sabato 17 febbraio 2018

Il tumore di Nadia Toffa
Un po’ di ottimismo non guasta mai…



Francamente il giornalismo tipo Iene non è nelle nostre corde. E’ superficiale, antipolitico e complottista:   una replica,  sul piano televisivo, oggi potenziato dall'effetto moltiplicatore dei Social,   dell’esperienza storica del giornalismo giallo americano, scandalistico.  Nulla di nuovo all’orizzonte. Anche se, ripetiamo, la differenza, riguarda la potenza riproduttiva del mix web+tv,  legata allo zoccolo durissimo della credulità collettiva, che non è cambiata dai tempi di William Randolph Hearst,  il padre del  giornalismo giallo.
Alla luce di quanto detto, come interpretare le dichiarazioni di Nadia Toffa, inviata di punta delle  Iene? Che a telecamere accese  ha annunciato  di avere sconfitto il cancro in due mesi? (*)
Un cancro, come ben sanno medici e pazienti non si sconfigge in due mesi. Magari. Quindi siamo dinanzi  a una semplificazione in stile Iene.  La Toffa,  inoltre,  aggiunge  che le uniche cure che contano contro il cancro sono  chemioterapia e  radio, oltre che, come si evince, terapia chirurgica e  medicina preventiva. Un' asserzione che dal punto di vista della medicina  istituzionalizzata non fa una piega, ma che in qualche misura contrasta -  agli occhi però di chi non conosca la forza di gravità sociale -  con il tipo di giornalismo, anti-istituzionale praticato dalle Iene.  
Astraendo dagli aspetti cospirativi (perché queste dichiarazioni? ha avuto veramente il cancro?  è pagata da medici e industrie farmaceutiche?)  quale può essere -  considerato anche il seguito del programma -  l’effetto di ricaduta sociologica delle dichiarazioni di Nadia Toffa?
Sicuramente, in questo caso,  si tratta di una superficialità positiva: si trasmette un messaggio ottimista, che non guasta, fa morale,  e soprattutto,  si mettono in guardia le persone (famiglie e pazienti) dalle cosiddette cure alternative.  Mettere in guardia, ovviamente non significa vietare. Resta il fatto che nessun medico o istituzione obbliga il paziente oncologico a curarsi secondo "i protocolli". Certo, esiste, una pressione sociale al comportamento istituzionalizzato,  proprio alcuni giorni fa scrivevamo della società di massa  e del rischio del conformismo individuale.  Anche se,  in ultima istanza, il macigno della decisione resta sulle spalle del singolo, che dovrà  scegliere se e come curarsi. Insomma, cosa fare della propria vita.
Molti, tuttavia,  lasciandosi fare per così dire dolce violenza,  preferiscono “scaricare” la libertà delle proprie decisioni sugli altri, o meglio sull’altro istituzionalizzato, sia in chiave critica che positiva (il capitalismo, "il grande vecchio", il comunismo, la democrazia,  il potere, ritenuto  salvifico o meno, di questa e di quella istituzione, eccetera, eccetera).  Si chiama "neutralizzazione sociale", allevia il peso della scelta e aiuta a vivere meglio. Ed è qualcosa  che prescinde dal regime politico o storico, qualcosa che si potrebbe avvicinare alla forza di gravità sociale delle istituzioni.  Ovviamente, l'ambito non è quello fisico, quindi  non è un principio valido in assoluto. Resta il fatto però, che in linea pratica - sociologica se si vuole - l'esonero dalla scelta è l'opzione sociale, per così dire, di gran lunga preferita.   Più la decisione è importante più l'individuo cerca l'esonero, conformandosi a un "percorso istituzionale".  Anche quando crede di criticare le istituzioni vigenti e   anche  dove la  "neutralizzazione" resta più difficile se non impossibile.  Infatti,  la malattia, un poco come la morte,  riguarda l’individuo. Che si trova da solo a decidere. E non potrebbe non essere così, perché si muore sempre in solitudine (muoio "io", non "tu").
Come si vede la realtà -  quella dell’individuo che deve decidere, eccetera, eccetera -    è complicata (la sociologia, quella autentica,  è una scienza triste, ma questa è un'altra storia...): l'esonero istituzionale con  una mano dà con l'altra toglie.  Del resto, non tutti riescono  a reggere il carico da soli,  probabilmente la maggioranza delle persone.  L'uomo, alla fin fine, è un animale politico, dunque istituzionalizzato, perciò a tendenza conformista, proprio per difendersi dalla doppia morsa del caso e dalla necessità. Sicché, per farla breve, gli uomini passano le istituzioni restano:  il progressista diventa conservatore, poi di nuovo progressista; il giornalista anti-istituzionale, istituzionale, poi anti-istituzionale, e così via. Sono tutte forme di "esonero": perfino chi si professi anti-istituzionale, è costretto a istituzionalizzarsi,  per essere tale, pena l'invisibilità.  La libertà è vista come un peso, e in fondo è per pochi,  mentre  lo spirito gregario, o comunque il comportamento iterativo, prevedibile e rassicurante, delle istituzioni,  attrae molti.   
Di qui la necessità di un "aiutino", magari anche dal Vip, con il suo carisma sociale. E senza fare troppe elucubrazioni sul perché individuale,  ricadendo nel classico errore di chi privilegia il dito che indica, rispetto alla Luna. Anche il Vip è un essere sociale, stretto tra caso e necessità.  Perciò ben vengano, in un mondo secolarizzato,  gli appelli, benché superficiali, di Nadia Toffa.  Non guariscono ma aiutano a sopportare le cure.
Semplificando:  un po’ di ottimismo non guasta mai. E' l'ultima "religione" del nostro tempo. 

