mercoledì 28 giugno 2017

Inchiesta Consip, indagati  il  pm Woodcock e la giornalista Sciarelli.
Come a Scampia



Inutile farsi illusioni, il giudice Woodcock e la giornalista Sciarelli, dopo i primi  titoli, simili ai  fuochi  d’artificio (che per l’appunto si esauriscono subito, tra scie di luce  che per un attimo illuminano il cielo), torneranno indisturbati a fare il loro lavoro. Secondo alcuni, a fare danni.
Nessun complotto, per carità. Si chiama “familismo amorale”. Ed è un fenomeno tipicamente italiano: sociologicamente strutturale. Si mette in moto da solo.   Il  familismo rinvia alla logica del clan e alla società prestatale, dove vige il principio dell’occhio per occhio, dente per dente.  Della faida insomma. E quindi  della fedeltà al clan:  fedeltà, al di là del bene e del male, dunque amorale. Hobbes ne godrebbe, scorgendovi la riprova delle basi della sua teoria politica. 
Un sociologo americano, che evidentemente aveva letto il filosofo  inglese, impiegò il concetto  per studiare l' arretrata  società meridionale degli anni Cinquanta, nei suoi vari aspetti, anche criminali.  Ignorando però che tutti -  tutti gli italiani -  estendevano ed estendono  la logica del clan,  ben oltre le figure parentali tradizionali e il puro e semplice spirito di corpo. Dicesi, anche, modernità come optional... Tradotto: "Del moderno,  mi cucco quello che più mi conviene".  
Sicché,  per tornare al giudice Woodcock e alla conduttrice Sciarelli,  presto insorgeranno  i rispettivi clan, dei  magistrati e dei giornalisti, brandendo lance e spade in difesa dei "diritti" tribali.  Evocando però,  due  conquiste della modernità:  libertà di stampa e   divisione dei poteri.  
Parliamo, insomma, di due clan fortissimi, che hanno stretto un temporaneo  patto di alleanza fra di loro,  e che quindi  controllano l’intero territorio nazionale, facendo il bello e il cattivo tempo.
Il lettore si chiederà, se le cose stanno così, perché  allora  indagare due "intoccabili"? Probabilmente, siamo davanti a un tentativo di  scalata interna. Come a Scampia.


Carlo Gambescia

martedì 27 giugno 2017

I dati del Cattaneo confermano la
possibilità di una “svolta” maggioritaria

Chiamalo se vuoi doppio turno…





Ieri parlavamo in favore di una svolta maggioritaria per annientare sul piano elettorale il M5S, oggi i dati dell’Istituto Cattaneo  sembrano confermare  la  nostra tesi.   

Il M5s si conferma, anche in questa occasione, una “macchina da ballottaggio”: quando riesce ad accedere al secondo turno, si trasforma in un partito pigliatutti, in grado di attrarre i consensi degli elettori dei candidati esclusi dopo il primo turno. Pur essendo riuscito ad andare al ballottaggio soltanto in 10 comuni su 159 (è escluso, per commissariamento, il comune di Trapani dal conteggio), il M5s mostra un “tasso di vittoria” nel secondo turno pari all’80%: il risultato più alto rispetto a tutti gli altri schieramenti considerati. All’opposto, la coalizione di centrosinistra è quella che soffre maggiormente nei ballottaggi. Il suo “tasso di vittoria” è del 40,5%: ciò significa che il centrosinistra è riuscito a vincere solo in 4 elezioni su 10.

E gli altri partiti?  Intanto,  il Pd e i suoi alleati

hanno un comportamento perfettamente speculare rispetto a quello del M5s. Se questi ultimi faticano ad accedere al ballottaggio ma poi si dimostrano quasi invincibili nel secondo turno, il centrosinistra accede con relativa facilità ai ballottaggi ma poi ne esce spesso sconfitto. Per dirlo in altri termini, il Pd (con i suoi alleati) mostra, relativamente agli altri partiti, una crescente difficoltà a vincere nel turno elettorale decisivo. Un trend, peraltro, che risulta particolarmente evidente nelle regioni tradizionalmente “rosse”, dove il centrosinistra accede agilmente ai ballottaggi, ma poi perde in numerosi casi (ad esempio, in Emilia-Romagna il centrosinistra perde in tutti i cinque casi di ballottaggio).

