giovedì 21 marzo 2019

La tentata strage di San Donato Milanese
Odio porta odio



La guerra razzista  ai migranti, come oggi  si usa chiamarli,  non paga. Quel che è accaduto ieri, o meglio poteva accadere, a San Donato Milanese, non è il gesto di un folle, ma il risultato di una guerra delle razze, scatenata da  Matteo Salvini, con il  beneplacito di Luigi Di Maio.
L’ odio porta solo odio.  Attenzione, per capirsi meglio,   e fare un esempio nei termini di un'assoluta neutralità affettiva,  sostituiremo alla parola odio,  una lettera  dell' alfabeto, ad esempio la A . Pertanto,  A porta A.  
Si tratta di un principio sociologico, prima ancora che morale, che rinvia a due precisi meccanismi sociali: reciprocità ed emulazione.  Quanto più un atteggiamento si diffonde  tanto più si trasforma in comportamenti sociali,  comportamenti che si fondano sul principio di reciprocità (ricevo A rendo A) e sull’emulazione  ( tutti ricevono e rendono A, quindi anch’io, eccetera, eccetera).
Al posto della  A - immaginiamola come una scatola vuota -   la società può mettere  l’odio come l’amore, la tolleranza come l’intolleranza.  Ne riceverà, come di riflesso, e  in forza di una specie di moltiplicatore sociale,  una A al quadrato, poi al cubo e così via. 
Pertanto chiunque si ritrovi  al governo,  ma anche al comando dei media, eccetera, eccetera, dovrebbe pesare accuratamente  le  parole,  favorendo i  processi di organizzazione sociale rispetto a quelli di disorganizzazione sociale, per dirla sempre in termini sociologici. Insomma, dovrebbe evitare di mettere nella "scatolina" vuota  il seme della discordia, per usare il linguaggio comune.
E invece che cosa sta accadendo? Si dia un’occhiata  ai titoli dei giornali di oggi (*). L’Italia è divisa. Tra razzisti e antirazzisti. Inoltre, l’odio contro i migranti,  si suddivide in forma micro-scalare, quindi determina, altri conflitti, interni, tra fronti politici e sociali, a loro volta, divisi in subculture politiche, che vanno dal nazismo all’irenismo.
Stiamo assistendo all’inizio di una guerra di tutti contro tutti. La coesione sociale è in pericolo. E  cinquantuno  bambini  stavano per pagarne le conseguenze.
È normale tutto questo?  No.  Ma, si tratta, come abbiamo cercato di  spiegare, di un meccanismo sociologico  innescato  addirittura da coloro che sono al governo del Paese.  E che invece dovrebbero evitare il contagio e la diffusione sociale dell’odio.  
Come?  Evitando la vergogna dei respingimenti.  E soprattutto tenendo la bocca chiusa.

Carlo Gambescia                        

mercoledì 20 marzo 2019

 Occasionalismo, romanticismo e infallibilismo politico
 Et voilà, la destra post-fascista






Oltre Alessandro Campi
Oggi tornerò  sulla questione Campi.  E non per “ragioni personali”, che non ci sono mai state, mai ci saranno, ma per  ragioni sociologiche,  Se si vuole di sociologia politica, e anche di storia delle idee. Come del resto provano i numerosi articoli ( e almeno un libro, molto letto, scritto con Nicola Vacca,  A destra per caso),  dedicati alla questione della destra post-missina, semplificando post-fascista.
Campi, per me,   non è altro  che un esempio paradigmatico, dunque sociologico, dell’incapacità di certa cultura, dal passato missino, o comunque nei suoi dintorni, di  favorire la trasformazione del post-fascismo,  non dico  in un  immaginario  partito  liberale,  ma in qualcosa, capace, culturalmente,  di comprendere le ragioni della modernità cognitiva. Altrimenti detto, semplificando: del discorso pubblico liberale,  della tolleranza, della libertà economica.

