mercoledì 23 gennaio 2019

Trattato di Aquisgrana, Francia e Germania si cautelano
Ritorno al passato (con Salvini e Di Maio)

  

Il lettore vuole  scorgere   un segnale  della brutta china presa dall’Italia?  Frutto di pericolose scelte  assecondate  dalla pubblica opinione?  Quella che,  in particolare,  si esprime attraverso la classica formula comunicativa dei giornali?  
Eccolo, forte e chiaro:  la stampa italiana ha oscurato, fin dalle prime pagine, la notizia della firma del trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania. 
Quest’oggi, sui giornali,  si parla della Germania solo per la decisione, tra l’altro preannunciata, di “sfilarsi” dalla missione  Sophia. E dunque per criticarla. Quanto alla Francia, gli attacchi ormai sono quotidiani, da parte della stampa di destra e tradizionalmente governativa.
Cosa vogliamo dire? Che l’Italia politica ha scelto l’isolamento  e quella mediatica, classica, della carta stampata (ormai i Social sono nelle mani dei populisti) o tace o acconsente.  "Faremo  da soli", insomma.  Per andare dove?  Con gli ungheresi? Con i polacchi?  
Sembra che Macron, ieri,  ai fischi di alcuni manifestanti, abbia risposto, asserendo  che coloro che contestano l’amicizia franco-tedesca, disconoscono,  cosa rappresentò  e cosa  costò  all’Europa, l’inimicizia franco-tedesca.  E che quindi  chi oggi  si sollevi contro l'amicizia, si rende moralmente complice dei crimini commessi dai nazionalismi.  Giustissimo.
Sul punto specifico va però  eliminato un equivoco.  Molti, non  sappiamo se in buona o cattiva fede, distinguendo tra patriottismo e nazionalismo,  ritengono che Salvini, Di  Maio e i sovranisti in genere siano  dei patrioti non dei nazionalisti. 
In realtà,  sul piano sociologico, patriottismo e nazionalismo rinviano alla costante  metapolitica  del conflitto. La differenza, sempre sul piano sociologico, tra i due fenomeni, è data da un' altra costante metapolitica quella della cooperazione. Quanto più c’è equilibrio, inclusivo verso l'alto, tra conflitto e cooperazione,  nel senso di un allargamento dell’inclusività ( ad esempio con il sentirsi al tempo stesso italiani, europei, cittadini del mondo), quanto più, il patriottismo diverge, e in positivo, dal nazionalismo (che riduce l'inclusività al sentirsi solo italiani).  Insomma,  si può essere buoni italiani, senza per questo disprezzare  immigrati, tedeschi, francesi e tutto ciò che rinvii a una visione contrattualistica, e dunque pacifica (non pacifista), dei rapporti tra  individui, stati, nazioni, organizzazioni internazionali.
Ma c'è dell'altro.  Sul piano politico esiste  un fattore chiave per distinguere il patriottismo dal nazionalismo. Quale? Il liberalismo. Ogni nazionalismo è radicalmente antiliberale, nel senso di contrastare tutte quelle  istituzioni, dal mercato alle libertà individuali, dallo stato di diritto  alla rappresentanza parlamentare,  che possono essere definite liberali. I nazionalisti, a parole o meno, possono anche essere democratici, nel senso di una maggioranza che voti leggi nazionaliste, ma mai liberali.  A tale proposito, per l’Italia, crediamo basti citare la differenza, comprovata  dalla storiografia più seria, tra Cavour e Crispi, tra Giolitti e Mussolini, tra De Gasperi e il revanchismo della destra neofascista. E oggi, tra Salvini e Di Maio, da un lato,  e la classe politica europeista della Prima Repubblica, dall'altro. Pertanto,  non ci si  faccia  ingannare dal sovranismo "del piede di casa",  recitato nei salotti televisivi da leghisti e pentastellati: restano comunque antiliberali, in tutti i sensi. A cominciare da quello economico. Salvini e Di Maio difendono  il protezionismo. E il protezionismo  porta all'autarchia, e l'autarchia alla guerra. Come prova la  tragica  guerra civile europea,  ricordata da Macron.   
Di qui, discende anche la differenza tra colonialismo e imperialismo. Esiste un colonialismo liberale, rappresentato da quello britannico (la cui decolonizzazione fu un modello di mediazione liberale), come esiste un imperialismo coloniale, rappresentato, dal fascismo italiano e dal nazionalsocialismo tedesco. Ovviamente esistono anche  forme intermedie, rappresentate da democrazie dove talvolta  la formula maggioritaria, se si vuole il democraticismo,  prevale su quella  liberale, come in certi momenti della storia degli Stati Uniti e  della Francia.  
Il fattore che rende pericoloso il patriottismo, o meglio la sua trasformazione in nazionalismo,  è l’appello al popolo: il fare leva, come sta accadendo di nuovo in Italia, su sentimenti conflittuali, che riducono la cooperazione al  “Prima gli Italiani”, escludendo altre fonti, di possibile cooperazione, come invece riconosce e impone il patriottismo liberale. Che poi tutto questo sia approvato dalla maggioranza dei cittadini,  è al tempo stesso,  una prova della bontà delle tesi qui esposte sulla natura totalitaria del maggioritarismo democratico, e un segnale pericoloso: perché significa che l’ intolleranza  "patriottista"  ha raggiunto i livelli di guardia.  Di maggioritarismo sbraitante, con la bava alla bocca,  si muore. E ci stiamo cadendo di nuovo.
Sicché, Francia e Germania,  memori degli errori del passato, e scorgendoli  nelle politiche italiane, si stanno giustamente "organizzando".  Se le nostre informazioni sono giuste, il trattato di amicizia franco-tedesco, prevede anche una clausola militare di aiuto reciproco in caso di aggressioni. Ciò significa, che i fantasmi del  nazionalismo si stanno di nuovo materializzando.  La clausola è difensiva, di rimbalzo,   ma, il ribadirla,  indica che  si teme il peggio.  Insomma, fa  intuire che si è innescato, quel meccanismo ad orologeria che condusse  alla Prima guerra mondiale  
Ecco dove ci stanno portando  Salvini e Di Maio.  Indietro nel tempo.  Un ritorno al passato. Altro che patriottismo.

