giovedì 31 agosto 2017

Matt Damon: “Trump? Bisogna aspettare che se ne vada”

Perché Hollywood odia Trump




“Trump non sta facendo nulla per l'ambiente. Sta solo distruggendo quello che ha fatto Obama, pensa solo all'economia e a incrementare il lavoro. Che si può fare? Aspettare solo che se ne vada”.

Così Matt Damon,  strapagato ( e giustamente)  divo di  Hollywod,  in occasione delle presentazione di  “Downsizing” a Venezia.   Pellicola dal profilo, of course, ecologista.  Una scelta, oggi molto in voga, come un tempo il comunismo, tra gli attori  americani.
Damon, non  è solo.  Da   De Niro  all’ultimo dei comprimari,   Trump è il più odiato in assoluto tra i Presidenti.  Perché?
Sulle ragioni dell’estremismo politico di Hollywood, indagò un celebre economista  Ludwig von Mises, che una volta  trasferitosi negli Stati Uniti, per sfuggire agli artigli di Hitler,  si accorse con stupore che il mondo del cinema,  acclamato e miliardario, flirtava con qualsiasi forma di radicalismo politico, a cominciare dal comunismo.  E ovviamente si interrogò. Ecco la sua risposta:       


“Sotto il capitalismo, il successo materiale dipende dal gradimento delle realizzazioni di un uomo da parte dei consumatori sovrani (…) Con lo spettacolo (…), la gente vuole il divertimento perché è annoiata. E niente l’annoia quanto i divertimenti che già conosce: La diversità è l’essenza dell’industria dello spettacolo. Gli spettatori applaudono di più di quel  che è nuovo, cioè inaspettato e sorprendente. Essi sono capricciosi e irresponsabili. Disprezzano ciò che  avevano amato ieri. Un magnate del palcoscenico o dello schermo deve sempre temere la capricciosità del pubblico. Si sveglia ricco e famoso una mattina, e potrebbe essere dimenticato il giorno dopo. Egli sa bene di dipendere interamente dai capricci e dalle fantasie di una folla che desidera ardentemente l’allegria. Egli è sempre in preda all’ansia (…). Ovviamente, non c’è rimedio contro ciò che rende inquieti questi uomini di spettacolo. Essi devono perciò attaccarsi a una pagliuzza. Alcuni di loro pensano che il comunismo li salverà. Non è forse un sistema che rende tutti felici? Non è sostenuto da uomini molto illustri che tutti i mali dell’umanità sono causati dal capitalismo e che saranno cancellati dal comunismo? Non sono essi le stesse persone che lavorano sodo, compagni di tutti gli altri lavoratori?  (L. von Mises, La mentalità anticapitalista. Armando, Roma 1988, pp. 42-43). 

Quanti ex comunisti sono passati armi e bagagli all’ "attivismo" ecologista?  Tanti, forse troppi.   E per quale ragione? Perché l’ecologismo è la continuazione, con altri mezzi, della lotta del comunismo  al capitalismo.  Il che spiega le dichiarazioni di Damon  e  al tempo stesso comprova  le tesi  di Mises.
Qualcuno però  si chiederà:  come mai,  dal momento  che  Trump è  uomo di spettacolo, non odia, come i suoi "colleghi" il capitalismo?  Se lo è, lo e per caso.   Trump, soldi  paterni o meno, di formazione è  imprenditore nel ramo immobiliare. Insomma, non appartiene organicamente all'industria dello spettacolo: il consumatore da cui dipende, è altrettanto sovrano, ma, psicologicamente parlando,  ad andamento lento. Quindi l'ansia, anche se c'è, è meno forte. E poi spesso, si arriva al cinema (dal produttore all'attore), dopo aver fallito in altri campi. Ci permettiamo di aggiungere (andando oltre  Mises), che negli attori  la frustrazione anticapitalista, viene da lontano. Sicché, l'industria cinematografica, con i suoi capricciosi consumatori, ricorda,  continuamente,  al divo da dove è venuto e dove potrebbe tornare.
Però - si dirà - anche  Reagan  era un attore,  a tutto tondo,  eppure…  Reagan, in verità, ai suoi tempi, fu attaccato, altrettanto duramente, proprio perché considerato da Hollywood un traditore:  un attore fallito che aveva scelto la politica, dalla parte sbagliata.   Poi Reagan, dimostrò di saper governare ed entrò nel Gotha dei Presidenti più amati.  Diciamo che Hollywood  mandò giù il boccone amaro.  E da quello smacco  non sì è ancora ripresa.   Il che spiega il livore di oggi.     
Del resto Trump, sembra  non  essere all’altezza  neppure della controfigura di Reagan.  Ma questa è un’altra storia…

Carlo Gambescia       

mercoledì 30 agosto 2017

 Quante inutili polemiche sulla Presidente della Camera 
Laura Boldrini?  Agente delle tasse...



Che male c’è nello sposare la causa dell’elevamento materiale e morale degli esseri umani?  Anzi, come ritengono le scuole ecologiste,  di tutti gli esseri viventi, inclusi gli insetti?  In teoria, nulla. In pratica, tutto.  Dal momento che la vita reale  impone la scelta dei mezzi, mezzi che rinviano alle risorse, e le risorse ai costi politici, sociali, economici, tipici dei meccanismi redistributivi, soprattutto se  pubblici.  
Insomma, l’umanitarismo, come teoria,  rimanda all’ etica dei princìpi, la sua pratica all’etica della responsabilità. E chi se ne fa nobilmente  depositario, come Laura Boldrini, Presidente della Camera,  dovrebbe tener conto  del difficile equilibrio, che inevitabilmente si crea,  tra la volontà (universale) di salvare l’umanità e la ridotta disponibilità (italiana) di mezzi. 
Qui,  crediamo sia, il “problema Bodrini”.  E di tanti altri umanitaristi di casa nostra.  Quel  ragionare in grande, senza  avere i mezzi sufficienti.  Naturalmente, il welfarismo ( che recepisce  il diritto a  una assistenza sociale per tutti dalla culla alla tomba), altra ideologia perniciosa, consente all'umanitarismo,  in quanto proseguimento del socialismo con altri mezzi,  di usare la leva  fiscale per incrementare le risorse  a disposizione del sistema redistributivo pubblico. Ciò però significa che dietro il volto angelico del  Salvatore dell'Umanità di turno,   si nasconde quello arcigno della Guardia di Finanza, pronta a  bussare alla porta.  
Sicché, il “problema Boldrini” non  è tanto  ciò che dice o ciò che fa.  Di qui, tra parentesi,  l'inutilità (oltre alla tristemente nota volgarità) degli insulti  lanciati dalla destra: inutili perché non colgono il bersaglio.  Il vero problema, dicevamo,  è che l’umanitarismo, inevitabilmente,  fa crescere la pressione tributaria.  Perché?  Semplice.  Dal momento che  nessun pasto è gratis, qualcuno dovrà pagare.  L’umanitarismo è roba  da ricchi. Va benissimo, quando è privato. Ben vengano carità e beneficenza. Ma private, ripetiamo. Diventa invece pericoloso, per le tasche dei contribuenti, quando da privato si fa pubblico, perché, inevitabilmente,  impone un crescente prelievo fiscale, sottraendo risorse preziose  all’economia privata e  agli investimenti produttivi. 
D'altra parte,  l'indeterminazione concettuale  è  tipica del  diritto sociale:  al tempo della crisi del '29,  tra i diritti si includeva  un pasto caldo, oggi condizionatori e cellulari di ultima generazione. Quindi,  una volta che ci si è messi su questa strada,  rimane difficile fermarsi:  più l’umanitarismo pigia sul pedale dell’assistenzialismo, più crescono le aspettative, più si sposta in  avanti l’asticella del traguardo sociale. L'ironica metafora galbraithiana sul "consumatore capitalista", rappresentato come un criceto sulla ruota, andrebbe estesa al  "consumatore" di diritti sociali.  Con una  importante precisazione: il primo "consuma" i soldi propri, il secondo quelli degli altri...    
Ecco quel  che  andrebbe rimproverato alla Presidente Boldrini: di  essere agente delle tasse.  Tutto il resto è noia,  per dirla con il grande  Franco Califano.

