lunedì 16 gennaio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 16 gennaio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 666/2, autorizzazione CONCISTORO DEGLI INCAPPUCCIATI 7932/3a [Operazione “GRANDE INQUISITORE” N.d.V.] è stato effettuata in data 15/01/2017, ore 16,25, la registrazione delle seguenti conversazioni, tenutesi presso il Cimitero delle Porte Sante (Firenze).
[omissis]


FINZI MATTIA: “To’! Hai visto che c’è sepolto anche Collodi?”
SENSINI FABIO: [ride, fa il gesto del naso che si allunga] “Uno che della politica aveva capito tutto…”
FINZI MATTIA: “Da bambino mi piaceva assai, la Fata Turchina…”
UN MORTO: “Scusi?”
FINZI MATTIA [a SENSINI FABIO]: “Cosa hai detto?”
SENSINI FABIO: “Eh?”
UN MORTO: “No, sono stato io. Quaggiù a sinistra…Ecco, qua.”
FINZI MATTIA [a SENSINI FABIO]: “Hai sentito anche tu?”
UN MORTO: “Certo che ha sentito. Vero che ha sentito, dottor Sensini?”
SENSINI FABIO [a FINZI MATTIA]: “Ho sentito sì. [Si guarda intorno] Bravo, bello scherzo. Adesso però basta, eh? Vieni fuori!”
UN MORTO: “Magari, ma non posso. Sono morto.”
FINZI MATTIA [a SENSINI FABIO]: “Andiamo via, Fabio. Andiamo via!” [lo prende per il braccio, fa per allontanarsi]
UN MORTO: “Momento! Dottor Finzi! Un momento, per favore!”
[FINZI e SENSINI si fermano di colpo]
UN MORTO: “Volevo dirle una cosa, dottor Finzi, se permette. Mi hanno delegato, sa.”
FINZI MATTIA: “Delegato? Delegato chi?”
UN MORTO: “Gli altri.”
SENSINI FABIO: “Gli altri chi?!”
UN MORTO: “Gli altri morti, no? Ve l’ho detto che sono morto. [pausa] Lo so, voi credete i morti non sentono e non parlano. Eh, lo credevo anch’io, quando ero vivo. In effetti, noi ci sentiamo benissimo. E’ che parliamo molto poco, tutto qui.”
FINZI MATTIA: “I morti parlano?!”
UN MORTO: “Molto poco, come le dicevo. Tanto voi non ci ascoltate. Ma stavolta…”
FINZI MATTIA: “…ma stavolta?”
UN MORTO: “…ma stavolta le vorremmo dire una cosetta, se permette.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Prego.”
UN MORTO: “Anzitutto, scusi se non mi sono presentato, ma non mi ricordo più come mi chiamo. Dopo un po’ capita, sa. Poi le volevo dire, a nome di tutti: bravo!”
FINZI MATTIA: “Be’, grazie. Perché bravo?”
UN MORTO: “Perché ha provato a cambiare la Costituzione.”
FINZI MATTIA: “Ma…scusi, sa: ma a voi che cosa…”
UN MORTO: “…che cosa ci interessa la Costituzione? Ci interessa sì. Noi si è contrari, caro dottor Finzi! Molto contrari!”
SENSINI FABIO: “Basta, Mattia, ma siamo matti? Stiamo qui a parlare coi morti?! Andiamo via!”
FINZI MATTIA [a SENSINI FABIO]: “No, stiamo qua. [a UN MORTO] E perché siete contrari?”
UN MORTO: “Per quella cosa dell’Italia che sarebbe una Repubblica fondata sul lavoro. Dico, e noi? Tagliati fuori! Dimenticati! Mai esistiti! Eh? Le pare giusto?”
FINZI MATTIA: “E invece voi cosa vorreste?”
UN MORTO: “Be’, non pretendiamo certo che si metta in Costituzione: “l’Italia è una Repubblica fondata sulla morte.”
FINZI MATTIA: “Ah, ecco.”
UN MORTO: “Ci rendiamo conto dei rapporti di forza, dottor Finzi. Degli equilibri parlamentari.”
FINZI MATTIA: “E dunque?”
UN MORTO: “E dunque proporremmo un compromesso che farebbe contenti tutti, morti e vivi.”
FINZI MATTIA: “Sarebbe?”
UN MORTO [si schiarisce la voce]: “Ahem! ‘L’Italia è una Repubblica fondata sulla realtà.’ Nella realtà c’è la vita, ma c’è anche la morte: così salviamo capra e cavoli, dottore. Che ne dice?”
FINZI MATTIA: “Scusi, lei è italiano?”
UN MORTO [pausa]: “Eeehm…direi di sì…per la verità non mi ricordo bene, ma se sono sepolto qui sarò italiano, no?”
FINZI MATTIA: “Guardi: forse lei è stato italiano, ma adesso è un morto e basta. Sennò una bischerata come questa non me la proponeva.”
UN MORTO: “Ma come si permette?!”
FINZI MATTIA: “Mi permetto questo ed altro. ‘L’Italia è una Repubblica fondata sulla realtà’. Poi si lamenta che i vivi non vi ascoltano? L’Italia! La realtà! Caro il mio signor Morto: l’Italia della realtà non ne ha voluto sapere mai.”
UN MORTO: “La patria di Machiavelli! Di Gaetano Mosca! Di Vilfredo Pareto!”
FINZI MATTIA: “Di Pinocchio! Senta dal suo collega Collodi, che sta qua a due passi. Glielo ripeto: l’Italia della realtà non ne ha voluto sapere mai, e le dirò di più: forse, la realtà non ne ha mai voluto sapere dell’Italia.”
UN MORTO [in tono solenne] : “A nome di tutti i morti, ritiro il ‘bravo’ di prima. “
FINZI MATTIA: “Ecchissene, tanto voi morti non votate. Vabbè, caro, la saluto, mi stia bene. Insomma, mi stia lì. [a SENSINI FABIO] Dai, Fabio, andiamo.” [FINZI MATTIA e SENSINI FABIO si allontanano]
SENSINI FABIO: “Ma roba da matti. La realtà! Ma come gli è venuta in mente a questi?”
FINZI MATTIA: “Qua sono grillini anche i morti, Fabio. Fortuna che non votano.”


 Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


domenica 15 gennaio 2017

Il libro della settimana: Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, Franco Angeli, Milano 2016, pp. 146, Euro 19,00.



Consigliamo vivamente la lettura del sintetico ma denso studio di Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, specialisti in sociologia delle comunicazioni: il primo coordina il Laboratorio di Computational Social  Science dell’Istituto IMT Alti Studi di Lucca, la seconda è una giornalista “attenta alle dinamiche della comunicazione contemporanea”, come si legge nella quarta di copertina (*).
Per quali ragioni? 
In primo luogo perché è uno studio scientifico, non lascia nulla all’improvvisazione:  i Social e la comunicazione digitale  sono studiati  attentamente con i  metodi  più aggiornati di una  sociolinguistica armata  di appuntiti  algoritimi.  Metodologie  che  confermano, purtroppo,  le conclusioni  di un filone di  pensiero  che va dai Sofisti a Guglielmo di  Ockham,  Francis Bacon, per giungere a Constant (quello del Commento  a Filangieri), Manzoni, Pareto e Boudon.  Quali conclusioni? Che l’uomo non è quel che mangia (o non solo), ma quel che dice.  E che dice, di falso.   Falsità, che talvolta decadono al livello delle vere e proprie panzane e bufale,   nelle quali  però gli uomini  fermamente credono,  o meglio continuano a credere,   discriminando su tali basi ideologiche (le famigerate “derivazioni” paretiane)  buoni e cattivi, amici e nemici.  Insomma,  su Facebook trionfano narcisismo  e  autoreferenzialità.  Non solo individuale, ma soprattutto di gruppo: le  eco chambers, le  “camere dell’eco” ( le famigerate Pagine Fb),  non si “cacano”  (se ci perdona l’espressione: chi va con lo zoppo, Fb, impara a zoppicare...) le une con le altre.  E quando  si tenta il confronto "verbale"  tra una Chamber  e l’altra,  finisce sempre per avere  la meglio il dialogo tra sordi.  Che però  come in  ogni  comunicazione  tra coloro che hanno poco  udito,  si svolge a voce altissima.  Altro che il  vellutato e autoironico  scambio di opinioni colte e comunque informate di Palazzo Filomarino, dove pure il rituale e latomico "munaciello" si comportava in modo rispettoso.  Povero don Benedetto (Croce: per gli iscritti a Facebook). E povera pure quella "civiltà della conversazione", dei salotti parigini tra Sei e Settecento,  immortalata nel bellissimo  libro di Benedetta Craveri.  Inciso autobiografico: su questo blog nel lontano 2005, per difendersi dall' attacco di un troll, poi finito ( e ben gli sta, nel bestiario vivente a  Cinque Stelle),  chi scrive,  che allora ingenuamente credeva nella possibilità di un salotto on line,  replicò, citando lo studio della Craveri...  Patetico.        
Ciò  significa  - secondo motivo  per leggere questo saggio -   che i Social, per ragioni tecnologiche ed economiche (istantaneità comunicativa e profitti, legati alla quantità di clic, a prescindere),   moltiplicano e rinforzano tale  meccanismo dell'aggressione verbale via  guerra dei mondi, pardon, delle bufale. Il Web, in quanto puro veicolo e strumento,  ricorda una  pistola carica ultramoderna  messa nelle mani di un uomo poco più evoluto di quello di Neanderthal.  Parliamo, ovviamente, del cosiddetto uomo medio. Anche uomo-massa,  per dirla con Ortega: termine, sociologicamente vecchiotto,  ma  sempre  efficace.
Di qui,  la spirale  di conflitti tra orde digitali, superficialmente acculturate (fermo restando, che non sempre la conoscenza si trasforma in virtù) che si ritengono alternative e in guerra  con i potenti di turno.  E  che si radicalizzano (tra di loro)  ballando, saltando e urlando  sotto la luna al suono del tamburi  delle  post-verità.  Non  è esattamente l'universo sociale e socievole che si illuminava  intorno a Madame du Deffand...  Non per nulla il bel libro di Quattrociocchi e Vicini parla,  all’’anglo-sassone,  di misinformation  (e non di  disinformation),  cioè  di  informazioni che sono false, ma in cui, coloro che le diffondono,  credono. E fermamente. Altro che autoironia...
Pertanto siamo dinanzi a una logica di natura religiosa fideistica, se si preferisce fondamentalista, che rinvia al tipo sociologico della setta di cui il Movimento Cinque Stelle, nonostante la natura movimentista,  come lasciano intuire gli autori, è il frutto politico  più maturo e avvelenato.  
Come uscirne?  Quattrociocchi e Vicini, dubitano -   anche perché provano esemplarmente a colpi  di istogrammi la cosa -   di poter contrastare con il solo debunking,  le orde (per ora) armate di Pc: tribù digitali  che credono  nelle scie chimiche, nei  rettiliani e nella decrescita felice.  Quindi? Si   auspica, anche nobilmente, per carità, il ritorno alla capacità di ascolto dell’altro. Processo che, a nostro avviso, rinvia  però alla riforma interiore - quindi, come dire,  a una pre-capacità -   difficile da perseguire  mentre fuori infuria la  guerra orgiastica delle parole a velocità comunicativa impensabile.   Quattrociocchi e Vicini, probabilmente  credono, come chi scrive,  nella civiltà liberale della conversazione. Che può valere però, tra pochi ma buoni. Ma dove sono oggi?  In tempi in cui politici e intellettuali  giocano a spararle grosse sul Web, adeguandosi al tribalismo imperante dell’insulto  e delle balle spaziali.  Per contro,  soluzioni autoritarie (divieti, controlli, eccetera), come alcuni propongono,  in un mondo “ipercollegato”,  sarebbero puramente  ridicole,   oltre che inutili. Bastano  le norme esistenti.      
Che fare, allora?  Raccomandarsi a Dio.  Se si è  credenti. Prepararsi al peggio,  in tutti gli altri casi. E comunque sia -  invito rivolto ai pochi ma buoni di cui sopra -   leggersi   assolutamente l’ottimo libro di Walter  Quattrociocchi e Antonella Vicini.  Non guarisce, ma aiuta.

