martedì 14 agosto 2018

Alessandro Campi o della politologia à la carte
Dopo Fini, tocca a Salvini



A che serve studiare Aron,  civettare con il liberalismo,  convegni di qua, seminari di là,  per poi scrivere un articolo del genere? Solo per  ingraziarsi i nuovi padroni?  Offrirsi a costo zero? Piacere di servire? Mah...  
Probabilmente, al  fondo,  c’è  un’ ambizione sfrenata.  Che nella vita,  se fisiologica non guasta. Bisogna sempre  puntare in alto, per carità.  Però  mai   tramutarsi  in  aspiranti valletti cognitivi, puntando addirittura  sulla  politologia  à la carte.  Pronta a incensare i vincitori di turno.  Se poi di destra anche meglio (o peggio, dipende dal punto di vista dei lettori).  E  qui  Alessandro Campi, politicamente,  già avrebbe dato. Con Gianfranco Fini. Di cui era  consigliere scientifico…   
Allora, come presentare  Matteo Salvini sotto  una luce migliore? Lavorando sulle coordinate storiche. Una Weltgeschichte  a chilometro zero. 

Forse qualcosa sta cambiando nell’opinione pubblica, dopo due decenni di ubriacatura sulle virtù del dilettantismo applicato alla sfera politica. Ma c’è dell’altro. Mentre i suoi avversari [di Salvini] si affannano a denunciarne il populismo (che in realtà è il registro o stile di comunicazione adottato ormai da tutti i leader democratici) o lo scivolamento verso posizioni d’estrema destra (con l’evocazione di scenari e pericoli storici del tutto anacronistici, o accostandolo a esperienze europee che hanno agganci sentimentali o simbolici col fascismo che alla Lega invece mancano) non si tiene conto che l’ideologia sovranista alla quale Salvini ha convertito il suo partito è meno banale, sul piano storico generale, di quanto appaia. Di sicuro non può essere liquidata come una retriva pulsione ad alzare muri e linee divisioni laddove la tendenza storica sarebbe invece ad abolire ogni tipo di confine o di identità collettiva particolaristica. (1)  

Capito?  Il populismo, per sdoganare scientificamente Salvini,   viene  interpretato riduttivamente come “il registro o stile di comunicazione adottato ormai da tutti i leader democratici”.  E il  sovranismo  come  naturale  reazione  al globalismo… Ovviamente,  il fascismo è giudicato fenomeno anacronistico…  Non sia mai.
Ecco  la politologia à la carte.   Dietro  Salvini ci sarebbe   una  tendenza storica  di fresco conio: la reazione nazionale  al pensiero unico.   Del resto  ai tempi di Gianfranco  Fini,   c'era quella di vecchio conio:   allora  Campi  parlava di un'altra "tendenza storica" storica, quella incarnata dalla rivoluzione dei diritti civili,   che la destra doveva assolutamente intercettare, contro il conservatorismo codino… Ovviamente, ora finita in soffitta. Insomma,  ieri le pulsioni civili, oggi quelle incivili. Tutto fa brodo.
E pure,  oltre a civettare con il pensiero di Aron  e con quei liberali, in carne e ossa,   che si prestano ai suoi giochetti,   Campi  ha fatto pubblicare  sulla “Rivista di Politica” - e poi in un demistificante libro collettivo sui complotti -  l'illuminante saggio  di Richard Hofstadter sullo stile paranoico in politica.
Ora, dopo aver letto Hofstadter, perché quale direttore e curatore non può non  averlo letto, come si può concedere un salvacondotto politico a Salvini?  Lo "stilista" principe dei paranoici politici d'Italia?  Sempre pronto a gridare al complotto?  
Anche perché, in un momento di lucidità,  Campi, tra le altre cose, ammette  che  “ lo stile di comunicazione dello stesso  Salvini non può mantenersi febbricitante e martellante come è stato sino ad oggi”.
Ma se lo stile è quello paranoico, quindi un fatto politicamente costitutivo (secondo la lezione di Hofstadter),  come ne esce Salvini?  Come potrà  creare  quel “ solido partito conservatore di massa” che Campi auspica ?  Che rischia invece di somigliare  a un fascismo di massa, che in Italia ha  puntuali precedenti  storici.  
Ora delle due l’una,  o Campi,  come studioso  si è perso per strada, o ci sta ricadendo un’altra volta. Ma Salvini non è Fini. È molto più intelligente. E quindi pericoloso.
E anche per questa ragione  perché fornirgli un assist?  Per diventare senatore o ministro “blu-azzurro”?   

Carlo Gambescia

lunedì 13 agosto 2018

Cari sovranisti, è vero, l’Italia non è la Turchia, ma non per le ragioni da voi evocate...   



