venerdì 24 maggio 2019

Da Tambroni a  Salvini e oltre...
Genova "per loro"


I lettori non si facciano imbrogliare  dai piagnistei  di Salvini, vero istrione politico, sempre pronto a dipingersi come la vittima designata del politicamente corretto.  Il clima politico, soprattutto nei ranghi della polizia, che dipende dal Giostraio Mancato,  è  cambiato. In Italia  nonostante l’ottimismo di alcuni inveterati seguaci di Marx  si rischia  una autentica svolta verso l' estrema destra,  soprattutto in caso di caduta dell’attuale governo giallo-verde. Al peggio non c'è mai fine. Purtroppo.   
Parliamo di una svolta che, soprattutto se Salvini e alleati dovessero ulteriormente indebolire economicamente e politicamente l’Italia,  rischia  di favorire l’ascesa dei duri e puri del  neofascismo. Ai quali inevitabilmente si rivolgerebbero elettori corrotti da almeno due  decenni di propaganda populista:  stanchi, si dice,   dei “riti” liberal-democratici.  Dunque  anche a prezzo di perdere la libertà. 
Esageriamo? Genova, parafrasando una famosa canzone, ora sembra essere  "per loro",  per le nuove destre populiste e soprattutto  post-populiste: quelle dei nuovi lupi mannari  antiumanitari.  Gli incidenti di ieri hanno valore simbolico, proprio in relazione al cambiamento di clima politico.   Ma procediamo con ordine. 
Nel  luglio del  1960  Genova,  città  Medaglia d’Oro della Resistenza, insorse collettivamente per impedire un congresso del Movimento Sociale, vissuto come sfida anche dal partito neofascista,  desideroso all’epoca di appoggiare il governo cattolico-populista di  Fernando Tambroni:  il Presidente del Consiglio famoso per   i tagli  ai  prezzi della benzina e dello zucchero.  I voti missini, graditi a Tambroni, avrebbero perciò spostato a destra, l’asse politico. E secondo la sinistra, pericolosamente.

L’esperimento fallì. Perché il clima politico e sociale era ancora saldamente antifascista e la sinistra fortissima nelle piazze e nel paese. Non si ribellò solo Genova, insomma.  Nulla a che vedere, tra l'altro, con gli incidenti del 2001, in occasione del G8, che non incendiarono altre regioni  come nel 1960.  
Ieri invece la polizia ha avuto facile gioco nel contenere i pochi estremisti  che  volevano  impedire il comizio di  CasaPound. E cosa, ancora più indicativa,  Genova, per non dire dell'Italia,   è rimasta  a guardare, indifferente.  Il clima è cambiato.  Oggi i giornali,  “Repubblica” a parte (perché ha avuto un cronista manganellato), hanno relegato la notizia nelle pagine interne.

Secondo Giano Accame, scrittore e storico dell’Italia repubblicana, a Genova nel 1960,  impedendo il congresso del Movimento Sociale,  si facilitò la nascita del Centrosinistra, nonché si impedì  - ipotesi confermata anche dal professor Giuseppe Parlato -  l’evoluzione del Movimento Sociale  verso  la sponda della  destra democratica.

Non neghiamo la fondatezza  dell’ipotesi storiografica  L’antifascismo, soprattutto quello comunista, all’epoca  era usato astutamente  dal partito di Togliatti, con il benestare della cultura azionista, per mettere fuori gioco tutte le forze politiche anticomuniste sulla base dell’equazione antifascismo uguale fascismo.  
A un patto però:  di non estendere in modo semplicistico l'ipotesi al comizio  di CasaPound. Asserendo che  manganelli e lacrimogeni favoriscono l' evoluzione di CasaPound  verso la destra liberal-democratica. Insomma, che sono a fin di bene...
A tale proposito,  ci  sembra già  di sentire l'eco delle omeriche risate dei fascisti del Terzo Millennio, risuonare tra le "granitiche" pareti del palazzone romano di Via Napoleone III,  occupato da  CasaPound.     
E che dire infine degli italiani? Nel lungo intervallo da Tambroni a Salvini,  vista l’ indifferenza genovese, se tanto ci dà tanto,  troppa acqua  sembra essere passata sotto i  ponti:  ponti crollati, ponti  ancora in piedi, ponti che costruirà il prossimo Uomo della Provvidenza. Che probabilmente  non sarà Salvini.  

