giovedì 24 maggio 2018

Quel che ignorano i commentatori
Un tranquillo governo di paura…

Un applauso (si fa per dire)  al professor Giuseppe Conte.  Crediamo  che  nella storia della Repubblica nessun Presidente di Consiglio, dopo aver ricevuto l’incarico (seppure, secondo prassi con riserva)  si sia definito “avvocato del popolo italiano”.
Attenzione, cosa più grave, si è proclamato tale,  non un comune professore, un tecnico, magari capitato per caso al Colle, ma il candidato prescelto di un governo che vede insieme l’estrema destra razzista  e il peggiore,  e purtroppo più forte,  tra i pur pericolosi populismi europei.
Pertanto dichiararsi  "avvocato del popolo italiano"  (per inciso,  un carica del genere esiste in Albania, paese,come noto, dalle solide tradizioni liberali),  è un vero e proprio atto politico che indica una rottura politica e istituzionale con i precedenti governi.
Ovviamente, commentatori e osservatori  politici, di regola pigri -  basta scorrere i giornali -   minimizzano, indorano, riducono   tutto a pettegolezzi e retroscena, all’insegna di un soporifero  "aspettiamo e vediamo", come si trattasse di un governo normale.  In realtà, le cose, non stanno così, l’Italia, unico paese,  tra gli stati  che firmarono i Trattati del 1957, di più antica fede e europea, liberale  democratica,  rischia sulla sua pelle  di trovarsi invischiata in un esperimento politico dalle conseguenze devastanti. Per citare un film cult, stiamo andando incontro,  gaiamente, tra frizzi e lazzi dei comici televisivi, come tra vecchi amici,  a un tranquillo governo di paura… La marea populista si prepara a sommergere ogni cosa.
Probabilmente,  non si è ancora  capito,  che, come sul piano nazionale, Roma e Torino,  si è messo  in moto un meccanismo fotocopia:  quello del  “Loro contro i Nemici del Popolo". Sui quali, ogni volta far ricadere  - il modello Raggi è esemplare -  le colpe dei propri errori.  Per andare  avanti in modo autistico. L’appello al popolo,  di cui ci si dichiara difensori unici, esalta certa vanagloria italiana, fino a quando, ovviamente, non metterà  in discussione, come dicevano i nonni, i mezzi per procacciarsi pranzo e cena. Per ora, nonostante i piagnistei mediatici,  le riserve economiche delle famiglie  ci sono, eccome.  Infatti,  si  resta a guardare, gustandosi   la merenda  che ci si è portati da casa. Le scorte ci sono. Il che significa, tra l'altro,  che l’esperimento potrà durare. Fino a quando ovviamente non usciremo dall’Europa. Poi cominceranno i guai veri. Perché ai danni causati  dal governo giallo-verde andranno a sommarsi le svalutazioni a catena della "nuova lira". Dopo di che, certo, potremo  stampare  tutta la moneta di questo mondo,   però poi il valore del  cambio sarà attribuito dai mercati che - euro-buro-tecnocrati o meno -   giudicheranno i costi comparati del lavoro, l'evoluzione del tasso di inflazione, l'ammortamento della spesa pubblica crescente e  il  fiscal drag.
Insomma, tra il futuro  governo  e i precedenti sembra esserci  una differenza di specie non di grado. Quindi, tutti coloro  che presentano l’ascesa dei pentastellati come un normale avvicendamento e "aureolano" le imprudenti scelte di Mattarella, per adottare il linguaggio grillino,  si comportano, “Loro”,  da veri nemici del popolo. Ma guai a dirlo.  
Del resto, al di là delle minoranze  organizzate sui Social  e nel Paese,  soprattutto,  i protagonisti invisibili, insomma  gli italiani, sembrano ignorare del tutto la gravità del momento. Sere fa,  a cena con amici, uomini e donne,  impiegati, professionisti, pensionati, imprenditori,  di tutto si è parlato (vacanze, televisione, cinema, specialità culinarie, calcio), eccetto che di politica.  E in modo naturale, senza sforzi, per così dire.   
Per metterla nei termini di una sociologia impressionistica, in quante altre riunioni conviviali, la stessa sera,  non  si è parlato politica? E quella prima?  E quella dopo  e ancora dopo?  E  così via… Il ceto  medio, che rappresenta il nocciolo duro e produttivo  del  sociale, vive, ormai, disilluso,  come se la politica non lo riguardasse. Però la politica  va  avanti ( o meglio, indietro...). E  populisti e razzisti ora sono a un passo dal potere.  
Ma i politici non sono da meno,  soprattutto quelli che dovrebbero fare opposizione.  La risposta di Renzi alle dichiarazioni di Conte (“Lui avvocato del popolo, il Pd  parte civile”), indica che  si è scelto di opporsi al populismo  puntando  sul  populismo al cubo.  O peggio ancora, con le battute. Per dirne un’altra, Forza Italia e  Fratelli d’Italia hanno criticato il Contratto di Governo giallo-verde perché  non prevedeva finanziamenti pubblici per il Mezzogiorno…
Concludendo,  al problema del governo populista si somma il problema di un’opposizione, che oltre ad essere incerta e divisa, gioca al ribasso, sventolando, a sua volta,  la bandiera populista.
Potrebbe finire male. Molto male      

