martedì 10 dicembre 2019

Che cos’è il cattocomunismo
Mattarella e “l’evasione fiscale indecente”…




Cattocomunismo. Il termine fu coniato da Augusto Del Noce, al quale dedicò addirittura un libro (Il cattolico comunista). Il grande filosofo cattolico scorgeva nel fenomeno  una "profanizzazione"  della politica in termini di  passaggio a un  progressismo di principio, attento solo ai bisogni materiali, affossatore  di  qualunque “idealità,  a destra come a sinistra.

Sfuggì però a Del Noce l’aspetto fondamentale, e molto pericoloso, socialmente pericoloso, del cattocomunismo. Quale? Il costruttivismo. Ossia la pretesa, attraverso il massiccio intervento  dello stato,  di riformare a fondo la società in chiave solidarista e  welfarista.  Insomma, Il  Cristo del  Vangelo più il  Marx dei Manoscritti economico-filosofici.
Di qui però la necessità di un’ elevata pressione fiscale e soprattutto di giustificarla. Il cattocomunista, in genere un ex politico proveniente dalla sinistra democristiana o dal vecchio partito comunista,  è uno strenuo difensore  della Guardia di Finanza.  Insomma, della repressione  durissima dei reati fiscali. Ovviamente, il cattocomunista deve ricorrere sempre a una giustificazione morale-funzionale:  "Se tutti pagassero le tasse, tutti pagheremmo meno",  "avremmo più servizi", gli asini un giorno voleranno,  eccetera, eccetera.

In realtà si tratta di una bugia, come abbiamo scritto più volte (*). E non intendiamo tornare sull’argomento.
Sergio  Mattarella, il nostro Presidente della Repubblica,  è tra i maggiori esponenti dell'ideologia cattocomunista.  Per il Quirinale “l’evasione fiscale è indecente”.  Nelle  dichiarazioni di ieri, si ripetono più o meno  le solite  zuccherose  formulazioni lessicali  per indorare la pillola  della tosatura fiscale (**). 
A  riprova di come il cattocomunismo sia ancora vivo e lotti insieme alla sinistra, cattolica e post-comunista ( o tuttora comunista),  si vedano le prime pagine di “Repubblica”,  “Manifesto”, “Avvenire”.  Che oggi,  rispetto a tutti gli altri giornali, hanno assegnato evidenza assoluta alle esternazioni cattocomuniste di Mattarella. Probabilmente  sotto c'è  un problema di mentalità politica e culturale,  dura a morire.
Il Pd  in particolare sembra tuttora essere immerso nelle stagnanti acque di una arcaicità fiscale  che non permette alla sinistra uscire da certi schemi welfaristi che penalizzano la crescita economica. Tradotto: non volendo abbassare le tasse, si ricicla   la storiella  del "pagare tutti, pagare meno". Roba da spot pubblicitario alla Totti.              
Il costruttivismo cattocomunista  in chiave fiscalista  è il principale nemico del mercato e della produttività economica. E di sicuro, non si può contrattaccare puntando sul costruttivismo  di marca fascista, o genericamente conservatore,  altrettanto statalista quanto quello della sinistra.  
Insomma, destra e sinistra, in Italia, per ora, pari sono. E  Mattarella non è che è una specie di ciliegina sulla torta costruttivista.  Pardon, cattocomunista