Carlo Gambescia       
                                            

giovedì 23 maggio 2019

Radio3 Mondo
La stampa estera 
secondo la sinistra



Ieri dicevamo dello stato di diritto secondo la  sinistra: un fritto misto di Hobbes, Marx e Lenin.Oggi invece consigliamo a  chi voglia scoprire, in pillole, la visione della politica internazionale della sinistra nostrana, giornalistica e non, l’ascolto della rassegna stampa estera di Radio3 Mondo.  
Per capirsi:  prendete a caso un giornalista, ignorantello, qualche rudimento di lingue straniere,  con la zucca vuota ma  piena di socialismo,  pacifismo,   ecologismo,  e mettetelo a commentare la stampa estera. Che ne verrà fuori? Un fritto misto di Greta, Mandela, Papa Francesco.  Una specie di antologia della stampa liberal-socialista mondiale.  Dunque  un programma  radiofonico  a senso unico.   Il filtro è quello progressista. Con un pizzico di wiki-complottiosmo.  
Da chi può essere seguito?  Da altre  zucche vuote o faziose.  Gente che purtroppo si merita Salvini e Trump, perché ne sono l’Alter Ego Cretinizzato.  
Coloro che invece soffrono  sul serio sono i veri liberali e  chiunque desideri  informarsi seriamente. E correttamente,
Sarebbe interessante fare censimento delle fonti  degli articoli  commentati. Tornano sempre gli stessi giornali progressisti, o comunque di centrosinistra,  Guardian e Independent,  Libération  e  Le Monde,  El  Pais e  La Vanguardia,   Die Süddeutsche Zeitung e  Die Tageszeitung,  The New  York Times e Washington Post…   Mentre per Israele viene privilegiata  la versione inglese di Haaretz, dal momento che   The Jerusalem Post si è spostato, e da un pezzo, a destra.  Infine, la stampa interna  di paesi poco o punto democratici, come Russia, Cina, Cuba, viene valorizzata  quando parla male dell’Occidente. Altrimenti silenzio. Per  l'America Latina si privilegiano le cosiddetti voci   antimperialiste. Bolsonaro è nel mirino e Guaidò non convince.   Stesso discorso infine  per riviste e agenzie: The New Yorker è l'antico testamento, Al Jazeera English il nuovo. Ma sempre di libri sacri si tratta.
Per capirsi,  è come se la politica mondiale fosse vista esclusivamente attraverso le lenti di Repubblica, Espresso e  Manifesto.  Alla faccia dell’obiettività. 
Comunque sia,  chi  voglia cominciare male la giornata può sintonizzarsi ogni mattina, ore 6.50.   
Carlo Gambescia

           

mercoledì 22 maggio 2019

Un articolo di Ida Dominijanni
Lo stato di diritto secondo la sinistra



Sarebbe bello nutrire sulla situazione politica italiana  lo stesso ottimismo di Ida Dominjanni.   Beata lei.  Come fa ?  Pagando un prezzo che proprio liberale non è.  Perché   mette  insieme “stato di diritto”  e “pratiche di lotta” (*) .  Cioè il dritto  e il rovescio.  Sicché può  tornare a  guardare  al futuro con fiducia. Quasi come  Lenin  a Zurigo quando seppe che in Russia era iniziato il countdown per lo Zar.