Carlo Gambescia

                                        

mercoledì 23 maggio 2018

Salvini il playboy  (fallito) della politica
Purché respirino



L’ultima dichiarazione di Matteo Salvini è  tragicomica:  “O si cambia l'Italia, o si vota”.
È tragica, perché rivela, in un passaggio istituzionale delicatissimo,  tutta l’  insufficienza dell'uomo politico:  superficialità  e mancanza di visione;  comica, perché evoca un  “qui si fa l’Italia o si muore”  garibaldino, che, probabilmente, Salvini,  più che dalle Noterelle  dell’Abba, ha rubato all'orecchiabile  “Cuoco di Salò”  del cantautore De Gregori. 
Votare, senza una legge maggioritaria, non serve a nulla.  Possibile che Salvini non capisca? Si dirà che siamo dinanzi  soltanto alla solita  minaccia  politica.  Certo, ma  per andare dove? A fare l'Italia, come nel 1860.  No,  al  governo, per sfasciarla, l'Italia.  E  con i populisti di Casaleggio e  Di Maio.
Salvini nella sua vita politica ha avuto una sola  grande intuizione:  quella di trasformare la Lega in partito nazionale. Però, ecco il punto, troppo spostato a destra.  La fotografia della situazione italiana l’ha ben fotografata ieri il quotidiano “Libération”, che parla  di un’alleanza tra estrema destra e populisti. Un mix  antisistema da esplosione atomica. Dell’Italia.

Purtroppo, la deriva inevitabile, perché, come si usa dire oggi, la narrazione politica di  Salvini  è quella degli spostati di estrema destra: lotta al sistema,  abbasso il capitalismo e gli americani, prima gli Italiani, fuori tutti gli altri.
Salvini, invece di comportarsi in modo responsabile, da leader di una destra, liberale e moderata,  capace di guardare lontano alla costruzione di un destra sul modello del Partito Popolare spagnolo, si è tramutato nel primo  propagandista di una visione  totalmente falsa della situazione italiana, pauperista e piagnona,  vellicando,  quel che  è peggio, gli istinti razzisti degli italiani.
Un vero lazzarone politico, consacratosi alla cattiva arte del tanto peggio tanto meglio,  pur di  conquistare - stupidamente -  il potere a qualsiasi costo.  Ecco  il suo punto debole: la smania di  andare a Palazzo Chigi, o comunque di arraffare per sé  un dicastero politico importante ( e di riflesso per i suoi sodali).  Il che spiega la proposta indecente  di allearsi con Di Maio.
“Purché respirino”, insomma.   Come si suppone,  ragionino,  certi playboy  non proprio di alto bordo, quasi falliti,  a caccia di ottantenni. Possibilmente ricche.  Perché l’importante è  “piazzarsi”. Tradotto:  agguantare il potere, anche in condominio, poi si vedrà...
Si dirà che è scorretto,  ridurre complesse dinamiche politiche alla pura e semplice sete di potere individuale.  Non sempre. Perché nel caso di Salvini, un uomo che professionalmente ha sempre vissuto di politica, diventare Ministro a quarant’anni,  è  il conseguimento  di un risultato professionale agognato fin dall’inizio della carriera. Il trionfo e l'estasi di uno che  ha cominciato attaccando manifesti. 
Non ci si lasci incantare dal suo atteggiarsi, davanti alle telecamere,  a purissimo  e nobile  difensore degli italiani. Recita.  Li usa.  Come ha usato la Lega, Bossi, e tutti quelli che ha incontrato sulla sua strada, compreso il  patetico Silvio  Berlusconi.  
Se si ama veramente l’Italia non ci si allea con chi la vuole distruggere, come i pentastellati.  E soprattutto, si guarda lontano: a buone leggi elettorali (maggioritarie),  nonché  a un partito, liberale nei programmi, capace di parlare a tutti gli italiani, soprattutto ai moderati, che sono tanti e non votano,  perché diffidano dei venditori di pop-corn  politici. 
Proprio come Salvini. 