Carlo Gambescia

(*) Sulle attività di ricerca  del professor  Quattrociocchi  si legga anche questa ghiotta intervista: http://www.loschermo.it/bufale-credenze-e-disinformazione-il-guru-mondiale-della-post-verita-vive-e-lavora-a-lucca/ 




venerdì 13 gennaio 2017

Fca nel mirino in Usa, violate le norme  su emissioni diesel
A brigante, brigante e mezzo


Non sappiamo chi dica la verità.  Se Marchionne o l’Epa. E se Marchionne, faccia bene,  in omaggio all’ipocrisia ambientalista e a quella di un mercato sopraffatto dalla politica,  a rivendicare il suo  rispetto delle regole.
Non è questo ciò che qui interessa,  né i giochi politici connessi al passaggio dall’Amministrazione Obama a quella Trump e le dietrologie varie. Purtroppo,  i tempi, e non da oggi,   sono quelli che sono: di veri politici, non diciamo difensori del mercato, ma sanamente neutrali, ce ne sono pochi. Per dirne una, l’Epa  venne istituita  da Nixon, un uomo di destra. E Reagan, l’ ”ultraliberista”,  gestì l’eredità, limitandosi a mettere a capo dell’Agenzia un suo uomo. Que  che si appresta a fare, il “protezionista” Trump.  Tradotto: cambiano i direttori d’orchestra, ma non cambia la musica. La fame statale  di tributi - e quindi di regole vessatorie per estorcerli -    resta uguale per tutti, a destra come a sinistra, negli Usa come altrove. Anzi soprattutto  nel “liberale” Occidente.  
Insomma  il vero punto della questione è un altro:  di quali regole parliamo?  Tutto il cosiddetto ambientalismo si regge -  anche perché la scienza funziona così  -   su ipotesi che dividono e uniscono al tempo stesso gli scienziati;  divisioni che  aumentano a mano a mano  che ci si allontana dalle scienze esatte per giungere  a quella umane e sociali.  
E allora?  Presto detto: le scienze ambientali sono un impasto di scienze esatte e umane, perché implicano, di fatto, sia nello studio degli aspetti teorici, sia dei casi concreti,  la  disamina della ricaduta degli effetti climatici sugli uomini e sulle società.  Di qui, una certa tendenza a sminuire o accentuare  la natura dei fenomeni climatici dal punto di vista politico, soprattutto in relazione al giudizio verso la società di mercato, giudizio  che perciò  - chiudendo il cerchio ideologico -  può essere positivo o negativo in base agli idola che vanno  storicamente per la maggiore. E il mercato,  fin dagli  inizi, non ha goduto di buona stampa.  Vai a capire l'irriconoscenza degli uomini...
Tuttavia, per tornare sul punto, dal momento che la teoria è una cosa, perché può baloccarsi all’infinito con le varie ipotesi, e  la politica un’altra, perché basata sul consenso e la decisione a breve termine, alcune tesi parziali in ambito climatico non potevano non  essere inevitabilmente recepite dalla politica,  il cui tempo non è infinito, ma ristretto, soprattutto in democrazia,  alla durata del governo e del consenso. Inciso: teorie parziali,  perché ad esempio il cosiddetto “largo consenso scientifico”  sul riscaldamento globale, ammesso e non concesso che sia tale, non significa totale consenso, basato su evidenze fattuali condivise da tutti,  che in scienza è determinante.  Potrebbe essere così, secondo la maggioranza degli scienziati, ma potrebbe anche non  non essere così secondo altre maggioranze. Democrazia e scienza non sempre procedono all'unisono, come prova la successione e rivalità tra paradigmi scientifici. Del resto,  la solitudine di Galileo (e pochi altri) docet.
Fatto è che, come detto,  le tesi “parziali” sul riscaldamento - sorvolando sulle questioni di merito -  non potevano non essere  subito  riprese in ambito politico,  vista la notevole  la pressione dei gruppi ambientalisti e di vario colore politico (gruppi unfriendly nei riguardi del capitalismo) esercitata sulla politica. Parliamo di attori  che puntano, a guadagnare consenso politico, agitando il fantasma del  catastrofismo  e veicolando   paure irrazionali.  Di qui l’introduzione  di quelle  regole, formalmente omaggiate da Marchionne,  che in realtà,  per dirla brutalmente, sono soltanto  atti di brigantaggio legalizzato da parte di uno stato fiscalmente affamato che vuole spremere, fin dove possibile, quella gallina dalle uova d’oro che si chiama capitalismo. Uno stato che ha saputo  cogliere al volo, in parte per condivisione ideologica ( come nei governi progressisti), in parte per puro calcolo di sopravvivenza ( come in tutti i governi), le  tesi ambientaliste, piegandole ai propri interessi pubblicamente costituiti.       
Ora, che alcuni imprenditori tentino di farla franca va compreso e giustificato. Perché siamo davanti a una autentica lotta per la sopravvivenza che vede da un  lato potenti istituzioni pubbliche, dietro l’Epa c’è il governo americano, dall’altro, imprese, come la Fca,  che detengono forza economica ma non politica,  ma  dalla cui  esistenza dipende il destino di milioni di lavoratori.  Posti di lavoro che lo stato, se non a costo di rendere tutti più poveri, come nella tristemente nota esperienza sovietica,  non potrebbe mai creare e gestire, secondo criteri economicamente efficienti. Ergo, si dovrebbe  "lasciar fare, lasciar passare"...
Si dirà, ma la violazione delle regole da parte di un’impresa, non si ritorce contro le altre che le rispettano? Insomma, non è  una forma di  concorrenza sleale?  No.  Potrebbe essere considerata sleale, solo a patto  di ritenere (erroneamente)  che  il vero mercato sia quello esistente, che invece di leale non ha proprio nulla, perché incorniciato dentro le regole di una politica brigantesca che vuole depredare le imprese private, grandi o piccole che siano.
E da che mondo è mondo, a brigante,  brigante e mezzo.  Se si vuole sopravvivere.  

