martedì 23 gennaio 2018

Politiche 2018

Il programma del Centrodestra? 
Il nulla,  strutturato


A memoria,  ci sembra  sia  la sesta rivoluzione liberale proclamata dal Cavaliere. Credergli, oppure no?  
Il programma del Centrodestra (1)  è  un fritto misto, dove sono giustapposte  misure  peroniste (“azzeramento della povertà assoluta”,  “pensione alle mamme”,  “raddoppio dell’assegno minimo”) e  liberali ( “flat tax”,  senza però indicare quanto e come,  abolizione   dell’ imposta sulle donazioni, dell’ imposta di successione, delle tasse sulla prima casa,  del  bollo sulla prima auto e delle tasse sui risparmi).  
Berlusconi, insomma,  non rompe con il paternalismo, né evoca, ancorché fuori tempo massimo,  rivoluzioni reaganiane. Per giunta -  suo vecchio pallino antipolitico - vuole introdurre il vincolo di mandato, che,  trasformando il parlamentare in schiavo del partito,  assume solo  il bieco significato  di una resa definitiva  alla partitocrazia.     
Inoltre, sull’immigrazione, pur  con toni più soft  (fino a  un certo punto),  il Cavaliere si allinea  alle idee del “buttiamo la chiave, chiudiamoci in casa”  di  Salvini  & Co.  Con un tocco finale ( altro suo vecchio pallino):  un bellissimo  “Piano Marshall per l’Africa”.  I dittatori locali si preparano a ringraziare.  Quanto all'Europa,  diciamo che il suo è un "sovranismo" rivisitato, del tipo "Sì all'Europa, ma Italia sovrana". Insomma, il  "sì, ma..." che scontenta tutti,  da Juncker a Salvini.
Non che i programmi del Pd, del M5S, LeU e minori,  siano più brillanti.  Diciamo, che tutti insieme, non prevedono un taglio alle tasse, per ora solo annunciato,  nelle proporzioni indicate da Berlusconi (al 23 per cento, per tutti: questa la novità).   L’unica - eventuale -  differenza economica  sarebbe qui.
Però, ecco il punto,  anche vincendo -  cosa che è tutta da vedere - Berlusconi avrebbe un numero sufficiente di  senatori e deputati per dettare la linea liberale  ai suoi alleati di destra, che liberali non sono?  L’ultima volta che il Cavaliere vinse le elezioni, il Pdl (con Fini dentro)  era quasi al 38 per cento e la Lega Nord a poco più dell’8 (2). Ora invece le proporzioni, stando ai sondaggi, rischiano di essere quasi paritarie, come del resto prova l'accordo su una  realistica  distribuzione interna dei collegi tra Fi, Lega, FdI e centristi: 40-35-15-10  (3).  
Per giunta  il micro-partito di Fratelli d’Italia (che naviga intorno al 5/6 percento), già statolatrico (pardon, sovranista...) di suo,   una volta al governo, pur di acquisire visibilità, non potrà non tentare di differenziarsi dai due soci di maggioranza, o comunque, di gravitare, secondo la bisogna, dall’uno all’altro, accrescendo così la conflittualità interna. Infine, contare sulla fedeltà governativa della cosiddetta "quarta gamba" democristiana rasenta il puro atto di fede.
Come si può notare  il Centrodestra, che stando ai sondaggi potrebbe arrivare primo, non  ha però  la necessaria compattezza politica per governare,  ammesso e non concesso che riesca a perseguire un numero congruo di seggi (4). Insomma,  ricatti e minacce di abbandonare la maggioranza da parte degli  pseudo-alleati  sarebbero all’ordine del giorno.  Il che quindi  spiega  il programma  fritto misto, esito di una tregua armata  tra Berlusconi,  Salvini, Meloni e post-democristiani.Tregua, fino a un certo punto: si vedano le reazioni di oggi degli "alleati" leghisti (pardon, sovranisti...), al tour timidamente semi-europeista  del Cavaliere a Bruxelles. 
Alleati infidi, programmi politici, a dir poco confusi,  verdetto delle urne,  nella migliore delle ipotesi, da maggioranze risicate:  il Centrodestra  naviga verso il nulla.  Diciamo un nulla strutturato,  intorno a promesse irrealizzabili.  Altro che rivoluzione liberale... 