Carlo Gambescia            






lunedì 9 dicembre 2019

Politica   e  conti correnti
Le bugie di Salvini

A proposito del Mes, Salvini con il solito cinico tempismo ha chiamato in causa i conti correnti dei cittadini. Se passa il “pacchetto”, si legge, l’Unione Europea  alla prima occasione  si approprierà dei risparmi degli italiani.
Si tratta di  pseudo-ragionamento che introduce un rapporto di causa-effetto tra i parametri per ottenere - per ottenere, attenzione... -  da parte delle banche italiane  un prestito europeo e  il fallimento della banche stesse.
Fallimento, dovuto al  rifiuto del credito  in caso di inosservanza dei parametri. Un crollo verticale del  tessuto bancario che, secondo Salvini,  provocherebbe in automatico lo svuotamento dei conti correnti,  bloccati e ripuliti  proprio  in virtù delle regole del  Mes.  E da chi?   Da un' Europa affamata di  recuperare crediti,  in realtà non ancora erogati o  tutt'al più evocati.  E che quindi, non essendo esigibili,   esistono solo nel cervello di Salvini.
Classico esempio di tautologia economica.  Per  capirsi:  è vero che   a ogni credito corrisponde un debito e viceversa,  però per essere tale  un credito deve essere posto in essere. Idem, un debito. Il  “pacchetto”  implica dei parametri, ad esempio sulla natura dei portafogli dei crediti e debiti bancari, ma non è assolutamente obbligatorio per le banche italiane ricorrervi, mettendosi in fila - semplifichiamo -  per ottenere un prestito.  Basta tenere in ordine la casa: fare buona finanza pubblica e privata. E soprattutto, non comprare voti, usando le banche, e in più in generale il sistema creditizio,  come bancomat politici.
Cosa che personaggi come Salvini,  cinicamente  assuefatti  a scambiare voti contro spesa pubblica, non sognano neppure lontanamente di fare. Il che spiega  il miserabile  terrorismo elettorale (“Vi svuotano i conti correnti") per guadagnare un pugno di  voti imbrogliando elettori che a dire il vero  sembra non aspettino altro.  Ma questa è un'altra storia...
Ovviamente,  Salvini si guarda bene  dal riferire agli elettori che cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall' Unione Europea, e in particolare dalla sfera protetta  dell’ Euro.  La Nuova Lira subirebbe la stessa sorte del Marco di Weimar. L’assalto ai conti correnti sarebbe poca cosa rispetto al crollo generalizzato dell’economia italiana. I lettori  ricordino il famoso Piano B di Savona e accoliti sovranisti, che prevedeva, in caso di ritorno alla Lira, da effettuare proditoriamente  nel  fine settimana, la successiva  chiusura  delle banche. Finché, si leggeva,  la situazione  non si stabilizzerà. Cioè a  tempo indefinito.  
Facciamo anche noi terrorismo?  Chi scrive non cerca voti. Riferisce solo nudi fatti. O comunque  si limita semplicemente a smascherare le bugie di un  pericoloso  demagogo, come Salvini,  che usa la paura  per agguantare il potere in un’Italia in cerca di uomini forti, come  tristemente conferma l’ultimo rapporto del Censis.
Siamo messi proprio male. Buona settimana a tutti.                  

domenica 8 dicembre 2019

Luciano Gallino e il “Canaro” della Magliana

Il sociologo deve  sempre pesare le parole perché conosce a menadito   i processi sociali ,  nonché,  entro certi limiti,  le conseguenze di determinate azioni collettive, o meglio ancora i limiti stessi del costruttivismo sociale:  della pretesa  - semplifichiamo - di cambiare  il mondo a tavolino: cosa da riformatori sociali non da scienziati.   
La sociologia, alla fin fine,  è una e insegna poche e semplici cose. Tra le quali l’importanza dell'uso del relativismo nello studio  dei  fenomeni sociali, Che vanno sempre analizzati  iuxta propria principia, secondo principi e criteri di indagini proprie dell’oggetto che si studia.
Luciano Gallino  nell’ultimo periodo della sua vita  aveva perso il senso di questi limiti. Nonostante i suoi passati e importanti lavori di sociologia  economica, mostrava di aver dimenticato  la grande  lezione cognitiva della scienze  sociologiche.
Si prenda ad  esempio  un tag  inviatoci su Fb da un amico  lettore, Gianluca Pietrelli.  Vi si pubblica  un  passo  di  Gallino  ripreso da un articolo uscito su “Repubblica”, che a sua volta, rimanda  a un suo libro, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegato ai nostri nipoti  (Einaudi). Leggiamo:

"Senza l'apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott'occhio. Tali teorie non hanno previsto la crisi del 2008; non hanno avanzato una sola spiegazione decente delle sue cause; i loro modelli sono lontani anni luce dalla realtà dell'economia; hanno fatto passare il principio che anzitutto bisogna salvare le banche senza chiedere loro nulla (quanto ai cittadini, se la sbroglino); soprattutto hanno avallato l'idea che una crescita senza limiti dell'economia capitalistica sia possibile e desiderabile. Avrebbero dovuto essere sepolte da anni dalle proteste, se non anzi dalle risate; sono diventate invece uno strumento iugulatorio di governo delle nostre vite."
          