Avete notato come i neo-nazionalisti italiani, pardon  sovranisti, si preoccupino  di prendere le distanze  dalla crisi  della lira turca?   L’Italia non è la Turchia, dicono.  E non hanno torto.  Perché l’ Italia è  in condizioni di salute, quanto a debito pubblico, peggiori. 
Anzi,  tra costoro  c’è addirittura chi sostiene, anzi evoca come uno sciamano  che la crisi della lira turca sia  dovuta al debito pubblico basso.  Insomma, per aver dato ascolto alla vulgata "ordoliberista".  E da quando il debito pubblico  elevato rafforza la moneta? Tesi, appunto, degna di uno sciamano...   
Ignoranti e presuntuosi. La crisi turca, come abbiamo scritto (1), è dovuta a un pericoloso  mix  tra deficit della bilancia dei pagamenti e indebitamento estero per finanziare quel consenso sociale, attraverso  il rilancio dei  consumi , di cui Erdogan, come ogni leader autoritario, non potendo contare solo  sulla forza,  ha necessità.
Però l’Italia non è la  Turchia anche per un’altra ragione:  esporta molto di più, però ha un debito pubblico che pesa sul rilancio dell’economia. Che dovrebbe essere tagliato per favorire il riallineamento dell’economia italiana  all’economia tedesca, non solo  in termini di spread ma di credibilità  nei riguardi dei mercati esteri sui quali non può non puntare  un’economia italiana, basata per tutto il dopoguerra, pur tra  gli alti e bassi tipici del mercato, sulle  esportazioni, dunque sulla vigorosa  conquista, ripetiamo, di mercati esteri.
Si dice  che l’euro sia troppo altro, e che dunque penalizzi le esportazioni italiane. Esportazioni che invece,  al tempo della lira, potevano contare sulle cosiddette svalutazione competitive. Diciamo che la Turchia  ne ha subita una proprio adesso... E non  sembra molto felice, anche perché non ha molto da esportare.  Quindi piano con le stupidaggini,
Pertanto,  se  si tornasse  alla lira italiana,  è vero che  potremmo  esportare di più.  Però, le importazioni, soprattutto  di materie prime, costerebbero molto di più. Di qui, quel  deficit della bilancia dei pagamenti  unito a indebitamento pubblico, la cui  ragione, sull'esempio turco, era ed è quella di   tenersi stretti i ceti medi. Debito, nel caso italiano già elevato, che  crescerebbe  ancora di più,  portandoci  alla rovina. Una Turchia al quadrato.  Per inciso, i ceti medi che votano  populisti e sovranisti,  segano il verde ramo del rigoglioso albero liberoscambista, sul quale  fino a oggi sono stati placidamente seduti. Chiamalo se vuoi,  suicidio sociale.
Naturalmente,  i  neo-nazionalisti italiani, credono,  come i  mercantilisti del  Seicento, che gli altri paesi dinanzi  a  un’Italia   tesa  a   conquistare i mercati,  svalutando la lira, con merci a basso a prezzo, resterebbero  con le mani in mano   Poveri illusi.  Immediatamente,  si  alzerebbero barriere per colpire e affondare  le merci italiane senza pietà.  Noi a nostra volta reagiremmo, seguendo la più classica delle escalation protezioniste,  fino alla paralisi  degli scambi.  Di qui, il crollo vero, questa volta,  dei tenore di vita dei ceti medi, costretti ad accontentarsi di pochi e mediocri prodotti italiani.
Va ricordata anche l’altra  favoletta neo-nazionalista:  quella di inondare il mercato di italiano di lire, grazie a una Banca d’Italia “ritornata al servizio della Nazione” (rigorosamente con la maiuscola). In realtà,   la scelta inflazionista    provocherebbe  l’innalzamento interno  dei prezzi, annullando, per contagio,   all’esterno,  i cosiddetti  vantaggi delle svalutazioni  competitive: si dovrà pur importare? O no?  Dopo di che - stiamo portando il ragionamento alle estreme conseguenze -   per correre ai ripari, si potrebbe  svalutare di nuovo,   per poi stampare altra moneta, fino a distruggere, seguendo un meccanismo a spirale,  la credibilità italiana e di riflesso l’intera economia. E con essa il ceto medio.  Altro che i presunti effetti del “liberismo selvaggio”. L’”inflazionismo selvaggio” è molto più cattivo.
Pertanto la Turchia, e concludiamo,  dal momento che è fuori dall’euro-ombrello,   che i  neo-nazionalisti italiani invece vorrebbero bruscamente chiudere, non può  che pregare Allah e osservare, malinconicamente, le pericolose oscillazioni della sua moneta.  
Ciò però  significa che l’Italia, per fortuna, non è  ancora la Turchia.  L' euro è forte e dobbiamo tenercelo stretto. A ogni costo.

                    

domenica 12 agosto 2018

A proposito di un'intervista allo storico fiorentino
Franco Cardini,
tra  Papa Francesco e Matteo Salvini (ma non solo...)