Tradizione e modernità
Pensavo a queste cose,  proprio a proposito delle prime pagine  di oggi,  tutte dedicate allo scontro Salvini-Casarini.  Una specie di regolamento di conti,  per così dire,  tra opposti estremismi.
Come si è arrivati a tal punto?  Ecco, qui emerge  la precisa responsabilità, della cultura post-missina. Per fare qualche nome, penso  sul piano del giornalismo culturale, a figure come Veneziani e Buttafuoco, che nell’immaginario mediatico, rappresentano la “cultura di destra”. Oppure, su  un piano togato, a Cardini e allo stesso Campi.  Ma potrei  fare i  nomi di giornalisti, comunque non banali, come Malgieri e via  via  fino alle generazioni  più giovani  e rampanti.
C’è in tutti costoro, ovviamente secondo le più  diverse sfumature ideologiche e professionali,  o il rifiuto della modernità, nel senso sopra indicato, o la sua rielaborazione in chiave di modernismo reazionario: di modernità, come inveramento di una  tradizione (variamente interpretata), capace di avvalersi, strumentalmente,  anche delle euristiche  delle moderne scienze sociali.   In qualche misura, Marco Tarchi  -  e prima ancora Alain de Benoist,  maestro del professore fiorentino -   fu il mentore di Campi.  

Olismo
Non si discute qui, della bravura o meno dei singoli , delle pecche caratteriali o meno, eccetera, eccetera, bensì  del rapporto di questa cultura, al fondo tradizionalista,  con la modernità cognitiva, che in tutti, viene giudicata o come un  pericoloso deragliamento dalla tradizione  o  come  qualcosa  da ricondurre nell’alveo di una  filosofia della  storia, con  ricadute pratiche,  dove alla tradizione (vista, ripetiamo, secondo variopinte  sfumature) siano  riconosciuti i suoi diritti primordiali  fondanti e rifondanti. Il che implica  una visione olistica della realtà, che viene  immaginata  come innervata dalla necessità di ricondurre le varie parti  della realtà a tutto.  Che può essere lo  stato-nazione ipostatizzato (Campi), il medioevo immaginario (Cardini) , l’ Islam reinventato (Buttafuoco), il paganesimo di cartapesta (Veneziani), il conservatorismo sincretico (Malgieri).
Un  approccio  cognitivo  che ha impedito di prendere  -  culturalmente -    sul serio,  il ruolo, per ricaduta, della modernità cognitiva nell'ambito della democrazia rappresentativa, dell’economia di mercato,  dello stato di diritto. 

Occasionalismo
Il che spiega quell’occasionalismo politico  che determina i comportamenti della cultura post-fascista. Occasionalismo, come  uso strumentale   - all’occasione  -   della modernità.  Altrimenti detto, la sindrome occasionalista  spiega  quella volontà di   salire su qualsiasi treno politico, con l’intenzione di riuscire a  prenderne la guida  per  condurlo in una direzione, se non antimoderna, di certo ostile alla modernità politica ed economica. Ciò  spiega,  riconducendo l’universale sociologico  al più prosaico  particolare,    prima  i fascisti dopo Mussolini, (nelle varie sfumature intra e anti-missine), poi il post-fascismo di   Alleanza nazionale, l’unificazione con Forza Italia,   Futuro e Libertà , Salvini, Meloni, i populismi,  senza però fare mai il salto culturale -  per carità non facile -   dalla tradizione ( o meglio tradizioni)  alla modernità cognitiva.  L’occasionalismo,  consente di giocare su almeno due piani:  dal tradizionalismo puro al modernismo reazionario e viceversa.  Nonché di godersi o meno, secondo la propria dirittura morale,  le prebende del momento.


 Romanticismo  e infallibilismo politico
Altro punto fondamentale. L’occasionalismo politico si nutre di romanticismo politico.  Che cosa voglio dire? Che il romanticismo politico, consiste nella facoltà di  potersi riservare, in ogni occasione, salvando la propria purezza intellettuale, in nome del carattere archetipico  e  fantastico della creazione politica, il diritto di recesso ideologico.  
Attenzione,  non parlo di fallibilismo politico, ossia dell’accettazione  razionale della natura esperienziale della realtà, e quindi del  fatto che  sia l’errore sia il tentativo (come prova), facciano parte di un approccio cognitivo normale. Ma del suo esatto contrario:  l’ infallibilismo romantico, qualcosa di cognitivamente anormale, al fondo istintuale.  Semplificando:  per l’infallibilista,   ogni volta può essere quella decisiva, da cui non si torna indietro. Detta ancora più volgarmente: o la va o la spacca.  Di conseguenza:  Almirante era un padre-padrone, Fini il fratello di Badoglio,  e così via fino a quando verrà il turno della Meloni, di  Salvini e dei populisti. Ovviamente, dopo.  


