domenica 10 dicembre 2017

Fascismo/Antifascismo: 
non se ne può più
(La manifestazione di Como)


È stupefacente  come ancora  ci si confronti,  dopo più di settant’anni,  a colpi di slogan  fascisti  e antifascisti. Ovviamente, pensiamo alla manifestazione “antifascista”  tenutasi ieri a Como,  di natura prettamente ideologica, come del resto certe  "esternazioni" di segno contrario, "in nero", meno affollate,  ma  inquietanti.    
Però "stupefacente" fino a un certo punto.  In politica,  le ideologie  a prescindere dal  valore cognitivo, sono essenzialmente risorse emozionali:  “proiettili” di carta,  retorici, da usare per sconfiggere, sul piano dei "sentimenti" collettivi, l’avversario.  Per quale ragione parliamo di  “piano collettivo”? Perché sotto l'aspetto dei comportamenti sociali, qualsiasi idea, anche la più nobile e articolata, pur di  arrivare a tutti, e quindi trasformarsi in idea-forza, capace di convincere e vincere,  non può non assumere inevitabilmente, per trascinamento collettivo,   una forma semplificata, priva di qualsiasi sfumatura. Il fenomeno (della semplificazione),  sociologicamente parlando, si è notevolmente accentuato con l’avvento della società massa.  I Social, oggi così discussi, hanno solo offerto all' "uomo-massa", di orteghiana memoria, un' autostrada, emotivo-retorica, a dieci corsie.
Insomma,  fascismo e antifascismo  sono pure e semplici risorse ideologiche  e politiche. Ben diverso sarebbe il discorso, se invece ci si impegnasse sul piano dei valori comuni alla moderna società liberale. Come? Ad esempio, scendendo in piazza per manifestare in favore della libertà contro il totalitarismo.  Il che però, per dirla con una "filosofa", nostra contemporanea, Gianna Nannini, "è bello e impossibile". Perché antifascisti e fascisti condividono  la stessa  ripulsa verso il   liberalismo moderno:   gli antifascisti,   perché  non hanno mai rimosso l’eredità marxista di una società perfetta, egualitarista, da imporre con la forza;   i fascisti, perché   si sono ben   guardati  dal respingere l’idea di una società gerarchica, anti-egualitarista, da perseguire con la violenza. 
Si dirà:  ma il liberalismo non è a sua volta una risorsa ideologica? Diciamo che il liberalismo è l'involucro della modernità. E' qualcosa di più:  Croce  parla di "pre-partito", una "filosofia" necessariamente comune a tutte le forze politiche moderne che aspirino a una "società aperta", per dirla con Popper. Quindi tutto posto? No, perché  ad esempio in Italia,  lo schema fascismo-antifascismo, rinvia, dal punto di vista dei “proiettili” retorici,  all’idea della repubblica antifascista,  ma non anticomunista: idea fondata  sulla furba e falsa equazione, già togliattiana,  che l’anticomunismo, e quindi anche le correnti liberali che lo avversano, siano  cripto-fasciste.  Quindi addio pre-partito e  metapolitica (dell'azione) liberale.  
L’idea stessa di  totalitarismo, per un verso, viene addirittura  rivendicata dal fascismo di Salò e da larga parte dei post-fascisti missini, aennini, eccetera,  in particolare i militanti, e per l’altro negata, prima dai comunisti, poi dai suoi variegati successori, perché, come spesso si legge,  inutile eredità della Guerra Fredda  e,  per giunta,   troppo impregnata di liberalismo.
Alcuni giorni fa scrivevamo del “pericolo fascista” (*). Che indubbiamente esiste,  però   come armamentario ideologico. Esiste, insomma,  un  immaginario etnocentrico e  gerarchico,  pronto all’uso, soprattutto  in una società ad alto rischio di razzismo, per ragioni storiche, sociali, redistributive e perfino umorali.  Tuttavia,  lo scatenamento degli istinti carnivori,  per ora latenti nella nostra società,  rischia di essere  alimentato  dalla stessa sinistra che ha manifestato a Como in nome di un antifascismo zoppo,  privo della fondamentale componente anti-totalitaria: una sinistra, insomma, che rifiuta, solo perché ritenuta a priori fascista, qualsiasi politica di controllo dei flussi migratori di tipo prudenziale-liberale, politica che invece  "inciderebbe" sul malcontento razzista limitando i pericoli di contagio.  Si può essere più rigidi di così?
Il fascismo, alle sue origini, si nutrì  di  una  crisi dello stato, i cui dirigenti si mostravano  incapaci di prendere qualsiasi decisione. Purtroppo,  si era dinanzi  al  dissolvimento di  una classe politica liberale, popolare,  socialista  che invece di governare  si baloccava con le parole d’ordine della democrazia sociale.  E oggi? Ovviamente Di Maio  non è  Mussolini: però si  noti come il M5s  si sia ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Como, senza per questo appoggiare i gruppetti neo-nazisti.  Per ora, ovviamente.
Invece di scendere in piazza, in nome dell’antifascismo immaginario ( o quasi),  si cerchi  di prevenire le ragioni  che potrebbero essere alla base di un possibile ritorno dell'immaginario fascista. Il giochino - e qui torniamo ai proiettili di carta -  dell’identificazione tra  cripto-fascismo e qualsiasi tentativo di controllo dei flussi è molto pericoloso, perché rischia di alimentare risposte oltranziste di segno contrario. O ancora peggio, che qualcuno ne approfitti.
Qualsiasi  riferimento al movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non  è puramente casuale…


