domenica 17 giugno 2018

La copertina de "L’Espresso"
Tra i due litiganti,  la democrazia non gode



Diciamo subito che la copertina de  “L’Espresso”  non ci piace. Avremmo preferito  le foto di Salvini, Di Maio e Conte, con  un strillo, che invece,  più o meno,  poteva  essere questo: “Il partito  dei mediocri. Come si affonda l’Italia”. 
Insomma, una copertina,  forse  di impatto minore, ma incentrata sull’invito al ragionamento. Per contro, la scelta fatta non invita all’argomentazione  bensì  alla pura e semplice contrapposizione tra coloro, in particolare certa sinistra,  che vogliono aprire le porte a tutti,  e  chi, la destraccia razzista, vuole chiudersi dentro casa.
Un copertina come quella de “L’Espresso”  fa un favore a Salvini e accoliti: cade  prigioniera  del gioco dell’avversario.  Che così potrà  atteggiarsi a vittima.  E, di riflesso,  aizzare il “popolo” dei suoi  elettori contro gli immigrati, clandestini e non, difesi dalla sinistra, dei “signori”.
Nell’ ultimo anno, con Minniti, al Ministero degli Interni, prima dell'avvento dei "la pacchia è finita" (che finezza, eh...),  i barconi  erano spariti dalle prime pagine, un atteggiamento mediatico confermato dagli eccellenti dati forniti dal Ministero: gli sbarchi ridotti del novanta per cento. Quella è la politica che funziona, senza proclami, eccetera, eccetera. 
Purtroppo gli elettori, non hanno capito, e hanno mandato il Partito Democratico a casa, facilitandone l’involuzione, per così dire,  castrista,  estesasi  a quasi  tutta la sinistra,   che ha portato a copertine come quella de "L'Espresso".
Salvini, come ogni populista sta imbrogliando i suoi elettori,  amplificando la paura, screditando gli avversari, giocando sul muro contro muro.    Si dirà è la democrazia bellezza.  Salvini è stato votato dal "popolo sovrano". I Cinque Stelle, ormai in balia del leghista, sono stati anch'essi votati  dal "popolo sovrano".  
Diciamo che  invece è la probabile fine della democrazia.  Perché Salvini non potendo mantenere le fantasiose  promesse economiche e sociali  pigerà sull’acceleratore del capro espiatorio, accentuando gli attacchi razzisti.  La sinistra, che invece vuole dimenticare (come per uno stramaledetto spiritaccio da cupio dissolvi)  ciò che di buono, non poco, ha fatto il governo Renzi, a cominciare dalle politiche di  Minniti, si prepara, come prova la copertina de “L’Espresso”, a ribattere colpo su colpo: irrazionalità a irrazionalità: pallottole retoriche contro pallottole retoriche. Per ora.
Insomma,  per dirla alla buona, tra i due litiganti, la democrazia non gode. Soprattutto perché  il dibattito pubblico rischia di essere confiscato da  due questioni immaginarie: aprire a tutti, chiudere a tutti. Con contraccolpi per la democrazia - ripetiamo -  che potrebbero essere devastanti.  Tra i quali, non possiamo non ricordare  quel diffuso  senso di isolamento politico, ma persino psicologico, interiore addirittura,  che sta pervadendo l’elettorato moderato, liberale e  riformista, il "sale sociologico" della democrazia rappresentativa: elettori che non si riconoscono  nel populismo, a sfondo razzista di Salvini, né nella retorica sbrodolona che trasuda dalla copertina de “l’Espresso”. 
Elettori  che vagano  in cerca di rappresentanza politica.  Ma questa è un’altra storia.   


Carlo Gambescia

                        

sabato 16 giugno 2018

La riflessione
Neofascisti? 
Che barba, che noia...

Neofascisti in Campidoglio, "festeggiano" l'elezione di Gianni Alemanno a Sindaco di Roma (Fonte: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/saluti-romani-alemanno/1.html


Un mondo pittoresco ma pericoloso
Conosciamo molto bene l’ambiente neofascista, in tutte le sue sfumature, dai camerati pazzi e disperati  che scorgono alleati perfino nel Daesh ai mascalzoni corrotti, o solo stupidamente ambiziosi  che,  una volta promossi,  hanno  dato pessima prova di governo  negli anni berlusconiani. 
In mezzo,  una fauna di scontenti, falliti, mitomani, post-funzionari e post-giornalisti di partito, cacciatori di fondi pubblici per improbabili iniziative "culturali" , gente, gli ultimi in particolare, che non ha ancora capito che la festa è finita.  Ognuno però  con la sua parola d’ordine che rinvia al fascismo immaginario e reale. Sostanzialmente, dal punto di vista ideologico, si tratta di un mondo pittoresco, ma pericoloso, che, pur con sfumature diverse, ha mantenuto un rapporto contraddittorio  con la modernità: si va dal rifiuto all' accettazione  dei suoi mezzi  e,  in qualche misura  anche di alcuni  fini.   In sintesi, il panorama va  da chi  vuole chiudere le discoteche e allungare le gonne  ai fantasisti delle idee che evocano il libertarismo fascista... Insomma, che barba,  che noia...