Carlo Gambescia        
                          

                         

giovedì 12 gennaio 2017

Jobs Act, la sentenza della Consulta e la destra (che non c’è)
E continuano a farsi del male…



Oggi c’è chi brinda, però con il calice semipieno, alla sentenza della Corte Costituzionale sui quesiti referendari accolti (voucher e  responsabilità in solido appaltante-appaltatore). Chi festeggia? I sindacati, che però sull’articolo 18 (quesito respinto dalla Consulta) vogliono ricorrere alla Corte Europea.  Ovviamente,  la sinistra anti-Renzi a digiuno dall'avvento di Gentiloni.  E a qualche metro di distanza i  pentastellati con i caschi da motociclista in testa.   
Fin qui, insomma,  nulla  di nuovo.  Stupisce  il silenzio della destra nostrana:  “Libero”, “ Giornale"  e  media televisivi di famiglia  quasi nascondono la notizia.  In fondo, l’inammissibilità del quesito sul Job Act  poteva  essere vista  come una cosa positiva.  Liberale.  E invece no, perché c’era di mezzo l’odiato Renzi.   Berlusconi, quindi, per ora, tace.  Meloni pure.  E Salvini  sembra invece più scontento della Camusso. Per lui il bicchiere è semivuoto: addirittura,  in vista della prossima sentenza sull'Italicum,  vuole i presidi per la democrazia (lui, il razzista) davanti alla Consulta. Una collocazione, quella del leghista,  più dura ancora, a dire il vero,  della posizione dei pentastellati: entusiasti, come i lavoratori delle solfatare ottocentesche, ma con il casco da motociclista in testa, di poter votare, mascherati così,  contro “la schiavitù dei voucher” (testuale, Di Maio).
Che tragedia.  La Spagna del liberale  Rajoy corre  con un   Pil al 3 per cento annuo,  mentre in Italia il dibattito sembra rimasto ai  tempi  di Togliatti, Di Vittorio e Scelba. Preistoria politica e sindacale. Di conseguenza,  il Pil, prossimo allo zero è  la riprova  di un autolesionismo a tutto campo tipicamente italiano­.    
Ma quel che rappresenta, per così dire, la tragedia nella tragedia è che la destra insegue la sinistra: non quella di Renzi, che cerca di fare del suo meglio,  ma quella anti-Renzi che coltiva il vittimismo degli italiani, celebra il posto fisso e la “Costituzione più bella del mondo”. Insomma, sul piano economico,   Renzi e Gentiloni ( a proposito, auguri Presidente!) cercano di fare, pur con tutti  i limiti della cultura costruttivista di sinistra,  ciò che dovrebbe fare una destra liberale alla Rajoy. Che cosa? Il meno possibile.  In fondo, in Spagna, liberalizzazioni a parte del mercato del lavoro ( e qualche problemino "deontologico" con le banche, che però riguarda anche i socialisti),  negli ultimi anni  si  è continuato, e giustamente,  a "lasciar fare, lasciar passare",  prescindendo - cosa sommamente importante -   dal fatto che ci fosse o meno un governo in carica.    Ecco la ricetta spagnola:  governare il meno possibile. Inciso: in fondo anche Franco - forse però la spariamo grossa -  a parte le fisse sul comunismo, la sicurezza  interna, il rosario e la massoneria  - governava  il meno possibile.    
Ma una destra così non esiste in Italia.  Dal momento che l’attuale schieramento liberale,  che a dire vero si autodefinisce tale solo al quarto-quinto bicchiere di quello buono,  insegue, a parte una piccola aliquota politica (Alfano & Co., più democristiani che liberali) e contraddicendo i valori del liberalismo,  la sinistra  statalista degli  anti-Renzi e  il populismo fascistoide dei  Cinque Stelle. 
Come concludere? Che Berlusconi, Salvini e Meloni, continuano a farsi del male. E che, a malincuore, gli elettori  di destra e  liberali  saranno costretti a votare Renzi.

