mercoledì 25 aprile 2018

Lo sport preferito dagli italiani: il processo allo stato

Lo Zio Tom in autostrada



Invito gli amici lettori a notare una cosa.  Basta accendere la televisione in qualsiasi momento della giornata per scoprire che lo sport preferito dagli  italiani è  il processo allo stato: dal terremotato all’esodato, dal disoccupato all’inquinato, dal licenziato al fallito, dalla vittima della mafia alla vittima del lavoro nero, eccetera, eccetera.
Il che, ovviamente,  non significa che il terremotato, l’esodato, il disoccupato, il licenziato, il fallito, il morto ammazzato, lo sfruttato,  se la passino bene, ma indica  che, nell'immaginario collettivo italico, la causa dei loro guai, è automaticamente addebitata sul conto dello stato: che deve ricostruire le case, promuovere la piena occupazione, bonificare tutta l’Italia, sconfiggere  il crimine per sempre, eccetera, eccetera. Fino a edificare un' Italia perfetta, "più grande e più bella che pria". 
Questa cosa, ripetiamo,  si chiama processo allo stato.  E funziona in due tempi (semplifichiamo, naturalmente).
Prima si idealizza, addirittura platonizza, il ruolo dello stato,  soprattutto con l’aiuto dei politici,  che promettono  - tutti, indistintamente -   mari e monti pur di essere rieletti ( ma non solo per questo motivo, come vedremo più avanti). Dopo di che, dal momento che la perfezione (promessa) non è di questo mondo,  si scatena  tra i cittadini,  davanti alle inevitabili contraddizioni tra il dire e il fare,  il processo allo stato. Uno sport nazionale che si trasmette  di padre in figlio. I cui "diritti di diffusione" fanno oggi  la  gioia e la ricchezza delle gogne televisive.  E anche di un gioco al rialzo politico che rischia di farsi  sempre più pericoloso.     
Attenzione, si tratta di un processo allo stato non  di tipo liberale,  ma di derivazione collettivista:  nel senso che si critica lo stato, non perché fa, ma perché non fa.  Pertanto, almeno in Italia, la critica allo stato porta con sé -  sviluppa insomma -   una specie di socialismo straccione, dove l’automobilista, chiuso, fermo da un’ora  sull’autostrada,  percorsa  liberamente per farsi i cazzi suoi (pardon), pretende la bottiglietta d’acqua gratuita.  Portarsela da casa, no?
Si dirà, che sono stupidaggini.  In realtà, siamo davanti a qualcosa di  più del volgare sintomo. L’uomo  dell’acqua dal cielo, che magari di bottiglietta gratuita ne arraffa  più di una perché non si sa mai…, è uno statalista a spese degli altri.  Perché premurarsi, se poi qualcuno pensa comunque a te? 
Si dice, degli Stati Uniti, che siano un paese duro. È vero. Dove non c’è scampo per il fallito sociale . Lo stato non ti soccorre, però funzionano  il muto aiuto   e il privato sociale, privato  vero,  filantropico, non finanziato dallo stato.  
Sicché  - ecco la lezioncina -   l'aiuto pubblico  finisce sempre per  sotterrare quello  privato e favorire il free rider (il socialista con il sedere degli altri...).  Per fortuna, vale però anche il contrario: la   mancanza della carità  di stato favorisce la moltiplicazione delle reti di auto-aiuto. Per contro, ripetiamo, lo statalismo alimenta la cultura del pianto e della critica.   Tra i cittadini Usa, chi si lamenta di più del sistema americano?  I neri, in particolare. Quelli che, per senso di colpa, sono stati aiutati più di tutte le altre comunità.  Ergo,  più hanno, più pretendono.
Ciò significa, per estensione, che alle radici  del processo allo stato, qui in Italia,  esiste  un senso di colpa storico  verso i cittadini,  da parte della  classe politica.  Alimentato da chi?  Dalla sinistra, ma anche dalla destra.  Solo che gli italiani le catene ai piedi non le hanno mai portate. Se non nell’immaginario degli stessi partiti che continuano  tuttora a compiangere il povero Zio Tom in autostrada che pretende la bottiglietta gratuita.  E come per l'acqua, tutto il resto. 
Salvo poi, per rimanere in tema,  una volta finita la cosiddetta emergenza autostradale, rimettere  in moto e  andarsene per i cazzi (pardon) propri. 