Quanto ai partiti di  centrodestra,

 il “tasso di vittoria” (55,8%) indica che la coalizione riesce a vincere in più di un ballottaggio su due: un dato superiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a quello del centrosinistra. Anche le liste civiche, senza alcun legame con i partiti nazionali tradizionali, mostrano una buona prestazione nei ballottaggi (66,5%), inferiore solamente a quella del M5s.
Grazie al formato largo e unitario della sua coalizione (da Forza Italia alla Lega, includendo talvolta anche Fratelli d’Italia-AN), che gli permette prima di accedere e poi di vincere con relativa frequenza nei ballottaggi, il centrodestra si attesta come il vincitore certo di questa tornata di ballottaggi.

Riassumendo. Il M5S, è forte nei ballottaggi, ma raramente riesce a superare il primo turno. Il PD renziano, anche allargato,  lo supera agevolmente, ma perde ai ballottaggi, perché la figura di Renzi è divisiva:  vota contro di lui, “l’antipatico”, anche l’elettore di destra.  Per contro,  il centrodestra unito, con un Cavaliere che nonostante l’età impazza, come prima più di prima,  vince alla grande. 
Pertanto, sulla base di questi dati, se si votasse con il maggioritario a doppio turno, il M5S scomparirebbe ( o quasi),  il centrosinistra guadagnerebbe i suoi bravi seggi   in Parlamento, ma come forza minoritaria, il centrodestra tornerebbe al governo.  
Tutto bene?  Cinque Stelle, finalmente,  messo a tappeto?
No. Il punto è che Renzi ritiene di avere  tutto da guadagnare dal proporzionale (magari con liste imposte dall’alto e soglia), perché in questo modo potrebbe regolare i conti con gli oppositori interni  ed esterni. Per poi andare dove, difficile dire… 
Come del resto il partito di Grillo e Casaleggio jr,  che  teme ancora più di Renzi, il maggioritario, poiché da autentico nemico di qualsiasi forma di alleanza, rischia la riduzione allo stato gassoso. 
Per contro, il centrodestra avrebbe il suo bel tornaconto.
Però,  due contro uno:  probabilmente mancano  i numeri in Parlamento. Senza  considerare  i troppi mini-gruppi e partitini che puntano alla sopravvivenza proporzionalista.  Perciò due (più "poltiglia") contro uno. Diciamo allora, "quasi tre" contro uno. 
Quindi? Alla  distruzione elettorale del M5S, si preferisce la coltivazione del proprio micro-orticello politico. La tesi difensiva  di Renzi e Berlusconi  è che, come si riteneva  per fascisti e nazisti (fatte le debite proporzioni storiche), il M5S  sia  un fenomeno politicamente evanescente.
Può essere. Ma perché invece di sfidare la sorte, non mettere in sicurezza l’Italia, con una  bella legge maggioritaria a doppio turno?    Perché  Renzi, per un volta, facendo forza su stesso (parliamo di  un malato grave di solipsismo), non decide  di votare una legge maggioritaria in grado di  annientare elettoralmente il M5S? Perché Berlusconi, nonostante l’incoraggiante vittoria di domenica, invece di  nicchiare,  lui che ne fu il profeta, non torna a battersi per la causa  “maggioritaria”?  
L’unico, che sembra avere  capito  la lezione  è  Salvini.  Più che altro, però,  per un pavloviano riflesso carnivoro, che nel post-leghista si attiva automaticamente al solo ghiotto profumino di potere alla brace che promana dal maggioritario. P.S. Probabilmente, la regola "riflessologica" vale anche per la Meloni.   
Naturalmente, sia chiaro,  il  maggioritario a doppio turno, nell’Italia dei mille campanili politici (e diecimila pugnali), non implica  alcuna certezza sulla stabilità del futuro governo. Per conseguire lo scopo, andrebbe rafforzato l’esecutivo, eccetera, eccetera. Ma questa è  un’altra  storia… Già  troppo complicata, da gestire,  in tempi normali, lunghi,  figurarsi a pochi mesi dalle elezioni politiche.
Però, si potrebbe tentare  di ridurre il numero dei deputati, anzi delle "stelle"  del Movimento Cinque Stelle, come si dice,  al lumicino.  E così mettere in sicurezza l’Italia.  Non sarebbe poco.

