*********************senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"*******************
lunedì 29 dicembre 2025
Un altro passo verso il regime: la riforma della Corte dei Conti e il liberalismo come alibi
La recente riforma della Corte dei Conti è dipinta da un governo che non conosce vergogna politica come un passo verso il liberalismo.
In realtà, dopo la separazione delle carriere e la prossima riforma della legge elettorale (perché quella costituzionale, in senso presidenzialista, per ora è più complicata), la riforma della Corte dei Conti rientra, e alla grande, in quelle che potremmo chiamare le leggi “melonissime” verso il regime. Fascista? Diciamo verso una società chiusa, illiberale, in cui i poteri di controllo vengono progressivamente svuotati e ricondotti a funzioni ornamentali, mentre l’esecutivo si sottrae a ogni responsabilità effettiva.
Il lettore non sorrida, perché le leggi “fascistissime” (1925-1926) furono certo qualcosa di più pesante, brutali e dichiaratamente autoritarie. E come vedremo, quelle “melonissime” sono invece presentate come inevitabili, tecniche, persino ragionevoli e vanno a svilupparsi lungo l’arco di una legislatura (2022-2027), o comunque per parte di essa. Tuttavia il futuro che ci aspetta non sarà certamente differente, vista la stessa logica che ispira queste misure.
Giorgia Meloni, più che ispirarsi a Mussolini, sembra voler incarnare l’arte almirantiana del passo dopo passo. Almirante non vi riuscì, negli anni Settanta del secolo scorso, perché il fuoco di sbarramento dell’antifascismo lo respinse nel ghetto da dove era venuto; per la Meloni, nella poltiglia populista di oggi, che abbraccia una destra e una sinistra che gareggiano in populismo, tutto è più facile. Anche perché, grazie al sostegno della discutibile compagnia ideologica internazionale con cui si accompagna — a partire da Trump — può presentarsi in Italia come una leader seria, lungimirante e valorosa. Una commedia che, tra qualche anno, una volta che la destra avrà conquistato il Quirinale grazie a una legge elettorale con un sostanzioso premio di maggioranza, rischia di trasformarsi in tragedia per le libertà di cui abbiamo goduto finora.
Questo processo, tuttavia, non si realizza attraverso colpi di mano o svolte plateali. Avanza piuttosto per micro-aggiustamenti istituzionali, riforme presentate come tecniche, depoliticizzate, persino noiose. È la conquista del potere per accumulazione: l’indebolimento progressivo dei controlli, la delegittimazione dei contropoteri, la normalizzazione dell’idea che l’efficienza amministrativa conti più della responsabilità, che la velocità decisionale valga più della legalità sostanziale. In questo schema, come anticipato, rientrano la separazione delle carriere, l’attacco strisciante alla magistratura, la riforma elettorale con congruo premio di maggioranza e, oggi, la riforma della Corte dei Conti. Non episodi scollegati, ma tasselli coerenti di un disegno che mira a ridurre ogni forma di freno istituzionale all’esercizio del potere esecutivo.
Si dirà (tipico ragionamento di sapore fascista): il popolo può fare anche a meno della libertà, basta che la pancia e altre parti del corpo siano soddisfatte. Probabilmente è così. Però il risveglio sarà brusco – il lettore non ci accusi di fare fantapolitica – quando Mosca imporrà l’invio di contingenti italiani per le sue guerre lontane. Il futuro sarà di ferro. Soprattutto una volta fuoriusciti da quella società aperta e liberale sulla quale oggi non pochi sputano sopra, perché sarebbero i liberali – ecco la grande menzogna che si pagherà cara – a volere la guerra.
A questo punto è necessario chiarire un equivoco solo apparente. Il passaggio dalla cornice politico-ideologica all’analisi della riforma della Corte dei Conti non è una contraddizione argomentativa, ma il cuore stesso del problema. Le riforme istituzionali non sono mai neutre: anche quando si presentano come interventi tecnici, esse riflettono sempre una precisa idea di potere e di rapporto tra Stato, cittadini e controlli. Nel caso in esame, la retorica del liberalismo serve precisamente a mascherare un’operazione di segno opposto.
Qui si misura la distanza abissale tra il liberalismo come dottrina della limitazione del potere e il finto liberalismo evocato dal governo Meloni. Il primo vive di controlli, responsabilità, disciplina di bilancio, separazione effettiva dei poteri. Il secondo è un liberalismo di comodo, evocato quando serve a giustificare l’allentamento dei vincoli e l’espansione discrezionale dell’esecutivo. Non si tratta di un errore concettuale, ma di una strategia politica consapevole: si gioca a fare i liberali quando conviene, salvo svuotare dall’interno gli strumenti che rendono il potere realmente responsabile.
Ma veniamo alla riforma della Corte dei Conti. In questo quadro, essa non rappresenta un dettaglio marginale, bensì un passaggio strategico, perché colpisce uno dei luoghi in cui, in uno Stato liberale, il potere dovrebbe fermarsi a rendere conto: il controllo sull’uso delle risorse pubbliche. A un’analisi più attenta, l’etichetta appare più retorica che reale, in senso liberale ovviamente. È vero che la riforma introduce snellimenti procedurali, ma riduce la responsabilità erariale dei funzionari e prevede meccanismi di silenzio-assenso per l’approvazione di atti e pareri (*).
