domenica 31 dicembre 2017

Elezioni politiche 2018 
 "Tranquilli", non vincerà nessuno



Gli osservatori politici sembrano aver  finalmente scoperto l’importanza della quota uninominale. Troppo tardi.   Già un mese fa,   uno studio  della Camera dei Deputati  ha giustamente evidenziato sulla base dei voti ottenuti nel 2013, come la conquista del 40 per cento dei voti  può nella migliore delle ipotesi fornire  una risicata maggioranza (1).  Tradotto:   la quota uninominale o maggioritaria (alla camera 232 seggi su 630), prevista dal Rosatellum proporzionalista,  è troppo ridotta per garantire il  premio "occulto" racchiuso nel  maggioritario, dove vince, a prescindere dai voti totali ricevuti dal partito che si rappresenta sul piano nazionale, soggetti a dispersione,  il candidato più votato nel collegio, quindi con maggiore concentrazione di voti in ambito locale.
Il vero  punto dolente  è  che, stando alla media dei sondaggi,  nessuna coalizione (o partito) sembra in grado di conseguire  il 75 per cento  dei 232  collegi uninominali.  Di più:  ammesso e non concesso, che  una  coalizione ( o un partito)  riesca a tagliare il  traguardo del premio "occulto" maggioritario,   non è detto,  come spiegheremo, che dalle urne possa uscire una maggioranza stabile.
Proprio ieri sul “Messaggero”, nonostante il titolo incoraggiante, rivolto ai  moderati italiani (2), si osservava  malinconicamente che, in termini previsionali, alla Camera,  una vittoria del  centrodestra, dato dalla media dei sondaggi intorno  al 35  per cento,  si tradurrebbe, per eccesso, ossia dando per sicuri anche i collegi uninominali incerti,  in  266 seggi ( proporzionale + uninominale ). Pertanto, saremmo ben lontani dalla maggioranza di 316.  Per non parlare dei seggi conseguibili, largamente inferiori, dagli altri partiti.
Del resto, anche un governo Berlusconi-Renzi, del quale, paventandolo,  si chiacchiera tanto,  rischia di essere irrealizzabile,  perché  la somma dei seggi  di Forza Italia (123, dal momento che gli altri partiti del centrodestra si chiamerebbero fuori)  e quelli del centrosinistra  (187, ma anche qui vanno considerati gli oppositori interni, oltre a quelli esterni di  Liberi e Uguali, circa 30 seggi ), risulta  pari a 310. Inoltre, stando sempre alla media dei sondaggi, sarebbe impossibile  anche  la nascita di un governo  monocolore cinquestelle (140 deputati,  partito dato al 27 per cento) o in alleanza con Liberi e Uguali (30 deputati, dato  al 7 per cento).  Ciò significa, tra l'altro, che neppure il centrosinistra, anche allargato, avrebbe la forza per governare da solo.  A meno che,  dopo il voto,  Renzi  non decida, improvvisamente, di   allearsi   con Grillo e Grasso...  Ammessa e non concessa, la disponibilità  di  grillini e libero-ugualitari  a  governare con l'ex sindaco di Firenze. 
Dicevamo della riscoperta dell'importanza dei collegi uninominali.  Il centrodestra potrebbe garantirsi una maggioranza  alla Camera, solo nel caso riuscisse a vincere nel 75 per cento dei collegi uninominali,  pari a 175 seggi:  con 50 seggi in più (rispetto ai 266, previsionali, media sondaggi), giungerebbe  a 316 deputati.  Come però  si può notare, si tratta di  una maggioranza assai  risicata. E, diciamolo pure, divisa al suo interno.
Quanto al Senato, i numeri più o meno sono  gli stessi, con una probabile penalizzazione per i pentastellati, assai graditi  ai  giovani al di sotto dei venticinque anni, giovani  che però non votano per la "Camera Alta". Il che rende ancora più difficile, passando alla "Camera Bassa", l'ipotesi a nostro avviso fantasiosa, ma da alcuni concretamente temuta,  di un governo Di Battista-Salvini,  per ora invece  fermo, stando alla media dei sondaggi, a un totale di  247 seggi: 107 Lega, 140 M5S (3) . 
In conclusione,  l’ Italia si è data una pessima legge elettorale, dall'impianto proporzionalista. Ed ormai  inutile piangere sui collegi uninominali "versati"...  Escludendo i miracoli,  una cosa è certa, dalle urne non uscirà, in modo chiaro e netto, alcun vincitore.
Dimenticavamo,  buon 2018 a tutti.

Carlo Gambescia


               
(1)

(2) http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/camera_il_centrodestra_vicino_alla_maggioranza-3454581.html
(3) Ringrazio  Alberto Usuardi per aver  segnalato la  questione in un commento su Fb.   

sabato 30 dicembre 2017

Mussolini  ha sempre ragione
Chiocci, Veneziani e  la pastorale della Croce




Un mio amico, editore di destra,  non si stancava di ripetere, che quando  metteva Mussolini in copertina, vendeva più copie.  Ed è quel  che ha fatto oggi il “Tempo” con un occhio al portafogli. Ovviamente, per darsi una patina pseudoculturale, Chiocci  ha affiancato al testone del duce  un “pezzo” in stile Bagaglino Filosofico (si noti l'ossimoro)  di Marcello Veneziani.   
Quale sarebbe la tesi del Pingitore che strombazza  di aver  letto Nietzsche?   Che il duce in prima pagina, gli antifascisti  se lo sono meritato.   Perché?    Non smettendo da più di settant’anni  di evocare il pericolo fascista, gli “anti” avrebbero prolungato, ideologicamente, la vita  dell’ "Uomo della Provvidenza " (il lettore prende nota della definizione...),  provocando ondate di empatia, così per rimbalzo collettivo. Per parafrasare Benedetto Croce: il fascismo da malattia morale a malattia contagiosa dell'antifascismo...  Quando si dice il destino cinico e baro. Qualcuno, nell' al di là, avvisi anche Renzo De Felice.
Del resto, da duemila anni, i perdenti sono sempre più simpatici dei vincitori.  La genealogia del concetto  è cristiana,  rinvia allo stilema della croce:  a quella, che Nietzsche -   che l’intellettuale di Bisceglie dichiara di  conoscere bene -   liquidava come ideologia del risentimento dei deboli verso i forti:  delle folle cristiane  verso le aristocrazie pagane.
Insomma, Mussolini, come nuovo Cristo sulla Croce. In effetti, da morto, lo appesero al palo di una pompa della benzina. Con intorno la folla che gridava crucifige. Proprio come fanno  gli antifascisti  oggi.  Il che spiegherebbe  il risentimento, per empatia,  dei neofascisti.
Il punto è che Nietzsche tifava per i pagani,  mentre Veneziani, che dice di averlo letto,  per i cristiani. I conti non tornano. Però, a pensarci bene, chi firmò il Concordato?  Mussolini. Innalzato, negli ambienti vaticani,  a  "Uomo della Provvidenza".
Concludendo, per parlare difficile,  la prima pagina del “Tempo” dedicata  a  Mussolini  è pura pastorale della Croce.  Qualcuno lo spieghi a Chiocci. E pure a Veneziani.          

