mercoledì 17 ottobre 2018

L’abolizione dei test a Medicina
Cinque Stelle e la politica  del rancore sociale



“Ma ti pare possibile che questi nullafacenti di politici, guadagnino diecimila euro al mese?”. Oppure: “Ma ti sembra giusto che i figli dei medici superino il test a medicina, tutti gli altri no?”
 Ci sembra di sentirli, non pochi parlamentari Cinque Stelle, prima di vincere il biglietto alla lotteria democratica,  "fakeggiare",   sbracati ai  tavolini  del  bar sotto casa,   oppure  in cameretta, a mezzogiorno, con la foto di Totti o Chinaglia sulla parete, a trent’anni suonati, digitare in modo compulsivo sui Social,  con altri frustrati: quelli del scelgo-solo-il-lavoro-che-mi-piace-per-ora-c’è-la-pensione-di-mamma-papà-e-nonna.
Il fatto grave, purtroppo,  sono i milioni di invidiosi (invidia negativa, quella che vuole tagliare le teste dei più alti,  per pareggiare  le altezze) che li hanno votati:  l’esercito di somari astiosi che ha vissuto le ultime elezioni come una  forma di  imbecille pseudo-riscatto. E ora, questi falliti di successo, grazie al voto del falliti d’insuccesso, governano.
Due esempi:  la lotta alla “pensioni d’oro”, perfettamente inutile sul piano economico, pochi milioni di risparmi rispetto ai miliardi del debito pubblico, nonché  quest’ultima trovata, di cui desideriamo scrivere oggi, dell’abolizione dei test d’ingresso ai medicina. Pura vendetta sociale, ripetiamo,  di un pugno di ex nullafacenti, che non si rende conto che intelligenza  e  attitudini allo studio, al  comando, e  all’intrapresa non si creano a tavolino. Insomma,  non bastano le lauree.   
Attenzione.  L’ abolizione del test d’ingresso non è in sé una misura sbagliata. Anzi. Perché, come  insegnano  analisi economica e sociologica  non esiste alcuna rispondenza tra  tempistica del mercato del lavoro (soprattutto nell' epoca delle  innovazioni rapidissime),   e università e scuola (strutture elefantiache,soprattutto se pubbliche, più che renitenti, impossibilitate al  cambiamento).  Detto altrimenti:  la programmazione  è assolutamente  inutile. Un puro  mito. Del resto  si tratta di un’idea socialista.  E poiché, i Cinque stelle, come tra l'altro rivendicano,  non sono liberali,  né  socialisti, evidentemente  non possono che essere  mossi da purissimo rancore sociale.
Anche perché, a voler essere liberali fino in fondo,  andrebbe abolito, come sosteneva giustamente Luigi Einaudi, anche il valore legale  della laurea,  che  in una società libera, dove gli uomini sono in aperta competizione, non può, anzi non deve conferire automaticamente  alcun  diritto a un lavoro, e per giunta,  peggio ancora, compatibile con un titolo di studio, come si diceva,  subito obsoleto.  
Allora che si fa? Ciò che si vale lo si deve provare sul campo della vita.  Insomma,  si deve lasciar fare  agli esami universitari, prima,  e al mercato, dopo. Si chiama selezione naturale. Non avendo la laurea alcun valore legale, chi si iscriverà, si iscriverà, solo perché  vocato.  E una volta laureato, si metterà alla prova,  ma senza alcuna pretesa o rabbia,  originata dal cosiddetto valore legale del titolo, collegato per giunta, nella mitologia sociale,  allo pseudo-diritto al posto di lavoro "consono" eccetera, eccetera. Quanto agli Ordini, chi scrive,  è per l’abolizione totale.  Per medici e ingegneri basterebbe l’abilitazione. 
In realtà, i rancorosi ministri e parlamentari Cinque Stelle  ritengono l’esatto contrario: che  ogni laureato abbia automaticamente diritto a un posto di lavoro perfettamente conseguente al titolo di studio. Dietro l’abolizione del test d’ingresso c’è il ciclo sociale del rancore. Tutto qui.    
Tradotto:  i Cinque Stelle (e il loro elettorato) vogliono tutto e il contrario di tutto. Rifiutano la programmazione socialista come  il libero mercato del lavoro e  dei titoli di studio.  
Al bar sotto casa,  si chiama politica della "botte piena, moglie ubriaca".  Dimenticavamo,  "e l'amante ingioiellata"...         
                   