Carlo Gambescia


(4)  Qui un nostro articolo in argomento:   http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2017/12/elezioni-politiche-2018-non-vincera.html        

lunedì 22 gennaio 2018

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2018, lunedì 22 gennaio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 20/01/2018, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 356***, intestata a SENSINI FABIO. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]


FINZI MATTIA: “Bravo Fabio, bravo! Hai visto che successo con gli Stati Uniti d’Europa?”
SENSINI FABIO: “Be’, grazie…”
FINZI MATTIA [ride]: “Li ho fregati tutti! [ridarella] Di qua o di là! Per l’Europa o contro l’Europa! Se la fanno sotto tutti!”
SENSINI FABIO: “Ehm…Mattia?”
FINZI MATTIA: “La faccia di Di Maggio! La faccia di Saltini! La faccia di Bernasconi! Dio come godo, come godo, come godo!”
SENSINI FABIO: “Mattia?”
FINZI MATTIA: “Eh?”
SENSINI FABIO: “Ti ricordi che cosa ti ho detto, prima di darti il testo del discorso?”
FINZI MATTIA [pausa]: “Veramente no.”
SENSINI FABIO: “Ti ho detto: ‘Attenzione che in campagna elettorale per ora funziona, ma è un gioco pericoloso.’ Ti ricordi?”
FINZI MATTIA: “Sì…non bene…perché pericoloso?”
SENSINI FABIO: “Hai sentito solo ‘in campagna elettorale funziona’, vero?”
FINZI MATTIA: “Sai com’è…”
SENSINI FABIO: “Eh lo so…è un gioco pericoloso perché non sappiamo ancora cosa succede in Germania. Se i socialdemocratici non fanno il governo con la Merkel, a parlare di Stati Uniti d’Europa facciamo la figura dei parolai, diamo una palla gol al centrodestra. Se invece i socialdemocratici tedeschi fanno il governo con la Merkel, lo fanno con la stessa parola d’ordine nostra, gli Stati Uniti d’Europa. Gli italiani odiano la Germania, Mattia, diamo una palla gol al centrodestra.”
FINZI MATTIA: “Cazzo ma allora cosa mi fai dire?!”
SENSINI FABIO: “E cosa vuoi che ti faccia dire? Tutto va ben madama la marchesa? Votateci ancora perché con noi resta tutto così?”
FINZI MATTIA [pausa]: “Sì ma…”
SENSINI FABIO: “Sì ma niente, Mattia. Perdiamo voti, Mattia, perdiamo di brutto. Così non si può restare, indietro non si può tornare, quindi…”
FINZI MATTIA: “Quindi avanti, dici tu.”
SENSINI FABIO: “Quindi avanti.”
FINZI MATTIA: “E gli Stati Uniti d’Europa vuol dire andare avanti? Avanti dove?”
SENSINI FABIO: “E chi lo sa? Stai tranquillo, mica lo decidiamo noi.”
FINZI MATTIA: “Ah ecco. Per fortuna.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