Carlo Gambescia
                     


venerdì 16 febbraio 2018

Anagrafe Antifascista vs Anagrafe Anticomunista 
Veneziani e  Buttafuoco,
i ragazzi (della Ruota della Fortuna) di Salò



Matteo Renzi non è comunista, anzi probabilmente è anticomunista, eppure ieri, si è recato  a Sant’Anna di  Stazzema. E dopo aver visitato il Memoriale in onore dei 560 trucidati dai nazifascisti,  ha sottoscritto la sua adesione all’Anagrafe Antifascista  quale cittadino di un comune virtuale,   dove, come   si spiega  nella Carta di Stazzema  ideata  dal sindaco Maurizio Verona,      

«iscriversi significa condividere, affermare, rivendicare i principi raccolti nella presente Carta, che sono alla base della nostra Democrazia, della Costituzione Italiana, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del Parco Nazionale della Pace di Sant'Anna di Stazzema.
Iscriversi significa "essere per": un mondo senza guerre, terrore e forme di oppressione; un futuro migliore, di progresso sostenibile, bellezza e civiltà; la fiducia nell'uomo e nelle sue potenzialità, nella ragione, nella cultura »  (1)

Ci sarà un perché  se Renzi  ribadisce il valore dell’antifascismo?  Soprattutto nell’Italia dove un lettore del Mein Kampf,  già militante della Lega, esce di casa per fare tiro a segno su uomini dal colore della pelle diverso dal suo?   O no? 
Certo, qualcuno, che crede di saperla lunga,  asserirà che l'ex Presidente del Consiglio  è  un opportunista,  che  il  giustiziere razzista di Macerata uno squilibrato. E che l’antifascismo in modalità Anpi è un ferrovecchio che serve solo a far prendere voti a Renzi.  Un'arma di distrazione di massa, magari citando quel confusionario di Pasolini, il La Pira dei ragazzi di vita. 
Ed è questa  la versione  recepita   dal “Tempo” di Roma che, sotto la direzione Chiocci,   assomiglia sempre più all’ ”Asso di Bastoni” di Caporilli (magari la cosa gli farà pure piacere…). Infatti,  il quotidiano romano ha subito  replicato  lanciando l’ Anagrafe Anticomunista virtuale (2). Come da programma, ha identificato comunismo e antifascismo, secondo i tradizionali  parametri  nazi-repubblichini, esemplificati dal rauco  e glaciale:  "Kommunistischen  Partisanen  Kaputt!". Per chi abbia dimenticato. Anpi non è solo un acronimo...  
Qualcun altro, magari ingenuamente, osserverà che  tra  quelli di  Liberi e Uguali, come alla loro sinistra, di nostalgici di Lenin  ce ne sono a iosa:  quindi, per metterla calcisticamente  1 a 1...   Evvai con il "Tempo!",  che vinciamo pure la Champions... Tradotto: guerra civile  forever.  Anti vs Anti.  Sembra di vederlo Chiocci, con il calzoncini all'inglese da bambino-bene, piagnucoloso,  lungo lungo:  "Mamma hanno cominciato loro, gli antifascisti, mi hanno rubato la palla, brutti comunisti!". Freud tenía razón, per dirla in castigliano.
In realtà,  l’antifascismo,  al di là delle strumentalizzazioni pro o contro (che nessuno nega), non può essere liquidato come una farsa recitata da ex attori, tutti comunisti, che dovrebbero essere a riposo da un pezzo.  Si può discutere dell’errore politico di aver lasciato al Pci -  che però ebbe pure più caduti di tutti -  il monopolio ideologico dell’antifascismo. Tuttavia, il razzismo, mai dimenticarlo, è alla base dell’ideologia nazionalsocialista (lo stato serbatoio della razza). E il fascismo, vuoi per simpatie politiche, vuoi per opportunismo, vuoi per stupidità, vi si adeguò. E combinò il patatrac. Dopo di che, e parliamo di una  catastrofica guerra mondiale e civile,  l’antifascismo non poteva e non può  non restare  alla base della Costituzione.