Carlo Gambescia   

martedì 16 ottobre 2018

La “Manovra del Popolo” 
 Pagheremo caro, pagheremo tutto...




Sotto l'aspetto del rilancio economico la  “Manovra del Popolo” sembra essere un mix di assistenzialismo e  misure fiscali  di valore prossimo allo zero.  Per le stesse ragioni  rischia però  di provocare pericolosi  attriti con Bruxelles. 
Lasciamo agli economisti che  ne sanno più di noi,  la critica dettagliata delle misure, che ora dovranno passare al vaglio dell'Unione Europea e  Parlamento. 
Quel che colpisce sul piano generale, sociologico, sono due aspetti extra-economici, molti istruttivi. Ovviamente, per chi desideri istruirsi...  Per fare un esempio personale, che poi non è tale, perché la cosa sarà accaduta   a tutte le persone con studi:  capita sempre, con precisione  matematica, il cretino, talvolta  più di uno, durante una conversazione, magari animata e impegnata,  che se ne esce  con “Lei ci fa pesare la sua cultura”… Capito? Studiare sarebbe un colpa...  Sotto questo aspetto, l’attuale governo giallo-verde è il governo degli ultimi della classe:  di coloro  che, col nodo allo stomaco,  si facevano  beffe dei primi, e che ora si ritrovano  improvvisamente  a comandare. Sicchè  sfogano tutta la frustrazione accumulata. Come dire? Falliti di successo.
Ma veniamo ai due aspetti.
Il primo è  quello delle idee-forza,  ridotte a slogan da ripetere all’infinito,  formule  di facile comprensione,  come si fa  con i bambini: frasi fatte  che nella cattiva politica finiscono sempre per avere la meglio sugli esami di realtà. In qualche misura il populismo e la fase estrema dell’infantilismo.  E, purtroppo, come resta difficile spiegare a un bambino la bilancia commerciale, rimane altrettanto difficile contrastare idee semplici, anzi semplicistiche, come quelle  populistiche, con idee complesse, come quelle dell'economia.  Di qui,  la prevalenza del cretino, per citare il famoso libro di Fruttero e Lucentini.  Dovremo perciò  aspettare i fatti:  dal momento che la verità finisce sempre per  vendicarsi, in primis del cretino.  Ad esempio, si parla pomposamente  di "Manovra del Popolo",  ma quando il popolo bambino si vedrà espropriato - si spera solo in parte, ma non è sicuro… -   degli averi custoditi nei  conti correnti e si  troverà in fila  davanti ai Bancomat chiusi e/o  all’obbligo di ritirare lire (non euro, attenzione...), per giunta in  cifre limitate,  si accorgerà finalmente  della presa in giro. Ma sarà troppo tardi.  
Il secondo, è quello della cosiddetta "illusione finanziaria", termine coniato da Amilcare Puviani,  più di un secolo  fa.  Il  maestro della scienza della finanza italiana  italiana  sosteneva,  a ragione secondo la maggioranza degli economisti di oggi,   che il moderno  stato interventista  illudeva  il cittadino sulla bontà  della spesa pubblica,  le cui conseguenze, in realtà erano (e sono)  insondabili (come prova l’impasse di una disciplina, pur raffinata,  come l’econometria).  E, comunque sia, rimangono transitive: di regola,  secondo  Puviani,   sono le generazioni successive  - a  quelle che hanno preso le decisioni  -   a pagarne le conseguenze. Però si fa credere che non sarà così. Tradotto: l’abolizione della Fornero per accontentare una generazione che vuole vivere trenta o addirittura quarant’anni senza lavorare, sarà duramente pagata  dalle generazioni future.  Anche allora sarà troppo tardi.  
Così stanno le cose. Altro che il  Paese di Bengodi.  Pagheremo caro, pagheremo tutto. 

