martedì 18 agosto 2026

Gaza. Fare la pace è molto più difficile che fare la guerra

Nessun progresso

C’è qualcosa di paradossale nelle ultime trattative sulla guerra di Gaza. Gli Stati Uniti cercano di trasformare un cessate il fuoco fragile e incompleto in una pace che, finora, non sono riusciti a costruire. Jared Kushner, inviato di Donald Trump, ha incontrato in Egitto i dirigenti di Hamas e, il giorno successivo, a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu. I colloqui si sono conclusi senza una svolta decisiva.

Sul tavolo resta il piano americano, articolato in più fasi: disarmo e demilitarizzazione di Hamas, ritiro progressivo delle forze israeliane, ricostruzione della Striscia e una nuova struttura di governo civile. Ma il problema è sempre lo stesso: chi deve fare il primo passo? Israele pretende che Hamas sia completamente disarmato prima di procedere al ritiro delle proprie forze. Hamas, invece, lega il proprio disarmo all’effettiva cessazione delle operazioni israeliane e al ritiro progressivo dell’esercito dalla Striscia.

La logica della forza

Il paradosso è dunque nella sequenza: Israele vuole il disarmo prima del ritiro; Hamas vuole il ritiro prima del disarmo. E Washington cerca di convincere entrambi a compiere quel primo passo che nessuno dei due vuole compiere per primo. Persino la ricostruzione di Gaza è stata subordinata al disarmo di Hamas.

È un dettaglio diplomatico solo in apparenza. In realtà racconta molto del mondo nel quale siamo entrati.

Ora parlare di superamento storico del concetto di guerra è troppo. Gli uomini sono quel che sono. Però la pace non può essere vista semplicemente come l’ultima fase della guerra. Non è soltanto il suo superamento militare, ma l’inizio di una nuova costruzione politica. Prima si stabiliscono i rapporti di forza, chi deve deporre le armi, chi deve ritirarsi, chi deve garantire l’ordine. Poi, forse, arriva la politica. C’è una trafila da seguire. Così dicono non pochi osservatori.

È la logica della forza che si presenta con il linguaggio della diplomazia.

 

Trump, da questo punto di vista, non è soltanto l’uomo che cerca di chiudere la guerra di Gaza. È l’interprete più esplicito di una trasformazione già in corso. La diplomazia americana non pretende più di occultare il rapporto di forza dietro la costruzione istituzionale. Parte dal rapporto di forza e cerca poi di tradurlo in un assetto politico. La pace si ottiene quando gli avversari comprendono che continuare a combattere costa più che accettare l’accordo.

È una concezione antica. Che non conosce ritegno. Ma torna sorprendentemente moderna. Il problema è che il rapporto di forza può interrompere una guerra. Molto più difficilmente può costruire una pace.

Pacifismo

Non significa credere nel pacifismo, né immaginare un regno della pace destinato a durare per sempre. La politica internazionale non funziona così. La pace è sempre provvisoria, perché provvisori sono gli equilibri che la sostengono.
Ma proprio per questo può e deve essere costruita politicamente: attraverso interessi, garanzie, compromessi, istituzioni e reciproci riconoscimenti. Il realismo politico non nega la possibilità della pace. Nega piuttosto l’idea che la pace possa esistere senza un equilibrio di potenza e senza una politica capace di mantenerlo.

 

Perché una guerra non finisce veramente quando cessano i bombardamenti. Finisce quando gli avversari hanno un motivo per non ricominciare a combattere. E questo motivo non può essere soltanto la paura della rappresaglia. Deve essere politico: un interesse comune, una garanzia, un riconoscimento, una prospettiva.

Gaza

Qui sta il punto più difficile della questione di Gaza.

Il disarmo di Hamas è una condizione indispensabile per una pace reale. Un’organizzazione che ha fatto del terrorismo e della lotta armata contro Israele una componente fondamentale della propria identità politica non può essere semplicemente invitata a governare la ricostruzione della Striscia. Ma altrettanto evidente è che il disarmo di Hamas non può diventare il nome con cui si rinvia indefinitamente la soluzione politica palestinese.

E qui bisogna essere chiari anche su un altro punto. La prospettiva non può essere quella di una permanente separazione tra due popoli condannati a vivere gli uni accanto agli altri, ma sempre come nemici. Come già abbiamo osservato, la pace deve tendere a un processo di progressiva integrazione tra israeliani e palestinesi, dentro un ordine politico comune e multiculturale, nel quale la modernizzazione, la secolarizzazione e la trasformazione del nemico in avversario rendano possibile una convivenza reale. Più la guerra continua, più questa possibilità si allontana. O, al massimo, la pace può diventare soltanto una tregua armata (*).

E c’è un secondo problema. Israele può vincere una guerra contro Hamas. Può distruggere infrastrutture militari, eliminare combattenti, occupare territori. Ma nessuna potenza militare può bombardare l’idea di una questione nazionale. Se dietro Hamas continuerà a esistere una popolazione palestinese senza una prospettiva politica credibile, la sconfitta militare di un’organizzazione non coinciderà necessariamente con la fine del conflitto.

Il ruolo della diplomazia

È precisamente qui che la diplomazia dovrebbe cominciare a fare ciò che la guerra non può fare.

Ma chi la fa? Gli Stati Uniti. Di Donald Trump. E stiamo vedendo come… E, comunque sia, questo è forse il dato politicamente più significativo.

L’Europa, invece, appare ancora una volta sullo sfondo. Non è completamente assente: l’Unione europea sostiene il disarmo permanente di Hamas, il ritiro delle forze israeliane e una forza internazionale di stabilizzazione. Ma tra una posizione diplomatica e la capacità di trasformarla in realtà c’è una distanza enorme.
La questione non è soltanto militare. È politica.

 

L’Europa dispone di denaro, mercati, strumenti commerciali, capacità di ricostruzione, relazioni diplomatiche e una tradizione politica che, almeno in teoria, dovrebbe renderla particolarmente adatta alla gestione del “dopo”. Eppure continua a essere soprattutto un finanziatore, un commentatore, qualche volta un mediatore. Il centro della decisione è altrove.

Afghanistan

È una situazione che ricorda, per certi aspetti, quella dell’
. Cinque anni dopo la fuga da Kabul, abbiamo visto quanto fosse fragile una concezione della guerra fondata sulla superiorità militare quando questa non è accompagnata da una sufficiente elaborazione politica del dopo. Oggi Gaza ripropone il problema dall’altra parte: non basta sapere come vincere una guerra; bisogna sapere che cosa fare con la pace.

Ed è proprio questa la grande debolezza dell’Occidente contemporaneo.