Carlo  Gambescia



martedì 24 aprile 2018

I Dieci Punti di 5 Stelle
Ma quale Contratto…




Il Contratto  in dieci punti  (1) che 5 Stelle  vuole  sottoporre ai possibili alleati  (Lega e Partito Democratico), al di là del taglio da "brevi cenni sull'universo",  dal punto di vista del tasso di  riformismo reale,   è  più soft  dei programmi che distinsero i governi di  Centro-Sinistra nella prima metà degli anni Sessanta e i governi di Unità Nazionale, con l’appoggio del  Partito Comunista, nella seconda  metà degli anni Settanta. 
Nel primo caso, ad esempio, ci si accordò sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, nel secondo venne istituito il servizio sanitario nazionale (per ricordare solo due  misure  di grande impegno per la spesa pubblica). 
Ciò  però non significa che, per le tasche dell’Italia degli anni Dieci del Duemila, il Contratto di  5 Stelle  sia meno oneroso. A occhio  e croce  -  e il documento  glissa sull’abolizione della  Fornero...  - la spesa per l’attuazione dei dieci punti (2),  gira intorno ai cento-centocinquanta miliardi di euro all’anno (per un raffronto immediato:  il debito pubblico, che supera il Pil è di  duemiladuecento e rotti miliardi).  E per fortuna che l'autore del Contratto, il  professor Giacinto  della Cananea  (nella foto), viene presentato come  allievo di Sabino Cassese, eccellente  studioso abituato invece a fare i  conti...
Per tornare sul punto:  Dove si prendono questi soldi? Sul mercato, emettendo titoli? O aumentando tributi,  già alti? O tutte e due le cose?  Così, tanto per impoverirsi e  indebitarsi al tempo stesso. Oppure - ideona -  si pensa di uscire dall’Europa, per poter stampare lire a volontà  e distruggere con l’inflazione weimariana l’Italia?
Comunque sia -   e se vogliamo parlare di cose serie -  la prossima finanziaria, a prescindere dal governo in carica, non potrà  non ruotare intorno a una sessantina  di miliardi di euro ( e ci teniamo bassi). Ora, ammesso ( e non concesso) che trenta siano di tagli e di microrecuperi del Pil,  gli altri trenta da qualche parte andranno presi. Dove?  Quindi anche le stupidaggini di Salvini sulla Flat Tax vanno giudicate per quel che valgono: zero.
In quest’ottica  -  e augurandoci ardentemente che Fico fallisca -  l’unica soluzione realistica è quella di   un governo istituzionale, o "del Presidente",  con dentro tutte le forze responsabili e due soli obiettivi:  DEF e  legge elettorale maggioritaria.   Per poi andare a votare nel 2019.
Purtroppo, di responsabili in giro ne vediamo pochi.  Almeno per ora.
Carlo Gambescia      


(1) Per coloro che  fossero  interessati ad approfondire,     il  testo originale del Contratto  è   scaricabile qui:  https://www.ilblogdellestelle.it/2018/04/la_prima_stesura_del_contratto_di_governo_proposto_dal_movimento_5_stelle_.html
(2)I punti, grosso modo,  sono i seguenti: giovani e famiglie, povertà e disoccupazione, ridurre degli squilibri territoriali, sicurezza e giustizia, difesa del servizio sanitario nazionale, protezione delle imprese, nuovo fisco, infrastrutture, salvaguardia dell’ambiente ed efficienza della pubblica amministrazione.            





lunedì 23 aprile 2018

Il nuovo bipolarismo  secondo Luca Ricolfi e Alesssandro Campi
 Intanto in Molise…