Carlo Gambescia                       

martedì 22 gennaio 2019

Di Maio, Macron e il “Franco coloniale”
Ma quale fact checking…





Prendete quattro imbecilli, sfaticati e presuntuosi, che chattano sui Social in pigiama tutto il giorno,  con alle spalle un liceo o un istituto tecnico a fondo perduto, qualche esame universitario facile facile,  o addirittura una laurea  strappata a colpi di diciotto, e avrete la classe dirigente pentastellata.  Quella  che ora è  in  Parlamento e al Governo.

Quindi perché meravigliarsi delle scemenze enunciate sistematicamente da  Di Maio, Di Battista e accoliti ?  Da ultima quella sul  “Franco coloniale”, evocato in chiave complottista… Però, attenzione c’è anche di peggio,  come ad esempio, la Meloni  che  ha rilanciato, ribadendo il copyright sulle macro-stronzate (pardon) terzomondiste. 
Così siamo messi.  Il punto è che, dal momento che in politica, ogni azione  provoca una reazione (e così via), una cosa è porre problemi veri  e inalberarsi, se e quando occorre, su questioni reali, un’altra è crearli  senza alcuna vera ragione politica, se non quella, come avviene sui Social, di spararla più grossa, fino a prova contraria, come spesso si legge.  Prova contraria  che però non arriva e non arriverà mai. Per quale ragione? Perché,  una caratteristica del “Pensiero Social” è l’autoreferenzialità,  a ogni costo, al punto di  sostenere, paradosso dopo paradosso,  persino l’idea che la Terra sia piatta.  Però  la cosa si fa  più  grave quando  la macro-stronzata  finisce nell'agenda politica di una nazione, perché  il  discorso pubblico si avvita su se stesso. Ad esempio, il  cosiddetto fact checking, ora adottato anche dalla carta stampata,  che, ovviamente, in un attimo ha smontato le stupidaggini sul “Franco coloniale”, rinvia però alle  tecniche di  argomentazione social destinate inevitabilmente ad avvitarsi  su se stesse, perché, al primo fact checking, se ne oppone subito un altro e così via, lungo un percorso a spirale che, privilegia al capire il credere. Il che ricorda, come tecnica argomentativa, il metodo della teologia medievale, raffinatissimo,  ma   teso  a studiare gli attributi di  dio.