Abbiamo imparato a pensare la sicurezza. Abbiamo imparato a pensare la deterrenza. Abbiamo imparato a pensare le sanzioni, i droni, le guerre tecnologiche, le operazioni speciali, le coalizioni militari. Abbiamo invece progressivamente disimparato a pensare la politica come costruzione di un ordine condiviso.

La pace è diventata un problema tecnico.

Si negoziano ostaggi, confini, corridoi umanitari, armi, forze di stabilizzazione, ricostruzione. Tutto necessario. Ma una pace non è la somma di protocolli tecnici. È un nuovo equilibrio politico.

Costruire una pace non significa mettere sullo stesso piano gli avversari, né confondere responsabilità diverse.Significa riconoscere che anche un avversario che si considera illegittimo può diventare, a certe condizioni, parte di un processo politico destinato a impedirne la trasformazione in un nemico permanente.

Ed è qui che la vicenda di Gaza diventa qualcosa di più di una delle tante guerre del nostro tempo.

 

C’è, però, un’altra debolezza europea, più politica che istituzionale. Una parte della sinistra europea si è schierata con grande nettezza dalla parte della causa palestinese, fino a fare del riconoscimento dello Stato palestinese e del ritiro israeliano il centro della propria posizione. È una scelta comprensibile sul piano umanitario e, in parte, anche sul piano politico. Ma rischia di lasciare in ombra la domanda decisiva: quale ordine politico dovrebbe nascere dopo la guerra? Perché riconoscere un popolo e condannare l’occupazione non basta a costruire uno Stato, così come denunciare la distruzione di Gaza non risolve il problema di Hamas e del suo disarmo.

È qui che la sinistra europea rischia, suo malgrado, di rimanere prigioniera di una politica dei principi senza una politica dell’ordine. E l’errore sarebbe speculare a quello di Netanyahu: pensare che basti il rapporto di forza, da una parte, o il diritto internazionale, dall’altra, per produrre automaticamente una pace. La pace richiede entrambe le cose: un ordine politico credibile e una forza capace di garantirlo.

Conclusioni

Al momento la politica del rapporto di forza ha preso il sopravvento sulle istituzioni dell’ordine liberale. Trump ne è il protagonista più vistoso. Netanyahu ne è un interprete particolarmente determinato (a dir poco). Hamas ne è, in un’altra forma, il prodotto più radicale. E l’Europa rischia di essere semplicemente il continente che paga il conto della ricostruzione senza partecipare davvero alla costruzione dell’ordine politico che dovrebbe impedirne la distruzione.

E chi finanzia la pace senza contribuire a definirne le condizioni politiche non è ancora un protagonista: è un finanziatore.

Non è una buona prospettiva. Perché la pace non è il contrario della guerra. È una costruzione politica più difficile della guerra.

La guerra, alla fine, può avere un vincitore. La pace, invece, deve avere almeno due interlocutori ancora capaci di riconoscersi come tali.

Ed è forse proprio questa la cosa che il nostro tempo sta dimenticando. Non perché la pace sia eterna, ma perché anche una pace provvisoria è sempre il risultato di una scelta politica.

Carlo Gambescia

 

(*) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/07/palestina-e-israele-la-modernita.html .

lunedì 17 agosto 2026

Kabul, cinque anni dopo

 

Fuga da Kabul

Cinque anni fa, nell’agosto del 2021, le immagini della fuga da Kabul fecero il giro del mondo. I talebani erano tornati al potere e l’Occidente abbandonava l’Afghanistan dopo vent’anni di guerra. Le immagini dell’aeroporto, dei soldati americani in partenza e della folla disperata che cercava di salire sugli aerei sembrarono allora raccontare una sconfitta militare. Oggi, a cinque anni di distanza, possiamo forse dire qualcosa di più: Kabul rappresentò soprattutto una sconfitta politica e culturale dell’Occidente.

Non perché i talebani avessero ragione. E nemmeno perché l’intervento occidentale fosse stato necessariamente illegittimo fin dall’inizio. Dopo l’11 settembre 2001, l’Afghanistan era diventato il principale santuario di al-Qaida e del suo leader Osama bin Laden.

Dopo il rifiuto dei talebani di espellere bin Laden e di interrompere il sostegno al terrorismo internazionale, gli Stati Uniti e i loro alleati avviarono il 7 ottobre 2001 la campagna militare contro le strutture terroristiche e gli apparati militari e politici del regime talebano. Il problema nacque dopo. L’Occidente trasformò progressivamente una guerra con obiettivi relativamente definiti in un progetto assai più ambizioso: abbattere un regime, stabilizzare un Paese, costruire istituzioni, sostenere la democrazia, emancipare la società. In altre parole, trasformò la guerra in una gigantesca operazione di ingegneria politica.

 

La guerra come strumento per liberarsi dai regimi reazionari

Qui emerge il primo problema. Dopo la fine della Guerra fredda e soprattutto dopo la caduta del comunismo sovietico, l’Occidente liberale ha coltivato una singolare fiducia nella propria capacità di trasformare il mondo. Di fronte ai regimi autoritari o reazionari, la guerra tornata ad essere, progressivamente, uno degli strumenti privilegiati della politica internazionale. Ma il punto non è stabilire, in astratto, se una guerra possa essere giusta o necessaria. Il punto è capire che cosa accade quando la guerra viene caricata di una funzione che non può assolvere da sola.

Abbattere un regime può essere relativamente rapido, almeno rispetto a ciò che viene dopo. Costruire uno Stato, creare istituzioni legittime, produrre una cultura politica, consolidare un consenso sociale sono operazioni completamente diverse. Richiedono tempo, conoscenza delle società locali e soprattutto una forza politica che non può essere semplicemente importata dall’esterno.

In Afghanistan l’Occidente ha finito così per confondere due problemi: la liberazione da un regime e la costruzione di una società liberale. Ha pensato che la seconda potesse discendere quasi naturalmente dalla prima. Non è così. La libertà politica non nasce automaticamente dalla caduta di un dittatore o di un movimento reazionario. Ha bisogno di istituzioni, ma anche di una società disposta a sostenerle.

La lezione è tutt’altro che pacifista. Al contrario. Significa riconoscere che, quando la forza viene impiegata, bisogna sapere esattamente per quale ordine politico la si sta impiegando. Altrimenti la guerra rischia di diventare un surrogato dell’indecisionismo politico. In fondo che c’è di più facile di un bel diretto al mento del nostro interlocutore? Perché sprecare fiato, se con un colpo ben assestato si può risolvere qualsiasi divergenza?

L’Occidente che non sa più pensare la guerra

Ed è qui che arriviamo al secondo punto, forse il più importante. L’Occidente non ha semplicemente perso la guerra in Afghanistan. Ha mostrato di non sapere più pensare la guerra come fenomeno politico.