Sembra che in Molise  il Centrodestra,   nella sua versione  classica ( allargata come nel 2001),  sia in testa  (45 %), con  Forza Italia  primo partito della coalizione ( 10 vs 9 %, Lega) . Seguono  5 Stelle (37 %), e  Partito Democratico con due punti in meno rispetto alle politiche  (16 %).  
Il risultato perciò potrebbe farsi interessante, per contrasto.  Perché nei giorni scorsi  Luca  Ricolfi, sul  “Messaggero” -  seguito a ruota sulle stesse pagine  dall’assistente  volontario Alessandro Campi, che ora si divide anche con  Prodi -   ha parlato di nuovo bipolarismo, non ovviamente tra Centrodestra (quello del Molise) e Centrosinistra classici,  ma tra una Destra targata Lega  e una Sinistra a traino grillino. Con FI e PD, sulle orme dei nativi americani.
Anche Alessandro  Campi, abilissimo, nel fiutare,  i cambiamenti di vento, e non sempre per ragioni politologiche, sembra credere in  un bipolarismo, nuovo  di zecca.  Che  al momento potrà pure essere nei fatti politici,  ma che -  cosa che non può essere bellamente ignorata -   non sembra incarnare nei contenuti il modello Westminster, perché siamo dinanzi a due forze  populiste,  quindi antieuropee, pro spesa pubblica, pro partito dei giudici,  filoputiane e (soprattutto la Lega) con  più che probabili pendant razzisti.        
Il Molise  sembra invece  provare il contrario, anche sul piano dei fatti:  nel senso che non c’è  crollo definitivo del PD  e che il Centrodestra  avanza.   E, cosa più importante,  Cinque Stelle non sfonda.  Si dirà, il Molise non fa testo.  Può darsi.  A fine mese  si vota anche in Friuli. Il che significa che  è ancora presto per parlare di trend definitivi, di crolli e rinascite. Regola però che deve valere per tutti i trend previsionali.  E non solo per  quelli favorevoli a Salvini e Di Maio.
Questo sul piano analitico, della scienza politica positiva.  Quanto a quello dei desiderata, ogni studioso è libero di pensarla come crede.  Ciò che però  non va assolutamente  fatto  è il voler proiettare, mescolando fatti e desiderata, una luce positiva, come fanno Ricolfi e Campi, su un bipolarismo che trae forza da due partiti estremisti. Nel caso specifico,  è  come  fare il  tifo per un bipolarismo  tra fascisti e comunisti. Altro che Tory e Labour.
Già conosciamo la risposta. Di solito,  come si dice,   quando si va al potere, ci si modera, si matura eccetera. Insomma, si diventa più buoni (sul più capaci le tesi non sono unanimi).  E quindi questo nuovo bipolarismo può essere solo  un bene per l’Italia.  Può darsi.  
C’è però  un’altra questione, che rinvia all’Andreotti di  quando  con un sorrisetto diceva che a pensar male ci si coglie quasi  sempre.  Ora, certe analisi politologiche, come quelle di Ricolfi e  Campi (che tra l'altro non sono i soli...),  nel  momento  in cui sotto i riflettori ci sono Salvini e Di Maio, potrebbero essere interpretate come un endorsement accademico per  5 Stelle e Lega:  un magnifico bonus del filosofo platonico per governare.  Tradotto:   "Signori italiani, tranquilli,  reddito di cittadinanza, simpatie per il piccolo Zar, soldi pubblici a gogò,  lancio del gatto morto contro Bruxelles, tutto normale, tutto normale,  Salvini e Di Maio sono il nuovo bipolarismo ".  Insomma, Ricolfi e Campi, giurano senza che nessuno ancora glielo abbia imposto. Intanto però - ecco il punto politico -   Hitler-Salvini e Stalin-Di Maio,  potrebbero  mettersi d’accordo… Quando si dice nostalgia canaglia.   
Attenzione,  la tesi Ridolfi- Campi,  vale anche al rovescio, nel senso che il tentativo di Fico  verso il Partito  Democratico (se Mattarella consentirà e Renzi, scioccamente cederà)), può venire presentato dai due insigni collaboratori del "Messaggero"  come un passo verso il nuovo bipolarismo  tra Lega  (che fagocita Berlusconi) e  5 Stelle (che si pappa il  Partito Democratico).
Però, intanto, il Molise ci dice che Berlusconi  e i suoi elettori non mollano. Giudici permettendo.