Carlo Gambescia    

venerdì 8 dicembre 2017

La Prima della Scala 
André Chénier, 
una  vittima del totalitarismo



Non sono un melomane, né un conoscitore della storia dell’opera lirica italiana. Del costume politico e giornalistico italiano, però sì:  un misto di ignoranza storica, furberia e cinismo.  Vengo al punto.
Ieri sera, Prima della Scala, direzione di Riccardo Chailly (non sapremmo), regia di Mario Martone (noto caciarone gramsciano delle storie patrie),  grande successo, così scrivono i giornali, c’era questo, non c’era quello, eccetera, eccetera.
Si rappresentava  l’ “Andrea Chénier” di Umberto Giordano, libretto di Luigi Illica. La  prima assoluta risale al 1896, in un’ Europa  ancora sotto  l’ effetto devastante   della “Comune” parigina:  replica 1871,  truculenta e socialistoide, del Terrore 1793-1794.
Giordano  e  Illica -   esponenti, ci dicono,  del Verismo musicale -  romanzano musicalmente un tragico frammento della vita di Andrea (André) Chénier,  poeta, politicamente  un   Fogliante, dal nome del convento  cistercense, dove  vide luce (breve luce) l’ associazione politica,  moderata, costituzionale e  fedele alla monarchia.  Quindi detestata e cancellata  dai Giacobini. 
Chénier, che aveva osato brindare poeticamente, all’uccisione di uno psicopatico come Marat,  finì sul patibolo. A Robespierre non dispiacque più di tanto: a chi  chiese conto delle morte di un poeta (mai pubblicato in vita però), l’Incorruttibile  rispose che "anche Platone metteva a morte i poeti", perciò figurarsi lui…
Ora,   su tutta questa storia,  politicamente parlando ( e sottolineo politicamente),  invito i lettori a ritrovare qualcosa sui giornali di questi giorni.  I grandi editorialisti? Silenzio assordante. Sembra però sia uscita sull'opera una pubblicazione a fumetti…  Quando si dice le soddisfazioni della vita. 
Chénier è una delle tante vittime del Giacobinismo, di quella micidiale  corrente politica, nata all’interno della Rivoluzione Francese, tutta Comitato di Salute Pubblica e Ghigliottina, che intellettualmente è alle origini dei totalitarismi plebiscitari del Novecento.   
Un pugno di invasati, evergreen, che  nella  Comune di Parigi, amata e odiata da borghesi come Giordano e Illica,  scorgerà  una  replica della Rivoluzione Francese. E  che poi  ritroveremo, come supremi interpreti della volontà della nazione, della razza e del proletariato. L’itinerario non è poi così complicato; da Rousseau a  Robespierre e Blanqui;  da Marx a  Lenin e Stalin e,  di rimbalzo,  da Mussolini a Hitler. I contrari, ma simili nella  totalitaria essenza costruttivista,  non potevano non incontrarsi, anche confliggendo, perché unitamente  avversi alla democrazia liberale.           
Sulla tragedia di Chénier  si poteva imbastire un discorso politico.  Proprio  sulla forza eversiva di quelle  correnti politiche ultramoraliste intellettualmente totalitarie, come i populismi (di destra e sinistra),  che sulla scia di Robespierre & Co.,  “inzeppano la politica”  di magistrati che - bontà loro - si ritengono novelli Saint-Just.   
E invece silenzio totale. Anzi, questa mattina, tutti ad applaudire la Rivoluzione.  E  Chénier? Moderato per caso… La Ghigliottina? Ha interrotto "un bel sogno d'amor"...
Ignoranti, furbi, cinici. E pure scemi. Perché?  Se ne riparlerà  a marzo.