Carlo Gambescia                                           

venerdì 22 dicembre 2017

Un editoriale del  “Corriere della Sera”
Lo strabismo 
del professor Salvati




Vi invito a leggere l’editoriale di Michele Salvati, professore di economia,   uscito ieri l'altro  sul “Corriere della Sera” (*), perché è un classico esempio di strabismo economico-politico. Diciamo che il prof distorce, omettendone  una parte,  la realtà delle cose.   
Al tempo.  Salvati  individua bene le cause della crisi italiana, giustamente  legate   all’incomprensione protezionista (in senso sociale ed economico)  di un processo di liberalizzazione dei mercati, apertosi negli anni Ottanta del Novecento. Processo irreversibile, che alla lunga accrescerà il benessere di tutti.
Insomma, a suo avviso  l’Italia,  non avrebbe mai  fatto le famose  riforme.   Sicché, ora, a causa di una  campagna elettorale,  che vede  tutti  i partiti   su posizioni protezionistiche,  si rischia di fare, puntando sulla “pancia degli elettori”,  un passo indietro e  perdere per sempre il treno delle riforme.
Il ragionamento fila. Tuttavia Salvati, che fa bene a prendersela con  partiti  che non fanno da filtro politico-culturale  alle imperversanti dinamiche populiste,  nulla dice   -  ecco lo strabismo argomentativo -  circa la natura microscospica  e assistenzialistica delle imprese italiane.  Che, nei fatti,  non hanno mai saputo cosa  farsene  del laissez faire,  laissez passer.  Purtroppo. 
Se si ripercorre la storia economica d’Italia, a parte alcuni economisti-politici (nel senso del doppio ruolo di economisti e ministri) come Cavour, Ferrara,  Einaudi, Carli,  forse Corbino, De Stefani e pochi altri, il libero mercato non è mai stato molto  amato. E non solo ad alto livello, ma anche sul piano giornalistico.
Per fare solo un esempio, si prenda il  “Sole 24 Ore”, quotidiano della Confindustria, tra l’altro semifallito e divoratore di contributi pubblici indiretti (sgravi fiscali, eccetera), che dovrebbe difendere il libero mercato:  sembra il bollettino del commercialista, vi si  parla solo di tasse e di come pagarle,  di redistribuzione sociale e di finanziamenti pubblici. Diciamola tutta:  è un giornale semisocialista.  Altro che il "Wall Street Journal"...
Certo, è vero che negli anni Novanta, intorno alle privatizzazioni, e nel decennio dopo, sull’euro,  si aprì un dibattito politico sulla necessità di parlare al mondo e di tagliare indebitamento e spesa pubblica.  Risultato?  Qualche giorno fa si annunciava, coram populo,  che il Monte dei Paschi "tornerà banca di stato".  
Qui lo scandalo non è quello delle  mai provate pressioni della “Ministra” Boschi per salvare la banca paterna, ma di un sistema, che, invece di far fallire le banche, quando meritano, ne ripiana i conti in rosso. In teoria, si dice,  per evitare un nuovo ’29,  in pratica,  per accontentare tutti, banchieri e investitori,  grandi e piccoli.  E così  non perdere voti.
Si chiama capitalismo assistito.  O se si preferisce individualismo protetto: dal grande industriale e banchiere al padrone dei capannoni  fino all'avido pensionato che compra titoli ad alto rischio e vota Grillo. Pertanto è vero che i partiti non filtrano, ma è altrettanto vero che  mentalità e  pratica del capitalismo italiano, anche nei  cascami pulviscolari, sono di  straordinaria arretratezza.  Lo stesso “Corriere della Sera”, che tra l’altro mai ha rifiutato i contributi  pubblici indiretti,  affianca agli editoriali di Salvati  interviste a imprenditori e banchieri che sopravvivono grazie alla mano pubblica.
Concludendo,  se i politici non hanno idee, le imprese non stanno messe meglio.

giovedì 21 dicembre 2017

 "Giustizialismo storiografico"
 Croce dove sei?






La preparazione di un nuovo libro mi ha imposto la lettura e rilettura delle più significative storie della Repubblica italiana (diciamo Prima e Seconda). E cosa ho scoperto?    Che  non ce n’é una che parli positivamente dei progressi fatti, sotto l’aspetto  civile, economico e politico, dal 1945 ai nostri giorni.  
Civile, perché l’Italia di oggi è  più inclusiva di quella degli anni Quaranta. Economica, perché  il tenore di vita non è   quello del 1950.  Politica, perché, rispetto a quando  riacquistammo la libertà, oggi l' "aria"  ne è così satura  che neppure  ci si  rende conto di quanto si sia liberi. 
Eppure tutto questo nelle varie storie della Repubblica, con rarissime eccezioni, non si trova. La formula argomentativa  più usata è: "Sì va bene, ma...".  Si parla di sviluppo e crescita incontrollata, come se, di regola,  fosse possibile  padroneggiare i grandi processi storici. Si sottolinea,  l’esistenza di un doppio stato che avrebbe ostacolato il progresso della democrazia,  dimenticando che dal 1945 ad oggi, si è scritto e pubblicato  di tutto. Si colpevolizza  il familismo degli italiani, che in verità è sempre esistito, enfatizzandone gli aspetti negativi, rispetto a una  cultura civica che, pure è cresciuta, e che invece  ci si ostina a  giudicare  sempre un passo indietro.
Insomma, gli storici invece di contestualizzare  ciò che stato, ne tracciano, come giudici codice alla mano,  la distanza  rispetto a ciò che doveva essere dal punto di vista della norma. Un normativismo che  riflette le scelte ideologiche.  Pertanto lo storico conservatore  criticherà l’egemonia intellettuale della sinistra e i cedimenti  democristiani, lo storico marxista, oltre al malgoverno della Balena Bianca, l’assenza di grandi riforme in senso socialista. Per contro lo storico cattolico -  conservatore o progressista che sia -  il disordinato ed eccessivo  sviluppo capitalistico.
Su queste impostazioni ideologiche, rispetto "alla norma",  si sono scritte anche le cosiddette storie della Seconda Repubblica,  moltiplicando i (presunti) cattivi risultati della Prima, per i  pessimi (anch’essi presunti) della Seconda.  Alla quale, la maggioranza degli storici,  ha chiesto   - ecco il punto -  di realizzare ciò che doveva realizzare la Prima. Quindi modello ideale per modello ideale, una tragedia storiografica: una specie di "contro-storia della Repubblica al quadrato",  dalle gravi conseguenze.
Diciamo che si è avvertita  la mancanza  di un  grande storico come  Benedetto  Croce. O meglio di un’ opera fondamentale come la sua  Storia d’ Italia dal 1871 al 1915,  scritta durante il fascismo: un esempio di fierezza storiografica, verso il cammino percorso,  nonché   di onesta ricostruzione  dei fatti, una contestualizzazione, assente nella storiografia repubblicana. Insomma,  l'esatto contrario del successivo  normativismo storiografico.
Si dirà: Croce, tuttavia, si fermò al 1915 (come un altro grande storico, ma filofascista, Gioacchino Volpe), rifiutandosi di spiegare le cause del  fascismo,  da lui ricondotto a  temporanea   parentesi, una specie di malattia morale.  Giusto.  Però il  grande filosofo morì nel 1952, convinto che l’Italia, superata la malattia, era entrata in convalescenza.  E che presto sarebbe guarita. Così è stato.
Di questo vero progresso   gli storici  repubblicani -  conservatori, cattolici,  progressisti -  non se ne sono accorti. Per quale ragione? Probabilmente, come detto,  perché  si ostinavano e ostinano a vedere nello stato fascista la continuazione dello stato liberale  e nello stato repubblicano  la continuazione di quello fascista.  Croce la chiamava storiografia di tendenza:  in termini  più moderni si potrebbe definire  storiografia contro il nemico interno. Sul quale Croce, saggiamente, con un colpo di "parentesi",  aveva invece sospeso il giudizio.
Di qui però,  un gioco al rialzo che ha trasformato il giudizio storico, in politico e infine giudiziario. C'è un nemico da criminalizzare, processare, condannare e imprigionare. Con effetti che sono sotto gli occhi di tutti.