Carlo Gambescia                     

          

sabato 21 aprile 2018

Trattative Stato-Mafia, pesanti condanne per i vertici dei carabinieri del Ros
"Les Centurions" di Palermo


Può anche non piacere. Perché l’immaginario di Jean Latérguy, scrittore e  giornalista,  autore de Les Centurions, appartiene alla destra, quella dei militari,  dei colpi di forza, delle soluzioni radicali quando servono, ma anche dell’onore, del coraggio e dell’amara consapevolezza,  che la guerra  è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Attenzione però, anche della politica peggiore, la politica politicante,  che  svuota la legittimità del soldato che combatte, lontano da casa, per valori, che in patria nessuno più difende.  
Per  Latérguy  il soldato francese che combatteva in Indocina, per parafrasare Dante,  era nemico di Dio  (del comunismo) e dei nemici di Dio (gli anticomunisti in pantofole, che sognavano la pace a ogni costo).
Le liberal-democrazie, e questo  è  un  pesante limite per chiunque vi creda come chi scrive,   non tengono in gran pregio  i militari.  Latérguy, piaccia o meno, ha ragione. Tutto ciò che è marziale non è apprezzato,  salvo nei momenti cruciali, ovviamente cruciali  secondo i desiderata del potere politico.  Che cambia  idea spesso, evoca i grandi principi, salvo poi accordarsi sui piccoli. Di qui, quel senso di spiazzamento morale dei centurioni -  magnificamente colto  da Latérguy -  che nel fango si sforzano di combattere il nemico, con tutti i mezzi,  nonostante il paese legale, e  spesso, per pigrizia e paura, quello reale, remino contro.  
A tutto ciò abbiamo pensato ieri, apprendendo della condanna a Palermo degli ex vertici del Ros, tutti carabinieri ovviamente, Mori, Subranni e De Donno, ora  a rischio  di passare dalle  trincee al carcere, e solo per aver fatto il proprio dovere.  Sulle condanne e assoluzioni dei cosiddetti “politici”  non ci pronunciamo. Sarebbe fin troppo facile  individuare le tresche ideologiche che ne sono alle origini.  
Dicevamo di Mori,  Subranni e De Donno, ammesso e non concesso eccetera, eccetera,  che cosa hanno fatto? Quale reato hanno commesso?  Se è vero che c’era una guerra si sono comportati, per quello che erano e sono:  bravi soldati, che tra i mezzi a disposizione, avevano, hanno e avranno anche quello dell’inganno e  della pace armata, provvisoria,  per recuperare,  riunire le forze,  contrattaccare e vincere.
Trattativa quindi,  come passo indietro per farne due avanti. Tutto qui.  Ma  Roma, per usare il linguaggio immaginoso  di Latérguy,   ha usato e buttato via i suoi centurioni.
I difensori dei carabinieri  ora sperano nel Secondo Grado. Andrà diversamente?  Difficile rispondere.
In Italia, anno di grazia  2018,  ci si può augurare solo, visto che si tratta di militari, che sia  il Dio degli Eserciti, quello biblico, ben più longevo degli imperatori quiriti, a fare giustizia per i propri soldati.  Ma nell'Aldilà.         


Carlo Gambescia 

venerdì 20 aprile 2018

Non è  tutto Bolkestein quel che appare... 
Il Re è nudo 
di Teodoro Klitsche de la Grange