Un esempio del Dominjanni-Pensiero?  La magistratura è indipendente, e dunque parte integrante dello stato di diritto, quando indaga Salvini, non lo è più quando indaga Mimmo Lucano.  Insomma, il famoso giudice a Berlino  va e viene  sulla scorta delle circostanze politiche, anzi ideologiche.  E qui, dal diritto, anzi dal dritto, si passa al rovescio: alle “pratiche di lotta”.  Ma esattamente cosa  intende,  Ida Dominjianni, con questo termine. Leggiamo.

Sono bastate due settimane di mobilitazione autorganizzata perché ciascuno di questi assunti andasse in frantumi. Riavvolgiamo il nastro dei luoghi e dei fatti: a Casal Bruciato il “popolo delle periferie” che si voleva compattamente sollevato contro una famiglia rom si è rivelato in larghissima parte solidale con quella famiglia e ostile a chi voleva cacciarla. A Catanzaro, dove è partita la “balconite” che ha poi contagiato tutta l’Italia, il “popolo del sud” ha dimostrato che non ci sarà nessuna annessione trionfale del Mezzogiorno al sovranismo nazional-secessionista della Lega. Alla Sapienza di Roma, e grazie alla mobilitazione degli studenti perfettamente orchestrata, l’incontro tra Mimmo Lucano e l’intera istituzione universitaria ha dimostrato che il rapporto tra “popolo” ed “élite” può assumere la forma di una salda alleanza politica e valoriale contro la barbarie di ritorno, e non quella della rivolta degli umori “di pancia” contro l’ipocrisia del “politicamente corretto” che ci è stata contrabbandata per mesi. E un messaggio analogo viene dalla mobilitazione in corso contro l’inaudita e inaccettabile sospensione dall’insegnamento di Rosa Maria Dell’Aria.

Classici mitemi conflittualistici di una sinistra immobile.   Ferma, come si dice, nel guado, a metà strada tra la disobbedienza civile, teorizzata da Toreau ( e fin qui…),  e l’auto-organizzazione propugnata  da Sorel (e qui non ci siamo…).  Il tutto però  mescolato al  messianesimo di derivazione marxiana e marxista,  con  uno  tocco  di leninismo, come vedremo. Che, non guasta mai, perché  aiuta a confidare nel colpo gobbo storico-politico.
Tradotto: puro romanticismo politico, nella migliore delle ipotesi; incunaboli di  guerra civile nella peggiore. Un pastiche ideologico che con lo stato di diritto e la tradizione liberale continentale che si fonda sulla legalità non c’entra nulla.  Forse Toreau  (a piccole dosi). Ma   Marx e  Sorel   con Kant e Humbold c’entrano  come i cavoli a merenda… Per non parlare  della tradizione delle "grandi costruzioni scientifiche", ben descritta dal De Ruggiero, dei Mohl, Gerber, Gneist, Jellineck, eccetera.  Ida  Dominjianni, dello stato diritto liberale ha un’idea contigua a quella di coloro  che dichiara di combattere. Ascoltiamola.
 Il populismo è figlio diretto di quel neoliberismo che è stato e purtroppo rimane la religione indiscussa della costruzione europea, e della distruzione sistematica che esso ha innescato sull’intelaiatura delle democrazie costituzionali. Il sovranismo è la risposta reazionaria all’incompiutezza della Ue, al suo deficit di legittimità democratica, alla sua incapacità di dare soluzioni efficaci a problemi epocali come quelli delle disuguaglianze, delle migrazioni, della precarizzazione sociale.
Sono tesi condivise  non solo dai movimenti populisti, ma da quelli neofascisti. La differenza tra Ida  Dominijanni e Forza Nuova   è nel culto messianico e salvifico delle  migrazioni. Per  i fascisti sono  invasori, per  i nostalgici di Marx,  esercito rivoluzionario di riserva.  Sul resto,  la ricetta per l'Italia è stessa: assistenzialismo, ossia, protezione contro obbedienza. Si tratta, ridotta all’osso,   dell’ opposizione ideale tra  Hobbes e  Locke, tra stato leviatano e stato liberale. Altro che stato di diritto…