Carlo Gambescia                                          

                      

mercoledì 20 dicembre 2017

 Risate amare su  “Spelacchio” 
La filosofia di Jeeg Robot



A Roma, e purtroppo in tutto il mondo,  si ride di “spelacchio”. Così i romani, in un momento di  antica e corrosiva lucidità, hanno chiamato,  l' albero di Natale,  rinsecchito, che disonora piazza Venezia, cuore della Capitale. Parliamo di  un mostruoso  grumo di rami ai minimi termini, specchio di un’ amministrazione a cinque stelle, totalmente incapace di intendere e di volere. Sembra incredibile. Eppure è così.
Tra l’altro, la “sindaca” annuncia  misure come le microtelecamere  sui cassonetti con partita iva, il contapersone ( e perché non il contapassi)  a piazza di Spagna.   Roba da forum di schizzati, da gente, senza arte né parte, che viveva davanti al pc, in attesa di andare in vacanza grazie alla quattordicesima della nonna vedova.  E che ora, compunta, rilascia,  dichiarazioni  al Tg1.
Inutile aggiungere, purtroppo, che  l’argomento razionale, non serve a nulla: i romani e gli italiani, ridacchiano, ma alla fin fine, sembrano gradire.  Perché, si dice,  i cinquestelle sono onesti.  Come se per parafrasare Benedetto Croce,  dal  chirurgo, sul punto di  operarci,  invece della laurea in medicina, si pretendesse l'approfondita conoscenza e pratica dell'etica kantiana.  Sicché,  rischiamo di vivere l'incubo di   una campagna elettorale, formato Social, che potrebbe promuovere a ministri gente come  Di Maio, Di Battista & Co: brutti, anzi incapaci, ma buoni, come  certi biscotti gentilini.  
Risparmio ai lettori, per oggi, approfondite analisi. Sono troppo amareggiato.  La sociologia certifica  che “la gente”  ha perduto la  fiducia nelle istituzioni. Non certifica però che questo è avvenuto dopo  venticinque anni di autolesionistiche campagne mediatiche e giudiziarie che hanno contribuito  a distorcere la visione della realtà.  Inutile ripetere  che  gli italiani non sono mai stati bene come oggi.  E in tutti i sensi. Perfino i clochard  sono assai diversi, nella complessione fisica,  da quelli di "Miracolo a Milano", il film pauperista di De Sica e Zavattini del 1951.  Eppure,  siamo al punto di rimettere in discussione perfino i vaccini. 
Si pensi alla questione del rientro delle salme dei Savoia: la maggioranza degli italiani, neppure sa di che cosa si parli; i commentatori, sui   Social,  si insultano a colpi di slogan (tipo “viva la repubblica, abbasso la monarchia” e viceversa); i politici e gli intellettuali discettano sulla necessità di una memoria condivisa, salvo però nutrire feroci e opposti pregiudizi sulla storia d’Italia. Conclusioni: nessuno ascolta nessuno. E la maggioranza degli italiani, assai distratta, si trova d’accordo solo per ribadire che se piove è sempre colpa del governo. Ladro.
In un contesto del genere -  che non è solo italiano perché le politiche welfariste  hanno viziato il popolo sovrano ma bambino -  non ci si può stupire  del successo di un partito come Cinque Stelle, che promette  reddito di cittadinanza e tagli  alle tasse, rilancio dell’economia e decrescita, pensioni più alte e abbassamento dell’età per riceverla.
È la filosofia infantile di Jeeg Robot,  penso in particolare al  film interpretato da Claudio Santamaria: uomini e donne che si comportano da bambini,  e che  credono  nel supereroe indistruttibile, che prima o poi li  salverà:  non si sa bene da che cosa, ma li salverà.  Ed è bello crederlo.  Perché ci  salverà "tutti", comunque sia,  dai cattivi di turno.  Designati da chi? Dal Movimento Cinque Stelle, of course.   

Carlo Gambescia                                      



martedì 19 dicembre 2017

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 18 dicembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 716/1, autorizzazione COPASIR n. 198/3a [Operazione “POPULONIA” , N.d.V.] è stata intercettata in data 17/12/2017, ore 21,30 la seguente conversazione telefonica tra le utenze private 333.***, intestata a SALTINI MATTEO, Segretario della Lega (ex Nord) e 384***, intestata a STANCANELLI PATRIZIA, titolare della “IMMAGINE Srl.”  [v. informazioni in allegato, N.d.V.]

[omissis]


