sabato 23 giugno 2018

Caro Corrado Ocone,
con i populisti, il modello Westminster non serve…



Caro Ocone,  ho letto il tuo articolo (*),  dove  si  consiglia come "sopravvivere" alla situazione politica che si è creata  in Italia (non da sola, ovviamente, ci sono  cause e responsabili). "Sopravvivere" da liberali, of course.  Nel titolo si propone   un “manuale di sopravvivenza liberale”.
Che si riduce a che cosa?  A una “cultura liberale

attenta solo a che siano rispettate le regole del gioco:[che] vigila a che nessuno, non avendo in tasca la Verità assoluta, pretenda di sopraffare l’altro nel gioco politico, che è per sua natura di composizione e mediazione di interessi.

Ti dico subito, se mi passi la battuta (poi mi farò più serio), che  parlare agli italiani di rispetto delle regole è come consigliare a Dracula di succhiare latte.  Nel pezzo  parli dell'importanza del liberalismo teorico prima che politico. Concordo. A meno che non si trasformi in dottrinario. Inoltre non vedi la necessità, che è anche impossibilità di un partito liberale. Concordo. Inoltre, poni l’accento, delineando un liberalismo che ritieni possibile, dunque realistico,  sulla  centralità dell’individuo. Concordo.   Insisti pure sul dovere di  evitare attacchi preconcetti agli avversari, perché nessuno di noi ha la “verità in tasca”.   Mai "delegittimare" l'avversario ( il lettore si appunti quest'ultimo termine).  Infatti,  sostieni che  
  
 “non si può  [...]  delegittimare moralmente l’avversario politico prima ancora che si metta all’opera, dimenticando che questo governo non ha alternative ed è composto da forze politiche che hanno avuto la maggioranza dei consensi democraticamente espressi. Si provi piuttosto a costruire un’alternativa credibile per il futuro, controllando e criticando ovviamente questo governo in ogni suo atto ma senza spostare il discorso, come era già avvenuto con Berlusconi, sul terreno ad esso non consono della morale (o dell’estetica!). Fra l’altro, è un’atteggiamento che non paga nemmeno politicamente”.

Mi dispiace, ma sul punto non concordo.  Qualche anno fa  scrissi un libro (**), dove  -  da liberale assiduo di tutti gli ambienti politici-  rimproveravo  ai liberali di  non aver capito la grande lezione del  realismo politico (non tutti, ovviamente).  Alla presentazione ebbi l’onore di averti tra i relatori.  Noto, purtroppo,  che si persevera.   
Che senso ha parlare di delegittimazione dell’avversario, quando l’agenda è fissata d'imperio morale dall’avversario stesso? Insomma, quando essa non si fonda su un orizzonte politicamente comune?  Che senso ha perciò  parlare di regole quando è l’ avversario il primo a travisarle e  calpestarle?      
Nel mio libro, ponevo alla base di un liberalismo archico, politicamente realista,  la distinzione amico-nemico,  attingendo a pensatori come  Burke, Freund, Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce Weber, Ortega,  De Jouvenel, Röpke, Aron e Berlin.  In sostanza, nel libro scrivevo questo: attenzione,   realismo politico non è passiva accettazione dei fatti compiuti, ma distinzione tra nemico e avversario, per comportarsi di conseguenza. Se l’agenda politica è fissata dal nemico, sebbene regolarmente votato  -   non dall’avversario, attenzione -    che non ci rispetta e che  ci vuole distruggere,  chiedere, o peggio ancora implorare,  il rispetto delle regole da un nemico ( ripetiamo, non un avversario che le condivida con noi) è patetico, pericoloso, autodistruttivo. Certo, il confine è sottile. Però è qualcosa, se non si è feticisticamente dottrinari, che si può avvertire nell'aria. Insomma, Salvini e Di Maio, non sono sicuramente né liberali né riformisti. Dicono cose, che non dispiacerebbero a Mussolini e Hitler.  Sono nemici, non avversari. 
Tu, caro Ocone,  con il tuo liberalismo dottrinario,  delle regole, ottimo per i salotti di Elena Croce,  ma pessimo per le piazze e i social,  terreno di caccia di pericolosi arruffapopoli (di più, il primo) come  Salvini e Di Maio,  rischi di finire stritolato, e con te rischiano di essere sbriciolati gli italiani che disgraziatamente  dovessero seguire i  consigli racchiusi nel  tuo “manuale di sopravvivenza”.
Rispetto delle regole?  Nei riguardi di chi?   Verso chi cinicamente gioca al subbuteo  con i barconi dei disperati nel Mediterraneo?  Verso chi insulta - o tace, peggio -   uno scrittore nel mirino della camorra e della mafia, antipatico quanto vuoi,  ma sacrosanto simbolo della libertà di pensiero?  Verso chi non capisce che i cugini francesi, hanno pagato, e stanno pagando al terrorismo islamista  un tributo altissimo? Che noi neppure ci sogniamo? E che  nelle loro periferie hanno centinaia di migliaia di possibili  nemici interni? Verso chi ha messo in agenda, creando un clima politico surreale,  la lotta ai vaccini? Il vivere, asserviti, a spese dello stato?   Il nazionalismo e il protezionismo?  Verso il sovranista che però  ci vuole vendere al piccolo  zar Putin?   E potrei continuare.  Insomma,  siamo dinanzi  non al  partito laburista o socialdemocratico, ma al purissimo  e velenoso distillato di una cultura profondamente antiliberale e antiriformista. Costoro, ripeto, non sono avversari, sono nemici.  Se poco poco si consolidano elettoralmente e istituzionalmente, altro che democrazia dell'alternanza...  Altro che modello Westminster...       
Mi sarebbe perciò,  fin troppo facile citare il precedente del fascismo e dei fascisti, scambiati quasi tutti dai  liberali di allora, per liberali dalle mani lunghe, che dopo avere fatto pulizia, sarebbero tornati all’ovile.  Finì, come  sappiamo.
Certo, mi potresti rispondere,  che non è così, che non ci sono gli squadristi, e che è nel  Dna italiano, come hai scritto,  vedere fascisti ovunque eccetera, eccetera.   Diciamo per ora. Concedo.   
Però se questo governo, che tu vuoi contrastare in stile Westminster, con una pistola ad acqua,   dovesse fallire,  i "governanti"  che verranno dopo potrebbero essere addirittura ancora più pericolosi. Non dimentichiamo  che  il populismo di Tangentopoli,  alla prima (secondo la logica della potenze matematiche),  ha prodotto  Berlusconi, populista alla seconda,  che a sua volta  non ha prodotto Monti (un puro e semplice "intermezzo tecnico"), bensì il successivo populismo  alla terza  di Renzi,  nonché  il populismo alla quarta di Salvini e Di Maio.  La tendenza è  rialzo. Si prepara un'esplosione atomica.  E proprio  in caso di fallimento, un secondo "intermezzo tecnico", potrebbe essere  ancora più duro di quello montiano.   Il  che determinerebbe, inevitabilmente, un populismo alla quinta  potenza.  Un nuovo fascismo? Dna o non Dna,  caro Ocone, ragionaci sopra. 
Certo, si può  anche ironizzare  sulla nostra teoria matematica del populismo. Però i fatti non cambiano: aspettare, nascosti dietro Westminster, per vedere l’effetto fa, come cantava Jannacci, è inutile, sciocco  e  pericoloso.  
Qui, serve invece  un appello a tutte le residue  forze non populiste,  nel Parlamento,  nella società, nelle istituzioni, anche non civili, per una concentrazione, possibilmente anche di governo, emergenziale, ma liberale e riformista,  che si  stringa a  Bruxelles  e punti  sull'aiuto delle forze antipopuliste presenti  in  Europa e in tutte le sedi internazionali. La democrazia liberale va protetta dai suoi nemici. Se ne cade una, per effetto domino,  possono cadere tutte.  Ecco il messaggio, forte e chiaro, che deve partire dal  Paese.   
Prima che sia troppo tardi, l’Italia deve mettere in agenda se stessa. E presentarsi  agli occhi  del mondo,  come baluardo contro il populismo internazionale. Certo, l'Italia non è il Venezuela, è un paese ricco. Ma proprio per questo la sua caduta sarebbe ancora più grave.        
Caro Ocone, altro che rispetto delle regole, aspettare e vedere. E giunto il  momento in cui  la libertà va difesa con la spada. Ripeto,  prima che sia troppo tardi. Si chiama, liberalismo archico. 

