sabato 23 marzo 2024

Istruzioni per un uso non metapolitico di Hume

 


Non vi è nulla di più pericoloso della “decontestualizzazione” di un pensatore. Pardon per il parolone. Cioè di citarlo, astraendo dalla sua opera complessiva, come pure dal contesto storico. Sono operazioni cognitive  dalle quali  lo studioso deve tenersi alla larga. 

In questi giorni la citazione, diciamo Social, di un passo di Hume, da parte di un professore, come sembra dichiaratamente di destra, è stata duramente contestata a sinistra. Nel passaggio “incriminato” il filosofo scozzese afferma  -   semplifichiamo -  la superiorità dell’uomo sulla donna. Sicché, per estensione, si sono chieste addirittura misure punitive contro il professore. È scoppiata una specie di baraonda politica tra  partigiani  woke e antiwoke. Anzi metapolitica (più avanti spiegheremo il perché di questo termine).

Hume (1711-1776) è un gigante del pensiero moderno. Lo si potrebbe considerare un pensatore protoliberale. Ai suoi tempi il concetto di uguaglianza tra i sessi e in generale tra gli esseri umani era ancora ai primi passi. Però qualcosa si muoveva. 

Intanto nel secolo che precede la nascita di Hume l’idea di tradizione aveva subito duri attacchi. Si pensi solo all’opera di Cartesio (1596-1650), ma anche di Spinoza (1632-1677), di Locke (1632-1704). Chi voglia farsi un’idea dell’intenso lavorio critico-filosofico seicentesco deve assolutamente leggere il classico Dictionnaire historique et critique (1697) del Bayle.

Questo per dire che Sei e Settecento sono secoli di grande trasformazione culturale. Uno storico francese, Hazard, parlò, per il Seicento, di "crisi della coscienza europea". Pertanto si trattò di un momento magmatico del pensiero: l’ordine antico stava per sparire, quello nuovo doveva ancora sorgere.

In questo senso la figura di Hume si colloca nel quadro di maturazione bisecolare di un pensiero che cerca se stesso, lungo le linee – ecco la principale caratteristica della filosofia di Hume – di un empirismo consapevole della lenta ma necessaria trasformazione del costume sociale.

Per capirsi: a differenza di Rousseau (1712-1778), Hume vede nella società un male necessario. Teme gli eccessi della ragione umana. Con grande lucidità scorge e teme i prodromi di quel fenomeno che Hayek definirà costruttivismo sociale. Una slavina del pensiero che via Rousseau condurrà al giacobinismo protototalitario, ponendo le basi per i  truci totalitarismi novecenteschi.

Un pensatore come Hume, a meno che non si tratti della sua teoria della conoscenza, attenta alla fondamentale distinzione tra fatti e valori, non può essere attualizzato e parcellizzato sul modello dei bigliettini dei moderni Baci Perugina. 

Hume, in termini di storia delle dottrine politiche, rispecchia una fase, intricata se non caotica, di sviluppo del pensiero moderno. Una fase in chiaroscuro che trova un suo inevitabile riflesso nel pensiero humeano. Un riverbero dei tempi di cui lo studioso del XXI secolo, piaccia o meno, non può non tenere conto.

Di conseguenza Hume, proprio a partire dal suo vario e complicato contesto, resta un pensatore complesso. Un filosofo, formatosi nella prima metà del Settecento, consapevole della difficoltà di scorgere l’alba nell’imbrunire. Ridurlo in pillole social non è serio.

Anche perché si rischia, come accaduto in questi giorni, di catapultarlo al centro di un improprio e improvvido dibattito politico che con la storia delle dottrine politiche non ha alcun nesso.

Ovviamente, può averlo dal punto di vista dell’uso politico della filosofia, nel senso della metapolitica dell’azione: dell’uso strumentale di un pensatore contro le teste dei nemici politici. Qualcosa poco al di sopra dello squadrismo intellettuale.

Sotto questo profilo si pensi, come punto di arrivo fin troppo nobile, alla figura dell’Esteta armato degli anni Trenta del Novecento, indagata acutamente da Maurizio Serra. Resta perciò ovvia la reazione, altrettanto violenta del nemico, cioè di colui che riceve sulla testa il “pensatore-corpo contundente”.

Insomma, per farla breve, tutta la polemica pro o contro la cultura woke, non è altro che una indegna baraonda all’insegna della metapolitica dell’azione.

Cosa vogliamo dire? Che la metapolitica dell’azione non è mai scienza. Parleremmo di una specie di male gramsciano-debenoistiano che affligge destra e sinistra. Una malattia che con il liberalismo non ha nulla a che vedere.

Di conseguenza, un professore – si ricordi qui la grande lezione weberiana dal preciso risvolto liberale ma frutto del caso, come sarebbe piaciuto a Hume – mai dovrebbe usare la cattedra per “ fornire bell’è pronta o di suggerire per proprio conto ai suoi ascoltatori la posizione da prendere” (*).

Come asseriva Hume, mai ridurre i fatti ai valori e viceversa; mai non distinguere ciò che è da  ciò che dovrebbe essere; mai mescolare e rimescolare insieme fatti e valori (è e deve), fornendo appunto riposte belle e pronte. Si legga qui:

“Non posso evitare di aggiungere a questi ragionamenti un’osservazione, che può forse risultare di una certa importanza. In ogni sistema di morale in cui finora mi sono imbattuto, ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo più consueto, e afferma l’esistenza di un Dio, o fa delle osservazioni sulle cose umane; poi tutto a un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule è e non è incontro solo proposizioni che sono collegate con un deve o un non deve : si tratta di un cambiamento impercettibile, ma che ha tuttavia, la più grande importanza. Infatti, dato che questi deve e non deve , esprimono una nuova reazione o una nuova affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e che nello stesso tempo si dia una ragione per ciò che sembra del tutto inconcepibile ovvero che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni da esse completamente differenti” (**).

Sono cose che ogni studioso di Hume conosce alla perfezione. Eppure…

Carlo Gambescia

 

(*) Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1980, p. 37 (da La scienza come professione) .

(**) David Hume, Trattato sulla natura umana, in  Opere filosofiche, Editori Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 496-497. Tondo nel testo.

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