E' un valore fondante. E per un momento sembrò che l'avessero capito anche i post-missini: do you remember Fiuggi?  Di conseguenza, soprattutto in una fase come questa  piena di rigurgiti (brutta parola, ma non ne conosciamo di migliori), è giusto ribadire e  vigilare, anche promuovendo una cittadinanza  virtuale  antifascista.  Del resto libera.   Nessuno è obbligato a sottoscrivere.    
Allora qual è  il punto?  Se Renzi  rimane  allergico alla falce e martello, Veneziani e Buttafuoco,  che difendono  in prima pagina la  campagna anticomunista  del “Tempo” (a proposito,  povero Veneziani, che malinconia vedere la sua firma, prima accanto a quelle di Guzzanti, Guerri, Alberoni, ora a quella di Bisignani...),  se non hanno inciuciato, per ragioni anagrafiche, con Mussolini, il  tea se lo sono  preso, e pure più di uno, con i neofascisti.  Quindi a differenza di Renzi (di cui ora diremo), hanno assorbito i miasmi del romanticismo fascista bipolare fin da giovani.  Perciò il loro anticomunismo svolta a destra, direzione Obersalzberg, passando per la Rocca delle  Caminate. Non sono affidabili. E per giunta depressi: perché  "sono nati", per interposta persona, "in un cupo tramonto". Parole di Almirante, musica non ricordiamo di chi.
Si ironizza sulla giovanile  partecipazione di Renzi alla “Ruota della Fortuna” condotta dal grandissimo Mike. Dimenticando che quel programma  rappresentava e rappresenta  un momento  di leggerezza e democrazia, che Veneziani e Buttafuoco, anche se vivessero mille anni,  non potrebbero mai comprendere.  Per quale ragione?  Perché si sono formati -  come ha ben scritto del neofascismo Roberto Chiarini -   in un ambiente  dove l’identità generava illegittimità, e "questa a sua volta marginalità e orgoglio della propria diversità" (3).  Insomma, il complesso dell' "esule in patria". A vita.  Quindi  non si hanno gli strumenti concettuali:  come Veneziani e Buttafuoco  sentono parlare di antifascismo, vedono rosso  e la mano scivola sulla pistola...  Per carità, in senso metaforico. Ma sempre di rifiuto, e pure di pelle, si tratta.  Lévy-Bruhl (non Lévi-Strauss), parlava di mentalità pre-logica. Ma si riferiva ai primitivi.     
Vi risparmiamo, per tornare all'ideona del "Tempo",  le  citazioni:   che vanno da “Antifascismo, ultimo rifugio dei farabutti”, “carnevale elettorale” e “comiche finali di questi antifascisti ai saldi” (Veneziani),  al bifido elogio, in modalità Bombacci, di Luciano Violante - come poliziotto buono da opporre al poliziotto cattivo, Mattarella -   che  “da Presidente della Camera  ebbe un pensiero di conciliazione (…) per i ragazzi della Repubblica Sociale” (Buttafuoco).  Ma non, a quanto ci risulta, da magistrato, per Edgardo Sogno, antifascista liberale e democratico.  
Robetta polemica, ripetiamo, da  "Asso di Bastoni"...  Veneziani e Buttafuoco  nulla hanno dimenticato, nulla hanno perdonato. Si chiama tradizione orale. E significa che  non è necessario  aver  partecipato direttamente alla Ruota della Fortuna di  Salò.
P.S. Mike Bongiorno era antifascista e finì a San Vittore: sette mesi sette.