Diamo atto a Riccardo Paradisi di aver posto le domande giuste (*).  Tuttavia a dirla tutta, intervistare Franco Cardini,  è popperianamente  impresa ardua.  Perché  le sue  riposte appartengono alla categoria delle verità  inconfutabili:  il discorso, tra l’altro,  andrebbe esteso a  certi suoi libri, non strettamente eruditi o accademici.  Anch'essi, seguendo i criteri  di Popper,  infalsificabili,  dunque non scientifici.   
Ma torniamo all'intervista.  Partiamo dalla  chiusa:   sintesi,   diremmo,  esemplare, di uno storico che ce la mette veramente tutta per  non rispondere mai da storico…  Non in modo scientifico, obiettivo, se si vuole.  Ad esempio, si legga qui.

E così avverrà che le vecchie potenze che ci hanno cacciato nei guai nel 1918 generando totalitarismi e una nuova guerra mondiale, che nel 1945 si sono spartite il mondo reiterando il vecchio ingiusto ordine delle sfere di influenza e della guerra fredda, ci ricacceranno in nuove tragedie. Tanto poi ci saranno sempre un Giuliano Ferrara o un Erri De Luca pronti a denunziare il fascismo che ritorna, ci sarà sempre qualcuno pronto a gridare che il papa è un eretico e un comunista. La conosciamo bene questa storia, ci siamo già passati. Ma una cosa dev’esser chiara: rileggete la Laudato si’, rileggetela studiandovi bene anche le note a piè di pagina. Altro che “enciclica ecologistica”. È un’autentica denunzia circostanziata del male che sta mangiandosi il mondo.

Dove si nasconde il  succo del discorso?   Nelle prime tre  righe.  E qual è?  Che  tra i regimi liberali  e totalitari non c’è differenza di specie ma solo di grado.  Risposta da  integralista cattolico.  E cognitivo. Cardini, per farla breve, non ha mai digerito,  per ragioni di principio (alle quali ora arriveremo),  quindi inattaccabili dal punto di vista  del falsificazionismo  popperiano,  il  liberalismo e l’idea di tolleranza.  Si dirà:  anche il liberalismo si fonda su una petizione  di principio.  Dunque, anch’esso è infalsificabile.  Certo,  però, si legga qui, cosa  afferma  Cardini a proposito  dei  diritti individuali…

La formula è cominciar con l’uscire dalla cultura dell’avere e del potere fondata sui diritti individuali (che sono una fucina d’ingiustizia e di disordine) per cominciar a battere quella dell’essere e del dovere fondata sui doveri comunitari. È a questo che bisogna educare le nuove generazioni.

I diritti sono il male, la comunità il bene.  Ecco la petizione di principio cardiniana.
Ora  i diritti individuali  rinviano a una sovrastruttura che si chiama stato di diritto,  perciò - semplifichiamo -  verificabile, analizzabile, dimostrabile,  emendabile.  Un sistema, per metterla sul sociologico, aperto:  che dunque può essere falsificato, dal punto di vista  teorico (e pratico).  Non si può invece dire la stessa cosa dei doveri comunitari, che invece  rinviano a un' etica  imposta dalla comunità, una volta per tutte,  dunque  un sistema chiuso,  quindi non verificabile, non falsificabile, non emendabile, eccetera. 
Detto altrimenti: il liberalismo, in termini prima ancora che politici, cognitivi,  garantisce una zona franca per l’ individuo, lo stato di diritto, che il comunitarismo azzera, riconducendo i diritti  al dovere di ubbidire  all’ordine comunitario.  Cardini rifiuta questa distinzione cognitiva, prima che politica.  Nel suo caso si potrebbe perciò parlare di fondamentalismo cognitivo.            
Per  poi affidarsi politicamente a chi?  A  Papa Francesco. Che per l’appunto, a prescindere dalle bizzarie a getto continuo che propala,  resta sovrano assoluto (sì, sì, dice "chi sono io per giudicare", però poi giudica eccome…). Dunque,  infallibile.  Altro che stato di diritto. Ma c’è di peggio.   Poche righe più avanti,  ecco quel che  Cardini   dichiara a proposito di una  personaggio come Salvini, addirittura giudicato  fin troppo moderato…

Ecco perché Salvini ha delle ragioni, ma se si ferma a metà della terapìa accetta un rimedio peggiore del male: deve convincersi che i migranti, se sono in sé un male sociale (anche per se stessi), sono pur sempre un effetto, non una causa: deve risalire alle cause prime, la sperequazione sociale e la disinformazione di massa.

Insomma,  Papa Francesco e Matteo Salvini  (quest’ultimo  un poco meno simpatico,  se  però  solo si applicasse di più…) sono gli eroi  di Franco Cardini.  Risparmio  ai lettori le lunghe tirate sull’antifascismo, sull’Onu… Piccola eccezione…

Il risultato sarà nullo, finché non si capirà che la vera ONU, quella che ha il potere, sta nella banda che annualmente si riunisce a Davos e non la si obbligherà ad avviare un graduale, sostenibile processo di ridistribuzione mondiale della ricchezza. Ma oggi il potere, a livello internazionale, è saldamente nelle mani di chi appunto non vuole nulla di ciò (e dei suoi Chief Executive Officers, molto ben retribuiti, molti dei quali dirigono la politica e i media occidentali).