Carlo Gambescia


          

mercoledì 11 gennaio 2017

Spiavano i politici, arrestati Maria e Giulio Occhionero
Verità sì, ma con juicio



Non sappiamo come andrà a finire l' inchiesta sul cyberspionaggio esplosa ieri sera e oggi abbondantemente commentata dai mass media.  Però tre  riflessioni, di tipo sociologico, capaci di andare oltre la cronaca di queste ultime due ore, non possiamo non farle.
La prima, riguarda la neutralità della tecnica.  Che cosa vogliamo dire? Una banalità (non sempre però accettata a scatola chiusa, si pensi ai tecnofobici).  Che la  tecnica è a disposizione di tutti.  Dai fratelli Occhionero, in odore di massoneria, e quindi poco amati già in partenza dai media “democratici”,  a Julian  Assange, personaggio  celebratissimo dalla  romantica dietrologia del rivoluzionario digitale.  Pertanto  prima c’è lo strumento inerte, poi  il suo  uso, e infine l’interpretazione sociale, quasi sempre ideologica (di parte) di quell’uso. La tecnica è la classica pistola carica, messa lì, a disposizione di tutti, dal benefattore al furbo e al cretino.
Il che ci porta alla seconda osservazione. Lo spionaggio, cyber o meno, in democrazia o meno,  non ha mai smesso di essere una risorsa politica: uno strumento per  ricattare, controllare, influenzare e dominare l'avversario (il nemico, schmittianamente).  Con una variante però. Che riguarda i regimi democratici, dove, caso unico nella storia, la verità ha assunto, retoricamente si intende,  un valore assoluto, in base al  collegamento tra virtù e conoscenza, già affrontato dai i filosofi pre-moderni, ma in chiave  squisitamente teorica, se non del tutto astratta. I moderni (non tutti fortunatamente) invece ci credono. Quindi per i creduloni, soprattutto quelli di massa (chiamiamoli così), il cittadino informato non può non essere anche moralmente buono. Più si è informati, a prescindere dal discernimento, più si è cittadini perfetti. Insomma,  quantità, uguale qualità.  
Di qui - e giungiamo alla terza osservazione -  la sua trasformazione in risorsa politica. Da alcuni  infatti,  la verità è ritenuta  addirittura rivoluzionaria. Sicché, andrebbe  usata per  favorire la rivoluzione, giudicata ingenuamente (quando in buona fede) come il trionfo finale della verità. Di conseguenza, il passo dalla ricerca della verità al fondamentalismo veritativo può essere brevissimo. Inoltre, la verità-risorsa politica, come tutte le risorse, può essere manipolata. Tuttavia,  quanto più la si politicizza tanto più ci si allontana dalla verità, perché la si piega, inevitabilmente, agli interessi di parte.  Però,  quanto più una società è complessa, sul piano degli interessi, dei valori, dei conflitti distributivi,  tanto più diventa necessaria una qualche forma di manipolazione, come dire, fisiologica. 
Di che cosa parliamo? Di una zona franca,  dove la classe dirigente  mostri di essere a conoscenza del fatto che  la rispondenza tra conoscenza e virtù  non esiste a livello individuale e (a maggior ragione) a livello di massa. Ma anche di un altro fatto importante:  della necessità di  fingere che invece esista, evitando però  accuratamente di cadere nel fondamentalismo. Si tratta di un equilibrio molto difficile da perseguire, perché  richiede politici e comunicatori sociali dotati di grande senso di responsabilità, capaci di imporre una doppia verità, per se stessi (quella vera)  e per il popolo (quella formulata nella zona franca). Infatti, per una classe dirigente   mentire due volte ( a se stessi e al popolo), è molto pericoloso, quasi come dire sempre la verità. Ed è  un segno  di decadimento.
La zona franca, come insieme di verità parziali a livello conoscitivo e sociologico,  rappresenta  la reintegrazione ( il necessario omaggio che l’ipocrisia paga alla virtù) di una verità, che si sa  parziale, pura convenzione,  in una società relativistica, ma di massa,  dalle molteplici e altrettanto parziali verità.  E che deve convivere, se vuole durare nel tempo, con le mezze verità.  Anche perché, alla verità unica (o intera) non può non corrispondere l’assolutismo politico, con tutte le conseguenze negative del caso.  Certo,  per il credente, può esistere  la verità che libera. Ma in un altro mondo...
Sintetizzando,  la doppia verità sta alla società complessa e libera, come la verità unica sta alla società totalitaria e chiusa.  Ciò  non significa che il cyberspionaggio, nel caso di violazioni, non debba essere punito. Tuttavia, mai aspettarsi troppo. Verità sì, ma con juicio.