La retorica della transigenza
Il punto però  non è il buco della chiave, dal quale osservare, le miserie umane o meno degli occasionalisti post-fascisti, ma la forma mentis  - definiamola così, semplificando  -  che  contraddistingue l’occasionalismo politico, che implica  il rifiuto della retorica della transigenza (che,  sviluppando le intuizioni di   Hirschman,  è anche  un' etica). E in nome di che ? Dell’intransigenza assoluta.  Nei riguardi di  cosa?  Della tolleranza dei moderni.
Il che spiega, per ricaduta,  non solo  le  posizioni sugli immigrati di Salvini, dunque lo scontro politico in atto,  ma l’appoggio culturale, larvato o meno,  che  viene da una destra post-fascista,  che ridicolizzando un Casarini, una Boldrini, un Saviano, ridicolizza la modernità, in particolare quella politica ed economica.  Al  fondo,  si continua a  rifiutare e irridere,  al di là dell'epifenomeno, il discorso pubblico liberale. 
Che poi la sinistra, certa sinistra, a sua volta faccia del proprio meglio, per farsi odiare, rinvia  non alla modernità in quanto tale, ma al momento egemonico, culturalmente egemonico, di una visione costruttivista,  dunque unilaterale della modernità,   che accomuna, quando si dice il caso,  modernisti reazionari e  modernisti  marxisti, con innervature liberal-socialiste, macro-archiche.   Ma questa è un’altra storia.            

Nulla di personale
In fondo, per tornare solo per un momento sul personale, cosa ha detto Campi? Che anche se scrivessi la Critica della ragion  pura, lui non la leggerebbe.  Pura retorica dell’intransigenza.  
Credete, cari lettori,   che io abbia ricevuto repliche,  ogni volta che ho affrontato, e non solo con Campi,  il  rapporto tra occasionalismo politico e modernità? Mai.    
Il che spiega, perché un intellettuale come Giano Accame, fautore convinto di una retorica  della transigenza, sia stato completamente dimenticato dalle destre post-fasciste.
Ieri il professor Luigi Marco Bassani, tra i commentatori, chiedeva a Campi,  cosa di preciso mi aveva fatto.  Nulla.  A me.        


Carlo Gambescia

P.S. Piccola curiosità, solo per gli appassionati  di telenovelas e  plot.  Sapete, amici lettori,  come ha risposto  Campi al professor Bassani? Come  avrebbe risposto Quinto  Navarra... Che tristezza.


             

martedì 19 marzo 2019

Una lettera per Andrea Marcigliano






Caro Andrea, 

Questa è una lettera pubblica a te rivolta.  E di scuse.  Consentimi però, prima, di  inviare i miei ringraziamenti collettivi agli autori dei  numerosissimi attestati di stima, giuntimi ieri in forma privata. Devo sinceramente dire che  avrei preferito leggerli in calce alla mia replica. Comunque capisco.

Vengo a noi.  Tra i commenti apparsi  sulla pagina di Campi,  uno mi ha colpito in particolare, il tuo.  Certo,  quel che ieri  hai scritto di A Destra per caso mi ha ferito. Forse, se all’epoca  tu  avessi recensito il  libro, muovendo critiche, anche le più spietate,  forse  il commento di ieri non ci sarebbe stato. Forse, e tre, saremmo rimasti amici.
Il condizionale è d’obbligo, perché purtroppo è  vero che in quel libro, scritto a quattro mani  (che io, sia chiaro, ancora considero preveggente, soprattutto nei riguardi della parabola finiana)  sei  liquidato con una battuta, infelice e ingiusta.   E non mia.  Però come coautore, non potevo e non  posso sfuggire (come dire?) alla  “chiamata di correo”. Tuttavia,  posso ancora  scusarmi. E pubblicamente. Ovviamente, a nome mio.