Carlo Gambescia



(2) http://www.iltempo.it/politica/2018/02/15/news/l-anagrafe-anticomunista-pure-renzi-fa-il-partigiano-e-allora-noi-firmiamo-cosi-aderisci-anche-tu-1050611/
(3) Roberto Chiarini, Destra italiana dall'Unità d'Italia a Alleanza Nazionale, Marsilio, Venezia 1995, p. 12.



   

giovedì 15 febbraio 2018

Un eroe dei nostri tempi, Lorenzo Pianezza 




L’eroismo non è più di moda da un pezzo. Anzi, diciamo pure che nell’ epoca  "della ribellione delle masse", classicamente tratteggiata da Ortega quasi un secolo fa,  l’uomo collettivo teme l’eroismo, perché rinvia al singolo e a qualità soggettive (di indole) che non si possono socialmente trasmettere. Di qui rassegnazione, invidia e volpino disprezzo  per ciò che non si può avere, dal momento che l’eroismo, contrariamente  a quanto ritiene  certa vulgata romantica,  non si insegna a scuola: c'è o non c'è. Eroi si nasce. Il che spiega, perché oggi,   in nome di un collettivismo bovino di stampo pacifista, elevato a mediocre  religione del nostro tempo,  l’eroismo è liquidato come pericoloso. Per cavarcela con la  battuta di un celebre comico: "E' tutta invidia!".
A questo pensavamo, ieri, a proposito del giovane studente milanese, Lorenzo Pianezza,  che senza pensarci un attimo, ma con grande freddezza, si è incuneato tra i binari della metropolitana, riuscendo a  salvare la vita  di un  bimbo.  
Infatti,  che tipo di reazioni si sono avute?   Sul posto -  una banchina della metro -   nessuno si è mosso.   A male pena, una persona -   forse due -  ha allungato le braccia per prendere il bambino e aiutare  il giovane a risalire.  Dopo di che,  sui Social,  come  sempre,  ci si è divisi, non sull’eroismo (da pochi, apprezzato come gesto eroico in sé; dalla maggioranza, definito come un gesto normale), ma sulle cause: sulla mamma poco attenta, sull’assenza di guardie giurate, sulla mancanza di  sicurezza, sui pochi investimenti,  quindi sulle colpe della classe politica - nessuno rida -  che discrimina i bimbi in metropolitana.  
Un inutile bla bla bla collettivo, che non porta da nessuna parte e che  normalizza la figura dell’eroe, liquidandola come un epifenomeno della normalità.  O comunque, come qualcosa  -  l’attività eroica -  a cui l’individuo è costretto quando “lo stato non funziona”. Pertanto,  per cosi dire, la filosofia sociale  del nostro tempo tende a reputare eroe chi prende la metropolitana tutti i giorni e non  chi si lanci contro di essa  per salvare un bimbo.  Lo stesso Pianezza -  si rifletta sulla forza del conformismo sociale -  ha definito il suo gesto, non eroico, ma normale... 
In fondo, perché stupirsi? Siamo o non siamo, per tornare al grande Ortega, nell’epoca  "della ribellione delle masse"? E le masse in fondo non amano gli eroi. O meglio, non apprezzano  chiunque, nella passività collettiva quotidiana, mostri improvvisamente tali qualità, rischiando la vita e sottolineando, ecco il punto, l'altrui  "inerzialità".  O se si vuole, mediocrità. 
Come si spiega allora che  le  “masse” tendono  invece  a deificare i personaggi famosi?  Addirittura, come mostra la storia del Novecento,  capi politici che non  nascondono la propria temerarietà?  Fin quando l’eroe,  o chi  si atteggi  tale,  non impone il sacrificio altrui della vita, l’eroismo resta o socialmente neutro o fonte di ricreazione sociale.   Appena però il capo  impone  il sacrificio collettivo, dal momento che l’eroismo non si può insegnare a scuola,  la massa  si ritrae, perché l’eroismo, come abbiamo detto,  è dote individuale.  Il che spiega la stabile ammirazione per le cosiddette élite senza potere (cantanti, attori, conduttori, giornalisti, divulgatori eccetera) che a masse in cerca di capi non impongono sacrifici umani.  Il sognare, per così dire,  è la virtù dei molti, il fare dei pochi.
Insomma, le società eroiche sono le aristocratiche società di individui, di pochi individui: si pensi, solo per fare qualche esempio  al mondo dell’Iliade, alla società cavalleresca e alle Crociate, all’universo delle navi da corsa, al cosmo degli esploratori, inventori e dei primi  capitani d’industria, la "cavalleria economica", come la definì l'economista Marshall.
Il che, e concludiamo, dovrebbe far riflettere sulla natura individualistica che si tende ad attribuire, con grande superficialità euristica, alle nostre società. Che tutto sono, come abbiamo cercato di spiegare,  eccetto che individualistiche.