venerdì 19 gennaio 2018

Gene Gnocchi, Claretta Petacci e il fascismo immaginario

Esiste un immaginario, cioè un insieme di pregiudizi collettivi sulla realtà,  senza  un nemico da odiare?  Ovvero,  un immaginario privo di un capro espiatorio ? No. 
Nell’universo ideologico cristiano, e poi dell’Occidente, il pregiudizio  collettivo basico è costituito dal meccanismo  del peccato,  che designa  il capro espiatorio   nel Male, incarnato da Lucifero, rappresentato storicamente  nelle sue forme più disgustose e pericolose. Nel  Novecento, la società post-cristiana, quindi largamente secolarizzata, ma nelle venature inconsce ancora cristiana,  ha  sostituito a Lucifero il totalitarismo nazi-fascista e in subordine quello comunista.
Va sottolineato  che le radici sociali dell’immaginario cristiano, affondano nelle  persecuzioni romane, così come quelle   dell’immaginario novecentesco rinviano  alle persecuzioni poste in atto dai diversi totalitarismi. 
Che poi  l’antitotalitarismo novecentesco sia più sentito di quello antiromano è una questione di distanza storica: di regola,  per giungere a una ricomposizione e designazione di un nuovo capro espiatorio occorrono secoli e secoli. E qui rimandiamo  ai classici studi di Max Weber sui profondi rapporti tra etica, economia,  politica e  religioni storiche
Attenzione però, la nostra è una spiegazione sociologica, che non giustifica il male effettivo racchiuso nelle persecuzioni romane e totalitarie,  si limita a spiegarne radici ed effetti di ricaduta sull’immaginario. 
Sappiamo benissimo di essere partiti da lontano. E sospettiamo di aver giocato con la pazienza del lettore, che a causa del titolo, a questo punto,  riterrà  di essere vittima di un  inganno.  In realtà, se   non si riconduce  ogni evento dal micro al macro, dalla micro-sociologia alla  macro-sociologia, si rischia di fare solo confusione. 
Nell’immaginario di Gene Gnocchi, che in una delle sue satire  ha definito “scrofa”  Claretta Petacci, l’amante di Mussolini, il male è rappresentato dal totalitarismo fascista, in modo così naturale e spontaneo,  che il comico  neppure si è reso conto  dei contenuti  offensivi racchiusi  nel  suo dire.
Offensivi rispetto a  chi?  Al contro-immaginario fascista ( un tempo, il  pagano) che scorge, a sua volta,  nell’antifascista  (un tempo, il cristiano) il  nemico.  O detto altrimenti,  vi si  scorge  solo  ciò che si vuole vedere, in chiave pre-razionale.  Sicché,   i contenuti -   il fatto che la Petacci fosse o meno ciò che è al centro dello scontro tra gli opposti  immaginari -  non importano, sia dal punto di vista dell'agire collettivo, che al capire preferisce il credere,  sia da quello analitico, che punta al puro capire individuale dello studioso. Perché  ciò che conta, e che regolarmente prevale,  è la forma metapolitica dell’opposizione amico-nemico, come carattere distintivo di ogni immaginario collettivo.  Conta soltanto  la necessità  di attaccare, difendersi, contrattaccare con ogni mezzo lecito o meno.
Quindi soffermarsi sui contenuti, dal punto di vista analitico,  significa  confinarsi nell'ambito del contrasto di opinioni. Per dirla in termini alti, privilegiare la dòxa:  l'opinione al lògos scientifico.
Va però ammesso onestamente che il liberalismo, per metà antico (cristiano), per metà moderno (illuminista),  non dimentico  quindi  della ciclicità delle persecuzioni, da quella anticristiane  a quelle cristiane, ha tentato, in modo ammirevole e con sforzo  titanico, di erigere intorno all'immaginario un sistema di regole comportamentali, fondate sul rispetto reciproco,  per sublimare il nemico e attenuare l’intensità del conflitto in chiave procedurale. Purtroppo nel Novecento,  anche il liberalismo,  vistosi aggredito dai totalitarismi,  non ha potuto non riplasmare il suo immaginario collettivo in chiave  spiccatamente  antitotalitaria,  sfiorando talvolta la panpoliticità.  Ciò spiega, al di là del momentaneo clamore mediatico, la comune tolleranza delle battute di Gene Gnocchi,  frutto di una convergenza  iperpolitica  in nome dell’antifascismo.
Il che però spiega pure come sia difficile esercitare l’arte della tolleranza e del rispetto:  sia da parte di chi fa le battute, sia da parte di chi le critica, sia da parte, infine, di chi desideri introdurre tolleranza e rispetto nelle relazioni umane.
Purtroppo,  esiste negli uomini   - ecco la lezione cognitiva -   un riflesso carnivoro, in chiave collettiva,  pre-razionale,  che necessita  di un nemico, e che sopravvive  allo scorrere dei secoli e dell'incivilimento.  Nel bene come nel male.  E dunque, ripetiamo,  a prescindere dai meriti o demeriti morali di Claretta Petacci. 

Carlo Gambescia                     

giovedì 18 gennaio 2018

L’editoriale del professor Cassese
Ma quali patti?
Qui siamo più divisi del 1946…