La notevole attenzione dedicata dalla stampa all’ “interpretazione autentica” data dall’ex Commissario U.E. Bolkestein (nella foto)  alla direttiva europea indicata col suo cognome (e che tante agitazioni ha provocato in Italia) è un caso emblematico, anche se di sicuro non il più importante, di come una classe dirigente pusilla e decadente si serva dell’Europa per mascherare scelte fatte in Italia spesso in appartati uffici ministeriali.
Ha detto l’ex Commissario europeo (si legge sulla stampa) che le norme di recepimento in Italia della direttiva non corrispondevano né al senso (e alla lettera) della direttiva europea; che altri Stati (come la Spagna) avevano tranquillamente risolto il problema rinviando di decenni l’applicazione della stessa (chiedendo una deroga) e che in conclusione gli italiani devono prendersela con se stessi, e in particolare con i loro “governanti” sia a livello politico europeo che burocratico.
A me capitò, quale professionista, anni orsono, di dare pareri in materia, e conclusi che la direttiva europea era stata distorta con la regolamentazione nazionale di recepimento. Ho quindi una ragione in più di rallegrarmi di quanto ha detto Bolkestein. Ma l’episodio conferma ciò che i media di regime, notoriamente - al contrario di internet (v. fake-news) – oracolo di verità indiscutibili, ci propinano da tanto, cucinato in tantissimi modi, ma sempre uguale nel senso (e nello scopo).
Il primo: “bisogna farlo perché ce lo chiede l’Europa” e varianti sul tema come i “compiti a casa” o “come vivremmo senza l’euro”, e giù condito di De Gasperi, Spinelli (Altiero, non fraintendete), Monnet e chi più europeisti ha, più ne metta. Per lo più inventato perché da un lato (v. Bolkestein) l’Europa non ci ha chiesto nulla, ma una classe dirigente priva di autorità e consenso non ha il coraggio di decidere; e quindi fa finta che a volerlo sia l’Europa, istituzione, fino a qualche lustro orsono, autorevole e dotata di un plebiscitario consenso da parte degli italiani. Ed all’autorità si può applicare quel che Don Abbondio diceva del coraggio (dote anch’essa carente nei “governanti” italiani): che “chi non ce l’ha, non se lo può dare”. E in effetti a dargliela devono essere gli altri, ed è comprensibile, quando manca, che la si sottragga a chi ce l’ha.
Sottrai ora, sottrai domani, l’Unione europea (che diverse colpe le ha, ma molte meno di quanto appaia) alla fine ne è diventata priva, quasi quanto la classe “dirigente” italiana. La quale ha la virtù inversa a quella di Re Mida: tutto (o quasi) quello che tocca si trasforma in pattume: è un parassita (anche) d’autorità.
Ma ci sono altri aspetti della vicenda, meno importanti che ripetono altri “ritornelli”, cui siamo abituati, tra i quali spicca che i sacrificati della normativa di recepimento sono: a) piccoli imprenditori (detti “partite IVA” nel linguaggio prevalente). Cioè evasori fiscali, contributivi, spesso corruttori e soprattutto tarati da una deprecabile tendenza a non votare certi partiti. Quindi vanno puniti, o, quanto meno non (o meno) garantiti (e protetti).
Una qualche sollecitudine (per il commercio ambulante) si segnala comunque, per le “società di capitali regolarmente costituite e cooperative”; le quali potevano così ottenere le autorizzazioni abitualmente date a persone fisiche; nulla di male, ma essendo le autorizzazioni in atto praticamente tutte date a piccolissimi imprenditori e a “termine”, in pochi anni sarà possibile per la grande distribuzione entrare massicciamente un tale tipo di commercio, fruendo della massiccia presenza (sul mercato) di autorizzazioni “scadute” dei vecchi concessionari.
Come in altri casi si è così alimentata una nuova forma di lotta di classe, dato che quella “classica” borghese/proletario è finita e quindi non “rende” più: quella tra piccoli e grandi (nelle leggi bizantini “Penetes” e “Dunatoi”). E le élites si lamentano poi, perché i Penetes, nelle cabine elettorali, li abbiano mandati a casa. E per quale ragione avrebbero dovuti tenerli in poltrona, dato che i Dunatoi vogliono mandare loro a casa? Ricambiano la cortesia.
Infine, come spesso in Italia, il tutto è avvenuto osservando la “legalità”. La quale nel significato inteso da chi ha il potere vuol dire osservando le procedure, ma soprattutto che il precetto sia deciso dall’ufficio competente. Che poi l’ufficio competente decida cose giuste o sbagliate, travalichi dai propri poteri, disattenda (e talvolta stravolga) le direttive superiori è cosa di poco rilievo, purché i timbri siano a posto e i comma in ordine. Alla fin fine la normativa oggetto del contendere è stata decisa non dal Parlamento, ma sostanzialmente da qualche ufficio amministrativo. Il legislateur caro a Rousseau è un direttore generale, con buona pace dei diritti dei cittadini (e anche un po’ della democrazia).
Perciò bisogna essere grati a Bolkestein di quanto ha detto; ha fatto come il bambino delle favole di Andersen, l’unico a vedere tra tanti miopi ed ipocriti che il Re è nudo.
Teodoro Klitsche de la Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