Dico questo, perché  a differenza, di un altro commentatore sempre di ieri, di cui ricordo in altra occasione, molto lontana,  una servile  telefonata di scuse, ordinatagli in alto, tu Andrea sei un uomo dalla schiena dritta, oltre che colto, conoscitore di lingue straniere e dalle grandi capacità di lavoro. Nonostante il silenzio di questi anni,  ricordo ancora con piacere, oltre ai sempre interessanti scambi di idee,  quando mi onorasti, pubblicando con Settimo  Sigillo, di cui ero direttore editoriale,  un ottimo volume sui comunitaristi americani.    

Un abbraccio, credimi,  sincero.

Carlo




              

lunedì 18 marzo 2019

Replica a Campi
"Bamboccione" a chi?



Campi sei una delusione.  Da te mi aspettavo di meglio. 
Comunque sia,  “prendo spunto”, dalla tua replica, per  ricondurre  il tuo opportunismo e il tuo  carrierismo  nell’alveo, più ampio,  del  tuo narcisismo.  Direi infantile.  E ai bambini si dà del tu. 
Comincio dagli “attacchi”. Non fare il narcisista.  Non sei l’unico  che “attacco”. Ti piacerebbe… Ma non è cosi. E tu lo sai. Ma come al solito fai quello che  cade dalle nuvole.  Anche se poi  ti sfugge dalla penna che addirittura tieni i conti dei miei “attacchi”: “due l’anno”.  Atteggiamento  non proprio da scettico blu. Ma da Narciso ferito.
Vado avanti. “Onanistica esercitazione di, peraltro assai mediocre, scrittura”. Non ricordo che  tu la  pensassi così quando ti complimentavi per  i miei articoli, e me ne chiedevi,  ovviamente gratis,  per le tue riviste. O mentivi allora o menti oggi. Il che, comunque sia, rivela, ancora una volta,  per inciso,  il tuo opportunismo.
L’accusa di “eccesso di frustrazione intellettuale”, che sarebbe all’origine dei miei “attacchi”,  non è che la riprova del tuo narcisismo:  proietti te stesso nell’ altro. E dunque le tue frustrazioni.  Anche perché,  quando mai, e sfido chiunque a contraddirmi, a cominciare da te,  ho dichiarato di voler intraprendere la carriera universitaria?  MAI.  Mi sono sempre tenuto alla larga da quel mondo.  Al contrario di te, che invece  dicevi  che l’università non ti interessava.   
Altra cosa,  ma quali  “ delusioni professionali ed esistenziali”...  Ma quante puntate della mia via ti sei perso?  Ma di che parli?  “Costretto dalle circostanze a fare il commercialista per campare e il sociologo-analista-scrittore a tempo perso e per diletto”?  Forse  trent’anni fa…  E poi, ammesso e non concesso, eccetera, che male c’è a  lavorare di giorno e studiare e scrivere  di notte?  Se si vuole restare liberi, cosa che tu non puoi capire, si affronta tutto.  E a testa alta.
"Bamboccione" a chi?  Da narcisista quale sei, continui a  proiettare  te stesso nell’altro.  Comportati tu da uomo, e non accusare  chi si è retto sulle sue  gambe, tenendo la spina dorsale, bella dritta, per tutta  vita, come il sottoscritto. Chiedi in giro. E non a quelli che davanti ti accarezzano e dietro sparlano. Io invece le cose te le ho sempre dette in faccia, mai alle spalle.  O non è vero?
Certo, i bambini preferiscono le carezze.  Ma io sono all'antica.  Sii uomo. Cresci. 
Carlo Gambescia
Un articolo di Alessandro Orsini
Trump,  terrorista suprematista?