Carlo Gambescia

                                              

martedì 29 agosto 2017

 Immigrati
“Libero” e “Repubblica”
pari sono



Si dice che ormai la gente si informi  sui Social, eccetera, eccetera.  Vero. Però l’età media di chi fruisce di questi servizi è piuttosto bassa. Di qui,  il pendant estremista che caratterizza il Web. Per contro,   le persone dai 45 anni  in su, si informano  leggendo  i giornali tradizionali. Vanno all’edicola. Non molte stando alle cifre delle vendite. Però ci sono. E in genere sono le stesse che poi vanno a votare regolarmente:  in particolare le forze moderate di destra e sinistra. Così riferiscono le indagini sociologiche. 
Ora, probabilmente,  il tema più caldo in Italia è l’ immigrazione.  Come reagisce la stampa,  che in linea teorica dovrebbe "incivilire" il   popolo dei moderati (delle edicole)?   Evita di inseguire l'estremismo dei Social?  Purtroppo, no. Ecco un piccolo esempio, preso dai giornali di oggi. Ne   abbiamo scelti due,  politicamente rappresentativi:  "Libero" e "Repubblica".  
Rapida premessa (per capire il resto).  A Parigi non è andata male.  La  svolta, piccola o grande, del pattugliamento navale e della collaborazione più fattiva, anche militare,  con le “diverse” autorità libiche,  è piaciuta - sottolineatura  di Macron -  agli alleati europei. Inoltre,  si parla di rivedere Dublino. Se son rose, eccetera, eccetera.  Inoltre  si pensa, a cominciare dal presidente francese, di imitare l’Italia, e  di intervenire altrettanto fattivamente, presso altri stati africani, come dire, di storica pertinenza coloniale.  Insomma, la ciccia ( la notizia) c'è.    
“Libero” che fa?  Apre con “le donne stuprate che godono”, riportando le dichiarazioni di un  fantomatico “capo musulmano”. Così, tanto per far crescere il tasso di razzismo, sparandole grosse.  E, cosa più importante,  “Libero” si  disinteressa di ciò che è accaduto a Parigi. Siamo davanti alla classica linea  della destra becera, razzista, incivile,  che non vede al di là del proprio  naso e che vuole solo chiudersi in casa e buttare la chiave. Nessun impegno militare all’estero: guai.  Si può parlare di popul-pacifismo razzista. Roba da suprematisti.
“Repubblica”, idem.  Ormai,  il quotidiano, un tempo  laicissimo, salotto buono della sinistra riflessiva con la bocca a culo di gallina,  sembra aver sposato il  peronismo evangelico  di Papa Francesco. Di conseguenza,  si minimizza  la svolta parigina, ricordando, perfidamente, in apertura, che “i corridoi africani sono sempre più stretti” e che nel “deserto” è “strage di migranti”. Qual è il senso?  L’immigrazione non si può fermare, altro che chiudersi o casa o imbarcarsi in operazioni di polizia. Qui serve lo Ius Soli, subito. Come si sforza di argomentare Lucio Caracciolo  nel suo editoriale aziendalista.   Si può parlare - orrore, per un laico! -   di  catto-pacifismo umanitarista.  Roba da nemici dei suprematisti.
Naturalmente, dal punto di vista politico, “Libero” cavalca Salvini, mentre “Repubblica” le pulsioni della sinistra anti-Renzi. Ma  il fanatismo con cui si difende la causa  è lo stesso. In questo modo,  pari sono.  Forse,  "Repubblica" è più sottile, di modi educati, mentre "Libero" diretto e  sguaiato. Tuttavia, pur cambiando l' "ordine" fattori, il risultato non  muta. Si rincorre, forse pensando di rimpinguare le vendite, l'estremismo dei Social.  E' un gioco al ribasso. Che tristezza.          
Tutte e due le testate, tuttora assai seguite dai  “moderati” (o meglio potenzialmente tali)  di destra e sinistra,  invece di  incivilire i lettori, li  disabituano  al ragionamento. Come nei Social, si rilanciano triti slogan razzisti e umanitaristi.  Insomma, “Libero” e “Repubblica”  continuano a farsi del male, intellettualmente parlando,  e soprattutto  a fare del male agli italiani dai 45 anni in su.  E, in particolare, ripetiamo, ai  moderati dell’una e dell’altra parte. Potenzialmente, moderati, mai dimenticarlo.   Perché,  con il colpo su colpo,   si rischia solo di favorire la storica  predisposizione alla guerra civile delle "italiche genti".  Complimenti.

Carlo Gambescia                           


lunedì 28 agosto 2017

"Tannbach",  la fiction sulla Germania divisa in due
 La Rai (finalmente) ha scoperto il totalitarismo comunista. 
E gli italiani?




In questo torrido fine agosto, va registrato un piccolo evento mediatico-politico: la “scoperta” da parte della Rai  di che cosa è stato il comunismo nei cosiddetti paesi satelliti e in particolare nella Germania dell’Est. E, cosa importantissima, usando nomi e cognomi.  Ad esempio, ancora oggi quando in tv ( sempre Viale Mazzini e dintorni)  si ricordano le  Foibe, non si parla dei comunisti jugoslavi  ma dei soldati di Tito… Si ha ancora paura di  ammettere la catastrofe comunista,  evocando  quell’ ipocrita, sordido e sbagliato principio, che le idee erano nobili, ma purtroppo la carne debole. Quindi Stalin, fu un incidente di percorso,  eccetera, eccetera. Torneremo sul punto specifico più avanti.
Di che cosa parliamo in particolare? Della messa  in onda di una miniserie tedesca, in due parti, dedicata alla Germania tra il 1945 e il 1952, dal titolo emblematico: “Linea di separazione” (Tannbach - Schicksal eines Dorfes, tradotto letteralmente, più o meno, Il Destino di un villaggio: Tannbach). 
Però il tragico  destino  non è  quello  dell’arrivo  della  Guerra Fredda, vista  come una specie di inevitabile temporale storico, che si abbatte all’improvviso su un fittizio villaggio tedesco (esistito però veramente, con altre decine e decine di cittadine simili)  al confine tra Est e Ovest,  come si legge  nel comunicato dell’Ufficio Stampa Rai ( e persino nella  omonima Wikivoce italiana).  Ma si tratta   dell’invasione dei  comunisti russi,  con al seguito quelli tedeschi, tutti insieme affamati di vendetta, che, nel dopo Yalta, rilevano le truppe  americane, giunte per prime. E, dopo  stupri e  sommarie esecuzioni,  dividono in due il villaggio, cominciando subito a espropriare, deportare e rieducare.   
Al di là delle  inevitabili  ricadute soap (la famigerata libbra di carne televisiva ), la fiction ribadisce un concetto fondamentale: che il cattivo funzionamento  del comunismo, fin dall’inizio, è questione di strutture, non di uomini.  Si può  essere  idealisti purissimi, credere sinceramente nell’idea, come alcuni personaggi della miniserie  ma, in ultima istanza, la macchina oppressiva del totalitarismo finisce  sempre per avere la meglio sulle migliori intenzioni. 
Un  altro aspetto interessante, in particolare delle prime battute della fiction, dove spicca tutta la bestialità di un nazismo agli sgoccioli,  è  l’assimilazione,  sociologicamente  corretta,  tra nazismo e comunismo,  i  due volti del moderno totalitarismo. Concetto, quest’ultimo,  ancora difficile da digerire, per coloro, e non sono pochi, che sulla base delle intenzioni  continuano ad assolvere il comunismo.  E questo è un altro  grande merito di "Linea di separazione".  
Ammettiamo candidamente di nulla sapere sul conto del  giovane regista, Alexander Dierbach, né su quello degli   attori,  né sulle  reazioni in Germania.  Perciò sarà  benvenuto qualsiasi approfondimento da parte dei lettori in argomento.
Ultima questione. Gli italiani hanno gradito? Come sono andati gli ascolti?  Non malissimo. Share però, nel complesso, bassino  La Rai gioca sempre sul sicuro:  ha sdogato il concetto di  totalitarismo comunista, dopo l' archivazione collettiva o quasi,  per la serie l'ultimo spenga la luce e chiuda la porta.  
Ecco le cifre: un milione di spettatori circa per la prima puntata di venerdì 25 agosto (share del 6.56 per cento); settecento mila o poco più per la seconda di sabato 26 agosto (share del 4,71 per cento). Probabilmente,  sono venuti meno 300 mila irriducibili comunisti… O 300 mila vacanzieri. O metà e metà…  
La nostra è una battuta… Fino a un certo punto però. Perché, i primi, attestano che la religione comunista  ha sempre i suoi fedeli, i secondi, che il comunismo ormai annoia. Soprattutto durante la vacanze.  E tutti e due insieme,  che comunismo e vacanze sono l’oppio dei popoli…