Carlo Gambescia     

                                                     

mercoledì 14 febbraio 2018

Mancati bonifici  
Cinquestelle si è incartato



L’amico Carlo Pompei,  pubblicista di grande valore,  vittima designata di  quel  miserabile buco del giornalismo postfascista (dove si  mendicano  stipendi e "stipendiucci", con la stessa acribia che Jünger schierava nel classificare gli insetti ), ieri ha ottimamente indagato il  “caso” dei “bonifici mancati” che ha investito Cinque Stelle come un transatlantico felliniano (1). Quindi, non abbiamo nulla da aggiungere.  Sul piano “tecnico” il commento di Carlo è perfetto.
Un considerazione sociologica -   tanto per cambiare -  non possiamo però non avanzarla.  
Come si legge  in  quel   libro-gioiello  del  giornalismo politico di una  destra, magari con il rimpianto del Duce, ma colta e intelligente che non esiste più, superbamente  incarnata da Gianfranco Finaldi: “I deputati e senatori del Pci si tassano (con involontario entusiasmo) versando al Partito una discreta percentuale del loro stipendio. Lo stesso fanno i giornalisti de “l’Unità” e i funzionari” (2).
Anno di grazia  1974. Parliamo  della Prima Repubblica, ingloriosamente andata a fondo, nel  1992-1994, sotto i colpi, non sempre leali,  dei magistrati più onesti della storia d’Italia dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente.  
Dove  vogliamo  andare a parare?  Che negli anni Settanta  nessuno  si  sognò di  investigare, neppure per un attimo,  se il quaranta per cento dello stipendio (perché questa era la percentuale) veniva regolarmente versato dai senatori e deputati comunisti. Perché?
Uno, perché erano comunisti, quindi blindati per professione (anche di fede),  Due, perché la lotta politica, si conduceva su altri fronti, qualcuno le chiamava idee.  Tre,  perché c’era un tacito  patto di non aggressione, tra democristiani e comunisti,  sulla forma partito. Certo,  non era il massimo, ma impediva che la politica si trasformasse in una ridicola, terrificante, moralistica  caccia alle streghe.
Dopo Tangentopoli invece è cambiato tutto. Il giustizialismo è diventato una risorsa politica, anzi "la" risorsa politica. Sicché,  niente patti, niente idee, niente di niente.  Solo larghe  nuotate nei cassonetti della spazzatura dei partiti. Ovviamente sotto i riflettori dei mass media. E di quel giornalismo scandalistico tipo Iene, prontissimo a gettare palate di merda (pardon) su tutto e tutti,  pur di  sfondare il tetto degli ascolti. 
Risultato? Facile.  “So' tutti uguali, Signora mia”.  Ora,  non vorremmo spezzare una lancia a favore di Cinque Stelle, movimento politico che detestiamo, ma il fatto che alcuni “portavoce” non abbiano versato (con  “l’involontario entusiasmo” dei comunisti di una volta) parte del loro stipendio è questione di diritto  privato, civile,  come quando un condomino è indietro con le quote.  Quisquilie, direbbe Totò.  E invece no.  Gli stessi pentastellati, non potendo fare marcia indietro sullo sbandierato modello politico-ideale  “conti della serva”,  si sono inevitabilmente  incartati.   E così i Social  si sono ritrovati  ad ammirare la foto  che ritrae  Di Maio, in compagnia di un maresciallo dei carabinieri e di un appuntato delle Iene,  tutti compunti,  come Mussolini e generali  piegati sulle carte del fronte greco. Per  verificare  che cosa?  Gli estratti conto bancari.  Capito?  Roba da assemblea condominiale...
Per citare  la bellissima canzone di Van de Sfroos: “Sandokan  ha imparato a pilotare le infradito”. Diciamo che ognuno ha il Duce che si merita. O meglio il  Sandokan…

