venerdì 1 marzo 2024

I fratelli Taviani, tra idea di rivoluzione e Pirandello

 


Con la morte di Paolo, ieri si è chiusa la vicenda umana, cinematografica e culturale dei fratelli Taviani. Non abbiamo  le necessarie competenze tecniche, diciamo cinefile, per un’analisi approfondita dell’opera di Paolo e Vittorio Taviani, attivi come registi, in pratica, fino alla morte.

Però se esiste un segno distintivo, o comunque un filo conduttore della loro produzione, crediamo debba essere  individuato nell’idea di rivoluzione, declinata, negli anni, in forme sempre più mitiche, al tempo stesso epiche e profonde, pubbliche e private.

Evidentemente, nei due registi, altrettanto affascinati dal mistero del dubbio pirandelliano sulla natura imprevedibile dell’agire umano (cosa che non hanno mai nascosto), coesisteva insieme alla sognante possibilità di costruzione di un mondo migliore, l’amara consapevolezza pirandelliana delle contraddizioni interne ed esterne all’uomo e alla società. Di qui il realismo magico, di cui si è molto parlato, talvolta a sproposito.

Nella “poetica” dei Taviani il miracolo laico (magari a metà) è sempre possibile, pur nei limiti di una natura umana sottoposta al determinismo imprevedibile del male. In sintesi: un cinema di sinistra colto e problematico, rispettoso del mistero insito negli uomini e nelle cose. Un cinema sospeso tra la catarsi rivoluzionaria e la caduta pirandelliana.

La destra, oggi al governo, invece di insistere a pappagallo sull’egemonia culturale della sinistra e in particolare del defunto partito comunista, dovrebbe interrogarsi intorno a una questione fondamentale: cosa aveva da opporre la destra culturale (parola grossa), sul piano della pratica cinematografica a due figure come i Taviani?

Per far solo un esempio della pochezza culturale della destra, quando i due fratelli uscirono con un capolavoro come “I sovversivi” (1967), una straordinaria e problematica lettura pirandelliana dei funerali di Togliatti, Gualtiero Jacopetti, cineasta di destra, aveva realizzato un anno prima “Africa Addio” (1966), film tecnicamente non mediocre, ma razzista e controrivoluzionario.

Probabilmente in Italia l’idea di rivoluzione, ovviamente quando maneggiata da registi colti e intelligenti come i Taviani, capaci però di intuirne i limiti, ha goduto di un potenziale creativo maggiore della stessa idea riformista (quella reazionaria come nel caso di Jacopetti, non merita invece alcuna considerazione). Bisogna serenamente prenderne atto.

Il che, di rimbalzo, può spiegare l’assenza in Italia di un cinema liberale, di taglio riformista, in grado di competere con il cinema, animato dall’idea di rivoluzione, di derivazione marxista o genericamente di sinistra. Forse Rossellini, liberale inconsapevole, avrebbe potuto incarnare l’idea riformista. Forse… Resta però il fatto che non ha avuto eredi. E Fellini? Come disse Flaiano, a un certo punto il regista riminese passò dal cinema alla magia.

Parlare oggi di un cinema italiano di sinistra, problematico e colto, rimane assai difficile, se non del tutto impossibile. Virzì, ad esempio, che dell’idea rivoluzione ha privilegiato il versante populista, risulta triviale e del tutto inadeguato. Lo stesso Martone, che pure prometteva, ha perduto lo smalto del suo primo grande film su Renato Caccioppoli. Certo lo nasconde bene. Però non basta. Sorrentino, nel bene e nel male, è il più americano dei registi italiani... Un potenziale Altman, però nato a Napoli, quindi né rivoluzione né riforme, solo giacobinismo passivo e snobismo attivo. Il che spiega l’Oscar alla carriera di Altman (morto lo stesso anno) e quello in vita di Sorrentino.

Riassumendo, la destra cinematografica non esiste. Quella liberale neppure a parlarne. Il cinema di sinistra è in crisi da anni. Per citare il titolo di un epico film dei Taviani, la “notte di San Lorenzo” del nostro cinema sembra non finire mai. E l’ultima stella si è spenta ieri.

Carlo Gambescia

 

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