Il testo di sociologico non ha nulla, riflette la posizione velleitaria della sinistra anti-euro che in pratica rimpiange il welfare state e i bei giorni della spesa pubblica a gogò. Come se fosse cosa intelligente sperperare i soldi dei cittadini, frodandoli dei loro risparmi  puntando su tassi   di inflazione a due cifre, capaci di superare per abilità tosatoria  le performance del  famoso, grazie a  un film,  “Canaro” della Magliana. 
Certo, esiste, sempre sul piano politico, una posizione di destra  liberale,  pro-mercato e pro-euro, dagli accenti liberisti, che può piacere o meno.  Che  però   - attenzione -  si distingue giustamente dalle politiche welfariste  per essere  un’ implacabile  nemica  dell’inflazione.  Il che  è scienza.
Si rifletta.  Il problema  di fondo che divide le varie  politiche anti-euro da quelle  pro-euro  è dettato dal  giudizio sull’inflazione. Per un economista di sinistra non è un pericolo, per un economista di destra, lo è, eccome.   Ma lo è - cosa che più conta - soprattutto per la scienza economica. E di rimbalzo, come vedremo, per quella  sociologica.
Negli anni Settanta, alla fine del Trentennio Glorioso  - welfarista -  così  celebrato da Gallino, gli economisti si accorsero che il circolo  fino allora virtuoso  tra inflazione e sviluppo  si era trasformato, a causa di  un debito pubblico crescente, in un giroconto vizioso, dove a un’ inflazione a due cifre rispondeva la stagnazione economica.  Scientificamente  si definì il fenomeno stagflazione.
Pertanto, prescindendo dalla critica all'euro, la ricetta inflazionista  di Gallino  è già stata bocciata dagli economisti, né di destra né di sinistra. Ma dagli economisti in quanto tali.  
Il welfare, se proprio lo si adora,  può eventualmente  essere finanziato solo alla fine di un processo di accumulazione. Insomma,  da alti tassi di sviluppo, proprio come avvenne nei preparatori (al decollo) anni Cinquanta.  Tutti coloro che sostengono il contrario spianano la strada  a debiti, tasse e tosature inflazionistiche, degne del Canaro...
Inoltre,  per godere di alti tassi di sviluppo, come prova qualsiasi statistica  economica, servono i mercati aperti, Insomma la  libera circolazione di uomini, denaro e  merci. Alla quale Gallino, che  ripropone  il modello welfarista,  invece  è apertamente contrario.

È vero che delle frontiere aperte  può approfittare certa  finanza speculativa, ma  fa parte del gioco, perché  non esistono vie di mezzo:  il capitalismo  nasce e  muore sulla presenza del rischio e della scommessa a tutti livelli, cominciando  da chi ad esempio specula, investendo tempo e suole, facendo il giro della bancarelle a buon mercato per risparmiare sul pranzo di Natale e fare comunque bella figura con i parenti.
Invece Gallino vorrebbe mettere in sicurezza l’Italia. Come?  Chiudendo  le frontiere, controllando  i capitali, ampliando  il ruolo dello stato. Insomma, obbligando  il consumatore  a servirsi da un sola bancarella a prezzi fissi stabiliti dallo stato.  Commettendo  così   lo stesso errore politico degli anni Settanta, perché si produrrebbe solo inflazione e disoccupazione. O se si preferisce avremmo  la moltiplicazione di lavori inutili, fuori mercato pagati dallo Stato con moneta inflattiva. Di qui, lo slittamento  progressivo verso l’autarchia economica, ultima tappa di un’economia  prigioniera di se stessa  perché incapace di competere. Di qui, un processo di avvitamento politico, eccetera, eccetera.               
Ora,  il  sociologo che conosce, perché  li ha studiati,  i meccanismi dell’economia capitalistica, non dovrebbe proporre ricette  in contrasto con i fondamentali culturali, economici e sociali del capitalismo. Si chiama  sano relativismo culturale. Aiuta la scienza.   Parsons,  che di sociologia forse ne capiva più di Gallino, parlava di “neutralità affettiva”.  
Se non si è neutrali,  allora non si è più sociologi ma riformatori sociali. Proprio come Gallino.  Cosa, per carità,  nobilissima, ma che con la scienza e con la cattedra non ha  nulla a che vedere.  