Carlo Gambescia              

(2) Gianfranco Finaldi e Massimo Tosti, Guida ai misteri e piaceri della politica, Sugarco Edizioni, Milano 1974, p. 219.               

martedì 13 febbraio 2018

Post comunisti (si far per dire...)
Radio3Mondo o Radio Mosca reloaded?



Questa mattina, ore 6.50,  tale  Roberto Zichitella, conduttore della rassegna stampa  di Radio3Mondo,  ci ha spiegato che in Venezuela  i bimbi muoiono di fame e malattie per "il crollo nel 2014 del prezzo del petrolio" e per una "cattiva gestione dell’economia". Dopo di che, il Nostro, precisino precisino, ha  snocciolato alcuni dati Caritas e segnalato il  reportage del post kennedyano  “Washington Post” sulle commoventi  file di genitori davanti agli  orfanotrofi:  mancavano solo i commenti del  “Guardian” e di “Libération”. E pure di Victor Hugo.
Domanda. Chissà cosa  avrà pensato l’ascoltatrice venezuelana, certa “Terribilina”,  tra l’altro di origine italiana, che via mail, come riferisce il conduttore,  ha  chiesto  aiuto  a Radio3Mondo?  Che in Italia, il comunismo, come  Elvis, pardon Pablo,  non è morto e  vive e lotta insieme a noi.     
Il buon Zichitella, tra l'altro, ci dicono,  collaboratore di "Famiglia Cristiana",  si è ben guardato dallo spendere anche  una sola  parola sulla dittatura comunista di Maduro:  uno che ce la sta mettendo veramente tutta per  portare a termine il lavoro cominciato da Chavez, un mini-Castro che  andava e veniva da Cuba.  Per inciso, si dia un’occhiata alla voce Venezuela di Wikipedia, dove ci si diffonde sull’alta borghesia venezuelana che parlerebbe solo inglese… Però, ecco il punto,  Wikipedia  non è finanziata con il canone.
Insomma, per  Zichitella,  e per  chi  lo ha messo  lì -  tutti pagati dai contribuenti italiani -   fame, malattie e miseria vengono da Marte. E non dall’ennesimo e mostruoso tentativo di mettere in pratica l’utopia comunista.   
È veramente una vergogna. E in Italia che si fa?  Si polemizza  sul  mancato versamento delle quote condominiali  dei parlamentari grillini.  Tanto il comunismo è morto nel 1991...  Magari.
Ora, non per tirare fuori il tormentone Foibe e per dare ragione a Trippanera-Storace, ma i massacratori,  e purtroppo non solo su  Radio3,  sono regolarmente definiti titoini.  Capito? I fascisti restano fascisti  - il che è pure giusto -   i comunisti invece si tramutano in titoini.  Insomma,  Radio Mosca reloaded.  
Che dire?  Da un pezzo è caduto il comunismo, ma il riflesso condizionato no.  Chi ha “infoibato” gli italiani? I titoini. Chi affama i venezuelani? I marziani.  
     