Carlo Gambescia
               

lunedì 26 giugno 2017

Imparare  dalle amministrative 2017
Avanti con il maggioritario!



Oggi i  principali  giornali, per non dire dei Social, celebrano più che la vittoria del centrodestra  la sconfitta di Renzi.  E tutti, ma proprio tutti, sembrano dare per  buona, pur con sfumature diverse, l’autodifesa di Grillo che parla dell' inarrestabile crescita del M5S.  
Ammesso che sia così,  va notato  che perfino  i  commentatori più  intuitivi come  Stefano Folli   non scorgono  due cose fondamentali:  la prima che il risultato più importante è quello del primo turno: l’isolamento  dei pentastellati;  la seconda,  è che l'emarginazione elettorale dei Cinque Stelle dipende dall'introduzione di un  legge maggioritaria a doppio turno.  Che come ogni politologo serio riconosce,  penalizza le forze antisistemiche,  sempre che non abbiano superato il 35 per cento dei voti (Fisichella). 
In Italia  saremmo  ancora tempo per approvare una legge di questo tipo. In Parlamento si potrebbe trovare un accordo per opporsi all'inarrestabile crescita dei grillini.  E invece questa mattina, da Renzi a Berlusconi,  si ragiona  intorno al come spendere il successo o l’insuccesso;  sulle trattative legate al varo di una legge proporzionale, sulle possibili alleanze post-elezioni politiche, e via così "politicando".  Non si vuole comprendere l'unica cosa veramente importante: che il nemico, da sconfiggere, è il pericoloso populismo grillino. E lo strumento adeguato è rappresentato dal  maggioritario a doppio turno (quindi con ballottaggio). Sistema unico per  Camera e Senato: lo strappo o si fa bene, oppure non si fa...   
Si dirà:  per vincere,  Berlusconi sarebbe costretto ad allearsi con Salvini e Meloni, mentre Renzi, ad allargare lo schieramento aprendo alla sua  sinistra.  Dal momento che, da soli, il PD e FI,  non potranno mai farcela.  E che, per giunta,  come è già accaduto,  le due coalizioni,  dopo la  vittoria, non riuscirebbero a governare,  proprio a causa della  composizione troppo “allargata”, inclusiva di forze populiste (leghisti e neo-fascisti, da un lato, e  sinistra-sinistra dall’altro).
Giusto. Il rischio esiste,  ma  la scelta italiana, purtroppo,  è tra il populismo puro e semplice di  Grillo e il populismo annacquato di Renzi e Berlusconi (chissà, emendabile nel tempo...).  Però ecco il punto:  con il maggioritario, per così dire di coalizione,  un governo caratterizzato a  destra o sinistra,  "quasi" stabile,  si   potrebbe varare.  Mentre con il proporzionale,  quorum o meno,  Cinque Stelle potrebbe conservare i suoi voti (o comunque in buona parte) spingendo così  le forze moderate a un’ammucchiata (si pensi a un governo PD, appoggiato da FI), in grado di  favorire  - ecco l'arma letale delle forze antisistemiche -   il  gioco al tanto peggio tanto meglio degli onorevoli grillini, contro il  berluscon-renzismo.    
Quanto al calo della partecipazione,  si continua a considerarlo,  un fatto negativo. In realtà,  la politologia più avvertita (Huntington e Sartori), ci spiega che un eccesso di domanda politica, può determinare  un vero e proprio cortocircuito politico, perché la partecipazione, inevitabilmente, tende a privilegiare  la redistribuzione sulla produzione,  il welfare sul mercato.  Mentre  le nostre società, di mercato vivono. Il consenso serve. Ma se non si produce, che cosa si redistribuisce?  
Concludendo, altro che chiacchiere su chi ha vinto o perso, il nemico è uno: il M5S.  Qui occorre una legge elettorale maggioritaria che, al massimo,  riservi al grillismo politico il  diritto di tribuna. Come per il  Front National in Francia, dove, per l’appunto,  si vota con il maggioritario.   