Carlo Gambescia 

lunedì 15 ottobre 2018

Il pericolo antisemita
Salvini e Ulisse



Finalmente una  buona notizia.  “Ulisse”, dedicato al rastrellamento  degli ebrei  romani del 16 ottobre 1943 (*) , come si legge oggi, “ha tenuto incollati alla tv 3,6 milioni di spettatori”.  “Tú  sí que vales” più di cinque milioni. In termini di share, Belen Rodriguez  29, 3 per cento, Piero Angela 18.6 (**). Diciamo però che, considerando i tempi barbari,  non sono pochi,  vista anche la natura impegnativa,  in termini di stress psicologico, della puntata di “Ulisse”.
Quel che invece  sorprende è il silenzio di Matteo Salvini. Di solito, sempre il primo a twittare su tutto e tutti.  Roberto Fico, invece, ha elogiato il servizio pubblico. Ecco queste divisioni, su una questione di fondo  come quella dell’antisemitismo,  dovrebbero  far riflettere.
Ricordiamo, che il ditino di Salvini è rimasto immobile  anche in occasione della condanna a dodici anni  del leghista pistolero  di Macerata.
Se  ai  due indizi, per così  dire, se ne  unisce  un  terzo, che proprio indizio non è, parliamo per usare un eufemismo delle politiche anti-immigrazione rilanciate da Salvini,  abbiamo la prova che il leader populista,  quanto meno, con il suo silenzio,  se non  proprio approva,  difende "passivamente"  razzisti e antisemiti.  
È vero che nel 2016, quando  non era ancora Vice Presidente del Consiglio, Salvini visitò  Israele,  ma sembra,  senza lasciare grandi tracce. Del resto, una cosa è il realismo politico, questione storica, un’altra la chiara presa di posizione  su una  questione  trans-storica come l’antisemitismo. Per fare  un esempio,  è come se si volesse  rimettere  in discussione la natura sferica della Terra. 
Esageriamo?  Giudichi il lettore.

 Carlo Gambescia

*) Di  1021 deportati,  tornarono in 16. Si veda qui:   http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto1=1444&idtesto=940&son=1#   .