SALTINI MATTEO: “Ehm…Pronto? La signora Stancanelli?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Sì, chi parla scusi?”
SALTINI MATTEO: “Sono Saltini, Matteo Saltini.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Ah sì, buonasera, aspettavo la sua telefonata.”
SALTINI MATTEO: “Ah sì?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Certo. Lei ha un problema di immagine, no?”
SALTINI MATTEO: “Be’…”
STANCANELLI PATRIZIA: “…su, su. Non sia timido.”
SALTINI MATTEO: “Timido io? [ride]”
STANCANELLI PATRIZIA: “Lei è un timidone, si vede subito.”
SALTINI MATTEO: “Dice?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Dico, dico. Ma questo va benissimo per la sua immagine. Intenerisce, sa?”
SALTINI MATTEO: “Veramente io non voglio intenerire proprio nessuno.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Invece dovrebbe. La votano più gli uomini o le donne?”
SALTINI MATTEO [pausa]: “Non ho il sondaggio.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Glielo dico io senza sondaggio: la votano di più gli uomini. Lo zoccolo duro dei suoi votanti sono uomini dai 30 ai 50, artigiani o lavoratori dipendenti, non laureati, separati o divorziati, che leggono meno di tre libri all’anno, giocano a calcetto, guidano un furgoncino bianco o un SUV a basso costo, al sabato escono con gli amici del bar, sono delusi dalla vita ma non se lo dicono quasi mai, sono contro l’immigrazione ma si fanno rimorchiare dalle moldave, parlano sempre a voce alta ma sono tutti…[pausa] ”
SALTINI MATTEO: “…tutti?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Tutti timidi, Matteo. Sei arrossito?”
SALTINI MATTEO [pausa]: “Senta, signora…”
STANCANELLI PATRIZIA: “Chiamami Patrizia. Sei arrossito, vero?”
SALTINI MATTEO [pausa]: “Un po’, sì.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Bravo! Bravo, vedi come è facile?”
SALTINI MATTEO: “Facile cosa?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Essere spontaneo, Matteo. Vedi: il segreto dell’immagine è tutto lì. Essere spontanei.”
SALTINI MATTEO [pausa]: “Perché io invece non…non sarei spontaneo?”
STANCANELLI PATRIZIA: “No che non sei spontaneo, Matteo. Non sei spontaneo perché ancora non ci credi che sei Matteo Saltini, segretario della Lega, che va in TV, va a Cernobbio a parlare alla Confindustria, e forse l’anno prossimo diventa Presidente del Consiglio. Qualche volta, la mattina, ti alzi, vai in bagno, ti guardi allo specchio e ti dici: ‘Possibile? Io? Con questa faccia?’ Vero o no?”
SALTINI MATTEO [lunga pausa]: “Be’…non proprio così, ma…”
STANCANELLI PATRIZIA: “Ma sì, Matteo, ma sì. Non c’è niente di male, sai? Anzi.”
SALTINI MATTEO: “Vede…”
STANCANELLI PATRIZIA: “…vedi.”
SALTINI MATTEO: “Vedi, Patrizia, in campagna elettorale io devo sembrare affidabile, autorevole, presidenziale…però devo anche sembrare ruspante, pratico, sbrigativo, uno…”
STANCANELLI PATRIZIA: “…uno dei ragazzi del bar, eh Matteo? Come i tuoi votanti.”
SALTINI MATTEO: “Sì.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Non è facile, in effetti. Ma ce la possiamo fare. E sai come?”
SALTINI MATTEO: “Come?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Anzitutto, convinciti che presidenziale non lo sarai mai. Presidente magari sì, presidenziale mai. Non hai la faccia, Matteo. Non hai la storia, la famiglia, la faccia. Non sei ipocrita, sei solo bugiardo e si vede. Non sei nato con la camicia. Sei un soldato semplice, un senza grado, uno che ha visto il backstage del PIL, uno che poteva anche finire in un call center… sei uno di noi, Matteo: sei un poveraccio. Sì o no?”
SALTINI MATTEO: “Insomma…”
STANCANELLI PATRIZIA: “E allora è quello il tuo asset, Matteo. Come dicono i grillini? ‘Uno vale uno’? Ecco. Tu devi rappresentare tutti gli uno che non diventano mai due, tre, quattro…però gli piacerebbe tanto, moltiplicarsi, e con te lo possono fare.”
SALTINI MATTEO: “Più facile da dire che da fare.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Poi ti faccio vedere, ti insegno, è il mio mestiere, no? Ma devi farti votare dalle donne, Matteo. Secondo te dove li ha presi i voti, Finzi? Quando ha fatto il 40%?”
 SALTINI MATTEO: “Le donne?”
STANCANELLI PATRIZIA: “Certo. E lo hanno votato perché era furbo, svelto, la simpatica canaglia che magari ti mette le corna ma non ti fa annoiare mai; e se sei brava, ma proprio brava, di te si innamora e ti fa fare la bella vita [canta] ‘voglio una vita/spericolata…’ “.
SALTINI MATTEO: “E io dovrei…?”
STANCANELLI PATRIZIA: “No. No, tu non sei così, Matteo. Tu sei un orsacchiotto, sei il ragazzo un po’ triste, un po’ sfigato…”
SALTINI MATTEO: “Ue’, guarda che io modestamente…”
STANCANELLI PATRIZIA: “E’ l’immagine, non la realtà! Voglio vedere se non rimorchi, con la carriera che hai fatto! Ma la tua immagine è quella. Il ragazzo un po’ timido, un po’ sfigato, ma che ha dei numeri, che se al suo fianco ha una donna che sa il fatto suo si apre, si confida, si fa aiutare, guidare, si impegna, dà il massimo, ce la fa, ti sistema e ti fa fare la bella vita…”
SALTINI MATTEO [canta]: “Voglio una vita/spericolata…”
STANCANELLI PATRIZIA: “No Matteo, la vita spericolata con te no, tu sei il compagno fedele. La vita spericolata possono farla con l’amante perché tu sei un bravo ragazzo, ti fidi e non le vai a controllare il cellulare.”
SALTINI MATTEO: “Ah.”
STANCANELLI PATRIZIA: “Ma credimi: è meglio così. Finzi le donne l’hanno votato una volta sola, tu con un’immagine così le fidelizzi.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

P.S.  
Buone  Feste dal Maresciallo Spengler...  


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...




lunedì 18 dicembre 2017

Il professor Alessandro  Campi  e la televisione
Liscio o gassato? 




Questa mattina, ore 6.45,  mentre mi sto preparando il caffè, dopo aver aperto il frigorifero, accendo il televisore,  e subito si materializza il faccione di Alessandro Campi.   Il lettore penserà,  destro per destro, sempre meglio che quello da  marinaio levantino di Marcello  Veneziani  o da chef pluristellato  di Franco Cardini.  
Giusto.  E poi, diciamo la verità,  non ha prezzo scoprire, casualmente, con un solo clic, che il professor Campi sia uno  specialista anche di Casa Savoia e di storia politica e sociale dell’Austria. Dopo esserlo,  nell’ordine: di Nuova destra, Stato Sociale, Fascismo, Nazionalsocialismo, Schmitt,  Maranini, Aron, Freund, Gentile,  Mussolini, Stato-Nazione, Napoleone, Berlusconi, Michels, Machiavelli,  Mosca e altri  personaggi e argomenti, dalle scienze politiche alle relazioni internazionali, passando per la storia delle dottrine politiche, dell'Umbria, dell'Italia, isole comprese. La lista, insomma, sarebbe lunghissima.
Ovviamente, il  Campi  televisivo  elargisce sorrisi e  buonismo a gogò.  Per carità, è suo diritto.  Del resto  per farsi benvolere,  oltre la levataccia (perché se fai il difficile non ti chiamano più, salvo raccomandazioni), esistono due possibilità: non dire niente, come questa mattina, oppure trasformarsi in macchietta, come ad esempio il povero Giannino. A dire il vero,  ce ne sarebbe anche una terza: insultare e inveire contro tutti e tutto, à la Sgarbi... Che però  non è nelle corde di  Campi, se lo conosciamo bene,  più manovriero di un vecchio democristiano.      
Comunque sia, il nostro professore,  per ora, sembra  indeciso.  Oggi, a “Uno Mattina”,  era in giacca e cravatta, la settimana scorsa, su  La Sette,  "Omnibus",  aveva una grossa sciarpa technicolor, che gli incorniciava le orecchie.  Però non diceva niente lo stesso.
Quindi professor Campi, si decida, che farà da grande? Liscia o gassata,  l’acquetta imbottigliata  che promuove in televisione? 
Roberto Michels  si lamentava, in una lettera privata, che gli  spiaceva essere noto  come l’ autore di un solo libro. E  si riferiva alla Sociologia del  partito politico nella democrazia moderna, un classico della scienza politica novecentesca...  
Il professor Alessandro Campi, fortunatamente,  di questi  problemi, per ora, non ne ha… Però va in tv.  Sono sempre soddisfazioni.

Carlo Gambescia              



venerdì 15 dicembre 2017

Il Senato approva il "testamento biologico"
Conquista di civiltà?


