giovedì 14 dicembre 2017

Politiche  2018 
 Tra  surrealismo e  autolesionismo





Si voterà a marzo, forse  la prima domenica.  Prepariamoci a  una campagna elettorale surreale:  qualcosa che,  rispetto alla storia della Prima e Seconda Repubblica,  andrà oltre  ogni possibile fantasia onirica.  Esageriamo?  No. Un solo esempio.
Tutte le forze in campo, da Fratelli d’Italia  al Movimento Cinque Stelle, passando per Forza Italia, Lega & Co.,   ragionano come se si votasse ancora con  il maggioritario. Anzi,  di più: con il premio di maggioranza.  In realtà,  siamo tornati al proporzionale, con uno spruzzo di uninominale. Certo,  è  vero che, se i partiti di centro-destra e centro-sinistra si apparentassero presentando liste di coalizione nazionale,  sarebbero vincolati  a presentare un candidato  unico, nei collegi uninominali  (di centro-destra e di centro-sinistra).  Il che consentirebbe di   raggranellare qualche eletto  in più. O addirittura, in caso di taciti patti di desistenza, tra centro-destra e centro-sinistra di  penalizzare i candidati pentastellati. Ma per ora di liste uniche (e di possibili desistenze trasversali...)  nessuno osa parlare. 
Ovviamente,  di tutte  queste divisioni può avvantaggiarsi il Movimento Cinque Stelle, già in testa nei sondaggi.  Che però non avrebbe i numeri per governare da solo. Del resto, lo stesso discorso vale  per il centro-destra coalizzato.  Perché, ripetiamo,  il Rosatellum non garantisce alcuna maggioranza assoluta, ma solo maggioranze relative o  nella migliore ( e più improbabile) delle ipotesi, risicatissime.  Infatti,  i sondaggi dando per scontato ciò che scontato non è  ( ossia che   il centro-destra  presenti  lista unica),  assegnano a Berlusconi, Salvini e avanzi post-aennini e  post-centristi,  consensi  molto  al di sotto del 51 per cento dei voti. Ammesso e non concesso, ripetiamo,  che in un  Parlamento, come quello italiano, si possa poi governare con la metà più uno dei seggi. Figurarsi perciò  con il 38/40 per cento dei voti (nelle urne) -   ammesso eccetera, eccetera - puntando  su maggioranze (in seggi),  da raccattare un giorno sì, l'altro pure nei corridoi della Camera e del Senato... Per la serie, continuiamo a  fare  (e farci...) del male alla democrazia rappresentativa.
Si è fatto solo l’esempio del centro-destra, dal momento che il centro-sinistra, ancora più diviso, è messo peggio.
Ricapitolando, con questa legge elettorale,  coalizioni o meno,   nessuno, dopo il voto, avrà un numero sufficiente di parlamentari per governare.  Di qui, il clima surreale di una campagna elettorale,  dove tutti parlano di vincere e governare, pur sapendo benissimo, che le prossime elezioni, come ieri  ha dichiarato Berlusconi in un momento di lucidità,  potrebbero portare a un  Gentiloni bis  e/o a nuove elezioni,  magari sempre con il Rosatellum…
Tuttavia, dove  "impazza"  il proporzionale  tutto è possibile:  perfino un governo Di Maio, Salvini, Meloni e  transfughi di  altri partiti.  Oppure  un governo  Bersani, D'Alema, Di Maio (in caso di totale rovescio renziano).  O infine,  tra Berlusconi e Renzi (se uscirà vivo dall'accerchiamento dei dinosauri): un governo quest'ultimo, definito "della nazione",  che  per alcuni sarebbe il male minore.
In realtà, una campagna elettorale surreale produce  inevitabilmente  governi  surreali. Che poi dietro la “surrealtà”  ci sia una legge elettorale incongruente è questione, dispiace dirlo, che rinvia, piuttosto che alla politologia  alla psichiatria, in particolare alla branca che si occupa dei  pazienti autolesionisti.
I Tafazzi, insomma. 

Carlo Gambescia

mercoledì 13 dicembre 2017

Sallusti, Belpietro, Feltri e compagnia cantante
Liberali alle vongole



Oggi “Libero” giustifica  lo sciopero dei medici  e chiede più soldi per la sanità pubblica.  Però nella stessa pagina  difende Trump che vuole abbassare le tasse, contro  Padoan che invece gli consiglia il contrario. Sul “Giornale”,  Sallusti  duetta con Di Maio sulla chiusura festiva dei negozi. Invece sulla “Verità” ci si batte per il posto fisso.  Sul “Tempo”, giornale però fascistoide,  Arturo Diaconale, direttore della liberale “ Opinione delle libertà” e responsabile stampa della Lazio (Lotito chiamò, lo sciagurato rispose),  si lascia andare al peggior  complottismo sportivo in stile calcio-leghista al contrario.  Infine,  il “Quotidiano nazionale”, nelle sue tre versioni (“Giorno-“Nazione”-“Resto del Carlino”), resta il giornale italiano meno appetibile in assoluto. Come asseriva un mio colto amico: “Non dice un cazzo” (pardon).  
Certo,  resterebbe  il “Foglio”,  che a dire il vero  ce la mette tutta per vitaminizzare l’esangue liberalismo italiano,  ma in quanti siamo a leggerlo? Quanti hanno tre dottorati in filosofia politica, storia e scienze politiche ?  Diciamo che è "bello e impossibile".  Non per tutti, insomma. 
In sintesi, questa è la stampa che dovrebbe appoggiare elettoralmente il centro-destra e far crescere i suoi lettori-elettori. Un' area politica dove il liberalismo, almeno a sentire Berlusconi, dovrebbe essere di casa. E invece siamo davanti a giornali, piagnoni, assistenzialisti, razzisti. Perché?   
Montanelli, storico fondatore del “Giornale (nuovo) ” sosteneva che  i suoi lettori, erano più a destra e assai  meno liberali di lui e con il complesso dei fascistissimi treni in orario.  E che quindi si doveva dirozzarli, eccetera, eccetera. E soprattutto: “Mai  vellicarne i bassi istinti”. Queste le sue conclusioni.
Oggi invece direttori come Sallusti,  Belpietro, Feltri e compagnia cantante fanno l’esatto contrario. L’e-lettore crede che sia possibile diminuire le tasse e aumentare le pensioni? Perché no.  L’e-lettore crede che la sanità pubblica non funzioni a causa degli insufficienti  finanziamenti statali? Perché no. L’e-lettore crede che il posto fisso sia la soluzione dei mali italiani? Perché no. L'e-lettore crede che l'immigrato rubi case e  posti di lavoro agli italiani? Perché no. E così via…
Qual è la morale?  Che i "mezzi" giornalistici  ci sarebbero,  quel che invece manca è la materia prima:  i giornalisti liberali. E cosa ancora più grave,  i lettori liberali.  Una tragedia.


Carlo Gambescia     

martedì 12 dicembre 2017

Utopie 
Si fa presto a dire Bitcoin...