Infine, non va dimenticato il tocco leninista. Che si avverte quando Ida Dominijanni, a proposito della mobilitazione studentesca “perfettamente orchestrata” in occasione dell’incontro alla Sapienza  con Mimmo Lucano, sottolinea  che  il   “rapporto tra ‘popolo’ ed ‘élite’ può assumere la forma di una salda alleanza politica e valoriale contro la barbarie di ritorno”.
D'accordissimo sulla "barbarie di ritorno". Ma l’uso dell’aria compressa rivoluzionaria, insomma della "barbarie" che si gonfia o sgonfia alla bisogna,  rimanda direttamente a Lenin, che voleva impiccare i borghesi russi con la corda dello stato diritto. 
Concludendo, tra  neofascisti e populisti a destra, che di liberale non hanno nulla,  e pseudo-difensori dello stato di diritto come Ida  Dominijanni a sinistra,  c’è poco da essere allegri.   

Carlo Gambescia            

martedì 21 maggio 2019

Riflessioni
La Cina è vicina



Oggi  la Cina è  un groviglio di contraddizioni. Qualcosa che ricorda l’Inghilterra del Seicento e la Francia  del  Settecento:  due società in attesa delle rivoluzione liberal-democratiche,  ma in piena espansione economica  con una borghesia scalpitante.  Di qui, i conflitti interni  tra  poteri nascenti e morenti.
Probabilmente il raffronto storico può sembrare azzardato, dal momento che non poche sono le differenze storiche e culturali tra lo sviluppo della Cina e quello dell’Inghilterra e della Francia. Tuttavia esiste un elemento comune: quello della necessità di una  progressiva apertura dei mercati, dovuta a surplus produttivi, necessità  che segnò lo sviluppo  europeo  e che sta distinguendo quello cinese.  

Insomma, piaccia o meno, ma  i mercati aperti sono il  principale  motore delle  trasformazioni culturali. Diciamo il veicolo.  Si pensi  al fenomeno dello schiavismo: la risposta culturale che portò all’abolizione della tratta fu interna alla cultura liberal-democratica, frutto della  comunione di idee,  tra uomini di nazioni e culture diverse, entrati pacificamente in contatto grazie alla progressiva apertura di un  mercato mondiale. 
Una dottrina sociale che, pur tra alti  bassi ideologici, aveva dominato per migliaia di anni  fu sbaragliata, ideologicamente sbaragliata, da quel moltiplicatore rappresentato dalla crescita dello scambio intellettuale,  facilitato dallo sviluppo delle relazioni economiche, grazie a un processo di azione e reazione  e di interdipendenza  tra idee e affari, capace di inverare stoicismo e cristianesimo. Ovviamente, con contraddizioni, frenate, passi indietro, che possiamo osservare ancora oggi. Si pensi all’atteggiamento razzista nei riguardi del fenomeni migratori. Però l’ internazionale del commercio culturale, se ci si passa la definizione, ha finora avuto la meglio, apportando vantaggi per tutti. 
Cosa vogliamo dire? Che la Cina è vicina.  E che non si può  escludere che  il gigante asiatico  grazie all’apertura dei commercio mondiale, pur tra le contraddizioni, si  “liberal-democratizzi”.
Ovviamente sono processi  storici  lunghi, che richiedono secoli:  l'Inghilterra  di Carlo I e Giacomo  I, come la Francia di Luigi XIV, non erano rispettivamente come l'Inghilterra  della Regina Vittoria  e la Francia della Terza Repubblica. 
Di conseguenza,  protestare contro le politiche restrittive  dei diritti civili di Xi -  cosa comunque meritoria  -   dovrebbe però  far riflettere sul fatto che le politiche di Luigi XIV e di Carlo I non erano molto differenti.  Quindi, ripetiamo, la Cina è vicina. 

