mercoledì 22 febbraio 2017

Lo sciopero dei taxi
Dove sono finite  la vernice, le donne,  la velocità?
  


Sui mass media, ma anche a livello politico e sindacale lo sciopero dei taxi viene catalogato  come  sciopero contro l’utente, alla stregua  di qualsiasi altro servizio pubblico. Cosa pensare? Che questa impostazione è completamente superata.  Certo,  è vero che i taxi, hanno svolto per poco più di un secolo, un servizio di tipo  pubblico, sostituendo le carrozze e integrando il tram a cavalli. E che un loro  sciopero, come si legge, “può mettere in ginocchio la città” .
Però il  punto è un altro: che i cavalli sono scomparsi e i taxi sono rimasti ancorati a una legge quadro e regolamenti, soprattutto locali, che rinviano a  ottant’anni fa. All'epoca di pionieri.  
Altro punto,  è che i tassisti fanno finta di non capire.  O meglio i loro dirigenti.  Di qui, scioperi e chiusure corporative ai primi timidi tentativi di liberalizzazione  e ammodernamento di  un settore a dir poco arcaico dal punto di vista della  mentalità.
Però, terzo punto, tassisti e famiglie,  portano voti. Il che spiega l’atteggiamento collusorio dei politici, di destra e sinistra, come a Roma, dalla Meloni alla Raggi. E anche la tendenza  a giustificare reazioni violente, come  è accaduto ieri,  reazioni, comunque sia,  non della gravità di quelle commesse dal reduce psicopatico, Travis Bickle, l’ eroe dalla pistola facile  di Taxi driver...  Che però...  ( ma questo lo spieghiamo nella chiusa).  
Si dovrebbe far capire  ai tassisti che in un’epoca dove l’offerta di trasporto, un tempo solo pubblica, si è diversificata, seguendo una domanda sempre più esigente e variegata, la vera battaglia contro Uber riguarda i prezzi e l'innovazione  tecnologica.  Sicché, invece di chiudersi, tirando fuori dalla soffitta il tricolore e   rimpiangere il Duce (in verità, in pochi),  i tassisti  devono  aprirsi al mondo  e chiedere l’abolizione delle tariffe pubbliche e di molti inutili controlli e regolamenti preventivi. Occorrono libertà di lavorare,  produrre,  crescere, innovare, puntando sul rischio imprenditoriale  e sulle proprie forze creative  e non  sull’abbraccio mortale con i poteri pubblici: che con una mano danno e con  l’altra tolgono.
Ecco perché le tariffe dovrebbero essere determinate dal mercato e non da commissioni burocratiche: “lasciar fare, lasciar passare”, ecco la ricetta.  Dopo di che  i tassisti,  magari  consociandosi in spa, potrebbero competere  ad armi pari con chiunque  si proponga in futuro di entrare nel mercato del trasporto delle persone. Ad armi pari.
Pertanto  è vero  che, per ora,  la concorrenza di Uber è sleale. Ma, ripetiamo,  per una ragione economica e di libertà:  le tariffe dei taxi, a differenza di quelle del competitore privato,  sono rigide, fissate per comando. Perciò, la risposta non può essere quella di chiudersi in modo corporativo chiedendo  al potere  politico, con la mano tesa,   l'elemosina  di  mettere  fuori gioco l’avversario.  Si chiama protezionismo sociale. E favorisce il parassitismo economico. Un fenomeno che  conduce direttamente al sopravvivere non al vivere.
Il tassista Travis Bickle  alla fine ammazza tutti i mafiosi.  E diventa un eroe. Anche giustamente (secondo l'ottica del Far West...). I tassisti italiani voglio ammazzare Uber che invece sta reinventando il trasporto delle persone, come Facebook ha reinventato, per così dire,  il trasporto delle parole. Peggio ancora,  i tassisti chiedono che sia lo  stato  a  uccidere Huber.  Ma uccidendolo, ucciderebbe anche i tassisti.  Si chiama suicidio. Perché la competizione è il motore del progresso economico e tecnologico. E i tassisti, se tornassero a comprenderne l'importanza, potrebbero, come dire, tornare a nuova vita.  Però  serve coraggio.  Un secolo fa, il taxi, ai suoi inizi,  rappresentava la modernità, piaceva ai futuristi. Altro che le "muffose" carrozzelle. Chi allora optò per i "cavalli del motore", scelse, a suo rischio e pericolo, la modernità.   Per parafrasare Paolo Conte,  il taxi, in qualche misura, evocava  un  nuovo mondo,   fatto di vernice, di donne e di velocità.  E oggi?    
Carlo Gambescia                            