giovedì 19 aprile 2018

Il caso del professore di  Lucca, insultato e filmato
Lacrime di coccodrillo




Uno studente di Lucca   minaccia  il professore e  i compagni filmano indifferenti. Sui giornali di oggi tutti si indignano. Che dire?  Lacrime di coccodrillo.  Per giunta, dopo aver visto l’ennesimo sconvolgente  video,  ci si interroga sulla necessità  del ritorno del principio  di  autorità  a scuola. Insomma, che si aspetta, si  dice,  a imporre il   "dovuto rispetto" verso i professori?  O almeno, ammorbidendo i toni,  l' "autorevolezza" del docente...   Certo, come se l'  "autorevolezza", alla stregua di  un caffè, si possa  comprare  introducendo cinquanta centesimi nella  macchinetta… Che ci vuole, insomma...   
Il punto non è la questione  del declino del concetto sociale di autorità e della scarsa considerazione da parte degli studenti per il personale docente. O comunque non solo. Qual è allora? Che tutte le indagini sociologiche  asseriscono che sono gli italiani, per primi, a non voler alcun ritorno del principio  di autorità, neppure nei blandi termini dell'autorevolezza,  perché al settanta-ottanta per cento (secondo le varie indagini) diffidano delle istituzioni in genere e di quelle scolastiche in particolare.  
Altro particolare interessante. Quel che si invoca dopo episodi del genere non è il rispetto del professore, in quanto professore, ma  perché  persona, con una sua dignità eccetera, eccetera. Dell’istituzione-scuola, dal punto di vista dell’autorità, o  almeno dell’autorevolezza "figurativa"  dei professori,   nessuno si preoccupa,  se non nei  termini di puri  interventi umanitari - se si vuole di welfare -   per assistere psicologicamente  le vittime, tutte le vittime, i professori come gli studenti. E come è noto:  se tutti sono colpevoli, nessuno è veramente colpevole. 
Sicché, di regola, come principale responsabile della situazione  viene chiamata in causa la politica, che non investirebbe risorse, eccetera, eccetera. Il che finisce per vincolare l’autorevolezza di un professore  alle ore di  doposcuola e ai bagni funzionanti. 
La  fiducia o meno  nelle istituzioni è qualcosa di profondo e non può dipendere  da un "cesso" (pardon). In Italia  ha giocato in suo sfavore quella sicumera  collettiva (a mezzo servizio però, come vedremo) di  poter fare a meno  di esse. Un comportamento pubblico  che attraversa l’intera storia  dell’ Italia unita.  Certo, con alti e bassi, senza però  smentirsi mai. E che - attenzione -   non implica quella  fiducia in se stessi che rinvia alla sana diffidenza  liberale per lo stato. Ma rimanda a quel tipo di mentalità malata,  cinica e furba, familistica, tipica dell'individualismo protetto, accattone, che consiste nell'afferrare delle istituzioni quel che più conviene. Il ragazzo di Lucca voleva il sei sul registro.     
Il Sessantotto, con le sue pretese di scuola democratica e diciotto politico,  affossò o comunque incise in prospettiva sulla preparazione dei professori, nullificando quella degli studenti. E ridusse i meccanismi della pubblica istruzione a una specie di centro servizi e distribuzione di titoli. Meccanismo che, ovviamente, non poteva funzionare, considerata la particolare composizione di una spesa pubblica in Italia (già ristretta, perché tale),  basata sulle prevalenza delle spese correnti su quelle in conto capitale.  Di conseguenza, quei pochi soldi sono andati a foraggiare  professori inadeguati (con alcune eccezioni ovviamente) e studenti  e famiglie, già storicamente privi di qualsiasi senso delle istituzioni.  Ma non di quell'ethos opportunista che porta ad appropriarsi dei diritti, ignorando bellamente i doveri. 
Concludendo, gli italiani, superficiali, insubordinati,  egoisti, che ora si indignano, tra l’altro evocando - pensiamo ai più acculturati -   ragioni umanitarie, secondo la pedagogia buonista  di oggi,  "del tutti colpevoli nessun colpevole" ( a parte politici e istituzioni, ovviamente), non sono migliori dello studente che ordina al suo professore di inginocchiarsi. Salvo poi, stando ai  mass media, formulare le proprie scuse...  
E così,  tutti  possono continuare a vivere felici e scontenti.