Alcuni osservatori insistono  in particolare sul peso  degli interessi geopolitici,  dipingendo la Cina come un potenziale nemico  dell’economia euro-occidentale. Un tempo,  si diceva la stessa cosa dell'Inghilterra "dominatrice dei mari".   Eppure, grazie alle navi britanniche, il mondo, tutto il mondo, è cambiato in meglio. Comunque sia,  per affrontare gli esclusivismi economici esistono  istituzioni mondiali, commerciali ed economiche, oggi però messe in discussione dai nostalgici  del protezionismo. Che invece sognano di poter fare da soli, di stringere o denunciare trattati bilaterali, in nome dell'avventurismo politico. Alle maestose architetture multilaterali il protezionista preferisce il graffito bilaterale.
Sotto il profilo del multilateralismo andrebbe ristudiato attentamente un periodo di fortissimo sviluppo dell’economia mondiale come quello tra il 1815 e il 1914. Dove l’apertura mondiale dei mercati toccò il culmine. Quando oggi si parla di globalizzazione si dovrebbe riandare con la mente all’Ottocento,  che rappresenta veramente il secolo della  trasformazione epocale dell'Occidente.  
Parliamo di una gigantesca mutazione economica e culturale che però  fu  rimessa in discussione, nei suoi principi di libero commercio di uomini, idee, cose,  nel Novecento, che a parte alcune parentesi nella sua seconda metà,  può rivendicare il triste record del secolo dei nazionalismi. I populismi e i sovranismi di oggi  ne sono l'ultima incarnazione. Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo.
Ciò per contro significa che lo straordinario sviluppo della Cina può rappresentare, pur tra le contraddizioni, una sfida e un’opportunità a livello di effetti inintenzionali delle azioni sociali, come fu per la  Gran Bretagna e la Francia.  Ovviamente sempre in chiave multilaterale non bilaterale.  

Detto altrimenti,  la Cina, grazie alle aperture economiche e culturali,  può “liberal-democratizzarsi” suo malgrado. E, per contro, le economie euro-occidentali, possono ulteriormente crescere, rispondendo alla sfida economica cinese.  Nell’economia internazionale  aperta, vincitori, vinti e latecomers sono sempre andati  a collocarsi a un livello superiore al precedente.   E qui si pensi agli straordinari progressi di   Italia  e  Germania  all'inizio e nella seconda metà del Novecento.  Tesi del resto  comprovata  dallo sviluppo delle altre  economie oggi emergenti in Asia e perfino in Africa.  Insomma, tutto il sistema, se pur a livelli diversi, ha dato prova  di crescere, salendo di un gradino,  spesso più di uno,  sulla scala del progresso economico e culturale. 
Si dirà che il nostro è un atto di fede nella libertà di commercio e nei suoi effetti benefici. E sia. Una cosa però  è certa: le guerre commerciali  favoriscono  l'odio tra i popoli. E preparano le guerre vere.  

Carlo Gambescia                     

lunedì 20 maggio 2019

La guerra del rosario
Antonio Ferrer e  Matteo Salvini


Ma la nostra  non era  una società secolarizzata? Dove rosari e preghiere sono optional per il tempo libero?  Sappiamo già  cosa ci si potrebbe rispondere.  Che l’ “uso politico” della religione, e dunque del rosario, alla Salvini per intendersi, è invece  il   frutto avvelenato  di una società secolarizzata, dove purtroppo  la religione  - in particolare la pratica -   non è che una continuazione del marketing con altri mezzi.  Quelli della  pubblicità.  Pubblipolitica, insomma.    
Il Cancelliere Antonio Ferrer in un' edizione illustrata dei Promessi Sposi