Carlo Gambescia
                                   

martedì 22 maggio 2018

L’idea "grillo-leghista" di pagare i debiti della P.A. emettendo mini-bot
Schacht ci salverà?
di  Teodoro Klitsche de la Grange
 
Adolf Hitler  e Hjalmar Schacht 


Ha sollevato un rilevante dibattito la proposta nel “contratto di governo” M5S-Lega, di pagare i debiti della P.A. attraverso l’emissione di mini-bot.
Qualcuno ha parlato, non del tutto a torto, di “doppia circolazione” monetaria e quindi di lesa maestà dell’euro. Già in precedenza proposte simili erano state fatte da Berlusconi (nell’ultima campagna elettorale) e, ancor prima, da Corrado Passera, all’esordio come ministro del Governo Monti (proposta che non ha avuto alcun seguito et pour cause). In occasione dell’iniziativa di Passera scrissi nel febbraio del 2012  un articolo per  questo blog (*), poi ripreso da  “Rivoluzione Liberale” (**): Schacht  o Monti: gratta, gratta cui rinvio i lettori.  Potrei chiudere qua, con questo rinvio, ma è utile fare qualche aggiunta, dovuta a successive conferme delle previsioni lì sinteticamente formulate.
La prima è un sospetto: quello che a monte e causa, ancorché parziale, ma cospicua, delle sofferenze delle banche, vi sia la mora di fatto dei pagamenti ai creditori dello Stato e delle P.P.A.A. in genere.
Se infatti la pubblica amministrazione è l’ “intermediario” principale, rallentarne i pagamenti (così come aumentare i prelievi), significa spesso costringere i creditori a ricorrere alle banche, con la conseguenza, a medio periodo, capitata, tra i tanti, all’imprenditore di Monza.
La seconda: facendo come fece il governo Monti (ed i successivi, ma anche, poco di meno, i precedenti) non si cava un ragno dal buco: tant’è che il debito pubblico è costantemente aumentato. Qualsiasi bonus paterfamilias sa che, per evitare di accrescere i debiti occorre fare due cose, o almeno una delle due: pagare i debiti esistenti ed evitare di farne in futuro. Né l’una né l’altra di queste regole è stata seguita dai governi italiani.
Aspettarsi che sarebbe successo qualcosa di diverso non applicandole, è  “furberia da ipocrita o sogno di sciocco” (Gaetano Mosca). E tale si è confermata, spesso sommando le alternative (ipocrita + incompetente).
Perciò sperare nella ricetta di Schacht (la somiglianza della soluzione del “contratto” con quella del Ministro tedesco è evidente) può darci qualche ragionevole speranza. In fondo riuscì a trarre la Germania dalla depressione e a portarla da un tasso di disoccupazione di circa il 30% al pieno impiego. Non chiediamo tanto: ma almeno riportarci alla parità di crescita con gli altri paesi europei sarebbe un risultato straordinario.
Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


lunedì 21 maggio 2018

Governo giallo-verde,  oggi pomeriggio Di Maio e Salvini  saliranno  al Colle
   Il rebus Mattarella