Il rifiuto dell'individualismo moderno
Quel che invece  il  neofascismo  non accetta e non accetterà mai  è la filosofia individualistica della modernità, il prevalere ontologico  dell’ individuo sulla società,  se si vuole della parte sul tutto. Per farla breve:  il libero arbitrio e i suoi importanti derivati politici, culturali, economici  Di qui viene la negazione della democrazia liberale  e rappresentativa e del libero mercato, istituti che antepongono l’individuo ai suoi prodotti sociali, inclusa, tra questi ultimi,  la perniciosa ideologia della supremazia di una razza sull'altra.
Alle radici  storiche del fascismo, filosoficamente parlando, c’è il rifiuto dell’autoderminazione individuale.  Regola che però non varrebbe, come spesso si legge,  per gli individui superiori, le guide e  i capi. Di conseguenza, il neofascista  costretto a muoversi suo malgrado, nella  liberal-democrazia, utilizza i mezzi, graziosamente forniti dall’odiato “sistema”,   per infangare le élite liberali, ergendosi a difensore del popolo, preferibilmente caucasico, oppure anche non bianco, però  "a casa sua". Pertanto -  attenzione -  il populismo è una componente fondamentale  del fascismo, per così dire, in democrazia. La formula politica,  nella sua purezza,  risale al bonapartismo (Napoleone III), con il  suo pendant plebiscitario e autoritario.

La  metapolitica  male intesa
In genere, la critica neofascista al “sistema”  è  poco interessante, riprende i temi del pensiero reazionario (controrivoluzionario),  modernizzandoli quanto basta, anche alla luce, come ha mostrato Nolte, del comunismo, anche di sinistra, adottandone il classimo antiborghese, ma in chiave gerarchica e altrettanto totalitaria.
Non ci si faccia portare fuori strada dagli ammodernamenti di tipo letterario, cinematografico, fantascientifico, eccetera, escogitati  da certo neofascismo mimetico, presunto colto, che sotto modalità  freak, tenta improbabili rinascite in nome di una metapolitica male intesa.  Condannata, come insegna la sociologia, proprio perché di parte, a generare reazioni di segno contrario: uno scrittore quanto più serve un partito  tanto più perde autorità all’esterno di esso. In conseguenza di ciò, la metapolitica  dell’azione sociale (per distinguerla da quella teorica), per funzionare, per  conquistare autorità all’esterno deve purtroppo  avvalersi della psicologia sociale  con i suoi  stereotipi e "trucchi" mediatici,  che sono gli stessi degli avversari, ai quali però se ne  rimprovera l'uso. Se ci si perdona la caduta di stile, al contrario del famigerato confetto Falqui, per la metapolitica, non basta la parola...
Però,  non  è solo un problema di dover giocare sporco, magari auto-giustificandosi, per la serie Machiavelli spiegato ai mafiosi.  Il vero punto della questione, sotto l'aspetto squisitamente sociologico,  è che esiste un plusvalore oggettivo tipico dell'universalismo.  In qualche misura,  si va oltre Machiavelli e, soprattutto, una visione meccanicistica della politica, tipo macchinetta distributrice di bibite: si  mettono i cinquanta centesimi, si spinge il bottone, e scende il caffè zuccherato alla metapolitica di canna.   Ci spieghiamo meglio.   

Il "potere sociale" delle idee
I valori (ciò che socialmente vale e attrae perché tale)  quanto più sono universali, tanto più -  piaccia o meno  - tendono ad aggregare: lo scrittore, per tornare al nostro esempio che “serve” un partito universalista avrà sempre maggiore autorità e quindi  più probabilità e possibilità  di "vincere" rispetto al partito (o ai portatori)  per così dire, di valori particolaristi, che, proprio perché tali, sono invece costitutivamente portati  a dividere e generare reazioni contrarie o semplicemente contrastanti. Tradotto: il razzismo non paga.  
Si chiama "potere sociale" delle idee, e non è di destra né di sinistra, né liberale né fascista, eccetera, eccetera,  Esiste, sociologicamente,  punto e basta. Pertanto, l’universalismo, come insegna la sociologia storica  comparata di Roma, del Cristianesimo e della Modernità ( per fare solo alcuni esempi) è in sintonia  con i meccanismi  aprioristici del  "potere sociale", ora descritti  ed enucleati dalla sociologia. Il che però non significa che l'universalismo non incontri avversari e talvolta non abusi della sua  autorità, come hanno dimostrato gli studi di Sorokin sulla dinamica sociale e culturale. 