Prima di  affrontare la questione  dei Bitcoin, dobbiamo fare una piccola premessa. Quindi un poco di pazienza. 
La  moneta è da sempre un interessante problema sociologico perché  rappresenta  un ottimo esempio  di oggettivazione sociale: detto altrimenti, di un veicolo sociale (la moneta), creato dall’uomo, ma sul quale l’uomo (come individuo), finisce per  perdere ogni controllo in favore delle istituzioni sociali (economiche e politiche).   Ciò  accade perché la moneta, sorta spontaneamente  per  facilitare gli scambi, essendo un mezzo di pagamento, di riflesso, non può non  essere anche  misura del valore, e quindi, passo ulteriore,  di conto o conservazione (tesaurizzazione) della ricchezza (come "sommatoria" di valori). Insomma, si registra sempre un momento in cui la moneta (che nasce spontaneamente), acquista la  forza propria delle istituzioni che sorgono per governarla (oggettivazione).  Siamo davanti  a una costante politica e sociologica, quindi  metapolitica. In sintesi:  per ragioni di stabilità sociale,  ogni  "movimento" non può non trasformarsi in "istituzione".            
Pertanto, il dibattito, oggi così frequente, sulla natura politica della moneta rinvia a una fase successiva:  alla trasformazione della moneta di scambio da  moneta, puramente fiduciaria, in moneta  legale,  sotto l’imperio della legge,  ossia al   passaggio  dalla fiducia tra gli uomini alla fiducia degli uomini  nella legge. Parliamo di  un livello più elevato di "fiduciarietà".  Tradotto:  le transazioni commerciali tra individui (semplifichiamo),   prima in pecore,   poi in frammenti di metallo, preziosi o meno, precedono la moneta legale, emessa in principio dallo stato-cittadino, come nell’antica Ionia.  Mai dimenticarlo.
Ora i Bitcoin, di cui si tanto si parla, sono una moneta fiduciaria, allo stato puro (senza alcuna manipolazione politica).  Il che rinvia alle origini spontanee e non politiche della moneta. Tuttavia, poiché si tratta di  una moneta fiduciaria  venuta “dopo” le monete legali,   e soprattutto   interna al gruppo fiduciario di accettazione, necessitava ( e necessita)  di una  "pietra di paragone"  esterna  per stabilirne il valore e farsi accettare, sulla base di un valore comparato,  all’interno del suo gruppo.  E così poter assolvere alle funzioni di scambio e conto-tesaurizzazione.
Ecco il  punto debole. Una  moneta come il  Bitcoin, a meno che non sia adottata simultaneamente da tutto l’universo-mondo  è  destinata a  rimanere  un mezzo di scambio, uno tra i tanti titoli,  in competizione con altri mezzi di scambio. I quali dalla loro, hanno però la forza della spada  che rinvia inevitabilmente all'  umano bisogno di sicurezza e stabilità: le  basi socio-psicologiche di qualsiasi sistema sociale.
Insomma, non bisogna cadere prigionieri  dell’utopia della moneta, eternamente allo stato nascente, priva di oggettivazione, vista soltanto  come un  processo che si auto-riproduce,  a prova di istituzioni sociali.  Diciamo che lo "spontaneismo" è soltanto una parte della vicenda. In realtà,  come storia e sociologia provano, i processi di oggettivazione, piaccia o meno, implicano la nascita di istituzioni economiche e politiche, dalla banca allo stato e alla banca di stato:  istituzioni  che sono al tempo stesso processo ed esito, o meglio esito (solido) di un processo sociale (gassoso).
Certo, sarebbe bellissimo fare a meno delle istituzioni politiche. Ma -   solo per  chiarire una volta per tutte il punto -   il  "Bitcoin  Moneta Unica Mondiale" avrebbe automaticamente necessità  di  uno "Stato Unico  Mondiale". Se,  ad esempio,  gli Stati Uniti  adottassero il Bitcoin  al posto  del  Dollaro, esso diverrebbe sicuramente una moneta forte, ma  in competizione con altre monete. Insomma, siamo davanti a processi lunghi, complessi e conflittuali. Probabilmente,  per arrivare a uno stato mondiale, unificato sul modello dello stato-nazionale, dovrebbe dichiararci guerra Marte.
Pertanto,  ci si diverta pure con il Bitcoin, come con le monete del Monopoli.  Certo,  divertirsi fino a un certo punto: perché  qualcuno guadagnerà mentre qualcun altro  perderà. Come accade in Borsa. Fermo però restando che  la moneta,  quella vera,  è un’altra cosa.

Carlo Gambescia                 

         

lunedì 11 dicembre 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 11 dicembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 10/12/2017, ore 06,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 008152 ***, intestata a PERSONA IGNOTA. Il prefisso telefonico corrisponde alla città di Murmansk, penisola di Kola, Federazione Russa. E’ la più grande città del mondo sita all’interno del Circolo Polare Artico. Sono in corso accertamenti per stabilire l’identità del chiamante.
Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]