Oggi  sul “Corriere della Sera”, Sabino Cassese invita le forze politiche  a  recuperare il  “ talento smarrito per i patti” (*) .  Il succo dell’editoriale è  questo: piaccia o meno,  il proporzionale impone il ritorno a quel consociativismo che ha retto  l’Italia tra il 1946 e il 1993,   di conseguenza, sarebbe saggio fin d’ora,  pur mancando un partito perno come la Dc,  pensare  a una formula di governo inclusiva.  Tradotto: Renzi, Berlusconi e chi eventualmente ci stia.
Cassese è uno studioso di diritto pubblico, non uno storico o un politologo. E soprattutto resta un tecnico, di certo eccellente e dottissimo,  ma  ripetiamo un tecnico.  Diciamo pure  che la sua tesi  sulla necessità di mettersi d’accordo è scheletrica:   non ha buoni puntelli socio-culturali, se non, come si legge, alcuni vaghi riferimenti  al  buon senso togliattiano (svolta di Salerno ed epurazione soft)  e  al meritorio lavoro degli sherpa, come  mediatori nei grandi scenari internazionali, soprattutto conflittuali.
Ci spieghiamo meglio.
Il consociativismo, non solo e non sempre politico,  tra Dc e alleati (inclusi, in seguito, socialisti e comunisti),   rinviava a una cultura politica,  dove il terzo e il quarto potere, magistratura e mass media stavano al loro posto.  E il quinto potere, l’economia, si muoveva su un piano più nazionale che internazionale.  Infine il sesto potere, quello dei Social, padroni del risentimento sociale, era di là da venire.
Nell'Italia di oggi,  dove comandano,  contrastandosi a vicenda,  in un clima di caccia alle streghe, magistrati giustizialisti, giornalisti investigativi telecomandati, cocainomani della finanza digitale e forum di illetterati,  il  consociativismo rischia di restare una parola vuota. O peggio, considerati gli attori di cui sopra,  di essere  liquidato come uno strumento che le élite usano contro il popolo, pur  di comandare. 
Insomma,  dispiace per Cassese,  ma  per recuperare  il talento per i patti, non basta il talento pronto all’uso di un gruppo di tecnici dal passo felpato. Occorrono le condizioni culturali del buon senso, determinate dall’accordo di fondo tra i vari i poteri sociali, anche contro un pericolo comune.  Un giurista tedesco, grandissimo ma finito male,  definì questo accordo come l'altro volto della costituzione materiale.   
Quando Togliatti "sbarcò" a Salerno, ancora prima che la guerra finisse, il nemico comune  era il fascismo,  oggi potrebbe essere  un  altrettanto pericoloso  movimento   inventato da un comico, che però nessuno scorge come tale,  e che  tutti,  più o meno,  inseguono stupidamente, giocando al massacro della democrazia rappresentativa.    
Insomma, il consociativismo, rimanda  a  una  costituzione  materiale che non c’è più.  Perché, purtroppo, l’Italia di oggi è più divisa di quella del 1946. E se patto ci sarà, sarà una tregua armata: qualcosa di completamente diverso da quel che intende il professor Cassese.      

Carlo Gambescia



mercoledì 17 gennaio 2018

 Francesco e  Pio XIII     
Il Papa Alitalia e il Papa di Sorrentino   
di  Roberto Buffagni e Carlo Gambescia


Papa Francesco è di nuovo in viaggio.  Ancora un volta è tornato in America Latina. Il punto però non è geografico, bensì motorio…  Anzi, psico-motorio…  Si pensi invece al Pio XIII di Sorrentino: parliamo di The Young Pope, serie che nell'insieme ci è piaciuta.
Sorrentino è molto intelligente, e anche molto furbo. Ha colto il punto della questione (dal pdv di uomo di spettacolo, ininfluente che non sia credente): la Chiesa che "si aggiorna" fa un colossale flop, un fiasco epocale, perché  getta via il suo asset principale, che è il mistero e il carisma del mistero, in altri termini il sacro.
Due passaggi in particolare: il primo, quando  Pio XIII gela una suora anziana, cuoca dei papi, troppo friendly col nuovo arrivato al Soglio pontificio, asserendo che “ci vogliono rapporti formali, perché questi generano i riti, e i riti producono ordine”.  Il secondo, quando “il giovane Papa”, con una lucidità degna di  Augusto Del Noce, dichiara al suo Segretario di Stato (parafrasiamo):   “Si deve cambiare. Non dobbiamo andare noi verso i  fedeli” assumendo pose mediatiche  accattivanti,  “sono invece i fedeli che devono  venire verso di noi”,  ispirati dal senso di mistero e ordine che la Chiesa  “deve incarnare e dettare”.      
Tradotto nel linguaggio dello spettacolo: se tu hai, per dire, Catherine Deneuve a venticinque anni, non le metti un sacco in testa e non le fai recitare la parte dell'impiegata alle poste che si innamora del postino. In termini di spettacolo, la cosa è semplicissima, è così e basta.  
L’esatto contrario di quel che fa Papa Francesco. Ci si  perdoni la caduta di stile, perché pur sempre di un papa si tratta: ma Francesco deve recitare il ruolo più impegnativo del mondo, quello del Vicario di Cristo, perché lo gradisca o no, lo creda o no, quello è il suo ruolo nel theatrum mundi. E invece che fa? Si mette un sacco in testa  e recita la parte dell’ impiegato delle poste progressista, in nome di un cristianesimo dolciastro, user-friendly, da medico (dell’anima)  senza frontiere. O se si preferisce, da cappellano aggiunto  della secolarizzazione: un Papa Alitalia (che poi l'Alitalia vada male come la Chiesa, è un altro segnale interessante: due decadenze, certo di tipo diverso,  che però si abbracciano...), dicevamo un Papa Alitalia,  sempre sul piede di partenza  che rincorre i fedeli per tutto il pianeta.  Specialista in  civettuole conferenze stampa a quindicimila metri, invece  disdegnate, come i voli a gogò, dal Pio XIII di Sorrentino. 