Il mondo neofascista,  ha il suo punto debole  proprio nel particolarismo  o “partitismo”.  Con eccezioni, ovviamente:  nei meno incolti si può scorgere  un  richiamarsi ai valori di una tradizione universale, pre-moderma, oppure romana, cristiana, eccetera.   Però  il punto è, che, alla fin fine, qualsiasi richiamo alla tradizione (per semplificare),  prescinde dalla valorizzazione dell’individuo rispetto alla società. C’è, e ci sarà sempre, nel fascismo (sia storico che neo) una gerarchia simbolica e reale, che  precede e ingloba l’individuo. Una cosa della quale non si discute. E qui ritorniamo alla deriva razzista. Certo -  nessuno lo nega -   anche la modernità, come ogni forma sociale,  ha le sue gerarchie, però non le idealizza in quanto tali. Si può dire, per contro, che la modernità,  sia portata a  idealizzare  i diritti dell’individuo su basi universalistiche.
Di qui, piaccia o meno, il maggiore "potere sociale" delle sue idee, come del resto  la sua larga popolarità, dal momento che sono idee che uniscono, non dividono. Un consenso che aiuta a vincere le discriminazione razziale.  E, che, ovviamente, come ogni fenomeno sociale, ha i suoi effetti di ricaduta, anche negativi. I diritti dell’uomo ne sono la sua forza ma anche  la sua debolezza.   Qui il rischio insito nell'accettazione piena del moderno. Alea  che, naturalmente, non può essere condivisa, da chi si opponga al moderno, o comunque ne rifiuti le potenzialità racchiuse nella filosofia individualistica.    

La retorica dell'intransigenza
Del resto, non esistono mondi perfetti. Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai neofascisti. Chi scrive ha tentato, però con scarsi risultati. Come ha  tentato anche  Giano Accame,  probabilmente con  maggiore autorevolezza, cultura e sensibilità  di noi.  Ma non è andata bene lo stesso, come  cerchiamo di provare nel libro che gli abbiamo dedicato.  Per dirla con mio nonno, i neofascisti sono ciucci e presuntuosi. In quel mondo, per dirla con Hirschman,  prevale la retorica dell'intransigenza. E i transigenti non hanno vita facile.  Se i neofascisti  avessero l’onestà di guardarsi indietro, al grande macello della guerra civile europea,  capirebbero di non avere titoli per criticare la moderna società dei diritti. Con tutti i suoi difetti, per carità.  
Ovviamente, il neofascismo spicciolo, di cui Fb sembra essere la nuova ridotta della Valtellina, neppure si pone questo problema. Il livello culturale è pietoso. Il neofascista digitale, come suo costume,  romanticamente (nel senso "occasionalistico", ben colto da Carl Schmitt),  sembra essere, come sempre,  in cerca di rivincite,  usando un linguaggio di sinistra, apparentemente alternativo,  che, come ha ben mostrato Sternhell, risale addirittura alla Francia passata attraverso i due Napoleoni,  in particolare Napoleone III.  Nulla di nuovo sotto il sole.  Nei casi, letterariamente più interessanti, assistiamo al deliquio ideologico del  von Aschenbach, di turno,  persosi  dietro al giovane Tadzio digitale.         
Attualmente,  il neofascismo, nelle sue diverse sfumature,  qui in Italia,  sembra essersi innamorato (cotto) del populista Salvini.  Il linguaggio  e i  contenuti che si celano sotto le dichiarazioni d’amore, non sembrano però essere  mutati.  La solita lagna. Diciamo però che si tratta di uno spettacolo ridicolo e inquietante al tempo stesso. 

Carlo Gambescia                                  

                                                

venerdì 15 giugno 2018

La polemica  sulla via di Roma da intitolare a Giorgio Almirante
 Perché non dedicarne una a Giano Accame?