PERSONA IGNOTA: “Pronto? Il dottor Finzi?
FINZI MATTIA [si sveglia di soprassalto]: “Eh? Eh? Chi è?”
PERSONA IGNOTA: “Buongiorno dottor Finzi, qui il servizio clienti della Santa Claus Inc.
FINZI MATTIA: “Chi?”
PERSONA IGNOTA: “Servizio clienti della Santa Claus Inc., dottor Finzi. La chiamo in relazione alla sua lettera del [pausa, controlla il foglio] 5 dicembre ultimo scorso.”
FINZI MATTIA: “Io non ho scritto nessuna lettera, siete dei bei maleducati a telefonare a quest’ora, addio…”
PERSONA IGNOTA: “Qui c’è la sua firma, dottor Finzi. Guardi l’MMS che le mando. [plin! suono di MMS inviato via cellulare]
FINZI MATTIA [pausa, guarda l’MMS]: “Mah…sembra la mia firma…sembra, non so se…”
PERSONA IGNOTA: “E’ la sua firma, dottore. E scusi l’ora, ma lei capisce, per noi questo è un periodo di superlavoro e dobbiamo ottimizzare i tempi. Se permette vengo al punto.”
FINZI MATTIA: “Avanti.”
PERSONA IGNOTA: “C’è un problema con il suo ordinativo, dottore. Abbiamo esaurito le scorte dell’articolo da lei richiesto.”
FINZI MATTIA: “Articolo? Che articolo?”
PERSONA IGNOTA [legge]: “Al capoverso tre della sua lettera, dottore: ‘Inviare q.li 7,5 di pericolo fascista®’. Guardi, siamo veramente spiacenti ma non siamo in grado di soddisfare la sua richiesta.”
FINZI MATTIA: “L’avete finito? E me lo dite adesso?”
PERSONA IGNOTA: “Sono costretto a confermare, dottore. Le scorte sono terminate. Come lei sa, è un articolo richiestissimo…”
FINZI MATTIA: [pausa. Tra sé]: “Mapporca miseria…”[all’interlocutore] “Sì, ma siamo anche vecchi clienti, no? Clienti affezionati! Proprio finito finito? Su, dai, un rimasuglio, un fondo di magazzino ci sarà pure…”
PERSONA IGNOTA: “Dottore, voi siete clienti affezionati da più di settant’anni, e la filosofia della Santa Claus Inc. è ‘il cliente al primo posto’. Ma quando un articolo è finito è finito. Naturalmente siamo a disposizione per sostituire l’ordinazione con altra merce, altrettanto valida. Che ne dice del pericolo cinese®? C’è un boom quest’anno, sa?”
FINZI MATTIA: “Ma no, no, macché pericolo cinese®! Qui fra tre mesi abbiamo le elezioni, ci serve il pericolo fascista®!”
PERSONA IGNOTA: “Dottore, mi scusi se mi permetto: ma è proprio sicuro che nel vostro caso, il pericolo fascista® sia il prodotto più indicato?”
FINZI MATTIA: “Ma lei di cosa si impiccia? Lo saprò ben io cosa mi serve.”
PERSONA IGNOTA: “Senz’altro, dottore. Ma guardi, parlo nel suo interesse: di recente, altri nostri clienti ci hanno informato che il pericolo fascista® non è più quello di una volta.”
FINZI MATTIA: [preoccupato]“Cioè?”
PERSONA IGNOTA: “La ditta produttrice resta una delle più serie sul mercato, ma vede: il pericolo fascista® non è un prodotto industriale qualsiasi. Per rendere al meglio va customizzato, dottore, pensato su misura del cliente. Il design, la cura artigianale del prodotto, lei m’insegna: sono fondamentali. Negli ultimi anni, invece…resta tra noi, dottore?”
FINZI MATTIA: “Resta tra noi.”
PERSONA IGNOTA: “Negli ultimi anni, a seguito di massicce richieste del prodotto che hanno messo a dura prova le capacità produttive dell’azienda, il management ha…diciamo che ha puntato tutto sulla quantità, non ha innovato i modelli…si ricorda l’islamofascismo®?”
FINZI MATTIA: “Certo.”
PERSONA IGNOTA: “Ecco. Le sembra che abbia dato buoni risultati? In Irak, per esempio? Lei mi obietterà che il crossover con l’Islam è stato un azzardo, e questo è vero. Ma anche il pericolo fascista® vecchio modello, appena appena ritoccato con il nazionalismo, le sembra che sia stato un successo completo? In Jugoslavia, per dire?”
FINZI MATTIA: “Be’, lì ha funzionato eccome.”
PERSONA IGNOTA: “Glielo concedo, ma gli effetti collaterali? Lo smaltimento delle scorie? Sono costi nascosti che vanno tenuti in considerazione.”
FINZI MATTIA: “E in Francia? Lì ha funzionato come un orologio svizzero![pausa] Senta…è una discussione interessante, ma io purtroppo ho un’urgenza. Come facciamo?”
 PERSONA IGNOTA: “Proprio non saprei. Il pericolo cinese® proprio non le interessa? E il pericolo nazionalista®? Che ne dice del pericolo nazionalista®?”
FINZI MATTIA: “No, guardi…ce ne resta una bella scorta dall’acquisto di tre anni fa…”
PERSONA IGNOTA: “Capisco…e il pericolo immigrati®? No, scusi, dove ho la testa, quello a lei non serve, e del resto è tutto prenotato da altri clienti…vede, dottore? vorrei venirle incontro e non so come fare…”
FINZI MATTIA: “Su, su che con un piccolo sforzo ci riesce, a venirci incontro…può contare sulla nostra riconoscenza…”
PERSONA IGNOTA [pausa]: “Veramente…forse sì, qualcosa glielo potrei trovare…”
FINZI MATTIA: “Ecco, ne ero sicuro, bravo…”
PERSONA IGNOTA: “Però l’avverto che è una partita in giacenza da parecchio, un ordinativo dei primi anni Novanta che poi non è stato ritirato per fallimento del cliente.”
FINZI MATTIA: “Chi era il cliente?”
PERSONA IGNOTA: “Per rispetto della privacy non le posso dare il nome. Un cliente italiano come lei, comunque, quindi la partita sarebbe già customizzata.”
FINZI MATTIA: “Allora siamo a posto.”
PERSONA IGNOTA: “Il problema è che il prodotto ha superato la data di scadenza.”
FINZI MATTIA: “Ah.”
PERSONA IGNOTA. “Intendiamoci: è stato crioconservato nei nostri depositi a meno cinquanta gradi centigradi, e quindi dovrebbe essere perfettamente funzionante. Ma la data di scadenza è quello che è.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Lo prendo. Quant’è la partita? E il prezzo?”
PERSONA IGNOTA: “La partita, vediamo…10 quintali. Il prezzo…le faccio uno sconto del 25%, per la data di scadenza, sa.”
FINZI MATTIA: “Perfetto. Aspetto la spedizione, ricordi che è urgente.”
PERSONA IGNOTA: “Stia tranquillo. E, dottor Finzi: ci pensi, al pericolo cinese®. Oggi il prezzo è abbordabilissimo, l’anno prossimo chissà, a giudicare dalle vendite prevedo grossi aumenti.”
FINZI MATTIA: “Ci penserò.”
PERSONA IGNOTA: “Grazie, dottor Finzi. La Santa Claus Inc. coglie l’occasione per augurare buone feste a lei e a tutti i suoi cari.”


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...








domenica 10 dicembre 2017

Fascismo/Antifascismo: 
non se ne può più
(La manifestazione di Como)