Carlo Gambescia


       

sabato 24 giugno 2017

È morto il professor Rodotà, tarataratatà, tarataratatà …





Per la sinistra, nelle sue varie sfumature,  il professor Stefano  Rodotà,  emerito di diritto civile,  è roba da “Santo (laico) subito”.  Basta leggersi i coccodrilli  di  “Repubblica”, “Il Fatto”,  “il Manifesto”.    
Quel che però  è curioso è che  il giurista  viene celebrato  quale  difensore dei diritti individuali, per dirla in romanesco,  sia  dai “quattrinari" di “Repubblica”  sia  dai “manettari” del “Fatto”,  che invece detestano i "quattrinari", (o "quatrinari"...).  E dulcis in fundo,  osannato,  come profeta dei “beni comuni”, sorta di prosecuzione del socialismo con altri mezzi,  dai “compagni” del “Manifesto”. Qualcosa, evidentemente non torna. Oppure sì.
Soldi, manette e benicomunismo  - basta chiedere a Salvini e Meloni - sono i must  della sinistra al caviale. Della quale - è verissimo -  il professore non si perdeva un vernissage, un manifesto da firmare,   una sdegnata  denuncia pubblica, un richiamo tonitruante alla  Costituzione "più bella del mondo".      
Basta così? No.  Bisogna andare oltre  reazioni  tipo “ cuore a sinistra, portafoglio a destra”, degne di   “Libero”, “Giornale”. “Tempo” e compagnia insultante.  Si deve  andare più a fondo.  E per fare questo, consigliamo, a chi  desideri approfondire, di leggere  due libri del professore: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, di recente riedito accresciuto di  alcuni saggi à la page sui beni comuni) e  La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (Feltrinelli), un must  per il progressismo bioetico digitale,  Il primo è del 1981  il secondo del 2006.  
Ora, i due volumi, scritti a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, compendiano molto bene, sul piano dell’approccio,  il pensiero di Rodotà.  E ci aiutano -  ecco il punto fondamentale -  a capire i tic cognitivi di una sinistra al tempo stesso, "quattrinara", "manettara" e “benicomunistara”.    
Secondo  Rodotà,  il diritto in quanto forma giuridica deve rincorrere  i contenuti della vita, che però cambiano in continuazione.  E non sempre in meglio. Che fare?  Ecco l'escamotage:   il diritto deve adeguarsi alla vita,  ma solo quando la vita, nel suo svilupparsi, quindi a livello di  contenuti,  non entri in conflitto con  le moderne libertà sociali.  Di qui, secondo Rodotà,  la necessità per la gente comune di seguire il cammino indicato dalle élite  illuminate, le sole in grado di correggere i vizi dell’ ”uomo medio”, così volgare e reazionario, perché attaccato alla proprietà:  diritto “terribile” (la definizione è di Cesare Beccaria), perché condannato a tramutarsi, lungo un percorso ascensionale che va, fortunatamente (però sull'avverbio Beccaria non sarebbe d’accordo), dal diritto liberale,  proprietario,  al diritto comunitario, collettivista, dove tutti hanno accesso a tutto.  Insomma, il socialismo che verrà, come prolungamento del liberalismo. Vecchia tesi,  tuttora cara anche ai reazionari. Quindi, detto per inciso,  i due estremi finiscono sempre per  toccarsi.
Ma se “l’uomo medio” (il “buon padre di famiglia” del diritto civile, concetto  avversato da Rodotà, perché vi scorge  il rapace proprietario),  non è capace di scegliere “il progresso” giuridico, chi ne sarà in grado? Forse, la microsocietà “riflessiva” delle élite?  Che stabilisce, in modo illuminato,  ciò che è giusto o sbagliato?  Rodotà tace, quindi acconsente.  Che dire? Viva la democrazia socialista…
Ma torniamo alla dicotomia forma/contenuto, tema  che Rodotà sviluppa particolarmente ne La vita e le regole.  L’idea di libero sviluppo della personalità umana è forma o contenuto? E’ norma “giuridica” o fatto “sociale”? Sul  punto Rodotà sembra  tentennare, salvo alla fine   propendere per l’ identità tra sviluppo umano e regola giuridica,  ovviamente quando e se “illuminata”: l’uno rimanderebbe all’altra.  E insieme  all’idea di progresso giuridico e sociale, idea  insita in quella di sviluppo umano… E che cos’è lo sviluppo umano?  Ecco la  la risposta di Rodotà:  quel che impone il progresso...  
E’ evidente che siamo dinanzi a  un ragionamento circolare. Non solo:  si  invoca un principio extra-logico di autorità,  quello del progresso. Una vera manna, sociologica,  per  "quattrinari", "manettari" e "benicomunistari"… Che dentro il sacco vuoto  del progresso mettono tutto ciò che vogliono: il maggiordomo filippino,  il magistrato d'assalto, i centri sociali, i compagni che sbagliano ("finanzievi" esclusi), eccetera, eccetera. E possono permetterselo, perché sono  tutti rigorosamente di sinistra. Quindi, dalla parte progresso, delle manette e pure della libertà,  tarataratatà, tarataratatà.  Proprio come Rodotà, tarataratatà, tarataratatà.
A proposito, dimenticavamo:  che la terra gli sia lieve.      