Carlo Gambescia


                           

lunedì 12 febbraio 2018

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2018, lunedì 12 febbraio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 11/02/2018, ore 05.23, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato vaticana in uso a  S.S. SANCHO I, e l’utenza privata n. 347***, in uso a BERNASCONI SILVANO. Riscontri tecnici effettuati mediante verifica impronta vocale accertano che da quest’ultima utenza parla DUDU’ [cane barboncino registrato in proprietà di NATALE FRANCESCA, convivente del sunnominato BERNASCONI SILVANO].  L’utenza di Stato vaticana è in uso a PERSONA IGNOTA, che nel corso della conversazione si evince appartenente alla razza canina, appellata dal sunnominato DUDU’ con il nominativo di BOSCO.  Sono in corso accertamenti sull’identità della PERSONA IGNOTA, che nella trascrizione verrà provvisoriamente indicata con l’appellativo “BOSCO”.
Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]
                                                                                                                                    

BOSCO: [sottovoce] “Chi è a quest’ora?”
DUDU’: “Sono io.”
BOSCO: “Io chi?”
DUDU’: “Dudù, dai! Dudù, ricordi?”
BOSCO: “Ah ma sei il cane di coso, di Bernasconi?”
DUDU’: “Certo, il cane di Silvano.”
BOSCO: “Ma certo, certo, scusa sai…è che qui a Santa Marta le suore mettono una cera tremenda, non si sentono altri odori, guarda, un martirio…”
DUDU’: “Eh la sento la cera, la sento eccome…ma come fai, poveretto te?”
BOSCO [sospira]: “Faccio un fioretto a San Giovanni Bosco…”
DUDU’ [a parte] Baciapile! [a BOSCO]: “Bravo, bravo. Ma tu che sei addentro alle segrete cose: siamo sicuri che in Paradiso ci andiamo anche noi?”
BOSCO: “Garantito. Il padrone qui me l’ha detto a chiare lettere.”
DUDU’: “L’ha proclamato ufficialmente? Ex cathedra?”
BOSCO [pausa]: “Be’, no, non ancora. Sai com’è, ci sono resistenze, qui in Curia…certi monsignori…conservatori, tradizionalisti…”
DUDU’: “…egoisti…”
BOSCO: “L’hai detto tu, questo…”
DUDU’ [a parte]: “Dio che ipocrita!” [a BOSCO]: “Ma se andiamo in paradiso, allora possiamo andare anche all’inferno, no?”
BOSCO [pausa]: “Be’…tecnicamente…”
DUDU’: “Tecnicamente sì o tecnicamente no?”
BOSCO: “Sì.”
DUDU’: “Ecco. Allora, a proposito di inferno: hai sentito da laggiù?”
BOSCO [lunga pausa, sottovoce]: “Da Macerata?”
DUDU’: “Da dove sennò?”
BOSCO: “Sì, certo che ho sentito. Hanno ululato per tutta la notte del 31, laggiù…brrr…”
DUDU’: “E non fa niente il tuo padrone? Niente?!”
BOSCO [lunga pausa]: “Non so…non ancora…”
DUDU’: “E cosa aspetta, santo Dio? E’ il papa sì o no?”
BOSCO: “Ma lo devi capire! Al giorno d’oggi! Parlare di…di inferno, di Satana…poi cosa dicono i fedeli? I giornalisti? Il tuo padrone, piuttosto, che è tanto ricco, potente…con le televisioni e tutto…perché non ne parla lui?”
DUDU’: “Il mio padrone non ci crede, e se anche ci credesse è in campagna elettorale, a parlare di diavolo e di inferno si perde, dicono che sei matto.”
BOSCO: “Vedi qual è il problema?”
DUDU’: “L’hanno già eletto il tuo padrone, e l’hanno eletto a vita. Non ce l’ha la campagna elettorale.”
BOSCO: “Sì ma…”
DUDU’: “Ma cosa? E’ il papa sì o no? Qui fanno i sacrifici umani, lo sai o no?”
BOSCO [pausa]: “Sì che lo so.”
DUDU’: “Lo sai come diventano gli uomini quando succedono queste cose? Pensi che noi ce la caviamo perché siamo cani?”
BOSCO: “No.”
DUDU’: “Insomma: il tuo padrone ci crede o non ci crede, all’inferno e al diavolo?”
BOSCO [pausa]: “Tecnicamente…”
DUDU’: “Tecnicamente sì o tecnicamente no?”
BOSCO: “Tecnicamente non lo so.”
DUDU’: “Stiamo messi bene.”
BOSCO: “Lo devi capire, lo sai come sono gli uomini, poveretti…loro non le sentono, certe cose…è come gli ultrasuoni, non li sentono, loro…come gli odori, sentono solo…solo la superficie delle cose, ecco…”
DUDU’: “Devi fare qualcosa, Bosco. Parlagli, al tuo padrone, fagli capire che qui stiamo in pericolo, tutti. Lui…lui ha il potere, se vuole, lo sai…”
BOSCO [lunga pausa]: “Ecco, vedi…”
DUDU’: “Vedi cosa?”
BOSCO: “Non mi sente.”
DUDU’: “Cooosa?!”
BOSCO: “Non mi sente. Ci ho provato tante volte a parlargli, anche mentre dormiva, per vedere se…ma non mi sente. Crede che abbaio, mi sgrida…” [guaisce]
DUDU’: “Ma roba da matti. Mi sente il mio che non crede a niente, pensa solo alle donne e a divertirsi, e non ti sente il tuo che è il papa…e si è chiamato Francesco, oh! Che quello parlava anche coi passeri, coi lupi parlava, ti rendi conto? Vacci a parlare te, coi lupi!”
BOSCO: “Ma è bravo, sai? Mai un calcio, tante carezze…mi fa mangiare che guarda…”
DUDU’: “Sì, stai da papa, bravo. Ma adesso che facciamo? Conosci qualcuno?”
BOSCO: “Non lo so, fammi pensare…forse sì…ci sarebbe un cardinale…un negro…un vecchio brontolone, antiquato…non gli va mai bene niente… fa la Messa in latino…”
DUDU’: “Lo conosci il suo cane?”
BOSCO: “Di vista. Sai, io sono il cane del papa, bisognerà pur mantenere le distanze…”
DUDU’: “Sì, be’, adesso le accorci, le distanze, lo chiami subito e ci parli, datevi una mossa perdio!”
BOSCO: “Subito no, il padrone sta per svegliarsi. Dopo.”
DUDU’: “Dopo subito però. Promesso?”
BOSCO: “Promesso.”
DUDU’: “Guarda che se non mantieni vai all’inferno.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

