirandello

 


Con la morte di Paolo, ieri si è chiusa la vicenda umana, cinematografica e culturale dei fratelli Taviani. Non abbiamo  le necessarie competenze tecniche, diciamo cinefile, per un’analisi approfondita dell’opera di Paolo e Vittorio Taviani, attivi come registi, in pratica, fino alla morte.

Però se esiste un segno distintivo, o comunque un filo conduttore della loro produzione, crediamo debba essere  individuato nell’idea di rivoluzione, declinata, negli anni, in forme sempre più mitiche, al tempo stesso epiche e profonde, pubbliche e private.

Evidentemente, nei due registi, altrettanto affascinati dal mistero del dubbio pirandelliano sulla natura imprevedibile dell’agire umano (cosa che non hanno mai nascosto), coesisteva insieme alla sognante possibilità di costruzione di un mondo migliore, l’amara consapevolezza pirandelliana delle contraddizioni interne ed esterne all’uomo e alla società. Di qui il realismo magico, di cui si è molto parlato, talvolta a sproposito.

Nella “poetica” dei Taviani il miracolo laico (magari a metà) è sempre possibile, pur nei limiti di una natura umana sottoposta al determinismo imprevedibile del male. In sintesi: un cinema di sinistra colto e problematico, rispettoso del mistero insito negli uomini e nelle cose. Un cinema sospeso tra la catarsi rivoluzionaria e la caduta pirandelliana.

La destra, oggi al governo, invece di insistere a pappagallo sull’egemonia culturale della sinistra e in particolare del defunto partito comunista, dovrebbe interrogarsi intorno a una questione fondamentale: cosa aveva da opporre la destra culturale (parola grossa), sul piano della pratica cinematografica a due figure come i Taviani?

Per far solo un esempio della pochezza culturale della destra, quando i due fratelli uscirono con un capolavoro come “I sovversivi” (1967), una straordinaria e problematica lettura pirandelliana dei funerali di Togliatti, Gualtiero Jacopetti, cineasta di destra, aveva realizzato un anno prima “Africa Addio” (1966), film tecnicamente non mediocre, ma razzista e controrivoluzionario.

Probabilmente in Italia l’idea di rivoluzione, ovviamente quando maneggiata da registi colti e intelligenti come i Taviani, capaci però di intuirne i limiti, ha goduto di un potenziale creativo maggiore della stessa idea riformista (quella reazionaria come nel caso di Jacopetti, non merita invece alcuna considerazione). Bisogna serenamente prenderne atto.

Il che, di rimbalzo, può spiegare l’assenza in Italia di un cinema liberale, di taglio riformista, in grado di competere con il cinema, animato dall’idea di rivoluzione, di derivazione marxista o genericamente di sinistra. Forse Rossellini, liberale inconsapevole, avrebbe potuto incarnare l’idea riformista. Forse… Resta però il fatto che non ha avuto eredi. E Fellini? Come disse Flaiano, a un certo punto il regista riminese passò dal cinema alla magia.

Parlare oggi di un cinema italiano di sinistra, problematico e colto, rimane assai difficile, se non del tutto impossibile. Virzì, ad esempio, che dell’idea rivoluzione ha privilegiato il versante populista, risulta triviale e del tutto inadeguato. Lo stesso Martone, che pure prometteva, ha perduto lo smalto del suo primo grande film su Renato Caccioppoli. Certo lo nasconde bene. Però non basta. Sorrentino, nel bene e nel male, è il più americano dei registi italiani... Un potenziale Altman, però nato a Napoli, quindi né rivoluzione né riforme, solo giacobinismo passivo e snobismo attivo. Il che spiega l’Oscar alla carriera di Altman (morto lo stesso anno) e quello in vita di Sorrentino.

Riassumendo, la destra cinematografica non esiste. Quella liberale neppure a parlarne. Il cinema di sinistra è in crisi da anni. Per citare il titolo di un epico film dei Taviani, la “notte di San Lorenzo” del nostro cinema sembra non finire mai. E l’ultima stella si è spenta ieri.