Carlo Gambescia         

venerdì 23 giugno 2017

Emergenza acqua
Esopo o Don Ferrante?




Ieri sera, dopo l’irruzione nei telegiornali della “grande siccità”,  il nostro pensiero maliziosamente è subito andato  alla sociologia dell’ "Al lupo! al lupo!",  che rinvia al pastorello burlone di Esopo. Anche perché nelle società welfariste intorno alle “emergenze” girano molti soldi pubblici. Infatti come riporta  “La Stampa” :

Le prime misure approvate dal Consiglio dei ministri di ieri toccano le province di Parma e Piacenza che sembrano le più colpite dalla siccità. Nelle due zone confinanti è stato dichiarato lo stato di calamità «in conseguenza della crisi idrica in atto, dovuta a un lungo periodo di siccità a partire dall’autunno 2016, aggravato dalle elevate temperature estive e dai rilevanti afflussi turistici». In arrivo ci sono 8 milioni e 650 mila euro e deroghe per garantire che nei Comuni siano assicurate forniture regolari di acqua potabile. Soddisfatto il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo ottenuto dal governo quanto avevamo chiesto per far fronte ad una situazione eccezionale». l grande caldo e l’assenza di precipitazioni sta mettendo in ginocchio l’intera Europa. In Italia le temperature sono 1,9 gradi in più rispetto alla media stagionale. Dal 1971 nel nostro Paese si è avuta la terza primavera più asciutta con un calo di precipitazioni di quasi il 50% rispetto alla media. All’orizzonte non c’è una nube, anche se da domenica il grande caldo potrebbe attenuarsi.