Carlo Gambescia  

         
             
(*)  Pubblicato sull’ “Intraprendente”:  http://www.lintraprendente.it/2018/06/manuale-di-sopravvivenza-liberale/

(**) Carlo Gambescia, Liberalismo triste. Un percorso. Da Burke a  Berlin, Edizioni Il Foglio, Piombino (Li), 2012 -  https://www.edizioniilfoglio.com/copia-di-oreste-del-buono-6

venerdì 22 giugno 2018

Il cretinismo populista,  nuova lebbra di massa
Macron ha sempre (più) ragione




I lettori più eruditi, quelli che apprezzano, quando  scriviamo  di argomenti alti (teoria politica e sociologica),  devono avere pazienza.  Rischiamo di essere ripetitivi.  Però  non possiamo  esimerci dal criticare,  quasi quotidianamente,  le pericolose stupidaggini a gogò  di un governo che rischia di rovinare l’Italia.  È un dovere civile. Alcuni si sottraggono,  per andare a caccia di farfalle. Altri invece hanno perso addirittura la  testa per i populisti.   Infine, ci sono quelli, in cerca di rivincite, che credono di scorgere  nel governo giallo-verde una testa di ponte verso una specie di fascismo del XXI secolo. Noi invece stiamo  con Macron.  Parigi o cara.  Consapevoli del fatto che non siamo i primi né saremo gli ultimi a guardare verso la Francia come faro di libertà.  Quest'ultima frase un tempo ci appariva  retorica.  Ora non  più. Comprendiamo perfettamente il tormento degli antifascisti, un tempo, costretti a emigrare. Purtroppo. 
Pertanto non possiamo non apprezzare l’atteggiamento del Premier francese.  Macron sta alzando, giustamente,  i toni,  perché ha intuito  tutto.  In particolare,  non è  sfuggita  alla sua già notevole attenzione per le questioni europee, il profilarsi  di certa  acquiescenza  politica  alle grossolane minacce  del governo giallo-verde italiano.  Sì,  concordiamo:  il populismo è una lebbra  che si chiama  stupidità di  massa.
In Italia, come dicevamo,  molti hanno  perso la testa.  Del resto del fascismo che cosa si ricorda?  Non la mancanza di libertà (roba da “signori”,   per gli “anti-casta” e "forconi" nostrani),  ma  la cassa mutua e le altre misure sociali.  E quali sono piatti forti del governo in carica? Reddito di cittadinanza, servizi sociali a gogò, ma “solo per gli italiani”,  interventi pubblici a pioggia, posto fisso, chiusura domenicale degli esercizi commerciali, e via folleggiando.  Chi pagherà? Boh... Tra l’altro si vogliono pure ridurre i tributi.   
Patetica, inoltre,  l’evocazione delle “povertà” italiane del  Vicepresidente del Consiglio Luigi  Di Maio  al suo primo appuntamento sociale in Europa. Siamo tra le nazioni più ricche del mondo è parlare della povertà italiana  è semplicemente ridicolo. Se esiste,  è un fenomeno sotto controllo.  E, tutto sommato, fisiologico:  la curva di  Pareto docet .
Stupido invece, l’atteggiamento dell’altro Vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini. A parte il clima di conflittualità permanente da lui inaugurato, si pensi al suo atteggiamento da guappo  - non troviamo altro termine -  sulla questione scorte.  Ora,  Saviano potrà anche  essere antipatico, potrà anche essere mediocre scrittore, potrà essere, di negativo, tutto quel si desideri.  Ma, ecco il punto,  è noto in tutto il mondo.  L’Italia, piaccia o meno,  mediaticamente,  esporta due cose:  la Mafia e il dottor  Saviano.  Giocare perfidamente, a colpi di twett, sulla possibilità di ritirargli la  scorta, non aiuta a far bella figura  all’estero. E favorisce l'idea che al governo ci sia la Piovra che vuole liberarsi di uno scrittore scomodo, mondialmente scomodo.  Ma così sono fatti i nazionalisti, pardon i sovranisti.  Se ne fregano. Come i guappi.   Fino a quando qualcuno non presenti loro  il conto.  Talvolta,  salatissimo, come nel 1945.
Pertanto  i nostri populisti sono patetici, stupidi e per questo pericolosi. Perché imprevedibili. Di qui, quel  timore, che facciano altri danni, soprattutto all’ idea europea. Che ha favorito, come deve aver intuito Macron, un atteggiamento di acquiescenza -  da ultima la Merkel, per non parlare di politici minori -  alle “sparate” di Matteo Salvini e alle melensaggini di Luigi Di Maio.  Quindi, ben fa, ripetiamo, Macron, a parlare di lebbra e contagio. Lebbra della stupidità politica.  Il caso è grave, epocale,  inusitato,  altro che quote, Ventimiglia,  redistribuzione degli immigrati. E spieghiamo perché.
Per la prima volta dal 1945, con l’ascesa al potere dei giallo-verdi,   è  entrato nelle stanze di  Palazzo Chigi  il cretino di  massa.  Non parliamo dell' "uomo dimenticato" ( "forgotten man")  che ha portato al potere Trump. Negli Stati Uniti,  "uomini dimenticati" e  "uomini non dimenticati" sono in perfetto accordo sui principi del capitalismo. Si discute solo  di come gestire  una "macchina",  comunque ritenuta, da ogni americano, una delicata fonte di benessere.  E poi, protezionismo o meno, risorse e posizione dominante degli Usa,  non sono quelle dell’Italia.  Quindi, gli americani,  non sono né stupidi né patetici. Trump ha macinato miliardi di dollari, non parole in libertà come Salvini e Di Maio. Il primo conosce e apprezza il capitalismo, i secondi, al massimo, hanno giocato qualche volta, da bambini,  a Monopoly. Senza neppure divertirsi.  
Per venire al cretino di massa  diciamo che  è  solo preoccupato del proprio benessere, ma nel modo sbagliato,  perché - ecco la differenza con gli Stati Uniti -   non si sente solidale  con le cause di questo benessere.  In Italia,  ma anche in Europa, dove vincono i populisti, si  vuole il capitalismo senza il capitalismo; si vuole il denaro senza le banche; si vuole lo stipendio senza lavorare; si  vuole la democrazia senza il liberalismo;  si vuole l’unità Europea senza l’unità Europea.  E così via.
Siamo dinanzi a un cretino, e per giunta di massa, come prova l’ultimo voto (non solo in Italia, ripetiamo),  che non  è in grado di capire, da dove viene, dov’è,  dove va.  Pronto a inseguire il primo demagogo che promette  la Luna, senza  fare i sacrifici per arrivare sulla Luna.  
Per fare un esempio classico, il cretino di massa, si comporta alla stregua del  popolo (meglio plebe) nelle antiche sommosse per il pane.  Come cercava di procurarselo? Svuotando  e distruggendo forni e  mulini. Manzoni, da perfetto sociologo ante litteram ha scritto pagine indimenticabili.  
Per farla breve: il cretino di massa non capisce  che la civiltà  può essere mantenuta solo a prezzo di grande impegno( anche come necessaria difesa dell' ingentilimento e dell' umanità nei costumi),  sicché, a torto,  per bocca di Salvini e Di Maio (Conte non Conta), il cretino di massa  ritiene invece che la propria funzione sia quella di esigere perentoriamente, quasi fosse  diritto imprescrittibile,  quel che invece è frutto di secoli di lavoro, sforzi  e cautele. Tutto ciò, qualcuno lo ricordi ai nostri eroi populisti, si chiama anche "civiltà delle buone maniere".
Macron, che per preparazione e dirittura politica, forse più della Merkel (che studiava il russo nella DDR, la lingua franca per fare carriera all'Est),  capisce perfettamente la brutta china presa dagli eventi. Perciò non può non tacere. E per giunta ha ragione, perfettamente ragione.  Il tono è duro. Ma la gravità della situazione lo impone.  
Concludendo,  Macron ha sempre (più) ragione.