Tutto questo aumenta la flessibilità operativa dell’amministrazione pubblica, ma non incide in alcun modo sui volumi della spesa né sull’efficacia del controllo dei bilanci, che restano elementi centrali dal punto di vista liberale.
E qui si deve riflettere seriamente su un punto fondamentale. Il dibattito politico che ha accompagnato l’approvazione della legge è stato sorprendentemente unitario. Da un lato, il governo ha enfatizzato la presunta “liberalizzazione” come strumento di modernizzazione e velocizzazione della macchina pubblica. Dall’altro, l’opposizione ha puntato l’attenzione sui possibili rischi di malaffare e di responsabilità non accertate, senza però interrogarsi sulle implicazioni più profonde: la spesa pubblica resta sostanzialmente illimitata e il quadro dei controlli risulta indebolito.
In termini strettamente liberali, una riforma degna di questo nome dovrebbe combinare due elementi: riduzione della spesa pubblica e rafforzamento dei controlli sui bilanci. Solo così si garantirebbe che le risorse siano allocate con efficienza e responsabilità, tutelando l’interesse generale senza cedere né alla burocrazia né alla retorica. La riforma approvata, invece, sembra offrire più libertà di gestione agli amministratori pubblici senza alcun freno reale alla spesa: ciò che dai tempo di Pisistrato, ogni tiranno a sempre sognato. In sintesi: un liberalismo di facciata, che nasconde dietro l’etichetta progressi in realtà marginali o addirittura pari a zero.
In conclusione, mentre il dibattito si concentra su episodi di responsabilità individuale o presunti abusi, il cuore della questione – il rapporto tra liberalismo, disciplina di bilancio e spesa pubblica – resta intatto. La riforma si limita a modificare procedure e responsabilità senza toccare i nodi strutturali di una gestione pubblica più libera e rigorosa.
Non ci stancheremo ma di ripeterlo: se davvero si volesse parlare di liberalismo, il tema centrale non sarebbe chi firma cosa, ma quanto e come lo Stato spende le risorse a disposizione. E soprattutto si imporrebbe la ridiscussione stessa del concetto di spesa pubblica. Cosa che i concorrenti populismi di destra e sinistra impediscono.
E nessuno si meravigli, dunque, se la riforma della Corte dei Conti non è che un altro passo. Un passo piccolo, tecnico, apparentemente innocuo, come tutti quelli che contano davvero. Perché il potere non si conquista con gli strappi, ma con l’abitudine. Quindi non solo con le leggi eccezionali, ma con quelle presentate come inevitabili.
Il vero liberalismo non si proclama, si misura. Di conseguenza quando ci si accorge che il controllo è svanito, che la spesa corre senza freni e che le libertà si riducono a concessioni, il percorso è già compiuto. Il liberalismo posticcio non serve nemmeno più come alibi: restano i proclami, la sostanza del discorso è evaporata.
Carlo Gambescia
domenica 28 dicembre 2025
Un Croce tutto famiglia e struffoli
Che cosa può dire oggi la figura filosofica di Benedetto Croce? È a questa domanda che pensavamo guardando il docufilm di Pupi Avati, “Un Natale a casa Croce”, trasmesso lunedì 26 dicembre intorno alle 23 su Rai 3 (*). A un anno dalla presentazione al Festival del cinema di Torino.
I dati Auditel parlano di uno share del 2,4% (**). Non è un “successone”, ma nemmeno un disastro totale. Rai 3, a notte fonda, non brilla quasi mai: dunque il 2,4% è basso, certo, ma nel contesto del canale e della fascia non sorprende né allarma più di tanto. Dice però un’altra cosa: la Rai sapeva fin dall’inizio che a quell’ora lo avrebbero guardato quattro gatti. Un mezzo disastro annunciato. Un mezzo terremoto di Lisbona, non frutto del caso, ma della volontà divina di Viale Mazzini.
Del resto, che cosa ci si può aspettare da una Rai che vede ai vertici un Giampaolo Rossi, proveniente dall’area della destra missina, quella che rivendicava l’opera dello Stato etico del fascismo? Come ricordava Croce dopo aver ricevuto a casa una visita notturna degli squadristi. Geniale, Avati, nel rammentarlo. Sebbene l’ironia — che un tempo bastava a mettere fuori gioco i nostalgici del fascismo — oggi non basti più. Ora sono in cattedra, cioè al governo: melliflui, ruffiani, per ora con i guanti di velluto, ma intenti a sbavare dietro Trump, Meloni, Orbán, Putin e gentaglia varia, reincarnazioni postmoderne di Hitler e Mussolini spiegati al popolo.
Nel docufilm di Avati c’è però un filosofo che la gente di oggi, ormai intrisa di stereotipi fascisti riverniciati come “sovranisti”, non può capire e forse neppure apprezzare. Va anche detto che la struttura del docufilm non aiuta. Sasso, classico esempio di professorale ossequiosità, e la colta Benedetta Craveri — nipote di Croce, e va detto molto espressiva — incarnano uno snobismo liberale che talvolta può tradursi in giacobinismo. Un giacobinismo che, per truculenta reazione ( lo sgrammaticato “a lu pane e a lu vino ha da esse giacobino”), armò la mano dei sanfedisti napoletani nel 1799: i liberali finirono sul patibolo, con la complicità di un monarca che non vedeva più in là del proprio naso.
Per capirsi, snobismo come sordiano “io so’ io, e voi non siete un c…”.