La superiorità tecnologica ha prodotto una curiosa illusione. Precisione delle armi, dominio dell’aria, intelligence, droni, forze speciali, capacità logistiche: tutto sembrava suggerire che la guerra moderna potesse essere amministrata come un problema tecnico. Ma la guerra non è soltanto tecnologia. È anche volontà politica, identità, tempo, sacrificio, capacità di resistere e di sopportare perdite.

I talebani non possedevano la tecnologia occidentale. Possedevano però una cosa che l’Occidente aveva progressivamente smarrito: una motivazione politica e ideologica sufficientemente forte da sostenere una guerra lunga, paziente e ad altissimo costo.

È questa la contraddizione. L’Occidente disponeva di una potenza militare immensamente superiore, ma non riusciva più a tradurre quella potenza in un risultato politico stabile. Aveva strumenti straordinariamente sofisticati per combattere, ma una concezione sempre più debole degli obiettivi per i quali combattere.

La guerra, in altre parole, veniva concepita come un’operazione tecnica, mentre continuava a essere, nella sua sostanza, un conflitto politico. E quando la tecnologia incontra una volontà politica più determinata della propria, la tecnologia, da sola, non basta.

Non è una celebrazione della forza. È esattamente il contrario. È la constatazione che chi rifiuta di comprendere la natura della forza finisce per subirne le conseguenze.

Per questo Kabul dovrebbe essere studiata non soltanto dai teorici della guerra, ma anche dai liberali. Perché il liberalismo non può ridursi alla convinzione che la forza sia sempre un male e il dialogo sempre un bene. Una società libera deve sapere distinguere tra la forza come arbitrio e la forza come strumento della politica. Deve sapere anche quando usarla, contro chi, con quali obiettivi e soprattutto con quale ordine politico intendere sostituire quello che si vuole abbattere. Un cazzotto al mento lascia il tempo che trova…

Dopo Kabul: la crisi del liberalismo occidentale

Ed eccoci al terzo punto. La crisi prodotta da Kabul non riguarda soltanto la politica estera americana. Riguarda il liberalismo occidentale.

La caduta di Kabul ha infatti reso visibile una contraddizione che covava da tempo. Da una parte l’Occidente continuava a proclamare l’universalità dei propri valori: libertà individuale, diritti, pluralismo, Stato di diritto.

Dall’altra mostrava una crescente difficoltà a difenderli politicamente, persino quando venivano radicalmente messi in discussione.

Il problema, dunque, non è che l’Occidente abbia tentato di sostenere la democrazia. Il problema è aver creduto che la democrazia fosse esportabile come una tecnologia istituzionale. Bastano una costituzione, un parlamento, un esercito addestrato secondo standard occidentali e qualche elezione per costruire una società liberale? L’Afghanistan ha fornito una risposta piuttosto brutale: no.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trarre da Kabul la conclusione opposta: siccome l’esperimento è fallito, allora il liberalismo sarebbe soltanto una particolare ideologia occidentale, buona per l’Occidente e irrilevante per il resto del mondo. Questa è precisamente la conclusione che non dovremmo mai accettare.

Il liberalismo è in crisi non perché i suoi valori siano improvvisamente diventati falsi, ma perché l’Occidente ha progressivamente smesso di interrogarsi sulle condizioni politiche, culturali e persino antropologiche che rendono possibile una società liberale.

Kabul è stata, sotto questo profilo, una rivelazione. Ha mostrato che non basta proclamare la libertà per renderla possibile. E ha mostrato anche che la superiorità militare non può sostituire una visione politica.

Cinque anni dopo

Ma c’è un’altra questione che Kabul ha reso evidente e che oggi appare ancora più importante. Quando diciamo “Occidente” rischiamo infatti di parlare di un soggetto politico che, in realtà, non è mai stato pienamente tale. In Afghanistan c’erano gli Stati Uniti, ma c’era anche la NATO, che dopo l’11 settembre attivò per la prima volta l’articolo 5 e che nell’agosto del 2003 assunse il comando strategico, il controllo e il coordinamento della missione ISAF. C’erano gli Stati europei, con i loro contingenti militari e con un crescente coinvolgimento politico e finanziario.
Eppure questa partecipazione comune non si tradusse mai in una vera unità strategica. La superiorità militare occidentale nascondeva una debolezza politica: gli alleati combattevano insieme, ma non avevano necessariamente la stessa idea della guerra, dei suoi obiettivi e soprattutto dei sacrifici che ciascuno era disposto a sostenere.

È un punto decisivo. Kabul non mostrò soltanto l’incapacità dell’Occidente di vincere una guerra di trasformazione politica. Mostrò anche la difficoltà dell’Occidente di pensarsi come un unico soggetto strategico. Gli Stati Uniti conservavano la capacità militare decisiva, mentre gli europei rimanevano largamente dipendenti dalla protezione americana. Ma questa dipendenza non produceva automaticamente una comune visione politica. L’Alleanza atlantica poteva coordinare forze, comandi e operazioni; assai più difficile era costruire una volontà politica comune.

Cinque anni dopo, questo problema appare persino più evidente. 

L’America di Trump ha reso esplicita una trasformazione già in corso: Washington non considera più l’Europa come il centro naturale di una strategia americana alla quale gli europei possano semplicemente affidarsi, mentre chiede agli alleati europei di assumersi una quota molto maggiore della propria sicurezza.

2026 questa trasformazione si è riflessa anche nella struttura della NATO, con un maggiore ruolo degli europei nei comandi militari dell’Alleanza, mentre gli Stati Uniti mantengono responsabilità decisive. Il problema, dunque, non è soltanto che l’Occidente abbia perso una guerra. È che potrebbe non essere più in grado di decidere insieme quando, perché e fino a che punto combattere.

Kabul, vista da oggi, assume così un significato ancora più ampio. Non è soltanto il simbolo del fallimento di una strategia americana. È uno dei primi grandi segnali della crisi dell’Occidente come soggetto politico unitario. E se questa crisi non verrà affrontata, il rischio è paradossale: proprio mentre il mondo diventa più conflittuale, l’Occidente potrebbe disporre di più strumenti militari ma di una volontà politica sempre più frammentata.

Kabul, cinque anni dopo, continua a parlarci proprio di questo: della difficoltà dell’Occidente contemporaneo di essere liberale senza essere ingenuo, pacifico senza essere inerme, e forte senza trasformare la forza in un’ideologia bellicista.

Forse è questa la vera sconfitta che le drammatiche immagini dell’aeroporto di Kabul hanno immortalato.