Carlo Gambescia       


venerdì 25 agosto 2017

Etiopi ed eritrei,  sgombero a Piazza Indipendenza
C’era una volta l’Africa italiana…




I lettori non diano retta ai titoli dei giornali,  in una Roma semideserta, la stessa città che nella retorica dei media pauperisti e vaticani non  “arriva alla fine del mese",  ieri nessuno si è accorto o quasi  dello sgombero, “dai modi rudi”, come si legge,  degli  etiopi ed eritrei da Piazza Indipendenza, a due passi dalla Stazione Termini. Erano tutti al mare i romani:  a mostrare, le chiappe più o meno chiare (siamo a fine agosto), per dirla con la grandissima Gabriella Ferri,
In realtà - come nota  Pareto -  il  borghese dal cuore tenero (con cuore a sinistra, portafogli a destra) pretende che i suoi beni siano difesi senza spargimenti di sangue.  Cosa praticamente impossibile.  Il  che però  spiega le ricorrenti  polemiche.   Anche dinanzi all' innocuo  fatto che ieri si sia  “spesa” solo  acqua:  quella degli idranti della polizia.  Niente di che.  Però si sa, un cuore tenero è un cuore tenero.  
Invece,   chi scrive, in questo caso,  è  dalla parte delle forze dell’ordine.  Che bene hanno fatto, eseguendo un'ordinanza, a sgomberare un edificio privato, abusivamente occupato da ben quattro anni. Però, non ci piace neppure l’atteggiamento di  certa  stampa di destra. Si pensi al titolo del “Giornale” sui poliziotti che  "sgomberando" difenderebbero l’Italia.  Un' apertura  che  conferma, dispiace dirlo,  quel  detto brechtiano che scorge nel  patriottismo esasperato  -  oggi mascheratosi da populismo sovranista -   l’ultimo rifugio dei vigliacchi.
Che c’entra uno sgombero  di profughi ( gente con i documenti i regola,  non immigrati clandestini)  con la  guerra al terrorismo jihadista?  Guerra  che, tra l’altro,  “ il Giornale”  si guarda bene -  vigliaccamente per l'appunto -   dall’evocare?  Per la serie gastro-sovranista,  chiudiamoci in casa e buttiamo la chiave...   
Ma c’è  un’altra osservazione da fare.  Che, con i profughi di Piazza  Indipendenza, ammesso e non concesso che fossero immigrati clandestini,  non si doveva arrivare alla carica degli idranti.  Quattro anni per trovare una soluzione abitativa “pacifica” non sono pochi.   E si doveva trovarla,  non per debolezza nei riguardi, della sinistra,  del   Papa e dei movimenti per la casa,   ma per un'altra ragione, di fondo: i nonni  e i bisnonni degli eritrei ed  etiopi, ieri annaffiati,  hanno combattuto  e sono morti per l’Italia. Loro sì, hanno difeso il Paese.  E in che momenti.  Quindi  nipoti e bisnipoti  meritavano ben altro trattamento. A prescindere.  Si chiama obbligo di riconoscenza.  Guai però a parlare di ex colonie: all'umanitarismo  vaticano e  borghese, per non parlare dei cialtroni dei movimenti per la casa, piacciono apolidi. Si manipolano meglio.   
Tuttavia,  e qui osiamo farci  profeti,   se continua così, con l’Isis alle costole dell’Italia e dell’Europa, alle colonie torneremo, magari con altro nome. Altro che chiudersi in casa...  
La storia si vendica sempre della stupidità degli uomini.

Carlo Gambescia

          

giovedì 24 agosto 2017

 Amatrice, a un anno dal sisma  
 Individualismo vero e finto


Sempre a proposito di terremoti.  Amatrice  (e dintorni)  sta  celebrando,  in modo "articolato" come si legge,  una specie di "micro-giornata della memoria": fiaccolate, manifestazioni varie, campane che rintoccano in ricordo delle vittime.  Nessuno si offenda, ma il senso dell’evento, come spirito diciamo,  sembra essere  a metà strada tra il corteo antimafia e  il sitting sindacale di protesta.  Mal si nasconde, insomma,  lo scontento per quel che pubbliche istituzioni “dovrebbero” ai terremotati.
Abbiamo usato il condizionale, e non a caso. Per quale ragione? Perché un’altra malattia italiana, e dispiace dirlo, è quella dello Stato Provvidenza. Di un stato che deve provvedere a tutto, dalla culla alla tomba. Tradotto: dagli asilo-nido per tutti alle ricostruzione delle case per i  terremotati. 
Assicurarsi prima, no?  Una polizza vita, magari per tempo? In fondo,  esistono tante forme assicurative. Oppure,  costruirsi, nell'Italia del fai da te, case antisismiche? Non sarebbe una cattiva idea. E invece gli italiani fanno finta di non capire. E ogni volta ci "ricascano".
Ecco la risposta classica del conterraneo medio: “Tanto a me non capita”. Tipica,  per buttarla sul sociologico, del free rider, di quello che scrocca i beni pubblici  e, curiosità italiana, non si premunisce di beni privati:  "Tanto, se proprio dovesse capitare, c'è il "risarcimento statale". A fondo perduto. Con il magistrato  che magari  si inventa il reato di procurato terremoto, incolpando le autorità. E con il terremotato come parte civile.
Diciamo pure che lo Stivale è una Repubblica  fondata sulla "paraculaggine" (pardon): individualismo sì, ma con il paracadute statale. Del resto, il discorso pubblico italiano (parola grossa), nella sua logica aberrante, fila:  se è lo stato che deve pensare a tutto,  deve essere pure capace di prevedere i terremoti...  E all'occorrenza di indennizzare i cittadini terremotati.   Sicché, quando succede qualcosa, si strepita perché il cameriere pubblico tarda a prendere la comanda.  E si comincia a manifestare contro la burocrazia, scambiando il problema per la soluzione…  
Il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi,  ottima persona, ex calciatore e allenatore,  ha dichiarato: “Quando vinco, vinco, quando perdo, imparo”. Perfetto.  Però, ecco il punto, quando impareranno gli italiani  a cavarsela da soli?  Non nel senso di privatizzare i profitti e socializzare le perdite, comportamento tipico dell’individualismo assistito. Ma di privatizzare profitti e perdite, come impone l’individualismo vero.    
Si dirà,  un cataclisma naturale  è frutto del caso. Certo,  ma le assicurazioni sono frutto dell’uomo. E di una cosetta che si chiama capitalismo. Un mondo, certamente duro, che  implica il rischio di , ma anche l'assicurazione da. Bastone e carota: due classici rimedi, che però non dipendono dalla benevolenza di un  dittatore,  ma da ognuno di noi.
Qualcuno lo spieghi agli italiani. Ovviamente, non Papa Francesco.      