Ieri sul “Messaggero”,  Alessandro Orsini,  cercava di  convincere i lettori circa  l’assenza di qualsiasi legame  fra Trump e il terrorismo suprematista.  Come, da ultimo, in Nuova Zelanda.  
Un articolo infarcito di esempi storici, però piuttosto recenti, per così dire “a breve”. Per provare che quando il  terrorismo suprematista  colpisce,  al potere, negli Usa,  si trovano  i democratici. A far  tempo dal famoso attentato di Oklahoma City del 1995.  Quindi nessun legame. Anzi, come si fa intuire, i  cattivi sarebbero proprio gli imbelli democratici.       
Tra l’altro, Orsini, propone una sua teoria del terrorismo, quella dell’ “incapsulamento sociale” ( modello DRIA),  basata su una specie di autismo politico. Tradotto: vado d’accordo solo  con chi abbia le mie stesse idee, ignorando qualsiasi altri tesi contraria.  Modello che,  a dire il vero, spiega tutto e spiega niente,  perché ricorda il  banalissimo  meccanismo comunicativo del Social,  come, del resto,  qualsiasi altra dinamica  dell’inclusione settaria,  quale  reiterazione del medesimo.  Però, ecco il punto, non tutte le sette  si armano e uccidono i diretti ( e presunti) nemici.  Storicamente parlando,  e non dunque per esempi recenti, molte sette, si pensi alla diaspora confllttualista, interna alla post-Riforma protestante,  abbracciarono la causa del pacifismo. Quindi il modello dell’incapsulamento sociale, zoppica concettualmente.   
Cosa vogliamo  dire? Che  gli esempi  storici (recenti)  e il modello DRIA (che spiega tutto e niente),  sono presentati da Orsini, come eccellenti e obiettive armi  euristiche. Presentati...    In realtà, sono armi  retoriche. Per quale ragione? Perché si vuole ribattere - per carità,  anche a ragione  -  alle tesi di una sinistra intellettuale, che, in modo altrettanto retorico, sostiene, su basi prettamente ideologiche, che Trump e i suprematisti sarebbero la stessa cosa, anzi che il primo sarebbe diretta causa dei secondi. Di qui, l’attuale escalation.
Ora, a dire il vero,  che sia esistita, non solo  affinità ideologica, ma anche di fatto,   tra un miliardario e un terrorista, non sarebbe  novità assoluta: dal treno di Lenin  agli aerei di Osama.  Ma nel caso di Trump, si dovrebbe provarla. E sul punto la sinistra tace.
Come rispondere allora?   C’è un legame (o meno) tra il populismo razzista, professato da Trump  e gli attentati suprematisti?  Diciamo pure  che il miliardario americano, assurto alla Casa Bianca, è la punta dell’iceberg, per così dire, cognitivo.  Insomma,  non tanto del terrorismo suprematista, alla stregua di una specie di “Imperatore” del KKK, che dia ordini,   quanto  di un approccio semplicistico alla politica, dunque cognitivo. Che consiste  nell’indicazione al popolo, stravolgendo tempistica  e  modalità  del dibattito pubblico, di un  capro espiatorio,  quale  soluzione finale, e semplicistica,  di tutti problemi. Basta schiacciare il foruncolo...
Come ammette lo stesso Orsini “la logica di chi lotta non è la logica di chi vuole comprendere”. Perfetto. Ovviamente, Orsini, si considera tra coloro che vogliono "comprendere". Del resto è un professore.    
Però, curiosamente sembra sfuggirgli  un fatto fondamentale, denso di gravissime conseguenze pratiche. Che  una volta ammessa, sul piano cognitivo,  l’esistenza di un capro espiatorio ( il nero,  l’immigrato, l’islamico, il gay, eccetera, eccetera), premere il grilletto resta la cosa più facile da fare.   Perché è vero, che “la politica è lotta per la conquista e conservazione del potere”, ma resta  altrettanto vero  che il ricorso  all’uso della forza,  sebbene talvolta necessario, anzi addirittura ricorrente,  non è l’unica risorsa della politica.  Lo diviene invece, sempre,  quando si introduce la logica semplicistica del capro espiatorio. 
Se ci si  perdona, la banale metafora alla Cacciari,  Clinton e Obama svolgevano verso  questo tipo di logica semplicistica il ruolo del Katéchon, di coloro che frenavano. Trump, per metterla sull’automobilistico,  invece, spinge a tavoletta. Da autentico irresponsabile.  Di qui la sua pericolosità.  Che a Orsini, studioso che vuole “comprendere”,  sembra invece sfuggire.  

Carlo Gambescia
                                                                               

domenica 17 marzo 2019

Da Parigi a Christchurch. Come difendersi dai nemici della libertà
 Appel au soldat!