Il nome del  professore e avvocato Giuseppe Conte  sembra essere quello che oggi  Salvini e Di Maio sottoporranno  al Colle come futuro Presidente del Consiglio.
All’improvviso, per i mass media -  razionalizzatori dell'esistente, per natura sociale (non c'è nessuna centrale nascosta, è così) -   uno sconosciuto legale romano (chissà se ha il vespone), con cattedra di diritto privato,  ma di fatto amministrativista  (e questo la dice lunga sul tipo di formazione dei nostri giuristi nel paese dove addirittura si studia  ancora il diritto pubblico dell’economia...), è diventato un genio.  Il curriculum è modesto, o comunque è quello medio, se non mediocre, di un professore universitario cinquantenne (*). Anche le "prestigiose" esperienze di studi e insegnamento  all’estero sono  poca cosa.  Al  massimo Conte  potrebbe fare il consulente giuridico di qualche Spa muncipalizzata. Quanto all’esperienza politica, anche come capacità di fuoco, dunque    di intervento  nel dibattito (ad esempio articoli ed editoriali pubblicati nei quotidiani ad alta tiratura, eccetera), è  prossimo allo zero.   Di sicuro,  non è  figura di alto profilo. In realtà,  si tratta della controfigura politica dell' onorevole  Di Maio, il quale, dietro il sipario continuerebbe a muovere i fili del  "Governo Conte"  (ovviamente, prendendo ordini dalla  Casaleggio Associati). 
Delle voci sui ministri,  red carpet  dove 5 Stelle fa il pieno, diciamo che  i nomi indicati al  massimo potrebbero occuparsi di contributi consortili e amministrazioni condominiali, anche grandi.  Quanto a  un personaggio  come  Salvini  al Ministero dell’Interno, vengono  i brividi solo al  pensiero.  Ne avevamo finalmente trovato uno bravo, Minniti.  E i virtuisti lo hanno mandato casa.
Pertanto, un quadro pietoso. Un governicchio  di sconosciuti, frustrati, incapaci, dagli spuntoni razzisti.  Però si dice:  “Lo ha votato il popolo”. Giusto. Ma il popolo sovrano ha votato Hitler, ha delirato per Mussolini,  riempito  le piazze di Almirante e Togliatti, e infine  si è illuso con Berlusconi…  Ora, potrebbe toccare a Di Maio e Salvini.
Potrebbe...  Perché qui  entra in gioco il Presidente della Repubblica.  Mai, dai tempi del fascismo, in Italia,  per parafrasare Churchill,  il destino di tanti uomini  si era trovato, come accade oggi, a dipendere da così pochi, anzi da uno solo, Sergio Mattarella.
In nome del dettato costituzionale (art. 92),  il Colle  può  rifiutarsi di conferire l’incarico al  professor Conte. E di ragioni  politiche ufficiali,  escludendo perciò  le più polemiche, ce ne sono almeno due: 1)  il   nome è  di basso profilo e  2),  proprio per questo fatto,  il governo Conte  potrebbe ottenere la fiducia alla Camera dei Deputati, ma non al Senato,  dove,  dal  momento  che i voti di scarto sono esigui, risulta a rischio.
Quindi  Mattarella  potrebbe… Lo farà?  Difficile dire.
Quali ragioni, invece,  potrebbero indurlo al  placet? 1) il governo Di Maio-Salvini sarebbe destinato a vita breve per ricorrenti conflitti interni; 2) si confida, per contro,  nel potere del Quirinale di guidarlo e indirizzarlo o comunque "ammansirlo"; 3) si crede nella saggezza degli uomini e del popolo; 4) si ritiene, infine,  che se questo vuole il popolo, anche se sbagliato, ci si deve sottomettere alla sua volontà; 5) forse l'ipotesi  più sconvolgente:  il cuore di Mattarella, democristiano di sinistra (quindi secondo i malevoli, mezzo populista),  batterebbe per  5 Stelle,  fino al punto di confidare nel potere pentastellato di  tenere a bada  il razzismo  leghista.
Come si può vedere,  ripetiamo, Mattarella potrebbe salvare o affondare la Repubblica.
Qualcuno, soprattutto se  grillino-leghista,  può  giustamente accusarci, stando alle nostre enumerazioni, di aver ignorato  un’ ipotesi fondamentale. Quale? Che il governo giallo-oro potrebbe governare bene.  Cosa rispondere?  Che la nostra occupazione principale  resta lo studio della sociologia,  non della fantascienza.  