Carlo Gambescia      
"Governo del cambiamento"?  Si cominci allora dall’inversione 
dell’onere della prova per le obbligazioni  tributarie
O con Einaudi o con i suoi nemici
    di Teodoro Klitsche de la Grange





Salvini – ma tutto il “governo del cambiamento” lo sostiene – dice che è necessario abrogare l’inversione dell’onere della prova per alcune obbligazioni tributarie. L’intenzione, condivisibile, riduce comunque solo la punta dell’iceberg dei privilegi (sostanziali e processuali) della P.A. nei confronti del privato, spesso del tutto ingiustificati rispetto alle reali necessità pubbliche, come ai diritti dei cittadini.
A tale proposito, e sintetizzando, circa un secolo fa scriveva un grande giurista francese, Maurice Hauriou che nello Stato il diritto e la giustizia erano duplici: c’erano un diritto disciplinare e un diritto comune, cui corrispondevano una giustizia disciplinare (Temi) e una giustizia comune (Dike).
Ambedue le specie di diritto, istituzionale e comune, sono necessari, perché la società politica e quella economica non sono “praticamente separabili l’una dall’altra”; nella concezione di Hauriou, ai due diritti sostanziali corrispondono analoghi diritti processuali, caratterizzati dall’eguaglianza/e non eguaglianza delle parti e dal connotato di un rapporto (tra le stesse) gerarchico o meno.
Nell’ordinamento italiano vigente la posizione di non parità tra P.A. e privato deriva da una serie di “privilegi” e “disparità” a favore del potere pubblico, in parte riflettentisi nelle procedure giudiziari amministrative e tributarie (meno in quella ordinaria) quali:
1) Il carattere intrinsecamente esecutorio del provvedimento amministrativo (anche eseguibile ed esecutivo) cui, ovviamente, non corrisponde analoga situazione del privato.
2) Di conseguenza il potere pubblico non deve adire il Giudice per realizzare una pretesa, almeno negli ordinamenti “continentali”. Il privato si,
3) Anche se il giudice emette una sentenza o comunque un provvedimento a favore del privato e a carico della pubblica amministrazione, la pronuncia del Giudice non corrisponde alla pienezza dello jussum  tra  privati. Alcune statuizioni, sono del tutto vietate, come la revoca o modifica degli atti amministrativi
4) Determinate azioni non possono essere proposte (o proposte solo in casi determinati) nei confronti delle PP.AA. (possessorie e non solo).
5) Quello che è peggio è che lo stesso decisum ed anche se giudicato, non è, ove ad esser debitore è la P.A., trattato allo stesso modo che se ad esserlo è un privato. Esiste infatti una folta (ed apparentemente) disordinata legislazione[1] volta ad impedire – o almeno a ritardare – la soddisfazione delle pretese nei confronti della P.A., particolarmente diffusa negli ultimi venticinque anni e che è il caso di rivedere radicalmente. La legislazione suddetta vieta determinate azioni esecutive verso pubbliche amministrazioni (spesso di settore); istituisce termini dilatori a loro favore; talvolta impone ai Giudici la nomina di Commissari ad acta dipendenti delle stesse PP.AA. debitrici e così via. Tutte norme derogative di quanto prescritto per i privati[2].
E si potrebbe proseguire a lungo. È chiaro comunque che esistono differenze sostanziali, ripetute e crescenti tra il diritto applicato ai rapporti privati e quello tra P.A. e privati. Temi e Dike non sono mai state così distanti, come nell’ordinamento italiano della “seconda” Repubblica.
Tutti tali privilegi e disparità sono stati di nessuna utilità, anzi spesso hanno svolto la funzione di moltiplicatori dello sfascio burofinanziario nazionale. Negli ultimi venticinque anni il prelievo fiscale è aumentato; il debito pubblico non è calato; la spesa per il personale pubblico aumentato (dal 1980 al 2005 da € 21.822,00 a € 155.533,00) di circa 7 volte (fonte Eurispes), anche se, depurato dall’inflazione, detto aumento è molto meno drammatico; l’efficienza della P.A. (addotta spesso come ragione di privilegi e poteri) continua ad essere bassa e molto inferiore agli altri paesi europei continentali dotati cioè di un diritto amministrativo simile al nostro. Segno che tra poteri reclamati dalla burocrazia e efficienza della medesima non c’è quel rapporto virtuoso che viene sbandierato.
Attualmente in Italia nel processo tributario non sono ammessi giuramento, interrogatorio formale (è dubbio) e prova testimoniale; in quello amministrativo la prova per testi è ammissibile, il giuramento e l’interrogatorio formale no. La P.A. non ha necessità di chiedere al Giudice un titolo esecutivo, ma lo forma da se (privilegio decisivo); l’atto amministrativo gode della presunzione di legittimità; l’azione giudiziaria del privato non sospende l’esecutorietà dell’atto, ma questa dev’essere richiesta e disposta dal Giudice, e così via. Quando poi malgrado tutto ciò, il privato ottiene ragione, comincia la via crucis dell’esecuzione della sentenza, tra espedienti dilatori, trabocchetti e quant’altro, per lo più dovuti all’acuto senso dello stato di burocrati e politici della “seconda” Repubblica.
Si chiedeva il mio insegnante di diritto amministrativo Massimo Severo Giannini oltre cinquant’anni fa, quando la disparità tra privato e amministrazione era meno drammatica di oggi, in relazione al più semplice diritto inglese “l’ordinamento inglese, in cui nessun geniale giurista inventò il diritto amministrativo… è giunto più avanti degli ordinamenti continentali. Sulla distanza il diritto amministrativo «continentale» si è rivelato una complicazione ed un impaccio. Che sia arrivato il tempo di distruggerlo?”.