martedì 21 febbraio 2017

Gli scissionisti del Pd
Arsenico e vecchi merletti


Al di là delle questioni personali, se  non  personalistiche, che sembrano avvelenare la scissione, per ora solo annunciata, all’interno Pd, consigliamo al lettore, che voglia capire qualcosa,  di guardare innanzitutto alle  differenze sui contenuti programmatici.
I renziani (o comunque la maggioranza che appoggia Renzi), sono per l’ambientalismo ma non in chiave decrescista come un Emiliano (si ricordi la posizione di quest’ultimo sul referendum antitrivelle). I renziani  sono per la riforma del lavoro e  non per la paralisi giuslavorista al servizio dei sindacati e del posto fisso,  come gli  Speranza, i  Rossi, i  Bersani.  I renziani  sono per lo snellimento istituzionale e non per il bicameralismo ottuso, come  i D’Alema e i Bersani. E si potrebbe continuare.
Pertanto, tirare in ballo,  come si legge,  le due sinistre: una buona, dalla parte dei lavoratori e dei cittadini,  l’altra cattiva, che vuole demolire tutto, significa, dare per buone le ragioni degli scissionisti.  Che invece, ecco la differenza fondamentale, vagheggiano di vincere  emulando  il noismo  dei Cinque stelle.  Ragionamento,  che  è sposato, in modo altrettanto suicida, sul fronte opposto dalla destra salvinian-meloniana, e forse pure dal tentennante  Berlusconi.
Ma perché l’elettore pentastellato dovrebbe votare il moscio e poco credibile  Bersani invece di Grillo e dei suoi ruspanti post-nerd? Perché il M5S, astro in ascesa della politica italiana, dovrebbe infilarsi nei buco nero Pd, targato Emiliano, Rossi, Speranza? Un Pd, in versione minoritaria, condannato all'estinzione, perché, come provano sondaggi e ricerche più accurate, il bacino elettorale populista, per ora, è appannaggio di Grillo & Co? E i pentastellati lo sanno perfettamente.  E qui, la foto storica di una politica  inevitabilmente destinata al fallimento,  è  quella raffigurante  Letta e Bersani mentre   tentano disperatamente,  aggrappati al tavolino come due spiritisti, di  strappare  un qualche appoggio  agli irridenti Crimi e Lombardi. Anno di Grazia 2013.
Anche Renzi, ma più che altro,  per tacitare  l’opposizione della sinistra interna, incontrò una delegazione pentastellata. Il summit  si chiuse, sempre  con un vaffa.  Ma di Renzi. Il lettore (antigrillino e moderato), si appunti la cosa.
Insomma,  il progetto renziano che potremmo definire del Sì, all’Europa,  alle riforme, al mercato e  in qualche  misura alla modernità liberale, è  antitetico  a quello del fronte del No,   che invece  guarda al  nazionalismo, al protezionismo, al razzismo, sublimato o  meno ( di classe o di pelle), a tutti quei brutti demoni che in passato hanno causato solo danni:  fronte  che va dalla destra ai cinque stelle, politicamente, inseguiti dalla sinistra scissionista del Pd.  Che, rischiando il ridicolo, si propone come l’anziano professor Aschenbach, mettiamo un Bersani con parrucca e  trucco pesante, di sedurre il giovane Tadzio grillino,  un Diba in moto diretto ad Alghero in compagnia di uno straniero. 
Battute a parte ( e scusandoci con Thomas Mann),  questi sono  i termini della questione.Non si scappa. Dietro i  quali però, altra cosa importante, si stagliano due letture opposte della storia dell'Italia repubblicana.: da un lato quella della maggioranza renziana, che scorge apprezza  il filo rosso del progresso  e delle trasformazioni economiche di un paese, dove solo due generazioni fa,  i nonni andavano in giro scalzi. Dall’altro, la lettura  della minoranza Pd, legata allo schema politico che tanto male ha fatto l’Italia  e che risale alla più che giustificata  scelta  degasperiana di escludere i  comunisti dal governo. Anno di grazia 1947.  
Nacque allora un vero e proprio topos culturale e politico, ad uso e consumo dei comunisti. Quale?  Che dietro  ogni maggioranza politica, priva del Pci, si celava  la perversa volontà  di  tenere fuori una “grande forza popolare”, auto-rappresentata da Togliatti (e successori) come il nerbo dell’antifascismo e della democrazia. Di qui, la demonizzazione di ogni forma di anticomunismo, anche democratico e socialista.  E quel bipartismo imperfetto, dal quale non ci siamo mai  ripresi. Per non parlare di  un anticapitalismo a ciclo integrale,  dalle celebrazioni da  comitato centrale al culto  complottistico delle lucciole pasoliniane. Anticapitalismo,   mai andato in pensione, 
Un “giochino”, quello "della grande forza popolare" con il monopolio dell'antifascismo,  roba da arsenico e vecchi merletti,   che però ha  funzionato contro Saragat (dalla scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini),   Nenni (il Nenni del centrosinistra riformista), contro Craxi, contro Berlusconi. E ora rispolverato contro Renzi.   Si pensi solo alla canea antireferendaria,  che  ha visto  in prima fila i vecchi babbioni (pardon) del comunismo.  Ecco qui, come dire, la cattiva notizia.  Renzi però sembra non arrendersi  tanto facilmente. Anzi, contrattacca.  E questa,  è la buona notizia. 
Carlo Gambescia                     