Perfetto. Di conseguenza, allora, le Crociate furono il prodotto di  una gigantesca campagna pubblicitaria  di un Berlusconi dell'epoca, ma in vesti sacre:  un certo Urbano II…
Lo stesso discorso potrebbe valere anche  per le guerre religione, perfino quelle interne al mondo protestante, tra rivoluzionari e conservatori, come insegna la Prima Rivoluzione inglese. Nonché per i contrivoluzionari all'opera nelle infiammate  campagne  italiane e   vandeane.  E che dire dei crocifissi e in particolare dei  rosari avvolti intorno alla baionette franchiste  durante la guerra civile spagnola? Tutta pubblipolitica?  Anche in società non secolarizzate?  I conti non tornano.  
Carl Schmitt   ha sostenuto  che nonostante i moderni  dichiarassero il contrario, la politica, perfino nei parlamenti, è  una prosecuzione della teologia con altri mezzi.  Sia sotto il punto vista della regolare trasformazione del nemico in apostata, sia sotto quello dell’uso simbolico  del messaggio cristiano: veicolo di conservazione per gli uni, di progresso per gli altri. Insomma, di  teologie politiche in conflitto,  clericale e anticlericale.    E guai a  vellicarle.
Iconografia controrivoluzionaria  settecentesca

Schmitt non era un amico del liberalismo. Però, vivendo nell' epoca dei totalitarismi, intuì, come il liberale Benedetto Croce, che l’uomo non è ciò che mangia, ma ciò in cui crede, spesso in modo irrazionale.  Di qui, a suo dire,  il  rischioso ricorso alle ideologie salvifiche, di cui il populismo e solo l'ultima  incarnazione.  E cosa ancora più grave, l' uso improprio di tutta una segnaletica (la parola non è scelta a caso) simbolica. 
Se ci si perdona la metafora blasfema per un cattolico,  il rosario è come un semaforo che può indicare alle folle il rosso, il verde, il giallo… Dipende sempre e solo  dal detentore: il papa,  un dittatore,  un cattolico liberale,  una vedova ottantenne,  un anarchico, un arruffapopoli, eccetera, eccetera. 
Cosa vogliamo dire? Che, come la nitroglicerina, stando almeno alla lezione di Schmitt, il rosario andrebbe maneggiato con cura. Come insegnano sociologia e buon senso politico, le folle, secolarizzate o meno,  non vanno mai eccitate, in un senso come nell'altro. Proprio per evitare, ripetiamo, lo sviluppo di un meccanismo a spirale, capace  solo di moltiplicare  l'odio tra le opposte "teologie" clericale e anticlericale. Cosa, tra l'altro, da noi già  sottolineata nell' articolo a proposito dell'irrituale blitz populista  del cardinale Robin Hood (*). 
Manzoni, da buon cattolico liberale, immortalò l’astuto realismo politico di Antonio Ferrer, Gran Cancelliere (e personaggio storico),  che  si guardò bene dallo sfidare le folle milanesi inferocite dalla fame: “ Pedro, adelante con juicio”. 
Cosa insegna Manzoni?  Dal momento che la gente tende ciclicamente  a vedere  il mondo in bianco e nero,  diviso tra buoni e cattivi, dunque in chiave di conflitto teologico tra bene e male, il politico deve essere prudente.  Mai enfatizzare.
A prescindere dalle finalità, un buon politico non deve mai mettersi nella condizione di spargere inutilmente sangue.  Insomma,  come giustamente scrive Manzoni a proposito del Ferrer, “si può spendere  bene, una popolarità male acquistata”.
L’esatto contrario di quel che fa Salvini, che spende male una popolarità  male acquistata.  

                                                   

domenica 19 maggio 2019

L’ ”oceanica” manifestazione di Milano
Tutti gridano Salvini Salvini!




Avremmo gradito  che ieri  Salvini, il Giostraio Mancato, avesse onestamente affrontato  le principali contraddizioni dei cosiddetti movimenti sovranisti.  E invece  si sono susseguiti  i   soliti feroci  slogan nazionalisti,  i rosari della Madonnina,  le impossibili dichiarazioni  di guerra economica  a questo e quello.  Con gli alleati europei a fare da pallide  comparse dinanzi  a  colui che, anche a Milano,  ha avuto  la faccia tosta di dichiararsi nemico dei razzisti.    
  