È stupefacente  come ancora  ci si confronti,  dopo più di settant’anni,  a colpi di slogan  fascisti  e antifascisti. Ovviamente, pensiamo alla manifestazione “antifascista”  tenutasi ieri a Como,  di natura prettamente ideologica, come del resto certe  "esternazioni" di segno contrario, "in nero", meno affollate,  ma  inquietanti.    
Però "stupefacente" fino a un certo punto.  In politica,  le ideologie  a prescindere dal  valore cognitivo, sono essenzialmente risorse emozionali:  “proiettili” di carta,  retorici, da usare per sconfiggere, sul piano dei "sentimenti" collettivi, l’avversario.  Per quale ragione parliamo di  “piano collettivo”? Perché sotto l'aspetto dei comportamenti sociali, qualsiasi idea, anche la più nobile e articolata, pur di  arrivare a tutti, e quindi trasformarsi in idea-forza, capace di convincere e vincere,  non può non assumere inevitabilmente, per trascinamento collettivo,   una forma semplificata, priva di qualsiasi sfumatura. Il fenomeno (della semplificazione),  sociologicamente parlando, si è notevolmente accentuato con l’avvento della società massa.  I Social, oggi così discussi, hanno solo offerto all' "uomo-massa", di orteghiana memoria, un' autostrada, emotivo-retorica, a dieci corsie.
Insomma,  fascismo e antifascismo  sono pure e semplici risorse ideologiche  e politiche. Ben diverso sarebbe il discorso, se invece ci si impegnasse sul piano dei valori comuni alla moderna società liberale. Come? Ad esempio, scendendo in piazza per manifestare in favore della libertà contro il totalitarismo.  Il che però, per dirla con una "filosofa", nostra contemporanea, Gianna Nannini, "è bello e impossibile". Perché antifascisti e fascisti condividono  la stessa  ripulsa verso il   liberalismo moderno:   gli antifascisti,   perché  non hanno mai rimosso l’eredità marxista di una società perfetta, egualitarista, da imporre con la forza;   i fascisti, perché   si sono ben   guardati  dal respingere l’idea di una società gerarchica, anti-egualitarista, da perseguire con la violenza. 
Si dirà:  ma il liberalismo non è a sua volta una risorsa ideologica? Diciamo che il liberalismo è l'involucro della modernità. E' qualcosa di più:  Croce  parla di "pre-partito", una "filosofia" necessariamente comune a tutte le forze politiche moderne che aspirino a una "società aperta", per dirla con Popper. Quindi tutto posto? No, perché  ad esempio in Italia,  lo schema fascismo-antifascismo, rinvia, dal punto di vista dei “proiettili” retorici,  all’idea della repubblica antifascista,  ma non anticomunista: idea fondata  sulla furba e falsa equazione, già togliattiana,  che l’anticomunismo, e quindi anche le correnti liberali che lo avversano, siano  cripto-fasciste.  Quindi addio pre-partito e  metapolitica (dell'azione) liberale.  
L’idea stessa di  totalitarismo, per un verso, viene addirittura  rivendicata dal fascismo di Salò e da larga parte dei post-fascisti missini, aennini, eccetera,  in particolare i militanti, e per l’altro negata, prima dai comunisti, poi dai suoi variegati successori, perché, come spesso si legge,  inutile eredità della Guerra Fredda  e,  per giunta,   troppo impregnata di liberalismo.
Alcuni giorni fa scrivevamo del “pericolo fascista” (*). Che indubbiamente esiste,  però   come armamentario ideologico. Esiste, insomma,  un  immaginario etnocentrico e  gerarchico,  pronto all’uso, soprattutto  in una società ad alto rischio di razzismo, per ragioni storiche, sociali, redistributive e perfino umorali.  Tuttavia,  lo scatenamento degli istinti carnivori,  per ora latenti nella nostra società,  rischia di essere  alimentato  dalla stessa sinistra che ha manifestato a Como in nome di un antifascismo zoppo,  privo della fondamentale componente anti-totalitaria: una sinistra, insomma, che rifiuta, solo perché ritenuta a priori fascista, qualsiasi politica di controllo dei flussi migratori di tipo prudenziale-liberale, politica che invece  "inciderebbe" sul malcontento razzista limitando i pericoli di contagio.  Si può essere più rigidi di così?
Il fascismo, alle sue origini, si nutrì  di  una  crisi dello stato, i cui dirigenti si mostravano  incapaci di prendere qualsiasi decisione. Purtroppo,  si era dinanzi  al  dissolvimento di  una classe politica liberale, popolare,  socialista  che invece di governare  si baloccava con le parole d’ordine della democrazia sociale.  E oggi? Ovviamente Di Maio  non è  Mussolini: però si  noti come il M5s  si sia ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Como, senza per questo appoggiare i gruppetti neo-nazisti.  Per ora, ovviamente.
Invece di scendere in piazza, in nome dell’antifascismo immaginario ( o quasi),  si cerchi  di prevenire le ragioni  che potrebbero essere alla base di un possibile ritorno dell'immaginario fascista. Il giochino - e qui torniamo ai proiettili di carta -  dell’identificazione tra  cripto-fascismo e qualsiasi tentativo di controllo dei flussi è molto pericoloso, perché rischia di alimentare risposte oltranziste di segno contrario. O ancora peggio, che qualcuno ne approfitti.
Qualsiasi  riferimento al movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non  è puramente casuale…


Carlo Gambescia    

venerdì 8 dicembre 2017

La Prima della Scala 
André Chénier, 
una  vittima del totalitarismo



Non sono un melomane, né un conoscitore della storia dell’opera lirica italiana. Del costume politico e giornalistico italiano, però sì:  un misto di ignoranza storica, furberia e cinismo.  Vengo al punto.
Ieri sera, Prima della Scala, direzione di Riccardo Chailly (non sapremmo), regia di Mario Martone (noto caciarone gramsciano delle storie patrie),  grande successo, così scrivono i giornali, c’era questo, non c’era quello, eccetera, eccetera.
Si rappresentava  l’ “Andrea Chénier” di Umberto Giordano, libretto di Luigi Illica. La  prima assoluta risale al 1896, in un’ Europa  ancora sotto  l’ effetto devastante   della “Comune” parigina:  replica 1871,  truculenta e socialistoide, del Terrore 1793-1794.
Giordano  e  Illica -   esponenti, ci dicono,  del Verismo musicale -  romanzano musicalmente un tragico frammento della vita di Andrea (André) Chénier,  poeta, politicamente  un   Fogliante, dal nome del convento  cistercense, dove  vide luce (breve luce) l’ associazione politica,  moderata, costituzionale e  fedele alla monarchia.  Quindi detestata e cancellata  dai Giacobini. 
Chénier, che aveva osato brindare poeticamente, all’uccisione di uno psicopatico come Marat,  finì sul patibolo. A Robespierre non dispiacque più di tanto: a chi  chiese conto delle morte di un poeta (mai pubblicato in vita però), l’Incorruttibile  rispose che "anche Platone metteva a morte i poeti", perciò figurarsi lui…
Ora,   su tutta questa storia,  politicamente parlando ( e sottolineo politicamente),  invito i lettori a ritrovare qualcosa sui giornali di questi giorni.  I grandi editorialisti? Silenzio assordante. Sembra però sia uscita sull'opera una pubblicazione a fumetti…  Quando si dice le soddisfazioni della vita. 
Chénier è una delle tante vittime del Giacobinismo, di quella micidiale  corrente politica, nata all’interno della Rivoluzione Francese, tutta Comitato di Salute Pubblica e Ghigliottina, che intellettualmente è alle origini dei totalitarismi plebiscitari del Novecento.   
Un pugno di invasati, evergreen, che  nella  Comune di Parigi, amata e odiata da borghesi come Giordano e Illica,  scorgerà  una  replica della Rivoluzione Francese. E  che poi  ritroveremo, come supremi interpreti della volontà della nazione, della razza e del proletariato. L’itinerario non è poi così complicato; da Rousseau a  Robespierre e Blanqui;  da Marx a  Lenin e Stalin e,  di rimbalzo,  da Mussolini a Hitler. I contrari, ma simili nella  totalitaria essenza costruttivista,  non potevano non incontrarsi, anche confliggendo, perché unitamente  avversi alla democrazia liberale.           
Sulla tragedia di Chénier  si poteva imbastire un discorso politico.  Proprio  sulla forza eversiva di quelle  correnti politiche ultramoraliste intellettualmente totalitarie, come i populismi (di destra e sinistra),  che sulla scia di Robespierre & Co.,  “inzeppano la politica”  di magistrati che - bontà loro - si ritengono novelli Saint-Just.   
E invece silenzio totale. Anzi, questa mattina, tutti ad applaudire la Rivoluzione.  E  Chénier? Moderato per caso… La Ghigliottina? Ha interrotto "un bel sogno d'amor"...
Ignoranti, furbi, cinici. E pure scemi. Perché?  Se ne riparlerà  a marzo.