Capito, che finissimo storico?  Che obiettività?   Dicevamo lunghe tirate. Sì, sui nemici storici (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti), sul neocolonialismo, sulle multinazionali. Tutti cavalli di battaglia della  sinistra fascista anni Sessanta del Novecento, da Cardini allora frequentata,  impregnati di cattolicesimo integralista, forse giuliottiano.  Insomma, se ci si perdona l'eccesso figurativo di sintesi,  siamo dinanzi a una  specie di Toni  Negri con l’aureola.  Però,  un tantinello più attento agli equilibri politici e accademici.  Perché per Cardini, durante gli Anni di Piombo, immerso nei suoi studi,  le sole crociate irrinunciabili  furono quelle di Urbano II e continuatori. Meglio così, per carità.
Diciamo però che lo storico fiorentino può  essere concettualmente  rubricato tra i fiduciosi adepti, vecchi e nuovi, della  tentazione fascista, come magnificamente  descritta da Tarmo Kunnas.  Tentazione, che poi divenne realtà, oggi  giudicata  da Cardini, a dir poco, con indulgenza...   

Il vecchio fascismo (o, se si preferisce, le varie forme dei “fascismi storici”) non è l’invenzione di un gruppo d’esaltati criminali: è stato causato dalle contraddizioni e dalle ingiustizie generate dal capolavoro - si fa per dire - di Wilson e dei suoi complici della “Conferenza di Pace di Parigi” alla fine della prima guerra mondiale. Il fascismo è stato il risultato del revisionismo rispetto a quei patti di pace, alimentato da un nazionalismo forse sbagliato ma comunque necessario tentativo di riorganizzare la società di massa che il liberalismo classico, fallendo (e la prima guerra mondiale è lì a ricordarcelo), aveva lasciato a se stessa, creando sacche enormi di ingiustizia sociale.  

Che aggiungere?  A Roma si direbbe,  "buttarla in caciara". Anche se, a dire il vero, sembra di  leggere il bavarese "Völkischer Beobachter".
Ovvio, dunque, che Cardini  guardi con favore al  populismo, che però, come forma di contestazione della democrazia rappresentativa, e liberale, rappresenta, come sa bene  chiunque conosca la letteratura in argomento,   una delle  variabili classiche della tentazione fascista.  Solo Cardini, sembra  ignorarlo. Quando si dice il caso. 

Il populismo, altro termine generico ormai usato come etichetta terroristica, è più semplicemente l’insieme delle ragioni per cui le maggioranze di un paese non sono contente della situazione e reagiscono dando il loro magari acceso ma provvisorio e incompetente assenso a progetti confusi di riorganizzazione sociale […]. Stiano tranquilli dunque questi signori, non siamo di fronte a un nuovo fascismo: ma si rassegnino al fatto che nasceranno sempre nuovi sistemi contestativi dello status quo, dal momento che esso ha dimostrato di non poter funzionare se non a danno dei popoli.

E di quali valori si potrà servire l'opera di  “riorganizzazione sociale”?  La  domanda,  giunti a questo punto,  appare  superflua.   

Carlo Gambescia 



sabato 11 agosto 2018


Crisi  turca
Erdogan si affida al grande Allah  ( e noi?)