Carlo Gambescia

 

giovedì 29 febbraio 2024

Ilaria Salis e l’antisemitismo ungherese

 


È triste per l’analista, anche metapolitico, ritrovarsi in brutta compagnia. In questo caso di una sinistra che finora ha ignorato o coperto i violenti. La stessa sinistra che dipinge con i forti colori del martirio la figura di Ilaria Salis.

Martire (che in greco antico significa testimone) è chi si immola per un’idea, ma senza aver prima alzato un dito sui persecutori. Il martire è un testimone innocente. Un agnello sottoposto al macello. Sotto questo aspetto la Shoah fu un macello unico e inenarrabile. Frutto velenoso dell’antisemitismo. Il lettore prende nota del termine. Poi vi ritorneremo.

Al momento sull’innocenza della Salis, nessuno può giurare. Però neppure sulla colpevolezza. Tuttavia, ecco la differenza tra lo stato di diritto occidentale e lo stato di polizia ungherese. Per capire, bastano quattro paroline: “in dubio pro reo”. Quindi la Salis andrebbe assolta. Magari per insufficienza di prove, ma assolta. E invece in Ungheria, nuova culla del diritto sovranista,  rischia 24 anni. 

Pertanto, dal punto di vista del liberalismo giuridico, risulta ancora più ripugnante il trattamento carcerario al quale la Salis è sottoposta. Trattamento che non è sicuramente in linea con le idee del Beccaria.

Sia chiaro, non abbiamo cambiato idea sul principio di responsabilità individuale. La Salis, che non ha mai nascosto le sue idee anarchiche e antifasciste, forse poteva saggiamente restare in Italia: manifestare o testimoniare da lontano. Insomma, evitare di cacciarsi nel ginepraio ungherese: si chiama senso di responsabilità, virtù liberale (*).

Però, quando ieri sera, abbiamo sentito ai microfoni del Tg1, la “corazzata” informativa della Rai, per inciso “comandata, da un giornalista simpatizzante di Mussolini (sembra che a casa abbia il busto), le parole del Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, siamo rimasti di sasso.

Il ministro,  oltre a dipingere la Salis come una assassina (quindi già giudicata e condannata a parole in barba a qualsiasi presunzione di innocenza), ha detto qualcosa, al giornalista che lo intervistava in ginocchio, che a nostro modesto avviso rivela il vero volto del governo ungherese: che dietro le richiesta italiana di clemenza nei riguardi della Salis si nasconde una campagna di stampa internazionale. Organizzata – ecco il lato rivoltante della cosa – da alcuni nemici dell’Ungheria come George Soros. Antisemitismo allo stato puro.  E in diretta sulla tv pubblica,  come se nulla fosse.  La normalità.  

Insomma, ci risiamo, l’ebreo che trama nell’ombra, il maledetto stereotipo ideologico che condusse alla Shoah.

Soros è imprenditore, filantropo, banchiere, di origine ungherese naturalizzato statunitense, da sempre impegnato, come seguace della filosofia popperiana, in una grande battaglia di libertà contro ogni forma di totalitarismo. Che c’è di male? Nulla. Ovviamente per le persone politicamente normali.

Invece per l’antisemita, in particolare tra fascisti e neofascisti, Soros è la bestia nera. Come lo è per comunisti e post-comunisti. In Russia ad esempio è demonizzato come in Ungheria. Di qui le leggende complottiste, rilanciate dagli stessi movimenti neonazisti che celebrano ogni anno in Ungheria, sotto gli occhi benevoli del governo Orbán, le Croci Frecciate ungheresi che insieme ai nazisti difesero Budapest dall’assalto dell’Armata Rossa.

Non si dimentichi mai: i militi delle Croci Frecciate, l’equivalente delle SS tedesche, legavano con il filo spinato lunghe file di ebrei sulla banchina, che poi spingevano nel Danubio, dove affogavano. I primi a cadere nel fiume trascinavano tutti gli altri. Era una tecnica per risparmiare pallottole. Ne bastava una, per il primo della fila.