La toponomastica  è una continuazione della politica con altri mezzi. E la politica, per parafrasare (e pasticciare) una celebre definizione,  è la continuazione della guerra con altri mezzi.
Pertanto  intitolare o meno  una via  a un personaggio politico,  non è cosa da prendere sottogamba. Soprattutto in un’ Italia  che non si è mai lasciata alle spalle  una guerra -  prima guerra guerra, poi pure civile -   preceduta da una dittatura  dai pesanti risvolti, prima che cadesse,  totalitari  e antisemiti.
In questo senso,  l’idea di intitolare una strada di Roma a Giorgio Almirante, prima approvata (“Il consiglio comunale e sovrano come il parlamento”), poi respinta in nome dell’antifascismo e dell’antirazzismo),  non  è comunque un’idea felice.  Certo,  i ripensamenti del Sindaco, anzi della “Sindaca”,  rinviano  all’ inguaribile infantilismo politico di Cinque Stelle. Cosa che qui però  non desideriamo affrontare. Oggi ci prendiamo un turno di riposo.
Dicevamo, idea infelice.  Perché?  Per una semplice ragione. Che non riguarda Almirante come persona. Del resto le strade non si intitolano alle persone  in quanto tali, ma agli uomini rappresentativi di qualcosa.  E qui  purtroppo, l’ex segretario del MSI, anzi la sua stessa figura politica,  come si può scoprire leggendone la pur interessante autobiografia,  anche se da posizioni non di vertice, evoca, con il solo far parte dell'establishment saloino,  le terribili pagine della guerra civile.  Con il suo doloroso pendant -  per così dire -   di rastrellamenti,  fucilazioni, persecuzioni di antifascisti ed ebrei.  Che poi Almirante non fosse, personalmente,  antisemita (anzi, aiutò e venne aiutato…),  non cancella  una pagina di storia italiana,  decisamente brutta.   Da dimenticare, eventualmente.
Si dirà,  ma allora  le strade, non solo a Roma, dedicate a Lenin  e Togliatti?  La via intitolata  a  quest’ultimo è addirittura  la più lunga della Capitale.  Sì, una strada  intitolata  al “Migliore”,  che,  a Mosca e Madrid,  non alzò un dito per difendere i desaparecidos italiani,  comunisti e anarchici che non piacevano  a Stalin. .
Touché.   Diciamo però  che siamo dinanzi a un  circolo vizioso.  I neofascisti, nonostante gli sdoganamenti politici (successivi), continuano a vivere la toponomastica  come una forma di rivincita: una guerra civile condotta con altri mezzi.  Un senso di rivalsa  che, abilmente (almeno,  così credono), amano  presentare  come un  fattore di pacificazione. E a ogni no,  rovesciano sugli avversari politici, in genere la sinistra,  l’accusa di voler perpetuare la guerra civile. Per sentirsi subito rispondere: " Ah!  Proprio Voi, eccetera, eccetera". "Noi siamo  i Buoni, Voi i Cattivi, eccetera, eccetera". Una partita a tennis, noiosa e insopportabile,  che va avanti da settant’anni.
Diciamo però che  Resistenza e Antifascismo, può piacere o meno, sono i due  valori  fondanti della Repubblica  e della Costituzione. Certo, anche  la sinistra ha i suoi scheletri nell’armadio: i famigerati triangoli rossi, al plurale perché al  Nord furono più di uno; le stesse Foibe - e soprattutto il successivo e vergognoso  silenzio -   non  furono  una bella pagina, anche prendendo atto,  delle precedenti violenze  fasciste al seguito dei nazisti nei Balcani e al confine Orientale dell’Italia.      
Come il neofascismo, anche la sinistra, soprattutto di provenienza comunista,  non ha mai fatto veramente i conti con se stessa.   Va però detto che l’opinione  progressista, ma  anche moderata, scorge tuttora nella Rivoluzione d’Ottobre (il colpo di stato bolscevico),  che spesso confonde con la Rivoluzione russa tout court (cosa che capita soprattutto ai moderati),  un plusvalore egualitario, che invece giustamente  disconosce alle cosiddette rivoluzioni nazionali,  ispirate dal  fascismo e dal nazismo tra le due guerre mondiali. Del resto, dell’ antiegualitarismo, per giunta cristallizzato-gerarchizzato in uno stato totalitario “antiplutocratico”, come si diceva allora,   Hitler e Mussolini furono i  campioni.  Chi semina vento raccoglie tempesta, per dirla alla buona.
Per queste ragioni la toponomastica continua a restare, ripetiamo, una continuazione della guerra civile con altri mezzi… Alla fin fine, senza  vinti né vincitori. 
Che fare allora?  Probabilmente si dovrebbe  avere il buon senso, a cominciare dalla destra postfascista,   di abbassare le armi appuntite delle targhe stradali, la destra per prima, ripetiamo.  E con un atto di coraggio, fuoriuscire, per così dire,  dalla logica del colpo su colpo,  e  proporre  eventualmente, nomi meno discussi e discutibili.

Ne vogliamo fare uno anche noi.  Giano Accame (nella foto), al quale, scusandoci per l'autocitazione, abbiamo  dedicato un libro, uscito proprio in questi giorni. Accame è mancato nel 2009.  Sono quasi trascorsi  dieci anni.  Perché non dedicargli una via di Roma?  Uomo coltissimo,  casa-studio piena di libri (oltre che di gatti e cani), letti e riletti (i libri), e di ogni tendenza e quel che è più importante  quasi  tutti volumi  di taglio scientifico. Giornalista, scrittore,  storico,   né  razzista né antisemita (si veda il bel libro di Gianni Scipione Rossi sulla destra e gli ebrei). Diresse  “Il Secolo d’Italia”, in modo scintillante, sontuoso, dialogico.  Scrisse libri importanti, tra i quali una magnifica Storia della Repubblica, colta, dialogante, ricca di citazioni, spunti, stimoli.
Figlio e nipote di ammiragli, pur avendo militato per un solo giorno, nella Repubblica Sociale,  ad appena sedici anni, il 25 aprile 1945, cosa sulla quale  talvolta ironizzava,  Accame  era apprezzato in tutti gli ambienti, a cominciare dalla sinistra più colta, simpatica, ideologicamente disinibita.  Un vero maestro di cultura attiva: un costruttore di ponti. E  nel nome di una retorica della transigenza, della tolleranza, della comprensione, dell’amicizia. Un uomo, ancora prima che l’ intellettuale,  buono.  
Però meno amato proprio  a destra,  perché certi parrucconi  lo  reputavano  un mezzo socialista e, in ogni caso  un giornalista poco controllabile. Maledizione che pesa, tremendamente,  su tutti gli intellettuali liberi.  Dentro e fuori. 
Un interdetto che colpisce senza pietà, per parafrasare un Maggiore,  coloro che al tempo stesso sono nemici di dio e dei nemici dei nemici di dio.  E che, una volta morti,  difficilmente  consente di  finire effigiati su una bella targa stradale. O no? 