Carlo Gambescia                              



(*) L’  articolo di Gallino su  “Repubblica”:   https://www.repubblica.it/cultura/2015/10/16/news/cari_nipoti_vi_racconto_la_nostra_crisi-126913648/
(**) Qui un  profilo apologetico di Gallino,  da cui però si evincono, malgrado gli sforzo dell'estensore e dal momento che  la scienza non è un opinione,  tutti i limiti delle sue tesi:      http://temi.repubblica.it/micromega-online/in-memoria-di-luciano-gallino-il-finanzcapitalismo-l%E2%80%99euro-e-la-moneta-come-bene-pubblico/

sabato 7 dicembre 2019

Rapporto Censis 2019
Perché gli italiani sognano l’uomo forte?


In linea  di massima  la cosa non dovrebbe meravigliare, soprattutto l’addetto ai lavori, il sociologo insomma. Eppure merita una spiegazione.  
Di che parliamo?  Del 53° Rapporto Censis (*) dal quale si evince che un italiano su due è favorevole all’uomo forte al potere. E che quindi  non vuole sentir parlare di governo delle leggi.   Detto altrimenti,  di stato di diritto e democrazia rappresentativa
Qui si registra una continuità antropologica che va oltre il Rapporto.  Attenzione, nulla di lombrosiano. Con il termine intendiamo continuità culturale. Un aspetto che rinvia alla condizione umana. Pensiamo a  una specie di  “seconda natura” O se si preferisce  un'  antropologia  acquisita nel tempo storico. Ci spieghiamo meglio.
Gli uomini per migliaia di anni sono stati governati da altri uomini. Il governo delle leggi, o meglio la teorizzazione compiuta del governo delle leggi, è cosa moderna, che ha pochi secoli di vita (seppure con alcuni precedenti filosofici). Pertanto la sottomissione al “capo”  è l’eccezione sociologica non la regola.
L’uomo, antropologicamente, vuole essere governato da altri uomini, meglio ancora se  da un uomo solo al comando: un re, un imperatore,  un principe, ma anche un tiranno, un dittatore, un duce.  
Esistono ovviamente spiegazioni, etnologiche, psicanalitiche, mitografiche, storiche e politologiche  che qui è inutile richiamare.  Il punto fondamentale resta  quello della preferenza culturale verso forme di  obbedienza, spesso assoluta, all’ uomo e non a leggi impersonali.  Leggi, queste ultime, create e codificate dagli uomini per altri uomini, alle quali per convenzione  tutti poi dovranno  ubbidire: legislatori e cittadini.   E per questo motivo  sospette ai più.  Perché, ci si chiede, fidarsi di uomini come me?  Che non hanno alcuna qualità speciale?   
Per contro, e a riprova,  si pensi,   in pieno Novecento, al delirio delle folle  per figure ritenute  invece “speciali”  come Mussolini, Stalin, Hitler. Oppure,  ancora oggi, al fascino che esercita  sulla gente  uno strambo personaggio come Trump. Siamo dinanzi a qualcosa che travalica la forma stessa dei regimi politici. Un sedimento antropologico.
Inoltre,  cosa non secondaria, lo  stato di diritto, richiede ragionamento e argomentazione, mentre l’appello al popolo del  “Cesare” di turno (il Cesare “originale”, ad esempio, affossò lo “stato di diritto” della Repubblica romana), è immediato e comprensibile per  tutti:  si  procede per sì o no, senza dover argomentare. E a colpi di spada quando occorre. 