Carlo Gambescia                              

mercoledì 23 agosto 2017

Ischia, il terremoto e l' abusivismo

Inshallah



Le case crollano a Sud del Garigliano. E  se non è colpa del terremoto è colpa dell’abusivismo. I titoli dei giornali sono concordi nello sbattere in prima pagina  l’evergreen espiatorio della casa fai da te, a basso costo con  materiali di risulta,  fuori progetto, fuori luogo, fuori tutto, costruita grazie a mazzette e condoni. E che quindi basta una "scossetta"...
La condanna dell’ abusivismo è un tema classico della sinistra di governo, ma non di quella locale. Costretta a chiudere un occhio, principalmente nel Mezzogiorno, se vuole prendere voti.  Quanto alla destra si sa: è dalla parte dei corrotti, dei cattivi, insomma… Al  Nord, invece, l’abusivo sembra essere in via di estinzione. Basta dare un’occhiata alle statistiche.  Due Italie, due velocità.  Anche per il mattone fuorilegge (*).   
Va  però detto  che la stessa magistratura sudista è molto cauta. Ogni tanto spara, ma a differenza di Mafia e Camorra, a salve o quasi. Insomma, l’abusivismo nel Mezzogiorno si combatte tutto a parole affinché  nulla cambi nei fatti.  Il Principe di Salina, la sapeva lunga.
Per il meridionale la casa è un prolungamento del corpo e del clan domestico: uno stato nello stato.  E tutti hanno famiglia… Sicché tutti chiudono un occhio.  E si va avanti così. Non  è una questione  di risposta al soffocamento da troppi regolamenti e leggi. O comunque non solo. Siamo davanti  all' Inshallah dell’abusivo: se  Dio lo vuole.   Quale esempio migliore del  fatalismo arabo-sudista?
Tutto sommato, se si considera l’altissimo tasso di abusivismo di Ischia, ben noto agli addetti ai lavori, è andata  fin troppo bene. Pertanto, a Dio piacendo...  Ovviamente, con un terremoto in scala ridotta.
Che fare?  Arrestare tutti? Amministratori e cittadini? Nominare il sindaco di Bolzano, commissario unico per il Mezzogiorno? Deportare a  Ischia l’intera popolazione di Bergamo Alta e viceversa? Dopo di che sperare che gli autoctoni di Bergamo Bassa controllino i napoletani di Bergamo Alta. Permettere, per accontentare (ex post) Marco Travaglio, che "pezzi" deviati di  Italia Nostra intavolino trattative segrete con la Camorra ?
Difficile rispondere. Però, se ci si pensa bene, secondo il diritto  pubblico al di là del Garigliano,  la casa è un diritto, e se uno non se la costruisce da solo, che diritto è?  E poi, costruirla in piena indipendenza è segno di creatività. Che c’è di più bello della casetta stile Valtellina  a  Maratea? Purtroppo il problema non è  (o comunque non solo) il grattacielo ad alta intensità mafiosa edificato a due passi dalla spiaggia, ma l’abusivismo diffuso, come mentalità.  Per dirla con Totò, come  arte di arrangiarsi.  Arte minore, ma comunque apprezzata sulla Salerno-Reggio Calabria. Quindi, abusivi del Sud, tranquilli: qualche titolo, qualche polemica, e poi tutto tornerà come prima. Crescete e moltiplicatevi.  Fino al prossimo terremoto.  Inshallah, naturalmente. 
Carlo Gambescia


     

martedì 22 agosto 2017

Il film di Nolan su Dunkirk
Disfattismo



Il diavolo, come si diceva della pittura medievale, si nasconde sempre nei dettagli: si vede e non si vede. Insomma, occorre tutta l'attenzione dello sguardo. Detto, poi ripreso  da un grande filosofo tedesco.  Questo per dire, che spesso non  è facile fiutare, se ci si perdona la caduta di stile, l’aria che tira.  I nonni avrebbero scritto “temperie”. Tradotto (dal dizionario): “Il complesso di moventi spirituali o avvenimenti che concorrono alla caratterizzazione di un ambiente o di un momento storico o culturale”.
E che aria tira oggi? Pessima.  Da ritirata di Russia.   A farcelo scoprire è il classico dettaglio: l’uscita di un film dedicato alla colossale  sconfitta di Dunkirk, dal titolo omonimo, prodotto con capitali americani, britannici, francesi, olandesi.     
Soldati in fuga. Più o meno ordinatamente, ma che scappano.  Una pellicola pacifista, con le solite microstorie patetiche e tanti effetti speciali, secondo il gusto di Christopher Nolan, batmanologo di fama,  che ne è produttore, regista, e sceneggiatore. Ovviamente, critiche entusiastiche, in linea con la vulgata.  Ad esempio,  negli Stati Uniti, dove si vogliono rimuovere le statue confederate, per fare dispetto a Trump, un critico si è lamentato per l'assenza  - in un film di guerra... - di interpreti donne. E questo è un altro segno dei tempi.   
Si celebra, piaccia o meno (il verbo usato), una grande vittoria della Germania nazista sulla disunione militare franco-britannica.  In assoluto, il momento più nero della Seconda Guerra Mondiale per l’Occidente liberal-democratico:  ognuno per sé, dio per tutti.
E quando esce il film disfattista?  Nel momento in cui, dinanzi al terrorismo jihadista, servirebbe il massimo dell’unità militare contro un nemico che punta a colpire, minandone la quotidianità, il nostro modello di vita.   Allora,  per fortuna,  difeso  vittoriosamente, nonostante Dunkirk, contro gente  malvagia -  nazisti e fascisti -   che voleva trasformare l’Europa in una specie di gigantesca caserma, con annessi campi di concentramento e sterminio. Fu vittoria! Ecco quel che si dovrebbe celebrare, cazzo! (pardon).    
E oggi? Come finirà?  Con tutti i cacasotto in giro, ci vorrebbe davvero Batman.  Di sicuro,  un film, come quello di Nolan,  non aiuta.  Il sottotitolo recita: "The event that shaped our world". Sì, forse, la "sveglia" presa, per reazione, ci portò  alla vittoria. Ma se si guarda l'intero film, non si capisce...   Certo, è uscito in piena estate.  Forse qualcuno,  all’ultimo,  ha messo la classica toppa. E  inserito pure il sottotitolo furbetto.  Tuttavia,  prescindendo  da quanti lo vedranno, la frittata morale resta:  vi si celebra la sconfitta. E quel che è peggio,  la ritirata.    

Carlo Gambescia              


   

lunedì 21 agosto 2017

La ricetta del “Fatto”:  medici e giudici contro il terrorismo
Così parlò il cretino collettivo