Ma il vero nodo decisivo è un altro: Avati non “traduce” Croce, lo “addomestica”. La sua cifra intimistica — efficace altrove — produce una riduzione domestica del filosofo, trasformandolo in figura affettiva più che conflittuale. Il Croce di Avati è raccontato da dentro la casa e non dentro la storia: prevale il nonno sul polemista, il rituale familiare sul combattente civile. Così il regista, forse inconsapevolmente, disinnesca la carica europea e militante del pensiero crociano, che non è il giacobinismo di cui sopra, ma rigoroso impegno civile e civico, rendendo Croce compatibile con un presente che non vuole essere disturbato. Un Croce rassicurante e, proprio per questo, politicamente innocuo.
Il Croce di Pupi Avati, al di là di alcune fiammate — l’interventismo antidemocratico di D’Annunzio, l’estremismo di Gentile poi pagato con la vita, il brigantaggio fascista, la volgarità di Togliatti — resta più film che docu. Si indugia troppo, fin dal titolo, su un Croce nonno un po’ svanito, che sembra uscito da uno spot del panettone. Anzi: i nonni panettonati, oggi, sono postmodernamente più svegli.
È probabilmente questa l’idea che qualche spettatore capitato lì per caso si sarà fatto di Croce. Saremo brutali: un rincoglionito.
Avati, si sa, ha una cifra intimistica, talvolta fantastica, persino horror. È indubbiamente un uomo coltissimo. E qui si noti una sottigliezza — diciamo pure una cattiveria —: il taglio netto di Laterza, l’editore che fu una sorta di braccio editoriale delle idee di Croce almeno fino al 1950. La prova provata è l’edizione Adelphi di un testo crociano che appare a un certo punto in primo piano. Piccole vendette intellettuali.
Manca nel docufilm il respiro europeo, appena accennato, senza convinzione, a proposito del gigantesco epistolario crociano. Altri difetti concettuali? Troppa enfasi sul rapporto con Gentile, che più che un filosofo fu un teologo politico: l’esatto contrario del laico, politicamente laico, Croce. Perciò un rapporto, fascismo o meno, destinato inevitabilmente a esaurirsi. Quantomeno sul piano filosofico. E poi l’assenza dell’opera storica crociana, che pure aveva grande valore, soprattutto nel racconto dei progressi dell’Italia liberale. Non si può ridurre il liberalismo italiano alle cannonate di Bava Beccaris.
Insomma, ci siamo ritrovati tra le mani un Croce tutto famiglia e struffoli. E i nostri sono tempi in cui il liberalismo dovrebbe raccogliere da terra la spada. E per dirla tutto al posto dei birignao professorali, servirebbe persino un pizzico di giacobinismo. Perché i briganti sono tornati.
E gli struffoli non aiutano.
Carlo Gambescia
(*)Il film è visibile su RaiPlay: https://www.raiplay.it/video/2025/12/Un-Natale-a-casa-Croce-1a116d4d-b65d-4995-be58-0ac11edfa2a9.html .
sabato 27 dicembre 2025
Il silenzio come metodo: Soros, “Il Tempo” e l’italianizzazione (per ora mediatica) del modello Orbán. Però dietro c'è Maurras...
E così oggi siamo alla seconda puntata. La campagna lanciata dal “ Tempo” contro George Soros è grave . È grave per il linguaggio, per l’iconografia, per il dispositivo simbolico che mette in scena (*). Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante: nessun altro giornale italiano ha sentito il bisogno di criticarla. Nessuno. Né a sinistra, né al centro, né tra coloro che amano definirsi custodi del pluralismo e della libertà di stampa.
Non si tratta di una distrazione collettiva. Si tratta - per usare il sociologhese - di un silenzio strutturato, di una sospensione deliberata del giudizio che segnala un mutamento più profondo del sistema mediatico italiano. Quando una campagna di questo tipo passa senza essere nominata, commentata, problematizzata, il problema smette di essere “Il Tempo” e diventa, per usare una terminologia alla moda, l’ecosistema dell’informazione.
La rappresentazione di Soros è fin troppo chiara, ricorda, in forma magari meno esplicita, “L’Action Française di Charles Maurras (nella foto di copertina): il giornalista, nazionalista e antisemita, poi collaboratore dei nazisti durante Vichy. Una figura infame. Capostipite di tutti gli antisemitismi europei. Per questo lo ricordiamo. E chi pubblica in Italia libri contro Soros? Passaggio al Bosco. Quando si dice il caso… E sia detto per inciso, anche per insozzare il lavoro di chiunque altro voglia studiare la metapolitica in senso scientifico (ma questa è un altra storia).
“Il Tempo" come dipinge "le Juif", Soros? Il grande vecchio, il denaro esibito, la rete invisibile che muoverebbe ONG, stampa, associazioni, sinistra. È un repertorio antico, riconoscibile, codificato. Orbán non ha inventato nulla, anche se il suo modello, diciamo soft, funziona, Si pensi a un antisemitismo strisciante, mai dichiarato, sempre alluso. Non esplicito, come dicevamo. Perché non serve urlarlo: basta suggerirlo. Ed è proprio questa forma indiretta a renderlo socialmente accettabile. Però dietro il "Tempo" e Orbán, ruggisce Maurras.
Eppure, davanti a tutto questo, le redazioni italiane hanno scelto il mutismo. Nessun editoriale, nessuna presa di distanza, nessuna riflessione sul confine – sempre più sottile – tra critica politica e costruzione del nemico. Il silenzio non è neutralità: è assuefazione.