Che cosa vogliamo dire? Che il veleno  non è nel fact cheking  in sé,  che per certi aspetti, seppure blandamente,  rinvia alla logica della scoperta scientifica  e al principio di fallibilità, ma all’ambito stesso  della discussione:  alla sua premessa,  che nel XIII secolo  era l’eternità  di dio, nel XXI l’eternità del colonialismo. Se la premessa, non è vera né falsa, l’esito dell’argomentazione sarà indeterminato.    
Il colonialismo,  non è vero né falso:  esistono però  rapporti di forza, politica, economica e sociale, costanti o regolarità metapolitiche che si riproducono a ogni livello. E questi rapporti  -  e non il colonialismo dei terzomondisti a Cinque Stelle-  sono immutabili, ma nel tempo storico e sociologico, assumendo forme ricorrenti. Di conseguenza,  se  gli africani, che i pentastellati e perfino Salvini, come dicono,  vogliono proteggere, si sviluppassero al nostro livello, o addirittura ci superassero, si trasformerebbero loro nei nostri colonialisti. Del resto, la guerra non dichiarata alla Francia, che tanto piace a Di Maio e Salvini  non è altro che un portato del sovranismo, che non è  che una forma di conflittualismo, antico quanto l’uomo e la società,  che rinvia, per il Novecento, al  nazionalismo, altrettanto  imperialista e colonialista.
Ora, credere, come Di Maio e Salvini, che ognuno potrebbe vivere in pace a casa propria, è di una ingenuità veramente sconcertante,  che ci riporta alle discussioni medievali  sugli attributi  di dio,  discussioni  altrettanto ingenue.  Però, non fino al punto di non uccidersi e massacrarsi a vicenda per una certa idea di dio.
E la stessa cosa vale per il colonialismo. Non esistono due nazionalismi, uno buono (il sovranismo) e uno cattivo (il colonialismo). Ma  un solo nazionalismo che inevitabilmente è colonialista e imperialista. Sicché,  accusando gli altri di colonialismo, è come  se ci si guardasse alla specchio del conflittualismo, che è antico quanto l’uomo. Come del resto - si faccia  attenzione -  la cooperazione e  l'inclusione  nelle  varie forme politiche, economiche e sociali. Ma il sovranismo, privilegia il conflittualismo. O se si preferisce,  un conflittualismo romanzato  a fin di bene che porterà alla pace universale del  ciascuno  a casa sua:  l'ideale del ragioniere del quarto piano, o se si preferisce, la filosofia da  condominio perfetto.  Peccato che gli storici del Novecento non siano d'accordo.      
Del resto,  che cosa sta facendo l’Italia in Libia?  La cessione di motovedette, i soldi sotto banco, il via vai dei servizi segreti, le pressioni  neppure tanto scoperte  che cosa sono?  Intrusioni politiche  nelle vicende di un' altra nazione: neocolonialismo.
Pertanto sollevare questioni  contro la Francia, -  ammesso e non concesso, eccetera, eccetera -  significa darsi, come il famigerato contadino, la zappa sui piedi.   Detto altrimenti:  creare problemi che non esistono, favorire  un approccio irrealistico alla politica, lavorare per l’isolamento europeo e  internazionale dell’Italia. 
Una catastrofe. E per quali ragioni?  Perché quattro scemi, senza arte né parte, hanno agguantato il  potere. Grazie a elettori più imbecilli di loro che pigramente (perché la libertà è responsabilità e fatica),  al capire preferiscono il credere.  Ma anche a causa della  codardia di una classe dirigente, che ha accettato -  semplificando -  di  tornare a  ragionare degli  attributi di dio. Ai quale ovviamente, si applica il  fact checking… 