Carlo Gambescia

domenica 16 agosto 2026

Umanesimo sotto assedio. Quando il maestro cerca la persona e il generale il nemico

 

Non è la solita nostalgia per la Rai di una volta. E non è nemmeno la celebrazione, un po’ rituale, di una televisione pubblica che avrebbe rappresentato un’epoca migliore della nostra. La Rai di allora aveva naturalmente i suoi difetti, i suoi conformismi, le sue lottizzazioni. Ma rivedendo oggi “Diario di un maestro”, anno di grazia 1973, lo sceneggiato di Vittorio De Seta con Bruno Cirino, liberamente tratto dal libro di Albino Bernardini, maestro e scrittore, Un anno a Pietralata, La Nuova Italia, Firenze 1968, colpisce qualcosa di diverso: il mondo culturale che lo rendeva possibile (*).

Le tesi di De Seta (e, ovviamente, di Bernardini) sulla scuola erano forti, radicali, dichiaratamente progressiste. Più laiche di quelle di Don Milani, ma non meno radicali. Una rivoluzione.

La scuola tradizionale veniva messa sotto accusa; il ragazzo emarginato non era considerato un problema da eliminare, ma una persona da comprendere. Eppure quella voce poteva trovare spazio nella televisione pubblica. Non perché l’Italia fosse diventata comunista o perché tutti condividessero quelle idee. Al contrario: liberali, socialisti, comunisti, democristiani continuavano a dividersi profondamente su quasi tutto. C’era però qualcosa che li accomunava, spesso quasi automaticamente: un’idea umanistica della persona. Ecco la filosofia che cementava ciò che allora era denominato “arco costituzionale”.

Si poteva discutere sul modo di costruire la società, sul ruolo dello Stato, sul mercato, sulla proprietà, sulla Chiesa, sul capitalismo e sul comunismo. Ma esisteva un terreno precedente alla politica: il riconoscimento dell’altro come persona. Il povero non era semplicemente un problema di ordine pubblico. Il ragazzo difficile non era un corpo estraneo da espellere. Lo straniero non era, per il solo fatto di essere straniero, un nemico.

Era questo, in fondo, il presupposto culturale del pluralismo di allora. Il pluralismo non consisteva soltanto nel dare voce a idee diverse. Consisteva nel consentire che idee diverse potessero confrontarsi dentro un comune riconoscimento dell’umano. Ed è precisamente questo che oggi sembra essersi incrinato. La frattura non passa più soltanto fra destra e sinistra. Sta emergendo una frattura più profonda: fra coloro che continuano a riconoscersi in una tradizione umanistica e coloro che sembrano considerarla un intralcio alla politica della sicurezza, dell’ordine e dell’identità.

Oggi sembra riaffiorare, e non solo a destra, una cultura antiumanitaria che il Novecento aveva conosciuto nelle sue forme più radicali, spesso totalitarie, tanto a destra quanto a sinistra.

Per questo colpiscono certe parole. In questi giorni si è parlato della possibile candidatura a Milano, nelle liste di Vannacci, dell’ex generale dei Carabinieri Carmelo Burgio. E Vannacci ha usato, riferendosi alla situazione di Rogoredo, l’espressione “rastrellare”. Anche ammettendo che il riferimento fosse a una specifica area degradata della città e non agli immigrati in quanto tali, il problema resta. Perché il lessico del “rastrellamento” appartiene a un immaginario nel quale non si affronta una situazione sociale: si bonifica un territorio e si eliminano le presenze indesiderate.

Il linguaggio, in politica, conta. Non è la parola, da sola, a dimostrare un’ideologia. È l’immaginario che quella parola evoca, soprattutto quando viene applicata alla sicurezza interna. Non significa che non si debba reprimere la criminalità. 

 

Ma proprio uno Stato liberale dovrebbe sapere che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Il limite viene superato quando l’altro non è più una persona che può aver commesso un reato, ma diventa una categoria umana da sottoporre preventivamente a sospetto; quando il migrante diventa semplicemente “il migrante”, o peggio ancora ” il maranza”, quando il disagio sociale viene trasformato in una questione di bonifica; quando il linguaggio della sicurezza comincia a sostituire quello della cittadinanza.

Qui “Diario di un maestro” assume, a distanza di oltre cinquant’anni, un significato quasi simbolico. De Seta raccontava una scuola che non espelleva il ragazzo difficile. Il maestro andava a cercarlo. Entrava nelle periferie, nelle case, nelle famiglie. Cercava di capire prima di giudicare. La sua idea della scuola era discutibile, certo, e molte delle sue tesi appartenevano pienamente alla cultura pedagogica della sinistra di allora. Ma il presupposto era difficilmente contestabile: quel ragazzo, anche quando era problematico, apparteneva alla comunità umana e quindi meritava di essere recuperato, non semplicemente scartato. Comunità umana: il lettore prenda appunto.

Oggi rischiamo di assistere al movimento contrario: dal maestro che cerca il ragazzo al generale che cerca il nemico.

Si ripropone così, sotto forme nuove, una frattura che potremmo definire controrivoluzionaria. Non nel senso storico ristretto del termine, ma come contrapposizione fra l’idea, maturata nella modernità liberale e umanistica, della persona come fine e le concezioni che tornano a subordinare l’individuo a una totalità superiore: la nazione, la razza, lo Stato, l’ordine, l’identità, la comunità.

Il fascismo, in questo senso, è stato una forma radicale di antiumanesimo politico. E non è il solo esempio storico di una dottrina che abbia sacrificato la persona a un’entità collettiva. Le differenze fra fascismo, nazismo e comunismo sono enormi e non vanno cancellate in nome di facili equivalenze; ma esiste una questione comune: che cosa accade quando l’essere umano cessa di essere il fine e diventa il mezzo di un progetto politico?

È questa la domanda che torna oggi. E proprio per questo “Diario di un maestro” ci appare meno come un reperto del passato e più come un documento del conflitto presente. Il maestro di De Seta parte dalla persona concreta, dalle sue difficoltà, dalla sua storia: prima dell’ideologia viene la persona. Il linguaggio del “rastrellamento” — ripetiamo — parte invece dalla categoria, dal territorio da bonificare, dalla presenza da neutralizzare: qui l’ideologia viene prima della persona.

In mezzo c’è tutta la distanza fra umanesimo e antiumanesimo. E forse, pur in abiti apparentemente nuovi (sovranismo, securitarismo, identitarismo), la vecchia frattura controrivoluzionaria sta tornando a percorrere l’Occidente. Perché l’umanesimo non è un monopolio della sinistra riformista, non totalitaria. Un liberale dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Il liberalismo, prima ancora di essere una dottrina economica o una teoria dello Stato, è anche l’idea che la persona venga prima della categoria alla quale appartiene.