Carlo Gambescia             

giovedì 7 dicembre 2017

Finalmente Trump ne ha azzeccata una
L' anno prossimo (tutti) a Gerusalemme



Se Obama, un politico che piace alle gente che piace, avesse preso la stessa decisione di Trump (riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele),  probabilmente  le reazioni internazionali sarebbero state meno dure, soprattutto in Europa.  Diciamo allora  che Trump,  che invece non piace alla gente che piace,  resta l’uomo sbagliato.  Che però, una tantum, ha fatto la scelta giusta.   
Però il punto non è questo. La vera questione è perché, nonostante Netanyahu abbia dichiarato “che non ci sarà alcun cambiamento nello status quo dei Luoghi Santi” e che “Israele assicurerà sempre libertà di culto a ebrei, cristiani e musulmani”,  si sia scatenata una  campagna contro  uno stato  che, per affinità di valori e interessi,  è l’unico vero e  leale  alleato dell’Occidente  in un'area geopolitica tormentatissima. Quindi un partner strategico da sostenere a tutti i costi. E invece? Si rema contro,  facendo il gioco dei nemici dell’Occidente. E dunque anche dell' Europa e dell'Italia: quest'ultima, detto, tra parentesi, per ora, si finge morta. Staremo a vedere fino a quando.  
Come il lettore può notare, non ne facciamo una questione etica,  il punto è politico. L’idea stessa del processo di pace,   sbandierata dai nemici di Israele, è un cavallo di Troia per dividere la pubblica opinione interna ed esterna (particolarmente in Occidente) al mondo ebraico,  cosa che fortunatamente non è ancora avvenuta. O almeno non del tutto. 
Il vero punto non è il processo di pace tra israeliani e palestinesi, ma la sicurezza dello Stato d'Israele, accerchiato da vicini ostili.  Pertanto, se processo di pace  deve essere,  esso  non può non concernere, nella sua estensione, l’intero Medio Oriente. Che senso ha, discutere con i palestinesi, se l’Iran, solo per fare un esempio,  resta ostile? Pronto a colpire?   
Di qui, la necessità di alleati forti,  per sedersi a un ipotetico tavolo di pace globale (nel senso dell’area mediorientale),  da posizioni di assoluto controllo della situazione.  Ecco perché la scelta di Trump è giusta: pone precisi paletti, evidenziando la posizione pro-Israele degli Stati Uniti. Solo così si  favorisce  il processo di pace:  chi tocca Israele, tocca gli Stati Uniti, il più potente stato della terra,  quindi, meglio trovare un accordo, se non si vuole essere distrutti.  Ecco  il senso del messaggio. Forte e chiaro.
Ovviamente, bisogna tenere  conto della natura lunatica del personaggio-Trump.  Come della possibilità che venga defenestrato, benché  Pence, il vice, offra,  al momento, garanzie di continuità.
Insomma, il succo è questo:  chi vuole la pace non deve temere la guerra.  Anche se, in  realtà,   non siamo sicuri che il tycoon  abbia capito del tutto  il concetto. Mentre Israele sì. E da un pezzo. Europa e Italia, no. E così  remano contro.   
Non lasciamo soli i nostri Fratelli Maggiori. L' anno prossimo  tutti a Gerusalemme. Capitale dello Stato Ebraico, per dirla con  Theodor Herzl, il Mazzini d'Israele. 


Carlo Gambescia


mercoledì 6 dicembre 2017

Da Giosuè Carducci a Maria Elena Boschi
Piero Sansonetti
e la "caccia ai papà"


I padri pagheranno le colpe dei figli.  E non più i figli le colpe dei padri.  Non sono impazzito.  Mi rivolgo a chi mi può capire: ad esempio, i  superstiti della scuola media di una volta, quando  i professori di lettere, gente seria allora, spiegava  in classe  il concetto di nemesi storica, evocato da Giosuè Carducci, nei versi di Miramar. Dove il poeta  si diffondeva  sulla cattiva e meritata sorte dei discendenti degli Asburgo, perché un tempo oppressori degli  italiani.
Oggi chi legge Carducci? Nessuno.  In compenso si legge Travaglio e un pugno di insensati  giornalisti sempre in cerca di scandali. Una “caccia grossa”  che va ad alimentare quel  clima di giustizialismo h24, che fa sempre più somigliare l’Italia alla Germania nazista della caccia all’ebreo. Dove gli italiani, alla stregua dei volonterosi carnefici tedeschi di Hitler, girano la testa  dall’altra parte, tanto la cosa, si sente ripetere,  "riguarda i potenti, gente che se lo merita". 
Ne riparleremo quando i capifabbricato con la visiera a cinquestelle,  faranno installare telecamere nell’atrio  degli edifici per controllare il comportamento civico dei cittadini…        
Dicevo della nemesi. A questo pensavo leggendo il notevole editoriale di Piero Sansonetti apparso ieri sul “Dubbio” (ottimo antidoto quotidiano al “Fatto” e alla canea giustizialista),  in cui si afferma, e giustamente,  che i nazi-giustizialisti (il neologismo è mio),   non potendo colpire  Renzi e la  Boschi, perché su di loro nulla  è emerso  di penalmente rilevabile,  nonostante siano stati  “ intercettati, forse pedinati, [...], presi in cura da molti segugi, [...], avuto i fucili dei giornali puntati contro per mesi e anni”,  che fanno?  Processano i  padri in piazza (politico-mediatica),  pur di infangare politicamente i figli (*).
Sansonetti però, da buon post-sessantottino,  non cita Carducci:  non gli appartiene culturalmente, come del resto non sono nelle sue corde  Pascoli e D’Annunzio, la triade messa in croce, senza neppure averla studiata,  dall' "eroico"  movimento  studentesco che animò  la "battaglia di Valle Giulia". Altro che  Curtatone e Montanara ...
Ed è un peccato. Perché il rovesciamento del concetto carducciano di nemesi (i figli che "scaricano" sui padri), viene da lontano:  è un effetto, per alcuni  inintenzionale,  del ribellismo (rivoluzionarismo è parola grossa, oltre che brutta) fine anni Sessanta,  quando i padri vennero  processati dai figli per due  colpe storiche, che i pargoli non desideravano assolutamente condividere:   di aver creduto prima in Giolitti, poi in Mussolini. E il processo si svolse prima nelle aule universitarie, poi in piazza, infine sotto casa a colpi di mitra. 
Il concetto di nemesi storica è assai pericoloso, a prescindere.  Perché chiunque lo evochi, anche al contrario,  da Giosuè Carducci a Mario Capanna e Marco Travaglio,  si schiera dalla parte della "storia-giustiziera".  Insomma,  chiunque vi ricorra  ritiene  di avere in tasca il segreto della storia. E quindi di essere sistematicamente dalla parte della ragione.  E dei vincitori.    
Certo papà Renzi e papà Boschi, per non parlare dei figli, come figure, non ricordano neppure lontanamente, nel bene e nel male, Giolitti e Mussolini. E neppure Francesco Giuseppe. Ma questa è un'altra storia…

Carlo Gambescia

martedì 5 dicembre 2017

Il 51° Rapporto Censis
Cattiva sociologia




Non crediamo nella sociografia, almeno non del tutto.  I dati quantitativi occorrono al sociologo, dunque alla sociologia, che è però, dal punto di vista disciplinare, non può essere ridotta  al  balletto politico  su cifre,  frutto di concetti operativi  che riflettono ipotesi teoriche, che, a loro volta, rinviano a visioni del mondo.  
Semplificando, per un sociologo socialista, il cui pensiero ricorrente  è quello di  eliminare  la povertà, addossando ovviamente ogni  colpa alla società,  il bicchiere delle statistiche in materia sarà sempre mezzo vuoto, per un sociologo conservatore,  che  invece  ritiene ineliminabile la povertà, perché  frutto di carenze individuali, il bicchiere sarà sempre  mezzo pieno.
Pertanto al lettore, digiuno di queste cose, va ricordato che i  dati annuali del Censis, snocciolati dai mass media come oro colato, discendono da  un impianto ideologico di tipo welfarista:  l’intera impostazione del Rapporto privilegia il nesso tra ricerca sociale e  politiche pubbliche, come se sociologo e  sociologia fossero al servizio, per così dire, del ministero dell’assistenza sociale. Lo sguardo del Censis sulla realtà sociale, non è al di sopra delle parti,  ma  di tipo solidarista. Non è una colpa, per carità, ma al vecchio Max Weber, che aveva una fissa per la corretta metodologia,  non sarebbe capitato. O comunque, il grande sociologo tedesco, senza nascondersi dietro i neologismi,  avrebbe subito dichiarato, chiaro e tondo, come la pensava.   Dalle parti di Heidelberg, la chiamano Wertfrei. 
Facciamo subito  un esempio tratto  dal 51° Rapporto, uscito pochi giorni fa,  dove si afferma che