Secondo la giustizia di Budapest Ilaria Salis si sarebbe recata in Ungheria per contestare in modo violento, quindi con premeditazione, i rispettabili cittadini (il ministro Szijjártó  li ha definiti "poveri innocenti") che però  continuano  a celebrare una volta all’anno l’ultima grande battaglia dei nazisti tedeschi e ungheresi: gli stessi utilizzatori finali del filo spinato per economizzare proiettili.  Capito che aria tira a Budapest?  

A che servono musei e memoriali sul Danubio se poi Soros, “l’ebreo”, viene liquidato, alla stregua dei suoi avi, come nemico del “popolo” ungherese?

Ammesso e non concesso, che la Salis, non avesse buone intenzioni, come si può credere che verrà giudicata obiettivamente da un governo  e da  un sistema giudiziario  affetti  dal morbo antisemita?  In un paese dove l'aria per gli ebrei continua ad essere irrespirabile.

Pertanto la non proprio raccomandabile compagnia di sinistra continua a intristirci. Però, giù dalla torre, tra la Salis e Orbán, getteremmo Orbán. Dal comunismo si può guarire. Si pensi alla grande lezione di Silone e tanti altri.  Di antisemitismo si muore.

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/01/ilaria-salis-pascal-e-i-pirenei.html .

mercoledì 28 febbraio 2024

Ucraina. Il rischio della guerra dimenticata

 


Nessuno conosce veramente la situazione militare in Ucraina. L’unico dato certo è quello di una guerra in stile primo conflitto mondiale che si trascina da due anni senza risolutive vittorie di una delle due parti in lotta. A parte la vittoriosa offensiva Ucraina nella primavera del 2022, come risposta all’iniziale invasione russa giunta quasi alla periferia di Kiev.

Questa stasi può avere le più diverse motivazioni: 1) incertezze  militari russe, capacità morale di resistenza ucraina, rinforzata materialmente dagli aiuti occidentali; 2) volontà politica di mandarla per le lunghe dell’Occidente euro-americano: a) per non umiliare la Russia, senza però cedere del tutto; b) per insufficienza di mezzi da fornire all’Ucraina sul piano dell’industria militare; c) per tirare comunque avanti, senza creare problemi di politica interna, perché, si pensa, “prima o poi la Russia si stancherà e/o si convertirà alla pace”.

Si dice ufficialmente – anche da parte russa – che si vuole evitare un conflitto tra Russia e Nato dalle proporzioni poco controllabili. In una parola si teme l’escalation atomica.

Cosa dire? Che, nonostante tutte le chiacchiere sui nuovi tipi di guerra, si continua a ragionare politicamente come ai tempi della Guerra Fredda, con le armi atomiche sullo sfondo, pronte ad essere impiegate.

Il che è molto comodo. Perché su queste basi – stasi  militare e pericolo di guerra atomica – la percezione generale in Occidente della guerra lunga, cioè della normalità nell’anormalità, sembra quasi una liberazione. O comunque una risorsa politica, per non impegnarsi a fondo.

Per quale ragione “risorsa politica”? Perché in questo modo si facilita la diffusione dell’idea di una guerra che può durare anni.  Insomma il problema (la guerra) diventa una risorsa (la soluzione):  meglio vivere, si pensa,  in una specie di limbo tra pace e guerra, che essere tutti morti a causa di una guerra atomica.

La cosa più  importante è che non muoiano soldati Nato. E gli ucraini caduti? Un danno collaterale.  

Una situazione spuria. Con la quale – cosa che si pensa ma non si dice – l’ Occidente può convivere. Una scelta che non spaventa di certo la dirigenza russa che da secoli (ben prima dell’arrivo di Putin) ha in pugno la pubblica opinione interna. E che perciò può restare in  sella, pur mutando i nomi,  quanto vuole.

Insomma l’Occidente come guarda alla Russia? Con fastidio. Però al di là delle dichiarazioni ufficiali di sostegno all’Ucraina, la teme, in quanto tuttora percepita, a torto o ragione, come grande potenza nucleare. Perché, come detto, si continua a ragionare, come ai tempi della Guerra Fredda. E la Russia? Come da tradizione, continua a scorgere nell’Occidente il più classico dei nemici storici.