In realtà, il Papa dovrebbe fare il Papa, nel silenzio. Anche se  a dire il vero,  Pio XII, parlava, parlava, parlava…  Si inventò il radio-messaggio. Nonostante ciò,  Sorrentino  ha giustamente vincolato il suo   Young Pope,  per ovvie similitudini  dottrinarie all’ eredità dell’ultimo Papa romano:  sugli  aspetti dogmatici, ma anche rituali,  Pio XII era un duro.     
Pertanto,  l’idea  di Sorrentino è giusta.  E  ha un suo valore: diremmo addirittura un piacevolissimo retrogusto  sociologico,  che ci fa capire che  proprio in una società che si dice  pluralista, se il Papa si mette a ripetere  le stesse cose che sono sulla bocca di tutti gli altri,  il pluralismo, visto che siamo in argomento,  va a farsi benedire. O no?    
Inoltre, per “buttarla” ancora  sul sociologico,  la dialettica movimento-istituzione -  come conflitto  tra dover essere ed essere delle cose sociali,  tra  ideali, teologici o meno  e vita istituzionale -  non è patrimonio esclusivo della Chiesa, ma rinvia alla  natura delle "istituzioni" sociali, che essendo tali, non possono non assolvere le loro funzioni specifiche, "normalizzatrici" degli ideali e delle ideologie "movimentiste" e quindi dei conflitti.  Ciò,  nel caso della Chiesa,  rimanda alla  produzione sociale del sacro,  quale funzione "normalizzata" o "istituzionalizzata" del trascendente, di cui, come istituzione,  è storicamente "specialista". Se però la  Chiesa non produce sacro ( semplificando: trascendente normalizzato),  essa si trasforma in un'istituzione filantropica in competizione con tutte le altre istituzioni filantropiche e sociali, come sta avvenendo. Tuttavia le società hanno necessità di sacro. Quindi, poiché le società non ammettono il vuoto istituzionale, tale funzione sarà svolta da altre istituzioni, ovviamente senza alcun riferimento (almeno a livello di rischio) al trascendente normalizzato, che è tipico della Chiesa. Di qui,  il pericolo di quei  totalitarismi profani  che hanno terribilmente e tristemente  "movimentato" il Novecento.
Se poi Sorrentino ci credesse,  non diciamo  nel cattolicesimo confessionale, ma nel sacro, come ad esempio ci credeva il suo esempio/maestro/originale Fellini, sarebbe meglio, perché gli si complicherebbe il lavoro e ne potrebbe uscire un'opera più interessante, sorprendente, profonda. Fellini, specie nei suoi primi film, gira gira gira intorno a un tema antico e straordinariamente fecondo, cioè a dire l' "inginocchiati e crederai" pascaliano.



In termini di rappresentazione, il tema pascaliano si declina facendo variazioni su un tema antico e bellissimo, che ha trovato la sua prima espressione compiuta in un dramma latino del teatro gesuitico seicentesco, il Phylemon Martyr di Jakob Bidermann, SJ. Storia: in una cittadina di provincia dell'impero romano, al tempo dell'imperatore Costanzo Cloro quindi poco prima di Costantino ma in un periodo in cui ancora vige il "non licet esse christianos", c'è una vivace e folta comunità cristiana, guidata da un intellettuale e notabile della città. Tutto va per il meglio, quando arriva l'ordine imperiale: bisogna venerare la statua dell'imperatore. Il prefetto locale chiarisce ai cristiani che nessuno cerca lo scontro frontale: basta un inchino, una cosetta, e tutto andrà pacificamente avanti come prima: ma il gesto formale va fatto. Reazioni variegate nella comunità cristiana, da chi se la fa sotto a chi dice io mi faccio martirizzare a chi non sa che fare e spera di defilarsi. Il leader cristiano non ha voglia di martirio, ma non ha neanche voglia di abiurare facendo una figuraccia. Gli viene in mente un'idea geniale: assumo un attore pagano che veneri l'imperatore al posto mio. E qui entra in scena Filemone, un suonatore di flauto, attore, simpaticissimo picaro amante solo dello scherzo, del buon mangiare & bere e della topa. La paga è ottima, e dunque Filemone accetta la scrittura. Però...però però, che succede? Succede che mentre prova la parte, Filemone si converte sul serio e diventa cristiano (c'è anche l'intervento diretto di schiere angeliche, con angeloni alati in scena, trabiccoli & carrucole per farli volare, tutto il bell’ambaradan della filodrammatica antica). Filemone si presenta davanti al prefetto, rifiuta di venerare la statua dell'imperatore, si fa martirizzare, e galvanizzati dal suo esempio tutti i cristiani gareggiano per la palma del martirio. Da questo nucleo tematico Rossellini, che con il cattolicesimo aveva un rapporto molto profondo e molto italiano, ha tratto uno dei suoi film più belli, Il generale dalla Rovere, con un immenso Vittorio de Sica come nuovo avatar di Filemone.
Dalla dialettica implicita nel simbolo cattolico e barocco del theatrum mundi - maschera/volto, uomo/attore, profano/sacro, scena/realtà - nascono possibilità molto interessanti e ricche. Si attiva anche l'algebra teatrale, quella in cui meno x meno = più: il teatro nel teatro, la rappresentazione all’interno della rappresentazione dice la verità (esempio celeberrimo, la rappresentazione teatrale che nell' Amleto si recita davanti agli assassini del re).
Pagella finale di Sorrentino: il ragazzo è intelligente ma non si applica abbastanza, con i suoi mezzi potrebbe fare di più.
Pagella finale di Papa Francesco: insufficiente. Perché se le cose più acute sul Papa Alitalia, benché in modo obliquo (anche come inquadrature), le dice  un mezzo ateo come Paolo Sorrentino, e non la melliflua  “Famiglia Cristiana” che, come prevedibile,  ha stroncato The Young Pope la Chiesa cattolica è messa proprio  male. A cominciare dal Papa.                   