domenica 11 febbraio 2018

Il Festival di Sanremo?
Un enigma racchiuso in un mistero



Il Festival di Sanremo non è mai stato lo “specchio fedele” dell’Italia, come  dicono, compiaciuti, i professori di televisione.  Sanremo è una rappresentazione dell’Italia, di come la si immagina, di come la si vorrebbe: un dover essere che rispecchia i discontinui misteri della pedagogia politica. Dal democristianismo di Pippo Baudo  e Mike al  buonismo, intinto in salsa grillina-liberieuguali  di Baglioni e Favino. Solo Berlusconi, il più politicamente ingenuo di tutti,  si mise nelle mani di quel simpaticissimo cazzaro di Tony Renis.        
Insomma, la  musica non conta. Tutti, dal cantante  sfigato all’impegnato,   vogliono successo e quattrini.  Persino i compagni dello “Stato sociale” (con tanto  di blog sul “Fatto Quotidiano”).   Nulla di  male, per carità,  è il business musicale.   Iniziò  nell’Ottocento con l'Opera. Insomma, pure Rossini, Verdi e Puccini  tenevano  famiglia.       
E gli italiani?  In milioni, guardano, commentano, discutono, cambiano canale, si divertono, si annoiano.  Insomma,  vivono.   In realtà però,  nessuno sa  cosa  frulli nelle loro teste.  L’Italia va avanti da sola.  Con o senza Sanremo.  E come? Lo Stivale,  forse,   è la prova vivente dell’esistenza della mano invisibile, non proprio quella teorizzata da Adam Smith, ma qualcosa che permette al birraio e al macellaio  di vivere a spese dello stato.       
Quindi inutili scervellarsi sul significato sociologico di Sanremo.  Di più: rompersi il capo per capire gli italiani.  Il che è amaro per chiunque studi sociologia.  Parafrasando ciò che disse Churchill, a proposito del comunismo, l’Italia, citiamo a memoria, è un enigma racchiuso in un mistero. 

Carlo Gambescia