Per cui speriamo che una delle missioni del “governo del cambiamento”  non sia (solo) di rivedere l’inversione dell’onere probatorio, ma molto di più: di ripristinare, salvo casi eccezionali (guerre, disastri naturali e così via) la posizione di parità tra le parti (più Dike e meno Temi), o meglio di ridurne le distanze. L’efficienza della P.A. non ne subirebbe nocumento, ma la libertà ne avrebbe da guadagnare.
Silvio Spaventa e Luigi Einaudi sarebbero d’accordo.
Teodoro Klitsche de la Grange

Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).





[1] Il disordine è apparente, perché lo scopo di tutte le norme è lo stesso: impedire o ritardare i pagamenti dei creditori della P.A..
[2] Tale legislazione è spesso giustificata con la situazione di emergenza della finanza pubblica. Ma è chiaro che, come sa qualsiasi bonuspaterfamilias, il modo migliore per ridurre il disavanzo pubblico è pagare i debiti e non procrastinarli (quindi perpetuarli) nel tempo.

giovedì 21 giugno 2018


Al burocrate italiano  non far sapere  quanto è  buono Dublino con le pere…



Di tutta questa storia, abbastanza complicata per la gente comune, degli Accordi di  Dublino, del Frontex,  dei movements, secondari e primari di immigrati,  gli italiani, parliamo dell’italiano medio, dal tassista all’impiegato, dal pensionato alle maestra, dalla parrucchiera al ragioniere,  dall’operaio al coltivatore diretto,  ha capito ben poco. L'unica cosa che sembra aver capito, grazie a un governo irresponsabile,  è quella che l’UE vuole scaricare sulle spalle degli italiani tutti gli immigrati, i clandestini, i profughi, chiunque, insomma  bussi  alla  porta del Mediterraneo.  "Ci vogliono invadere. E la colpa è dell'UE". Così la banda Salvini. 
Risulta interessante, e meriterebbe uno studio a parte (perché la materia è poco frequentata), come avviene, e con quale riduzionismo concettuale,  la traduzione del discorso pubblico, per così  dire,  in pillole mediatiche.
Si prenda, ad  esempio,  la distinzione tra immigrati  di primo e secondo movimento.  Per movimenti secondari si intende la circolazione  dell’immigrato all’interno dell’UE. Dublino prevede che se  un richiedente asilo, la cui pratica non è stata ancora chiusa, abbandona il paese in cui è arrivato, per recarsi in un altro stato Ue,   quest’ultimo, semplificando, può però rispedirlo nel paese dove è approdato.  L’Italia, pretende la ridiscussione di questa norma (insieme ad altre, ovviamente). 
Il punto fondamentale però,  non sono gli arrivi, tra l’altro diminuiti, negli due anni,  dell’ottanta-novanta per cento, grazie alle intelligenti politiche di Minniti, ma la burocrazia italiana, che, purtroppo storicamente, non è in grado di chiudere pratiche in tempi ragionevoli, nonostante l’afflusso sia diminuito.  Quindi sarebbe il caso di riporre lo schioppo.
Invece però  di farsi un  esame di coscienza  e  poi prendere  a calci qualche (si fa per dire)  burocrate, Salvini dichiara da Vespa  “che è in gioco l’onore dell’Italia”.  Qual è il messaggio che riceve la gente comune? Che ha dimenticato -  non è sede questa per esaminare il perché -  cosa accadde con un signore che da Palazzo Venezia, un giorno sì l’altro pure, si riempiva la bocca, imbottendo  molte zucche vuote, però osannanti, con l’onore dell’Italia?    Qual è allora, ripetiamo, il messaggio?    Lo stesso  di una finale della Coppa del Mondo di Calcio tra Italia contro Francia o Italia contro Germania.  La traduzione mediatica -  le pillole di cui sopra -   è la seguente:   “Questa volta vinciamo noi, li facciamo neri”.   E giù cori, insulti, lanci di oggetti vari,  eccetera, eccetera. 
Chi governa, dovrebbe invece  pesare le parole. E soprattutto evitare di infiammare,   persone e soprattutto folle, che già, costitutivamente,  non capiscono di proprio,   con parole d’ordine,  vuote e pericolose. Si dirà è la democrazia. Un poco di ciccia  in pasto alla gente  si deve pur dare. Certo, ma dove fermarsi?  La democrazia,  senza un correttivo liberale, dunque la liberal-democrazia,  rischia sempre la deriva demagogica:   senza  un sano liberalismo realista, che non gioca con le parole, il pericolo resta  quello del Cesare, del Castigamatti, dell'Uomo della Provvidenza. E cocci finali.          
Anche perché, se proprio di onore dell’Italia, vogliamo parlare, lo si difende, allora, con un' amministrazione  snella, capace di funzionare, che sbrighi le pratiche  in tempi ragionevoli, mettendo gli altri stati UE davanti a precise responsabilità ("Ecco noi siamo pronti, voi?).   
Perché, diciamo la verità,  con la burocrazia, così com'è,   sarebbe difficile vagliare anche  poche decine di pratiche al mese.  Insomma, se ci si passa la battuta:  al burocrate italiano  non far sapere quanto è buono  Dublino  con le pere…   Nel senso che si mangia le pere  e non fa un cazzo (pardon), aspettando che qualcuno gli tolga le castagne di Dublino dal fuoco.  "Bella la vita, dicevi tu",  cantava Renato Zero.
Perché non si interviene?  Per la semplice ragione  che le burocrazie italiane, dai tribunali ai ministeri, persino le forze armate,  sono potentissimi gruppi di pressione, che non si possono toccare e succhiano soldi. Gli stessi  che ora vorremmo centuplicati dall'Unione Europea. Quando si dice il caso... 
Di conseguenza, in particolare quando un governo, come quello giallo-verde,  campa  sul nazionalismo,  è molto più facile, gonfiare il petto e andare allo stadio con il tricolore. Per inciso, nazionalismo e parassitismo sociale (che regolarmente si serve del protezionismo)  s’intendono alla perfezione.      
Tradotto in pillole, per l’italiano medio di cui sopra:  prendersela con  i  “Dittatori di Bruxelles” è molto più semplice.  Così come  era facilissimo  per  il Duce  prendersela con le  demoplutocrazie giudaiche.  Poi qualcuno gli presentò il conto.  A pagarlo però furono tutti gli italiani…