Roberto Buffagni e  Carlo Gambescia     

martedì 16 gennaio 2018

Il "lapsus" di Attilio Fontana
Tempi duri per la  “razza bianca”



Storia e  sociologia insegnano che i fenomeni sociali  hanno un ritmo oscillatorio-oppositivo.  Ad esempio,  l’individualismo, per reazione, produce il collettivismo, e quest’ultimo, a sua volta, per contrasto,  favorisce l’individualismo. Semplificando: il primo indica la prevalenza della parte (l'individuo)  sul tutto (la società);  il secondo, per essere più specifici,   del tutto, ossia della società, come sfera delle decisioni collettive,  sulla parte, cioè  sulle  scelte di ogni  singolo. Diciamo che il collettivismo esprime un'istanza costruttivista, di controllo dall'alto della società, mentre l'individualismo accoglie  l'idea spontaneista,  della libera interazione  sociale, quindi dal basso, tra individui. Per metterla sul piano storico, il collettivismo romano,   favorì l’individualismo cristiano, che, per reazione, produsse il collettivismo cattolico, dal quale, a sua volta,  scaturì, l’individualismo protestante e illuminista.   
Sono però macro-fenomeni, come nel caso della coppia individualismo-collettivismo,  che possono convivere nella stessa epoca:  si pensi all’opposizione ottocentesca tra l’individualismo francese e il collettivismo tedesco. Addirittura,  da alcuni studiosi, di sociologia storica comparata,  Hitler è descritto come il culmine della reazione tedesca all’individualismo. E non solo francese.
Ci scusiamo per la lunga premessa, a nostro avviso però  necessaria per comprendere il senso profondo delle  dichiarazioni di Attilio Fontana, sul rischio per la  "razza bianca"  di  “essere cancellata”: "un’ uscita"  che ha immediatamente   mandato  in fibrillazione il già nevrotico universo politico italiano (*). 
Contrariamente, a quel che si ritiene, non è una questione di politicamente corretto. Fontana esprime concetti collettivisti che una cultura individualista non può non respingere.  Il vero  problema è se le rozze  dichiarazioni  del candidato del centrodestra alla Regione Lombardia siano aderente ai fatti, che, di regola, come ogni serio  sociologo sa bene,   non sono né  interamente  individualisti né completamente collettivisti.
In effetti, il rischio di sparire c’è. Come provano i differenti coefficienti demografici. Ai quali va a sommarsi l'inadeguato controllo dei flussi migratori. Ovviamente, per la cultura individualista dominante, dove, per usare un'espressione alla moda,  uno vale uno, il grado di  civiltà non è correlato al colore della pelle.  Il che è una mezza verità che urta con una parte della realtà, altrettanto vera: perché è innegabile  che il colore della pelle, non abbia  nulla a che vedere con il quoziente intellettivo, però è altrettanto innegabile il contributo determinante  che la  “razza”,  o se si preferisce l’ etnia  “bianca” della penisola europea, ha dato  allo sviluppo delle civiltà.  Da questa negazione, tipicamente individualistica del concetto di cultura - concetto collettivista per eccellenza -  discende la sottovalutazione  del destino della “razza bianca”. E il tratto curioso dell'intera questione  è che proprio l'individualismo  ha rappresentato il principale  motore della cosiddetta "conquista europea",  in tutti i sensi, del mondo.   
La totale  negazione  del momento collettivista rischia però  di provocare, per quel ritmo oscillatorio di cui sopra  - e l’affermazione di Fontana ne è il campanello  d’allarme -   reazioni di tipo collettivista, pronte a privilegiare, il tutto ( la "razza bianca")  sulle parti (gli individui di  altre razze), trasformando una mezza verità ( il contributo  determinante)  in una  verità assoluta che può essere così riassunta:  "Dove non c’è il  'bianco',  non c’è  'civiltà' ".   
Insomma, il rischio più grave, semplificando, è quello di cadere dalla padella individualista nella brace collettivista. 
Qualcuno si chiederà:   esiste un giusto mezzo tra individualismo e collettivismo?  Diciamo che la fusione è sempre storica. Dipende dagli uomini, quindi dai singoli, in particolare da élite capaci di misurarsi, senza abusarne, con i criteri individualisti e collettivisti prevalenti in quel determinato momento storico. Ad esempio,  l’individualismo cristiano ci mise almeno quattro secoli per trasformarsi nel collettivismo della chiesa cattolica, convivendo con l' individualismo "pagano", prima forte, poi in ritirata.  L’individualismo moderno, nacque contro la Chiesa e impiegò alcune centinaia di anni per imporsi al collettivismo chiesastico.  Il Novecento, per contro, con i suoi totalitarismi, può essere definito, in buona parte, come il secolo del collettivismo. Anche lo stesso welfare state è una diramazione, per alcuni non armata, ma non meno pericolosa,  del collettivismo novecentesco.
Riassumendo, l’individualismo, difeso dai fustigatori della "razza bianca", è una reazione ai miti del  collettivismo nazional-totalitario (anche sovietico).  E perciò ha un suo fondamento storico. Pertanto sarà difficile -  e non è neppure auspicabile, come provano le vergognose leggi collettiviste del 1938 -   che  si acquisisca a breve  una  consapevolezza  di segno contrario.    
Però, come detto,   Fontana probabilmente  ha ragione:  il pericolo di  sparire, per i popoli  peninsulari esiste. Certo,  non per ora. Però se non sarà domani, sarà dopodomani.  Quindi,   forse,  sarebbe meglio, cominciare a riflettere seriamente sulla cosa.   