Carlo Gambescia


giovedì 14 giugno 2018

Francia e stadio della Roma
Italia, un totale di tre pizze




Continuiamo a farci del male. 
Lezione numero uno. Ieri (e nei prossimi giorni),  con la  Francia, che invece di fascismo se ne intende, come di immigrati, perché ne ha il triplo di noi, e pure  di  terrorismo: visto che ha subito più di tutti gli altri paesi europei… 
Dovremmo ascoltarlo il cugino francese.  Non si vuole capire  che le dure  critiche  di Macron non sono dirette all’Italia-Paese, ma all’Italia-Governo. Fascio-leghista-stellato. La Francia politica, liberale e democratica,  ha capito molto prima di noi nelle mani di chi siamo finiti. E il grido di allarme del Presidente francese dovrebbe essere preso  in considerazione. Ma ormai in Italia  comanda Salvini, che dopo aver scalatola Lega, sta scalando Cinque Stelle. E chissà dove arriverà. La nostra destraccia, dopo tante mezze calzette, ha trovato un leader. Un uomo molto pericoloso. Ricordiamo, che dopo l'eccidio nel ristorante di Dacca, perpetrato da terroristi islamisti, l'Italia non convocò l'ambasciatore del Bangladesh. E invece, ora, in preda a febbre nazionalista, si convoca quello francese...  Ormai, con Salvini, il senso della misura è un miraggio.  Ma gli italiani ora lo adorano.  E al cuore non si comanda. Il nazionalismo ha sempre portato male all’Italia. Non finirà bene. Anche questa volta.
Lezione numero due, che poi è il nostro argomento di oggi. Questa mattina sulle prime pagine dei giornali campeggia lo scandalo su Cinque Stelle e il nuovo stadio della Roma.  Tre  le tesi avanzate dai media, che però non colgono  nel segno.  La prima, è quella dell’ammazza ammazza è tutta una razza (come si dice a Roma), la seconda è che la cosa è capitata anche ai pentastellati, e che quindi, “se non hanno resistito neppure ‘Loro’ ”, come si legge,  “allora servono regole ancora più dure”: quindi giustizialismo a gogò.  La terza è quella del complotto antigrillino. E non merita commenti.
Comunque sia, nessuna delle tre individua il vero punto della questione. Quale?  Che in Italia, ma anche altrove, la corruzione cresce nelle intersezioni tra pubblico e privato: dove con la mazzetta il privato  cerca di eludere il controllo pubblico. Esistono studi empirici che attestano questo fenomeno.  E che provano che quanto più si legifera e introducono controlli di legge,  tanto più aumentano  corruzione e  concussione. 
Quindi il vero punto  della questione, non è arrestare tutti, oppure, nel caso dell’edilizia,  non costruire più nulla.  È invece quello di delegificare. Ma non solo:  a questo ci arrivano anche i Cinque Stelle.  Vanno soprattutto  ridotti  i controlli,  che oggi  sulla base di leggi incomprensibili,  vessatorie, spesso inapplicabili, colpiscono imprese e lavoro.  Il protezionismo giuridico ammazza l’economia libera.
Certo, quel che proponiamo si chiama anche, volgarmente, chiudere un occhio.  Almeno, in attesa di una rivoluzione liberale  fondata sull’applicazione del  principio del  laissez faire,  laissez passer.
Dal momento che  l’obiettivo finale deve essere  quello  di lasciare che i privati  abbiamo i più ampi margini possibili di libertà economica. La sfera pubblico-privato deve assottigliarsi fino a sparire dalla parte del pubblico.   Si dirà, e se poi lo stadio crolla? Ci sono le leggi penali.  Quindi controlli ex post. Basta con i controlli ex ante, terreno di  corruzione  e concussione. 
Per metterla sul filosofico: il mondo è imperfetto, la libertà rara,  quindi affinché essa possa circolare, come aria pura e tonificante, nei polmoni della vita sociale ed economica,  è necessario mettere in conto il rischio che qualcuno si sacrifichi.  Per il bene di tutti gli  altri. Ogni società ha i suoi rischi-base.  E quelli del modello statolatrico sono  i peggiori. Insomma,  Mercato  2 - Stato 1. Si chiama anche scelta del male minore.
Lo stadio della Roma,  di questo passo,  non verrà mai costruito. Quanta ricchezza prodotta in meno? Quanti posti di lavoro perduti? Quanta intelligenza e quanta creatività sprecate?   
Concludendo, nazionalismo, protezionismo giuridico,  giustizialismo rischiano di uccidere l’Italia. Ma non si dice. Anzi non si deve dire.   E il profeta di turno,  questa volta,  potrebbe essere Salvini. L’uomo è pericoloso. Ripetiamo.  Di più,  gli italiani che lo applaudono. E che poi giulivi vanno in pizzeria...   Sì, l'Italia?  Un totale di tre pizze.