lunedì 20 febbraio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 20 febbraio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 18/02/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra l’ utenza privata 333.***, intestata a S.E. DEL RUSCELLO GRAZIANO, MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE, e l’utenza 356***, intestata a SENSINI FABIO.
[omissis]


SENSINI FABIO: “Senti, Graziano…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “…senti un cazzo, senti tu! [pausa] Anzi, senti tu, Mattia. E’ lì?”
SENSINI FABIO: “No.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sicuro?”
SENSINI FABIO: “Sono solo, Mattia è a casa con moglie e figli.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Mi devo commuovere?”
SENSINI FABIO: “Dai, su.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO [pausa]: “Allora. Voi la volete, la scissione.”
SENSINI FABIO: “Ma no…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Volete dare la colpa agli altri, ma la scissione la volete eccome.”
SENSINI FABIO: “Ma non le vedi le aperture che gli facciamo? Vogliono il congresso? Avanti col congresso. Vogliono i posti in parlamento? Ne discutiamo. Se vogliono che Mattia si suicidi, no grazie.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Fabio? Fabio, sono io, sono Graziano. Ci conosciamo da una vita. Fai lo spin doctor con me? Con me?”
SENSINI FABIO [lunga pausa]: “Sei solo?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sono al bar.”
SENSINI FABIO: “Sei solo?
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sì.”
SENSINI FABIO: “Parola?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Parola.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Sono zavorra, Graziano. D’Altema, Bertani, Cumperlo, Speranzosi: zavorra.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Lo sapevo…cazzo, lo sapevo…”
SENSINI FABIO: “Certo che lo sapevi. Lo sai anche tu che sono zavorra.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “E dai, rivolta la frittata! Volete la scissione, disgraziati!”
SENSINI FABIO: “Vogliamo andare avanti, Graziano, e con la zavorra si resta fermi. No, aspetta! Lasciami finire. Ti rendi conto che D’Altema tira fuori il socialismo? Il socialismo! D’Altema! E Cumperlo?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO [ridacchia]: “Cumperlo piange e cita Rilke…”
SENSINI FABIO: “Il socialismo, Rilke, la ditta di Bertani…cosa vogliono questi qua, secondo te?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “La democrazia nel partito, Fabio!”
SENSINI FABIO: “Macché democrazia nel partito, dai! Che non c’è stata mai, scherziamo? Vogliono il tappeto rosso, il cerimoniale sovietico, i compagni di base che li guardano con gli occhioni umidi…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Dai, sei ingeneroso, ridurre così una storia…”
SENSINI FABIO: “…l’hanno ridotta così loro, Graziano! Questi vogliono il potere.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Perché invece voi?”
SENSINI FABIO: “Vogliono il potere per non fare niente! [pausa] Vogliono i posti in parlamento, nelle istituzioni, nel partito, come prima, quando erano giovani e c’era il Mulino Bianco, il partitone…E’ finita, Graziano. Finita.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sai che su questo siamo d’accordo. Però…”
SENSINI FABIO: “…però niente. Zavorra. Vogliono i voti, i posti? Benissimo. Che li prendano ai grillini, sono abbastanza coglioni da cascarci.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “I voti li prenderanno anche a noi.”
SENSINI FABIO: “Meno di quel che credi. Ci prenderanno un po’ di voti, ma finalmente sblocchiamo questo stallo. Tanto dove vanno? Si mettono con la Lega? Si mettono coi grillini? Diventano i loro primi concorrenti. Vanno a finire come…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “…ho capito. Secondo te vanno a finire come SEL.”
SENSINI FABIO: “Sicuro. Tante chiacchiere, e poi al dunque votano con noi. E intanto noi peschiamo dai moderati, e andiamo avanti.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Avanti dove?”
SENSINI FABIO: “E chi lo sa, chi se ne frega? Avanti. E’ l’unico posto che c’è.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


domenica 19 febbraio 2017

Passeggiare tra le rovine: il dibattito sul “Corriere Metapolitico”
Tra modernisti e tradizionalisti