Carlo Gambescia      
              

mercoledì 20 giugno 2018


Alle radici (sociologiche)  del razzismo
Salvini scherza col fuoco


Il razzismo per chiunque lo abbia studiato seriamente è una brutta bestia, sì l’ultimo termine è forte, ma sostanzialmente corretto. In termini tecnici,  si parla di etnocentrismo, come fenomeno scalare,  fondato alle origini, sul pregiudizio di  supremazia di un gruppo etnico sull’altro.  Non è dunque  solo una questione di colore della pelle,  ma, come indica il prefisso,  di popolo,  quindi il pregiudizio  si estende alle scelte religiose, politiche, sessuali, economiche, culturali, eccetera.   
Di regola, l'etnocentrista, o per essere più precisi il razzista, quale etnocentrista apicale, rivendica idealmente la propria superiorità "gruppale",  per poi praticarla introducendo nella vita reale  discriminazioni legali.  Quindi esiste un razzismo ideale, che resta a livello di pregiudizi diffusi, e un razzismo ideale-reale che mette in pratica.  Pertanto in una società possono esistere pregiudizi razzisti a livello culturale, come ad esempio nella società italiana, ma non una legislazione, come negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche dopo la guerra civile,  che converte i pregiudizi in norme di legge o comunque  che li recepisce  come  consuetudini sociali con  la stessa  cogenza delle  norme. 
Ora, il tentativo di Salvini di proporre la schedatura dei Rom rientra pienamente nella categoria del razzismo ideale-reale. Se approvata,  saremmo davanti  alla  legalizzazione del razzismo. Un salto di qualità, per così dire (pur considerano i gravissimi precedenti del 1938). E questo in un’Italia e in  un’Europa che nel Novecento hanno vissuto, sulla propria pelle, l’attacco gigantesco delle forze bestiali dell’antisemitismo e del razzismo.
Molti sembrano  non  ricordare  - a parte neofascisti  e neonazisti, che se ne vantano tuttora, anzi in questi giorni di “letizia”, sono usciti dalle fogne -   la catastrofe  del razzismo applicato.  La distruzione di milioni di vite  umane solo perché non pure sotto il profilo razziale,  Come  del resto sembra accadere,  davanti  al pericoloso  agitarsi del “sovranismo”,  con il ricordo  dei danni catastrofici provocati dai  nazionalismi armati.
Perché questo? Per una ragione semplicissima:  la necessità del nemico,  come  bisogno di addossare all’altro, al diverso da noi,  le colpe vere o presunte dei nostri problemi di adattamento sociale. Le società hanno necessità  di capri espiatori per  reintegrare e rafforzare il proprio spirito di superiorità. E in questo  buco nero il razzismo trova i suoi proseliti, prima tra gli scontenti, i falliti, i collerici, i nevrotici,  dopo tra gli ambiziosi, gli intransigenti, i vanitosi, gli istrioni. 
Di regola,  più una società è mobile, quindi aperta alle carriere, più nascono problemi di adattamento, perché la socializzazione culturale ha tempi più lunghi rispetto  all’adattamento economico e sociale.  Di qui, la discrasia culturale  tra coloro che ce l’hanno fatta e coloro che non ce l’hanno fatta.  O che  comunque, per varie ragioni, anche ideologiche, non credono nel valore del cosiddetto ascensore sociale.  Persone che non hanno “introiettato”, socializzandola, la cultura  competitiva,  ma al fondo benefica,   delle società liberali. Non capiscono che il fallimento di alcuni è il seme per il successo di altri.     
Il razzismo, come provano moltissimi studi, prospera, all’interno dei gruppi sociali più poveri -   o che si ritengono tali -   ma  meno poveri dei gruppi sociali, che sono subito sotto di essi. Per farla breve: dove  la povertà - sempre in chiave soggettiva -  è relativa (quindi non assoluta),  maggiore il bisogno di un capro espiatorio al mancato adattamento.
Per contro, i gruppi sociali più in  alto, che hanno  completato, per ragioni culturali in particolare, il processo di adattamento, non hanno bisogno di capri espiatori sociali.  Il che spiega - parliamo sempre delle società mobili (dove la mobilità è un valore) - la posizione antirazzista delle classi  elevate.
Sia chiaro però, il razzismo  e l’antirazzismo non sono legati al reddito economico,  ma al mancato (o meno) adattamento  tra carriera sociale e convinzioni culturali.
Quale può essere la morale politica della nostra analisi? Quanto più alto è il  livello di  risentimento sociale,  legato non sempre  alle reali condizioni economiche, ma più  semplicemente al sistema delle aspettative sociali crescenti,  vincolato, a sua volta,  alla  memoria sociale a breve (passato prossimo), cioè non consapevole del progressi  fatti a lungo termine ( passato remoto),  tanto più aumenta il rischio della ricerca di un capro espiatorio.  E dunque del razzismo "reintegratorio", per così dire.  
Il risentimento, come noto, non dipende dalle condizioni economiche reali (quindi  da un giudizio oggettivo), bensì da valutazioni  personali (soggettive), prodotte dal grado di adattamento. In sintesi, maggiore è l’adattamento, minore il bisogno di cercarsi un colpevole, dunque un nemico. 
Il che non significa, che in  politica non esista la figura del nemico. Esiste eccome. Però accanto a essa,   esiste la figura del nemico immaginario. Ed è quella di cui si serve il razzismo. O se si preferisce, per parlare difficile, l'etnocentrismo apicale.   
Salvini, ad esempio, è un seminatore di odio per eccellenza, che gioca sul disadattamento  altrui, causato da quel risentimento diffuso contro tutto e tutti  che pervade ormai la società italiana da almeno un quarto di secolo. Tra le campagne politiche e mediatiche  contro le "caste" e il razzismo c'è un legame assai stretto.   
Salvini, ovviamente  fa  questo  per ragioni di potere,  mosso da ambizioni personali, contando su non comuni capacità istrioniche. Però, di fatto,   scherza con il fuoco.  E dire, come si legge,  che è dalla parte della ragione perché gli italiani sono con lui,  è roba da fascisti: il  linguaggio  del demagogo  che spiana la strada al tiranno, usando artatamente la democrazia contro la democrazia.  
Diciamo invece che gli italiani sono sempre più prigionieri del risentimento sociale. Il che è molto pericoloso perché si tratta di uno stato d'animo, qualcosa di  totalmente sganciato dalla situazione reale .Una forza poco controllabile.  Insomma, la bestia razzista potrebbe risvegliarsi  e la storia  ripetersi. Purtroppo. 