Carlo Gambescia                         

(*)  E' pubblico,  in pdf,  si compone di 11 pagine.  Si trova facilmente su Internet.


domenica 20 maggio 2018

Anche l’Ansa  è diventata amica  del popolo
Vietato sorridere




L’Ansa è la prima agenzia di stampa italiana e la quinta nel mondo. Nata nel 1945, la sua storia si identifica con quella delle Due o Tre Repubbliche italiane. Per usare un luogo comune  è una specie  di biglietto da visita all’estero. Quindi l’equilibrio  dovrebbe essere il suo forte. 
Non è sede questa -  anche per ragioni di competenza  - per dare un giudizio  al riguardo, però non possiamo non esprimere  la nostra sorpresa  per una non notizia pubblicata in  home page (taglio laterale):

Primo Piano/Maria Elena Boschi dopo l’Assemblea Pd agli internazionali di tennis (Fotoracconto)


Segue una “galleria” fotografica  (sette istantanee),  con la Boschi, che gesticola,  ride, chiacchiera, insomma  si diverte.
Domandona.  Dov’è  la notizia?   la Boschi ha “marinato” l’Assemblea del Pd, per andare  a divertirsi? No.  Al Foro Italico è andata dopo. Allora?    Diciamo che la notizia c’è, ma nella miserabile ottica - che non dovrebbe essere quella dell’ Ansa  - del virtuismo  grillin-travagliesco.  
Dobbiamo spiegarci  meglio?  Benissimo.   Testo del testo:  il Pd è a pezzi e  “questa” si diverte. Sottotesto: siamo davanti a una sporca professionista politica, nemica del popolo,  che divide il lavoro (politico) dal divertimento. Insomma, “una” che quando torna a casa, stacca la spina.  E invece - ci sembra di sentirli -  "mia cognata  che lavora in un call center, finito il turno, deve  accudire figli, marito e nonna allettata, che vergogna".
Certo,  nel  Ventennio, le finestre di Palazzo Venezia erano illuminate fino a tarda notte.  Il Duce, lavorava sodo.  Togliatti, si alzava presto, Berlinguer non dormiva proprio, Moro andava a messa all’alba.  Di Maio, infine,  come il coniglietto  delle batterie duracell,  non si ferma mai. 
Insomma, per dirla con un grande della sociologia,  Mussolini, Togliatti, Berlinguer, Moro, Di Maio vivevano e vivono  per la politica, Maria Elena Boschi invece vive di politica… Nel senso,  dicono, che ci campi benino, solo per godersi il tennis.
Questo è il contorto ragionamento degli amici del popolo.
Ora, al di là del fatto che  la Boschi,  Renzi,  Berlusconi (che, a proposito, continua a dormire tre ore per notte),  siano più o meno “professionisti” in senso negativo  (una cosa, tra l’altro da provare e non negativa, perché è il sale della democrazia liberale),  resta la pericolosità di ragionamenti del genere  che  trasformano  in nemico del popolo  il politico che ami seguire il tennis.   Cosa che fanno milioni di italiani, e che invece, per il mattoide virtuista,   la Boschi non può fare, perché -  e questo è il sottotesto del sottotesto -   anche il privato è politico.
E qui viene il bello (anzi il brutto), perché  si tratta della stessa  forma mentis che ha avvelenato il Novecento,  mescolando insieme ideologia,  gulag, confino e campi di concentramento e sterminio.  E che ora torna ad affacciarsi, rivestendo gli abiti, apparentemente più  leggeri,  del virtuismo:  di una specie di demenza sociale,  propugnata dai cosiddetti amici del popolo,   che vogliono imporre  a tutti  un  moralismo dolente da rompicoglioni (pardon), tipico dei vecchi comunisti e dei democristiani casa e chiesa. Semplificando:  divieto di  ridere.  Solo per  il politico  "di professione",  ovviamente. Che deve stare eternamente ingrugnato. Perché  da "lui"  - si legga con enfasi  fantozziana -   "servitore del popolo, dipende il destino del popolo".
Ora, che certe cose catto-comuniste le scriva, alla luce del sole, Travaglio sul “Fatto”,  ci può anche stare, visto  il tipo di lettore demenziale che compra quel giornale,  ma che l’Ansa, in modo surrettizio, con la scusa del glamour, getti schizzi  di merda (aripardon), additandola alla furia popolare,  sulla Boschi, solo perché appassionata di tennis, è un’operazione degna dell’Agenzia Stefani, fascistizzata e poi disciolta  nel 1945. La mamma dell'Ansa di oggi per capirsi, moralizzata e  moralizzante.
Il suo direttore, Manlio Morgagni, alla caduta del fascismo però si suicidò.  Auguri.