Carlo Gambescia                      

lunedì 21 gennaio 2019

 Carlo Nordio e la deriva razzista dei moderati italiani


Sono un moderato e un liberale, come del resto i lettori sanno.  In qualche misura, su questioni come il diritto di proprietà, l’economia di mercato, la libertà  di impresa,  il suffragio ristretto, la democrazia parlamentare,  il ruolo ridotto dello stato alle tre funzioni smithiane, salvo nei momenti di emergenza (come una guerra ad esempio),  potrei definirmi  un liberale conservatore nel senso ottocentesco del termine.  
Ora, come conservatore  e liberale, provo vergogna  per l’editoriale di Carlo Nordio, già magistrato, definito di destra.   Dove praticamente si spacca il capello in  quattro pur  di assolvere la linea  omicida di Salvini sugli immigrati  e favorire la continuità politica del peggiore governo della Repubblica, dalla sua proclamazione ad oggi.  L’articolo è uscito  sul “Messaggero”,  giornale, da sempre governativo,  e che in qualche modo  incarna l’anima  di un lettore moderato e conservatore (*).
Anche in modo sconsiderato. Perché essere moderati e conservatori, non significa tramutarsi in razzisti o avventuristi. L’ordine e  la legge sono importanti, ma non fino al punto  di rinunciare a qualsiasi principio di umanità. O, ancora peggio, di coprire questa rinuncia, come fa Nordio, che pure dovrebbe essere uomo lucido e colto,  scaricando  le  colpe  sugli scafisti,  sulla  Libia,  sull’ Europa.  Nonché,  cosa inconcepibile per un ex  magistrato  (ma non del tutto, se italiano), alimentando,  seppure in modo velato, l’idea di un congiura contro l’Italia.
Va inoltre osservato  che questo approccio condiscendente, se non addirittura complice verso  un  “Governo  che non deve cedere ai ricatti” dei libici, dell’Ue, degli scafisti,  sembra  essere  condiviso da larga parte della stampa, anche a grande tiratura.  Pertanto,  in qualche misura,  l’editoriale di Nordio è rappresentativo  dello spostamento della pubblica opinione  verso la  destra razzista.   Al quale  pare accompagnarsi quello dell’elettorato moderato e conservatore,  che  da  marzo plaude, con entusiasmo crescente, ad argomentazioni degne del KKK  e ai  triti luoghi comuni del populismo sudamericano.
Ovviamente,  neppure  mi piace la  compagnia di una sinistra  melensa e lamentosa  che attacca  il Governo giallo-verde, da posizioni  altrettanto populiste,  posizioni  che non  condivido per  nulla. Le mie simpatie, eventualmente, vanno  a Minniti, ex Ministro dell'Interno,  uomo del fare.  Però, alla sinistra, pur da  conservatore liberale,  mi lega in questo momento  la condivisione di quel principio di umanità, che la destra razzista,  con la complicità dei populisti pentastellati,   nega  con una protervia che ricorda quella dei nazisti.  Il realismo politico, privo di limiti, dettati appunto da un principio condiviso di umanità a destra come a sinistra,  tramuta  un governo, anche eletto, in una banda di briganti.      
In questo frangente, che impone di essere o  di qua o di là, perché sono in gioco i principi minimi della convivenza umana,  gli   editoriali  alla  Nordio  provano tristemente  che   l’Italia  ha  dimenticato la lezione del 1945 e ancora prima del 1922.  Altro che italiani "brava gente"... Errare è umano, perseverare diabolico.
Oggi,  ancora prima che la libertà,  è in gioco l’umanità, come sentimento di solidarietà umana, di comprensione e indulgenza verso gli altri.  E l’umanità,  in questo senso,  "val  bene una messa" anche con  Roberto  Saviano.  E pure con  Laura Boldrini. 