La legge approvata  ieri dal Senato,  sulle   "Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari al fine di evitare l'accanimento terapeutico", può essere definita una conquista di civiltà?  Oggi c’è chi la definisce così. Purtroppo, non abbiamo potuto prendere visione del testo, perché non ancora pubblicato (*), ne sappiamo, dai giornali,  quanto i lettori.
In verità il punto è un altro  e riguarda ciò  che si può definire motorizzazione del diritto pubblico  attraverso la moltiplicazione dei diritti privati. Ci spieghiamo subito.
Se si fa collimare la civiltà con lo sviluppo dell’organizzazione legislativa dei diritti individuali, addirittura intimi, come  quando si tratta di  vita e di  morte,  allora ieri si è raggiunto il  punto più alto del welfare dei diritti.  Se invece si  prende come metro di misura della  civiltà,  l' assenza di interferenze organizzative  al libero dispiegarsi della libertà umana,  ieri si è  toccato il punto più basso. Esageriamo?  Il lettore presti  attenzione: chi dice diritto, dice organizzazione, chi dice organizzazione, dice burocrazia, chi dice burocrazia dice predominio  di  norme e  regolamenti sulla libertà umana.   
Da ciò che  riferiscono i giornali,  la legge,   pur non  prevedendo esplicitamente  il diritto di obiezione del medico al  Dat (Disposizioni  Anticipate di Trattamento),  nel caso di rifiuto alla sospensione le cure, lo assolve da qualsiasi responsabilità penale e civile.  Il che sul piano della libertà di coscienza è nobilissimo.  Tuttavia,   già  la stampa cattolica - come è suo diritto, per carità -   parla minacciosamente  di  “obiezioni” massicce.  Pertanto, come già capitato  con altre pratiche, potrebbero mancare i medici disposti ad applicare la legge.  Il che, in un sistema pubblico come quello italiano,  rischia di innescare contenziosi  politico-amministrativi, ad esempio  per la serie "chi cambia di mansione chi".   
Inoltre, la legge stabilisce, il consenso informato -   altra cosa nobilissima, per carità -   in particolare nel caso di patologie dalla prognosi infausta. Il che però significa che  i medici saranno obbligati a conferire con il paziente.  Ma su quali  basi cognitive?  Quelle  di una comunità scientifica che non è d’accordo su ciò che significa "accanimento terapeutico"?  E per il semplice fatto che  la scienza medica è in continua trasformazione?  
In sintesi: da un lato abbiamo una decisione individuale-esistenziale, quella del paziente,   decisione che come prevede la legge può cambiare; dall’altro però, abbiamo la scienza medica che “marcia” a una velocità superiore, o comunque diversa (perché ragiona sui grandi numeri)  a quella  che scandisce le singole esistenze (limitata e basata sui "piccoli numeri" della famiglia, degli amici,  del lavoro).
Attenzione però, perché non è ancora finita:  in mezzo, diciamo così,  tra scienza e individuo,  c’è un’organizzazione, quella sanitaria,  che per agire, nel senso di sospensione delle terapie,  ha necessità di requisiti minimi, di standard insomma, dettati però da cognizioni medico-scientifiche  in continua evoluzione.
In pratica, si legifera sull’acqua.  Per parafrasare  Eraclito, non  ci si  bagna mai due volte nelle acque dello stesso fiume.  La civiltà, come del resto la società,  a cominciare da quella scientifica,  è qualcosa di indefinibile, di inafferrabile, perché  legata a  temporalità e velocità assai diverse,  proprio perché in continuo movimento.   L’organizzazione, invece,  ha necessità di acque stagnanti. Insomma, di strutture decisionali e di uomini, sempre uguali a se stessi, prevedibili e iterativi nei comportamenti. Si potrebbe parlare di immobilità figurativa.  Di qui,  i sempre possibili conflitti tra  forma (organizzativa), pur necessaria, e vita (reale), altrettanto e forse ancora più necessaria. Siamo davanti alla gigantesca e inarrestabile  lotta  tra  il  "dover essere" organizzativo, statico,  e l’ "essere sociale", dinamico,  nelle sue più diverse manifestazioni.   
La motorizzazione organizzativa del diritto (e dei diritti), di cui parlavamo all’inizio,  dietro la melliflua  maschera  welfarista, “del più diritti, più felici”,  non potrà mai andare più veloce, per così dire,  del  flusso vivente del divenire sociale dettato  dagli individui che  compongono la società:  con i loro interessi e valori,  dall'economia alla scienza,  sempre mutevoli.  Parliamo di  uomini e donne che sono  il vero  "motore" di ogni società,,  il cui   brusio ne rappresenta lo sfondo sonoro, inavvertibile. Detto altrimenti: è impossibile sapere ciò che  sia  bene per ogni singolo individuo. Figurarsi poi,  fissarlo per via legislativa ...
Perché allora non prenderne atto?  Come? Meno leggi, meno organizzazione  E soprattutto più delegificazione.  Ad esempio, per chiamare  onestamente  le cose con il loro nome,  sarebbe bastato, depenalizzare l’ articolo 580  del Codice Penale  sull’istigazione o aiuto al suicidio.     

Carlo  Gambescia


(*)  Nel momento in cui scriviamo:  http://www.senato.it/versionestampa/stampa.jsp?thispage

  
               

giovedì 14 dicembre 2017

Come farsi male da soli 
Politiche 2018, 
tra surrealismo e autolesionismo





Si voterà a marzo, forse  la prima domenica.  Prepariamoci a  una campagna elettorale surreale:  qualcosa che,  rispetto alla storia della Prima e Seconda Repubblica,  andrà oltre  ogni possibile fantasia onirica.  Esageriamo?  No. Un solo esempio.
Tutte le forze in campo, da Fratelli d’Italia  al Movimento Cinque Stelle, passando per Forza Italia, Lega,  Partito Democratico & Co.,   ragionano come se si votasse ancora con  il maggioritario. Anzi,  di più: con il premio di maggioranza.  In realtà,  siamo tornati al proporzionale, con uno spruzzo di uninominale. Certo,  è  vero che, se i partiti di centro-destra e centro-sinistra si apparentassero presentando liste di coalizione nazionale,  sarebbero vincolati  a presentare un candidato  unico, nei collegi uninominali  (di centro-destra e di centro-sinistra).  Il che consentirebbe di   raggranellare qualche eletto  in più. O addirittura, in caso di taciti patti di desistenza, tra centro-destra e centro-sinistra di  penalizzare i candidati pentastellati. Ma per ora di liste uniche (e di possibili desistenze trasversali...)  nessuno osa parlare. 
Ovviamente,  di tutte  queste divisioni può avvantaggiarsi il Movimento Cinque Stelle, già in testa nei sondaggi.  Che però non avrebbe i numeri per governare da solo. Del resto, lo stesso discorso vale  per il centro-destra coalizzato.  Perché, ripetiamo,  il Rosatellum non garantisce alcuna maggioranza assoluta, ma solo maggioranze relative o  risicatissime ( nella migliore e più improbabile) delle ipotesi).  Infatti,  i sondaggi dando per scontato ciò che scontato non è  ( ossia che   il centro-destra  presenti  lista unica),  assegnano a Berlusconi, Salvini e avanzi post-aennini e  post-centristi,  consensi  molto  al di sotto del 51 per cento dei voti. Ammesso e non concesso, ripetiamo,  che in un  Parlamento, come quello italiano, si possa poi governare con la metà più uno dei seggi. Figurarsi perciò  con il 38/40 per cento dei voti (nelle urne) -   ammesso eccetera, eccetera -  puntando  su maggioranze (in seggi),  da raccattare, un giorno sì e l'altro pure,  nei corridoi della Camera e del Senato...  Per la serie, continuiamo a  fare  (e farci...) del male alla democrazia rappresentativa.
Si è fatto solo l’esempio del centro-destra, dal momento che il centro-sinistra, ancora più diviso, è messo peggio.
Ricapitolando, con questa legge elettorale,  coalizioni o meno,   nessuno, dopo il voto, avrà un numero sufficiente di parlamentari per governare.  Di qui, il clima surreale di una campagna elettorale,  dove tutti parlano di vincere e governare, pur sapendo benissimo, che le prossime elezioni, come ieri  ha dichiarato Berlusconi in un momento di lucidità,  potrebbero portare a un  Gentiloni bis  e/o a nuove elezioni,  magari sempre con il Rosatellum…
Tuttavia, dove  "impazza"  il proporzionale  tutto è possibile:  perfino un governo Di Maio, Salvini, Meloni e  transfughi di  altri partiti.  Oppure  un governo  Bersani, D'Alema, Di Maio (in caso di totale rovescio renziano).  O infine,  tra Berlusconi e Renzi ( se l’enfant gâté di Rignano sull’Arno uscirà vivo dall'accerchiamento dei dinosauri): un governo quest'ultimo, definito "Della Nazione",  che  per alcuni sarebbe il male minore.
In realtà, una campagna elettorale surreale produce  inevitabilmente  governi  surreali. Che poi dietro la “surrealtà”  ci sia una legge elettorale incongruente è questione, dispiace dirlo, che rinvia, piuttosto che alla politologia  alla psichiatria, in particolare alla branca che si occupa dei  pazienti autolesionisti.
I Tafazzi, insomma. 