Insomma, due gradi in più rispetto alla media stagionale e  subito sono scattati i rimborsi per una specie di Sahel italiano prossimo venturo, stando almeno ai toni esasperati dei mass media.  E più a monte, va sottolineato,  pascola anche la Mucca Europea  per l’agricoltura,  da mungere.  Una vera manna.   L’Emilia Romagna  è un  feudo elettorale del Pd.  Quando si dice il caso…
Lasciamo però  perdere il complottismo politico e veniamo al punto sociologico.  Le emergenze, insegnano i maestri del pensiero sociale, da Spencer a  Sorokin,  determinano un giro di vite nelle libertà individuali. Insomma, contribuiscono all'accentramento  del  potere nelle mani delle pubbliche istituzioni, sottraendolo ai cittadini. Detto altrimenti,  nelle mani  di coloro che decidono.  
Il massimo esempio è rappresentato dalla guerra. Ma anche le crisi economiche non sono da meno. Per non parlare delle catastrofi naturali. L’emergenza, rinvia allo stato d' eccezione, e lo stato d'eccezione alle conseguenti decisioni “politiche” che devono essere prese subito e  implementate rapidamente.  
Ma chi stabilisce e soprattutto  distingue  ciò che è emergenza da ciò che emergenza non  è?  Certo, una guerra, un terremoto sono fatti evidenti di per sé. Mentre una crisi economica è già  qualcosa di meno palpabile, particolarmente sul piano soggettivo  Ovviamente, e non solo per l’economia,  esistono protocolli decisionali, basati scalarmente su medie  statistiche,  cioè dati del passato (il certo) proiettati nel futuro (l’incerto), confidando,  su un fatto che non è assolutamente scontato, che il futuro (l’incerto) sia uguale al passato (il certo). Una specie di lotteria.  
A dire il vero,  come insegna  la sociologia,   è emergenza ciò che  l’uomo ritiene tale,  ossia ciò che l’uomo crede sia tale: una casa non brucia, ma appena si sparge la voce delle fiamme, sul luogo del presunto incendio  convergono vigili del fuoco e  volontari, mettendo in moto  il circuito sociologico  dell’emergenza con le conseguenze di cui sopra, ovviamente in  scala più piccola. Ma, attenzione,  il concetto non cambia.
Si dirà, tutto vero, tutto molto bello,  però in virtù  del  cosiddetto “principio di  precauzione” si deve intervenire, a prescindere.   Giustissimo.  Dal momento che  all’altro capo del filo sociologico, al rischio dell’ "Al lupo! al lupo!"  si oppone  quello del “Don Ferrante” manzoniano che negava l’esistenza della  peste a Milano, fino al punto di  non prendere precauzioni, contrarla, ammalarsi e morirne.  Di qui,  come si sostiene, la necessaria  pianificazione delle emergenze,  che però non  esclude, allarmismi,  sprechi, giri di vite.    
Che fare allora?  Boh… La questione è politica non sociologica.
Di regola,  il principio di precauzione piace alla sinistra e agli statalisti; il “lasciar fare, lasciar passare” ai liberali  e a chi teme più del  diavolo l’intrusione del pubblico nel privato.  
Senza però  dimenticare che  sullo sfondo -  di  ogni decisione politica -   si staglia  la  figura  del “popolo sovrano”. Pensiamo a quelle persone che ogni giorno ognuno di noi, mescolandosi, incontra in metro, al supermercato, in fila davanti a uno sportello.  Uomini e donne, presi dalle proprie preoccupazioni, più o meno reali. Persone predisposte, più al credere che al capire,  addirittura antropologicamente  predisposte,  secondo alcuni studiosi.       
C’è altro da aggiungere? No,  almeno per il sociologo.  Hic sunt leones.

Carlo Gambescia       

                       

giovedì 22 giugno 2017

L’ultima dell’Onorevole  Di Maio:  
“Berlinguer e  Almirante  forever”   
Confusionario? No, statalista




Prima i fatti.

«In un'intervista rilasciata a 'Porta a Porta', il vicepresidente della Camera ha risposto alle domande di Bruno Vespa cercando di definire l'anima del movimento. "Chi siete? Cos'è il Movimento 5 stelle?" ha chiesto il giornalista. La risposta di Di Maio ha scatenato immediatamente l'ironia del web. "Il movimento 5 stelle è un movimento post ideologico, ma porta con sé tante idee che sono state i cavalli di battaglia de partiti di destra e di sinistra" ha risposto il pentastellato. "C'è chi si rifà a quelle portate avanti da Berlinguer, chi a quelle di Almirante, chi a quelle della Dc".»