Tra lo stato di diritto  e il  culto del capo c’è la differenza che passa tra  la diligente applicazione che richiede lo  studio e un schiaffo sferrato con violenza. Lo studio impone tempi lunghi,  uno schiaffo può essere sferrato da chiunque in un attimo. Le regole sono faticose da capire,  la violenza, a cominciare da quella verbale e chiara per tutti.
Ovviamente, come insegna la sociologia,  il potere è sempre gestito da pochi. Anche un sovrano assoluto ha necessità dello stato maggiore:  non esiste il potere solitario. Però per molti uomini e donne è bello e facile crederlo. Di qui,  il fascino del  “capo” che come un  dio, vede provvede.  
Insomma, la teorizzazione liberale  (dello stato di diritto e della democrazia rappresentativa)  resta assai difficile da comprendere  perché impone regole, procedure, tempi lunghi, spesso errori e  incertezze. E gli uomini, piaccia o meno,  al capire preferiscono il credere. 
E sembra essere  ancora   più  incomprensibile   in un momento come questo,   dove  due italiani su tre, come asserisce il Censis, dichiarano di   vivere  in stato di ansia per il futuro.  Che l’ansia sia motivata da fatti reali o meno, qui non interessa, il vero punto è  la incombente (e ricorrente) deriva canina...  Il fatto che  la metà degli italiani,   come quei cani dagli occhi umidi,  implori   un padrone capace di accudirli.  
In qualche misura, se ci si passa la mediocre figura retorica,   l’intonaco liberale  mostra  segni di scrostature in più punti. Sotto la vernice affiora la rozza pietra di un uomo per secoli abituato a obbedire a un uomo ritenuto come solo al comando. 
Purtroppo, ripetiamo,  la sottomissione volontaria al potere assoluto sembra essere la regola,  il liberalismo l’eccezione.  Un’eccezione che ha pochi secoli di vita. Il liberalismo è un vero e proprio esperimento antropologico. Quasi un miracolo.
Il Censis sembra perciò  confermare  una regolarità sociologica, diremmo metapolitica.  Quale?  Che  gli uomini alla  libertà, sotto il governo delle leggi,   preferiscono la sicurezza  regalata  dal tiranno.
Il liberalismo innanzitutto parla ai  coraggiosi. Non ai codardi.  Del resto, come osservava il pavido Don Abbondio  manzoniano, "il coraggio uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare"...  

Carlo Gambescia

                                                     

venerdì 6 dicembre 2019

Una risposta a Luciano Hodnik
Sardine e partecipazione politica




La partecipazione  politica  è un bene o un male per le nostre società liberal-democratiche?  Ecco  il quesito che mi sono posto dopo aver letto il commento di  Luciano Hodnik al  post sulle “Sardine” (*). 
Innanzitutto,  cosa  si intende per partecipazione?  Semplificando: 1) manifestare,  nel senso di scendere in  piazza, protestare;  2) votare, nel senso di deporre  la  scheda nell’urna; 3) candidarsi alle elezioni, nel senso di  concorrere.   Sviluppando i concetti di Hirschman: Voice, Vote, Run for Office.   