Ecco allora perché “Diario di un maestro” può dirci qualcosa sulla nostra epoca. Non perché la Rai di allora fosse migliore. Non perché dobbiamo rimpiangere il passato. Ma perché quel programma rende visibile una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: si può essere radicalmente diversi nelle idee politiche e tuttavia condividere un limite umano che nessuna politica dovrebbe mai oltrepassare. Quel limite è oggi più fragile. Da una parte stanno coloro che, con tutte le loro differenze politiche, continuano a pensare che ogni essere umano sia anzitutto una persona. Dall’altra cominciano a comparire e primeggiare coloro per i quali alcune persone sono prima di tutto un problema, una minaccia, una presenza da allontanare, un nemico.

È questa la vera frattura del nostro tempo. Non più soltanto destra contro sinistra. Ma umanesimo contro disumanizzazione. E questa volta il problema non è la Rai. È la società che la Rai, oggi, dovrebbe raccontare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.raiplay.it/programmi/diariodiunmaestro .

sabato 15 agosto 2026

La sicurezza come ideologia

 


C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci, da liberali, nella politica italiana di questi anni. la trasformazione progressiva della sicurezza da funzione dello Stato in ideologia di governo.

La distinzione non è accademica. Uno Stato liberale deve garantire la sicurezza perché senza sicurezza non esiste libertà. Ma proprio per questo deve ricordare che la sicurezza è il mezzo attraverso il quale la libertà viene protetta, non il fine politico che può giustificare qualsiasi limitazione della libertà. Ed è qui che, osservando la politica del governo Meloni, iniziano le preoccupazioni.

Dal suo insediamento, il governo ha costruito una vera e propria sequenza di provvedimenti securitari. Dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Cutro e al decreto Caivano del 2023, dagli interventi penitenziari del 2024 al vero e proprio decreto sicurezza del 2025, fino al nuovo decreto sulla sicurezza pubblica del 2026, la direzione politica appare sempre più riconoscibile: rafforzare gli strumenti repressivi e, soprattutto, ampliare quelli preventivi. 

 

Presi singolarmente, questi provvedimenti hanno oggetti diversi e non possono essere messi tutti sullo stesso piano. Considerati nel loro insieme, però, raccontano qualcosa di più: la progressiva trasformazione della sicurezza da una funzione dello Stato in una delle principali categorie attraverso cui il governo interpreta e organizza la società.

Pertanto il punto, però, non è fare l’elenco dei provvedimenti. Preso isolatamente, quasi ogni intervento può essere difeso. Chi potrebbe essere contrario alla lotta contro i borseggiatori? Chi potrebbe difendere le occupazioni abusive? Chi potrebbe sostenere che le forze dell’ordine non debbano essere tutelate? Il problema emerge quando, provvedimento dopo provvedimento, la sicurezza smette di essere una politica pubblica e diventa una chiave di lettura della società.



Prendiamo le occupazioni abusive. Rendere più rapido lo sgombero di un immobile occupato significa, in concreto, consentire allo Stato di intervenire più rapidamente per restituire la disponibilità dell’immobile al proprietario. Se si tratta di un’occupazione illegale, non c’è nulla di scandaloso nel voler rendere effettiva la tutela del diritto di proprietà. Ma il punto liberale è un altro: quanto è ampio il potere discrezionale dell’autorità? Quali sono le garanzie per chi viene allontanato? Quali procedure devono essere rispettate? 

La rapidità dell’intervento non può diventare un valore assoluto, perché anche chi viene accusato di aver commesso un abuso conserva diritti che lo Stato deve rispettare.

Lo stesso vale per i controlli nelle stazioni e nelle cosiddette “zone rosse”. Qui il problema è particolarmente delicato perché le nuove disposizioni consentono, in presenza dei presupposti previsti dalla legge, di intervenire preventivamente: non soltanto dopo la commissione di un reato, ma anche sulla base di precedenti, condotte e valutazioni di pericolosità per la sicurezza.

In concreto, ciò può significare che una persona venga allontanata da una determinata area urbana o che, nei casi previsti, le venga vietato di accedervi per un periodo più lungo. 

Ma non si tratta solo di questo. Ad esempio, può capitare a chiunque, anche a noi: stiamo andando a prendere un treno e, all’ingresso della stazione, una pattuglia ci ferma e ci chiede i documenti. Non abbiamo commesso alcun reato, ma siamo sottoposti a un controllo perché ci troviamo in un’area considerata sensibile. Come si diceva nel Medioevo a proposito dell’aria delle città che rendeva liberi, ora tocca alle stazioni, dove evidentemente l’aria ci rende potenziali criminali a prescindere…


È un episodio apparentemente banale, ma proprio per questo rende concreto il problema della discrezionalità preventiva. Non è necessariamente illegittimo: una democrazia può adottare strumenti di prevenzione. Ma proprio perché si tratta di prevenzione, il problema delle garanzie e della discrezionalità dell’autorità diventa centrale.

Perché prevenire un reato è certamente meglio che punirlo dopo che è stato commesso. Ma la prevenzione introduce inevitabilmente un elemento di discrezionalità: non si interviene più soltanto su ciò che una persona ha fatto, ma anche sulla valutazione del rischio che possa fare qualcosa. E quando questo criterio diventa abituale, il confine tra prevenzione e controllo sociale diventa più sottile. È precisamente su questo confine che un liberale dovrebbe mantenere dritto lo sguardo.

Il dato dei controlli è, da questo punto di vista, emblematico. Al 10 agosto 2025, secondo il Dossier Viminale, nelle zone rosse erano state controllate 928.491 persone, delle quali 389.485 straniere; 6.187 erano state allontanate, e tra queste 4.616 erano straniere (*). Sono numeri che il governo può certamente rivendicare come prova della propria attività sul terreno della sicurezza. Ma noi dovremmo porci una domanda elementare: che cosa misura veramente il numero delle persone controllate?

 

Perché una cosa è contare quanti reati sono stati scoperti, quanti criminali sono stati arrestati, quante denunce sono state presentate o quanti procedimenti hanno portato a una condanna. Un’altra è considerare il numero dei controlli come un risultato politico in sé.

Il controllo è uno strumento, non un fine. E se il numero dei controllati diventa una medaglia da esibire, qualcosa nella cultura politica della sicurezza comincia a non funzionare più.
Il problema, dunque, non sono le forze dell’ordine. Il problema è politico e riguarda il modo in cui il potere interpreta la sicurezza e la utilizza nel proprio racconto.

La sicurezza è diventata una delle parole fondamentali attraverso cui il governo descrive la società: sicurezza nelle stazioni, nelle periferie, nelle città, ai confini, nelle manifestazioni. E dietro ogni richiesta di sicurezza tende a comparire una figura che rappresenta una minaccia: il clandestino, il borseggiatore, il giovane violento, l’occupante, l’antagonista, il manifestante radicale, il criminale.