Carlo Gambescia               

martedì 10 gennaio 2017

La scomparsa di Zygmunt Bauman
Meglio rossi che morti…

Piccola premessa. A differenza della fisica, la sociologia non ha mai trovato il suo Newton né il suo Einstein: il primo diede alla fisica il suo assetto classico, il secondo la rivoluzionò. Ma con entrambi, ancora oggi, i fisici devono confrontarsi.
Invece nelle scienze sociali, visto che l’uomo non può essere studiato in vitro, le cose sono andate diversamente. Certo, nei manuali, si parla di fondatori e classici. Ma resta il fatto che l’ impossibilità di parlare di una fisica di sinistra o di destra, non vale per la sociologia. Ad esempio, Pareto di solito è messo tra i conservatori, Adorno tra i progressisti, e così via. Inoltre, per alcuni studiosi la sociologia deve indagare l’ordine sociale, per altri invece il progresso e le rivoluzione. E in genere i primi (pochi e tremebondi) stanno a destra, mentre i secondi (più baldanzosi e numerosi) a sinistra.
Ciò spiega anche la difficoltà per la sociologia di trasformarsi in scienza “normale”, capace di studiare ordine e progresso insieme, stabilendo regolarità  o costanti sociali, come auspicava Gianfranco Miglio. Ma chiarisce anche un’altra cosa: in assenza di padri sicuri e metodi certi la sociologia è periodicamente costretta a scoprirne di nuovi. E’ vittima del complesso del trovatello: crede di riconoscere in ogni adulto il padre naturale. E qui, sarebbe lungo, ricordare i protagonisti delle mode sociologiche, non solo italiane...
Il che però  spiega  perché Zygmunt Bauman, scomparso ieri alla veneranda età di novantuno  anni,  sia  riuscito a guadagnare quella popolarità che gli ha permesso di restare negli ultimi anni sulla  cresta dell’onda sociologica come una specie di surfista (e padre putativo del trovatello di cui sopra ) della società liquida (e sociologia), da lui teorizzata. 
Zygmunt Bauman,  professore emerito di sociologia nelle Università di Varsavia e Leeds, città quest’ultima dove risiedeva e insegnava dal 1971. Polacco di famiglia ebraica, nel 1968 venne messo all’indice dall’autorità comuniste, dopo essere sfuggito trent’anni prima alle persecuzioni naziste, per poi  tornare a Varsavia nel 1945, al seguito delle armate sovietiche, sembra addirittura, secondo la testimonianza di Franco Ferrarotti, come agente del  KGB (*).  Un sociologo dalle profonde radici comuniste. Mai dimenticare, infatti, che la prima  opera di Bauman tradotta in italiano, dalla casa editrice del Pci, Editori Riuniti, anno di grazia 1971, fu il suo manuale Lineamenti di una sociologia marxista.
Bauman odiava il capitalismo.  
Nell’ aletta editoriale di uno dei suoi libri, l’ultimo da noi letto (poi ci siamo arresi): Vita liquida (Laterza 2006), in   contro copertina  è  definito “uno dei più noti e influenti pensatori del mondo”. Meritava di esserlo?  Forse“ avrebbe potuto”...  Dal momento che a Bauman  dobbiamo uno dei testi più interessanti sulla Shoah scritto negli anni Novanta: Modernità e Olocausto (il Mulino 1992). Un libro che andrebbe letto e studiato nelle scuole: dove si mostra come l’immane tragedia non fu soltanto opera di folli criminali, ma anche effetto di quell’ oggettiva “spersonalizzazione”, o burocratizzazione, degli individui, sempre possibile, nella  “nostra società razionale moderna”.
In realtà, Bauman, come vedremo, non ce l'ha fatta. Anche perché non si combatte il costruttivismo burocratico con dosi massicce di altro costruttivismo burocratico. Bauman scorgeva il problema ma non la soluzione, se non in dosi massicce di welfarismo, come vena dolce, ma burocratica, del post-comunismo.
Insomma, mai confondere la fama con il valore. Si pensi alla sua invasiva produzione sulla “società liquida”: decine e decine di volumi,  dove si  ripetono sempre le stesse cose. Si potrebbe parlare di ricorrenti variazioni sullo stesso tema, già sviluppate in Modernità liquida (Laterza 2000): libro che apre alla serie,  dove Bauman sostiene che la modernità “solida”, del lavoro di fabbrica, dello stato sociale, dei sindacati e dei partiti, avrebbe ceduto il passo alla modernità “liquida”: una nuova reincarnazione del moderno, imposta dai processi di globalizzazione, fondata sul lavoro flessibile, l’antipolitica e la fine di ogni progetto riformista e rivoluzionario. Se ieri esistevano punti di riferimento solidi (Chiesa, Stato, Partito, Impresa, Famiglia, eccetera), oggi si vivrebbe in uno spazio “acquatico”, segnato dall’invisibile e inarrestabile fluire di informazioni, mode e denaro. La cui “liquidità” non consente più alle persone di ricoprire ruoli sociali stabili (come cittadino, lavoratore, genitore, eccetera).
Capito? Stessa solfa, libro dopo libro.  Sicché, tutto il resto, per dirla con Franco Califano  era ed è   noia.  Eccetto  che per il lettore  anticapitalista. Non solo di sinistra...  Bauman, infatti, era ed è letto anche dalla destra estrema, neofascista. Per la serie, quando gli estremi si toccano.