“l'onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno: l'84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L'astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

Dopo di che  quando però   si va a leggere quali sono i desiderata dei soggetti “che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”,  si scopre che il loro  “l'immaginario collettivo", che per il Censis dovrebbe normativamente rimandare alla definizione di " un'agenda sociale condivisa”, rinvia invece alle

nuove icone della contemporaneità. Nella mappa del nuovo immaginario i social network si posizionano al primo posto (32,7%), poi resiste il mito del «posto fisso» (29,9%), però seguito a breve dallo smartphone (26,9%), dalla cura del corpo (i tatuaggi e la chirurgia estetica: 23,1%) e dal selfie (21,6%), prima della casa di proprietà (17,9%), del buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale (14,9%) e dell'automobile nuova come oggetto del desiderio (7,4%). Nella composizione del nuovo immaginario collettivo il cinema è meno influente di un tempo (appena il 2,1% delle indicazioni) rispetto al ruolo egemonico conquistato dai social network (27,1%) e più in generale da internet (26,6%)”.


Ora,  posto fisso, casa di proprietà, automobile,  buon titolo di studio, non sembrano proprio essere “nuove icone della contemporaneità”. Mentre possono esserlo cura del corpo, smartphone e selfie. Cosa indica questa contraddizione, che il Rapporto non scorge?  Che le “nuove icone”, poggiano  su altre  “icone” dure a morire,  come quella del posto fisso e della casa di proprietà. Pertanto  l’Italia risulta “moderna a metà. Solo per quello che fa comodo, insomma.  E cosa più grave ancora, vuole rimanerlo per sempre,  pretendendo di conciliare - semplificando -   mobilità informativa e mobilità lavorativa. E quando si dice mobilità informativa si parla dell’enorme sviluppo di un terziario avanzato che facilita le  delocalizzazioni  e di riflesso la   mobilità lavorativa su scala mondiale.
Di conseguenza, la sfiducia verso  partiti,  parlamenti, governi, istituzioni rimanda all’atteggiamento, non  di una specie di sottoproletariato tecnologico, sul quale  favoleggia  il neoromanticismo socialistoide  recepito dai professori welfaristi del Censis,  bensì  alla  pseudo-rivolta di  coloro che egoisticamente vogliono conservare i privilegi del passato ( a partire da posto fisso) senza rinunciare alle conquiste del presente (smartphone, selfie e cure estetiche). Il che non è possibile. Di qui, i capricci antipolitici, verso una  politica, che in realtà  è fin troppo arrendevole. 
Insomma, il famigerato bicchiere, non è mezzo pieno né mezzo vuoto. E' così. "L'agenda sociale condivisa"  è solo nella testa dei sociologi welfaristi, ammaliati dal costruttivismo sociale.  La società aperta, a differenza di quella chiusa, si fonda, per dirla con Schumpeter,  sulla distruzione creatrice, perciò il conflitto tra chi resta indietro e chi vuole andare avanti, per dirla dottamente,  ne è  parte consustanziale. Piaccia o meno,  non si può eliminare. Detto altrimenti: fa parte del "pacchetto-modernità". O così o pomì. 
Per contro,  il Censis,  invece di   “spiegare al popolo” la necessità,  se veramente  si vuole  la modernità ("contemporanea" o meno),  di viverla fino in fondo,  accettandone pro e contro,  ha scelto la strada del protezionismo sociale ( dell' "agenda condivisa" calata dall'alto"), sicché  blandisce e asseconda,  piangendo bollenti lacrime su chi  già si piange addosso, però con un occhio solo.    
Si chiama cattiva sociologia.

Carlo Gambescia       
              


lunedì 4 dicembre 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 4 dicembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 03/12/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 356***, intestata a SENSINI FABIO. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]


FINZI MATTIA: “Perché questa coltellata alla schiena, perché? Eh? E tu, tu che ci stai a fare?”
SENSINI FABIO: “Mattia, calmati.”
FINZI MATTIA: “Calmati? Calmati? La FIAT mi si mette contro e io mi calmo?”
SENSINI FABIO: “Capisco, ma…”
FINZI MATTIA: “…ma cosa, cosa?! Prima comincia Napo…”
SENSINI FABIO: “…quello è un poveraccio, Mattia, un caso umano, lo prendi sul serio?”
FINZI MATTIA: “Sì che lo prendo sul serio! Sarà un drogato, un disgraziato, un caso umano, però si chiama Anelli, o no? E chi l’ha invitato in televisione a dire che io mi piaccio troppo? Che sono un provinciale? Che non sono Macron ma Micron?”
SENSINI FABIO: “Napo non sposta neanche tre voti, ma dai.”
FINZI MATTIA: “Non sposta neanche il suo, secondo te vota, quello? Il messaggio mafioso però lo manda, eccome se lo manda.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Questo sì. Tant’è vero che…”
FINZI MATTIA: “…tant’è vero che dopo arriva Tarchionne e dice che da quando non sono più Presidente del Consiglio ‘ho perso qualcosa’. Con tutto quello che gli ho dato, Cristo che infame…”
SENSINI FABIO [lunga pausa] “Senti, Mattia…”
FINZI MATTIA: “Senti cosa?”
SENSINI FABIO: “Non te ne volevo parlare, perché ancora non ho informazioni attendibili.”
FINZI MATTIA: “Dai.”
SENSINI FABIO: “Nell’intervista di Tarchionne. L’hai vista la frase chiave?”
FINZI MATTIA: “ ‘Se si sia comportato bene o meno non saprei nemmeno dirlo: so che la sinistra sta cercando di definirsi come identità, è piuttosto penoso’ “.
SENSINI FABIO: “No. ‘Vivo metà della mia vita negli Usa’ “.
FINZI MATTIA [lunga pausa]: “Ah.”
SENSINI FABIO: “Eh già.”
FINZI MATTIA: “Cioè tu dici che gli americani…”
SENSINI FABIO: “…che gli americani ci mollano? Non lo so, Mattia. Bisogna vedere quali americani.”
FINZI MATTIA: “Come quali americani, i nostri!”
SENSINI FABIO: “Decidono ancora chi prendere e chi lasciare, i nostri? E’ quello, il punto.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


domenica 3 dicembre 2017

Che cos'è 
il "politicamente corretto fascista" ?