È una micidiale dinamica metapolitica: la paura produce domanda di protezione; la domanda di protezione produce maggiore potere pubblico; il maggiore potere pubblico tende poi a rendere normale ciò che prima sarebbe apparso eccezionale. Non c’è bisogno di una dittatura, né di abolire le elezioni o sospendere la Costituzione. Basta modificare lentamente ciò che una società considera normale.

Ed è qui che arriviamo alla nostra preoccupazione di liberali. Non abbiamo nostalgia di uno Stato assente. Vogliamo uno Stato forte quando deve difendere il cittadino dalla criminalità, dalla violenza e dall’arbitrio. Ma proprio perché vogliamo uno Stato forte, vogliamo anche che sia sottoposto a limiti forti. La sicurezza liberale non è soltanto sicurezza dai criminali. È anche sicurezza dall’arbitrio del potere.

La differenza è decisiva. Una concezione autoritaria tende a dire: più controllo significa più sicurezza. Una concezione liberale risponde: attenzione, perché più controllo significa anche più potere. E il potere, in una democrazia liberale, non deve soltanto essere esercitato. Deve essere limitato.

Per questo troviamo preoccupante l’entusiasmo con cui vengono talvolta celebrati i grandi numeri dei controlli, degli allontanamenti e delle misure preventive. Un governo liberale dovrebbe essere più prudente. Non dovrebbe vantarsi del numero delle persone controllate, ma della propria capacità di garantire la sicurezza senza trasformare il cittadino in un sospetto permanente.

Perché la libertà non è il premio che lo Stato concede ai cittadini quando si sono comportati bene. È il punto di partenza. E la sicurezza, in una democrazia liberale, dovrebbe servire precisamente a proteggerla.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.cybersecitalia.it/wp-content/uploads/2025/08/dossier_viminale_ferragosto_2025_1.pdf . Per il 2026 qui: https://www.avvenire.it/politica/il-viminale-litalia-e-tra-i-luoghi-piu-sicuri-al-mondo-meno-reati-e-sbarchi-in-calo-ma-la-percezione-dei-cittadini-e-diversa_112016 .

venerdì 14 agosto 2026

Stati Uniti. Il golpe senza golpe

 

Tony Quattrone, nel suo ultimo podcast sulla politica americana vista da Houston, affronta una domanda che, detta così, sembra quasi uscita da un romanzo politico: Donald Trump potrebbe arrivare a dichiarare un’emergenza nazionale per rinviare le elezioni di Midterm? (*)

La risposta, naturalmente, non può essere affidata né all’allarmismo né alla rassicurazione di maniera. Il punto interessante è un altro. Perché il problema non è tanto se Trump abbia il potere di rinviare le elezioni: allo stato del diritto americano, il presidente non dispone di questo potere. Il problema è capire fino a dove possa spingersi un presidente che considera le regole elettorali non come un dato istituzionale da rispettare, ma come un terreno politico da conquistare.

Ed è qui che la riflessione di Quattrone diventa particolarmente interessante. Anche per intevenire e sviluppare le sue intuizioni.

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha cercato in vari modi di aumentare il controllo federale sulle procedure elettorali: dal SAVE America Act alle restrizioni sul voto per posta, dalle richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali degli Stati agli ordini esecutivi destinati a intervenire sulle modalità del voto.

 

Il risultato, almeno per ora, è stato tutt’altro che trionfale. Il SAVE America Act non è passato al Senato prima della pausa estiva e i tribunali federali hanno ripetutamente bloccato le iniziative dell’amministrazione. Sul fronte delle liste elettorali, il Dipartimento di Giustizia ha perso 21 cause consecutive nei tentativi di ottenere dai singoli Stati dati dettagliati sui registri elettorali.

Ancora più significativo è il caso del voto per posta. Un giudice federale ha nuovamente bloccato l’ordine dell’amministrazione Trump che avrebbe attribuito al governo federale un ruolo assai più penetrante nella gestione delle schede elettorali. La motivazione è semplice e, proprio per questo, importante: il potere esecutivo non può appropriarsi unilateralmente di competenze che la Costituzione e le leggi affidano agli Stati.
Insomma, gli argini esistono. E resistono.

E ce n’è uno particolarmente importante: il presidente non può prorogare con un atto esecutivo i mandati del Congresso. Il XX Emendamento stabilisce che i mandati di senatori e rappresentanti terminano il 3 gennaio. Rinviare un’elezione, dunque, non significa semplicemente spostare una data sul calendario: significa entrare in collisione con la stessa struttura costituzionale della rappresentanza.

E questo è forse il dato più importante da registrare prima di evocare scenari da golpe. Sul punto cercheremo di andare oltre Quattrone.

 

Perché un colpo di Stato, nel senso classico del termine, presuppone una rottura dell’ordine costituzionale: può assumere la forma dell’uso della forza, della sospensione delle garanzie costituzionali, della neutralizzazione del Parlamento o della conquista dell’apparato statale. Non siamo lì. E non è affatto detto che ci si arrivi.

Ma esiste una forma più sottile di erosione delle garanzie liberali. Una forma che non ha bisogno di carri armati e neppure necessariamente di una dichiarazione esplicita di dittatura.

È il golpe senza golpe.

Il presidente non dice: “Abolisco le elezioni”. Dice piuttosto: “Devo proteggerle”. ad esempio da presunte interferenze cinesi. Non dice: “Impedisco agli elettori di votare”. Dice: “Devo impedire i brogli”. Non dice: “Voglio controllare gli Stati”. Dice: “Devo garantire l’integrità nazionale del voto”. Non dice: “Voglio modificare le regole perché temo di perdere”. Dice: “Voglio rendere le elezioni più sicure”.

È qui che la questione diventa metapolitica.

Perché la democrazia liberale non consiste semplicemente nel fatto che si vota. Consiste nel fatto che chi governa accetta la possibilità di perdere. E soprattutto accetta che le regole della competizione non possano essere modificate unilateralmente dal competitore che dispone già del potere. E magari in corso d’opera…

Questa è una differenza enorme.

Per capirsi: la democrazia maggioritaria dice: governa chi ha la maggioranza. Il liberalismo aggiunge: anche la maggioranza deve essere sottoposta a regole che non può impunemente piegare ai propri interessi.

È il principio dei limiti del potere. E proprio qui l’emergenza diventa una parola pericolosa. Ogni sistema politico conosce situazioni eccezionali. Ma l’emergenza possiede una caratteristica formidabile: tende a trasformare ciò che sarebbe illegittimo in condizioni normali in qualcosa che appare necessario in condizioni straordinarie.

Il problema, allora, non è soltanto ciò che Trump può fare legalmente. È ciò che la politica può cercare di rendere legalmente possibile attraverso l’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali.