Si fa presto  a dire  cretino collettivo:  quello dell’uno vale uno; delle due torri se le sono buttate giù da soli; del se i terroristi ci investono con il furgone la colpa è del colonialismo, eccetera, eccetera.    Si dice che il cretino collettivo (quello che una volta era il più bravo del Bar Sport) sia un parto dei Social,  dove il parere individuale del primo analfabeta  funzionale, vince sempre a colpi di like collettivi.  Tocqueville, più nobilmente (era Conte), parlò di tirannia della maggioranza. Noi più umilmente,  di prevalenza del cretino.  
In realtà, come per l’uovo e la gallina (chi è nato prima?), i giornali “classici” hanno la loro bella responsabilità in questa  gara alla semplificazione idiota e  bugiarda degli eventi.  Insomma, il cretino targato Fb non è secondo al cretino con  tessera  dell'Ordine in tasca.  Purtroppo, così  stanno le cose. 
Un solo esempio:  il titolo di apertura del  “Fatto Quotidiano", fresco di stampa,  sul ragazzo di Napoli, morto per un caso di malasanità: “Antonio 26 anni: così si muore in Italia senza bisogno dell’Isis”.  Un portinaio, ovviamente  di nuova generazione ( quelli in guardiola davanti al Pc )  non  potrebbe dire meglio.
Tre cosette, da notare.
Uno,  il paragone populista (e semplicista), tra la burocrazia ospedaliera “che litiga”, come si legge nell’occhiello, e  un’organizzazione statuale,  politica, militare e terroristica. Roba da svitati di Facebook.
Due, far circolare l’idea,  falsa,  che  la guerra  jihadista  faccia meno morti degli ospedali italiani.  Roba da lunatici a cinque stelle. Che non ricordano i morti per malaria e denutrizione in Italia, ancora negli anni Cinquanta del Novecento.
Tre, l’idea più imbecille, ma sottile perché collegata sotto sotto alla linea editoriale  del  “Fatto” imperniata sul singhiozzo dell’uomo bianco, che se funzionassero gli ospedali, e quindi il fantomatico welfare state perfetto delle utopie socialistoidi, potremo accogliere tutti,   impedendo  al terrorista, con pensione e  sanità gratis,  di prenderci di mira.
Insomma, niente poliziotti e  soldati. Per battere  l’Islam che spara nel mucchio, basterebbe  schierare i medici del  servizio sanitario nazionale, opportunamente rieducati. Dai giudici. 
In definitiva, semplificazione per semplificazione (chi va con lo zoppo...),  per il “Fatto”, dovremmo affidare il destino dell' Occidente al giudice Woodcock... 
Così parlò il cretino collettivo.

Carlo Gambescia  
     

           

sabato 19 agosto 2017

L'attentato islamista di  Barcellona e la crisi della sinistra europea
No pasarán?




La sinistra ha perduto le sue radici "politiche". O meglio, il senso profondo del "politico": quello della distinzione amico-nemico.  E in qualche modo la Spagna, del dopo Barcellona, ne è l’esempio più lampante, da estendere all’intera sinistra europea: si è passati dal “No pasarán!”, della  Ibárruri , con le armi in pugno, contro il “fascista” Franco,    al  “Non cambieremo le nostre vite” e al  "Non cederemo al ricatto di chi vuole farci vivere nella paura".  Come ieri,  nella Rambla  riaperta ai pedoni, e subito ricolonizzata da un  pacifismo, condiviso e incoraggiato  da media e politici di sinistra, punteggiato  di  lumini,  orsetti e altri  gadget da  liceali a vita. Anzi, della vita. 
Cosa vogliamo dire? Che,  gli ultimi epigoni dei valorosi (ma anche molto feroci)  miliziani antifascisti sono quelli spaccano le vetrine, scendono in piazza, quando si riuniscono i grandi del mondo?  E che quindi, una sinistra armata, come la destra razzista, altrettanto  belluina,  dovrebbe dare subito inizio,  nelle nostre città, a cominciare da Barcellona,  alla caccia all’immigrato islamico?  Per mostrare di non essere cambiata?  No.  Perché  a quel punto  sarebbe guerra civile.  Come nel 1936.
Diciamo che tra una sinistra alla camomilla  e una sinistra  di  delinquenti,  c’è un largo spazio politico per interpretare quel “No pasaran!”, concettualmente. Come?  Elaborandolo in termini  di difesa attiva del nostro sistema di vita. E non di una  pura enunciazione di dolciastri princìpi pacifisti, completamente fuori luogo dinanzi a un nemico che ci sta azzanando alla gola e che interpreta lumini e orsetti per quello che sono: un infantilismo politico che tenta di  esorcizzare la paura regredendo fin dentro il ventre materno. Si potrebbe tranquillamente  parlare della reazione fetale della sinistra... Anzi,  addirittura di una sinistra fetale.
Naturalmente, il recupero concettuale -  concettuale ripetiamo -  del “No pasaran!” non può riguardare direttamente le masse, come un tempo si chiamavano a  sinistra. Ma l’establishment:  i quadri dirigenti, politici, ministri, capi di stato.  Coloro che contano e  decidono: l' élite della sinistra, soprattutto mediatica. 
Se la sinistra  europea, quindi non solo quella spagnola,  sposasse la causa (logica, se si vuole polito-logica) del  “No pasaran!”,   invece di flirtare con i pacifisti, allora saremmo davanti  una svolta politica:  si potrebbe finalmente  imporre una linea dura,  condivisa, quasi da tutti (si pensi solo all’influenza della cultura di sinistra sui  mass  media),  sia sul piano della sicurezza, del controllo dei flussi, e di una strategia militare interalleata in Medio Oriente (con chiunque ci stia):  non da una botta e via, bensì di conquista e controllo stabile del territorio. Si dovrebbe ristudiare da capo la storia del colonialismo britannico. E la sinistra per prima. Altro che l' anticolonialismo...
Riusciranno i nostri "eroi"  a recuperare  senso e  significato di una regolarità metapolitica, ben compreso invece dalla Ibárruri: quello della divisione amico-nemico?   Difficile fare previsioni. In Spagna vinse Franco, politico intelligentissimo: quindi "passarono".  Il Generalissimo  seppe però garantire un lungo periodo di pace e, in seguito, di sviluppo economico, prendendo le distanze dal fascismo stesso.    
Pace che invece, non garantirono,  né Hitler né Mussolini, che a differenza del Caudillo, uomo prudente ,  si vantarono fin troppo di "essere passati"…  Soprattutto Mussolini. Però finirono malissimo.
Se la sente la sinistra di spianare la strada, con il suo infantile pacifismo,  non a un nuovo Franco, che tutto sommato, seppe governare, e bene, la Spagna,  ma  ai nuovi nazifascisti del terrorismo jihadista?    

Carlo Gambescia                    


  

venerdì 18 agosto 2017

Nuovo attentato islamista:
furgone-kamikaze  sulla folla,  morti e feriti a Barcellona
Chi di umanitarismo ferisce, di umanitarismo perisce