Carlo Gambescia

mercoledì 13 dicembre 2017

Sallusti, Belpietro, Feltri e compagnia cantante
Liberali alle vongole



Oggi “Libero” giustifica  lo sciopero dei medici  e chiede più soldi per la sanità pubblica.  Però nella stessa pagina  difende Trump che vuole abbassare le tasse, contro  Padoan che invece gli consiglia il contrario. Sul “Giornale”,  Sallusti  duetta con Di Maio sulla chiusura festiva dei negozi. Invece sulla “Verità” ci si batte per il posto fisso.  Sul “Tempo”, giornale però fascistoide,  Arturo Diaconale, direttore della liberale “ Opinione delle libertà” e responsabile stampa della Lazio (Lotito chiamò, lo sventurato rispose),  si lascia andare al peggior  complottismo sportivo in stile calcio-leghista al contrario.  Infine,  il “Quotidiano nazionale”, nelle sue tre versioni (“Giorno-“Nazione”-“Resto del Carlino”), resta il giornale italiano meno appetibile in assoluto. Come asseriva un mio colto amico: “Non dice un cazzo” (pardon).  
Certo,  resterebbe  il “Foglio”,  che a dire il vero  ce la mette tutta per vitaminizzare l’esangue liberalismo italiano,  ma in quanti siamo a leggerlo? Quanti hanno tre dottorati in filosofia politica, storia e scienze politiche ?  Diciamo che è "bello e impossibile".  Non per tutti, insomma. 
In sintesi, questa è la stampa che dovrebbe appoggiare elettoralmente il centro-destra e far crescere i suoi lettori-elettori. Un' area politica dove il liberalismo, almeno a sentire Berlusconi, dovrebbe essere di casa. E invece siamo davanti a giornali, piagnoni, assistenzialisti, razzisti. Perché?   
Montanelli, storico fondatore del “Giornale (nuovo) ” sosteneva che  i suoi lettori, erano più a destra e assai  meno liberali di lui e con il complesso dei fascistissimi treni in orario.  E che quindi si doveva dirozzarli, eccetera, eccetera. E soprattutto: “Mai  vellicarne i bassi istinti”. Queste le sue conclusioni.
Oggi invece direttori come Sallusti,  Belpietro, Feltri e compagnia cantante fanno l’esatto contrario. L’e-lettore crede che sia possibile diminuire le tasse e aumentare le pensioni? Perché no.  L’e-lettore crede che la sanità pubblica non funzioni a causa degli insufficienti  finanziamenti statali? Perché no. L’e-lettore crede che il posto fisso sia la soluzione dei mali italiani? Perché no. L'e-lettore crede che l'immigrato rubi case e  posti di lavoro agli italiani? Perché no. E così via…
Qual è la morale?  Che i "mezzi" giornalistici  ci sarebbero,  quel che invece manca è la materia prima:  i giornalisti liberali. E cosa ancora più grave,  i lettori liberali.  Una tragedia.


Carlo Gambescia     

martedì 12 dicembre 2017

Utopie 
Si fa presto a dire Bitcoin...



Prima di  affrontare la questione  dei Bitcoin, dobbiamo fare una piccola premessa. Quindi un poco di pazienza. 
La  moneta è da sempre un interessante problema sociologico perché  rappresenta  un ottimo esempio  di oggettivazione sociale: detto altrimenti, di un veicolo sociale (la moneta), creato dall’uomo, ma sul quale l’uomo (come individuo), finisce per  perdere ogni controllo in favore delle istituzioni sociali (economiche e politiche).   Ciò  accade perché la moneta, sorta spontaneamente  per  facilitare gli scambi, essendo un mezzo di pagamento, di riflesso, non può non  essere anche  misura del valore, e quindi, passo ulteriore,  di conto o conservazione (tesaurizzazione) della ricchezza (come "sommatoria" di valori). Insomma, si registra sempre un momento in cui la moneta (che nasce spontaneamente), acquista la  forza propria delle istituzioni che sorgono per governarla (oggettivazione).  Siamo davanti  a una costante politica e sociologica, quindi  metapolitica. In sintesi:  per ragioni di stabilità sociale,  ogni  "movimento" non può non trasformarsi in "istituzione".            
Pertanto, il dibattito, oggi così frequente, sulla natura politica della moneta rinvia a una fase successiva:  alla trasformazione della moneta di scambio da  moneta, puramente fiduciaria, in moneta  legale,  sotto l’imperio della legge,  ossia al   passaggio  dalla fiducia tra gli uomini alla fiducia degli uomini  nella legge. Parliamo di  un livello più elevato di "fiduciarietà".  Tradotto:  le transazioni commerciali tra individui (semplifichiamo),   prima in pecore,   poi in frammenti di metallo, preziosi o meno, precedono la moneta legale, emessa in principio dallo stato-cittadino, come nell’antica Ionia.  Mai dimenticarlo.
Ora i Bitcoin, di cui si tanto si parla, sono una moneta fiduciaria, allo stato puro (senza alcuna manipolazione politica).  Il che rinvia alle origini spontanee e non politiche della moneta. Tuttavia, poiché si tratta di  una moneta fiduciaria  venuta “dopo” le monete legali,   e soprattutto   interna al gruppo fiduciario di accettazione, necessitava ( e necessita)  di una  "pietra di paragone"  esterna  per stabilirne il valore e farsi accettare, sulla base di un valore comparato,  all’interno del suo gruppo.  E così poter assolvere alle funzioni di scambio e conto-tesaurizzazione.
Ecco il  punto debole. Una  moneta come il  Bitcoin, a meno che non sia adottata simultaneamente da tutto l’universo-mondo  è  destinata a  rimanere  un mezzo di scambio, uno tra i tanti titoli,  in competizione con altri mezzi di scambio. I quali dalla loro, hanno però la forza della spada  che rinvia inevitabilmente all'  umano bisogno di sicurezza e stabilità: le  basi socio-psicologiche di qualsiasi sistema sociale.
Insomma, non bisogna cadere prigionieri  dell’utopia della moneta, eternamente allo stato nascente, priva di oggettivazione, vista soltanto  come un  processo che si auto-riproduce,  a prova di istituzioni sociali.  Diciamo che lo "spontaneismo" è soltanto una parte della vicenda. In realtà,  come storia e sociologia provano, i processi di oggettivazione, piaccia o meno, implicano la nascita di istituzioni economiche e politiche, dalla banca allo stato e alla banca di stato:  istituzioni  che sono al tempo stesso processo ed esito, o meglio esito (solido) di un processo sociale (gassoso).
Certo, sarebbe bellissimo fare a meno delle istituzioni politiche. Ma -   solo per  chiarire una volta per tutte il punto -   il  "Bitcoin  Moneta Unica Mondiale" avrebbe automaticamente necessità  di  uno "Stato Unico  Mondiale". Se,  ad esempio,  gli Stati Uniti  adottassero il Bitcoin  al posto  del  Dollaro, esso diverrebbe sicuramente una moneta forte, ma  in competizione con altre monete. Insomma, siamo davanti a processi lunghi, complessi e conflittuali. Probabilmente,  per arrivare a uno stato mondiale, unificato sul modello dello stato-nazionale, dovrebbe dichiararci guerra Marte.
Pertanto,  ci si diverta pure con il Bitcoin, come con le monete del Monopoli.  Certo,  divertirsi fino a un certo punto: perché  qualcuno guadagnerà mentre qualcun altro  perderà. Come accade in Borsa. Fermo però restando che  la moneta,  quella vera,  è un’altra cosa.