La sentenza Immigration and Naturalization Service v. Chadha del 1983, richiamata anche nella discussione sulla vicenda e sulla quale torna Quattrone, va letta con cautela. Non attribuisce affatto al presidente un potere speciale sulle elezioni. La sua importanza riguarda piuttosto la separazione dei poteri e, in particolare, i limiti del cosiddetto “legislative veto”, cioè della possibilità del Congresso di intervenire unilateralmente sulle decisioni dell’Esecutivo. Il problema, allora, non è soltanto ciò che Trump può fare legalmente. È anche ciò che la politica può cercare di rendere legalmente possibile attraverso un’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali.

Insomma, non basta pronunciare la parola “emergenza” per trasformare il presidente americano in un monarca.

Ed è precisamente questo il punto.

Gli Stati Uniti dispongono ancora di una complessa rete di contrappesi: Congresso, Stati, tribunali, autorità elettorali, partiti, opinione pubblica. E, almeno per ora, questa rete sta funzionando.

Ma non dovremmo commettere l’errore opposto: confondere il funzionamento dei contrappesi con l’assenza del problema. Il problema esiste. Ed è più profondo della persona di Trump.

 

Perché Trump rappresenta, in forma esasperata, una tentazione che attraversa oggi molte democrazie occidentali: la trasformazione della maggioranza elettorale in una sorta di mandato politico assoluto.

Io ho vinto, dunque rappresento il popolo. Se rappresento il popolo, chi mi ostacola ostacola il popolo.
E se mi ostacolano le istituzioni, allora quelle istituzioni possono essere presentate come illegittime, burocratiche, corrotte, manipolate dal nemico.

È il passaggio decisivo. Non occorre abolire formalmente la democrazia. Basta delegittimare progressivamente tutto ciò che impedisce alla maggioranza di diventare potere senza limiti.

Ed è per questo che guarderei meno alla domanda “Trump farà un golpe?” e molto di più a un’altra domanda: quanto può essere deformata una democrazia prima che continui formalmente a esistere, ma abbia smesso di funzionare come democrazia liberale?

Le Midterm, probabilmente, si faranno. I tribunali continueranno a pronunciarsi. Gli Stati continueranno a difendere le proprie competenze. Il Congresso continuerà a rappresentare un ostacolo non irrilevante alle ambizioni presidenziali. Ma proprio per questo la questione merita di essere osservata.

Il vero test di una democrazia non è la possibilità di votare. È la possibilità di perdere dopo aver votato. 

E forse è questa la domanda che le Midterm americane porranno a Trump, ma anche all’America: non se il presidente riuscirà a impedire le elezioni, bensì se sarà ancora disposto ad accettare che le elezioni possano produrre un risultato che non gli piace.


Perché il golpe più pericoloso, nelle democrazie contemporanee, potrebbe non essere quello che arriva con i carri armati.Potrebbe essere quello che arriva accompagnato da un ordine esecutivo, da una dichiarazione d’emergenza e, soprattutto, dalla convinzione di agire in nome del popolo.

Per alcuni oservatori si tratterebbe di una autentica sindrome fascista. 

Qui, come si può intuire, il rischio.

Carlo Gambescia 

 

(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=a6Un-NxJij4 .

giovedì 13 agosto 2026

Lavitola, Ranucci e la realtà che supera la fantasia

 


Ci sono vicende politiche e giudiziarie nelle quali la realtà sembra mettersi d’impegno per superare qualsiasi invenzione letteraria. La storia di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci appartiene, almeno per ora, a questa categoria.

Lavitola si autoaccusa di avere avuto un ruolo nell’organizzazione del presunto attentato. Ranucci, intanto, non commenta. Naturalmente, sul piano giudiziario, occorre distinguere con rigore tra accuse, ricostruzioni investigative e responsabilità accertate. È una distinzione non soltanto doverosa, ma essenziale in una democrazia liberale.

Ma la politica vive anche di ciò che accade prima delle sentenze. E qui il dato politico è difficile da ignorare.

Se, come sostiene l’ipotesi accusatoria, l’attentato fosse stato concepito anche per favorire la carriera politica di Ranucci, ci troveremmo davanti a una vicenda surreale: la simulazione di un’aggressione trasformata in strumento di legittimazione pubblica. Un copione nel quale il confine tra vittima, protagonista e beneficiario dell’operazione diventerebbe terribilmente sottile.

È proprio questo il punto che rende la vicenda politicamente interessante. Non soltanto per ciò che eventualmente accerteranno i magistrati, ma per ciò che rivela sul rapporto contemporaneo fra politica, comunicazione e costruzione del consenso.

L’attentato, vero o simulato che fosse, appartiene infatti a un repertorio politico antico: quello della vittima che diventa simbolo, del pericolo che diventa capitale politico, dell’emozione che precede la verifica dei fatti.

Cambiano i mezzi, ma la logica è sorprendentemente resistente.

E tuttavia c’è un’altra considerazione, forse ancora più inquietante. Che siano colpevoli o innocenti, Lavitola e Ranucci non esauriscono la storia. C’è un altro elemento, molto più silenzioso, che va oltre la vicenda giudiziaria: Il Ranucci mediatico, non il Ranucci essere umano, che non piace alla destra e che, comunque vada questa storia, ne esce colpito.

È questo il paradosso. Una storia nata, secondo l’ipotesi accusatoria, per costruire una carriera politica rischia di produrre l’effetto opposto: distruggere credibilità, alimentare sospetti e trasformare una figura pubblica in un problema politico.

In altre parole, anche quando non sappiamo ancora chi abbia ragione, sappiamo già che qualcuno ha perso. 

 

Nella politica contemporanea non è sempre necessario dimostrare definitivamente la colpevolezza dell’avversario. È sufficiente che il sospetto diventi racconto, che il racconto venga trattato come una verità e che l’immaginario finisca per produrre una realtà politica.

Perciò qui bisogna concentrare lo sguardo sulla Luna, non sul dito. Ranucci può essere, a seconda delle appartenenze politiche, un mostro per la destra e un martire per la sinistra. E proprio per questo sarebbe troppo facile fermarsi al “lo vedi che anche lui” o al “gli sta bene”, oppure al “ Ranucci Santo subito”.

Il problema rinvia a una cattiva cultura politica che va ben oltre Ranucci e Lavitola: quella del sospetto permanente, nella quale l’accusa tende a trasformarsi immediatamente in colpevolezza e la presunzione di innocenza finisce per apparire quasi come un fastidio procedurale.

Non è una questione di destra o di sinistra. È una degenerazione del modo stesso con cui guardiamo all’avversario: prima ancora di sapere se sia colpevole, abbiamo già bisogno che lo sia. Perché la sua colpevolezza conferma il nostro personale racconto sulle origini del male nel mondo.


Ecco che il caso Ranucci-Lavitola diventa interessante non soltanto per ciò che potrà dimostrare un tribunale, ma per ciò che rivela di noi: la crescente difficoltà di distinguere tra sospetto, verità giudiziaria e verità politica.