I lettori si saranno  chiesti che cosa esattamente intendessi dire ieri  per “politicamente corretto fascista”.  Mi sembra perciò giusto completare il  "trittico" (*), affrontando quest’ultimo nodo.
Piccola  premessa. Il politicamente corretto non è un’ invenzione contemporanea delle “cattive” democrazie liberali,  come ritengono i complottisti,  ma rinvia, sociologicamente e storicamente, alle forme di legittimazione  politica.
Ad esempio, asserire in una società tradizionale  che il potere non derivi  da un mandato meta-umano, significa entrare in urto con le autorità religiose, sociali e  politiche.  Come del resto, affermare  in una società moderna  che  il potere non risieda  nella sovranità del popolo,  implica l’esclusione dal dibattito pubblico.  Ovviamente,  dal presupposto legittimante, discendono   valori e comportamenti in sintonia con esso. Sicché,  chiunque provi a criticarli, adottandone altri, viene considerato, politicamente scorretto.  E dunque ritenuto pericoloso.  Dopo di che, ogni società, secondo le proprie forme di controllo sociale,  interverrà  per ridurre al silenzio le voci discordanti. La casistica "operativa"  è  ampia:  si va dal boia al giudizio di dio, dall'imprigionamento nei  gulag  alla "spina staccata" (per dirla con un grande scrittore, esule russo).  
Sono meccanismi, dai più duri ai più blandi,  che ritroviamo in  ogni società e gruppo sociale, anche nelle forme  politiche di gruppo istituzionalizzato. Si va, ripetiamo,  dai princìpi fondamentali fino alle opinioni e ai luoghi comuni più diffusi.
Nel post-fascismo ( nel senso di  "dopo il fascismo storico") si possono individuare tre princìpi inderogabili del politicamente corretto.  Chiunque li violi è fuori. Anche oggi.
1) Mussolinismo.  Pensiamo  alle dotte teorizzazioni dei professori dell'epoca  sulla natura  “cesarista” della leadership  mussoliniana, che, in basso,  si tramutavano  a livello di  senso comune nello slogan il “Duce a sempre ragione”.  Il Mussolinismo resta  tuttora un caposaldo del politicamente corretto post-fascista . Ancora oggi, guai a chiunque osi parlare male di Mussolini.
2) Costruttivismo politico-economico.  Pensiamo all’eredità della politica economica e  sociale del fascismo,  che in alto veniva teorizzata come economia corporativa  e (nella fase terminale) socializzatrice, in basso recepita  come  alternativa economico-sociale costruttivista   al disordinato e presunto spontaneismo delle  “democrazie plutocratiche”, secondo il noto stereotipo popolare.  Anche qui siamo davanti a un caposaldo del politicamente corretto post-fascista.  Ancora oggi,  guai a chiunque osi parlare bene del libero mercato.
3) Antisemitismo e razzismo.  Pensiamo all' eredità politica  delle leggi razziali del 1938, eccellente esempio di esclusione dei presunti diversi, nonché, cosa  ancora più grave,  all’antisemitismo  che si prolunga in maniera devastante  nell’ultimo fascismo, quello saloino.  Parliamo di  leggi che  in alto venivano   teorizzate  dottamente e nelle forme più varie da legioni di scienziati, in basso  recepite, fin nei comportamenti (dall'ultimo commerciante  che vendeva solo agli "ariani"),  come  necessario pendant “anti-giudeo”  alla  “ lotta contro le democratiche  plutocratiche”.  Va  precisato, come prova l’ eccellente libro di Gianni Scipione Rossi (**),  che il post-fascismo, soprattutto i vertici del Msi e di Alleanza Nazionale, si sono  in qualche misura distanziati, condannando le leggi razziali,  e schierandosi,  negli anni Sessanta più decisamente,  dalla parte di Israele.   Però, tuttora, resta obiettivamente difficile, in particolare tra i  militanti,  affrontare  la questione: il politicamente corretto di derivazione fascista  “impone  l’uso”  di un antisionismo che però, come mostrano studi e ricerche,   è parente strettissimo dell’antisemitismo. Insomma, ancora oggi,  non si può  parlare bene - in senso assoluto -  degli ebrei. E  a maggior ragione -  per rimbalzo ideologico -   dei diversi, a cominciare dai non italiani. Si pensi all'avversione viscerale, decisamente sopra le righe,  alla legge sullo ius soli.  Di qui, il pericolo incombente del razzismo di ritorno.
Riassumendo, il politicamente corretto  fascista, prolungatosi nel post-fascismo,  impone che tutte le discussioni interne, a livello di militanti, quindi di senso comune,  ruotino intorno alle questioni del mussolinismo, del  costruttivismo (corporativo o sociale), dell’antisemitismo (travestito da antisionismo).  Si possono criticare i consiglieri di cui si servì Mussolini, magari  discutere  sui nomi dei  " traditori  badogliani" (altro sterotipo, usato anche per Fini...);  ci si può dividere in corporativisti e socializzatori o in  antisemiti e  antisionisti.  Ma,  al  fondo, i nodi, i veri nodi, non sono mai stati sciolti.
Qualcuno si chiederà: ma,  allora, cosa è  cambiato in  quel mondo? Niente.

Carlo Gambescia

(*)  Il primo articolo sul "post-fascismo"  è apparso  venerdì 1 dicembre: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2017/12/nazi-fascisti-su-como-esiste-un.html ; 
(**) Gianni S. Rossi, La destra e gli ebrei. Un storia italiana, Rubbettino Editore 2003.                                

sabato 2 dicembre 2017

Fascisti, e non per caso
(a proposito dell’articolo di ieri)


