giovedì 23 aprile 2020

Correva l’anno 2020
La “reinvenzione” sociale
del Coronavirus


Il peggiore vizio del nostro tempo si chiama faciloneria o superficialità.  Ben incarnato dalla pretesa di dare risposte facili a domande complesse. Ad esempio,  di un evento  sociale  si vuole subito sapere come andrà a finire.  Come i se i tempi della realtà storica  fossero quelli di una miniserie televisiva.  
Per un verso,  l' atteggiamento è frutto della cultura di massa, che dovendo parlare a tutti, deve semplificare il messaggio, tradurlo in semplici icone  o simboli sociali;  per l’altro dipende dalla rapidità comunicativa,  veicolata  dai  mass media,  portati in automatico a privilegiare, semplificando a loro volta,  la velocità  rispetto  all’esattezza e completezza della notizia.  
Infine, con lo sviluppo del digitale e dei cosiddetti Social i  fenomeni della semplificazione e della “velocizzazione” comunicativa hanno raggiunto il culmine, devastando  il discorso pubblico, oggi ridotto  a scontro tra belluine tifoserie a colpi di slogan e di striscioni.
La classe politica (quindi tutte le forze politiche) invece di opporsi, si è adattata  al  fenomeno. Il populismo, oltre che essere l’affermazione di una visione retriva dei rapporti politici, è  il punto di arrivo politico  della semplificazione  digitale.
Il Coronavirus  rappresenta la prima epidemia all’epoca della semplificazione politico-digitale.  Il che spiega, come un’ epidemia stagionale, forse poco più di un’ influenza ma gestibile in condizioni normali (diciamo prima dell’avvento della semplificazione politico-digitale), si sia trasformata, a causa di decisioni politiche prese sull’onda  incontrollata delle emozioni (altra forma di semplificazione psicologica) in una  fiction catastrofista dai distruttivi effetti di ricaduta, soprattutto economici.

L’epidemia? Ci sterminerà tutti…  Misure da prendere? Le più dure possibili, proprio per ridurre il numero dei morti. E quanti saranno? Miliardi… L’economia? Cosa volete che sia di fronte alla scomparsa della razza umana…
Ecco le  superficiali domande e risposte  che hanno trasformato - ripetiamo -  un’epidemia stagionale di influenza in una pandemia da fiction catastrofista.  Con conseguenze reali  che sono però sotto gli  occhi di tutti. Che diventano di giorno in giorno più serie, a causa del pieno e rigoglioso sviluppo del  romanzo (di appendice digitale) sul Coronavirus.  
Una letteratura popolare (e populista...) che  ha necessità di  stereotipi positivi: i medici eroici con le stampelle,  le infermiere in lacrime,   le fosse comuni cercate con il lumicino, le file  di bare in prima pagina, le vecchine aiutate dal volontario pagato dal comune,  il tricolore  delle finali della Coppa del Mondo alle finestre, il patriottismo alimentare, il bravo cittadino che denuncia i passeggiatori abusivi.  Ma anche di stereotipi negativi: il  liberista che taglia la sanità,  l’Unione Europea matrigna  che  nega  carrozza e denari, le multinazionali che hanno fabbricato il virus per arricchirsi,  il bieco  evasore fiscale che, ammalatosi,   approfitta dell’intensiva.   

Insomma, tutto un immaginario, ben gestito dai professionisti del Coronavirus  (per parafrasare Sciascia),  che, per quanto riguarda l’Italia (dai politici ai giornalisti e intellettuali, dagli scienziati  al mondo dello spettacolo)  hanno trasformato alcuni episodi pilota a Bergamo e Brescia  in una gigantesca fiction nazionale.  Tutti chiusi in casa davanti alla televisione e al computer.
Sotto questo aspetto si puà parlare di “reinvenzione” del Coronavirus. Ovviamente, anche all’estero, le cose non sono andate meglio,  dal momento che da tempo  siamo tutti immersi nella semplificazione politico-digitale.  
Il che, attenzione non significa, che non vi siano stati medici, infermieri, volontari, eccetera, che si sono sacrificati, ma più semplicemente, vuol dire, che  la semplificazione politico-digitale  ha bisogno come il pane  di buoni e cattivi e soprattutto di eroi e che quindi, come per forza propria,  non può non  imporli, persino  a costo di falsare la realtà, tramutando un’epidemia stagionale nella peste del Terzo Millennio.  Una fiction però, come insegna la legge di Thomas, dalle conseguenze reali.
Gli storici dei prossimi secoli  non potranno  non interrogarsi sulla  “reinvenzione” sociale  del Coronavirus,  perché di questo si tratta.  Di indagare, insomma, l' ondata di follia collettiva  che colse l'Italia e il mondo quando correva l’anno 2020…

Carlo Gambescia