Agli amici lettori,  e in particolare a coloro che hanno appena  divorato  Passeggiare tra le rovine, consiglio di andare subito  a  leggersi,  sul sito del “Corriere Metapolitico”,  la recensione di Aldo La Fata e  relativi commenti (*). E  per alcune ragioni .
La prima è che  Aldo La Fata, che definirei un tradizionalista liberale (attenzione, non liberale tradizionalista),   espone  con grande chiarezza i contenuti del libro, e direi con una generosità, come nota  Carlo Pompei, che  per alcuni aspetti, solletica la mia vanità. Ma, per altri,  pone  quesiti, direi fondamentali e spiazzanti per qualsiasi studioso serio:  qual è il rapporto tra scienza e fede? Tra metodologie profane (sto semplificando),  come quelle usate dalla sociologia  e  i due universi scalari del sacro e del trascendente?   Grande questioni alle quali  - è vero, Aldo - il mio libro, tutto ripiegato sul mondo profano, "l' aldiquà",  non risponde. 
Devo però sottolineare che, per così dire,   sul versante  modernista,  in altre sedi,  mi muovono   critiche uguali e contrarie,  definendo la mia sociologia   fin troppo letteraria:  un realismo magico, con pericolose e poco razionali  aperture verso l’ immisurabile (o l' incommensurabile, come tu, Aldo, forse preferiresti dire). Immisurabile che io invece riconduco allo  “specifico sociologico”, riferendomi a quei processi impersonali, stretti tra il caso ( l’imponderabile) e la necessità (le regolarità o costanti sociali) che contraddistinguono   l'interazione tra individui e tra l'individuo e la società, di cui il sociologo deve tenere conto: i famigerati fatti.  In qualche misura, la mia sociologia studia le ragioni per le quali, stretto fra queste maglie (caso e necessità),  l’uomo non potrà mai essere totalmente libero e i motivi per cui certi fenomeni politici non potranno mai verificarsi,  almeno in questa vita e in questo mondo. Insomma, cerco di ricondurre l'irrazionale (il non prevedibile) nel quadro del razionale (le forme metapolitiche del sociale). E  la decadenza è una di queste regolarità, e come tale viene studiata, nelle sue varie manifestazioni, impiegando una "cassetta degli attrezzi". Sicché le forme restano (e sono misurabili, nel senso che si ripetono storicamente e sociologicamente), i contenuti storici invece mutano (e sono imprevedibili, nella loro interazione con le forme,  o comunque, se lo sono, con larghissimi margini di errore). Il sistema perciò  è sempre in tensione. Nulla di deterministico, insomma.  
Una fatica enorme però.  Un "progetto cognitivo", definiamolo così,  che,  ne sono perfettamente consapevole, mi ha alienato e mi aliena le simpatie dei tradizionalisti come dei modernisti (anche qui sto semplificando).  Ma anche del politico in genere: dal ministro, ben inserito nel sistema, all'attivista anti-sistemico, i quali vogliono certezze (i primi) e passioni (i secondi)  e men che meno, quindi, indicazioni di vincoli  sociologici, e quindi di  coerenza strutturale (quello che si può fare e non fare dal punto di vista infrasistemico e antisistemico). Tradotto:  vincoli  che non permettono (e promettono) di ottenere voti   o  attirare  militanti.  
Certo,  se ancorassi, pubblicamente, la mia sociologia a una qualche teodicea tradizionalista  o modernista,  guadagnerei sicuramente consensi,  ma preferisco andare per la mia strada.  Che è quella di uno studioso indipendente, se mi si passa l’espressione, da tutte le parrocchie politiche  e metodologiche. A differenza di certi, presunti non conformisti,  che scrivono saggi scientifici conformisti con un occhio alle commissioni universitarie, salvo poi atteggiarsi a guerrieri dello spirito o della materia in altre sedi, come dire, più ombreggiate.  Anche se, come dicevano i nonni,  il mondo è paurosamente piccolo.
Caro Aldo,  prendo atto delle tue critiche, fondate.  Spero di approfondirle in un prossimo  libro, come dire meta-metasociologico, o se preferisci  meta-metapolitico. Ma non sarà cosa di domani.
      