 Alcuni amici di destra -  parlo di conversazione private -  mi hanno fatto notare che l' articolo di ieri,  “Fascisti su Como” (*),   farebbe il gioco di una “cultura del politicamente corretto”, di sinistra, che sta montando un caso per ragioni puramente elettorali.
Che certa sinistra “ci marci”,  come ho scritto sempre ieri, credo sia indubitabile. Come ritengo sia   innegabile  che la destra post-fascista, in tutte le sue componenti (prima il Msi, poi An, ora i suoi frammentati derivati),  non ha  mai  fatto  nulla per superare la storica  contraddizione, nei riguardi dell’eredità fascista,  tra il  vertice  mussoliniano  e i militanti, ai vari livelli, dalle spiccate  simpatie nazi-fasciste.  Contraddizione, dimostratasi, politicamente involutiva.
Il conservatorismo verso l’ideologia fascista, sia nei suoi aspetti di regime che di movimento, per dirla con De Felice, ha sempre prevalso su tutto il resto. Si trattava e tratta  di una questione strutturale. Che va al di là delle qualità  dei  leader che si sono succeduti nel tempo. Non si è mai fascisti per caso.
Per fare solo un esempio:  a qualche anno di distanza dalla  fin troppo  frettolosa  Bad Godesberg nera di Fini, nel 1995 a Fiuggi,   la stessa ala intellettuale,  dei  "fare-futuristi",   che appoggiava  i contorcimenti politici del delfino di Almirante per affondare  Berlusconi, si trovò a insistere, sfiorando il ridicolo,  sull’esistenza di un fascismo libertario.  Confondendo quella che fu  - ammesso e non concesso, eccetera - una variante politico-culturale, comunque antidemocratica, quindi interna alla dittatura,  con la tradizione  liberale e della  democrazia rappresentativa, antitetica al fascismo, come regime e come movimento.  Quanto a  coloro che avevano  rifiutato  persino la cosiddetta  svolta di Fiuggi, crediamo sia  preferibile, anche perché non sono più tra noi,  stendere un velo pietoso.
In realtà,  Alleanza Nazionale  non ha mai voluto  - o comunque potuto, sociologicamente potuto, il che però non deve suonare come un'assoluzione -   fare i conti con l’eredità fascista  nei due aspetti del regime e del movimento, rifiutando,  nei fatti,  di  trasformarsi in un partito liberal-conservatore, magari con le  necessarie aperture verso il capitalismo sociale di mercato, come sosteneva Giano Accame, l’unico intellettuale di quel mondo, capace di vera autocritica e di resistere al rozzo richiamo della foresta. 
Si dirà: come  abiurare però  a un "patrimonio" ideologico ( "regimismo" +  movimentismo),  grazie al quale il Msi, in termini di strutture politiche,  era vissuto di rendita fino a Tangentopoli?  In effetti, sociologicamente parlando,   il "fatto organizzativo"  non poteva  non  fare il paio con il "fatto sicurezza", ossia  con  il   gattopardesco bisogno di routine politico-amministrativa, routine, secondo alcuni, addirittura a sfondo carismatico, quale  frutto  di un'antica obbedienza sacramentale al duce-segretario di turno. Eppure, la potenziale  base elettorale, una volta caduta la pentapartitocrazia, esisteva.  E del resto, l’elettorato storico missino, ristretto e fluttuante (soprattutto ai suoi confini), era molto più conservatore e sistemico dei quadri del partito,  invece fascisteggianti e antisistemici.  A dirla tutta, le  simpatie mussoliniane dell'elettore missino  come capita talvolta a teatro davanti alla deludente performance di un vecchio attore,  erano  applausi  più  di stima che sinceri.
Insomma, l'elettorato neofascista  poteva evolvere. E' mancata invece, per ragioni strutturali, l'evoluzione della classe dirigente post-missina, incapace di  uscire dalla casamatta -  sintetizzando - del  "credere, obbedire e combattere".  Sicché  l’iniziale consenso elettorale, che aveva portato An quasi a   triplicare i voti, si è  perduto lungo la strada, insieme all’occasione storica di dare vita a una destra democratica e sistemica.  E cosa ne è stato dei  partiti e  partitini, proliferati dalla decomposizione della destra finiana,  che si atteggiava a destra libertaria ma non liberale?  Sono tornati all’ovile.  
Si segua, ad esempio,  il dibattito  tra le varie  fazioni,  soprattutto quello politico-culturale su riviste e rivistine, sembra essere tornati agli  anni  Ottanta, il periodo più buio del Msi:  quello  della ridotta almirantiana, del "Noi contro Loro" e  della "Lotta al Sistema".
Pertanto nessuna meraviglia se si levano voci  pronte a rivendicare, una volta dal lato regime, un'altra da quella del movimento,  la  purezza degli ideali  fascisti, variamente interpretati, ma sempre all'interno dello steccato del  politicamente corretto fascista. Voci, comunque sia,  unite, come un sol uomo,  nel difendere, con regolarità cronometrica,  "quei poveri giovani la cui unica colpa è quella di amare  l'Italia"...
Purtroppo, si tratta di un film già visto.    
Carlo Gambescia




                                

venerdì 1 dicembre 2017

Fascisti su Como


Esiste un pericolo fascista in Italia? O meglio,  nazi-fascista?   Il punto non è dettato, per quanto la cosa sia grave,  dalla questione in sé: l’irruzione di un gruppo di  teste rasate nella  sede di un’associazione, "Como senza frontiere",  obbligando i presenti  all’ascolto della lettura di un volantino razzista.  Ma dalla reazione dei partiti di destra e sinistra:  a destra si è minimizzato, a sinistra enfatizzato.  Dov’è  la verità?             
Diciamo che sul piano storico la situazione  è ben diversa da quella degli anni Venti del secolo scorso.  Per contro, rispetto agli anni Settanta, si potrebbe parlare di cenere sotto il fuoco. Insomma, di fiamme sempre  pronte a  divampare.  E qui si pensi  alla  "bomba a orologeria",  rappresentata dalla questione immigrati, strumentalizzata a destra e sinistra. Semplificando:  dalla prima  in chiave cattivista, dalla seconda, buonista. 
Non desideriamo però  parlare dell’atteggiamento buonista della sinistra,  per ora   bilanciato dalle politiche di tipo realista (con "qualche" ricaduta: ius soli, ad esempio) del ministro Minniti e del governo Gentiloni.  Bensì del cattivismo destrorso  di  provenienza  post-missina e post-aennina,  che  sottovaluta  i  pericoli di un   razzismo al momento  diffuso  tra la gente comune  solo  livello di insofferenza verbale, di cui però  le teste rasate,   come si usa dire,  sono la punta dell’iceberg. 
Dicevamo sottovalutazione.  Ad esempio, che pensare di  Giorgia  Meloni, che  all’ “Aria che tira”, popolare programma televisivo,  distingue tra violenza e intimidazione,  derubricando i fatti di Como a ragazzata?  E di Alessandro Campi, già consigliere (scientifico) di Fini, che oggi sul "Messaggero", giornale notoriamente depoliticizzato, nascondendosi dietro dotte perifrasi, lascia intendere  che siamo davanti a una montatura politica della sinistra?     
Diciamo che certa destra postfascista, all'interno della quale  un politico decisamente razzista come Salvini pesca voti e  cerca potenziali alleati,  non ha mai voluto fare del tutto i conti, fin dal 1945, con il volto oscuro del  fascismo e del  neofascismo. Ovviamente,  per varie ragioni storiche e ideologiche che qui sarebbe lungo spiegare. In argomento rinviamo  agli ottimi libri, storici e politologici, di Giuseppe Parlato, Gianni Scipione Rossi,  Piero Ignazi, Marco Tarchi.
Di quale  lato dark parliamo? Quello rappresentato da una sub-cultura politica  di origine saloina, antisemita, antisionista, razzista tout court, dalle spiccate simpatie naziste, quindi nazi-fascista,  da sempre  fortissima, almeno tra una parte dei militanti del Msi e dei suoi variopinti eredi.
Insomma, al di là del numero (ridotto) di certe "frange lunatiche",  esiste un “armamentario ideologico” pronto all’uso e di grande efficacia simbolica, capace di giungere a tutti (e in tal senso il nazi-fascismo simbolico da stadio, non va sottovalutato). Pertanto è vero, come scrive Campi, che il fascismo e il nazismo, così come storicamente conosciuti,  non torneranno più, ma è altrettanto vero che la “tentazione fascista”, così ben studiata da Tarmo Kunnas,  in particolare nei suoi lati razzisti, vive e lotta insieme a noi. Certo, per ora,   tra pochi.  Ma, come dicevamo,  la "miccia",   e non è  solo un gioco di parole, potrebbe riaccendere la Fiamma.  Che tra l'altro, quando si dice il caso, spicca di nuovo sul simbolo elettorale  di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale...  
Concludendo, la sinistra, certa sinistra, ancora più nostalgica dell'estrema destra, esagera,  per dirla in romanesco, "ci marcia sopra".  Però il pericolo esiste.


Carlo Gambescia