Così di Maio, futuro premier dei  “teppisti digitali” pentastellati.  Definizione, non nostra ma di Giuliano Ferrara (se ricordiamo bene…). 
Cosa dire?  Intanto che  il  Web, la patria del “teppismo digitale  non  c' è andato leggero con il Vicepresidente della Camera:  “Sei più confuso di un pinguino alle Hawaii”; “Come dire  siamo tutto e non siamo nulla”;“Ma [aggiungi] anche qualcosa di Sandy Marton, degli Spandau Ballet e di Kekko dei Modá”.
Come disse Garibaldi ai romani: "Signori siate seri".  Perché  certe reazioni, anche simpaticamente ironiche,  nascondono  la stessa confusione che regna nella testa  dell'Onorevole Di Maio e sodali.  Il che però, chiudendo il cerchio, è la riprova,  se  il fatto fosse sfuggito a qualche lettore, che  pure  i  Cinque Stelle  sono un raffinato prodotto del Web. Proprio come i critici.
Diciamola tutta:  il punto non è tanto  la confusione che regna nelle menti dei frequentatori dei Social, a cominciare da Di Maio,   quanto la mentalità politica che c'è sotto,  che va oltre il  Web e che paralizza l'Italia, non da oggi.  
Facciamo un passo indietro.  Qual è la nota comune politica, al di là delle apparenti diversità ideologiche tra Berlinguer, Almirante e la Balena Bianca?  L’anti-liberalismo, che invitabilmente porta con sé lo statalismo. E' matematica.   Pensiamo a  quella forma mentis, ormai quasi una seconda natura italiana, che tuttora spinge i cittadini, per esempio,  a citare in tribunale  lo stato...  perché incapace di prevedere i terremoti. E, cosa più grave ancora,  con il placet di  giudici e  politici,  tra gli applausi delle piazze televisive.
E' ovvio, che una mentalità del genere, abbia fatto  il pieno di voti (grillini) sui Social, dove proliferano, fuorché nel week-end,  complottismo, piagnonismo e varie forme di socialismo nazionale. Come è altrettanto ovvio,  che perfino  gli stessi avversari dei Cinque Stelle  continuino a non  capire di essere portatori, neppure sani, del pericoloso germe statalista. 
Come concludere? E vissero tutti felici e scontenti…  Battute a parte,  Di Maio è soltanto la punta dell’iceberg di una mentalità statalista dura a morire,  che fa  pendant con un paraculo (pardon) individualismo assistito. Un atteggiamento mentale che unisce destra e sinistra, postini e imprenditori, ferrovieri, insegnanti e albergatori riminesi,  nonni e nipoti, guardie  e ladri.  Perché, tra l’altro, lo statalismo è la fonte  stessa della  corruzione che si vuole combattere.  Con quali armi, però?  Altro giro, altra corsa:  con dosi ancora più massicce di controlli pubblici. E quindi a colpi di burocrazia, leggi e divieti.  La stessa  ricetta, per l'appunto, di Almirante, Berlinguer e dei leader democristiani… E  ora dei grillini,  ma anche degli avversari dei grillini...    