Abbiamo più volte affrontato la  questione dei gilet gialli francesi. Anche perché  tra le varie interpretazioni offerte da media e dai social non ne abbiamo trovata una valida.  Si va dal piagnisteo e comprensione verso un pugno di bambini viziati e violenti, come si è visto ieri a Parigi, all’etichettatura  liberal-populista (non liberale)  delle manifestazioni  come effetto di una  giusta  rivolta fiscale.
Da parte delle istituzioni, francesi, ma il discorso potrebbe essere europeo (in Italia si è perfino permesso che i loro cugini agguantassero il potere), si pretende di trattare la questione  con  gli strumenti dei tempi normali: contenimento (di polizia)  e promesse (di riforme).
Dietro questa posizione si nasconde un  ottimismo fuori luogo.  Ci spieghiamo subito: si ritiene, sostanzialmente, che la persuasione democratica continuerà ad avere la meglio, come negli ultimi settant’anni. Gli estremisti, prima o poi,  si stancheranno (non si capisce perché), l’economia ripartirà (non si capisce come) e tutto tornerà come prima.  Insomma, il "vissero felici e contenti"...
Purtroppo, la questione è un’altra. E riguarda il pessimo rapporto con l’uso della forza che distingue le attuali democrazie, imbevute di  pacifismo  cristiano e socialista.  Strumento ideologico  utile, ma per i tempi normali.  Nello stato di eccezione, conduce alla rovina.   
E per capire quanto sia diffusa, a livello politico e sociale  questa  incomprensione della realtà,   occorre riflettere sulla reazione collettiva, tutto sommato ambigua, come notava l’amico Fabio Brotto, al terribile massacro di islamici  in Nuova Zelanda.  Per un verso, infatti, ci si è stupiti, della ferocia, per l’altro si teme una reazione.  Però, ecco il punto,  tutti insieme, popolo ed élite illuminate o meno, si sono ben guardati dal dichiararsi “tutti islamici”, come accaduto invece in  circostanze simili, ma di segno opposto, all'insegna del siamo   “tutti americani”, “tutti francesi”, “tutti tedeschi”.   
Parigi, sabato 16 marzo 2019
Qual è il senso profondo, sociologico, di  questo atteggiamento? Che è  in atto una guerra tra Occidente e Islam, di cui l’Occidente non vuole prendere atto.  E così ficca la testa nella sabbia. Tanto le cose -  si dice -  con un minimo di buonsenso da tutte le parti, andranno a posto da sole...  Però, dal momento che  la verità si vendica, per vie talvolta misteriose, qualcosa si deve  pure avvertire, magari  a livello inconscio.  E infatti,   ci si guarda bene, collettivamente,  dal dichiararsi  “tutti  islamici”.  E quindi di schierarsi con il nemico.  Così come è in atto, per tornare al punto iniziale, una guerra interna all’Occidente, tra i nemici delle istituzioni liberali  e  i suoi  difensori. Questi ultimi, però come dicevamo,  rifiutano pubblicamente di prenderne atto. Ricorrendo alle interpretazioni di comodo ricordate all'inizio.  Dal momento che, come si ripete, le cose, anche stavolta andranno a posto da sole.  Insomma,  non è possibile, si ritiene fiduciosamente, che le persone non capiscano...  Però, nonostante l'alto tasso  di saccarosio politico,  l'angoscia nei comuni cittadini cresce, perché la gente normale si chiude in casa. E quel che è peggio, scorge il nemico (perché non esce), ma non  sta neppure con le istituzioni.
Perché si rifiuta il concetto di guerra?  Sul piano esterno e interno?  E di riflesso, quello dell’uso della forza verso i nemici esterni e interni?  
Il gilet giallo che saccheggia e distrugge negozi, simbolo del benessere in cui oggi tutti  viviamo,  e il suprematista bianco che ammazza  decine di islamici, perfettamente integrati, sono frutto della debolezza dell’Occidente, non della sua forza.  O  meglio nascono dal  rifiuto dell’uso della forza, quando necessario, per difendere la società aperta: quel benessere e quell' integrazione.  
Il selfie del suprematista,  autore degli  attentati terroristici  
nelle moschee di Christchurch .
Sembra, insomma,  che l’iniziativa privata, se si ci  si passa la battuta,  funzioni bene solo nell’ambito della guerriglia urbana e del terrorismo  razzista.  E questo perché, cosa paradossale,  i poteri pubblici, venendo meno alle intuizioni smithiane,  si rifiutano di tutelare l'ordine pubblico interno (e in prospettiva la pace esterna),  procrastinando l' uso della  forza contro i gilet gialli  e i suprematisti. 
Si rifletta: i cittadini normali si nascondono, perché intimoriti, quindi non vanno in piazza né per saccheggiare né per gridare siamo tutti islamici.  E più la paura cresce, perché queste organizzazioni, dai gilet gialli ai gruppi razzisti, non vengono "spente",  puntando sulla repressione (spietata, ma chirurgica, perché saremmo ancora in tempo), più aumenta il rischio che il resto della popolazione, fiutando la crescente debolezza degli attuali governanti,  si schieri  con i populisti e i razzisti, favorendo la  trasformazione delle nostre società da aperte a chiuse. Gli uomini - mai dimenticarlo - alla libertà preferiranno sempre la sicurezza. Le belle parole non bastano.
Pertanto,  quale  può  essere  la lezione per chi  al governo, come in Francia o altrove,  creda fermamente nella società liberale?   O combattere  o perire. 
Serve un atto di forza.  Per dirla  nella lingua D’Oltralpe,   un Appel au soldat!   
I soldati non ci sono?  Oppure non vogliono o non possono rispondere?  Allora periremo, la società aperta, sarà sostituita da qualcosa di completamente diverso. E di terribile.  Solo questione di tempo.  
                           