Non siamo ancora nell’Ungheria di Orbán sul piano politico. Ma sul piano mediatico il modello è già all’opera. Non serve censurare, non serve proibire. Basta che tutti interiorizzino ciò che non va detto. È l’autodisciplina, non il bavaglio, a fare il lavoro più efficace.
In questo quadro pesa anche il silenzio di Giorgia Meloni, che non ha trovato una parola per prendere le distanze da una campagna che utilizza un immaginario ben noto. Nemmeno un distinguo formale. Il messaggio implicito è chiaro: questa narrazione non disturba. È difficile immaginare che si inizino campagne del genere senza un beneplacito politico, ovviamente tra le quinte.
C’è poi un nodo che andrebbe affrontato senza ipocrisie. George Soros è libero di spendere il proprio denaro come ritiene opportuno. Esattamente come lo sono stati Silvio Berlusconi – che difficilmente qualcuno definirebbe di sinistra – gli Agnelli, o i grandi finanziatori della destra globale. Finanziare idee, giornali, fondazioni, progetti politici non è un crimine: è una pratica strutturale delle democrazie liberali. Criminalizzarla selettivamente significa costruire un capro espiatorio, non difendere la trasparenza.
E qui emerge l’ipocrisia finale. Si demonizza Soros, ma nessuna inchiesta sui circuiti opachi di Donald Trump e dei miliardari che lo circondano. Trump è un miliardario, governa con i miliardari, è sostenuto da interessi economici enormi. Eppure quel mondo resta fuori dal mirino. Il bersaglio è sempre lo stesso, accuratamente scelto perché simbolicamente efficace.
La campagna contro George Soros è un segnale evidente. Ma il segnale più inquietante è che non ha provocato alcuna reazione.
Quando un quotidiano nazionale può utilizzare un immaginario allusivo, carico di stereotipi e di antiche ossessioni, senza incontrare una sola presa di distanza pubblica da parte del resto della stampa, significa che il problema non è più il singolo giornale, ma come dicevamo l’ecosistema che lo circonda.
Non servono censure, né leggi liberticide. Basta il silenzio.
Basta che tutti capiscano quali campagne si possono fare e quali è meglio non commentare. È così che un modello mediatico autoritario si afferma prima ancora di diventare politico.
Poi - magari la stessa sinistra taciturna - ci si indigna per Orbán, per Trump, per le loro corti di miliardari e per la loro idea plebiscitaria del potere. Ma senza accorgersi che, nel frattempo, anche qui il terreno è stato preparato: non col rumore, ma con l’assuefazione.
Perché quando l’informazione rinuncia a parlare, non sta scegliendo la prudenza.
Sta scegliendo il campo.
Carlo Gambescia
(*) Ne abbiamo già parlato qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/12/quando-la-propaganda-si-traveste-da.html .
giovedì 25 dicembre 2025
mercoledì 24 dicembre 2025
Buon Natale? Bah… Dal giornale al centrotavola, come la destra governa l’ immaginario
C’è un filo che lega la prima pagina del “Tempo” di oggi al micro-presepio piazzato come centrotavola nell’ultima puntata prenatalizia del “Paradiso delle signore”. Un filo sottile, ma resistentissimo. Non è complottismo: è egemonia culturale allo stato elementare.
Si dirà che le nostre critiche sono cose da intellettuali, anzi da “fissati”: alla gente comune, alla gente “normale” non interessano. Anche perché neppure ci fa caso. Ecco, questo è il vero punto della questione, Nessuno si accorge del veleno somministrato, goccia a goccia, giorno dopo giorno. Perciò non è questione da intellettuali, ma problema di libertà.
Partiamo dal ‘Tempo’, oggi diretto da Capezzone, che si proclama liberale: un po’ come Giovanni Gentile, filosofo liberale… e fascista. Solo che qui il Gentile è spiegato al popolo, con sottotitoli inclusi.
La prima pagina di oggi è esemplare, non per ciò che rivela, ma per ciò che mette in scena. Il titolo — “Il Federatore” — campeggia su un’immagine di George Soros isolata, monumentalizzata, caricata di una funzione simbolica che va ben oltre la notizia. Non un finanziatore, non un attore politico discutibile come molti altri, ma il centro occulto, Il “numero uno” che tiene i fili, colui che “chiama” e a cui la sinistra “risponde”. La politica ridotta a teatro delle ombre, dove i soggetti spariscono e restano solo burattini, nelle mani del grande Mangiafuoco.
Non è giornalismo d’inchiesta. È narrazione identitaria. Il lessico è quello: “ombra”, “capo”, “braccio operativo”, “federatore”. Un vocabolario che non serve a capire, ma a riconoscere. Il lettore non deve interrogarsi, deve sentirsi confermato. Non c’è complessità, non c’è contesto, non c’è dubbio. C’è un Nemico — sempre lo stesso — e un Noi che finalmente può dirsi innocente. L’ “Ebreo eterno” della propaganda nazista, come scrivevamo ieri l’altro (*). Ci risiamo insomma.
Qui sta la vera trasformazione del “Tempo”. Non semplicemente uno spostamento a destra — cosa legittima in una stampa pluralista — ma una mutazione più profonda: l’abbandono del dubbio come metodo. Per abbracciare l’altro metodo, quello complottista. Un metodo che presiede alla stesura di un classico dell’antisemitismo: I “protocolli dei “savi anziani” di Sion”, opera della polizia segreta zarista (quando si dice il caso: non è poi mutata molto la Russia dall’Okhrana di Nicola II alla guerra ibrida di Putin…).