Carlo Gambescia             

giovedì 7 dicembre 2017

Finalmente Trump ne ha azzeccata una
L' anno prossimo (tutti) a Gerusalemme



Se Obama, un politico che piace alle gente che piace, avesse preso la stessa decisione di Trump (riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele),  probabilmente  le reazioni internazionali sarebbero state meno dure, soprattutto in Europa.  Diciamo allora  che Trump,  che invece non piace alla gente che piace,  resta l’uomo sbagliato.  Che però, una tantum, ha fatto la scelta giusta.   
Però il punto non è questo. La vera questione è perché, nonostante Netanyahu abbia dichiarato “che non ci sarà alcun cambiamento nello status quo dei Luoghi Santi” e che “Israele assicurerà sempre libertà di culto a ebrei, cristiani e musulmani”,  si sia scatenata una  campagna contro  uno stato  che, per affinità di valori e interessi,  è l’unico vero e  leale  alleato dell’Occidente  in un'area geopolitica tormentatissima. Quindi un partner strategico da sostenere a tutti i costi. E invece? Si rema contro,  facendo il gioco dei nemici dell’Occidente. E dunque anche dell' Europa e dell'Italia: quest'ultima, detto, tra parentesi, per ora, si finge morta. Staremo a vedere fino a quando.  
Come il lettore può notare, non ne facciamo una questione etica,  il punto è politico. L’idea stessa del processo di pace,   sbandierata dai nemici di Israele, è un cavallo di Troia per dividere la pubblica opinione interna ed esterna (particolarmente in Occidente) al mondo ebraico,  cosa che fortunatamente non è ancora avvenuta. O almeno non del tutto. 
Il vero punto non è il processo di pace tra israeliani e palestinesi, ma la sicurezza dello Stato d'Israele, accerchiato da vicini ostili.  Pertanto, se processo di pace  deve essere,  esso  non può non concernere, nella sua estensione, l’intero Medio Oriente. Che senso ha, discutere con i palestinesi, se l’Iran, solo per fare un esempio,  resta ostile? Pronto a colpire?   
Di qui, la necessità di alleati forti,  per sedersi a un ipotetico tavolo di pace globale (nel senso dell’area mediorientale),  da posizioni di assoluto controllo della situazione.  Ecco perché la scelta di Trump è giusta: pone precisi paletti, evidenziando la posizione pro-Israele degli Stati Uniti. Solo così si  favorisce  il processo di pace:  chi tocca Israele, tocca gli Stati Uniti, il più potente stato della terra,  quindi, meglio trovare un accordo, se non si vuole essere distrutti.  Ecco  il senso del messaggio. Forte e chiaro.
Ovviamente, bisogna tenere  conto della natura lunatica del personaggio-Trump.  Come della possibilità che venga defenestrato, benché  Pence, il vice, offra,  al momento, garanzie di continuità.
Insomma, il succo è questo:  chi vuole la pace non deve temere la guerra.  Anche se, in  realtà,   non siamo sicuri che il tycoon  abbia capito del tutto  il concetto. Mentre Israele sì. E da un pezzo. Europa e Italia, no. E così  remano contro.   
Non lasciamo soli i nostri Fratelli Maggiori. L' anno prossimo  tutti a Gerusalemme. Capitale dello Stato Ebraico, per dirla con  Theodor Herzl, il Mazzini d'Israele. 