La grande recita umanitarista è ricominciata.  Dalla Rambla di Barcellona. La recita è collettiva, riguarda tutti:  terroristi islamici,  mass media, ministri e politici.  Quanto durerà? Qualche giorno, poi il silenzio.  Fino al prossimo attentato.
Purtroppo, la realtà è questa.  Ogni volta, si replica, come a teatro: i terroristi colpiscono duro, la polizia arresta  e uccide, se proprio non può farne a meno,  i mass media piangono i morti,  nelle piazze si accendono  lumini  tra lo sventolio delle  bandiere  arcobaleno, i politici dichiarano all'unisono che aumenteranno le misure di sicurezza, senza però violare i "diritti umani".   E così via. Fino al prossimo eccidio.
Per quale ragione?  Perché l’ Europa, in questa dolciastra recita collettiva,  rifiuta di prendere coscienza del ritorno di  una minaccia epocale: l’Islam jihadista,  prima nella veste  di  una  guerra civile incombente, poi, quando sarà il momento giusto,  della guerra di riconquista.  Un rifiuto suicida, che consiste nel minimizzare il pericolo e nel credere che la secolarizzazione, prima o poi,  guadagnerà anche il cuore degli islamisti.  Insomma, che   buon senso e  umanitarismo prevarranno: chi può amare la guerra?  
Si chiama strategia della fiduciosa attesa. Ed è appunto impregnata di umanitarismo. Una  scelta che però non ha alcun senso, quando è il nemico che ti  indica come tale. E  vuole distruggerti, a prescindere dalla tua benevolenza verso di lui. 
Il  nostro nemico  ama la guerra, eccome.  Sveglia!  Altro che porgere l'altra guancia o limitarsi a qualche buffetto. Servono misure radicali:  dai tribunali speciali, alla dichiarazione dello stato di guerra nelle zone attaccate (o a rischio),  al ritiro o sospensione della nazionalità nei riguardi di terroristi e complici morali, al rimpatrio forzato, se serve,  collettivo, con il ferro o con il denaro.  Per non parlare della necessità di  una strategia militare sul piano internazionale, nei termini di una vera propria occupazione militare e normalizzazione del Medio Oriente: non basta vincere, bisogna presidiare il territorio. Ovviamente, per il pacifismo umanitarista, queste sono  tutte  utopie, per giunta pericolose. Gli amici dell'arcobaleno consigliano invece di attendere, aprirsi ancora di più, e, soprattutto, di credere  fiduciosamente nella buona  fede del nemico e nella sua buona volontà. Amen.
Dietro questo atteggiamento suicida, non c’è alcun complotto,  ma solamente una stupida  fede  nei valori dell’umanitarismo, ormai penetrata - anche a   colpi di  martellate mediatiche -  in tutti gli strati della nostra società. Un atteggiamento  che si condensa in alcune idee:  quelle del dolce commercio che si sostituisce alla guerra e del welfare alla povertà;  l’idea che la  ragionevolezza umana alla lunga vince sempre; l'idea della manipolabilità degli uomini  attraverso l’educazione e l’istruzione.  
Si dimentica però che i valori umani, contro Hitler, furono difesi con le armi in pugno, fino all’ultimo uomo. E non a colpi di carte  socialistoidi dei diritti. Che però seguirono i bombardieri.  Questo per dire, che  pur tra le  differenze ideologiche e organizzative, la gravità della crisi che ora stiamo attraversando  è la stessa di allora.   
Insomma,  chi di spada ferisce, di spada perisce. Si tratta di una grande verità politica che  l’Europa e l’Occidente sembrano aver dimenticato. Per sposare la causa dell’umanitarismo disarmato si è ripudiata la prima moglie:  quella del liberalismo armato.  
Si è dimenticato che il liberalismo, il vero liberalismo,  si  nutre di grandi tradizioni militari.  E soprattutto che non ha nulla a che vedere con l’umanitarismo di derivazione socialista e pseudo-cristiana: i soldati di Cromwell difesero l'idea liberale di rappresentanza politica;  i coloni americani si liberarono dal giogo inglese impugnando i fucili; le navi britanniche, armatissime, difesero sui mari il libero commercio; i moschetti napoleonici favorirono la diffusione dell'idea liberale in tutta Europa; le rivoluzioni liberali dell’Ottocento, a partire da quella italiana, vinsero sui campi di battaglia.  Pertanto la vittoriosa  guerra contro  Hitler non è che il portato di una lunga tradizione liberale che non ha mai disdegnato, quando necessario, l'uso delle armi. Il realismo liberale è una cosa, il pacifismo socialista un'altra.  Mai dimenticarlo. 
Cosa significa tutto questo?  Che, oggi, il rischio è grosso. Perché,  purtroppo, vale anche il contrario: chi di umanitarismo ferisce, di umanitarismo perisce. 

Carlo Gambescia                     

giovedì 17 agosto 2017

 La donna romana  fatta e pezzi e gettata nel cassonetto
Quando dai commenti trasuda Schadenfreude 
( ovvero gioia per le disgrazie altrui)



Inutile illudersi, non  esiste il progresso morale: l’uomo è lo stesso da sempre. Può però essere tenuto a freno nei suoi comportamenti,  di volta in volta, dai costumi e dalle forme di deferenza ispirate a valori politici, morali,  religiosi che agiscono come strumenti di autocontrollo e disciplina sociale.  Tuttavia, il  nocciolo duro del suo comportamento è dettato dall’egoismo e dalla convenienza a rispettare o meno le regole. E come vedremo più avanti, dal piacere, più meno sottile,  per le disgrazie altrui, la Schadenfreude, come dicono i tedeschi.  
Ovviamente, non per tutti gli uomini è così. Come in tutti campi, anche in quello morale, esistono delle élites, mosse da principi superiori, autodisciplina, senso della responsabilità. Ma élites restano. Insomma, minoranze. 
A questo pensavamo, leggendo sui Social  i commenti   a un brutto fatto di “cronaca nera” (come si diceva un tempo),  accaduto a Roma:  la donna fatta a pezzi e gettata  nel cassonetto (*). Il tono generale  è distinto dall’irrisione: si guarda alla notizia, come occasione per fare battute più o meno spiritose.  Attenzione:  non ci troviamo dinanzi a commenti, come dire al di là del bene e del male, che certifichino indifferenza morale. Magari.  Sono l’esatto contrario,  si infierisce, con la consapevolezza di infierire.  Sono dalla parte male, programmaticamente.  Con sadismo.
C’è chi scherza sulla raccolta differenziata, sui romani che non la sanno  fare, sui Rom che “pescano” nei cassonetti, sulla Raggi, eccetera, eccetera. Inutile, segnalare, la violenza verbale,  rivolta contro quei pochi che provano  a ricordare agli altri commentatori  che un essere umano è stato fatto a pezzi.  Di regola, tra un insulto e l’altro, si risponde che è bene  “smitizzare”;  dire sempre quello che si pensa; mostrare di essere dotati di senso dell’umorismo.  Leggere per credere.
Pertanto, il problema, non è tanto  la tecnologia e neppure, come nel caso della Rete, il fatto  che sia alla portata di tutti, quanto la natura dell’uomo, che, se non toccato personalmente, avverte subito la Schadenfreude:  quel  provare piacere per le disgrazie altrui.
E qui veniamo al punto. La nostra cultura celebra l’autenticità,  che non è altro che una forma di primitivismo sociale. Sicché risulta  priva  di quei  modelli  di  deferenza sociale, che in qualche misura si fondano sulla reticenza, sul non dire tutto quel che si pensa, come strumento di rispetto dell'altro e prolungamento della pace sociale. La civiltà è celebrazione delle buone maniere sociali: l'esatto  contrario del primitivismo.   
Una cultura, la nostra, dicevamo,  dove, di conseguenza,  l’ autocontrollo delle reazioni verbali è pari a  zero. Il che  facilita grandemente,  per parlare difficile, l’estroversione sociale della  Schadenfreude sul piano dei comportamenti collettivi.  Anzi, dal momento che  i modelli di comportamento sociale esistono a prescindere (si formano comunque, sono "fatti sociali", al di là del bene e del male), l’esternazione, anche violenta (verbalmente violenta) della  Schadenfreude assurge a modello condiviso e celebrato di comportamento sociale. Il che spiega la catena di  feroci e derisori commenti alla donna ritrovata a pezzi nel cassonetto. E quel  senso di normalità sociale  dell’insulto. Sotto questo profilo,   i Social, agiscono da agente moltiplicatore, da cassa di risonanza di fenomeni sociali emulativi a carattere negativo.
Domanda: Il ritorno a una cultura della deferenza sociale,  potrebbe evitare tutto questo? Si potrebbe usare  la “potenza”  dei Social in senso positivo?  Difficile rispondere. In teoria, forse. Nella pratica, no.  Perché una cultura, come dicevamo prima, che celebra  l’autenticità, quale forma di primitivismo verbale e comportamentale, difficilmente può   imporre freni educativi  alla  estroversione collettiva della Schadenfreude: entrerebbe in contraddizione con se stessa.    Dal momento che le stesse élites che dovrebbero essere di esempio,  scorgono   nell’idea di introduzione di un qualsiasi freno sociale  un pericolo per la  naturalezza e la spontaneità:  valori oggi  celebratissimi.
Si chiama vicolo cieco.  
Carlo Gambescia   
  

                                               

mercoledì 16 agosto 2017

   Un articolo di Piero Visani sui gravi incidenti di Charlottesville 
 L'approfondimento del  sociologo