Carlo Gambescia

domenica 20 gennaio 2019

Bestia!




Così il Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana, Matteo Salvini, anno di grazia 2019. Leggere per credere. 

«Salvini, Ong recupera migranti, si scordi porto Italia - Una "Ong ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la solita manfrina del porto in Italia o del 'Salvini cattivo'. In Italia no". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, in diretta Facebook. 
Salvini, le Ong tornano in mare e i migranti a morire - "Una riflessione: tornano in mare davanti alla Libia le navi delle Ong, gli scafisti ricominciano i loro sporchi traffici, le persone tornano a morire. Ma il 'cattivo' sono io. Mah...". Così il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, annunciando una diretta su Facebook. »

Capito? La colpa è delle Ong, e non di chi ha chiuso i  porti, messo in riga la Marina militare,  contravvenendo al diritto della navigazione e all’obbligo morale di soccorrere chiunque rischi di   affogare, a prescindere da status di cittadinanza e colore della pelle. 
Matteo Salvini, il Giostraio Mancato, è una bestia. Un  uomo rozzo, ignorante, e per giunta fiero della sua brutalità.  Ragiona come un militante del KKK.   E cosa ancora più grave,  con l’appoggio di quotidiani come "Libero", "il Giornale", "La Verità" diretti da squallidi giornalisti che  pretendono di dichiararsi liberali: Feltri, Belpietro, Sallusti.   Per non parlare dei sondaggi che lo incoronano come il leader più amato dagli italiani. Ci siamo già passati una volta ( e non con Berlusconi...). Eppure...



Dal momento che Salvini è una bestia, non resta che augurarsi, che, un giorno,  quando la tempesta populista  sarà passata -. e chissà a che prezzo - sia  processato (con gli accoliti della stampa),  come reo di crimini contro l’umanità.  Sarà finalmente il giorno del giudizio.  In cui,  come  giustamente si è detto, il Giostraio Mancato non potrà dire che non sapeva.
Probabilmente, quando finalmente giungerà il momento,  il suo corpo, sfigurato dalla pinguedine, ricorderà quello dell'ultimo Goering.  Il gerarca nazista  che  alla condanna di Norimberga, preferì il suicidio. La via d'uscita dei vigliacchi politici. E di certe  bestie che vanno a morire, nascondendosi...
Auguri Ministro.  

Carlo Gambescia

sabato 19 gennaio 2019

Il silenzio di chi dovrebbe controllare l’operato del governo populista
Tutti eroi! O la Banca d’Italia o tutti accoppati!