E, vengo al secondo punto: cosa dire  degli altri commenti ? Intanto ringrazio Nibbio.Angelo  per le critiche, E' vero esiste il rischio classificatorio, che io chiamo  entomologico: del  sociologo-morfologo che seziona  gli “insetti sociali” ( neppure Jünger,  si parva licet,  ne fu indenne, ma è altrettanto vero che non era un sociologo… o se lo fu, lo fu a  metà, come ho scritto in Sociologi per caso ).  Tuttavia esiste anche il pericolo  del romanticismo politico, ben studiato da Carl Schmitt e quindi  dell'azione per il gusto dell'azione, che non può essere ignorato.
Insomma, so benissimo di muovermi  tra Scilla e Cariddi: fredda impotenza e torrido azionismo. Spero di  "barcamenarmi" e  non andare a fondo  o  "impattare" a causa dei forti venti contrari, per così dire, da destra come da sinistra...   Certo, su questo  blog,  assumo posizioni più "politiche", nei termini del minor male possibile però.  Ovviamente,  secondo il mio punto di vista, che è quello di un osservatore politicamente moderato. Di centro?  Forse.  Che, di riflesso,  non potrà piacere a chi, eccetera, eccetera.  Sono un  osservatore che teme gli eccessi: "immagina il disastro" (come scrive Molina), ma teme anche il "culto del disastro",   perché sa che, al di là delle ideologie (le famigerate, ma non tali,  "derivazioni" studiate da Pareto), che ci consegnano una visione deformata della realtà,   le costanti o regolarità delle metapolitica  finiscono sempre per vendicarsi,  perché sono ancorate alla realtà  così com'è, ( delle forme come dicevamo più sopra) e non come dovrebbe essere, la realtà, secondo il costruttivismo utopistico di varia estrazione ideologica. Almeno su questo pianeta. E mi assumo la responsabilità di quel che vi scrivo.  Sul blog. E pure sul pianeta. Come? Anche firmando con il mio nome e cognome.
Ringrazio  Arvo,  che mi ricorda, e giustamente, i pericoli della “critica  asettica” di  certo oggettivismo che viene evocato dai modernisti   come foglia di fico ideologica: è vero,  per così dire,  c’è chi ci  marcia.  Non io però. E se erro, erro in buon  fede.  Mi si provi a leggere, magari iniziando dai  libri  dedicati  a  Pitirim Sorokin e  Augusto  Del Noce. 
Ringrazio  Buffagni, Pompei, Molina,  il leale Ciccarella, per i giudizi nei miei riguardi e del libro. Fin troppo generosi. 

Un ultimo punto, il liberalismo.  Non ho mai nascosto le mie simpatie politiche.  Né  mi devo scusare con nessuno.  Noto però, lasciando da parte alcuni pregiudizi gravi  che affiorano tra i commenti (ai quali  potrei opporre solo ragioni che verrebbero definite dai miei interlocutori altrettanto viziate da "pregiudizi"). Notò però, dicevo,  che  si continua a considerare il liberalismo come una specie di blocco unico, un monolite ideologico.  In realtà non è così: esistono almeno quattro tipi di liberalismo (archico, an-archico, mini-archico, macro-archico). In molti pensatori liberali, ad esempio gli “archici” (Burke,  Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce, Weber, Ortega, de Jouvenel, Röpke, Aron, Freund, Berlin), i tradizionalisti, o quantomeno alcuni tra di loro ( penso ad Aldo, ma  ricordo anche lunghe conversazioni con il compianto Gian Franco Lami, nonché con il caro amico Giuliano Borghi e altri ancora), potrebbero trovare molti punti di sintonia sull'importanza delle istituzioni, dei valori, dell'idea di patria, delle aristocrazie politiche e sociali, del "politico".  Però bisogna leggerli. E ancora meglio, studiarli.
Comunque sia  - e chiedo scusa per l’ ennesima autocitazione -  ho approfondito l' argomento in Liberalismo triste. Libro, per riallacciarmi al mio, socialmente improvvido juste-milieu,  che,  ad esempio,  ha scontentato i  liberali  mini-archici e an-archici,  non indifferenti all'utopia dei mercati perfetti,  i quali per contro hanno apprezzato le mie critiche ai liberali macro-archici, che  inclinano invece verso il socialismo liberale, un ircocervo ideologico per dirla con un grande filosofo liberale italiano. 
Grazie ancora a tutti e un abbraccio al caro Aldo.