Va fatta anche un’altra osservazione. L’appoggio occidentale all’Ucraina sembra perciò riflettere il modello indocinese dell’aiuto a termine. Si sostiene l’alleato ma senza grande convinzione. Ci si continua a muovere lungo le linee di una politica militare condotta controvoglia. E qui si pensi al coro di no, proprio di ieri, a proposito dell’ipotesi avanzata da Macron sull’invio di truppe di terra in Ucraina. 

Probabilmente il Presidente francese bleffa, però resta il fatto dello scarso impegno occidentale a dare una scossa risolutiva in Ucraina. Come? Insistendo pubblicamente sulla natura convenzionale della guerra in Ucraina. Mettendo così con le spalle al muro la Russia: guerra convenzionale per la difesa dei confini ucraini. Nessun uso armi di armi atomiche, nessuna invasione della Russia. In questo contesto l’invio di truppe sul terreno avrebbe un senso. Certo, ci si assume un rischio. Ma il rischio c’è, dove c’è un’opportunità. In questo caso  di chiudere una guerra e dare una lezione ai russi.

Alla base dell’attendismo – lo abbiamo scritto più volte – c’è l’incapacità, dopo il 1945, della mentalità occidentale, intrisa di pacifismo e welfarismo, di pensare la guerra. Alla quale si accompagnano due fattori: 1) la sopravvalutazione della forza russa frammista 2) al vecchio modo di ragionare secondo gli schemi mentali della Guerra Fredda.

Sotto quest’ultimo aspetto, e concludiamo, la sostanziale stasi tra Ucraina e Russia fa il gioco di una politica attendista soprattutto in Occidente. Purtroppo si comincia a guardare all’Ucraina, come a una guerra dimenticata, della quale parlare sempre  meno.

Per ora, la copertura mediatica, che rispecchia quella del discorso pubblico, si è fatta discontinua. Diciamo a frammenti, rapsodica.

Il che però fa il gioco della Russia. Che può fare a meno della libertà d’opinione. Per una dittatura, non diciamo nulla di nuovo, è molto più facile intraprendere e gestire la guerra di una liberal-democrazia. La Russia rispetto all’Occidente gode purtroppo di un superpremio di illegalità. Che, alla lunga, potrebbe essere decisivo.

A meno che l’Occidente non muti la sua politica. Come? Evitando di considerare l’ attendismo come una risorsa politica.

Carlo Gambescia

martedì 27 febbraio 2024

Voto in Sardegna. Che tristezza

 


Incipit che non c’entra quasi nulla con il resto del pezzo.  Quasi, attenzione.

Maurizio Belpietro ha stoffa del vero giornalista di regime. Si pensi, come esempio, ai direttori dell’ ”Unità” degli anni Cinquanta dello scorso secolo, abilissimi nel nascondere ogni notizia sfavorevole all’Unione Sovietica. Però dietro  “L' Unità”, c’era un partito totalitario.

Per contro dietro Belpietro, che nasconde la sconfitta della destra in Sardegna (micro taglio basso di prima, boxinato, quasi invisibile, con dubbi trumpiani sulla regolarità delle elezioni), non c’è nessuno. Se non il fantasma di Marat.
Livore puro. Frammisto, forse, a delirio di onnipotenza,  Si chiama giacobinismo giornalistico, poi perfezionato da Napoleone: si trasforma l’avversario in nemico assoluto. E ogni mezzo è buono per distruggerlo. Soprattutto la menzogna. La destra ha perso 1 a 0 , non si dice, però si avanza l’idea maligna che l’arbitro abbia truccato la partita (*).

Roba da manuale delle vecchie marmotte della guerra civile. Altro che il fair play liberale… Che tristezza. Anche perché Belpietro ha la spudoratezza di definirsi liberale. Però, così è. Italia, anno di grazia, 2024.

Il lettore penserà, perché essere tristi? La destra ha perso le regionali sarde. Qui veniamo all’argomento di oggi.