Ieri ho ripreso sulla mia pagina Fb un eccellente articolo di Piero Visani (*), storico e polemologo, sui gravi incidenti  di Charlottesville, dove, andando saggiamente  oltre la polemica tra manifestanti di sinistra e suprematisti bianchi ( sulla liceità o meno di rimuovere, dopo circa 150 anni un monumento equestre dedicato al generale Lee, perché all’epoca  proprietario di schiavi), si pone giustamente l’accento sul conflitto tra potere federale e potere degli stati.
Il fatto,  che dietro la decisione di rimuovere il monumento  faccia capolino   un sindaco democratico, non significa che la questione sia locale e quindi estranea alle  intrusioni del potere federale. In realtà,  la lotta ai monumenti dedicati agli sconfitti della guerra civile, rientra nell’ambito di una strategia politica  promossa dalla Washington liberal. Un disegno che scorge  nel politicamente corretto uno strumento verticistico  per sconfiggere, o quantomeno contrastare, qualsiasi tentativo di riabilitazione dei valori del vecchio Sud, giudicati anti-egualitari.   E dove c’è un sindaco liberal, o democratico, c’è il politicamente corretto imposto da Washington.  Insomma, l'ombra lunga di Obama (e di altri numerosi presidenti, non solo democratici) continua a  proiettarsi sullo stesso Trump, che incespica, perché non sa, se ci si passa l'espressione, che pesci pigliare. Talmente è forte la presunta o reale "tirannia della maggioranza".  Punto sul quale torneremo più avanti.
Attenzione:  il concetto "dei  diritti degli stati",  implica  qualcosa di più grande e importante del nazional-statalismo  di matrice europeo-hegeliana, perché rinvia al cuore ideologico della diatriba politica tra Jefferson e Hamilton, che si basava sulla necessità di difendere la  libertà del cittadino da un   potere politico, tanto più estraneo quanto più lontano geograficamente e istituzionalmente dalla sua realtà quotidiana.  Semplificando (al massimo): Jefferson, era dalla parte degli stati, e quindi del cittadino-agricoltore. Hamilton da quella del potere federale e del cittadino-operaio. Il primo guardava a una società rurale, di agricoltori indipendenti, il secondo a una società moderna e industrializzata.
Il futuro era dalla parte di Hamilton. Nessuno lo nega (ci mancherebbe altro).  Ciò però non toglie, ecco il punto,  che il conflitto tra una società decentrata e un società accentrata, pur assumendo di volta in volta forme storiche diverse, dalle battaglia pro o contro la schiavitù a quella pro  o contro il welfare  e pro o contro il politicamente corretto, continui ad attraversare la  storia americana.
Sotto questo aspetto, i disordini di Charlottesville  confermano che il conflitto è ben lontano dall’essere superato.  E che, purtroppo,  esso è nelle “cose stesse” . E qui,  si pensi  alle enormi dimensioni geografiche degli Stati Uniti e al gigantesco  individualismo innato degli americani.   Individualismo, che,  considerato il  forte spirito democratico che innerva la società statunitense, non resta estraneo  a due fattori al tempo stesso opposti e complementari: un forte spirito associazionista (positivo)  che fa il paio con comportamenti  "gregaristi" (negativi).  Un conflitto, la cui soluzione, sempre temporanea,  implica il   conseguente uso di un forte potere centrale, proprio in  nome di quella tirannia della maggioranza, tipica delle società democratiche,  scorta da Tocqueville.  Forzature dall'alto, non sempre inutili (se si vuole restare uniti...), alle quali dal basso  si risponde con colpi di coda, per così dire, "decentralisti" (quando si rischia di passare il segno...)
E' perciò vero, concludendo, come  ha notato correttamente il lettore Carlo Gobbi, che la  logica del “decentralismo” è sfruttata  politicamente, attraverso l’uso di una retorica di parte. Il che però vale per tutte le retoriche "sbandierate" da tutte le forze,  storicamente,  in campo.  Quindi anche per la retorica centralista.  E, cosa ancora più importante, il contrasto retorico,  nulla toglie nulla aggiunge  a una dinamica sociologica e istituzionale, realissima, tra centralismo e "decentralismo",  che va ben  oltre la decisione politico-retorica di rimuovere il monumento al generale Lee. E dalla evoluzione (o involuzione) di tale dinamica  "fattuale",  dipenderà il destino degli Stati Uniti, nonché, secondo alcuni osservatori, di tutti noi. 
Carlo Gambescia   

giovedì 10 agosto 2017

    Pignorati i beni di Gianluca Vacchi. E i Social salgono in cattedra
  Tutta invidia




Appena si è sparsa la notizia che Gianluca Vacchi, pieno di debiti, rischia il sequestro esecutivo  dei beni, subito i pauperisti dei Social sono passati  sadicamente  all’offensiva: ora non balla più, vada a lavorare, la pacchia è finita, eccetera, eccetera.
Indubbiamente, chi di Social ferisce, di Social perisce. Sociologia elementare,  Watson.  Del resto, in Italia,  ogni sovraesposto rischia sempre di finire a testa in giù: si pensi a  Mussolini, preceduto, secoli prima,  da Cola di Rienzo.  Solo per citare i più famosi.   
Le  serve giudiziarie del “Fatto”  già  mettono in discussione, con quella cavalleria tipica del quotidiano più letto nelle procure,  i 12   milioni di follower  di Mister Enjoy: se li sarebbe comprati.  Ricco e corrotto, il massimo per quel mediocre impiegato del catasto giornalistico di Marco Travaglio.  
Ma al di là dei pernacchi sui  balletti, con bellissima al fianco,  roba in fondo da liceali bene ( i balletti),  c’è  la questione dell’invidia  verso la   ricchezza.  Un must  che  ha sempre diviso gli italiani in due categorie, però complementari: quella di coloro  che, invidiosi,   la odiano,  ma che appena capita si mettono in tasca pure il resto sbagliato;  e quella di coloro che  si prostrano davanti al ricco, sempre però morsi sotto sotto dall' invidia,   pronti perciò ad  affondare la lama nella scapola, quando l’epulone di turno cade in disgrazia.
Due "modalità" di comportamento  che con il rispetto capitalistico per la ricchezza, come frutto delle proprie capacità,  e con il conseguente sdegno per chiunque la dilapidi,  non hanno nulla a che vedere.
Si dirà:  Mister Enjoy non ha lavorato mezzo minuto. Si gode i frutti  dell’altrui lavoro. Giusto. Però, l’atteggiamento dell’italiano medio, non bada ai  danni che Gianluca Vacchi provoca  al processo di accumulazione familiare e sociale, bensì al fatto che il Nostro spende e spande, senza chiedere permesso a nessuno. Gli si rimprovera, insomma, di farsi i cazzi suoi (pardon), e per giunta a livello di roof garden:  ciò  che la stragrande maggioranza degli italiani sogna da sempre. E che da secoli  si sforza di fare in piccolo, senza riuscirvi. Di qui,  l’invidia esagerata che sfocia nel doppio registro del pauperismo e del servilismo.  Riassumendo, non sdegno ma invidia.
Ovviamente, i Social, sorta di sfogatoio universale dei peggiori lati umani, moltiplicano  al cubo.  Dal momento che all’invidia  per la ricchezza  si somma l’invidia per l’alto numero di follower: il  sogno proibito di chiunque apra una pagina sui Social.   E anche qui ci si divide, in pauperisti e servili… E così via.
Grande Gianluca, continua a fregartene. Balla, balla,  balla,  falli scoppiare. Se ancora puoi.


Carlo Gambescia  

mercoledì 9 agosto 2017

Maduro e Maradona
Il socialismo nazionale del Pibe De Oro



A chiunque desideri conoscere il "pensiero politico" di Maradona, consigliamo il film documentario di  Kusturica  (Maradona by Kusturica), geniale ma sinistrorso regista bosniaco. Parliamo di  un  film, uscito nel 2008, che ben riassume  i tic ideologici  di una sinistra al caviale: quella  che predica bene ma razzola male.
Allora, niente di nuovo sotto il sole? Fino a un certo punto. Perché  va  ricordato che Maradona, rispetto a Kusturica, politicamente più soft, non disdegna i dittatori. Quindi esiste, come dire,  una sinistra al caviale,  ma hard.  Del resto,   che pensare della  famosa   storia d’amore (politica)   tra il Pibe De Oro  e Fidel Castro?  Poi estesa a Chavez e  Maduro? Quest’ultimo  è  addirittura  il nuovo mito politico di Maradona. 