Probabilmente l’ultimo “Dio è con noi”  dell’Occidente (semplifichiamo) risale alle Crociate, solo novecento anni fa.  Per la Turchia, diretta a velocità sostenuta,  verso lo smantellamento del sogno secolare  di Atatürk,  a ieri : “Loro hanno il dollaro, noi Allah”…(1).  Così Erdogan, invitando i  turchi  a  portare in banca gli averi, anche in valuta straniera, per  cambiarli in lire turche.  Un atto di fede, non in Allah, ma nella valuta nazionale.  Cosa che i suoi concittadini si sono ben guardati dal fare, per non vedere i propri  beni andare in fumo.
L’impressione per  usare un termine romanesco, ma efficace,  è che a Erdogan  sia partita la brocca.  E da un pezzo. Non si può volere tutto:  potere assoluto su un sistema politico ed economico, minacciando la marcia indietro verso la Mezzaluna, neppure tanto fertile, e poi pretendere che i  mercati esteri, dai quali comunque la Turchia dipende per il finanziamento del consumi  pubblici e   privati,  se ne stiano zitti e buoni. E la moneta nazionale è la prima a risentirne.
Si dice che  i tassi di sviluppo della Turchia siano  alti (cinque-sei per cento). Mah...   Si dovrebbe invece ricalcolarli al netto  di  quel   che c’è  di drogato nell’economia turca,  ossia una spesa pubblica e privata, finanziata contraendo debiti all’estero. Come è noto, la Turchia importa più di quanto esporta. Di qui  il deficit cronico della bilancia dei pagamenti.  Insomma, l’economia della Turchia, cresce, non per forza propria, ma facendo debiti con l’Ue, gli Stati Uniti, la Russia e persino la Cina. Certo -   dirà il saggio -   forse si poteva  fare  a meno dei   prestiti.  Rinunciando però a  uno sviluppo meno marcato, se non al lumicino. Con il risultato di  massacrare  il tenore di vita delle classi medie, cresciuto fino all’arrivo di Erdogan al potere (2).  
La politica del Sultano, sorvolando sulle scelte illiberali a  proposito di  diritti civili e politici,  è un classico esempio di suicidio programmato per conservare il consenso:   più debiti, più sviluppo drogato, più inflazione.  L'onda  si alza, solleva tutti, per primi i ceti medi,  fino a quando i creditori non bussano alla porta.  I dazi di Trump, sono soltanto la ciliegina sulla torta. 
La Turchia, per uscirne fuori, dovrà rinegoziare il debito e tagliare, o comunque ritoccare al ribasso, la spesa pubblica. Ovviamente, esiste un’altra strada,  non pagare i  debitori  esteri  e affidarsi al grande Allah…  
Chiamala  se vuoi autarchia.   A proposito,   Salvini è credente.  Conte e Di  Maio?  Dal momento che a breve potrebbe capitare a noi, che abbiamo un deficit pubblico, molto più alto di quello turco (anche se, a dire il vero,  esportiamo molto di più)…  Perché, allora,  non affidare, da subito,  i dicasteri economici  a Papa Francesco?  Così,  tanto per portarsi avanti il lavoro, anzi indietro di novecento anni.   
Carlo Gambescia

                                 
(1) “Se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah e continuiamo a camminare con passo fermo verso il futuro”: Fonte:  https://almaghrebiya.it/2018/08/10/crolla-la-lira-turca-erdogan-ma-abbiamo-allah/
(2) Per il  quadro macroeconomico turco:  http://www.infomercatiesteri.it/quadro_macroeconomico.php?id_paesi=95

venerdì 10 agosto 2018

Salvini, Di Maio & Co.
Il potere dell'ignoranza


La tristezza della sociologia
Il sociologo sa quanto sia difficile per la gente comune la comprensione di  ragionamenti  complessi. E uno dei motivi per i quali le scienze sociali, e in particolare la sociologia, sono scienze tristi, nel senso che sono malinconicamente consapevoli di non potere cambiare la natura  sociale e cognitiva degli  esseri umani. Esiste un'ignoranza, come distanza cognitiva incolmabile,  destinata a restare tale.
Certo, si possono, non dall’alto ovviamente, ma per evoluzione selettiva (nel senso che le istituzioni vengono "scelte" senza alcuna consapevolezza individuale di  favorire un esperimento sociale per prova e errore),  migliorare regole,  ingentilire  i costumi, favorire gli scambi pacifici di idee  e merci, però gli uomini al fondo non cambiano, perché continuano, nonostante il miglioramento dei livelli di alfabetizzazione,   a non comprendere  le complicate  ragioni del proprio comportamento  sociale.
Ovviamente, quanto più ampia è l’interazione, e dunque le conseguenze sociali, come nella società di massa, tanto più diviene difficile per gli attori sociali (non, tuttavia,  per chi li osservi, professionalmente) comprendere il senso e le finalità delle proprie azioni.  Di qui,  ma non potrebbe essere  diversamente, soprattutto dal punto di vista sociologico,   reazioni non sempre all'insegna della ragionevolezza.     

Evitare le buche più dure
In questo quadro quale può essere il ruolo della politica? Quello  di   “evitare le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure”,  per citare i versi di una  intensa  canzone di Battisti e Mogol, che vale  quasi quanto   una grande lezione di sociologia. Insomma, mitigare, alleviare, placare. Certo, andare avanti,  progredire,  dunque  adelante,  però con juicio, per parafrasare il grandissimo Alessandro Manzoni. Si chiama prudenza politica.
Pertanto, che cosa può  pensare il  sociologo  triste, per così dire,   della piega disastrosa che stanno  prendendo gli eventi italiani?  Dove sembra  si siano dati appuntamento  politici espertissimi, ma solo  nel   vellicare e  coltivare   ignoranza  e  paura  sociale.
Al di là delle singole misure politiche in cantiere, comunque pericolose,  il lato allarmante è rappresentato dal potere dell'ignoranza. Ci spieghiamo meglio: dalla teorizzazione politica  dell’ignoranza conoscitiva come valore collettivo. E per giunta positivo, addirittura meritorio. Meno si sa, più si è incorrotti.  Il messaggio che viene veicolato  è  che  il  sapere, e tutto quel che di fisiologico ne consegue, in termini di deferenza sociale ed economica,  sono  simboli  di una arroganza che va combattuta con ogni mezzo. Di qui,  il considerevole  potere dell'ignoranza.  Ma anche della paura dell'ignoto,  che la non conoscenza delle cose,  trasformata in diritto sociale, di fatto, inevitabilmente, implica.        