Al di là dell’antico odio del comunista, per tutto ciò che “maleodora” di capitale, si tratta di una tesi, già di per sé, non freschissima, che attinge alla classica dicotomia tönniesiana tra Comunità/Società: tra legami caldi (comunitari) e freddi (contrattualistici). Che Bauman attualizza alla luce dei processi di globalizzazione. Di qui il successo editoriale (il global e antiglobal  sono  argomenti che “tirano”). Hanno fatto il resto: il fervore degli ambienti accademici, favorito dal complesso del trovatello, di cui sopra; il riflesso nascosto ma carnivoro del comunista mai pentito, che piace alla gente che piace; l’attenzione di un pubblico medio, che di storia sa poco o punto,  facilitata anche dal fatto che il sociologo Bauman, a differenza di tanti suoi colleghi, sapendo  tenere le penna in mano, affabulava.
Però scrivere con eleganza, spesso non basta, come nel caso di Vita Liquida, testo, che provocò in noi il rigetto:  un disorganico assemblaggio di saggi differenti. Bauman stesso nell’Introduzione, pudicamente, parla di “raccolta di intuizioni” . Ma la questione è appunto questa: le intuizioni (sette come i capitoli) non bastano per fare un libro. E, a maggior ragione, quando nulla tolgono e nulla aggiungono. Parlare di “vita liquida” invece di “società liquida”, come recita anche il titolo in inglese, è un gioco di parole (editoriale?). Temi come l’ “Individuo sotto assedio” (capitolo 1), la “Cultura: ribelle e ingestibile” (capitolo 3), “Il consumatore nella società liquido-moderna” (capitolo 5), e le stesse riflessioni sulla Arendt e Adorno, mal rifuse, e “appiccicate” in fondo al volume a mo’ di conclusione (capitolo 7), sono già sviluppati a sufficienza altrove. E altri come “Da martire a eroe, da eroe a celebrità” (capitolo 2), “Rifugiarsi nel vaso di Pandora (capitolo 4), e “Imparare a camminare sulle sabbie mobili” (capitoli 6), già accennati in altre sedi… Lasciamo al lettore perspicace, che avrà già mangiato la foglia, il piacere di scoprire dove...
Paradossalmente, Vita liquida, va però letto. Perché? Il testo, malgrado la disorganicità, resta una specie di antologia del déja vu, che consente perciò di fare una rapida carrellata sui luoghi comuni della “liquidità" baumaniana. In realtà,  il vero problema è che Bauman finisce per opporre alla società liquida una sociologia altrettanto liquida, priva di riferimenti “solidi”, se non l’anticapitalismo di antica  matrice marxista. Un’ ambiguità che affiora quando propone come via d’uscita, l’educazione permanente e la maggiore partecipazione sociale e politica dei cittadini. Il che non è uno scherzo. Soprattutto se non si indica in nome di quali valori “mobilitare”. E non potrebbe non essere così: dal momento che, come poi rileva, “i valori non sono né veri né falsi - possono solo essere accettati e rifiutati”. Di più: “nessuno può dimostrare o confutare la ‘verità’ di un valore”. Bauman preferisce così ripiegare sul solo “impegno”, morale e personale, nei riguardi dell’uomo e di coloro che soffrono. Per farla breve, propone una “globalizzazione morale planetaria”. Idea nobilissima, ma a dire il vero, per usare la sua stessa terminologia, molto “liquida”…  A quali istituzioni ricorrere? Su quali forze spirituali contare? Chi aiutare subito? Chi è ci è vicino? O chi ci è lontano? Come aiutare “tutti” quelli che "soffrono"? Basterà stanziare una quota del Pil? O servono subito atti concreti? Magari, favorire il volontariato? Ma come? Sono proposte, come si diceva un tempo, da “compagno di strada” o da “utile idiota”. Si vola alto, per  poi atterrare in  modo assai brusco.  Perché  per trasporre in politica,  o "implementare",  come dicono i burocrati, certe misure platonico-hegeliane, non si può, inevitabilmente, non incorrere nel costruttivismo. E di quello duro.   Se in fondo al cammino teorico dei Negri, degli  Žižek, dei Badiou  ci sono  la rivoluzione mondiale e  il "comitato di salute pubblica,  in fondo a quello di Bauman, c'è il welfare (solido) mondiale...  Frutto, in realtà, di quello stesso meccanismo, alla base dell'Olocausto, ben individuato, ma presto dimenticato, proprio da Bauman. Si legga a questo proposito (sul potente ruolo della macchina burocratica)  il bel libro di Aly Goetz , Lo stato sociale di Hitler (Einaudi 2007).  Purtroppo, l'ideologia uccide l'intelligenza degli eventi.
Quel che resta curioso della sua  fortuna editoriale (non solo) italiana,  è che a favorirla sono stati gli ultimi dinosauri della sociologia post-marxista, post-coloniale, post-visuale, post-tutto, abbarbicati alle cattedre e nostalgici della rivoluzione.  I quali però non hanno mai capito che il messaggio baumaniano era ed è più in sintonia con la sociologia dell’ordine che del progresso (e della rivoluzione):  quella filosofia sociale che inizia e finisce all'insegna  del meglio rossi che morti: della sicurezza (o dell' ordine) a tutti i costi.   L’ “uomo liquido”, come notava Bauman, vuole sicurezza e sarebbe disposto ( ma questo non lo diceva)  a rinunciare alla sua libertà pur di conseguirla.  Meglio rossi che morti, per l’appunto. Ecco il succo della sua opera.
Carlo Gambescia