Carlo Gambescia                

               

mercoledì 13 giugno 2018

Le giuste  parole dell’Eliseo
Attenzione ai  superfascisti



Per capire la  reazione del Presidente  Macron - esternata attraverso il suo portavoce Gabriel Attal -  sia chiaro parliamo di un vero repubblicano,  democratico e liberale,   in Italia non esistono figure politiche del genere...   Per capire la reazione, dicevamo,  si dovrebbe riandare alla storia della prima metà del Novecento.
Il che purtroppo non è possibile, almeno in Italia. La parola “vomitevole”,  se rivolta ai conati neo-nazionalisti, che minano la liberal-democrazia italiana  è  ben meritata. Ma per scoprirlo, ripetiamo,  si dovrebbe   riandare  con la memoria   a  quel che ha  rappresentato  in Francia e in Italia l’esperienza nazi-fascista. Che cosa ha significato? 
Il trionfo del  più bieco nazionalismo antisemita e razzista, che si  sviluppò in più momenti  e che nella fase finale  indossò la ripugnante maschera, dunque "vomitevole",  dei due servili regimi di Vichy e Salò.  E' vero che la storia, pur ripetendosi,  non è mai uguale a se stessa,  ma chiunque abbia buona cultura storica e sociologica,  non può non scorgere   nel  neo-nazionalismo  in tinta populista - soprattutto in quel   “Prima gli Italiani”, “Prima i Francesi” -  che porta  milioni di voti a  Marine Le Pen  e Matteo Salvini,  il punto di partenza di un  pericoloso  processo, politicamente dissolutivo  dell'ordine liberal-democratico.  E   Macron,  che ne ha giustamente a cuore i valori,  scorge  gli sgradevoli  sintomi della malattia  e  prova giustamente ribrezzo.   
Perché in Italia non  ci  si rende conto  del pericolo?  Due le ragioni, in particolare.  A scuola la storia si studia poco e male: si vive sotto la calotta del presentismo. Quindi i ragazzi,  e dunque i futuri adulti, crescono storicamente amorfi, al di là del bene e del male.  Inoltre, l’antifascismo di sinistra, con la sua stupida virulenza, classista e ideologica,  ha contribuito,  per reazione (facilitato dall'amorfismo dell'uno vale l'altro),  a diffondere la romantica ed equivoca credenza che  il nazifascismo fosse in fondo il nobile difensore dei valori della patria.  Il sonno della ragione (l'amorfismo), può apparire banale ripeterlo (ma di banalità superiore si tratta),  genera mostri (Salvini e Le Pen).  
Si tratta di un equivoco, tra l’altro,  che già  all’epoca  spinse molti  uomini, persone per bene,  sia in Francia che in Italia,  a sposare,  fino al punto di sacrificare la vita,  la causa di Vichy e Salò,  per difendere un frainteso senso dell' onore della patria, corrotto dal virus nazionalista.  Purtroppo, se non per un gruppo di estremisti, a destra come a sinistra,  la storia non è mai in bianco e nero. C'è sempre chi sbaglia, per così dire in buona fede,  ritagliandosi un posto nella zona grigia della storia.
Tuttavia,  a Salò e Vichy, esisteva un gruppo di superfascisti e supernazisti,  che dava il tono politico, portando alle  logiche ed estreme conseguenze  lo stesso linguaggio di cui si nutrono ( e nutrono), Matteo Salvini e Marine Le Pen.  O comunque sia  la brodaglia culturale era ed è la stessa.  In realtà, Mussolini e Pétain vendevano italiani e francesi agli occupanti nazisti. Altro che orgoglio nazionale. Sia detto questo con tutto il rispetto umano, per coloro che combatterono dalla parte sbagliata, credendo di essere dalla parte giusta.   
Un linguaggio, che in potenza (nel senso delle sue possibilità evolutive, o meglio involutive)  merita, giustamente, di essere definito "vomitevole".  Perché conduce direttamente a Salò e Vichy. E ancora più indietro all’Italia e alla Germania  sotto Mussolini e Hitler.  Ogni nazionalismo, comincia con  “prima questo,  prima quello”, per poi finire in un bagno di sangue.   Cosa ben diversa  dallo spirito di nazionalità che distinse il Risorgimento italiano, quale liberazione dal dominatore  straniero, imposto  dal Congresso di Vienna.  Per inciso, la Restaurazione fu subita,  invece i Trattati di Roma, un secolo e mezzo dopo, sono  frutto di una libera scelta.  Mai dimenticarlo. 
Si dia un’ occhiata ai titoli dei giornali di destra di oggi: agghiaccianti. Sembra di essere tornati all’Italia della Sanzioni . Ancor più rilevante, sotto il profilo della lenta marcia di Salvini  verso il potere assoluto,  è  la silenziosa connivenza della stampa a grande tiratura. In buona sostanza, gli estremisti lo applaudono, i moderati non lo criticano.        
L’overdose nazionalista  provocò due  disastrose guerre  mondiali.  Invece, l’unità europea ha portato pace, benessere e libertà.  Il linguaggio delle destre populiste, ci riconduce indietro di novant’anni, alle "vomitevoli" parole d'ordine di allora.  I barconi dei disperati e l'euro sono solo scuse per gonfiare il petto. La bestia nazionalista sta uscendo dal letargo.
Certo,  Emmanuel Macron  -  come oggi  scrivono, con livore degno di miglior causa, i giornali di destra -   può anche fare una politica dell'interesse nazionale - sono le costanti del politico -  ma il suo punto di vista è liberal-democratico, aperto all'Europa. Macron  non strizza l'occhio  al linguaggio e ai valori biecamente nazionalisti  degli antenati fascisti e nazisti,  come invece fanno  Matteo  Salvini e Marine Le Pen.  C'è una bella differenza:  come quella che  passa tra il Risorgimento e il fascismo.Ciò purtroppo significa, che il peggio, politicamente parlando, potrebbe essere dietro l'angolo.  
Per non capire questo, o si è stupidi,  magari con la memoria corta,   o  si è  superfascisti e quindi ci si ritiene dalla parte della ragione e si vuole vendetta.   
Macron ci richiama, tutti,  alla conoscenza della storia e alla difesa della società liberal-democratica.  Il pericolo è grande.  Il superfascismo va combattuto con tutti i mezzi.