domenica 14 ottobre 2018

 L’intervista di Alain de Benoist a “Die Welt”
Un pensatore paradossale…




“Die Welt”  ha  pubblicato, due giorni fa,  la  lunga intervista ad  Alain de Benoist  di Martina Meister (*). Il pensatore francese, settantacinque anni il prossimo dicembre,  viene dipinto come una specie di Céline, nella sua vecchia casa di campagna,  quasi in rovina, in una grande  cucina,  ingombra di libri e cianfrusaglie,   tra i gatti, seduto su  una vecchia sedia con una gamba più corta,  con la variante, che però non  fa molto "maledetto",  della sigaretta elettronica, che meccanicamente va e viene tra le sue labbra.   
Il giornalismo tipo Sky  non comprenderà mai, perché incapace di analizzare a fondo,  un personaggio del calibro di Alain  de Benoist.  Che per capirsi, non è un  Fusaro qualsiasi.  Molti anni fa, il padre della Nuova Destra europea ( ma si potrebbe dire mondiale), durante un tour culturale in Germania, venne picchiato da alcuni estremisti di sinistra.  Allora però “Die Welt” non mandò nessuno a intervistarlo. I tempi cambiano, i populisti vincono, anche sul Reno,  dichiarandosi  figli spirituali di  Alain de  Benoist.  Allora,  non si sa mai… 
A dire il vero, nell’intervista, il pensatore francese, nega di  essere il paparino di chicchessia, a cominciare dai sovranisti. Civetteria intellettuale? Astuzie della ragione? Politicamente corretto  di segno contrario? Oppure semplice verità?
Sul piano dell’influenza cartacea,  Alain de Benoist  è stato letto (parola grossa) soprattutto dall’estrema destra.  Ma lo ha letto, su quello più verace della influenza delle idee,  per poi abbandonarlo al suo destino,  anche  la  sinistra:  la sinistra intellettuale, quella elitaria che civettava e civetta, soprattutto in Italia.  con il pensiero della crisi europea, in particolare quello di Carl Schmitt, il pensatore elettivo di Alain de Benoist  insieme  a   Heidegger e Marx.
Rispetto  a questa infuocata  triade,  Gramsci,  ricordato  anche nell'intervista,  fu solo un breve incontro, più che altro per  épater le bourgeois. Il concetto di  “egemonia culturale” viene tradotto da Alain de Benoist  in termini di conquista degli intellettuali  di segno opposto ( se si vuole di convergenze...), non - attenzione -  del popolo in quando tale:  in chiave  “nazionalpopolare”, come invece teorizzava il  pensatore comunista.
Il paradosso  Alain de Benoist -  dal titolo di un libro che Preve scrisse su mio invito (**) -   non è tanto ( o comunque non solo) nella natura trasversale  del  suo  pensiero, quanto in una  raffinatezza epistemologica  che è quanto di più lontano dal greve e incolto  populismo politico di destra e sinistra. 
Il paradosso  - che in fondo fu pure di Georges Sorel, che per tanti aspetti gli somiglia  -  è quello di un dottissimo  intellettuale,  benché non lo dica mai  apertamente, che  vuole parlare in nome del popolo e  soprattutto vuole insegnare al popolo, anche qui non scopertamente,  cosa sia il bene, cosa sia male, cosa sia peccato, cosa  sia  grazia  e perdono. C'è un fondo religioso, probabilmente cristiano,  nel pensiero debenositiano, che andrebbe indagato,  andando oltre il pane stantio del  paganesimo di facciata.
Qual è il punto, insomma?  Al di là di una casa di  campagna, che cada o meno  a pezzi, cosa che qui non interessa,  Alain de Benoist, come forma mentis,  è elitario quanto Macron, il suo nemico giurato. Con una differenza, che Macron è un politico, de Benoist un intellettuale. Dunque con responsabilità diverse. Per dirla con Pareto,  Macron appartiene alla classe eletta di governo, de Benoist a quella eletta di non governo.   Altro che popolo  contro  élite…
La debenoistiana  raffinatezza di pensiero  preclude, a priori,  qualsiasi basso  commercio intellettuale (e a maggior ragione politico), con autodidatti delle idee riusciti male  come Marine Le Pen e Matteo Salvini. Pertanto, Alain de Benoist dice il vero quando nell’intervista  dichiara  di non  ritenerli  eredi poltici né tantomeno figli spirituali.
Crediamo però  che questo suo costruttivismo -  la pretesa intellettualistica di sostenere  che le idee vengano prima dei fatti e non viceversa -  spieghi sul piano cognitivo l' avversione  per il liberalismo. Nell’intervista c’è una frase chiave: “Se non ci fosse un solo migrante in Europa", dice de Benoist, “la nostra identità sarebbe ugualmente minacciata". Dal capitalismo liberale, of course.
Il mercato, e più in generale  l’idea di una mano invisibile che  regoli l'imprevedibilità  delle azioni sociali, teorizzato dal liberalismo,  in particolare economico,  sono  quanto di più estraneo al costruttivismo intellettuale debenoistiano.  In realtà, il liberalismo è anche realismo politico e regolazione del mercato, dunque mano visibile. Una componente costruttivista -  cosa negata neppure da Hayek e perfino da Mises -  che  fa parte, cognitivamente  parlando, di ogni  pratica politica. Il punto è dove fermarsi.
De Benoist, per usare una metafora banale, getta il bambino del liberalismo con l’acqua sporca della mano invisibile.  Al di là del primato del politico o meno,  in gioco resta  la questione cognitiva della prevedibilità o meno delle azione umane.  Ovviamente, di questo in una intervista giornalistica a Sky, pardon al  “Die Welt”,  non si può parlare.  Dei gatti, che fanno tanto Céline, magari sì. 