"Quando Maduro lo ordinerà, mi vestirò da soldato per combattere contro l'imperialismo": con queste parole, Diego Armando Maradona ha espresso il suo totale appoggio al presidente venezuelano accusato di aver lanciato un golpe antidemocratico a Caracas. In un breve messaggio pubblicato su Facebook, l'argentino ex 'Pibe de oro' si definisce "chavista fino alla morte" e pronto a prendere le armi per combattere "coloro che vogliono impossessarsi delle nostre bandiere, che sono la cosa più sacra che abbiamo". "Viva i venezuelani purosangue, non i venezuelani interessati e ammanicati con la destra!": così si conclude la dichiarazione di Maradona, dopo i rituali "Viva Chavez! Viva Maduro! Viva la rivoluzione!".  
  
Le  parole di Maradona  lasciano senza fiato.  Ma solo apparentemente. In America Latina,  il cosiddetto pensiero rosso-bruno -  un vero e proprio  socialismo nazionale -   resta  tuttora molto diffuso e potente.  E  Maduro ne è l’interprete, Maradona il testimonial calcistico.  Però, al di là dell’anti-americanismo, esiste  una linea di pensiero (e di azione), più generale,  all’interno del marxismo-leninismo che va da  Stalin, passando per Castro,  Ceaucescu, fino a Maduro  e  Kim Jong- un che guarda  al socialismo  nazionalista e "militarizzato"  come importantissimo  fattore di coesione interna.  A prescindere, si intende,  dalla qualità del nemico. Se si vuole, uno strumento disciplinare, che "addestra" al socialismo prossimo venturo.       
Come si possa stare dalla parte di un comunismo pedagogico,  feroce e armato  può apparire  un mistero.   In realtà una spiegazione c’è. Anzi più di una:  1) L’ idea di  essere dalla parte della ragione, rappresentata dal proletariato e  vissuta come doverosa fusione tra umanitarismo a autoritarismo ; 2) la pretesa di voler costruire un mondo perfetto a ogni costo e con qualsiasi mezzo, sicché lo slancio autoritario si trasforma in distaccato totalitarismo; 3) il principio del socialismo in un solo paese, che rappresenta, pragmaticamente, il fattore di collegamento con il nazionalismo dei militari; 4) l’identificazione  del  nemico con gli Stati Uniti, addirittura quale continuazione dell’hitlerismo: gli Usa sono  visti  come uno dei due volti del capitalismo, da un lato,  quello cupo delle camere a gas, di matrice nazi-tedesca; dall’altro, quello, altrettanto nefasto,  nazi-americano,  del  liberalismo politico ed economico, destinato a   sfociare nelle camere della  tortura di Abu Ghraib.  
Siamo dinanzi a una miscela ideologica potente, una specie di fede religiosa  -  sorda alla ragione liberal-democratica -  in cui molti credono, rifiutando ogni evidenza in senso contrario.  Sicché,  la natura religiosa  del socialismo nazionale costituisce il   punto di discrimine tra la sinistra soft alla Kusturica. diciamo laica,  e quella hard, religiosa, alla Maradona.  Quindi non è una questione  di soldi,  ma di intensità  della “fede” nella possibilità di realizzare il paradiso in terra. Maradona ci crede ancora,  Kusturica, no.  Perché no? Perché, il regista bosniaco,  prima di diventare famoso, da intellettuale squattrinato,   si è "sciroppato" Tito.  Altro socialista, nazionalista e "militarizzato".  Pertanto il regista sa, perfettamente,  come stanno le cose.  Maradona no.           

Carlo Gambescia

martedì 8 agosto 2017

Un giudizio di Berlusconi sui Cinque Stelle
Perché negarlo?  
Il Cavaliere di politica non ha mai capito nulla



 «Non cadiamo nell'equivoco: non sono dilettanti, sono i veri professionisti, anzi i mestieranti della politica. 
Sono semmai dilettanti nella vita, la gran parte di loro non ha mai lavorato, non ha mai realizzato nulla, non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi prima di entrare in Parlamento. 
Per loro la politica è il mestiere per mantenersi, e infatti sono disposti a dire e fare qualsiasi cosa, ad accettare i continui cambiamenti di linea dei loro capi, pur di conservare il posto in Parlamento. 
La loro politica è pura tattica, senza valori».


Così Berlusconi sui Cinque Stelle.
Vogliamo parlare di cose serie?  Il Cavaliere si è sempre dichiarato liberale.  Che c’è di liberale in questo giudizio? 
Per un liberale, il professionismo politico  è un’ importante componente della divisione sociale del lavoro.  A ciascuno il suo: al parlamentare la politica,  al dottore i  pazienti, all’avvocato gli assistiti, all’imprenditore l’impresa,  all’operaio la catena di montaggio, eccetera, eccetera. Rieptiamo,  a ognuno la sua specialità.  Il professionismo, se si vuole l’ineguaglianza professionale,  è alle origini della civiltà liberale  mentre l’egualitarismo, anche professionale,  resta  alla base di ogni totalitarismo.
Ora, dire che la bravura nel proprio  lavoro, sia l’unica chiave d’accesso alla politica, significa  fare il gioco dell’antipolitica egualitaria  a sfondo tirannico:  una visione   che azzera il ruolo dei partiti e delle istituzioni rappresentative, classica conquista della civiltà liberale,  per privilegiare, in modo contraddittorio,   dal un lato i tecnici, i professionisti della vita (come fa  Berlusconi, ad esempio), dall’altro,  la provenienza dalla vita, però la vita più semplice possibile, quella dell’uomo della strada, visto, curiosamente.  come "perfetto professionista"  proprio perché "dilettante", quindi  "esperto", in qualche modo,  "del senso comune"  (come rivendicano i pentastellati).      
Tuttavia, lo stesso Berlusconi, bravissimo imprenditore, quindi un professionista della vita (e del lavoro), ha provato di essere un pessimo politico. E, per giunta, resta colui che,  con il suo dire antipolitico, ha facilitato la strada (“colpi di stato” o meno) a tecnici, professionisti della vita,   autodefinitisi o definiti  migliori di lui (Monti & Company).  Come, per contro,  hanno provato  di essere pessimi politici anche i  dilettanti-professionisti di Cinque Stelle. 
L’antipolitica, mai dimenticarlo, non porta da nessuna parte. Spiana solo  la strada al predominio di due opposti  eccessi sociologici:  tecnocrati e dilettanti.  
Quanto  al criterio dell’obbedienza assoluta al capo, evocato da Berlusconi (che, pur essendo un professionista della vita, ne sa qualcosa…), va precisato che il fideismo a Cinque Stelle  non dipende solo dalla volontà “di conservare il posto in Parlamento”.  Nessuno nega che chi non abbia altro lavoro, si “attacchi” a quello che ha.   Però,  sarebbe semplicistico,  non ritenere il fattore lavoro,   solo una componente tra le altre,   insieme  al carisma, al settarismo, al gregarismo, tutti fattori sociologici  che contraddistinguono la militanza a Cinque Stelle.  E, in termini prospettici, quella totalitaria.
Liquidando i grillini come inetti e scansafatiche, Berlusconi commette due errori complementari: uno,  sottovaluta la carica totalitaria  insita nel  movimento pentastellato;  due, sminuisce il ruolo del professionismo politico, riducendolo  alla percezione di uno stipendio.
Per dirla con Weber, il  Cavaliere svilisce il professionismo politico al vivere di politica, senza capire l'importanza del  vivere per la politica. O comunque sia, egli rifiuta qualsiasi prudente mix tra queste due concezioni. Raccomandato invece, vivamente, da Weber, che non era proprio l'ultimo arrivato.   
Sicché,  Berlusconi, grande esperto della vita (e pure di un'altra cosa),   prova, definitivamente,  di non aver mai capito  nulla di  politica.  E neppure di liberalismo. 

Carlo Gambescia