La titolazione Ansa è tutto un programma: Bankitalia: “Rischio recessione” -  Governo: “La crescita ci sarà” (*). Terzietà assoluta… Ma ingannevole.  Perché  non è possibile mettere sullo stesso piano le balle giallo-verdi con i dati effettivi snocciolati, seppure in modo felpato,  dalla Banca d’Italia: tre trimestri negativi si traducono con la parola recessione (e per ora siamo a due).  La crescita è scritta, al momento, nelle stelle, (cinque stelle, se si preferisce)  i dati sulla recessione  sono reali, diciamo terra, terra…    
Possibile che gli italiani siano così stupidi?  E che l’ultima ridotta contro  un governo di dementi politici debba essere  rappresentato dalla Banca d’Italia?  Dove sono  finiti il Centro Studi della Confindustria e  La CGIA   di Mestre?  L’ ISTAT  sembra ormai allineato. Mentre l’INPS è in via di allineamento.  La Rai si è trasformata nella cassa di risonanza del populismo italiano. Persino i Tg della Terza Rete  fanno finta di mordere. Per tacere del gergo populista, di cui Mediaset è antesignana,  o dei rigurgiti giustizialisti  della Sette.    
Se pensiamo a ciò che  accadde, giustamente o meno (lasciamo stare),  durante i governi Berlusconi , dove  queste istituzioni (inclusa la Banca d’Italia) martellavano quotidianamente il  governo del Cavaliere, subito  riprese  dalla stampa e dai social,  non si può non osservare come oggi  intorno a un governo dominato da un Paglietta, un Giostraio Mancato e un Trascorso Bibitaro, non si levi alcuna vera voce di opposizione,  fondata su reali  dati economici. Siamo  quasi al silenzio assordante. Se non ci fosse (per ora) la Banca d'Italia.
Si permette  al  Giostraio Mancato di parlare a vanvera su dieci milioni di italiani che beneficerebbero degli ultimi  provvedimenti, quando non sono neppure la metà. Si consente al Trascorso Bibitaro di definire,  senza alcuna prova, “apocalittiche” le previsioni della Banca d’ Italia. Ci si bea addirittura delle dichiarazioni di un Paglietta, che senza alcun fondamento, blatera di una finanziaria “solo sviluppo e investimenti”.  
Una montagna di menzogne che nessuno contesta. E con i dati.  Certo, i sindacati programmano manifestazioni, ma in nome di un populismo al quadrato, dal momento che   auspicano - semplificando -  più investimenti, più pensioni facili:  la quadratura del cerchio.
Dicevo, della stupidità  degli italiani. In fondo questo popolo di imbecilli, non si illuse sugli otto milioni di baionette,  credendo al Duce? Oppure sulla panzana anni Sessanta-Settanta di salari e stipendi come variabili indipendenti dalla produttività?  E si potrebbe continuare.
A dire vero, la credulità fa parte del gioco della democrazia.  Il punto è che dovrebbero esistere, e funzionare, al di là della sacrosanta divisione dei poteri, istituzioni di controllo, tecniche,  in grado di snocciolare dati, per fare la tara  alle politiche economiche del governo.  E una stampa, pronta a rilanciare.   
Di più,  senza divisioni dei poteri...  Inciso:  qui  si dovrebbero   aprire i dolorosi  capitoli  sui modi autoritari di  approvazione della legge finanziaria,  sui silenzi di Mattarella, e della magistratura, che sembra aver perduto lo smalto degli anni d’oro (o di piombo) dell’antiberlusconismo.
Dicevo, senza divisione dei poteri (o se si preferisce con una    lacunosa divisione),  senza  un sistema di contrappesi  economici e sociali, rappresentato dal pluralismo (extra e intra-istituzionale) dei controlli tecnici, sull’operato del governo,  l’Italia rischia veramente di trasformarsi  in una Repubblica  esclusivamente  fondata sulle menzogne. Un’opera in nero,  facilitata dalla sconcertante credulità di un popolo di imbecilli, che non si interroga sul misterioso  silenzio di chi invece dovrebbe controllare, ribattendo colpo su colpo, le giornaliere falsità governative.
E invece, le sempre più rare fonti di opposizione o tacciono,  o “terzieggiano”,  o  giocano al rialzo, come sindacati e  partiti del centrodestra e centrosinistra. Sicché, se  il governo populista riuscisse a mettere le mani pure sulle Banca d'Italia, sarebbe la fine.
Che dire?  Siamo - magari in pochi -  sulla linea del Piave.  Tutti eroi! O la Banca d’Italia o tutti accoppati!  