Carlo Gambescia  


sabato 18 febbraio 2017

Mani pulite 25 anni dopo
 Tragedia in una battuta



Chi ricorda le tragedie in due battute di Achille Campanile?   Ecco  la tragedia Mani pulite ha avuto un solo  personaggio decisivo,  il giudice. E una sola battuta: “Noi incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato”…  (Francesco Saverio Borrelli, cit. da  M. Feltri, Novantatré, Marsilio 2016, p. 27).
Con Campanile si rideva, con il giudice Borrelli  si piangeva.  Ben 32 suicidi.  Alla  fine dell’uragano, soprattutto mediatico,  quasi la metà dei processati e degli indagati (in tutto 4500 persone),  fu prosciolta dalle accuse o assolta in tribunale (citiamo sempre dal  libro di Mattia Feltri). Ciò significa che  molte persone subirono una detenzione ingiusta, solo perché, secondo il giudice Borrelli, dovevano parlare... Alcuni non ressero. Pertanto crediamo ci sia poco da commemorare, se non la decapitazione dello stato di  diritto. 
Si dirà, ma allora i corrotti?  La corruzione non si combatte con le telecamere, i proclami  giustizialisti e l’ingiusta prigione preventiva.  Ma ex ante, come provano numerose ricerche.  E come?   Riducendo le tentazioni. E in che modo?   Evitando i contatti tra pubblico e privato.  Detto brutalmente: privatizzando. O quanto meno provandoci.  La corruzione alligna e  prolifera nella zona grigia  tra  stato e mercato. Dove  c’è un divieto, spunta il  modo per aggirarlo.  E più questa area progredisce, come in Italia,  più la corruzione cresce,  trasformandosi  in "risorsa funzionale"  per i  burocrati e in costi  "quasi"  transazionali per  imprenditori. Fermo restando, il "danno disfunzionale"  per il sistema produttivo, perché  i costi corruttivi  verranno comunque trasferiti sui  beni prodotti. E di conseguenza sui consumatori.  Tra i quali ci sono  quei  cittadini indignati speciali,  che, continuando a farsi del male da soli, chiedono, gridando, come nel 1992 davanti al Palazzo di Giustizia,  più  vincoli e controlli. Quindi più pubblico in economia, e perciò più corruzione.   A Milano, si chiamano pirla,  a Roma Grillini,  a Bruxelles, populisti, a  Washington,  trumpisti.    
Parliamo di un meccanismo infernale, del do ut des,  che una volta  esteso all’intera economia, la paralizza per poi corromperla, e così via, seguendo un processo a spirale, dove è difficile capire chi abbia iniziato per primo.   Pertanto,  ecco la ricetta per uscirne fuori: poche regole generali ex ante  e controlli ex post
Si dirà, ma senza controlli preventivi (i vincoli di cui sopra)  chi tutelerà i cittadini? Si tuteleranno da soli, cautelandosi e informandosi. Più responsabilità  individuale, meno mani tese.  Dopo tutto, l’esistenza di  meno vincoli non implica, ad esempio,  l’abrogazione del codice penale per chi costruisca palazzi che non stanno in piedi.  Però, ci si chiederà,  perché  sacrificare delle vite?  Se il male della corruzione si può prevenire?  In realtà, è proprio  il meccanismo della prevenzione che, se affascinante in linea di principio,  lo risulta molto meno, in linea di fatto. E per una semplice ragione:  perché la prevenzione in ambito economico e politico determina quella sovrapproduzione di vincoli e controlli,  che a sua volta, causa il fenomeno, altrettanto inarrestabile, dell’ aggiramento dell'ostacolo in chiave corruttiva.  
Quindi bisogna "lasciar fare, lasciar passare".  Piaccia o meno, ma qualcuno si deve sacrificare. Certo, potrà apparire ingiusto dal punto di vista morale e irragionevole da quello  organizzativo.  Ma così stanno le cose.  La questione -  o se si preferisce, il  dilemma   - ha natura cognitiva.  Come scrive Hayek,

“ l’uso della ragione mira al controllo e alla prevedibilità. Ma il progresso della ragione procede sulle basi della libertà e della imprevedibilità. Chi esalta i poteri della ragione umana, generalmente vede solo un lato dell’incontro tra pensiero e azione umana, in cui la ragione è al tempo stesso utilizzata e modellata. Non s’accorge che, perché un progresso si verifichi, il processo  sociale da cui emerge lo sviluppo della mente deve restar libero dal suo controllo. Non c’è dubbio che l’uomo deve alcuni dei suoi maggiori successi del passato al fatto che non è riuscito a controllare la vita sociale. Il suo continuo progresso può benissimo dipendere dalla sua cosciente astensione dall’esercitare i controlli di cui  oggi dispone.” (F.A. Hayek, La società libera, Vallecchi 1969, p. 58, corsivo nel testo ).    

Da ciò si deduce che Mani pulite, come capita ai pessimi medici, curò i sintomi, scambiandoli per il male.  E per giunta in modo rozzo, perfino feroce.  Altro che stato di diritto.  Sicché non c’è proprio nulla da celebrare.