Il ciclo sociale  dell’ignoranza
Siamo davanti a un rovesciamento antisociologico  della realtà, alla negazione di un principio sociale fondamentale, che al di là delle forme di regime politico, ha sempre caratterizzato  i momenti alti della storia della civiltà. Di quale principio parliamo?  Che colui che sa deve insegnare a colui che non sa.  Inutile dire, che il principio rinvia alle radici cognitive della civiltà  occidentale, ai Dialoghi platonici, e che resta legato  a due fondamentali consapevolezze che in qualche misura si completano a vicenda.  Quali? Che la virtù si può insegnare ma che pochi sono in grado di apprenderla  Una verità, moralmente sgradevole,  ma sociologicamente  imprescrittibile. 
Ovviamente, colui che sa, oltre a non smettere comunque di insegnare (diremmo, per missione), conosce  i  limiti di colui che non sa e  distingue bene  i pericoli  di ciò che sociologicamente potremmo chiamare il ciclo sociale dell’ignoranza, che periodicamente torna a riaffacciarsi. Però ecco il punto, nella società massa, che per ora resta un unicum storico, il riapparire,  per parafrasare un Maggiore,  dell’ odio verso coloro che sanno e dell’amore verso coloro che non sanno, può avere conseguenze catastrofiche. Un fenomeno - parliamo della nullificazione politica del sapere -  che viene  accresciuto  dal falso senso di onnipotenza che pervade il mondo digitalizzato, dove  il sapere, come sui Social  - non si può non prenderne  tristemente atto  -  è messo ai voti.  Benché si sappia,  piaccia o meno,  che la scienza non è democratica.            


Occidente addio?
Già il Novecento, con i totalitarismi  politici, costruì terribili macchine  su misura per la società di massa, imperniate sullo scambio servitù  contro libertà,  veicolando  colossali menzogne sulla razza, sulla ragione, sulla scienza.        
Chi scrive, si augurava che con la dissoluzione del comunismo sovietico, il Novecento fosse definitivamente alle  spalle. E invece ecco oggi  riaffacciarsi il totalitarismo nelle vesti di un populismo, che alla stregua del  fascismo, del nazismo e del  comunismo, si dichiara difensore di coloro che non sanno.   E pochi, purtroppo,  sembrano  accorgersi della gravità della situazione.
Può sembrare una frase fatta, per qualcuno forse  addirittura ridicola, considerata  la mediocre statura politica dei personaggi. Tuttavia  Salvini e Di Maio, non tanto per quello che sono, ma per quello che rappresentano e trasmettono, costituiscono  una minaccia non solo per l'Italia ma per la civiltà occidentale.     


Carlo Gambescia

giovedì 9 agosto 2018

Contro i NoVax e il politicamente corretto pentaleghista
 Disobbedienza culturale




In nota al nostro editoriale c’è il comunicato ANP (Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici e Alte Professionalità della Scuola),  semplificando il sindacato dei presidi,  ricevuto  ieri in delegazione, dal Capo Gabinetto del Ministro Grillo,  Alfonso  Celotto,  professore di diritto, difensore del pomodoro italiano e della democrazia digitale,  su sollecitazione del Presidente  Antonello Giannelli, laureato in fisica, già preside e funzionario scolastico,  eletto alla massima carica ANP  nel dicembre del 2017 (1).    
Questo per il casting.  Il comunicato,  successivo all’incontro,  ovviamente,  merita di essere letto per  almeno  tre  ragioni.
La  prima, perché  rappresenta  un severo monito del mondo delle più alte competenze  scolastiche  a  un Ministro della Salute,  che pur essendo medico e dunque, in teoria, perfettamente consapevole dei rischi, sembra essere prigioniero  di un partito per il quale la  prossima battaglia sarà  sulla difesa dell’idea  che la Terra sia piatta.  Perché, per inciso, avere dubbi  sull’importanza delle vaccinazione obbligatorie  è come nutrirne sulla natura sferica della Terra.  Una cosa, insomma, fuori discussione.  
La seconda ragione,  è  che  dal momento che  è  nota, almeno a far tempo dal  1968,   la  storica  prudenza dei presidi italiani,  una presa di posizione pubblica così netta, indica la gravità della situazione e l'urgenza e la necessità per i presidi di uscire allo scoperto.  Come  si può capire   dal seguente lancio Ansa. 