Insomma, ieri in piazza del Duomo  tutti  gridavano Salvini Salvini! Come in altri disgraziatissime manifestazioni oceaniche del passato davanti al balcone di Piazza Venezia. Stessa faccia tosta, stessi progetti rovinosi per l'Italia.   
Eppure, coloro che sono corsi ieri  in piazza  per applaudirlo sembrano ancora non capire il guaio in cui si è cacciata l'Italia. Ovviamente, Salvini nulla ha fatto e farà  per chiarire l’equivoco. Quale?  Che il sovranismo non potrà mai realizzare i suoi fantapolitici programmi se non  al prezzo  di rovinare economicamente  e politicamente l’Italia. 
Dove prendere i soldi per abbassare le tasse?  Sui mercati? E a che prezzo se lo spread vola perché i bilanci non sono in ordine? E  non potranno non continuare a esserlo, se al tempo stesso si promette più spesa pubblica, dichiarando di non voler  aumentare le tasse?
Queste sono le contraddizioni economiche dei sovranisti. Contraddizioni oggettive: o con i mercati o contro i mercati.   Alle quali si somma   una enorme antinomia politica.  Quella di fare la voce grossa con gli alleati europei, non avendo però  alcuna reale forza politica ed economica da gettare nella fornace.  Rischiando così o di dover far marcia indietro con la  coda tra le gambe o di ritornare all’autarchia, in forma postmoderna con le file davanti a supermercati e bancomat.   
Rovina economica.  E politica. Perché ci sarà sempre  qualche dittatore con gli occhi a mandorla  o meno,   pronto  a tenderci la  mano e   inviare i suoi consiglieri economici e militari. L'Italia non ha il petrolio come Venezuela, ma resta sempre  una portaerei naturale e culturale,  dove una élite euroasiatica può vivere nel lusso, vestirsi e mangiare bene. A spese nostre.  E servita da camerieri  in rigoroso completo sovranista.   
Se il Giostraio Mancato fosse  coerente con le sue idee. dovrebbe dire agli italiani che il sovranismo implica il protezionismo, e il protezionismo, dal momento che le altre nazioni non rimarranno a guardare, comporta l’isolamento economico. E che di conseguenza, ci saranno sacrifici da fare, e anche grossi. Fare i bulli costa.  
Però Salvini sa benissimo che così smetterebbe di riempire le piazze.  E allora che fa? Promette, promette, promette. E gli italiani  bevono, bevono, bevono.       
Possibile che  siano così stupidi? Al punto di correre dietro ancora una volta alla trombetta nazionalista?  Senza pensare alle gravi  conseguenze? Pare proprio di sì.  
Il sovranismo  o rinuncia a essere tale  o manderà a fondo l’Italia. Tertium non datur.   


Carlo Gambescia   

sabato 18 maggio 2019

Europee, i sondaggi  sembrano premiare i Verdi
Di male in peggio…


Secondo i sondaggi  sembra che i Verdi  alle prossime europee accresceranno i propri consensi ovunque. Con i populisti potrebbero trasformarsi nei vincitori della tornata del 23-26 maggio. 
Sono ben visti dai socialisti,  dati  in discesa,  ma anche dai popolari europei, anch’essi in calo,  come possibili alleati per sbarrare la strada ai populisti, probabilmente grazie anche al placet politico  del  gruppo liberaldemocratico. 
Sulle  alchimie politiche europee non ci pronunciamo. Resta però un fatto: i Verdi rappresentano  una   forza  politica che si fonda sul culto  dei divieti e dei controlli. Il liberalismo dei Verdi  si limita alla difesa delle libertà di genere e di orientamento sessuale. Su tutto il resto, perfino sull’emigrazione,   grava  una ipoteca statalista che scorge  nella libertà di mercato il nemico principale. Per dirla brutalmente, l’ambientalismo, che pure sembra essere in cima ai pensieri dei Verdi, non è altro che la continuazione del socialismo con altri mezzi (*).
Per metterla sul sociologico, siamo  davanti a una forma di costruttivismo politico che si pone niente di meno che la “Salvezza del Pianeta”…  Di regola però,   un governo  diviene tanto più tirannico quanto più gli scopi che si propone assumono valore assoluto. Perché, in nome della salvezza collettiva,  si pensi al caso delle guerre, il governo, anche se democraticamente costituito, inevitabilmente finisce per accentrare  tutti i   poteri.