Carlo Gambescia               

       

venerdì 17 febbraio 2017

L’assemblea del Partito democratico di domenica prossima
Chi salverà il soldato Renzi?



Sotto sotto, e neppure tanto,  Renzi  non è dispiaciuto della probabile scissione. Può finalmente liberarsi  dei dinosauri, che, solo per fare un esempio, in un paese dove il pil  dipende in larga parte dal terziario, difendono metalmeccanici e privilegi corporativi. E che per giunta  evocano, un giorno sì e l'altro pure, quella filosofia del welfare state, su cui in via delle Botteghe Scure  si sputava veleno ai tempi di Berlinguer e di improbabili terze vie eurocomuniste.
Ovviamente, Renzi non è perfetto, gli piace, come si dice, spararle grosse. Se può personalizza, e a suo danno, come si è visto in occasione del referendum.  Ma resta un decisionista  e un democratico non russoviano (l’esatto contrario del giacobino Grillo ): per dire,   era  quasi riuscito a far fuori il Senato, inutile doppione, secondo una dozzina di seri  manuali di diritto costituzionale, ovviamente non editi da Chiarelettere o sponsorizzati dal "Fatto".  E invece i dinosauri, di cui sopra,  sono riusciti a  convincere la parte più sveglia  degli italiani che i renziani  si mangiano  i bambini. E per D'Alema, pure le nonne, che sono tante. E votano compatte.   
Insomma, Renzi, non è giustizialista  né  manettaro ( e i giudici purtroppo lo hanno intuito, come provano i giornali di oggi: quando si dice il caso…). Renzi difende la  democrazia rappresentativa e il libero mercato, senza per questo essere un liberale austriaco. O se lo è,  appartiene alla famiglia macro-archica, liberal-socialista,  quindi  è  in odore  di costruttivismo,  rischiando  l’eterogenesi dei fini.  Il che spiega alcuni suoi scivoloni keynesiani. Nessuno è perfetto.  Che il capriccioso dio dei mercati lo protegga.     
Per gli infrasistemici -  tradotto:  per i moderati,  come chi scrive -    Renzi è il candidato giusto per portare l’Italia fuori dal guado, evitando  pericolose  avventure populiste.  O quanto meno per provarci. Quindi avanti tutta. 
Mentre per gli antisistemici - Dinosauri, Grillo, Meloni, Salvini e ultimamente pure Berlusconi - Renzi è un nemico del popolo venduto al Bilderberg,  uno  che non crede neppure alle scie chimiche. Indietro tutta, insomma.
C’è anche un' altra posizione, quella degli antisistemici al quadrato:  attendere impassibili, braccia conserte, in piedi tra le rovine (se il tempo è buono, altrimenti portarsi l'ombrello), la fine del Kali Yuga.  Ma ce n'è  perfino una quarta,  che in fondo è un succedaneo della precedente: leggere accuratamente l’oroscopo di Branko  tutti i giorni.  
Il grande  Indro Montanelli  parlava di turarsi il naso e votare Dc, Carlo Gambescia, che è piccolo piccolo, si associa e consiglia, quando sarà,  di votare Renzi.  Per alcuni il suo Pd  è la nuova Dc. Forse, ma senza comitati civici e mutandoni alle bluebell televisive.  Ovviamente, sempre che  l’ex premier domenica riesca a liberarsi dei dinosauri.  E soprattutto - certo, dopo -   a  varare una legge elettorale in grado di garantire la governabilità.  Perché  con Bersani dentro casa e il  proporzionalismo  secco alle porte,  il nostro soldato Renzi difficilmente si salverà…  
Carlo Gambescia 

                                           

giovedì 16 febbraio 2017

Il ragazzo di Lavagna, suicida per l’hashish
I confini elettrificati della morale sociale