Carlo Gambescia  

                                    

venerdì 18 gennaio 2019

Dopo Berlusconi e Prodi, dopo Salvini e  Di Maio, a chi toccherà?
La terza ondata,  nera…




Oggi  mi potrei  occupare dell'annunciata  discesa in campo, questa volta in Europa,  di un Berlusconi, mostro di resilienza, ma ai limiti del ridicolo. Oppure delle pericolose amenità racchiuse nel “decretone” su quota cento e reddito di cittadinanza.  Perché questi sono gli argomenti  privilegiati dai  mass  media. In realtà,  il vero tema del giorno,  credo sia un altro. Quale?  Prima di rispondere, come antefatto, vanno sottolineate  due certezze.
La prima, riguarda l’ assodata  incapacità  delle opposizioni di esprimere uomini e idee,  europeiste e liberali, ovviamente  non più rappresentabili  da un uomo di ottantadue anni,  che ha fatto il suo tempo. E che, ultimamente, come   vittoria politica, può vantare  l’acquisto della squadra di calcio del Monza  
La seconda, rinvia allo  sfascio prossimo  venturo delle finanze italiane.  Inevitabilmente provocato dalle misure demagogiche, economicamente insostenibili,  varate ieri  da  un  Governo  capeggiato allegramente da un paglietta con cattedra,  da un giostraio mancato e da un trascorso bibitaro al  San Paolo.
Qui, l'  unica domanda da porsi  è chi verrà dopo di loro. 
Breve premessa (non è una minaccia...). Gli ultimi venticinque anni hanno visto la liquefazione  della politica italiana. o se si preferisce il suo lento dissolversi nell' estremismo politico, a livello di linguaggio, concetti e comportamenti.   Due le ondate eversive:  prima i governi  Berlusconi, poi  quello Giallo-verde.  Va detto che anche la sinistra, per così dire riformista, ha dato il peggio di sé. La defenestrazione di Berlusconi nel 2011, seppure inevitabile, rinvia alle modalità di confronto politico di una repubblica sudamericana. E al Colle  c'era un post-comunista.
Quindi, ripetiamo, la terza ondata che colore avrà? Probabilmente, la prossima volta toccherà ai padri dell’estremismo politico novecentesco: fascisti e comunisti, duri e puri.   Come però  provano studi recenti sull'evoluzione del populismo, credo  sia più realistica  l’ipotesi di un ondata nera, capace di assorbire, in chiave rosso-bruna, il malessere di una sinistra post-comunista, ma sempre tale nelle radici,  in cerca di  rivincite storiche contro il capitalismo. Sistema economico e sociale, mai dimenticarlo,  odiato, con pari forza,  da rossi e neri.
Qualcuno forse sorriderà, ma il futuro potrebbe appartenere a  Casa Pound,  Forza Nuova e altri  (oggi) gruppuscoli.  Nel quali potrebbero confluire gli scontenti, più violenti e sbandati,  dell’estrema sinistra. Insomma, come spesso si ripete nei cenacoli fascisti, per darsi un presunto tono colto, il futuro avrebbe un cuore antico.   
In un’Italia, economicamente distrutta, da una politica economica folle, potrebbe ripetersi  la tragica esperienza di Weimar, quantomeno nei suoi aspetti strutturali, di paradigma  sociologico della reazione politica e sociale.  Certo, va riconosciuto  che  molti comunisti tedeschi  furono fatti fuori dai nazisti, ma i quadri sindacali e  la base operaia trasmigrarono  nelle organizzazioni  nazionalsocialiste. La Germania  stremata  da una crisi economica, come quella del 1929, pur di pervenire a una tregua sociale,  in pochi anni, elettoralmente, prese la  decisione collettiva di convolare  a nozze con Hitler. E con il beneplacito della classe dirigente, quasi nella sua totalità. Come non rivolgere la mente  a quella tragica  esperienza con  un' Italia  sull'orlo della recessione? E con un quadro economico internazionale che rischia di essere devastato dai nuovi protezionismi?  Anche allora il nazionalismo fu il punto  di svolta.  E il risentimento che allora colpì gli ebrei, oggi potrebbe  dirigersi contro immigrati e  dissenzienti. 
Concludendo, il domani potrebbe davvero appartenere ai fascisti... Una gigantesca ondata nera potrebbe travolgerci tutti.

