giovedì 25 ottobre 2018

      Italia, un  caso da manuale
Chi ascolta più i professori?



 1. Mano invisibile e mano visibile
Il caso italiano è  da manuale. Manuale di che cosa? Del rapporto tra politica ed economia. O meglio  della relazione, spesso molto contrastata  tra mano visibile e invisibile, tra decisioni politiche  e decisioni economiche.
Un passo indietro.
Il rapporto standard, all’interno di una economica di mercato,  tra politica ed economia è quello di secondamento della seconda da parte della prima. Piaccia o meno,  ma l’economia aperta funziona così. Il politico crea le condizioni, dunque un sistema di regole condivise, perché poi il mercato possa funzionare da solo. Ogni successivo intervento del politico  causa invece  il  progressivo  distacco dall’economia di mercato. Semplificando,  si va dal grado 1, dell’economia di mercato (solo mercato), al grado 2 dell’economia mista (stato e mercato), al grado 3 dell’economia statalizzata (solo stato).
L’Inghilterra dell’Ottocento, fu una grande economia di mercato, l’ Italia  del Secondo dopoguerra , in particolare,  un’economia mista, l’Unione Sovietica un’economia statalizzata. La Cina di oggi, invece va verso l’economia mista. Non altrettanto, si può dire degli Stati Uniti (almeno fino a Trump) e della Germania: gli Usa sono un’economia di mercato, mentre la Germania  un’economia mista (attenzione, però,  sempre meno mista di quella italiana: qui le accomuniamo per ragioni di semplificazione discorsiva).

 2. Il popolo e i professori
Il test principale per verificare la natura di un sistema economico è quello dell’apertura verso il mercato esterno, dal momento che le economie statalizzate sono economie chiuse, autarchiche, che guardano con sfiducia al commercio estero,  di regola  rigidamente controllato. Sotto questo aspetto, si può dire che il modello britannico del mercato libero, proprio per la sua natura  pacifica (in senso relativo) e per l’alta produttività (in senso assoluto),  ha riscosso un enorme successo in tutto il mondo, fino a raggiungere dal punto di vista emulativo  addirittura la Cina.  
E l’Italia?  Che dire?   Non si è mai discostata dall’economia mista fin dai suoi esordi unitari, pur con accentuazioni diverse e con serie punte di statalismo.  Pertanto il processo di unificazione economica  e europea ha rappresentato un grande momento di apertura,  benché frenato dalla politica.   Per quale ragione  questo freno?  Perché  ogni processo di  apertura implica delle controindicazioni interne di tipo sociale:  aprirsi al libero scambio  rimette in discussione l’equilibrio sociale. Semplificando: gli effetti del libero scambio sono positivi, ma non in tempi brevi, come provano i successi dell’economia di mercato, che hanno avuto necessità di almeno un paio di secoli per lambire  il resto dell'umanità. Sono cose, per dirla in modo molto semplice,  che ben sanno i professori,  non i popoli, che invece guardano agli effetti immediati. E quanto più la politica si discosta  dai professori, per inseguire il popolo, tanto più un’economia da  libera rischia di  diventare semilibera, e infine schiavistica.  Con conseguenze devastanti per l'intera società.

 3. Il caso italiano
L’economia mista italiana, sintetizzando,  era, storicamente parlando,  un’economia semilibera che ha ricevuto un colpo decisivo dall’unificazione economica  europea  e da quel fenomeno chiamato globalizzazione, che non è altro che il passaggio, sul piano mondiale,  da un’economia schiavistica e semilibera a  un’economa  libera.
Dicevamo all’inizio che  l’Italia è un caso da manuale. Per quale ragione?  Perché la classe politica, quella che dovrebbe assecondare la mano invisibile, come consigliano i professori, diventati per questa ragione subito impopolari,  si è lanciata alla rincorsa  del popolo, che, con la sua vista corta, guarda al presente, e teme ogni  apertura.  Il popolo  non  guarda al futuro,  proprio mentre  rischia  di scivolare verso un bruttissimo  passato. Vive schiacciato sul presente.  Invece, chi sa  -  il professore - compara  passato presente e prova a individuare le linee future:  chiunque abbia  seri studi alle spalle, piaccia o meno,  possiede  una vista lunga almeno due volte di più  (passato e futuro) del popolo.       
Di qui, per tornare  al popolo,  una battaglia politica  di bassissimo profilo, non solo in favore dell’economia mista,  ma - santa ignoranza -  per  la progressiva statalizzazione dell’economia italiana. I protagonisti di questa politica oggi si chiamano populisti, ieri fascisti, l’altro ieri  socialisti e comunisti. Si dirà, ma allora la democrazia?  Come ogni forma  di  regime  è guidata da pochi.  Però  bisogna far credere ai molti che siano loro a governare, senza però abusare del proprio potere.  Di qui l'importanza dello stato liberale di diritto.  Invece, la cosa peggiore che si possa fare  è  lasciare che siano i molti a guidare i pochi.   

4. La tesi  Bannon
Siamo d’accordo con Steve Bannon.  Giusto, in  Italia è in corso "un esperimento",  però - attenzione - di ritorno al passato:   diciamo alla prima metà del Novecento. Verso forme di economia autarchica  e di  grave limitazione della libertà economica da parte dello stato. Il sogno, neppure  nascosto di Bannon.  Per noi invece si tratta di   un vero incubo.  Dal  momento che nell'immaginario nazional-statalista  le restrizioni  sono presentate e  giustificate  come misure necessarie per difendersi dal nemico esterno e interno: ovviamente, inventato di sana pianta.  Inutile fare esempi.
C’è in ogni nazionalismo    -  oggi lo si chiama  sovranismo -  un lato oscuro e delirante,  che il popolo, a differenza dei professori,  non scorge subito.  Ma  chi ascolta più  i professori, quando la parola stessa viene usata come  insulto?   

Carlo Gambescia