Carlo Gambescia    

martedì 19 giugno 2018

Gli insulti  della sinistra  rafforzano  il leader della Lega 
Salvini però resta  pericoloso 
(e vi spieghiamo perché)





Salvini ama  la  provocazione. Al riguardo  si è parlato di campagna elettorale permanente. In realtà però  -  parliamo del  Ministro dell’Interno -   alle sue  "sparate"  sembra far  seguire i fatti.    
Uno. L’Aquarius  ha trovato le porte chiuse in Italia.  Invece, fortunatamente, ha  trovato aperte quelle spagnole. Inciso:  sul rapporto provocazione-fatti, occorrerà capire, se sotto pressione, Salvini  riuscirà  a mantenere il controllo.  Al momento mostra di essere un abile dissimulatore, pescando ovviamente, per le idee basiche,  all’interno di un immaginario di estrema destra.
Dicevamo, Salvini ha sbattuto la porta in faccia a  circa seicento disperati. Agendo però  "da papà, nell’interesse dei bambini italiani  e africani".  Sottotesto, ognuno tutelato, “ ma a casa sua”, meno immigrati in Italia, più risorse per  i figli italiani  e briciole (ma non si  dice) per quelli africani. Il discorso, quello dei bambini,  è chiaramente razzista,  eppure Salvini usa la parolina magica: lui è un “papà”. Che si preoccupa per i suoi bimbi. Anzi,  per tutti i bimbi del mondo.
Due. Da Ministro dell’Interno, dichiarazione delle ultime ore,  vuole censire i Rom:  cosa inutile, come la prodezza dell’Aquarius  ( a fronte di una riduzione di quasi il novanta per cento degli “arrivi” via Mediterraneo). Per i nomadi,  in caso di  illeciti penali, come per tutti gli altri cittadini, bastano le normali misure di polizia. A che serve censirli?   A meno che,  non si voglia introdurre una legislazione speciale  su basi etniche. Questo potrebbe essere il retro-pensiero, neppure tanto retro, tipico di  quell’ immaginario di estrema destra che anima le scelte concrete di Salvini. Quindi saremmo davanti, a un atto di vero e proprio razzismo. Eppure il leader della Lega, anche in questo caso, usa una parolina magica: nessun censimento la nostra è una “ricognizione”. Et voilà, il gioco (dissimulatorio) è fatto.
Quando scriviamo che Salvini è pericoloso,  ci riferiamo alla sua capacità di dissimulare, di  giocare abilmente con le parole, nascondere, occultare, pur  facendosi capire quanto basta,  dai suoi lettori. Tiger, l’indiano, inseparabile amico di Tex,  direbbe che Salvini parla con lingua biforcuta.   
Per fare un esempio, forse eclatante, che però  piace tanto alla sinistra: Hitler, negli Trenta, fino alla guerra, ogni volta che riarmava e  si pappava un vicino,  dichiarava che quel che faceva era solo   per la pace, che lui era un uomo di pace, e che quella era l’ultima volta… I britannici, per esempio abboccarono. Inutile ricordare come finì.
Si noti, oggi,  il comportamento della Commissione Europea durante la crisi dell’Aquarius: silenzio assordante. Si veda, pur con modalità diverse, come Francia e Germania,  mantengano, nonostante tutto,  un atteggiamento  di apertura nei riguardi di un’Italia, impresentabile,  populista e fascistoide. 
Il problema non è semplicemente  legato al fatto che l’Italia, “ora alz[i] la voce”, bensì, a un altro capolavoro politico di Salvini che ha incoronato come Presidente del Consiglio, ingannando  i fessacchiotti pentastellati, una figura mediocre quel tanto che serve (all'interno), ma capace di parlare (all'esterno) la lingua di legno dell’Ue, senza però essere dalla parte dell’Ue:  Giuseppe Conte.  Sia detto per  inciso,  Salvini, per ora,  mostra di essere  anche fortunato: 1)  la Spagna  lo ha tirato fuori da successive, non simpatiche,  prove di forza; 2)  ha  trovato dinanzi  a sé un Mattarella politicamente innocuo o quasi.  E non solo  in occasione  dell'Aquarius: il governo giallo-verde è una specie di  regalo del Presidente della Repubblica. Mai dimenticare che la fortuna in politica, fin che dura, ha la sua importanza. 
Pertanto, l’isteria  della sinistra, che grida al nuovo Hitler, guardando solo al “prodotto finale” (guerre, e campi di sterminio), per un verso colpisce nel segno, per l’altro però  sottovaluta il “prodotto in progress”, ossia per quali vie dissimulatorie  Hitler, imbrogliando  gli elettori, vellicandone gli istinti carnivori, pervenne,  non solo al potere,  ma  causò  la distruzione della Germania e di un mucchio di altre nazioni.
Occorre invece mantenersi sul piano razionale. Calma e gesso, come davanti al tavolo del biliardo. Perché gridare ai quattro venti, come fa l'inconcludente Martina,  che “il censimento dei Rom è aberrante”? Perché insultare?  Basta  dire, con tutta la calma del mondo, che è  inutile. Come era perfettamente inutile, perché potevamo accoglierli senza alcun problema, tenere a mollo, per una settimana,  tra l’altro a spese nostre (o quasi), i  disperati dell’Aquarius.
Allora, forse,  una risata potrebbe fare di più del severo cipiglio dell’antifascista dolente?  Non ne siamo sicuri,  anche  perché,  i comici televisivi,  già  esercitano la  loro  vis  senza grandi risultati, e solo contro la destra o quasi… In realtà,  al buon senso di Salvini, che è finto, andrebbe opposto il buon senso, vero, di un’opinione pubblica riformista e liberale. E, cosa più importante,  di partiti capaci di intercettare il voto moderato, non di strepitare come bambini capricciosi. I necrofori, come Martina, non portano da nessuna parte.
E  invece ci si agita,  ci si offre al ridicolo: perché, per ora -  ecco  il punto - Salvini  non è  Hitler. Però, però, però,  come l’autore del  Mein Kampf,  è un grandissimo  dissimulatore. Un istrione di prim'ordine. Su questo punto si dovrebbe insistere, razionalmente, evidenziando le contraddizioni. Sempre che, Salvini, di qui a qualche a tempo, se messo sotto pressione, provi  di “ non saper reggere”.  E  abbandoni il campo. Se  non si hanno (fino in fondo) le capacità,  la fortuna da sola non basta.  Quindi anche questa è un’incognita. Interessante. Da seguire.
Ripetiamo, per ora,  l’unica cosa che non si deve fare  è insultarlo, perché si  rischia di  trasformare il leader post-padano in  vittima: il  dissimulatore non cerca altro…   O peggio ancora,  si rischia di   offrire  il destro all'ironia.  Facile  immaginare  il twitt di Salvini in argomento: "Certo, io nazista. Passatemi  Himmler." Con Martina a fare la figura di  Castellani, la spalla di  Totò, che si sente rispondere dal Principe: "Ah!, Lei è l'Onorevole Trombetta, coniugato con la Signora Bocca, Trombetta in Bocca".
Al di là delle battute, la  questione è delicata, molto delicata.  Serve il fioretto. Se non addirittura il veleno.       
Carlo Gambescia     
                                                         