E invece siamo tristi come prima, anzi più di prima. E per una semplice ragione. Assenza di sbocchi politici. Perché l’Italia è finita in un vicolo cieco. Infatti è vero che ha vinto la sinistra, ma si tratta della sinistra populista del Pd e del M5S: il “campo largo” è un impasto di autoritarismo, statalismo, giustizialismo. Solo per dirne una: sarà governatore della Sardegna, un ex ministro a Cinque Stelle.

Certo, una vittoria della destra avrebbe rafforzato la linea politica di FdI. Un nuovo successo da sbandierare in pubblico per i manganellatori riuniti di Palazzo Chigi. Però il vero punto della questione è che la linea politica della destra è altrettanto statalista, autoritarista e giustizialista. Per dirla  alla buona: “ammazza ammazza è tutta ‘na razza”.

Purtroppo, il problema di fondo è dettato da un fatto preciso: che ormai la scelta dell’ elettore italiano è tra il populismo di destra e il populismo di sinistra. Tra una destra razzista e una sinistra welfarista. Ad esempio, a proposito di welfare, l’unica differenza tra destra e sinistra in materia è nel fatto che destra vuole riservare il welfare solo agli italiani, la sinistra vuole invece estenderlo ai migranti. Comunque la si metta, l’utilità della costosa gabbia welfarista è condivisa dalla destra e dalla sinistra.

Ora il lettore, che già sta  facendo il conto alla rovescia, si aspetta i soliti tuoni e fulmini di Gambescia sul deficit italiano di liberalismo, eccetera, eccetera.

A dire il vero, avvertiamo solo una grande tristezza. Perché vedere l’Italia perseverare negli stessi errori è avvilente. Sicché Gambescia oggi non se la sente. Niente tirate. Solo va l’uomo in frack…

Carlo Gambescia

(*) Per il titolo de “La Verità” e per un raffronto di titolazione si veda qui: https://www.giornalone.it/ .

lunedì 26 febbraio 2024

Sogni d’oro per la Russia (nonostante “Il Fatto”)

 


La Russia può dormire tranquilla. Insomma, sogni d’oro. Nonostante “Il Fatto Quotidiano”  come suo solito drammatizzi (1) un accordo tra Ucraina e Italia che invece è "aria fritta " (2). Ovviamente  presentato da Giorgia Meloni come un trionfo politico.

E probabilmente l”ha capito anche Zelensky. Che, per dirla con un giovane cantautore italiano, sa che “la vita è breve e pure stretta, ma la tua mente è una gran sarta che cuce in fretta”. Quindi non va persa alcuna opportunità. Anche minima e allungata, come una mancetta al guardamacchine, da Giorgia Meloni. L’importante è resistere un minuto in più dell’ invasore russo. Così si vincono le guerre.

Ammettiamo pure che il termine appena usato – “aria fritta” – non sia proprio da raffinato analista, però non ne scorgiamo di migliori. Qual è il significato di “aria fritta”? Per dirla con il vocabolario si definisce in questo modo un enunciato, scritto o pensiero privo di contenuto, vuoto e inutile. Non ideologicamente però. Perché, per dirla fuori dai denti, per fare “casino”, titoli come quelli del “Fatto”, sono da manuale.

Aria fritta, per due ragioni

In primo luogo, la durata di dieci anni (art. 15.1) non significa nulla perché l’aria fritta, può durare anche un secolo, ma sempre aria fritta rimane. E poi, i trattati, soprattutto se bilaterali, come i titoli di stato, durante e dopo una guerra, possono essere, rifiutati all’incasso: carta stracciata. Come ha asserito Tajani, tradendosi: “Il nostro accordo – come quelli stipulati da Francia, Germania e Regno Unito – non sarà giuridicamente vincolante. Dal testo non derivano obblighi sul piano del diritto internazionale, né impegni finanziari. Non sono previste garanzie automatiche di sostegno politico o militare. Come quella dei nostri partner, anche la nostra intesa bilaterale non richiederà, quindi, la procedura di ratifica parlamentare” (3).