Carlo Gambescia          

martedì 12 giugno 2018

Le lungimiranti  lettere di Pareto a “Liberty”
Cose viste
di Teododoro Klitsche de la Grange

https://www.liberilibri.it/index.php/prodotto/lignoranza/

È sorprendente, per chi non abbia letto scritti di Pareto ma ne conosca la biografia, compresa la nomina a senatore del Regno durante il (primo) governo Mussolini, leggere come il grande economista e sociologo coniugava realismo e liberismo, spingendosi fino a posizioni libertarie, e collaborando, come nel caso degli scritti qui raccolti, con riviste che le sostenevano.  In questo libretto, curato da Alberto Mingardi (Vilfredo Pareto L’ignoranza e il malgoverno. Lettere a «Liberty», Liberilibri, Macerata 2018, pp. 113, € 17,00), infatti, il lettore trova le lettere che Vilfredo Pareto (1848-1923) scrisse a «Liberty» rivista anarchica di Boston, finora inedite in lingua italiana. In appendice, si può leggere invece l’articolo della Raffalovich che convinse il futuro autore del Trattato di sociologia generale a interessarsi alla pubblicazione di Boston.
In realtà Pareto è nel filone – oltretutto maggioritario nel pensiero politico - che ritiene modellabili le istituzioni solo a condizione che si sia ben attenti alla realtà; sintetizzato nella frase di Giolitti che il mestiere del (buon) politico è come quello del sarto: ai gobbi, bisogna fare un vestito con la gobba, perché a tagliarlo e cucirlo senza, vestirebbe male.
Queste lettere sono un’analisi, per i lettori americani, della situazione politico-sociale dell’Italia nell’epoca crispina, ma, a testimonianza della sagacità di Pareto e della sua capacità di capire le regolarità della condotta e delle società umane, possono utilmente applicarsi – in molti casi – all’Italia contemporanea.
Ad esempio – scrive Pareto – sulla spedizione di Massaua, che giudicava costosa e inutile: “Dall’altra parte dell’Atlantico, il popolo italiano deve apparire come un popolo punto dalla follia, per aver speso già più di un centinaio di milioni per metter piede in un angolo della terra così inospitale … Ma no: il popolo italiano ha in realtà tanto senno quanto qualsiasi altro; ovvero è pronto a farsi menare per il naso esattamente come qualsiasi altro. Basta alzare la voce e proclamare forte e chiaro grandi frasi l’ “onore nazionale”, l’ “espansione della razza italiana”, e simili, e il popolo si ritrova a inghiottire l’esca senza andare in profondità a capire che razza di merci avariate si nascondano dietro questa bella bandiera”.
L’unica cosa che cambia di questo copione, oggigiorno, sono le parole d’ordine. Quelle contemporanee sarebbero “ce lo chiede l’Europa”, “i diritti umani” et similia.
Come scriveva poi il solitario di Celigny “ogni volta che una classe sociale è riuscita a prendere possesso del potere, e non è stata frenata dalla resistenza delle altre, essa ha sempre promulgato una legislazione interamente a proprio vantaggio”. Il che ricorda da vicino la tesi di Trasimaco nella “Repubblica” di Platone, e le successive analisi della scuola di “public choice”.
Anche sulla differenza tra le tutele dei diritti dei cittadini nei paesi anglosassoni e nell’Italia, Pareto, come l’altro “dioscuro” della scienza politica italiana del ‘900, Mosca, è convinto sostenitore dell’ habeas corpus: “Gli americani e gli inglesi che volessero avere una nozione precisa di quel che sta avvenendo in Italia, farebbero bene a tenere a mente la profonda differenza che passa fra questo Paese e il loro. La differenza emerge dal fatto che noi non abbiamo l’habeas corpus, e pertanto non possiamo perseguire i funzionari governativi; quando essi violano la legge, non c’è altra autorità salvo gli stessi ministri che possa perseguirne i crimini; e così il governo gode del più grande prestigio presso le classi lavoratrici, che si sentono totalmente alla sua mercè”; per cui “L’americano o l’inglese è consapevole dei suoi diritti innanzi allo Stato, l’italiano si sente in sua balia”.
Nella “costituzione più bella del mondo” si è pensato di risolvere il problema con l’art. 28 sulla responsabilità dei funzionari; il quale è da circa 70 anni di fatto poco o punto applicato, perché non tradotto in norme legislative e in pratiche (amministrative e giudiziarie) efficaci. Anche perché come scriveva Tocqueville nell’Ancien régime la protezione (e fedeltà) dei funzionari è essenziale per chi governa.
Pareto attribuisce i mali dell’Italia crispina in gran parte all’ignoranza del popolo, poco o punto consapevole dei propri interessi e diritti e di come difenderli “Sono soprattutto i veri liberali che in Italia dovrebbero dedicarsi a istruire le classi inferiori, dal momento che è a causa della loro ignoranza che non abbiamo un buongoverno e solo attraverso l’educazione e l’insegnamento riusciremo un giorno a migliorare questo stato di cose”.  Alberto Mingardi si chiede se abbia un senso leggere tutto questo oggigiorno. Conveniamo con lui che “sono corrispondenze preziose per chi vive nell’Italia di oggi … Se ne deduce che sono centoquarant’anni in cui, con l’eccezione di un breve intervallo nel secondo dopoguerra, la classe dirigente italiana ha fatto di corruzione e cialtroneria il suo tratto saliente. Per coloro che si disperano ad ogni campagna elettorale, vedendo deteriorare la qualità del discorso pubblico e immiserirsi il ceto politico, è quasi un pensiero confortante. Been there, done that”.

Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri:  Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).

lunedì 11 giugno 2018

Aquarius
Salvini, i suoi elettori  e la legge di Thomas

Clandestini, irregolari, caccia ai fantasmi.  La sociologia può aiutare a capire, grazie alla cosiddetta legge di Thomas, fondatore della scuola  di Chicago. Che sarebbe questa:  se gli uomini ritengono una situazione reale, a prescindere dalla rispondenza con la realtà,  agiscono come se fosse tale.
I fantasmi  neo-nazionalisti e razzisti  evocati  da  Matteo Salvini e dall’estrema destra,   rappresentano come un fatto reale "l’invasione" dell'Italia via mare. Il package per le famiglie è quello di un pericoloso  fenomeno in atto.  La percussione, rivolta  a tutti,  ha  ritmi  finemente goebbelsiani.  Di conseguenza, il messaggio farneticante,  che se ne ricava,  è semplicissimo nella sua brutalità : "Siamo assediati! O noi o loro!".  
I  dati reali invece, non la narrazione salviniana,   asseriscono  l’esatto contrario (come mostra la mappa sotto il titolo), cioè che in Italia si entra,  soprattutto,  via terra o cielo, magari con visto turistico, per poi rimanere nel limbo societario come  irregolare (1).  E non dal mare (o comunque non solo).  Eppure un crescente numero di cittadini  sembra non metabolizzarli: dal punto di vista della percezione indotta dalla propaganda fascio-leghista - con l'aiutino, per così dire,   del sensazionalismo mediatico -   i dati reali non sono ritenuti reali,  come per l'appunto spiega la legge di Thomas, che  - ora viene il bello  -  rinvia a un aspetto antropologico.
Quale? Che l'uomo al comprendere preferisce il credere. Sicché, non viene preso in considerazione neppure il fatto,  come mostrano le statistiche,  che gli ingressi dal Mediterraneo sono - certo, per ora - in fortissimo calo (2).  E questo è avvenuto  grazie alle eccellenti misure varate dal  ministro Minniti. Subito, però, messo alla porta dal popolo sovrano. Quello, spesso e volentieri,  del credere rispetto al comprendere...  
Sicché,  Salvini,  dalle cui labbra gli italiani sembrano ora pendere,  è addirittura diventato Ministro dell'Interno.  E fa quello che sa fare meglio: i comizi.  Produce animosità collettiva in quantità industriali.  Va  in giro  a difendere i confini acquatici, gonfiando il petto e gridando ai quattro venti che con lui si fa sul serio,  prendendosela con  i seicento disgraziati dell'Aquarius, tra i quali  ci sono donne e bambini.  Osservando, per giunta,  che il "suo obiettivo è garantire una vita serena  a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia" (3). Ma come è buono Salvini... Del resto, all'ingresso dei campi di sterminio  si leggeva "Arbeit macht frei".   
Per dirla  fuori dai denti:  chi dice e fa cose infami è un infame.  Nel senso dell'aggettivo: di  chi sia atrocemente contrario alla dignità della persona umana. Un' accusa  che, crediamo, valga per tutti, principalmente però, quando meritata,  per i protagonisti della vita pubblica.  E non aggiungiamo altro.
Anzi, solo un'ultima cosa: è proprio vero, per citare Arbasino,  che il sonno della ragione genera ministri. Dell'Interno.

Carlo Gambescia

                 
(1) Per la distinzione  tra clandestino e irregolare:  https://www.diritto.it/la-regolarizzazione-degli-stranieri-italia/