Il voto, nei due aspetti  del diritto di elettorato passivo  e attivo (VoteRun for Office),  è indubbiamente una forma di partecipazione. Diritto  che però, non va considerato come un obbligo o un dovere,  perché una società liberale, non può non contemplare il diritto di astenersi. L’obbligatorietà del voto, sebbene recepita da alcune democrazie, ha un risvolto autoritario, ancora  prima che politico,  di natura  cognitiva: si rinvia a un' idea panpolitica dell’uomo, molto novecentesca di  tipo leninista o  fascista.   In realtà, la politica è solo una delle tante sfere sociali in cui è immerso l’ uomo. Sia detto questo, con tutto il rispetto per Aristotele, che però aveva sotto gli occhi la democrazia olistica  degli antichi.  Il privato non è mai politico. Può invece essere “sociale” in senso interattivo, della deferenza, della cooperazione, dell’intersecazione degli interessi individuali, eccetera, eccetera.      
E manifestare (Voice) ? Dipende. Quando  si manifesta contro il Parlamento o contro una forza politica legittimamente presente nelle aule,  la manifestazione ha un chiaro  contenuto antidemocratico e soprattutto antiliberale, perché le istituzioni parlamentari sono il cuore della democrazia liberale.  Pertanto non tutte le manifestazioni di piazza  sono un segno di vitalità liberal-democratica. Anzi.
Si pensi ad esempio  alla nuova legge sulla prescrizione, frutto di una cultura giustizialista, quindi illiberale. Tuttavia   in pochi  sono  scesi  in piazza  a dar man forte agli avvocati per  protestare contro una legge che in pratica viola il sacro  principio  della presunzione di innocenza. Sembra che  gli italiani, tacendo, acconsentano...  
Per contro, come nel caso delle Sardine, si manifesta, e con buon seguito, contro Salvini,  regolarmente eletto, sottintendendo che dovrebbe essere defenestrato, per ora con il voto,  perché pericoloso per la democrazia.  Mentre, sempre Salvini,  non sembra  essere   un pericolo  per  quasi la metà degli italiani, disposti a scendere in piazza per il "Capitano".  Anch'essi,  quindi, paiono acconsentire...     

Perciò, manifestare in sé, ha il valore di uno scatolone vuoto, dipende da quel che vi si mette dentro.  Pertanto scendere in piazza può avere un valore ginnico, di esercizio fisico. Una boccata d’aria pura fa sempre bene. Il  vero problema dipende dai contenuti.  Che a loro volta variano, perché  dipendono dalla prospettiva politica di chi giudica: pro o contro la presunzione di innocenza; pro o contro Salvini. Insomma,  il sì contro il no. Ovviamente,  gridato.  Nessuna mediazione. Che invece è tipica della riflessione parlamentare.
Inoltre, cosa fondamentale,  la liberal-democrazia, come accoppiamento giudizioso di principi liberali  e democratici (di parlamento e libero voto, il che spiega il trattino...), implica attraverso il meccanismo dei partiti, la rotazione tra maggioranza e opposizione.   Ciò  significa che  l’elettore può  cambiare indirizzo politico  votando  per il partito  in grado di rappresentare meglio le sue idee e/o interessi.  Sotto questo aspetto, nella liberal-democrazia  la partecipazione ha la sua consacrazione non nelle  piazze rumorose ma  nel silenzio della cabina elettorale.  Insomma,  nella certezza politica di potere, con il voto, ripetiamo,  mutare l’indirizzo del governo. E quindi  favorire la circolazione delle élite politiche.
Sintetizzando:  liberal-democrazia è   Vote  contro  Voice.  Ciò non significa che le manifestazioni di piazza debbano essere vietate. Ci mancherebbe altro. Significa che non vanno idealizzate e soprattutto gestite con giudizio dagli stessi partiti.  Sempre che si voglia rimanere  all'interno della liberal-democrazia.     
In Italia, invece, destra e  sinistra, soprattutto estreme, hanno sempre usato le piazze contro  il parlamento dilatando e degradando   il concetto  di partecipazione a pronunciamento cesarista. 
Il fascismo e il comunismo con le loro idee, rispettivamente,   di una democrazia  organica  di massa e  di una democrazia assembleare, ovviamente, con sottobanco correttivi gerarchici e leninisti,   non hanno facilitato, se non  addirittura impedito soprattutto  nel primo caso, la diffusione  di una cultura liberal-democratica.