Carlo Gambescia     

                   

mercoledì 18 aprile 2018

Cinque Stelle e i tre punti del Partito Democratico 
Te la do io la Nato...




Grazie a un semplice software di ricerca delle modifiche su Internet, “Il Foglio” ha ben documentato  come i programmi  votati dagli elettori di Cinque Stelle, in particolare la politica estera, siano stati taroccati  a loro insaputa,  da anti a pro Nato.
A dire il vero,  non è una grande scoperta che i partiti, pur di agguantare il potere,  "ingannino" regolarmente  gli elettori.  Dietro i cosiddetti inganni c’è la logica della  trattativa, della moderazione e del compromesso. Che, piaccia o meno,  se si vuole governare, in una democrazia parlamentare,  è la norma.  
Allora si dirà, ma il cittadino non conta niente?  No, conta eccome.  Perché il bello della democrazia dei partiti, rappresentati in parlamento, è che dopo cinque anni, a volte prima,  si va a  votare, e l’elettore, se insoddisfatto, può mandare a casa il partito (o la coalizione) che abbia governato male. 
Si chiama democrazia dell’alternanza, ed è il sale stesso del metodo democratico.  Dove c’è alternanza c’è democrazia. A Cuba, dove da sessant’anni domina la famiglia Castro  non c’è democrazia. Né la favorirà  il voto di un gruppo ristretto di delegati del partito unico comunista, che proprio oggi dovrebbe eleggere  -  udite, udite o rustici... -  un  candidato con un altro cognome.  Però comunista. 
Quel che invece, sembra   sfuggire a molti osservatori con la bocca a cuoricino, in trepidante attesa di veder governare il Movimento Cinque Stelle, è il sì di Luigi  Di Maio ai tre punti "imprescindibili" di politica economica e sociale  avanzati dal Partito Democratico.  
Altro che i  programmi sforbiciati scoperti dal "Foglio"...  I punti sono i seguenti: 1) Allargare il reddito di inclusione per azzerare la povertà assoluta in tre anni; 2) introdurre l'assegno universale per le famiglie con figli; 3) introdurre il salario minimo legale, per combattere il dumping salariale.
Azzerare la povertà assoluta in tre anni... Manco Roosevelt (Franklin Delano)...   Se solo  si provasse a implementare  un programma  del genere,  tra l’altro fondato su una  visione irreale,  pauperista e operaista dell’Italia,  andremmo a far compagnia al Burkina Faso. Resterebbero solo - a noi - gli sbocchi sul mare.  Tradotto:  spesa pubblica alle stelle,  pil in picchiata,  tasse proibitive, fuga di capitali, spread napoleonico, produttività a picco.  Un  Titanic  politico-economico.     
Insomma,  altro che i Pdf  taroccati dei programmi elettorali scoperti dal "Foglio"…  Qui c’è la vera ciccia assistenzialista che tanto piace a Cinque Stelle.  E che il  Partito Democratico  - derenzizzato?  - serve su un piatto d’argento. 
E la cosa più grave è che probabilmente non abbiamo un’opposizione in grado dire  a questi buffoni (non troviamo altro termine) che i tre punti, se attuati, manderebbero a fondo l’Italia.  Purtroppo, Salvini, Berlusconi e Meloni propongono un  grillismo di destra. Giocano demagogicamente al rialzo. Perciò, semplificando: due redditi di inclusione, doppi assegni, due salari minimi, venghino, signori venghino… 
Quindi non si scorge l'alternanza, di cui sopra. Né ora, né tra cinque anni.  Ecco il vero problema. 

Carlo Gambescia