«Allo stato delle cose, se non verrà presentato all'inizio dell'anno scolastico il certificato di avvenuta vaccinazione della Asl, non potremo permettere la frequenza dei bimbi a scuola, a nidi e materne. Non è possibile far prevalere la nuova circolare Grillo. Per ora, almeno fino all'inizio del nuovo anno scolastico, resta in vigore la Legge Lorenzin: sarà quest'ultima ad essere applicata". Lo afferma l'Associazione Nazionale dei Presidi, che oggi ha avuto un primo incontro al Ministero della Salute con il capo di gabinetto sul tema dei vaccini. "Non vogliamo alzare muri e cercheremo di evitare di arrivare a questo punto - spiega l'Anp - . Diciamo solo che, fin quando non c'è il certificato della Asl, la frequentazione non è possibile ma l'iscrizione rimane. La frequentazione può avvenire dopo la consegna della documentazione a scuola. Siamo dirigenti e siamo obbligati a rispettare le leggi in vigore" » . 


La terza ragione, è che  la più che giustificata, diremmo addirittura necessaria,  reazione del merito e della competenza non può non diventare, in questo momento difficilissimo per l’Italia, una vera e propria regola:  dai dirigenti statali ai dirigenti privati, dalle élite universitarie e della cultura  agli imprenditori, manager, uomini d’affari.  Insomma, occorre  la  sana reazione di tutti coloro che credono nel valori che hanno fatto grande  il mondo moderno e, di riflesso,  “modernizzato” l’Italia. 
Va benissimo appellarsi alla Costituzione e ai principi base dell'ordinamento, come nel caso dell'ANP.  Ma c'è una cosa ancora più importante da fare.  Quale? Il ricorso alla disobbedienza culturale.   Contro che cosa?   L'ignoranza  mainstream che rischia di sommergere un' Italia caduta nelle mani di un pugno di  incolti  presuntuosi.   Insomma,  quelli degli studi zero tituli, che però mettono bocca su tutto.  E che ora purtroppo sono al governo,   a cominciare  dai due Vice Presidenti del  Consiglio, che credono - evocando i benefici della pseudo-democrazia cognitivo-digitale -  basti leggere un’oretta di scemenze su  Internet per sapere tutto su un problema… 
Quale  gesto più significativo, anche  per altri paesi  nella ringhiosa morsa nel populismo,   potrebbe essere, in una nuova Rai , dominata dai sostenitori della “piattezza” della Terra, il  passo indietro di  prestigiose figure come Piero e Alberto Angela?  Come  e perché  lavorare  nella  televisione  controllata dai nemici della scienza?  
Sarebbe un gesto di grandissimo valore esemplare.  E così,  nelle università,  nelle scuole, nelle accademie e  ovunque si creda ancora  nel merito, nel valore dell’impegno, nella serietà dello studio e degli studi.  Disobbedienza culturale:  rifiutarsi di obbedire a leggi culturalmente retrograde, nemiche della modernità.   
Il governo giallo-verde,  prima che politicamente, va isolato culturamente.  
Viva il Preside!      
                    
 Carlo Gambescia

«Si è svolto oggi, presso il ministero della Salute, l’incontro tra una delegazione ANP guidata dal Presidente Antonello Giannelli ed una delegazione del ministero presieduta dal Capo di Gabinetto Alfonso Celotto. Al centro dell’incontro, il paventato slittamento degli obblighi vaccinali e la conseguente ricaduta sulle scuole.
Il Presidente Giannelli ha fatto presente all’Amministrazione sanitaria quello che tutti i colleghi già sanno e cioè che essi sono dirigenti dello Stato e Pubblici Ufficiali tenuti a rispettare e a far rispettare la Costituzione, le leggi e i principi di base dell’ordinamento. E che inoltre, “per costante giurisprudenza della Cassazione Penale, essi sono anche titolari di posizioni di garanzia dell’incolumità di tutti coloro che frequentano gli ambienti scolastici”.
Se il “decreto Lorenzin” fosse modificato nel senso ipotizzato, la presenza di bambini non vaccinati nelle scuole relative alla fascia di età 0-6 anni metterebbe a rischio la salute dei bambini che non si possono vaccinare e di quelli le cui difese immunitarie sono indebolite anche temporaneamente, a seguito di patologie varie.
Sulla possibilità di classi “differenziali”, composte dai soli bambini vaccinati in cui inserire i bambini immunodepressi, è stato ribadito il netto dissenso dell’ANP, sia perché si porrebbe un grave problema di carattere organizzativo, legato alla composizione delle classi ed alla regola della continuità, sia perché i bambini non sarebbero comunque protetti nei momenti di ricreazione e nei numerosi spazi comuni (mensa, palestra, bagni) e se ne violerebbe, di conseguenza, il diritto alla incolumità.
Antonello Giannelli ha sottolineato, infatti, che “l’ambiente scolastico è di gran lunga quello più favorevole alla diffusione dei contagi per le caratteristiche dei soggetti presenti, per la loro elevata relazionalità sociale – costituente proprio uno degli obiettivi della scuola stessa – e per le caratteristiche degli ambienti: relativamente poco voluminosi, spesso molto riscaldati e con basso ricambio di aria”.
Il Presidente dell’ANP ha infine evidenziato che stanno circolando evidenti travisamenti delle modalità di ricorso allo strumento dell’autocertificazione, peraltro non utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa. Questo rischia, da un lato, di aumentare il carico di lavoro dei dirigenti scolastici (costretti a controllare la veridicità delle dichiarazioni e a denunciarne gli autori in caso di falso) e, dall’altro, di indurre molti genitori a rilasciare con leggerezza dichiarazioni delle quali potrebbero poi dover rispondere all’autorità giudiziaria penale.
Al termine dell’incontro, l’Amministrazione sanitaria si è riservata di valutare quanto esposto dall’ANP e ha proposto di reincontrarne una delegazione prima della fine del mese di agosto».