Carlo Gambescia       

sabato 19 maggio 2018

Perché solo l' Italia  rischia che i populisti vadano al governo?
 Dove vince l'etica della responsabilità, il populismo perde  




Berlusconi il "Contratto" nel 2001 lo “stipulò” con gli italiani, in tv davanti  a Vespa.  Perciò parlava a tutti, al di là del colore politico.  Riprese l’idea, come gli fu consigliato, del “Contratto con gli americani”  varato dai Repubblicani nel 1994. 
Non ci interessa qui discutere dell’implementazione.  Se Berlusconi, eccetera, eccetera, bensì di stabilire un punto fondamentale: in quel contratto si parlava a tutti gli italiani. Certo, si può criticare la sua forma privatistica, come del resto l’atto in sé, svoltosi davanti alle telecamere televisive, nonché la sua natura demagogica, in qualche misura cripto-plebiscitaria. Però ripetiamo:  Berlusconi parlava a tutti gli italiani.        
Invece, per venire al punto, il  Contratto di Governo “stipulato” tra Salvini e Di Maio  non parla a tutti. I due  big (si fa per dire)  parlano a  se stessi e a quelli che la pensano in fotocopia. Si tratta di un accordo tra due attori politici, che  viene sottoposto, per l’approvazione, nel caso di  5 Stelle, al voto digitale  dei militanti,   in quello della Lega, votato  ai gazebo,  da elettori e simpatizzanti (dopo l'approvazione ufficiale dei vertici del partito...). Stesso giro, stessa musica.
Non solo siamo davanti a un atto privatistico che riduce la politica a un rogito notarile, ma quel che è più grave, è che diversamente dalla politica, che dovrebbe, come ci ripetono strenuamente, tendere al bene comune, quindi parlare a tutti, essere dunque inclusiva,  il Contratto di Governo  giallo-verde, è un  atto che include, a voler essere generosi,   una parte  delimitata dell’elettorato, quella che ha votato per Di Maio e Salvini.  E gli altri? Dovranno adeguarsi. Bella democrazia.
Ora, sui profili costituzionali di una operazione del genere  - che   tra l’altro istituisce un  comitato permanente arbitrale, che non si vedeva dai tempi del Gran Consiglio -  lasciamo la parola agli esperti.  Ma, anche al profano  non  può sfuggire il fatto che si punta, senza tanti complimenti, a relegare in un angolo il Parlamento, la massima istituzione della democrazia liberale, insaccocciando tutto nel pancione di quella stessa forma-partito, fino al giorno prima additata come  nemica del popolo.  E quel che più stupisce e preoccupa è il silenzio assordante intorno a quello che può essere definito, per dirla fuori dai denti,  un progetto liberticida. 