Carlo Gambescia                      

             

giovedì 17 gennaio 2019

Il video su Battisti, postato  da Bonafede
 Il richiamo della foresta



Mi ero perduto   il video sulla prima giornata di Battisti in Italia,  postato da Bonafede, Ministro di Grazia e Giustizia. A questo punto del Quarto  Reich. Perché non ci sono veramente  parole per definire qualcosa che  può essere assimilato alla stella gialla  che gli ebrei furono obbligati a cucirsi addosso, sugli abiti.
Il solo pensare che possa avere un valore esemplare  dare in pasto al popolo le immagini di un Battisti, ridotto a  larva, a marionetta  senza anima, sballottata tra le guardie,  è mostruoso.
Qui non si tratta ( o comunque non solo)  di violazione dello  stato di diritto, della privacy,  delle  norme che regolano,  di strumentalizzazioni politiche, di destra e sinistra. eccetera, eccetera,  ma del ritorno devastante  al passato  pre-giuridico dell'umanità.. Una svolta antropologica,  ma all'indietro. Che rinvia alla faida, alla vendetta, allo scontro tribale, con i crani dei nemici uccisi  sulla punta delle lance.
Il comportamento  di Bonafede  rinvia  non alla civiltà del diritto, che risale a Roma,  ma all’etnografia del diritto, che rimanda  ai costumi, spesso feroci,  dei popoli  primitivi.
Si rende conto  il Ministro di Grazia e Giustizia  di  quel che ha fatto?  E gli italiani, purtroppo,  di quel che egli  potrebbe fare ? Ossia di  sposare  una visione pre-giuridica, dunque tribale, del diritto? Come vendetta da esercitare fino  al punto di mostrare al resto della tribù le spoglie del  nemico ucciso e fatto e pezzi?   Perché se Bonafede non si rende conto di quel che ha combinato,  significa che non ha mai letto un libro, mai partecipato a una conversazione colta, mai discusso le grandi questione filosofiche del diritto. Insomma, vuol dire  che il Ministro di Grazia e Giustizia  ignora  la  complessità delle norme e soprattutto   - cosa fondamentale -  ciò che separa il giuridico dal pre-giuridico. La civiltà dalla barbarie.
Quando si dice  che con il  Governo giallo-verde  l’ignoranza è andata al potere,  non si dice ancora tutto. Perché   l’ignorante  è il soggetto sprovvisto di cultura e informazioni. Quindi, qualora si applicasse, sotto opportuna guida, potrebbe migliorare. In Italia  sono invece andati al potere i selvaggi, gente che appartiene a un livello di  civiltà, o meglio di inciviltà, che il nostro mondo civilizzato  riteneva  essersi messo  alle spalle. Qui l’applicazione non serve. Il selvaggio, ama vivere secondo i suoi costumi, e trasformandosi in barbaro,  li vuole imporre  agli altri. Con la violenza.
Eppure, sembra   che il Ministro Bonafede  sia  laureato in legge,  avvocato civilista,  addirittura dottore di ricerca. In realtà,  come spiegano gli etnologi, i selvaggi, non amano mettere le scarpe. Ma non sono i soli:  anche gli “uomini bianchi” appena possono si liberano delle  scarpe e all’occorrenza dei vestiti.  Non si sorrida. C' è qualcosa di atavico in questo, ma anche di pericoloso. 
Ecco,  il diritto   assomiglia  alle più lussuose calzature. Lo si indossa,  lo si studia,  lo si pratica, però alla prima occasione, si preferisce camminare a piedi nudi. Correre,  saltare e gridare.  Come se si avvertisse il richiamo della foresta.  Il che spiega certi mostruose  regressioni storiche e di  ritorno allo stato pre-giuridico. Al battersi  i pugni sul petto come il gorilla. Anche con le più raffinate tecnologie. Quel che conta è la sostanza. Dell'atavismo.
All’inizio ho accennato al  Quarto Reich.  Forse esagerando.  Diciamo però  che  Bonafede, di scarpe ne ha sicuramente a dozzine,  ma che ama camminare scalzo…

                  Carlo Gambescia