Carlo Gambescia


mercoledì 6 dicembre 2017

Da Giosuè Carducci a Maria Elena Boschi
Piero Sansonetti
e la "caccia ai papà"


I padri pagheranno le colpe dei figli.  E non più i figli le colpe dei padri.  Non sono impazzito.  Mi rivolgo a chi mi può capire: ad esempio, i  superstiti della scuola media di una volta, quando  i professori di lettere, gente seria allora, spiegava  in classe  il concetto di nemesi storica, evocato da Giosuè Carducci, nei versi di Miramar. Dove il poeta  si diffondeva  sulla cattiva e meritata sorte dei discendenti degli Asburgo, perché un tempo oppressori degli  italiani.
Oggi chi legge Carducci? Nessuno.  In compenso si legge Travaglio e un pugno di insensati  giornalisti sempre in cerca di scandali. Una “caccia grossa”  che va ad alimentare quel  clima di giustizialismo h24, che fa sempre più somigliare l’Italia alla Germania nazista della caccia all’ebreo. Dove gli italiani, alla stregua dei volonterosi carnefici tedeschi di Hitler, girano la testa  dall’altra parte, tanto la cosa, si sente ripetere,  "riguarda i potenti, gente che se lo merita". 
Ne riparleremo quando i capifabbricato con la visiera a cinquestelle,  faranno installare telecamere nell’atrio  degli edifici per controllare il comportamento civico dei cittadini…        
Dicevo della nemesi. A questo pensavo leggendo il notevole editoriale di Piero Sansonetti apparso ieri sul “Dubbio” (ottimo antidoto quotidiano al “Fatto” e alla canea giustizialista),  in cui si afferma, e giustamente,  che i nazi-giustizialisti (il neologismo è mio),   non potendo colpire  Renzi e la  Boschi, perché su di loro nulla  è emerso  di penalmente rilevabile,  nonostante siano stati  “ intercettati, forse pedinati, [...], presi in cura da molti segugi, [...], avuto i fucili dei giornali puntati contro per mesi e anni”,  che fanno?  Processano i  padri in piazza (politico-mediatica),  pur di infangare politicamente i figli (*).
Sansonetti però, da buon post-sessantottino,  non cita Carducci:  non gli appartiene culturalmente, come del resto non sono nelle sue corde  Pascoli e D’Annunzio, la triade messa in croce, senza neppure averla studiata,  dall' "eroico"  movimento  studentesco che animò  la "battaglia di Valle Giulia". Altro che  Curtatone e Montanara ...
Ed è un peccato. Perché il rovesciamento del concetto carducciano di nemesi (i figli che "scaricano" sui padri), viene da lontano:  è un effetto, per alcuni  inintenzionale,  del ribellismo (rivoluzionarismo è parola grossa, oltre che brutta) fine anni Sessanta,  quando i padri vennero  processati dai figli per due  colpe storiche, che i pargoli non desideravano assolutamente condividere:   di aver creduto prima in Giolitti, poi in Mussolini. E il processo si svolse prima nelle aule universitarie, poi in piazza, infine sotto casa a colpi di mitra. 
Il concetto di nemesi storica è assai pericoloso, a prescindere.  Perché chiunque lo evochi, anche al contrario,  da Giosuè Carducci a Mario Capanna e Marco Travaglio,  si schiera dalla parte della "storia-giustiziera".  Insomma,  chiunque vi ricorra  ritiene  di avere in tasca il segreto della storia. E quindi di essere sistematicamente dalla parte della ragione.  E dei vincitori.    
Certo papà Renzi e papà Boschi, per non parlare dei figli, come figure, non ricordano neppure lontanamente, nel bene e nel male, Giolitti e Mussolini. E neppure Francesco Giuseppe. Ma questa è un'altra storia…