Carlo Gambescia                 
                                      
     

sabato 13 ottobre 2018

Controstoria d’Italia
Forza mercati, fate il vostro dovere!



1. Fuori lo straniero?
Diciamo la  verità,  i moderati, magari quelli  con studi, equilibrio  politico,  senso storico e sociologico (sembra il mio autoritratto),  si augurano che i mercati demoliscano il peggiore governo Repubblica dal 1946 ad oggi a colpi di spread.  Il che, naturalmente, rischia di   apparire servile, agli occhi  dei  nazionalisti, pardon sovranisti. Perché, dal punto di vista, “del prima gli italiani" chiamare  lo “straniero” in aiuto,   per liberare l’Italia,  suona blasfemo.  Anche se in realtà, come è noto,   i mercati sono consustanziali alla  vita  economica  moderna  di stati e nazioni,  pertanto non sono del tutto estranei, anzi. 
Che dire? Narrazioni. In realtà.  nella sua lunga  e complicata  storia, l’Italia moderna, si è trovata più volte, costretta a rivolgersi “allo straniero”. Gli storici, a cominciare dalla “calata in Italia” di Carlo VIII, “invitato” da Ludovico Sforza,  hanno però  sempre dato spiegazioni, in chiave  più o meno profonda,  sulla base  degli eventi politici e in particolare degli equilibri internazionali dai quali l’Italia, prima espressione geografica, poi unitaria, inevitabilmente dipendeva. 
Tutte le varie egemonie  ( e lotte per l'egemonia)  europee e poi mondiali,  che si sono  succedute da Carlo VIII  a Hitler,  hanno visto l’Italia, prima divisa poi unita,   a rimorchio di un alleato più forte. E questo con buona pace dei nazionalisti e dei fascisti,  finiti,  da par loro,  a fare i  servitori di Hitler.

2. Forze centrifughe e centripete
Il punto qual è? Che l’Italia, non ha  mai avuto le risorse economiche e politiche per farcela da sola. In particolare le risorse politiche, rinviano,  a quelle enormi divisioni interne, prima  in staterelli, dopo in partiti e fazioni, tutti più o meno equivalenti.   I quali,   prigionieri di una vista cortissima, tutti insieme, imponevano alleanze esterne in funzione di infinitesimali equilibri interni. Lo stesso universalismo della Chiesa, munito, dal punto di vista istituzionale, di inevitabili e  robusti appetiti terreni, addirittura regionali,  non ha giovato. Di qui, ripetiamo, il periodico ricorso allo straniero.
Dicevamo prima di Hitler. L ’Italia però, nel Dopoguerra, non potendo non schierarsi,   si schierò  con gli Usa,  integrandosi nel mondo occidentale. E non fu male, perché altrimenti, dopo il tracollo del nazionalismo fascista, non potendo tornare indietro, rischiava di finire sotto le grandi  zampe dell'Orso Sovietico.  Piaccia o meno,  lo straniero purtroppo è nel  nostro destino. Per farla breve, siamo piccoli e rissosi, di qui il ricorso a potenze  straniere.
Sarebbe interessante scrivere una storia d’Italia, grosso modo dalla fine del Quattrocento, quando intorno a noi cominciano a formarsi gli stati -  quelle grandi monarchie, che poi si tramuteranno in stati nazionali -  puntando sull’idea del mai spento conflitto tra forze centrifughe.  Altrove, sociologicamente parlando - il punto è importante -   il conflitto era ed è  tra forze centripete e centrifughe. In Italia, invece prevalgono tuttora le forze centrifughe. 