“Il Tempo” non informa più per problematizzare; informa per rassicurare. Non apre conflitti interpretativi; li chiude in anticipo. È un giornale che urla per non dover pensare. E l’approccio può essere esteso a tutta la stampa organica alla destra. Questa destra che, nelle migliore delle ipotesi, ancora crede che il fascismo abbia fatto “anche” cose buone
E il paradosso è romano. Perché Roma non è mai stata la città del pensiero allineato. È la città di Pasquino, ma anche della Repubblica Romana del 1849, del liberalismo militante, della libertà pagata con l’esilio e con il sangue.
Delle cannonate e della satira che graffia il potere, che lo espone al ridicolo, che non costruisce miti ma li infrange.
La tradizione polemica romana è feroce, sì, ma intelligente; corrosiva, ma mai servile. Qui invece siamo alla caricatura: un potere che non tollera l’ambiguità e dunque la cancella, sostituendola con figure archetipiche che rinviano alla amara stagione dei fascismi. Del Manifesto e della Difesa della Razza.
Al riguardo si noti anche la sapida vignetta di Oshø, un esempio di umorismo identitario che lavora per allusione e semplificazione, associando implicitamente alterità culturale, Islam e degrado sociale. Non un’affermazione esplicita, ma una contiguità simbolica, tra Islam e “maranza”, che parla da sola.
Il richiamo al presepe che per la destra sembra ormai essere come lo spadone del crociato, funziona però da collegamento con quel che accade nella stessa città che, insieme al “Tempo” ospita la Rai. E non è un dettaglio.
Nell’ultima puntata prima di Natale del “Paradiso delle signore”, una delle fiction più popolari del servizio pubblico, il momento culminante è un pranzo prenatalizio coronato da un “grande gesto”: un micro-presepio come centrotavola. Scena tenera, apparentemente innocua. E infatti il punto non è la religione. Il punto è il simbolo.
Quel presepio non racconta il Natale come esperienza plurale, culturale, storica. Racconta il Natale come marcatore identitario. È il “nostro” Natale, silenziosamente contrapposto a qualcos’altro che non viene nominato ma aleggia. L’Islam dei “Maranza”, neppure tanto adombrato nella vignetta di Oshø . Lo stesso Natale evocato negli editoriali del “Tempo”, dove il presepio diventa baluardo, confine, risposta implicita a un mondo percepito come ostile. E che il “politicamente corretto”, finanziato dall’ “Ebreo eterno” Soros, vuole cancellare.
Si dirà, ma come la destra – con Capezzone in testa – non difende Netanyahu? Certo, ma difende il nemico dell’Islam, o comunque un politico di destra, estrema tra l’altro, nazionalista fanatico. Inviso, come ci dicono i sondaggi, alla stragrande maggioranza degli israeliani e degli ebrei sparsi nel mondo. Netanyahu non è Israele, né tantomeno l’Ebraismo.
Così il cerchio si chiude: quotidiano e fiction, carta e televisione. Nessun ordine dall’alto, nessuna regia occulta. Molto più efficace: una convergenza spontanea di simboli, un senso comune che si deposita senza fare rumore. La destra che oggi governa non impone un’ideologia nuova: riattiva arcaici e indigesti repertori, li normalizza, li rende ovvi. Funziona da Maalox. Dal titolo cubitale al centrotavola.
La cosa più inquietante non è lo scandalo. È la banalità. Tutto questo non fa più rumore perché è diventato sfondo. E quando l’immaginario diventa sfondo, la partita è già avanzata. Trionfa la banalità del male, come abbiamo già scritto un milione di volte…
Roma, la città di Pasquino e del liberalismo militante, non dei santini; della beffa, non del catechismo mediatico, meriterebbe di meglio di un quotidiano che scambia la semplificazione per coraggio e di un servizio pubblico che confonde la tradizione con il conformismo.
Il problema non è il presepio. Il problema è chi lo mette, dove lo mette, e soprattutto perché.
Carlo Gambescia
martedì 23 dicembre 2025
Donald I, Imperatore dell’emisfero occidentale
Si legga qui, è di ieri: «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale, dobbiamo averla», ha detto — e ripetuto più volte — Donald Trump, parlando con i giornalisti e commentando la nomina del governatore della Louisiana, Jeff Landry, a inviato degli Stati Uniti per la Groenlandia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la protezione nazionale, non per i minerali. Hanno una popolazione molto piccola… Dicono che la Danimarca fosse lì 300 anni fa con una barca. Beh, anche noi eravamo lì con le barche, ne sono sicuro», ha aggiunto Trump (*).
Sapete, cari lettori, chi era animato da una volontà di potenza simile e finì per contribuire in modo decisivo allo scoppio di una guerra mondiale? Guglielmo II Hohenzollern, imperatore del II Reich tedesco, 1871–1918 (il I Reich è il Sacro Romano Impero medievale, mentre il III Reich sarà quello di Hitler, quando si dice il caso…).
Guglielmo II – Il “Kaiser” – era celebre per il suo avventurismo politico, per la Weltpolitik e per dichiarazioni del tipo «ci serve questo, ci serve quello». Francia e Gran Bretagna ironizzavano spesso su quella sua mania di grandezza, che non di rado si traduceva in iniziative diplomatiche e militari mal calcolate. Poi però finì come tutti sappiamo.