Carlo Gambescia

martedì 5 dicembre 2017

Il 51° Rapporto Censis
Cattiva sociologia




Non crediamo nella sociografia, almeno non del tutto.  I dati quantitativi occorrono al sociologo, dunque alla sociologia, che è però, dal punto di vista disciplinare, non può essere ridotta  al  balletto politico  su cifre,  frutto di concetti operativi  che riflettono ipotesi teoriche, che, a loro volta, rinviano a visioni del mondo.  
Semplificando, per un sociologo socialista, il cui pensiero ricorrente  è quello di  eliminare  la povertà, addossando ovviamente ogni  colpa alla società,  il bicchiere delle statistiche in materia sarà sempre mezzo vuoto, per un sociologo conservatore,  che  invece  ritiene ineliminabile la povertà, perché  frutto di carenze individuali, il bicchiere sarà sempre  mezzo pieno.
Pertanto al lettore, digiuno di queste cose, va ricordato che i  dati annuali del Censis, snocciolati dai mass media come oro colato, discendono da  un impianto ideologico di tipo welfarista:  l’intera impostazione del Rapporto privilegia il nesso tra ricerca sociale e  politiche pubbliche, come se sociologo e  sociologia fossero al servizio, per così dire, del ministero dell’assistenza sociale. Lo sguardo del Censis sulla realtà sociale, non è al di sopra delle parti,  ma  di tipo solidarista. Non è una colpa, per carità, ma al vecchio Max Weber, che aveva una fissa per la corretta metodologia,  non sarebbe capitato. O comunque, il grande sociologo tedesco, senza nascondersi dietro i neologismi,  avrebbe subito dichiarato, chiaro e tondo, come la pensava.   Dalle parti di Heidelberg, la chiamano Wertfrei. 
Facciamo subito  un esempio tratto  dal 51° Rapporto, uscito pochi giorni fa,  dove si afferma che

“l'onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno: l'84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L'astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

Dopo di che  quando però   si va a leggere quali sono i desiderata dei soggetti “che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”,  si scopre che il loro  “l'immaginario collettivo", che per il Censis dovrebbe normativamente rimandare alla definizione di " un'agenda sociale condivisa”, rinvia invece alle

nuove icone della contemporaneità. Nella mappa del nuovo immaginario i social network si posizionano al primo posto (32,7%), poi resiste il mito del «posto fisso» (29,9%), però seguito a breve dallo smartphone (26,9%), dalla cura del corpo (i tatuaggi e la chirurgia estetica: 23,1%) e dal selfie (21,6%), prima della casa di proprietà (17,9%), del buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale (14,9%) e dell'automobile nuova come oggetto del desiderio (7,4%). Nella composizione del nuovo immaginario collettivo il cinema è meno influente di un tempo (appena il 2,1% delle indicazioni) rispetto al ruolo egemonico conquistato dai social network (27,1%) e più in generale da internet (26,6%)”.


Ora,  posto fisso, casa di proprietà, automobile,  buon titolo di studio, non sembrano proprio essere “nuove icone della contemporaneità”. Mentre possono esserlo cura del corpo, smartphone e selfie. Cosa indica questa contraddizione, che il Rapporto non scorge?  Che le “nuove icone”, poggiano  su altre  “icone” dure a morire,  come quella del posto fisso e della casa di proprietà. Pertanto  l’Italia risulta “moderna a metà. Solo per quello che fa comodo, insomma.  E cosa più grave ancora, vuole rimanerlo per sempre,  pretendendo di conciliare - semplificando -   mobilità informativa e mobilità lavorativa. E quando si dice mobilità informativa si parla dell’enorme sviluppo di un terziario avanzato che facilita le  delocalizzazioni  e di riflesso la   mobilità lavorativa su scala mondiale.
Di conseguenza, la sfiducia verso  partiti,  parlamenti, governi, istituzioni rimanda all’atteggiamento, non  di una specie di sottoproletariato tecnologico, sul quale  favoleggia  il neoromanticismo socialistoide  recepito dai professori welfaristi del Censis,  bensì  alla  pseudo-rivolta di  coloro che egoisticamente vogliono conservare i privilegi del passato ( a partire da posto fisso) senza rinunciare alle conquiste del presente (smartphone, selfie e cure estetiche). Il che non è possibile. Di qui, i capricci antipolitici, verso una  politica, che in realtà  è fin troppo arrendevole. 
Insomma, il famigerato bicchiere, non è mezzo pieno né mezzo vuoto. E' così. "L'agenda sociale condivisa"  è solo nella testa dei sociologi welfaristi, ammaliati dal costruttivismo sociale.  La società aperta, a differenza di quella chiusa, si fonda, per dirla con Schumpeter,  sulla distruzione creatrice, perciò il conflitto tra chi resta indietro e chi vuole andare avanti, per dirla dottamente,  ne è  parte consustanziale. Piaccia o meno,  non si può eliminare. Detto altrimenti: fa parte del "pacchetto-modernità". O così o pomì. 
Per contro,  il Censis,  invece di   “spiegare al popolo” la necessità,  se veramente  si vuole  la modernità ("contemporanea" o meno),  di viverla fino in fondo,  accettandone pro e contro,  ha scelto la strada del protezionismo sociale ( dell' "agenda condivisa" calata dall'alto"), sicché  blandisce e asseconda,  piangendo bollenti lacrime su chi  già si piange addosso, però con un occhio solo.    
Si chiama cattiva sociologia.