Detto questo,  invito i lettori a riflettere su un fatto:  in Europa occidentale,  a parità,  diciamo qualitativa e di anzianità delle classi politiche, solo l’Italia rischia di ritrovarsi con un governo totus populista. Non  è che Francia, Spagna, Germania,  abbiano avuto meno problemi di noi dal punto di vista delle classi politiche, eppure i populisti hanno vinto in Italia.  Evidentemente,  c’è qualcosa in noi che non funziona, come leggevamo ieri.  Un alto tasso collettivo di estremismo? Può darsi.  Una cattiva metabolizzazione della democrazia liberale?  Forse.  
Il vero problema però non riguarda il “popolo” ma le élite, a  partire da quelle politiche,   prive della consapevolezza di essere tali. Di qui, il gioco al rialzo del pessimismo di facciata  -  forma modernizzata  dell’antico  nicodemismo delle nostre classi dirigenti -   che si risolve sempre  nel piangersi addosso e nel compiangere  (e compiacere) l’elettore.  Pertanto la lotta politica, almeno negli ultimi venticinque anni, si è risolta  nel parlare,  come si usa dire, alla pancia degli elettori.  E alla fine hanno vinto i più bravi.
I Rajoy, i Macron, le Merkel  non vellicano i bassi istinti dell’elettorato, perché hanno piena  consapevolezza del proprio ruolo.  Sono politici responsabili.  Va anche detto, che probabilmente, spagnoli, francesi e  tedeschi  - nel senso del “popolo sovrano” -  hanno  metabolizzato meglio di noi la democrazia liberale.   E sanno che c’è un tempo per i sacrifici, e un tempo per i godimenti.  Ma soprattutto non sono abituati a stendere la mano in attesa della manna pubblica. Si rimboccano le maniche,  lavorano e producono.  Di qui, il circuito virtuoso tra élite e popolo.
Ma allora negli Stati Uniti,  dove ha vinto, come si usa dire,  il populista  Trump?  Che cosa non ha funzionato?  Innanzitutto Trump, non si può definire un populista in senso europeo:  non ha promesso gratifiche per tutti, più semplicemente ha fatto appello  al tradizionale isolazionismo americano e allo storico  senso di responsabilità individuale (“un uomo, un fucile, un cavallo”) degli americani. Lo hanno votato non perché ha promesso pasti gratis a tutti, ma perché  ha  promesso ai ceti medi di abbassare le tasse e mettere tutti gli americani  nelle  libere  condizioni di lavorare e produrre, dal più povero al più ricco. Non un centesimo  da Washington ma solo libertà di arricchirsi e prosperare,  per fare in questo modo l'America più grande (come recita il famoso slogan trumpiano). Insomma, siamo dinanzi al  naturale prolungamento dell’etica del lavoro capitalista. Altro che decrescita felice e posto fisso alle elementari sotto casa.    
Conclusioni? Brevissime. Negli Usa vogliono essere lasciati liberi di  lavorare e produrre.  In Francia, Spagna e Germania, idem con patate.  In Italia, invece,  già si sono messi in coda per il Reddito di Cittadinanza, o misure similari.   
Qual è la lezione allora?  Dove vince l’etica della responsabilità,  il populismo perde.    