Carlo Gambescia                 

         

lunedì 11 dicembre 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 11 dicembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 10/12/2017, ore 06,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 008152 ***, intestata a PERSONA IGNOTA. Il prefisso telefonico corrisponde alla città di Murmansk, penisola di Kola, Federazione Russa. E’ la più grande città del mondo sita all’interno del Circolo Polare Artico. Sono in corso accertamenti per stabilire l’identità del chiamante.
Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]



PERSONA IGNOTA: “Pronto? Il dottor Finzi?
FINZI MATTIA [si sveglia di soprassalto]: “Eh? Eh? Chi è?”
PERSONA IGNOTA: “Buongiorno dottor Finzi, qui il servizio clienti della Santa Claus Inc.
FINZI MATTIA: “Chi?”
PERSONA IGNOTA: “Servizio clienti della Santa Claus Inc., dottor Finzi. La chiamo in relazione alla sua lettera del [pausa, controlla il foglio] 5 dicembre ultimo scorso.”
FINZI MATTIA: “Io non ho scritto nessuna lettera, siete dei bei maleducati a telefonare a quest’ora, addio…”
PERSONA IGNOTA: “Qui c’è la sua firma, dottor Finzi. Guardi l’MMS che le mando. [plin! suono di MMS inviato via cellulare]
FINZI MATTIA [pausa, guarda l’MMS]: “Mah…sembra la mia firma…sembra, non so se…”
PERSONA IGNOTA: “E’ la sua firma, dottore. E scusi l’ora, ma lei capisce, per noi questo è un periodo di superlavoro e dobbiamo ottimizzare i tempi. Se permette vengo al punto.”
FINZI MATTIA: “Avanti.”
PERSONA IGNOTA: “C’è un problema con il suo ordinativo, dottore. Abbiamo esaurito le scorte dell’articolo da lei richiesto.”
FINZI MATTIA: “Articolo? Che articolo?”
PERSONA IGNOTA [legge]: “Al capoverso tre della sua lettera, dottore: ‘Inviare q.li 7,5 di pericolo fascista®’. Guardi, siamo veramente spiacenti ma non siamo in grado di soddisfare la sua richiesta.”
FINZI MATTIA: “L’avete finito? E me lo dite adesso?”
PERSONA IGNOTA: “Sono costretto a confermare, dottore. Le scorte sono terminate. Come lei sa, è un articolo richiestissimo…”
FINZI MATTIA: [pausa. Tra sé]: “Mapporca miseria…”[all’interlocutore] “Sì, ma siamo anche vecchi clienti, no? Clienti affezionati! Proprio finito finito? Su, dai, un rimasuglio, un fondo di magazzino ci sarà pure…”
PERSONA IGNOTA: “Dottore, voi siete clienti affezionati da più di settant’anni, e la filosofia della Santa Claus Inc. è ‘il cliente al primo posto’. Ma quando un articolo è finito è finito. Naturalmente siamo a disposizione per sostituire l’ordinazione con altra merce, altrettanto valida. Che ne dice del pericolo cinese®? C’è un boom quest’anno, sa?”
FINZI MATTIA: “Ma no, no, macché pericolo cinese®! Qui fra tre mesi abbiamo le elezioni, ci serve il pericolo fascista®!”
PERSONA IGNOTA: “Dottore, mi scusi se mi permetto: ma è proprio sicuro che nel vostro caso, il pericolo fascista® sia il prodotto più indicato?”
FINZI MATTIA: “Ma lei di cosa si impiccia? Lo saprò ben io cosa mi serve.”
PERSONA IGNOTA: “Senz’altro, dottore. Ma guardi, parlo nel suo interesse: di recente, altri nostri clienti ci hanno informato che il pericolo fascista® non è più quello di una volta.”
FINZI MATTIA: [preoccupato]“Cioè?”
PERSONA IGNOTA: “La ditta produttrice resta una delle più serie sul mercato, ma vede: il pericolo fascista® non è un prodotto industriale qualsiasi. Per rendere al meglio va customizzato, dottore, pensato su misura del cliente. Il design, la cura artigianale del prodotto, lei m’insegna: sono fondamentali. Negli ultimi anni, invece…resta tra noi, dottore?”
FINZI MATTIA: “Resta tra noi.”
PERSONA IGNOTA: “Negli ultimi anni, a seguito di massicce richieste del prodotto che hanno messo a dura prova le capacità produttive dell’azienda, il management ha…diciamo che ha puntato tutto sulla quantità, non ha innovato i modelli…si ricorda l’islamofascismo®?”
FINZI MATTIA: “Certo.”
PERSONA IGNOTA: “Ecco. Le sembra che abbia dato buoni risultati? In Irak, per esempio? Lei mi obietterà che il crossover con l’Islam è stato un azzardo, e questo è vero. Ma anche il pericolo fascista® vecchio modello, appena appena ritoccato con il nazionalismo, le sembra che sia stato un successo completo? In Jugoslavia, per dire?”
FINZI MATTIA: “Be’, lì ha funzionato eccome.”
PERSONA IGNOTA: “Glielo concedo, ma gli effetti collaterali? Lo smaltimento delle scorie? Sono costi nascosti che vanno tenuti in considerazione.”
FINZI MATTIA: “E in Francia? Lì ha funzionato come un orologio svizzero![pausa] Senta…è una discussione interessante, ma io purtroppo ho un’urgenza. Come facciamo?”
 PERSONA IGNOTA: “Proprio non saprei. Il pericolo cinese® proprio non le interessa? E il pericolo nazionalista®? Che ne dice del pericolo nazionalista®?”
FINZI MATTIA: “No, guardi…ce ne resta una bella scorta dall’acquisto di tre anni fa…”
PERSONA IGNOTA: “Capisco…e il pericolo immigrati®? No, scusi, dove ho la testa, quello a lei non serve, e del resto è tutto prenotato da altri clienti…vede, dottore? vorrei venirle incontro e non so come fare…”
FINZI MATTIA: “Su, su che con un piccolo sforzo ci riesce, a venirci incontro…può contare sulla nostra riconoscenza…”
PERSONA IGNOTA [pausa]: “Veramente…forse sì, qualcosa glielo potrei trovare…”
FINZI MATTIA: “Ecco, ne ero sicuro, bravo…”
PERSONA IGNOTA: “Però l’avverto che è una partita in giacenza da parecchio, un ordinativo dei primi anni Novanta che poi non è stato ritirato per fallimento del cliente.”
FINZI MATTIA: “Chi era il cliente?”
PERSONA IGNOTA: “Per rispetto della privacy non le posso dare il nome. Un cliente italiano come lei, comunque, quindi la partita sarebbe già customizzata.”
FINZI MATTIA: “Allora siamo a posto.”
PERSONA IGNOTA: “Il problema è che il prodotto ha superato la data di scadenza.”
FINZI MATTIA: “Ah.”
PERSONA IGNOTA. “Intendiamoci: è stato crioconservato nei nostri depositi a meno cinquanta gradi centigradi, e quindi dovrebbe essere perfettamente funzionante. Ma la data di scadenza è quello che è.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Lo prendo. Quant’è la partita? E il prezzo?”
PERSONA IGNOTA: “La partita, vediamo…10 quintali. Il prezzo…le faccio uno sconto del 25%, per la data di scadenza, sa.”
FINZI MATTIA: “Perfetto. Aspetto la spedizione, ricordi che è urgente.”
PERSONA IGNOTA: “Stia tranquillo. E, dottor Finzi: ci pensi, al pericolo cinese®. Oggi il prezzo è abbordabilissimo, l’anno prossimo chissà, a giudicare dalle vendite prevedo grossi aumenti.”
FINZI MATTIA: “Ci penserò.”
PERSONA IGNOTA: “Grazie, dottor Finzi. La Santa Claus Inc. coglie l’occasione per augurare buone feste a lei e a tutti i suoi cari.”