Carlo Gambescia       
              


lunedì 4 dicembre 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 4 dicembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 03/12/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 356***, intestata a SENSINI FABIO. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]


FINZI MATTIA: “Perché questa coltellata alla schiena, perché? Eh? E tu, tu che ci stai a fare?”
SENSINI FABIO: “Mattia, calmati.”
FINZI MATTIA: “Calmati? Calmati? La FIAT mi si mette contro e io mi calmo?”
SENSINI FABIO: “Capisco, ma…”
FINZI MATTIA: “…ma cosa, cosa?! Prima comincia Napo…”
SENSINI FABIO: “…quello è un poveraccio, Mattia, un caso umano, lo prendi sul serio?”
FINZI MATTIA: “Sì che lo prendo sul serio! Sarà un drogato, un disgraziato, un caso umano, però si chiama Anelli, o no? E chi l’ha invitato in televisione a dire che io mi piaccio troppo? Che sono un provinciale? Che non sono Macron ma Micron?”
SENSINI FABIO: “Napo non sposta neanche tre voti, ma dai.”
FINZI MATTIA: “Non sposta neanche il suo, secondo te vota, quello? Il messaggio mafioso però lo manda, eccome se lo manda.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Questo sì. Tant’è vero che…”
FINZI MATTIA: “…tant’è vero che dopo arriva Tarchionne e dice che da quando non sono più Presidente del Consiglio ‘ho perso qualcosa’. Con tutto quello che gli ho dato, Cristo che infame…”
SENSINI FABIO [lunga pausa] “Senti, Mattia…”
FINZI MATTIA: “Senti cosa?”
SENSINI FABIO: “Non te ne volevo parlare, perché ancora non ho informazioni attendibili.”
FINZI MATTIA: “Dai.”
SENSINI FABIO: “Nell’intervista di Tarchionne. L’hai vista la frase chiave?”
FINZI MATTIA: “ ‘Se si sia comportato bene o meno non saprei nemmeno dirlo: so che la sinistra sta cercando di definirsi come identità, è piuttosto penoso’ “.
SENSINI FABIO: “No. ‘Vivo metà della mia vita negli Usa’ “.
FINZI MATTIA [lunga pausa]: “Ah.”
SENSINI FABIO: “Eh già.”
FINZI MATTIA: “Cioè tu dici che gli americani…”
SENSINI FABIO: “…che gli americani ci mollano? Non lo so, Mattia. Bisogna vedere quali americani.”
FINZI MATTIA: “Come quali americani, i nostri!”
SENSINI FABIO: “Decidono ancora chi prendere e chi lasciare, i nostri? E’ quello, il punto.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


domenica 3 dicembre 2017

Che cos'è 
il "politicamente corretto fascista" ?