Ora la domanda è: Guglielmo II aveva alle spalle una cultura aristocratico-militare prussiana, un ethos imperiale che, nel bene e nel male, inscriveva il suo comportamento in un contesto storico preciso, segnato da rivalità tra potenze e da una concezione aggressiva del prestigio internazionale. Trump invece? Dovrebbe muoversi all’interno della più antica costituzione scritta liberal-democratica del mondo. Gli sfondi storici e culturali sono profondamente differenti. Eppure, ci risiamo.
Il punto, allora, non è il gioco — sempre un po’ ozioso — delle analogie storiche prese alla lettera, ma la natura del potere che Trump incarna. Nella storia esistono leader animati da una volontà di potenza distruttiva e leader capaci di trasformarla in ordine politico. La differenza non sta nella forza dell’ego — comune a entrambi — ma nell’intelligenza istituzionale.
Silla distrusse la Repubblica senza lasciare nulla di duraturo; Cesare aprì uno spazio di possibile ricomposizione; Augusto trasformò la forza in stabilità, la violenza in ordine, l’eccezione in sistema. Trump, invece, appartiene alla prima categoria: non interviene su un corpo politico morente, ma su una democrazia ancora funzionante, seppure fragile. È proprio questo a renderlo pericoloso: non cura una malattia terminale, ma peggiora una crisi in divenire.
La sua volontà di potenza non si traduce in progetto, riforma o nuova architettura istituzionale, bensì in pura personalizzazione del potere. Non è un Augusto mancato: è un distruttore puro che agisce là dove l’ordine, pur imperfetto, esiste ancora.
Hitler e Mussolini, per venire ai tempi moderni, furono distruttori puri: capaci di mobilitare masse e consenso, ma incapaci di produrre un ordine stabile, se non attraverso la guerra permanente e la repressione. Napoleone I, per certi aspetti, fu un Augusto; Napoleone III tentò di seguirne le orme, ma senza possederne la statura politica. Il risultato fu la rovina di un sistema — quello della Francia di Guizot — che non era in decadenza, ma in crescita. Fu un povero Cesare…
Si dirà che il 1945 è lontano, che il mondo è cambiato, che certi paragoni sono impropri. È l’argomento preferito di chi confonde la cronologia con la storia. In realtà, dal punto di vista metapolitico, ottant’anni sono un’inezia: troppo pochi perché una potenza vittoriosa dimentichi come si governa se stessa dopo la vittoria. Ed è precisamente qui che il paragone smette di essere erudizione e diventa allarme.
Trump non minaccia un’America decadente, ma gli Stati Uniti vittoriosi sulla Cartagine hitleriana, pilastro dell’ordine liberale nato nel 1945. Come spesso accade nella storia, il pericolo non viene dal nemico sconfitto, ma dalla potenza che non sa più governare se stessa dopo la vittoria.
Le nostre sono fantasie storiche? Anzi metapolitiche? Per qualcuno probabilmente sì. Ovviamente pensiamo ai sostenitori di Trump, che dove noi vediamo crisi di crescita, scorgono l’apocalisse.
Ma la storia insegna che il leader distruttore puro è sempre animato da una volontà di potenza incontrollata, incapace di riconoscere limiti, istituzioni e mediazioni. E Trump è così. Pur di tramutarsi in un Donald I, può causare danni enormi a quella parte dell’emisfero che, nella nostra terza e vittoriosa guerra punica, veniva chiamata semplicemente: il mondo libero.
Si pensi infine alla sua smania di apparire come uomo di pace, al pari di altri leader distruttori del passato: Silla, pur concentrato sul consolidamento del potere, si presentava spesso come restauratore dell’ordine a Roma; Napoleone III proclamava l’“Impero come pace”; Hitler prometteva al popolo tedesco una nuova epoca di sicurezza e stabilità dopo la rivincita sul trattato di Versailles; Mussolini e Guglielmo II, ciascuno a modo suo, annunciavano regolarmente che le loro azioni avrebbero portato a una lunga era di pace.
In realtà, anche in Trump, questa smania non è che un riflesso del suo desiderio di legittimazione e consenso: un’illusione che nasconde la sua capacità reale di generare disordine.
Sappiamo di ripeterci, ma vogliamo che il concetto entri davvero nella testa dei lettori: chi parla di pace mentre costruisce il proprio trono di potere non è un pacificatore, ma un fabbricante di disordine travestito da salvatore. Trump lo dimostra, come dimostrarono Silla, Napoleone III, Guglielmo II, Hitler, Mussolini: la vera minaccia non viene da chi minaccia apertamente, ma da chi seduce con le parole mentre devasta con i fatti.
Carlo Gambescia
lunedì 22 dicembre 2025
Quando la propaganda si traveste da storia…
Sarà pure Natale, ma il clima resta inquietante. Putin accusa Zelensky di essere un nazista, mentre il presidente ucraino è il difensore della libertà. Sui social, importanti politici tedeschi ed europei di orientamento democratico, come Ursula von der Leyen e Friedrich Merz, vengono rappresentati letteralmente come nazisti, addirittura con i baffetti alla Hitler. Eppure, la realtà mostra tutt’altro, una vera e propria revanche diversa da quella che si vuole far percepire.