Carlo Gambescia                             




lunedì 15 gennaio 2018

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 30 ottobre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 14/01/2018, ore 9.23, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato vaticana in uso a  S.S. SANCHO I, e l’utenza n. 338***, in uso a MARCHINI WANNA. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]

MARCHINI WANNA: “Digli bravo a Bassotti! Un grande!”
S.S. SANCHO I: “Eh?”
MARCHINI WANNA: “Bassotti! Non si chiama Bassotti quello là?”
S.S. SANCHO I: “Ma quello là chi?!”
MARCHINI WANNA: “Quello là…il presidente della commissione…del comitato…dei vescovi, dai…”
S.S. SANCHO I: “Ah, la Conferenza episcopale!”
MARCHINI WANNA: “Cos’ho detto io? Guarda: un grande, un grandissimo. Ai politici gli fa, Bassotti: ‘Basta promettere miracoli!’ Bravo Bassotti! Così si parla! Gliel’hai fatto dire tu?”
S.S. SANCHO I: “Mah…ne avevamo parlato, ecco…”
MARCHINI WANNA: “…’ne avevamo parlato…’ ahò, e chi vi ammazza a voi? [ride] Che poi non c’è un cazzo da ridere, sai come mi è andata a me, a promettere miracoli? Lo sai? Sì che lo sai, mi sono rovinata la vita, Ciccio, in galera sono andata, in galera! [piange]”
S.S. SANCHO I: “Su, su, Wanna…coraggio…è stata una prova difficile, lo so…”
MARCHINI WANNA [smette di piangere di colpo] : “Però vedi, Ciccio: lo sai perché promettevo i miracoli, io? L’alga miracolosa? Lo sai?”
S.S. SANCHO I: “Non so, Wanna…per guadagnare, forse?”
MARCHINI WANNA: “E grazie al…ma certo, Ciccio, certo: per i soldi. Si fa tutto per i soldi, non so se ci hai mai pensato. Ma il punto è: come facevo a fare i soldi promettendo miracoli?”
S.S. SANCHO I. “Imbrogliavi le persone ingenue, Wanna. Lo sai.”
MARCHINI WANNA: “E certo che imbrogliavo le persone ingenue, Ciccio, ma non cogli il punto, non sei in forma stamattina? L’hai preso il caffettino? Il punto è: le persone ingenue vogliono farsi imbrogliare, Ciccio, non chiedono di meglio. E non solo le persone ingenue, anche dei fior di dottoroni, sai?”
S.S. SANCHO I: “Cioè tu dici che…ma non è giusto, Wanna, e lo sai. E’ un peccato gra…”
MARCHINI WANNA: “…certo, certo che è un peccato, e poi se ti beccano si va in galera. Però, però…”
S.S. SANCHO I: “Wanna! Mi hai promesso che smettevi!”
MARCHINI WANNA: “Ma no! ma no, cos’hai capito? Vuoi che mi rimetta a vendere l’alga miracolosa? E chi me la compra ormai? No, no…Senti a me, che ti ho telefonato per darti un consiglio, un consiglio che se mi ascolti, svolti. I miracoli, Ciccio. Il segreto di tutto sono i miracoli, perché la gente, con la vita di merda che fa, ce n’ha tanto bisogno, ma tanto tanto tanto, sai?”
S.S. SANCHO I: “Lo so, lo so che quando si soffre, quando si è disperati si cerca una soluzione qualunque, Wanna, ma non è giusto promettere miracoli…”