lunedì 18 giugno 2018

L’ultima fatica di  Fabio Massimo Nicosia
Quell’abusivo dello Stato…


Ci sono dei libri interessanti a prescindere. Si può essere d’accordo o meno con le tesi dell’autore, ma li si deve leggere, perché, comunque sia,  arricchiscono la conoscenza, forniscono prospettive originali, segnalano altri volumi  che vanno letti se non  riletti in una luce nuova.
A questa categoria  di testi appartiene l’ultima fatica di Fabio Massimo Nicosia, L’abusiva legittimità. Dallo  Stato ai common  trust (De Ferrari Editore, Genova 2018, pp. 505, euro 35,00).
Nicosia è un  avvocato,  studioso di filosofia,  diritto, economia  e politica,  su posizioni libertarie e analitiche,  nei termini  di un' indagine flosofico-linguistica dei concetti usati  nelle dottrine  giuridiche ed economiche (insomma, come combattere il fuoco con il fuoco).
Per capirne  meglio   la posizione, probabilmente unica nel panorama anti-statolatrico italiano, se non internazionale, vanno  letti, tra  i suoi  numerosi scritti, due  volumi in particolare: Il dittatore libertario - Anarchia analitica, tra comunismo di mercato, rendita esistenza e sovranity share (Giappichelli, Torino 2011) e  Beati possidentes (Liberilibri,  Macerata 2004). 
In questo senso, una volta approfondito il pensiero di Nicosia, sarebbe interessare tentare comparazioni con le analisi di Hoppe e Block sul fronte an-archico  e di  Nozick   (il primo) e Hayek su quello  micro-archico, nonché  con quelle archiche di  De Jouvenel e Aron (sulle categorie archico, an-archico, micro-archico, macro-archico si veda il nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Il Foglio Piombino 2012).
Ma torniamo sul punto.  In L’abusiva legittimità,  per parafrasare il titolo di un famoso libro di Ronald Dworkin,  Nicosia  mostra e  prova di essere  dalla parte del  mercato, ma, attenzione: solo quando la mano invisibile, un misto di interessi e simpatia (se abbiamo ben capito la riposta di Nicosia al "problema" Adam Smith),  viene  presa  sul serio.
Come? Nel senso di una moderata pienezza economica di partenza degli attori (insomma, un qualche appetito deve rimanere), da raggiungere redistribuendo e monetizzando  tra i cittadini  i beni patrimoniali dello  stato, disponibili e indisponibili.  In sintesi:  dal Colosseo alle spiagge.   Beni, che prima però  andrebbero contabilizzati e iscritti nel  bilancio dello stato, proprio per l’elevatissimo valore che hanno. Dopo di che, gli stessi beni andrebbero ceduti ai  cittadini, a completamento del processo di monetizzazione-redistribuzione di cui sopra. Dulcis in fundo, i  cittadini  potrebbero  - O dovrebbero? Potrebbero... -   anche associarsi per gestire, ad esempio, il marchio Colosseo, eccetera, eccetera. Soldi, soldi su soldi, onda su onda, per dirla con  Paolo Conte.
Ciò significa che  lo stato dovrebbe fare almeno  dieci passi indietro. Nessuna  distruzione violenta, bensì  autoconsunzione  ad  opera di una società degli individui, che si trasforma, auto-organizzandosi liberamente,   dall’emissione di  moneta, alle gestione del patrimonio artistico,  alla protezione sociale, e così via. Un capital-comunismo, gentile e libertario.  Oppure, se si preferisce,  mano invisibile, ma presa sul serio.
Dal punto di vista di una teoria del diritto, dell’economia e della società,  siamo dinanzi a un maestoso disegno che si oppone a qualsiasi ipotesi di  società gestita dall’alto, da un stato opprimente,  abusivo o addirittura ladro di legittimità (nella sua versione totalitaria sia pubblica che, peggio ancora, privata e pubblica insieme).  Nicosia  tratteggia insomma  una società che si sviluppa dal basso, autogestendosi e autolegittimandosi,  attraverso produzione, scambio e consumo, tutto rigorosamente a somma positiva.
Naturalmente,  abbiamo sintetizzato uno studio di cinquecento pagine, diviso in due grandi sezioni:  “I. la pretesa abusiva al monopolio della legittimità” (pp. 17-358); “II. La soluzione di diritto comune al paradosso unisoggettivo “(pp. 359-502), divisi in numerosi sezioni e sottosezioni.  
Il lettore però non  si spaventi: il libro si legge d’un fiato, diremmo al galoppo:  ci si immerge in "ritmi, canzoni, donne di sogno, banane e lamponi (per dirla sempre  Paolo Conte).  Nicosia, mostra di saper tenere la penna in mano. Perfino le note al testo, non poche, dalle bibliografiche alle  esplicative, fino a quelle in cui indicano, en passant, nuove prospettive di ricerca, si leggono con piacere, diremmo soddisfazioni e gratitudine.   "Stupenda l'isola è, ci sono palme bambù, è un luogo pieno di virtù", per citare di nuovo il  Maestro.
Fabio Massimo Nicosia