Ad esempio circola su YouTube un video presentato come materiale “storico”. In realtà si tratta di “Der ewige Jude” (“L’ebreo eterno”, 1940), uno dei più noti e infami film di propaganda del regime nazista (*). Non un documentario, non una fonte storiografica da maneggiare con cautela: un prodotto ideologico costruito deliberatamente per diffondere odio antisemita e preparare il consenso sociale allo sterminio.
Altro esempio, che merita attenzione. Il film americano “Nuremberg”, su Hermann Göring, appena uscito, si concentra troppo sull’analisi psicologica del gerarca nazista durante i processi. La scelta di mostrarne il carisma, l’intelligenza manipolatoria e le sfumature della personalità non è neutra, perché rischia di suscitare fascino e comprensione per un individuo responsabile di crimini atroci. La rappresentazione psicologica, pur fondata su evidenze storiche, può generare un effetto di banalizzazione, perché lo spettatore viene spinto a concentrarsi sul “come” e sul “perché” delle sue azioni più che sul loro peso morale e storico.
Questo slittamento non riguarda solo singole opere, ma una tendenza riconoscibile. Negli ultimi anni sono circolati — spesso senza adeguato contesto critico — film e serie che trattano l’universo nazista con un grado di ambiguità tale da sfiorare la fascinazione. “Unsere Mütter, unsere Väter” (2013), produzione tedesca di enorme successo, ha contribuito a ripulire l’immagine della Wehrmacht, spostando sistematicamente la responsabilità dei crimini su SS e “altri”, secondo una linea revisionista ormai ben nota. “Rommel” (2012) insiste sul mito del “buon generale”, rafforzando l’idea di un nazismo deviato solo nei suoi vertici estremi, “Der Untergang” (“La caduta”, 2004), pur formalmente rigoroso, ha inaugurato una stagione in cui Hitler diventa personaggio tragico, umano, quasi patetico, più che il capo politico di un progetto genocidario.
In questa linea si colloca anche Er ist wieder da (“Lui è tornato”, 2015), commedia satirica tedesca in cui Hitler “riappare” nella Germania contemporanea. Pur nata con intenti dichiaratamente critici, l’operazione è ambigua: la trasformazione del Führer in personaggio mediatico e comico rischia di ridurlo a maschera pop, rendendo di nuovo socialmente dicibile ciò che dovrebbe restare politicamente e moralmente incancellabile e imperdonabile (**)
Accanto a queste opere, esiste poi una galassia di prodotti minori — docufilm, serie pseudo storiche, contenuti digitali — che ricostruiscono l’estetica, la simbologia e persino la retorica del Terzo Reich con un’attenzione quasi feticistica: uniformi, disciplina, “efficienza”, spirito di corpo. Titoli come “Hitler’s Circle of Evil” (2018), “Nazi Mega Weapons” (2013–2016), “Inside the SS” (2017) vengono spesso presentati come divulgazione storica, ma finiscono per adottare il punto di vista del potere, raccontando il nazismo dall’interno, come se fosse un’esperienza manageriale o militare mal riuscita, non un sistema criminale fondato sull’eliminazione programmata di interi gruppi umani.
Il problema non è che questi prodotti esistano, ma che circolino sempre più spesso senza filtri, soprattutto sulle piattaforme digitali, dove l’etichetta “storico” sostituisce l’analisi critica e l’algoritmo premia ciò che affascina, non ciò che spiega. In questo contesto, la distanza tra ricostruzione storica e riattivazione simbolica diventa pericolosamente sottile.
La stessa Hollywood, già citata a proposito del film su Göring, nonostante le accuse, da parte della destra, di essere la custode del politicamente corretto, ha prodotto film come “Bastardi senza gloria” (“Inglourious Basterds”, 2009): nonostante il chiaro intento antinazista, l’approccio pulp e la riscrittura degli eventi storici giocano con l’estetica e la narrazione in modo che lo spettatore si trovi a “giocare” con il periodo nazista come se fosse un universo cinematografico alternativo, con figure di cattivi quasi fumettistiche, rischiando di trasformare il male storico in puro intrattenimento.
Ma torniamo a “Der ewige Jude”. Il film fu prodotto sotto la supervisione diretta del Ministero della Propaganda guidato da Joseph Goebbels. Come hanno mostrato in modo definitivo storici quali Raul Hilberg e Ian Kershaw (***), il nazismo non si limitò a esercitare violenza fisica: costruì prima una violenza simbolica sistematica, volta a disumanizzare gli ebrei, ridurli a stereotipo biologico e morale, renderli percepibili come minaccia collettiva.
Il film utilizza tutti gli strumenti classici della propaganda moderna: a) montaggio manipolatorio; b) falso linguaggio “scientifico”; c) accostamenti visivi degradanti; d) narrazione dicotomica (noi/loro). Non descrive la realtà: la fabbrica. E lo fa con uno scopo politico preciso, che non è oggetto di interpretazione ma di documentazione storica consolidata.
Inoltre la giustificazione inserita sotto il video non è sufficiente né accettabile. Riproporre integralmente un film di propaganda nazista, accompagnandolo da un disclaimer generico ma lasciandone intatto il linguaggio ideologico, significa contribuire alla sua normalizzazione. La storia non si tutela lasciando parlare la propaganda: si tutela smontandola. Tutto il resto è una scorciatoia pericolosa.
Qui occorre dirlo, forte e chiaro: la neutralità, in questi casi, non è una virtù ma una resa.