3. Europa, Europa, Europa…
Esiste però un’ eccezione (poi spiegheremo perché): l’unificazione europea. Che sul piano sociologico e storico,  rimanda al meccanismo di nascita  degli stati nazionali.  Basterebbe perciò immaginarla (semplificando) come un “superstato” (ovviamente anche con gli inconvenienti del caso…).  L’Italia, proprio perché divisa e rissosa  - stiamo semplificando - riuscì a unificarsi (il suo piccolo “superstato”),  solo nell’Ottocento, dopo essere passata da un dominatore straniero all’altro, visto a seconda della fazioni interno come un alleato o un nemico.  
Il processo di unificazione europea  può essere imperfetto, ma esiste, in punto di fatto,  una moneta unica e uno schema di alleanza politica. E poi - ecco l’eccezione - è un processo pacifico, si basa sul contratto non sulla spada  (il comando economico  è una cosa quello polemico e polemologico, un’altra, ben più pericolosa).  Sotto questo aspetto, l’unificazione dell’Italia sotto il Piemonte sta all’unificazione dell’Europa sotto Germania e Francia. Può piacere o meno,  ma è un passo in avanti, in un modo geopoliticamente diviso in blocchi.  E quell’unificazione fu militare... La nostra, invece è pacifica. Mai dimenticarlo. 

4. Scegliere lo “straniero giusto”
Il problema perciò, se vogliamo tenere in considerazione, il periodico e inevitabile  ricorso allo straniero è scegliere lo straniero giusto.  Ben vengano  i mercati,  se riescono a  far cadere a colpi di spread  un governo che rappresenta le peggiore tradizione centripeta italiana. Ben vengano i mercati,   se possono aiutare l’ Italia a restare nella moneta unica, come parte fondamentale di un processo di unificazione europea. E colpiscano duro.
Un’ultima cosa, la lingua madre di Cavour era il francese, i  Piemontesi di Vittorio Emanuele II  erano visti, nel resto dell’Italia,  come i Nuovi Galli.  Eppure "fecero l'Italia". Napoleone III, politicamente parlando, fu determinante per la riunificazione: le forze centripete vinsero  grazie ai francesi.
Senza la riunificazione,  oggi l’Italia sarebbe un coacervo di Repubbliche di San Marino. Senza l’Europa,  si rischia di  tornare ad essere, domani,  nel mondo di blocchi, un' espressione geografica.
Forza mercati,  fate il vostro dovere!  Liberateci dal nemico interno. 
Carlo Gambescia
                               

venerdì 12 ottobre 2018

Riflessioni
Difesa o dittatura giuridica…




1.Una disciplina del senso morale
Gaetano Mosca (nella foto),  grandissimo scienziato politico, nonché liberale molto preoccupato  degli esiti dittatoriali delle democrazie, quando  e se  pericolosamente maggioritarie, coniò un termine: “difesa giudica”.
 Mosca, con questo termine, individua  i meccanismi sociali che regolano la società:  quel  che Mosca chiama “disciplina del senso morale”,  che consente alla grande maggioranza degli individui, o delle “coscienze mediocri” portate a obbedire, a   identificarsi per utilità e  mimesi  con l’ordine politico e sociale.
La regola è: “Obbedisco perché mi conviene moralmente, e poi così fanno tutti”. Piaccia o meno, ma le radici sociali  (minime)  dell’obbedienza sono queste.  E sono  di tipo conformistico. Dopo di che, nei più illuminati, storicamente sempre pochi,  seguono l’adesione per scelta, per persuasione, per convincimento, che comunque, ripetiamo non riguarda le maggioranze, che obbediscono  per mimesi, e interesse alla mimesi morale.


2. La calamita dell’interesse individuale
Se si mette in discussione, non tanto il principio di utilità individuale, quanto il rapporto tra utilità individuale e ordine sociale, viene meno la disciplina del senso morale, così come tradotta dal  concetto di formula politica.
Gli individui perseguono i propri interessi, sicché il bene comune viene sempre dopo non prima.  Non esiste un bene comune  precostituito, se non come rispetto, da parte delle minoranze che governano della difesa giuridica, nel senso di garantire che la disciplina del senso morale funzioni, faccia, insomma,  il suo corso.
Quanto più si scollega  la difesa giuridica  dalla disciplina del senso morale, imponendo una qualsivoglia  idea di bene comune ex ante -  che non sia dunque  quella di lasciar fare  ai meccanismi naturali del controllo sociale attraverso  l’interessato conformismo mimetico  -  tanto più si indebolisce la difesa giuridica di un società, che è  tale, perché si fonda su istituzioni  legali, che garantiscono questo meccanismo disciplinare.
L'interesse individuale è la vera calamita dell'ordine sociale. 