Carlo Gambescia                    

mercoledì 21 giugno 2017

Oggi si parte con  la prova di italiano
Il mito della maturità


Come ogni anno, allo scoccare dell’estate, si ripete il rito degli esami di maturità. Sociologicamente parlando, il concetto di esame  rinvia a  un sistema  di formazione e  selezione delle persone.  La questione però  è che in questo caso la selezione  non esiste, perché, di regola, più del 90 per cento degli studenti supera la prova. E' vero che un'altra selezione, più dura,  avviene invece all'atto dell' iscrizione all’ università,  che riguarda solo  un terzo  dei cosiddetti maturi, diciamo il 30 per cento. Tra questi ultimi, giungerà alla laurea, grosso modo, meno del 10 per cento. Tra quei laureati, troverà lavoro, nei due anni successivi,  più o meno il  4 per cento. 
Va premesso  che  il grosso della selezione, rispetto a un percorso di studi liceali e universitari, si registra alla fine della scuola dell’obbligo, dove più della  metà dei licenziati non si iscrive alle scuole superiori o viene bocciata al primo anno.  
Cosa  dire? Che la quota finale  di laureati occupati, e soprattutto con lavoro  consono al titolo specifico conseguito,  riflette, in uguale  proporzione, la distribuzione del reddito, dei ceti sociali e delle professioni prestigiose o meno: solo pochi possono giungere in alto. Non è la scuola a deciderlo ma la selezione sociale. Si tratta di una  realtà sociologica  - si chiama  ferrea  legge delle oligarchie -  con la quale hanno dovuto fare conti, pagandone le conseguenze economiche, anche i regimi socialisti, che per accontentare tutti,  moltiplicavano diplomati,  laureati e posti pubblici.  Insomma, la società, come la verità,  si vendica sempre: il  "setaccio sociale" alla fin fine - a parte gli sfortunatissimi e i fortunatissimi -  nella media,  dà a ciascuno ciò che merita.  Che poi gli uomini si lamentino fa parte del "gioco sociale".        
La differenza con  le società pre-democratiche, è che in quelle democratiche, l’accesso agli studi è formalmente  aperto  a tutti.  Insomma, tutti si possono permettere di acquistare un  biglietto della lotteria della vita. Quindi, in linea di principio, si favorisce, il ricambio sociale.  Saranno, poi fortuna, intelligenza e volontà, distribuite assai inegualmente, a decidere il posto di ognuno  nella scala sociale. Fermo restando, come detto,  che i posti in alto  sono patrimonio di pochi, a prescindere dal tipo di regime politico.    
Un'altra caratteristica  delle società democratiche è quella di credere nella stretta relazione tra conoscenza e virtù,  morali e politiche: più si studia - si dice -  più si diventa brave persone e cittadini esemplari.  In realtà, le statistiche sui livelli di criminalità tra i colletti bianchi e gli alti tassi di astensionismo elettorale provano il contrario.  Eppure il mito  persiste.
Del resto, la contraddizione di fondo della scuola democratica rinvia al conflitto tra due esigenze opposte: da un lato  la necessità formativa  di rendere i suoi  contenuti  alla portata  di tutti (altrimenti che scuola di  massa sarebbe?), dall’altro  la  necessità di selezione (altrimenti perché introdurre un sistema per esami?). Tuttavia, più i contenuti sono semplici, meno gli studenti sono preparati. Attenzione: non è un problema che rinvia al curriculum  e alla motivazione  degli insegnanti, bensì rimanda  alla logica interna,  profondamente contraddittoria, che innerva la scuola democratica. Un'istituzione  che,  altro nodo importante,  è  strumento di consenso sociale e politico, nel senso che il diploma e la laurea gratificano moralmente il cittadino e giustificano la sua fedeltà politica.  Pertanto, la necessità del consenso elettorale interferisce con i  meccanismi di selezione, soprattutto all’interno della scuola dell’obbligo  e superiore.  Il che spiega quel 90 per cento di promossi,  cui accennavamo  all’inizio.
Tutto sbagliato? Tutto da rifare?  No. La scuola democratica, come osservato, ha posto le persone su  un piede di parità formale.  Il che è un fatto positivo.  Che però ha precedenti, tra gli altri,  nella  storia amministrativa della Chiesa e nel sistema Mandarino cinese.  
Insomma, sta  al singolo impegnarsi e sfidare la fortuna.  Tenendo presente che, a prescindere dal tipo di regime, più si vuole salire in alto, più la lotta si fa accanita.  Perciò, per dirla con i giovani di oggi (e di ieri), servono le palle. Che però nessuna scuola democratica o meno, può fornire chiavi in mano. O si hanno o non si hanno.

Carlo Gambescia