Naturalmente, anche i partiti democratici hanno le loro responsabilità.  Nessuno è perfetto.
Però, sia come sia, in  Italia, la partecipazione  ha sempre avuto e ha un contenuto antiparlamentare nel termine di una specie di giudizio di dio.  
Con la svolta populista  la “piazza”  è addirittura penetrata nel cuore della liberal-democrazia: il parlamento.  E i pessimi risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ora, come si legge,  sembra che anche le Sardine vogliano trasformarsi in partito...  Qualsiasi altro commento è superfluo.

Carlo Gambescia
          


giovedì 5 dicembre 2019

Giorgia Meloni, l'Ue e la Resistenza  
"Brutta ciao…"


“Bella ciao”  può essere  collegata  all’ immaginario comunista  della  Resistenza? In realtà, i partigiani “rossi”, sotto il piombo nazifascista intonavano altro,  perché "Bella ciao"  non era così diffusa, come  ad esempio,  “Fischia il vento” dai contenuti politici molto più espliciti,  riscritto sulla  falsariga musicale di "Katiuscia".  
In realtà,  il canto,  come  spiegano  gli storici, si affermò  e diffuse dopo,  negli anni successivi al conflitto. Ottimo esempio di come "inventare" una tradizione politico-canora.  
"Bella ciao" in seguito fu ripresa anche all’estero,  come motivo  libertario,  pacifista,  antifascista. E ancora oggi è sulla cresta dell’onda, cantato dai guerriglieri  curdi come dai manifestanti  cileni. Una canzone di libertà.  Tutto qui.    
Riteniamo  però che  la reazione spropositata  di Giorgia Meloni non dipenda dalla natura libertaria e pacifista della canzone. O comunque non solo.   Per inciso,  il suo riferimento all’Unione sovietica   è ridicolo e frutto di crassa ignoranza storica.   Magari se  i commissari avessero cantato  "Fischia il vento"  o  "Katiuscia",  allora, sì, che potremmo parlare, eccetera, eccetera.
In realtà, quel che infastidisce la post-missina è  l’impronta antifascista del canto. E per quale ragione? Perché, come tutti i post-missini, Giorgia Meloni è rimasta fascista dentro.  Di qui l’astio pavloviano, semplificando,  verso il  "pop" antifascista, secondo i fascisti però.  
C’è anche un’altra motivazione. Quale? La strisciante legittimazione culturale,   in atto nel Paese,  del fascismo  come di  una dittatura benevola che arginò  il comunismo e che  commise solo due “piccoli errori”: quello di promulgare le leggi razziali e di allearsi con Hitler. Di qui, il viscerale anticomunismo meloniano,  che però non ha nulla di democratico e antitotalitario,  perché difende l’esperienza della dittatura  fascista.
Si dirà che Giorgia Meloni, pubblicamente, non ha mai rivendicato l’eredità fascista. Il che può essere vero.   Però è altrettanto vero,  per citare non “Bella Ciao” ma la vecchia canzone dei Mattia Bazar, che “c’è tutto un mondo intorno”...  Si guardino ad esempio le pagine  culturali  del “Secolo d’Italia”, quotidiano fiancheggiatore,  dove il revisionismo è di casa (*). E chi tace, soprattutto se leader, acconsente. 
Gorgia Meloni e Francesco Storace, direttore del "Secolo"


Diciamo che il trucco è far circolare idee fasciste - come ad esempio  definire “Bella Ciao” canzone sovietica -   senza però riferirsi esplicitamente  al  fascismo.
In qualche misura si tenta di andare oltre la vecchia idea, sempre cripto-fascista (ma "moderata")  di  parificazione-pacificazione tra rossi e neri.
E come? Imponendo  l’idea che la Repubblica sociale, combattuta solo dai “partigiani rossi” che intonavano “Bella Ciao”, difese l'Italia dal comunismo. Due stupidaggini in una: perché la Resistenza partigiana fu fenomeno politicamente policromo di uomini e donne che, come detto, non potevano  cantare in coro  un inno diffusosi nel dopoguerra.
Difese l'Italia da comunismo... Il che in parte è vero. In piccola parte diciamo.  Perché, purtroppo la Rsi "difese" l'Italia  anche  dagli Alleati e dai partigiani democratici,  dai miti e  incolpevoli ebrei, dai milioni di italiani  che stanchi, impauriti,  affamati  non  ne potevano più delle bolle d'aria del nazional-fascismo e delle feroci prepotenze degli  sgherri hitleriani.  
Non aver capito questo  significa perseverare nell’errore fascista e soprattutto  ingannare  la gente. E in ciò Giorgia Meloni  sembra essere molto brava.
Anche bella magari? Mah… Diciamo “Brutta ciao”.