3.La dittatura giuridica
La differenza tra la difesa giuridica e la dittatura giuridica, termine che qui introduciamo, andando oltre Mosca,   è  nello  stravolgimento ad opera dello stato, o dei poter pubblici, dei meccanismi naturali di controllo sociale, mediante l’imposizione dall’alto di un’idea astratta di bene comune, ex ante, per l’appunto, come dicevamo. Si chiama anche costruttivismo politico.
Per uscire dalla teoria pura:  il liberalismo (ad esempio, con la costruzione dello stato di diritto) è  una delle migliori espressioni del meccanismo della difesa giuridica, invece democraticismo, nazionalismo, socialismo, sono espressione della dittatura giuridica. Infine fascismo, nazismo e comunismo,  si muovono sul piano del totalitarismo giuridico.  
Il liberalismo prende atto che la stragrande maggioranza degli individui si muove per interesse, e interesse alla mimesi, di qui la necessità  di lasciar fare ai meccanismi morali naturali: la regolazione, comunque sia,  viene dopo non prima, ex post, insomma.  Invece, le altre dottrine politiche vogliono imporre dall’alto un' idea morale, ex ante,  turbando gli equilibri naturali del controllo sociale.

4. Conclusioni
La difesa giuridica  tende  a  razionalizzare  il conformismo sociale?  Impedendo così  il cambiamento?  No. In realtà, lasciar fare ai meccanismi naturali, non impedisce che minoranze creative, possano entrare il rotta di collisione con il pensiero dominante, che è altra cosa dal concetto di formula politica. Il vero punto  della questione  è  quanto paghi, in termine di interessi individuali, la trasgressione, o innovazione sociale,  e come possa trasformarsi in fattore di emulazione collettiva.
Qui dovremmo aprire  un altro capitolo:  quello della comunicazione sociale della trasgressione, che a sua volta, di rimbalzo,  si fonda sul comportamento mimetico. Altrimenti, come potrebbe diffondersi? Constatazione di fatto che ci riporta però all’interesse individuale alla mimesi.  
Come si  può capire, l’interesse individuale finisce per essere la roccia sulla quale si fonda ogni società, nonché  la base stessa del  concetto  di formula giuridica.  Il vero cemento sociale. 
Non se ne esce,  se non imponendo  un’idea dall’alto di bene comune. Ex ante. Che  finisce, inevitabilmente, per rivolgersi all’interesse individuale. Per schiacciarlo però. 
“Proletari di tutto il mondo unitevi”, scrivevano Marx ed  Engels, sostenendo implicitamente, che era interesse di ogni proletario unirsi a un altro proletario…  
Sappiamo tutti come è finita. 
  
Carlo Gambescia                 

      

giovedì 11 ottobre 2018

Giano Accame e i populisti
L’ospite sgradito





Lo storico  Giuseppe Parlato nel suo libro sulla secessione di Democrazia Nazionale  sottolinea quel che si potrebbe chiamare  il “tema dell’irrilevanza” (*). La tesi  è la seguente:  Democrazia Nazionale? A destra, nel mondo neofascista (e postfascista),  non se n' è parlato né se ne parla, perché la si giudica frutto velenoso di un imperdonabile tradimento,  opera di un pugno di scismatici e reietti  non degni di appartenere alla comunità dei fedeli.  A sinistra, il disinteresse, da sempre,  verso tutto ciò  che non fosse terrorismo neofascista, pistole, bombe e mitra, non  ha mai consentito, in termini di vero e proprio interdetto storiografico, di ricondurre nell'alveo della storia della Repubblica  la storia  del Movimento  Sociale.  Figurarsi perciò  quella di un micropartito, scomparso quasi subito. 