Ciò significa che  la drammatizzazione della politica, come creazione o sfruttamento di situazioni emergenziali,  fa male alla democrazia.   Figurarsi,  il male  che può  provenire  dai  Verdi che della drammatizzazione ambientale hanno fatto ragion politica.
Il punto non è  se esista o meno scientificamente la questione ambientale ( o comunque non solo),  ma l’approccio cognitivo dei Verdi che è di natura costruttivista.  Non si vuole forse costruire un Pianeta  diverso come  i marxisti, altrettanto costruttivisti, pretendevano di edificare il  socialismo planetario?   Un approccio che ha tristemente distinto anche fascismo e nazismo  che si proponevano di costruire società fondate sulla purezza della  razza come risposta  al presunto  degrado umano, provocato  dal meticciato. Temi ai quali i populisti, "difensori dei confini della patria" sembrano oggi  essere molto sensibili. Anch'essi, inoltre, come i  Verdi,  parlano di degrado ambientale planetario... Un catastrofismo  le cui basi scientifiche sembrano essere,  quanto a rigore,  le stesse del marxismo e delle teorie razziali di un secolo fa che pontificavano rispettivamente  sulla fine del capitalismo e sulla difesa della razza bianca. Ad esempio, il termine “negazionismo” ripreso dagli ambientalisti  e scagliato contro  gli scienziati perplessi, la dice lunga, per ricaduta,   sulla natura politica delle battaglie dei Verdi, costretti a ricorrere a un  linguaggio evocativo. Che,  se decontestualizzato,  appartiene  alla  retorica dell'intransigenza piuttosto che al linguaggio scientifico.                 


Ma ripetiamo il punto non è la natura scientifica della questione ambientale in sé,  ma l’approccio cognitivo dei Verdi  che rivela profonde implicazioni totalitarie.  Quindi c’è poco di che essere allegri.  Di male in peggio…   
Qualche lettore, soprattutto tra i  più emotivi, si chiederà allora quale sia la nostra ricetta per l’ambiente.  Non ne abbiamo.  E non ne possiamo avere. Non siamo tuttologi. Però, da studiosi di sociologia non  possiamo non  sottolineare le pericolose conseguenze del costruttivismo politico e  sociale.
Alle persone andrebbe spiegato che ogni provvedimento di natura ambientalista  implica una diminuzione di libertà. Il che non è facile da spiegare razionalmente,  perché sui temi dove predomina l’emotività collettiva, frutto di minacce, reali o meno, la gente comune tende irrazionalmente a privilegiare la sopravvivenza all’esercizio della libertà.
Tuttavia, il sociologo non può non osservare, che  quanto più si accentua, sull'onda lunga della paura, la legislazione in materia, tanto più la sfera di libertà individuale si riduce.  Proprio come accade nelle guerre, soprattutto quelle moderne, totali,  quando  vincitori e  vinti si ritrovano più poveri  e meno liberi di prima… E le conseguenze di una “guerra”  ambientalista, anch’essa totale,  rischiano di essere le stesse.  
     

Carlo Gambescia


(*) A riprova di ciò  si dia  un’occhiata all’European Greens Manifesto recepito anche da Verdi italiani:  https://www.europaverde.it/e-il-momento-di-rinnovare-la-promessa-delleuropa/