mercoledì 8 agosto 2018

I braccianti morti negli incidenti stradali nel  foggiano
Un Governo di Caporali



Il diavolo  come sempre è  nei dettagli.  Gli irresponsabili che sono al Governo,  quelli che poco ci manca  ritengano la Terra piatta,   hanno dichiarato di avere  già trovato i colpevoli degli incidenti nel foggiano:   il “caporalato” e   la criminalità che li sfrutta.
Poi però si scopre che

si indaga anche per verificare se fossero nelle mani dei caporali i 12 bracciati agricoli: lo rende noto all'ANSA il procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro che coordina le indagini avviate in riferimento agli incidenti stradali che hanno provocato nel Foggiano, in poco più di 48 ore, la morte di 16 braccianti agricoli immigrati. 

Quindi gli incidenti,  potrebbero essere dovuti  a stanchezza,  distrazione, negligenza, tutte cose che, in senso stretto,  con lo sfruttamento non c’entrano nulla.
Però, da due mesi a questa parte,  ogni volta  che accade qualcosa,  parte il circo giallo-verde dei Nuovi  Caporali della politica.   Il “caporale”  - Totò docet -   è un prepotente, un prevaricatore, un uomo che abusa del suo grado, anche se  in fondo alla catena gerarchica, per infierire sui deboli.   
E che cosa c’è  di più  prepotente di una brutta recita,  a copione fisso,  ai danni dell’intelligenza della cose e delle persone.  Vediamo.
Salvini  ne approfitta subito, per farsi fotografare  con i braccianti, ma anche per dire  che vuole  svuotare i campi (pardon, i "ghetti"), senza però spiegare come e  indicare alternative. Ci sembra di vederlo, con cipiglio da fascistone (il buon senso è per i talk...),  cazziare il prefetto.   Di Maio invece, fine giuslavorista, promette assunzioni di nuovi  ispettori del lavoro, senza però dire dove prenderà i soldi.  Conte, già sostenitore del metodo Stamina,  accigliato, anche lui,   fa  sì con la testa:   tanto non conta nulla,  però può fare scena. Con i mezzi di informazione, ormai nella parte,  a ruota.  E una Rai in full position...
Questa è la situazione.  Ben  rappresentata  da un Governo di Caporali che offende l’intelligenza  perché parla a vanvera e si pavoneggia con  un  inutile  e incostituzionale  decreto-legge, come quello “Dignità”,  privo  dei requisiti necessari  della necessità, urgenza e di specificità-omogeneità rispetto al titolo.  Tradotto: Costituzione e Legge 400 del 1988 non contemplano il varo di decreti-legge "accozzaglia",  privi perciò dei requisiti necessari.  
E costoro,  i Nuovi Caporali giallo-verdi, che fanno?  Se ne fregano.  Si dirà come tutti gli altri (signora mia).  Certo, ma Salvini e Di Maio non erano  (e sono)  semplicemente  perfetti?
Certo. Così tanto da  ignorare l’unica materia  ben circoscritta, dunque omogenea, quella del caporalato, fenomeno estivo, di qui l’urgenza, nonché  la necessità di  restituire, subito, dignità a questi lavoratori.   Insomma, dove veramente serviva un decreto-legge, e nel pieno rispetto di leggi e procedure,  Salvini, Di Maio e Conte  hanno fatto finta di niente, così presi dalle quotidiane  necessità della  propaganda.  Tra l’altro, una buona base di partenza c’era: quella di una  legge, già restrittiva sul caporalato, varata da Renzi,  bisognosa però  di norme integrative.
E invece nulla. Ci si è occupati, alla stregua di Santa Madre Chiesa, della liceità del "gioco d'azzardo"… E delle aziende che "delocalizzano",  roba da  Romania di  Ceausescu.  Per non parlare degli altri inutili interventi  racchiusi  nel “Decreto  Dignità”.  
Che dire?   Un Governo di Caporali.  Perché, per  punizione,  non  mandarli a raccogliere  pomodori? 

Carlo Gambescia