Il problema, allora, non è soltanto sapere chi ha messo la bomba. È capire perché noi abbiamo così bisogno di sapere, prima ancora delle prove, chi sia il colpevole.

Questione antropologica alla quale giornali e social difficilmente dedicheranno una riga.

Carlo Gambescia

mercoledì 12 agosto 2026

L'elettore di Vannacci


 

C’è un fenomeno politico italiano che merita di essere osservato con attenzione. È la crescita di Roberto Vannacci. I sondaggi ne registrano l’ascesa (*), il suo attivismo politico è ormai incessante e la sua capacità di occupare lo spazio mediatico sembra non conoscere soste. Vannacci dice cose tremende. Ma soprattutto le dice in modo semplice, diretto, perentorio. È un grande semplificatore. Dove la realtà presenta dieci variabili, lui ne individua una. Dove esistono contraddizioni, propone una spiegazione elementare. Dove occorrerebbe discutere, sentenzia. E dove gli altri abbassano la voce, lui la alza.

 

Ma sarebbe un errore considerare la semplificazione una specialità della destra o, peggio ancora, un’esclusiva di Vannacci. La semplificazione è ormai una tendenza generale della politica contemporanea. Destra e sinistra vi partecipano, ciascuna a modo proprio. La complessità ha perso mercato. La politica corre verso formule brevi, parole d’ordine, contrapposizioni nette, identità facilmente riconoscibili. Vannacci, semplicemente, corre più degli altri. E urla più degli altri. Non inventa la semplificazione: la radicalizza.


Ad esempio, Hitler, Mussolini, Stalin, ma anche lo stesso Lenin, furono grandi semplificatori… La struttura cognitivo-comunicativa del totalitarismo implica sempre una componente non secondaria di tipo “semplificatorio”. Oggi un persoanggio come Trump ne è il vessillo più fulgido (per così dire…).

La capacità di attrazione della semplificazione rende interessante il suo elettorato. Chi può votare uno così?

 

Intanto, parte degli elettori non sembra provenire semplicemente da altri partiti di destra. Una quota molto significativa proviene dall’astensione: oltre un terzo dell’attuale elettorato di Futuro Nazionale aveva infatti disertato le urne alle elezioni europee del 2024 (**). È un dato che dovrebbe far riflettere. Vannacci non si limita a spostare voti dentro il campo conservatore: riesce anche a intercettare una quota consistente di elettori che dalla politica si erano già allontanati.

La domanda, naturalmente, non va intesa in senso morale. Non interessa stabilire se chi vota Vannacci sia più o meno colto, più o meno informato, più o meno democratico. Sarebbe una scorciatoia. E anche i dati socioeconomici disponibili non autorizzano giudizi sommari sulle capacità culturali o cognitive dei suoi elettori.

Interessa capire quale tipo di domanda politica possa incontrare un’offerta come la sua. Anche perché non sappiamo se dietro il consenso a Vannacci esista un “disagio sociale” oggettivo, già dato, che il generale si limita a intercettare. Sappiamo però che esiste una percezione del disagio. E la percezione, in politica, non è mai semplicemente la fotografia della realtà: è anche il risultato di una costruzione.

 

I mezzi di comunicazione, i social, i partiti, gli opinion leader e gli stessi politici contribuiscono quotidianamente a stabilire che cosa debba essere percepito come problema, quanto debba apparire grave e, soprattutto, chi debba esserne considerato responsabile.

Vannacci è particolarmente efficace proprio in questa operazione. Prende una realtà inevitabilmente complessa e la ricompone in poche proposizioni. Identifica il problema, indica il colpevole, offre una comunità di appartenenza. La sua forza, insomma, non sta soltanto nelle idee che propone, ma nella forma cognitiva attraverso cui le propone. È una politica che rassicura perché riduce l’incertezza.

Qui, però, il problema diventa più grande di Vannacci. Perché se la liberal-democrazia è una forma politica fondata sulla pluralità, sulla mediazione e sul riconoscimento della complessità, la corsa generale alla semplificazione produce un effetto corrosivo che non riguarda soltanto la destra. Riguarda tutti.

 

La sinistra semplifica quando trasforma la società in una contrapposizione morale fra buoni e cattivi; la destra quando trasforma problemi complessi in questioni di ordine, identità e sicurezza. Il populismo semplifica per definizione. Ma anche la comunicazione politica ordinaria è ormai costretta a comprimere la realtà in formule sempre più brevi, emotive e riconoscibili.

Vannacci porta questa tendenza alle estreme conseguenze: non inventa il conflitto, lo rende permanente; non inventa il linguaggio aggressivo, lo porta a un’intensità superiore.

È forse per questo che può avere successo. Il suo elettore non deve necessariamente credere a tutto ciò che dice. Può anche sapere che esagera, considerare alcune delle sue affermazioni provocatorie o assurde. Ma può riconoscergli qualcosa che oggi vale molto nella politica-spettacolo: la capacità di parlare senza esitazioni, di rompere i tabù, di non correggersi, di non mediare. In altre parole, può votarlo non perché condivida ogni sua semplificazione, ma perché gli piace il modo in cui semplifica il mondo. 

Ed è qui che la questione Vannacci cessa di essere, come detto,  una questione di destra. Se la sua crescita fosse soltanto il successo personale di un generale prestato alla politica, il problema sarebbe relativamente semplice. 

Ma se Vannacci riuscisse a trasformare in consenso stabile la domanda di una politica sempre più semplice, più aggressiva e più identitaria, allora avremmo davanti un fenomeno che riguarda la struttura stessa della liberal-democrazia.

Non sarebbe più soltanto una questione di maggioranza e opposizione. Sarebbe una questione di cultura politica. E, più in generale, di una crescente volatilità dell’elettorato, nel quale il confine fra voto di appartenenza, voto di protesta e ritorno alle urne dall’astensione appare sempre più mobile.

Perché una democrazia liberale può sopportare molti Vannacci. Quello che dovrebbe preoccuparla è una società nella quale, per essere ascoltati, bisogna necessariamente diventare un po’ Vannacci.

 

E allora la domanda iniziale torna, ma con un significato diverso: chi può votare Vannacci?

Forse, domani, non soltanto chi gli assomiglia. 

Forse anche chi oggi vota qualcun altro, ma è già stato convinto che, per governare la complessità, occorra prima di tutto semplificarla. 

Volatilità elettorale e semplificazione, allora, marciano insieme. 

E questa volta, a guidare la marcia, c’è un generale. Quindi semplificazione può significare radicalizzazione militaristica.

 

Carlo Gambescia

 

 (*) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-oggi .

(**) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/futuro-nazionale-analisielettorato-vannacci .