Nota Parlato: “ Chi scrive ha avuto da alcuni personaggi d’area ex missina il consiglio di non occuparsi di questa vicenda;  e non già perché costoro volessero occultare qualcosa o temessero l’emergere di verità scomode e imbarazzanti. Da parte loro vi era invece un ammirevole candore nel sottolineare come uno studioso non dovesse perdere tempo ad occuparsi di questa vicenda perché tutto quello che c’era da dire era stato detto e bastava il giudizio morale per chiudere il discorso e non parlarne più” (p. 17).
Parlato prova che il vero movente non fu l’ormai leggendario oro democristiano, ma un serio e  complesso  processo di mutazione politica, e probabilmente - riteniamo -  anche antropologico-culturale,  che coinvolse  non pochi dirigenti neofascisti. "Fascisti in democrazia" che si ponevano a proposito del problema storico-politico del fascismo, la questione di  come conciliarlo con le istituzioni della democrazia rappresentativa, andando però oltre la pura esemplice  mimesi istituzionale, dunque concettualmente.  
La  Fiamma dimezzata è un ottimo  libro,  che, tra le altre cose,  conferma  che Giano Accame,  “aderì”   a   "Democrazia Nazionale come consulente per la parte economica" (p. 17).  Il che  getta   fasci di  luce  su quella retorica della transigenza  -  come  consapevolezza  di una destra che doveva parlare e interagire con  il mondo -  che ha  contraddistinto il pensiero di Giano Accame, da noi approfondito in un  libro recente.
E qui, vengo alle dolenti note. Personali (ma fino a un certo punto...).  Perché, da parte della stessa  destra, che, come riferisce Parlato,  sconsigliò di scrivere un libro su Democrazia Nazionale,  ho dovuto rilevare la stessa disattenzione nei riguardi del mio saggio. Che, sia detto per inciso, è, in assoluto, il primo libro, dedicato a Giano Accame, a quasi dieci anni dalla morte.  Praticamente,  Retorica della transigenza  non è stato recensito, a parte una singola e lodevole  eccezione, da  nessun  giornale, rivista, sito fascista,  neofascista o postfascista.  Sul libro - fortunatamente,  solo  a destra - è scesa, la classica coltre di silenzio.

Forse, mi sono chiesto,  perché su  Accame, scrittore, giornalista  e storico, libero e indipendente, pesava e  pesa ancora l’anatema contro Democrazia Nazionale? Eppure negli anni Novanta, in vari e densi libri,   pubblicati da una intelligente casa editrice di destra,  egli  tratteggiò con acume  e grande libertà di giudizio le linee guida di una Destra Sociale, rispettosa delle regole mercato  e  attenta  a quelle della democrazia rappresentativa. Eppure, è così. Giano Accame  resta per la destra una specie di ospite,  per giunta sgradito.
Pertanto, sorprende fino  a un certo punto, vedere Giorgia Meloni accanto a Steve Bannon,  dunque  con un altro ospite, invece molto gradito:  felice come  una Barbie a fianco  del suo Ken.  In effetti, Giano Accame come uomo e come scrittore  era l’esatto contrario dello pseudo-intellettuale populista da strapazzo,  con la bava alla bocca.   
Cose che ho regolarmente scritto nel mio libro: per carità, opera di un sociologo non di uno storico.  Tuttavia,  Retorica della transigenza   ha dato  fastidio, a prescindere.  A una destra forcaiola  che del populismo  sembra aver  fatto il suo  nuovo feticcio.  
Auguri.

Carlo Gambescia         

 (*) G. Parlato, La Fiamma dimezzata.  Almirante e la scissione di Democrazia Nazionale, Luni editrice, Milano, 2017  . Il libro  si  può acquistare qui:   https://www.lunieditrice.com/LA-FIAMMA-DIMEZZATA  . Si veda, sulla stessa pagina web  la  rassegna stampa, a dir poco stringata,  e in particolare le due recensioni, due recensioni due, più un'intervista, riservate all' eccellente  libro di Parlato dalla stampa postfascista, dove sembra prevalere, per la serie tutti i salmi finiscono in gloria, il patriottismo di partito in favore di Almirante...