Carlo Gambescia      

sabato 16 marzo 2019

Fondazione Einaudi  di Roma: Alessandro Campi contro Giuseppe Benedetto
 Il bue che dice cornuto all’asino
 
 
 
Quel che mi ha sempre colpito, sgradevolmente colpito,   di Alessandro Campi  è l’ipocrisia unita a un carrierismo spaventoso.  L’uomo, per carità,  non  è stupido.  Ha una discreta intelligenza.   Lo conosco dagli anni  Ottanta.  Però, ad esempio, scrive libri su argomenti alla  moda.  Ultimamente ha scoperto Machiavelli, unendolo al tema dei complotti, anch’esso  molto  in voga.  Bingo!  
Venticinque anni  fa, voleva  scrivere con me un' antologia  sugli anti-utilitaristi  francesi, allora  sulla cresta dell’onda editoriale, fenomeno che "io",  conoscevo bene.  Delegandomi però,  gran parte del lavoro, altra sua tecnica da furbetto dell’Accademia:  pubblicare  antologie a spese degli altri. Insieme a quella dei mega-convegni, dove lui se la cava con due paginette, accrescendo però le relazioni accademiche e il potere sui  sottoposti, che con un invito, può salvare o perdere.        
Nel 2010 si offese  -  all’epoca  stava puntando   le sue carte su Gianfranco Fini -    perché in A destra per caso,  osai  scherzare  sul suo uso dei gomiti,  già evidente, ai tempi della Nuova Destra fiorentina. Tra l’altro,  un mese prima che uscisse il mio libro  (scritto con Nicola Vacca),  mi aveva proposto di far parte del Comitato della “Rivista di  Politica”.  I miei libri, non pochi, da allora, attendono ancora un recensore. Che fair play, con chi non  gli può essere utile...     
Alessandro Campi
       
Ogni sua  mossa è calcolata al millimetro. E, quando si dice il caso, alla fin fine,  risulta sempre  schierato con i vincitori. Ovviamente del momento. E'  abilissimo nel cogliere l’attimo. E nell’infierire sui perdenti, o presunti tali,  con battute all’arsenico. Lo si osservi nelle sue apparizioni televisive e pubbliche. Da ultimo, si è scagliato contro Calenda, facendo il gioco, quando si dice il caso, delle destre  vincenti.    
Dicevamo delle sue  mosse calcolatissime. Prima Alemanno, quando  la Destra sociale di  An contava qualcosa:  ricordo una sua ansiogena telefonata, per chiedermi di scusarlo con il direttore, per non aver potuto scrivere un articolo per  “Area”.  
Giuseppe Benedetto
Poi   Berlusconi, difeso  in tribune radiofoniche.  In seguito,  Fini, proprio nel momento della rottura con il Cavaliere,  del quale si fece mentore a colpi di interviste quotidiane in stile Travaglio. Addirittura Monti, se ricordiamo bene, a proposito di una sua candidatura  in Scelta Civica.  Forse, furono solo voci,  ma conoscendo il personaggio...
Si immagini, quindi la mia sorpresa,  nel leggere sulla  pagina Fb di Campi,  questa difesa di Corrado Ocone, per alcuni dimessosi, per altri cacciato dalla Fondazione Einaudi di Roma. 
  