In secondo luogo, per venire subito al punto “caldo” dell’accordo, (art. 11), si legge che “nel caso di un futuro attacco armato da parte della Russia all’Ucraina”, Roma e Kiev “si consulteranno entro 24 ore per determinare le opportune misure successive necessarie per contrastare o contenere l’aggressione” (art. 11.1). Ciò significa che, in 24 ore (ma si sciali, anche 48), nell’assenza di forze italiane e Nato sul campo, quindi subito pronte per l’impiego – o comunque di un preciso riferimento nell’accordo a un ordine di mobilitazione. come si diceva un tempo – la Russia avrà tutto il tempo per il colpo di grazia.

Inoltre, si afferma che “ l’Italia, in tali circostanze, agendo nei limiti dei suoi mezzi e disponibilità, in accordo con le norme e i principi della sua costituzione e con le regole e leggi dell’Unione Europea, fornirà all’Ucraina un adeguato, rapido e congruo supporto nell’ambito della sicurezza e difesa, dell’ industria delle difesa, dello sviluppo della capacità militare, e dell’ assistenza economica” (art. 11.2). Perfetto, ovviamente per i russi. Perché  per bloccare tutto in Italia basta l’evocazione dell’articolo 11 della Costituzione sul rifiuto della guerra, in combinato disposto con l’articolo 52, che parla dell’obbligo di difesa del sacro suolo della patria: quindi dell’Italia non dell’Ucraina. Come dicevamo, "aria fritta".

Un ultimo punto, sugli aiuti, militari ed economici. Fino ad oggi sono stati semplicemente ridicoli. Quelli militari ammontano a 700 milioni di euro (4). Gli altri contributi a circa 2 miliardi. Roba da ridere… (5).

Come dicevamo all’inizio, con Giorgia Meloni, la Russia può dormire tranquilla. E “Il Fatto” fare “casino”.

Intanto a Kiev si muore.

Carlo Gambescia

(1) Qui  :  https://www.giornalone.it/prima-pagina-il-fatto-quotidiano/ .

(2) Qui:  https://www.governo.it/sites/governo.it/files/Accordo_Italia-Ucraina_20240224.pdf

(3) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2024/02/22/tajani-presto-accordo-bilaterale-di-sicurezza-con-kiev_6a00f4a2-4e19-4dba-ae46-13aa9761800e.html .

(4) Qui: https://www.analisidifesa.it/2023/12/litalia-vara-lottavo-pacchetto-di-aiuti-militari-allucraina/ : “Secondo i dati recentemente resi noti dal Kiel Institute l’Italia si pone al 13° posto (700 milioni di euro) per forniture militari all’Ucraina, dietro a Stati Uniti (44 miliardi), Germania (17,1), Regno Unito (6,6), Norvegia, Danimarca, Polonia, Olanda, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca e Lituania ma davanti a Slovacchia, Francia e Australia.” Per un aggiornamento qui: https://www.ifw-kiel.de/publications/ukraine-support-tracker-data-20758/.

(5) Si veda art. 1.5 dell’accordo: “ Dall’inizio della guerra, L’Italia ha sostenuto l’Ucraina fornendo aiuti in vari settori. Tra i quali, 110 milioni di euro sono stati stanziati per il sostegno al bilancio, 200 milioni di euro per prestiti agevolati, 100 milioni di euro per gli aiuti umanitari, 820 milioni di euro per il sostegno ai rifugiati ucraini in Italia, circa 400 milioni di euro per il sostegno macrofinanziario, 213 milioni di euro per sostegno allo sviluppo, 200 milioni di euro a sostegno della sostenibilità energetica dell’Ucraina” e ha “fornito all’Ucraina 8 pacchetti di aiuti militari nel 2022 e nel 2023 e intende mantenere lo stesso livello di sostegno militare aggiuntivo nel 2024”. Al momento,  per gli aiuti, civili  e militari,  se non erriamo nell'interpretare i dati,  l’Italia  sembra essere  al decimo posto (Ue inclusa). Niente di che, insomma,. Si veda qui: https://www.ifw-kiel.de/publications/ukraine-support-tracker-data-20758/ .