Carlo Gambescia                       
     

venerdì 18 maggio 2018

A proposito dell’ editoriale di Ernesto Galli della Loggia
 Gli italiani  hanno un nemico? Sì, se stessi




Secondo Ernesto Galli della Loggia serve una rifondazione. Occorre una  nuova classe dirigente capace di condividere  valori comuni, patriottici. Insomma, in grado di sedere intorno a un tavolo senza litigare, in nome di un'idea di patria condivisa da tutti(*).  
Cosa dire? Che Galli della Loggia non ha  torto. Tuttavia  l'idea di  patria - e per riflesso di classe dirigente (che non è solo continuità delle strutture amministrative) -   non si costruisce  a tavolino. O meglio, un mezzo tavolino serve. Anzi è servito: si pensi al   romantico spirito di nazione che gli storici considerano  alle origini dei processi di unificazione e  indipendenza, di Belgio, Grecia, Italia e Germania.  Dopo di che però, le classi dirigenti, si accorsero che bisognava “fare”, come da noi, gli italiani.  E le cose si fecero più difficili.
Diciamo che in oltre un secolo, tentarono  prima i liberali, che vinsero varie guerre - segno di solidità patriottica -  (in particolare la Terza e la Quarta Guerra d’Indipendenza, quest’ultima nell'album di famiglia liberale corrisponde alla Prima Guerra Mondiale),  cementando la patria.  Dopo  di  che,  i fascisti, in nome non dello spirito di nazione ottocentesco (di patria se si vuole, buono diciamo), bensì di un bellicismo nazionalista, cattivo,  all’ultimo stadio,  distrussero tutto, dividendo l’Italia:  consegnandola prima all’oppressore nazista,   poi, dopo una guerra civile,  a due partiti, nel quadro di "una restaurazione armata della pace democratica", per dirla con Giano Accame.  Partiti -  Dc e Pci -  che di spirito patriottico, ne nutrivano poco, perché eredi dell' universalismo cattolico e marxista. Perciò, anche a causa, ripetiamo, dell’overdose di nazionalismo fascista,  il tentativo di fare gli italiani, pur promosso (a parole) da questo o da quello, venne accantonato. Per inciso (a proposito di una recente dichiarazione del  Presidente Mattarella, assai avventata), il patriottismo ottocentesco, con i nostri guai e in particolare con la demenza sovranista,  c'entra come i cavoli a merenda.
Sicché, nel secondo dopoguerra, si formò, intorno allo sviluppo economico, elevatissimo, il nuovo  consenso degli italiani,  fondato però  su un rapporto di scambio  tra obbedienza politica e libertà economica,  tra ordine e disordine, tra mano visibile (dello stato) e mano invisibile (del mercato). 
Diciamo che il mix ha funzionato, anche benino, ben lubrificato  dall' olio assistenzialista  e della corruzione,   fino a Tangentopoli.  Dopo di che,  all’universalismo democristiano  e comunista  si è sostituito il nulla.  Né patria,  né universo mondo. Si è provato con l’Europa, ma neppure in questo caso la scelta ha funzionato.  Tuttavia,  una volta   venuto  meno l’ alto tasso crescita,  per ragioni esogene (globalizzazione)  e endogene (alto costo del lavoro, bassa produttività),  è  venuta a mancare  la materia prima della redistribuzione: i soldi.
Perciò che cosa è successo?  Semplificando al massimo: un popolo di estranei, o quasi, costretto a tirare la cinghia,  si è  ritrovato a litigare su tutto.  
Ora, parlare di formazione di una classe dirigente, intorno a un’idea comune, come sostiene Galli della Loggia -  e dispiace riconoscerlo -  resta più difficile oggi che centocinquanta anni fa. Anche perché, per colpa del nazionalismo fascista e dell’universalismo catto-marxista,  non c’è in circolazione una-idea-una dell’Italia condivisa da tutti.
Inoltre, come Galli della Loggia, sicuramente saprà,  affinché  un’idea penetri e informi di sé un’entità politica, occorrono secoli e secoli.  Si tratta, tra l'altro,   di un processo spontaneo, per giunta con alti e bassi, come mostra la storia di antiche nazioni (Gran Bretagna,  Francia, Spagna).  E noi, italiani,  abbiamo addirittura perso tempo prezioso, negando  - o enfatizzando che  è la stessa cosa - qualsiasi collante identitario. 
Si rifletta un momento. Su quali idee-forza  si punta in questi giorni per unire egli italiani? Il Reddito di Cittadinanza, una misura puramente economico-assistenzialistica, di marca catto-comunista. E l’odio immotivato  per lo straniero, solo perché è tale, di origine fascista. Detto in breve: universalismo welfarista e particolarismo razzista.  Nessun autentico  spirito di patria, solo calcoli per andare in pensione prima  o paura di essere derubati. Insomma,  il conto corrente come unica  fonte di identità. 
Certo, è vero, che in politica ci si unisce sempre contro  un nemico. Ma il nemico deve essere reale, non reinventato a tavolino. Fascismo e comunismo, reinventarono, per poi andare a fondo, seppure secondo tempi e modalità diverse. Per contro, liberalismo e democrazia, affrontarono un nemico  vero, e vinsero. 
Allora, concludendo,  quale  potrebbe essere,  oggi,  il nemico vero degli italiani?  Crediamo che, forse, i nostri concittadini debbano guardare dentro se stessi.                                     

Carlo Gambescia