mercoledì 14 maggio 2014

Test Invalsi
Tempesta in un bicchier d’acqua



Alcuni studenti e insegnanti  sono contrari ai  test  Invalsi. Non desideriamo entrare nel merito della questione ( protocolli, tecniche, eccetera), bensì semplicemente ricordare, da umilissimi sociologi,  che lo scontro tra favorevoli  e contrari  ruota - e probabilmente molti ne sono inconsapevoli -   intorno a una questione vecchia più di duemila anni.  Quale?  Che la conoscenza sia in qualche misura una strada che conduce alla virtù. Tradotto: più si studia , più si diventa buoni, onesti, eccetera.  Si tratta di un’ antica idea che, alcuni studiosi, idealmente cresciuti tra Atene, Gerusalemme, Roma ,   fanno  risalire ai dialoghi  socratici. 
Su queste antiche  basi, si è sviluppata l’educazione dei moderni,  grazie anche  a  dosi massicce di illuminismo. Di qui, la grande importanza, assegnata  all’istruzione scolastica, quale inevitabile succedaneo collettivo  dell’educazione.
Ora, purtroppo,  il problema è che  non sempre la conoscenza porta alla  virtù.  Il sapere può essere usato male.  Inutile fare esempi. Ovviamente, la questione in sé è molto più sottile, e affrontarla in modo compiuto  porterebbe molto lontano, troppo.
Il punto è che,  a livello di senso comune,   la nobile idea della  conoscenza-virtù  si è trasformata nella meno elevata  caccia al diploma e alla laurea come segni visibili di onorabilità sociale. E non poteva non essere così: perché i valori, seguendo un fisiologico processo sociale, frutto di ragioni organizzative, tendono sempre  a trasformarsi in risorse.  Di qui,  la necessità di grandi strutture, burocrazie, controlli, prove, verifiche, test.  Ma anche, come prevedibile,  il rifiuto, da parte di altri soggetti sociali, delle forme meritocratiche.  Del resto i fenomeni sociali sono fondati  sul   meccanismo azione-reazione (ma questa è un’altra storia…).
Concludendo,  sia i favorevoli sia i contrari all’uso dei test Invalsi credono, pur indicando soluzioni opposte,  in una visione  moralmente nobile ma sociologicamente infondata: quella che la conoscenza conduca alla virtù.
Il che non significa che si debba difendere la “santa ignoranza”, ci mancherebbe altro.  Ma più “laicamente”  comprendere che, a livello di senso comune,   per la  stragrande maggioranza degli  uomini e delle donne,   l’istruzione non è un valore  bensì una pura e semplice risorsa. E che perciò non è proprio il caso di nutrire grandi speranze  nella  possibilità che le  “grandi” o “piccole” riforme educative  possano cambiare o addirittura  migliorare il comportamento umano.   
Carlo Gambescia

                                           

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