Il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe leggere ha subito una nuova accelerazione, quasi una fiammata,  dopo il suicidio del sedicenne di Lavagna. 
Sul piano delle concezioni culturali,  il proibizionismo rinvia a una visione paternalistica dell’individuo, considerato  persona incapace  di proteggersi, come un minorenne, perciò  bisognosa di un buon padre e di una famiglia  in grado di evitare che possa farsi del male. Quindi,  stato, leggi, e regolamenti ad hoc.
Per contro l’antiproibizionismo, rimanda a una concezione  dell’individuo, come essere  adulto,  anti-paternalistica, che  si rivolge a un individuo libero e  responsabile delle sue scelte, perché consapevole  delle conseguenze, anche negative. Quindi niente o poco stato e neppure  leggi e regolamenti ad hoc.
Sul  piano sociologico, il contrasto tra proibizionisti e antiproibizionisti rinvia a una differente, spesso opposta valutazione,  dei  danni individuali e sociali provocati (o meno) da ciò che, di regola,  viene vietato e permesso.  Sicché,   le basi osservative per una serena discussione son ben lontane dall’essere considerate tali.   Perfino sul piano terminologico,  il solo parlare di droghe leggere non è accettato dai proibizionisti, per i quali “tutte” le droghe sono pericolose.  Per contro gli antiproibizionisti magnificano il ruolo terapeutico delle droghe leggere.
Tuttavia, poiché il fenomeno della diffusione e consumo delle droghe, nel bene e nel male (a seconda delle opinioni)  ha  assunto rilevanza collettiva, lo stato, il pater familias  per eccellenza dei moderni,  non poteva non occuparsene. Di qui, norme, regole, protocolli di comportamento, burocrazie.  E conseguenti  violazioni, sopraffazioni,  ingiustizie e suicidi, ma anche omicidi, perché dove c’è un divieto, c’è chi lucra illecitamente su quel divieto, come nel caso delle organizzazioni criminali ad ampio raggio.
E qui si viene al punto più importante.  Si ritiene, sbagliando, che sul piano delle politiche sociali e dei comportamenti collettivi  il contrasto sia fra i sostenitori dello stato proibizionista da una parte  e liberalizzatori dall’altra. Una specie di lotta del Bene contro il Male (ovviamente, anche a parti invertite, secondo le diverse opinioni, insomma ).  
In realtà, un mercato libero della droga, imporrebbe regole e controlli, come ogni altro mercato, piaccia o meno, che si muove ai confini elettrificati  della moralità comune,  dove chiunque  provi a toccare i fili rischia di morire o farsi male: dal momento che i giudizi di valore, proprio perché controversi, di confine,  divisivi, finiscono per  pesare sulle comportamento delle persone come macigni, causando conflitti sociali e sensi di colpa individuali. Non solo però: c'è dell'altro. Si pensi ad esempio  al mercato della prostituzione: anche dove  è legalizzata  esistono forme di controllo dei necessari adempimenti  previsti dalla legge, più o meno minuziosi. E la minuziosità dipende dalla cultura burocratica di ogni paese e dal trend fiscale storico. Da ciò si deduce che dove  lo stato è abituato a comandare, magari male,  a  imporre tributi elevatissimi,  anche in caso di legalizzazione non cambierebbe nulla dal punto di vista dei controlli,  dell'  “evasione fiscale” e del contrabbando. Forse le cose peggiorerebbero.  La prostituzione legalizzata riduce quella non legale, ma non la elimina  del tutto (pensiamo a quella su strada).  E soprattutto  non cancella, con un colpo di bacchetta magica,  quell 'universo, soggetto e oggetto  di  elettrificazione morale, che ruota intorno ad essa. E qui si potrebbero fare altri esempi  tratti  dal mercato legalizzato  delle scommesse, delle slot machine e del gioco d'azzardo.
Ciò significa  che se cadesse il divieto sul consumo delle  droghe leggere, il carico fiscale e la regolamentazione, per così dire,  su e dei  prodotti in vendita  andrebbe  ridotta ai minimi termini. Proprio per evitare evasione e contrabbando.  È perciò intuibile cosa potrebbe accadere in  Italia, dove per burocrazia e livelli di tassazione non si brilla. Fermo restando un altro fatto:  che il moralismo più ottuso, si pensi ad esempio a certo moralismo isterico intorno  al  mercato legalizzato delle slot machine,  resterebbe  sempre in agguato  ai confini elettrificati della morale sociale. Invocando, ad esempio,  sul piano delle politiche fiscali,  una tassazione elevatissima per scoraggiare il consumo. Il che però provocherebbe, mercati paralleli, eccetera, eccetera, imponendo la logica allocativa del prezzo migliore dal punto di vista dei consumatori. Tipico esempio di eterogenesi dei fini delle politiche  tributarie redistributive. 
Diciamo la verità. Forse prima dovrebbero cambiare  due cose.  La prima,  riguarda  la  morale sociale, intrusiva e paternalista, che ha provocato la morte del  giovane di Lavagna. La seconda, concerne  la cultura statalista del protezionismo sociale e del divieto, che è il prodotto di quella morale sociale.
Gli antiproibizionisti, credono che basti cambiare la prima a colpi di leggi,  i proibizionisti invece si ergono a difensori della seconda. Così però  non se ne esce. 

Carlo Gambescia