Nella prima sezione  si affronta  alla decostruzione analitica dello stato, autocentrato su se stesso,  monopolista o quasi, senza scuse,  che abusa del proprio potere reinventando di volta, la propria sfera di legittimità, allargandola alla tutela di diritti sempre più improbabili, ma capaci di  favorire una  sottomissione di cittadini semisocializzati,  schiavi e contenti.  
Nella seconda sezione, si vola ancora più alto, verso il nuovo  disegno  di una società autogestita, dove ogni singolo è banditore di se stesso, fluttuando da un  common trust, o fondo sociale all’altro, da una associazione museale a una balneare, emettendo moneta, pagando stipendi, realizzando profitti. Con sullo sfondo un stato che va deperendo, perché sempre più inutile  dal punto di vista della costruzione sociale. E il tutto su un piano, grazie alla preventiva redistribuzione tra cittadini, non più da schiavi del diritto statale, ma da  singoli proprietari effettivi, con tanto di  poteri di godimento e disposizione,  di un  patrimonio pubblico, prima inerte, ora trasformato,  in moneta di cittadinanza, ma anche in flusso reddituale e ricchezza collettiva, senza che per tutto questo ben di dio  nessuno debba ringraziare nessuno.  Ripetiamo: la mano invisibile, presa sul serio.
Diciamo che quello di Nicosia è un istituzionalismo sociale, a  base individualistica, di grande rigore e consequenzialità, che poggia su indubbie basi utilitaristiche: ma, attenzione,  quello che il costruttivismo welfarista (da Bentham a Pigou)  riconduce  all’idea di uno stato benefattore,  nel libro di Nicosia viene ricondotto all’individuo,  benefattore di stesso, e  di riflesso, una volta monetizzati i punti di partenza, di una libera  società delle istituzioni e non di una istituzione,  lo stato, come oggi  lo conosciamo,  con tutto  intorno un ristretto nucleo di avvoltoi,  di assatanati competitor  e "corporati".
L’escamotage teorico  della contabilizzazione-monetizzazione. redistribuzione  dei beni patrimoniali, come vòlano, prima della parificazione poi della crescita,  è in qualche misura la mossa vincente nella gigantesca partita a scacchi  con il potere,  intrapresa, crediamo fin da giovane studente,   da Massimo Nicosia.
Vincente in teoria. E in pratica? Difficile dire.  Se c’è  un grande assente in questo libro, a nostro avviso, libro comunque importante, da leggere e metabolizzare,   lo si può ravvisare nell’assenza del politico, come distinzione tra amico-nemico, istituzione-movimento, progresso-decadenza,  comando-obbedienza e  di  altre costanti e regolarità,  da noi definite, sociologicamente,  come metapolitiche (cfr. G. Gambescia, Metapolitica. L’altro sguardo sul potere, Edizioni il Foglio, Piombino 2009). Forme della politica, nel senso che pur cambiando nei contenuti storici, rimangono inalterate, riproponendosi in età diverse. Insomma, una metapolitica concreta, non  musica da camera intorno all'idea di stato perfetto.
Nicosia, quando affronta la questione delle origini dello stato, si occupa della questione della violenza, della conquista, della sottomissione. L’impressione però è che si accontenti di una visione patologica del potere. Il quale, invece, piaccia o meno,  ha una sua fisiologia. Delle forme  metapolitiche, come abbiamo visto. Ci spieghiamo meglio, formulando un domanda, da banditori di noi stessi.
Come escludere, che  - semplificando -  una volta contabilizzati,  redistribuiti e monetizzati   i beni  patrimoniali  non si riformi un qualche monopolio politico, perché i nemici, i processi di istituzionalizzazione,  disciplina e capi, pena la decadenza di un sistema politico e sociale,    ci sono  e ci saranno sempre?
Ci si può rispondere che, ponendo la questione, introduciamo un elemento di pessimismo antropologico. E che quindi confondiamo  i fatti con i valori. Ma le stesse considerazione non  possono valere per l’ottimismo antropologico?
A dire il vero,  crediamo che  Fabio Massimo Nicosia  non sia ottimista né pessimista (antropologico), ma  un realista che crede nella logica analitica dei concetti, se rettamente intesi,  e delle istituzioni, quando frutto di consapevoli  decisioni individuali. Egli crede, secondo la migliore tradizione anglo-sassone, nel common law, che è diritto collettivo e del singolo al tempo stesso, che nasce in basso e non viene dall'alto. Semplificando al massimo: consuetudini giuridiche con radici sociali, contro motorizzazione dall'alto del diritto.  Un farsi in comune che parte dall’individuo e torna all’individuo. Un libero fluire delle cose, dei diritti e degli uomini. Un realismo placido del buon senso, senza vinti né vincitori. solo banditori di se stessi.  Ammirevole. Il rischio però è che il  politico, nel senso metapolitico qui inteso,  come la verità, poi finisca per vendicarsi.

Carlo Gambescia