Carlo Gambescia                        
    
(*)  Per farsi un’idea:  https://www.secoloditalia.it/category/idee-a-destra/                        

mercoledì 4 dicembre 2019

Sfoghi. Italia tra piagnoni, manettari e antieuropeisti
Meno male che c’è la mano invisibile, macchiata calda in tazza fredda...


La celebrazione di  Greta, eletta a reginetta di bellezza dello spaghetto a chilometro zero,   il populismo caramelloso  del Papa,  le manette evocate a ogni piè sospinto dai giustizialisti,  l’antieuropeismo  becero,   il razzismo e il culto parareligioso “degli ultimi”,  l’odio  verso le banche a prescindere, le fughe di notizie dai tribunali  e conseguenti  gogne mediatiche. Diciamola tutta, l’ Italia di oggi  fa veramente schifo.
Eppure si tiene in piedi,  l’economia tutto sommato regge, anche criminale,  e il Paese resta a galla. 
Forse  perché gli italiani -  il cosiddetto popolo  -  sono migliori dei politici? No. Siamo davanti all’ennesima prova del funzionamento meraviglioso  della mano invisibile:  di un’ economia  che misteriosamente  riesce ancora a far girare  i soldi.  
Un miracolo?  No.  Il tutto avviene  grazie ai risparmi accumulati delle generazioni precedenti e all’evasione fiscale, un mix  che aiuta un esercito di  piccole imprese,  che,  soprattutto al Nord, Nord Est, costituisce  una specie di linea del Piave economica. Dio le benedica.  
Mentre  al Sud si regge il confronto  grazie all’indotto criminale. Dio lo maledica? Mah…  Forse  una legalizzazione, da pelo  sullo  stomaco,  gioverebbe.   In fondo i camorristi napoletani, appoggiarono Garibaldi, sostituendo la polizia borbonica.  L’ordine pubblico  fu mantenuto.  Liberalizzando, oggi, gioco, prostituzione e uso di ogni tipo droga, si costringerebbe  la criminalità mafiosa a uscire  alla luce del sole e  pagare le tasse.  Certo,  anche evaderle. Il che però  rientrerebbe nella normalità italiana.  Ma soprattutto niente spari e ammazzatine… La retorica del  distintivo lasciamola a Salvini, Di Maio e al  “Fatto Quotidiano”.  Ognuno viva come desidera,  laisser faire, laisser passer...
Ovviamente,  resta   sempre il macigno del debito pubblico  che pesa sull’intera economia italiana, ma che in una logica di galleggiamento  può aspettare.
Anche perché  il Paese, nonostante i mugugni, amplificati dai media vecchi  e nuovi,   si alza ogni mattina, esce di casa, lavora, produce, quel che basta, perché il giorno prima sia uguale a quello precedente. E all'insegna del "Cappuccino mon amour".  Diciamo che la mano invisibile funziona a mezzo servizio.  Ma funziona, macchiata calda, in tazza  fredda, con ciambelle o cornetto...  Vizietti privati collettivi e diffusi  da chi proprio alla fame non è... E virtù pubbliche che comunque sia alimentano il giro della ristorazione.  E così tutto il resto... Perché da cosa nasce cosa.  
Naturalmente, se vincessero, piagnoni,  manettari e antieuropeisti, la mano invisibile verrebbe ingessata e addio galleggiamento. E pure  sfogliatelle.  
Certo,  un Paese normale dovrebbe crescere. Ma questa è un’altra storia…

Carlo Gambescia