 
Alessandro Campi
22 h 
Leggo della cacciata (perché di questo si tratta...) di Corrado Ocone dalla Fondazione Einaudi di Roma (dove dirigeva la Scuola di Liberalismo ed era a capo del Comitato scientifico). La causa della repentina rimozione sarebbe stata la sua partecipazione ad un convegno di studi d'ispirazione 'sovranista': un atto giudicato lesivo non si capisce bene di cosa. La Fondazione Einaudi di Roma (nulla a che vedere con la Fondazione Luigi Einaudi torinese) ha avuto negli ultimi anni vicende travagliate, anche sul lato economico. Ci sono già stati allontanamenti forzati e dimissioni. L'impressione di molti è che il suo presidente, Giuseppe Benedetto, abbia più ambizioni politiche che interessi scientifici e culturali reali. Ma questi sono aspetti secondari. La questione vera è l'atteggiamento intollerante tenuto nei confronti di Ocone. Conosco pochi, tra gli studiosi della sua generazione, che abbiano un profilo da liberale per così dire cristallino, intransigente, rigoroso e conseguente come lui. Lo testimonia ciò che scrive da anni,.Mettere in discussione il liberalismo di Ocone è (mi si perdoni la metafora d'alleggerimento) come mettere in discussione la fede per la Juventus di Giampiero Mughini. Debbo dedurne che chi andrebbe cacciato dalla Fondazione Einaudi, per manifesto illiberalismo, è semmai il suo presidente; ovvero chiunque abbia deciso la defenestrazione di Ocone. Al quale, per quel che serve, va la mia amichevole solidarietà. Ma il segnale - ecco il punto al di là del caso personale - è brutto assai. Basta discostarsi dai percorsi intellettuali consolidati (che sono poi anche quelli più sterili e noiosi) per venire colpiti alla stregua di eretici (non di capisce peraltro rispetto a quale ortodossia). Ma la battaglia delle idee è anche questo: trovi sempre qualcuno che, non sapendo cosa rispondere alle tue argomentazioni, prova semplicemente a chiuderti la bocca. Ed è anche per questo che merita di essere combattuta sino alla fine. Un abbraccio, caro Corrado.


Il problema non credo sia  Corrado  Ocone  e neppure la  libertà minacciata,  argomento tirato fuori dalle destre post-fasciste (si fa per dire), ogni volta che possono rovesciare sui liberali tutto l’armamentario ideologico del Ventennio. Una "narrazione", quella del "manifesto illiberalismo"  liberale,   sulla quale i fascisti costruirono l'alleanza con Hitler. 
Per inciso,  se fossi Ocone,  al  sentirmi  attribuire da Campi, un  “profilo da liberale per così dire cristallino, intransigente, rigoroso e conseguente”,  opporrei  una toccatina,  proprio come  era uso fare, si racconta,  il suo maestro ideale, Benedetto Croce, che non era superstizioso, però… 
Corrado Ocone
     
E allora qual è il punto? Se  fosse un sincero difensore della libertà,  Campi, collaboratore del “Messaggero" e del "Mattino", sarebbe insorto in occasione del “dimissionamento” il giugno scorso del direttore del "Mattino", perché fermamente  contrario alla svolta  populista (*).
Caro Campi, dove eri? Perché  per Corrado Ocone ti spendi  e per Alessandro Barbano  non hai speso una parola?  Le tue preoccupazioni per "la battaglia delle idee"?  E per l'importanza del "discostarsi da percorsi intellettuali consolidati"? Dove erano allora? 
Facile rispondere.  Perché i populisti erano e sono  sulla cresta dell’onda.  E il professore di Perugia, da buon opportunista,  non vuole perdere l’ennesimo treno.  Diciamo che non ha mai rinunciato a studiare da ministro, come scrivevo in A destra per caso. Dunque non si sa mai…
Capito? Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi di Roma, persona -  preciso -  che non conosco, nutrirebbe  “più ambizioni politiche che interessi scientifici e culturali reali”?  Ora,  ammesso e non concesso  che sia così.  E lui, Campi?   Il bue che dice cornuto all’asino.

Carlo Gambescia