I lettori si saranno  chiesti che cosa esattamente intendessi dire ieri  per “politicamente corretto fascista”.  Mi sembra perciò giusto completare il  "trittico" (*), affrontando quest’ultimo nodo.
Piccola  premessa. Il politicamente corretto non è un’ invenzione contemporanea delle “cattive” democrazie liberali,  come ritengono i complottisti,  ma rinvia, sociologicamente e storicamente, alle forme di legittimazione  politica.
Ad esempio, asserire in una società tradizionale  che il potere non derivi  da un mandato meta-umano, significa entrare in urto con le autorità religiose, sociali e  politiche.  Come del resto, affermare  in una società moderna  che  il potere non risieda  nella sovranità del popolo,  implica l’esclusione dal dibattito pubblico.  Ovviamente,  dal presupposto legittimante, discendono   valori e comportamenti in sintonia con esso. Sicché,  chiunque provi a criticarli, adottandone altri, viene considerato, politicamente scorretto.  E dunque ritenuto pericoloso.  Dopo di che, ogni società, secondo le proprie forme di controllo sociale,  interverrà  per ridurre al silenzio le voci discordanti. La casistica "operativa"  è  ampia:  si va dal boia al giudizio di dio, dall'imprigionamento nei  gulag  alla "spina staccata" (per dirla con un grande scrittore, esule russo).  
Sono meccanismi, dai più duri ai più blandi,  che ritroviamo in  ogni società e gruppo sociale, anche nelle forme  politiche di gruppo istituzionalizzato. Si va, ripetiamo,  dai princìpi fondamentali fino alle opinioni e ai luoghi comuni più diffusi.
Nel post-fascismo ( nel senso di  "dopo il fascismo storico") si possono individuare tre princìpi inderogabili del politicamente corretto.  Chiunque li violi è fuori. Anche oggi.
1) Mussolinismo.  Pensiamo  alle dotte teorizzazioni dei professori dell'epoca  sulla natura  “cesarista” della leadership  mussoliniana, che, in basso,  si tramutavano  a livello di  senso comune nello slogan il “Duce a sempre ragione”.  Il Mussolinismo resta  tuttora un caposaldo del politicamente corretto post-fascista . Ancora oggi, guai a chiunque osi parlare male di Mussolini.
2) Costruttivismo politico-economico.  Pensiamo all’eredità della politica economica e  sociale del fascismo,  che in alto veniva teorizzata come economia corporativa  e (nella fase terminale) socializzatrice, in basso recepita  come  alternativa economico-sociale costruttivista   al disordinato e presunto spontaneismo delle  “democrazie plutocratiche”, secondo il noto stereotipo popolare.  Anche qui siamo davanti a un caposaldo del politicamente corretto post-fascista.  Ancora oggi,  guai a chiunque osi parlare bene del libero mercato.
3) Antisemitismo e razzismo.  Pensiamo all' eredità politica  delle leggi razziali del 1938, eccellente esempio di esclusione dei presunti diversi, nonché, cosa  ancora più grave,  all’antisemitismo  che si prolunga in maniera devastante  nell’ultimo fascismo, quello saloino.  Parliamo di  leggi che  in alto venivano   teorizzate  dottamente e nelle forme più varie da legioni di scienziati, in basso  recepite, fin nei comportamenti (dall'ultimo commerciante  che vendeva solo agli "ariani"),  come  necessario pendant “anti-giudeo”  alla  “ lotta contro le democratiche  plutocratiche”.  Va  precisato, come prova l’ eccellente libro di Gianni Scipione Rossi (**),  che il post-fascismo, soprattutto i vertici del Msi e di Alleanza Nazionale, si sono  in qualche misura distanziati, condannando le leggi razziali,  e schierandosi,  negli anni Sessanta più decisamente,  dalla parte di Israele.   Però, tuttora, resta obiettivamente difficile, in particolare tra i  militanti,  affrontare  la questione: il politicamente corretto di derivazione fascista  “impone  l’uso”  di un antisionismo che però, come mostrano studi e ricerche,   è parente strettissimo dell’antisemitismo. Insomma, ancora oggi,  non si può  parlare bene - in senso assoluto -  degli ebrei. E  a maggior ragione -  per rimbalzo ideologico -   dei diversi, a cominciare dai non italiani. Si pensi all'avversione viscerale, decisamente sopra le righe,  alla legge sullo ius soli.  Di qui, il pericolo incombente del razzismo di ritorno.
Riassumendo, il politicamente corretto  fascista, prolungatosi nel post-fascismo,  impone che tutte le discussioni interne, a livello di militanti, quindi di senso comune,  ruotino intorno alle questioni del mussolinismo, del  costruttivismo (corporativo o sociale), dell’antisemitismo (travestito da antisionismo).  Si possono criticare i consiglieri di cui si servì Mussolini, magari  discutere  sui nomi dei  " traditori  badogliani" (altro sterotipo, usato anche per Fini...);  ci si può dividere in corporativisti e socializzatori o in  antisemiti e  antisionisti.  Ma,  al  fondo, i nodi, i veri nodi, non sono mai stati sciolti.
Qualcuno si chiederà: ma,  allora, cosa è  cambiato in  quel mondo? Niente.

Carlo Gambescia

(*)  Il primo articolo sul "post-fascismo"  è apparso  venerdì 1 dicembre: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2017/12/nazi-fascisti-su-como-esiste-un.html ; 
(**) Gianni S. Rossi, La destra e gli ebrei. Un storia italiana, Rubbettino Editore 2003.