MARCHINI WANNA: “…quelli falsi! Non è giusto promettere i miracoli falsi: l’alga miracolosa, zero tasse e pensione per tutti…ma i miracoli veri?”
S.S. SANCHO I: “Eh?”
MARCHINI WANNA: “I miracoli veri, Ciccio. Non so, tipo…cambiare l’acqua in vino, moltiplicare i pani e i pesci…o anche la Madonna, sai quando appare la Madonna e ti fa il miracolo? Tipo non camminavi e dopo salti come un grillo? No i cinque stelle, eh? [ride]”
S.S. SANCHO I: “Sì, ma cosa c’entra, Wanna, dai…”
MARCHINI WANNA: “Come cosa c’entra?! Prima dici ‘Basta promettere miracoli’, e sono i miracoli farlocchi, giusto?”
S.S. SANCHO I: “Sì, certo.”
MARCHINI WANNA: “E dopo cosa fai? Dopo fai i miracoli veri! Ta-ta-ta-tàn! E li freghi tutti, Ciccio, le elezioni le vincete voi!”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Le elezioni?!”
MARCHINI WANNA: “Certo! Le elezioni! Sennò scusa, cosa parli a fare delle elezioni, a voi che ve ne frega, non state neanche in Italia, beati voi! Io ti ho capito a te Ciccio, cosa credi? Te sei troppo buono, hai capito che siamo in fondo a un casino che non ci saltiamo fuori e ci vuoi comandare te, fai solo bene, grazie di esistere!”
S.S. SANCHO I: “Ma cosa dici?! Io non…”
MARCHINI WANNA: “…stai tranquillo, sono muta come una tomba. Però tra noi ce la possiamo anche dire la verità, sennò a cosa servono gli amici? Te vuoi vincere le elezioni, vuoi mettere coso, lì, Bassotti presidente della repubblica, del consiglio…bravo! E allora io che voto per te ti do un consiglio: fate dei miracoli! Dei miracoli veri!”
S.S. SANCHO I: [seccato] “Macché miracoli e miracoli!”
MARCHINI WANNA [lunga pausa]: “Ma allora…[pausa] Non siete capaci? [pausa] Cazzo, non siete capaci? Non siete capaci.”
S.S. SANCHO I [irritato, vuole tagliar corto]: “Di cosa?”
MARCHINI WANNA: “Di fare i miracoli veri. Niente, non siete capaci. [pausa] Che stupida che sono, però, alla mia età. Lo sai che ci credevo? Ci credevo, ai miracoli di Gesù…anche della Madonna, non so…di padre Pio…e invece non era vero niente. Mah.”
S.S. SANCHO I: “Ma no, no, Wanna, cos’hai capito…”
MARCHINI WANNA: “Eh, va’ là che ti ho capito, ti ho capito benissimo, Ciccio…cazzo che bravi però, duemila anni che vendete l’alga miracolosa…”
 S.S. SANCHO I: “Wanna, tu straparli! Il Vangelo non è l’alga miracolosa!”
MARCHINI WANNA: “Perché non vi hanno mai beccato.”
S.S. SANCHO I: “Gesù perdonala…”
MARCHINI WANNA: “Sì, sì. Un’ultima cosetta e poi tolgo il disturbo. Vendevo l’alga miracolosa, facevo tanti soldi, mia figlia mi voleva bene, col Maestro do Nascimiento era tutto un miele…e intanto lo sai cosa pensavo, io? Pensavo: non mi beccheranno mai. Uomo avvisato…”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...