(*) Franco Ferrarotti, Diplomatico per caso, Guerini Editore 2007, p. 127

lunedì 9 gennaio 2017

Nonnina prega un Elfo invece di un Santo
Sociologia di Elrond, di Sant’Antonio ( e della decadenza)



La notizia, come riportano i media, è curiosa. Una vecchina brasiliana prega per anni davanti a una statuina  di Elrond,  personaggio del  tolkieniano Signore degli Anelli, credendo che fosse Sant’Antonio, la  nipote  se ne accorge e  riporta la cosa sulla sua pagina Fb.  E come si dice,  "subito la notizia diventa virale" (1).
Che dire?  La cosa è così interessante (ed esemplare),  al punto  da  usarla come  argomento per  una (piccola) lezione di sociologia.
Come insegna il teorema  di William  Thomas, influente membro  della scuola sociologica di Chicago: se per un attore sociale un certo fenomeno è reale (Elrond = Sant’Antonio), tutto quello che lo concerne (il pregare) diventa reale. Quindi, la nonnina, pregava Sant’Antonio. E non poteva non essere così. 
Un antropologo, salendo di livello,  parlerebbe di totemismo, eccetera. Altri specialisti di sopravvivenze, superstizioni, eccetera. Il sociologo, invece,  di specifico sociologico. Ci spieghiamo subito.
Il credere (quel che si vuole credere, più facile da mettere in pratica), socialmente parlando, tende sempre a  prevalere, soprattutto a livello collettivo, come collezione (seriale) di singoli comportamenti individuali, sul capire (quel che implica la messa in discussione del credere, più difficile da praticare), di conseguenza:  le strutture del credere, nel caso della nonnina (  religione,  preghiere, eccetera),  tendono ad acquisire forza propria,  e  sospingono a  scambiare, quasi naturalmente,  come nel caso della nonnina,  Elrond per Sant’Antonio. Tradotto:  la nonnina, non sarà la prima né l'ultima...
Ciò, ad esempio significa, salendo a nostra volta di livello teorico,  che se in una società, come talvolta storicamente  accade,  ogni segno viene, socialmente interpretato, come un sintomo di decadenza, ogni persona, proprio perché socialmente più facile, sarà sospinta a considerare la decadenza come  un fatto reale, e scorgerla ovunque,  a prescindere, da come le cose effettivamente stiano andando o sono.  Insomma,  l’idea di decadenza, acquisisce forza propria, si struttura, ad esempio in interpretazioni ( o narrazioni, come  si dice oggi),  di tipo istituzionale,   conducendo, quasi per mano,  gli uomini a credere che la decadenza sia un fatto reale, come l’Elrond scambiato (e pregato)  dalla vecchina  per Sant’Antonio.
Naturalmente, quello del pessimismo, del catastrofismo (per alcuni disfattismo) è solo uno  dei lati del fenomeno decadenza, che, ovviamente,  ha altre componenti, se ci si passa il bisticcio, "realmente reali"  che vanno studiate a fondo. In definitiva,   sono tutti aspetti -  incluso quello importantissimo dello specifico sociologico, di cui rivendichiamo ufficialmente il copyright... - che sviluppiamo nel nostro ultimo libro Passeggiare tra le rovine  (2), cercando  di fornire a studiosi e lettori una "cassetta degli attrezzi" che permetta di approfondire il fenomeno.
Per tornare alla nonnina, la successiva viralità della  notizia spiega invece il funzionamento dei meccanismi dei Social, attentissimi al lato superficiale e (perché no?) comico della vicenda, ma  capace di moltiplicare, a prescindere dalla qualità dei contenuti,  la velocità di circolazione di un messaggio e quindi della forza manipolativa, nei riguardi della realtà,  di una certa credenza (3). E di riflesso dello specifico sociologico. 
Certo, il caso della vecchina che scambia  Elrond per Sant’Antonio,  non implica, per dirla scherzosamente con il Walter Matthau di È ricca, la sposo e l’ammazzo, una minaccia immediata  per la Civiltà Occidentale, così come l' abbiamo finora concepita…  Altre notizie, sì però. 
Come fare allora? Come vietare o limitare  la diffusione di notizie che possono essere credute reali - si pensi alle fake news - in una società aperta? Al di là dei possibili espedienti giuridico-legali,   come parlare di censura e controlli in una società libera? Difficile rispondere. Perché anche l’idea di società libera ha le sue conseguenze in termini di specifico sociologico. Dal momento che ci sono coloro  che ritengono, appoggiandosi emotivamente all'etica dei princìpi,  che anche la libertà sia una forza reale ed assoluta,   a prescindere dalle conseguenze.  
Concludendo, come scrive l’amico Carlo Pompei, occorrerebbero equilibrio, buon senso, etica della responsabilità (4).  Ma dove trovarli,  se oggi  le stesse classi dirigenti  sembrano più portate a credere che capire?

Carlo Gambescia                                  



(3) In argomento  si veda il bel libro Walter Quattrocchi e Antonella Vicini, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, Franco Angeli, Milano 2016 : http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9 .
(4) http://carlopompei.blogspot.it/2017/01/liberta-di-espressione-e-bufale.html  .