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...








domenica 10 dicembre 2017

Fascismo/Antifascismo: 
non se ne può più
(La manifestazione di Como)


È stupefacente  come ancora  ci si confronti,  dopo più di settant’anni,  a colpi di slogan  fascisti  e antifascisti. Ovviamente, pensiamo alla manifestazione “antifascista”  tenutasi ieri a Como,  di natura prettamente ideologica, come del resto certe  "esternazioni" di segno contrario, "in nero", meno affollate,  ma  inquietanti.    
Però "stupefacente" fino a un certo punto.  In politica,  le ideologie  a prescindere dal  valore cognitivo, sono essenzialmente risorse emozionali:  “proiettili” di carta,  retorici, da usare per sconfiggere, sul piano dei "sentimenti" collettivi, l’avversario.  Per quale ragione parliamo di  “piano collettivo”? Perché sotto l'aspetto dei comportamenti sociali, qualsiasi idea, anche la più nobile e articolata, pur di  arrivare a tutti, e quindi trasformarsi in idea-forza, capace di convincere e vincere,  non può non assumere inevitabilmente, per trascinamento collettivo,   una forma semplificata, priva di qualsiasi sfumatura. Il fenomeno (della semplificazione),  sociologicamente parlando, si è notevolmente accentuato con l’avvento della società massa.  I Social, oggi così discussi, hanno solo offerto all' "uomo-massa", di orteghiana memoria, un' autostrada, emotivo-retorica, a dieci corsie.
Insomma,  fascismo e antifascismo  sono pure e semplici risorse ideologiche  e politiche. Ben diverso sarebbe il discorso, se invece ci si impegnasse sul piano dei valori comuni alla moderna società liberale. Come? Ad esempio, scendendo in piazza per manifestare in favore della libertà contro il totalitarismo.  Il che però, per dirla con una "filosofa", nostra contemporanea, Gianna Nannini, "è bello e impossibile". Perché antifascisti e fascisti condividono  la stessa  ripulsa verso il   liberalismo moderno:   gli antifascisti,   perché  non hanno mai rimosso l’eredità marxista di una società perfetta, egualitarista, da imporre con la forza;   i fascisti, perché   si sono ben   guardati  dal respingere l’idea di una società gerarchica, anti-egualitarista, da perseguire con la violenza. 
Si dirà:  ma il liberalismo non è a sua volta una risorsa ideologica? Diciamo che il liberalismo è l'involucro della modernità. E' qualcosa di più:  Croce  parla di "pre-partito", una "filosofia" necessariamente comune a tutte le forze politiche moderne che aspirino a una "società aperta", per dirla con Popper. Quindi tutto posto? No, perché  ad esempio in Italia,  lo schema fascismo-antifascismo, rinvia, dal punto di vista dei “proiettili” retorici,  all’idea della repubblica antifascista,  ma non anticomunista: idea fondata  sulla furba e falsa equazione, già togliattiana,  che l’anticomunismo, e quindi anche le correnti liberali che lo avversano, siano  cripto-fasciste.  Quindi addio pre-partito e  metapolitica (dell'azione) liberale.  
L’idea stessa di  totalitarismo, per un verso, viene addirittura  rivendicata dal fascismo di Salò e da larga parte dei post-fascisti missini, aennini, eccetera,  in particolare i militanti, e per l’altro negata, prima dai comunisti, poi dai suoi variegati successori, perché, come spesso si legge,  inutile eredità della Guerra Fredda  e,  per giunta,   troppo impregnata di liberalismo.
Alcuni giorni fa scrivevamo del “pericolo fascista” (*). Che indubbiamente esiste,  però   come armamentario ideologico. Esiste, insomma,  un  immaginario etnocentrico e  gerarchico,  pronto all’uso, soprattutto  in una società ad alto rischio di razzismo, per ragioni storiche, sociali, redistributive e perfino umorali.  Tuttavia,  lo scatenamento degli istinti carnivori,  per ora latenti nella nostra società,  rischia di essere  alimentato  dalla stessa sinistra che ha manifestato a Como in nome di un antifascismo zoppo,  privo della fondamentale componente anti-totalitaria: una sinistra, insomma, che rifiuta, solo perché ritenuta a priori fascista, qualsiasi politica di controllo dei flussi migratori di tipo prudenziale-liberale, politica che invece  "inciderebbe" sul malcontento razzista limitando i pericoli di contagio.  Si può essere più rigidi di così?
Il fascismo, alle sue origini, si nutrì  di  una  crisi dello stato, i cui dirigenti si mostravano  incapaci di prendere qualsiasi decisione. Purtroppo,  si era dinanzi  al  dissolvimento di  una classe politica liberale, popolare,  socialista  che invece di governare  si baloccava con le parole d’ordine della democrazia sociale.  E oggi? Ovviamente Di Maio  non è  Mussolini: però si  noti come il M5s  si sia ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Como, senza per questo appoggiare i gruppetti neo-nazisti.  Per ora, ovviamente.
Invece di scendere in piazza, in nome dell’antifascismo immaginario ( o quasi),  si cerchi  di prevenire le ragioni  che potrebbero essere alla base di un possibile ritorno dell'immaginario fascista. Il giochino - e qui torniamo ai proiettili di carta -  dell’identificazione tra  cripto-fascismo e qualsiasi tentativo di controllo dei flussi è molto pericoloso, perché rischia di alimentare risposte oltranziste di segno contrario. O ancora peggio, che qualcuno ne approfitti.
Qualsiasi  riferimento al movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non  è puramente casuale…


Carlo Gambescia