Il punto decisivo, oggi, non è il passato ma il presente. Ripubblicare questo materiale senza spiegazione critica attiva un meccanismo ben noto agli studiosi dei totalitarismi: la normalizzazione dell’ideologia attraverso la depoliticizzazione dei suoi strumenti.
Non si dice “viva il nazismo”. Si dice: “è solo un documento storico”. Non si giustifica l’odio. Lo si lascia circolare. Non si nega il genocidio. Si rende opaco il percorso che ha condotto a tutto questo.
È una strategia sottile, ma efficace. Come ha mostrato Christopher Browning, lo sterminio non fu il risultato di un improvviso impazzimento collettivo, ma l’esito di una lunga opera di assuefazione morale. La propaganda serviva esattamente a questo (****).
Studiare questi materiali è necessario. Ma studiare non significa legittimare. Nessuno proporrebbe di mostrare un manuale di tortura come “opinione alternativa”. Eppure con la propaganda nazista si continua a giocare sull’equivoco, sulla falsa neutralità, sul “giudicate voi”.
Come abbiamo osservato, tira una brutta aria. Viviamo in una fase segnata dal ritorno di revisionismi, antisemitismo strisciante, relativismo storico. In Italia abbiamo al governo un partito che non ha mai fatto i conti con il fascismo. In Germania, l’AfD, partito di estrema destra, è oggi una delle principali forze parlamentari. Si tratta di forze politiche estremiste presenti anche in Francia, Spagna, nel resto d’Europa e soprattutto all’Est, che per ora mascherano i loro veri intenti.
In questo contesto, la diffusione non contestualizzata di materiali di propaganda nazista non è un incidente: è un fattore di rischio culturale e politico.
Non serve negare Auschwitz per minarne il significato. Basta rendere accettabile il linguaggio che lo ha reso possibile.
Si deve fare qualcosa. L’automatismo dei cosiddetti algoritmi non basta più. Perché quando la propaganda torna a circolare senza anticorpi, non è mai solo un problema del passato. È un segnale del presente. E, se ignorato, una pericolosa ipoteca sul futuro della liberal-democrazia.
Carlo Gambescia
(*) “Der ewige Jude” (“L’ebreo eterno”), regia di Fritz Hippler, Germania, 1940; prima visione pubblica a Berlino, novembre 1940. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=5Uy1LFDL9zU . Ma si vedano anche gli altri titoli disponibili sullo stesso sito (già visibili nella foto a corredo). Tutti a rischio, per usare un eufemismo.
(**) Un’operazione analoga è “Sono tornato” (2018), remake italiano con Mussolini protagonista: anche qui la satira gioca con il ritorno del dittatore nello spazio mediatico contemporaneo. Ma in un paese che non ha mai fatto davvero i conti con il fascismo, l’effetto non è solo ambiguo: è culturalmente irresponsabile.
(***) R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei in Europa, Einaudi, Torino, 2017; I. Kershaw, Hitler. Una biografia, Bompiani, 2004, 2 voll.; AA.VV., Storia della Shoah, Utet, Torino, 2005, 5 voll., con ricco apparato audiovisivo, opera fondamentale sull’argomento.
(****) C. R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e soluzione finale in Polonia, Einaudi, Torino, 2022.
domenica 21 dicembre 2025
Il caso Giorgetti: la prova decisiva
Le tensioni sulle pensioni e le voci ricorrenti di un suo possibile siluramento non sono incidenti di percorso. Sono la prova decisiva: rivelano l’incompatibilità tra una minima razionalità economica e l’impianto culturale illiberale del governo Meloni.
Giorgetti prova – con prudenza quasi eccessiva – a ricordare che senza crescita, concorrenza e apertura dei mercati il sistema non regge: né le pensioni, né il debito, né lo Stato sociale. Fino a poco tempo fa, l’Italia aveva almeno qualche margine di manovra: una crescita lenta ma positiva, qualche riforma liberale, mercati ancora relativamente aperti. Con la Meloni, tutto questo è peggiorato: stagnazione economica, fiducia nel mercato ridotta, politiche timide o inesistenti a favore della libertà economica. Non per errore: per scelta.
Il suo governo non è liberale, né conservatore-liberale. È un governo illiberale, nel senso pieno del termine: diffida del mercato, teme la concorrenza, preferisce lo stato come scudo e regolatore morale. Da qui l’assenza quasi totale di politiche favorevoli alla libertà economica: niente liberalizzazioni significative, nessuna rottura delle rendite, nessuna fiducia negli individui come attori responsabili.
I dati parlano chiaro: secondo l’Index of Economic Freedom, l’Italia era meglio piazzata fino al 2022, con libertà economica in crescita. Oggi si colloca ottantunesima al mondo, sotto la media europea, con stagnazione dei punteggi e segnali di peggioramento (*)
Anche la libertà civile mostra il segno meno: rapporti europei e Freedom House evidenziano erosione di indipendenza della magistratura, controlli sui media e sulle ONG, segnali di “recessione democratica” rispetto agli anni precedenti (**)
Va ribadito un punto essenziale: libertà e libertà economica sono inseparabili. Non si tratta di scegliere tra spazi civili da una parte e mercati dall’altra: un individuo non è realmente libero se non può decidere come agire economicamente, né un mercato può funzionare senza cittadini capaci di muoversi liberamente al suo interno.
Per questo parliamo di liberalismo, e non di semplicistico “liberismo” (come invece fa certa sinistra populista, anticapitalista e antiliberale). Per capirsi una dittatura può essere liberista, ma non sarà mai liberale. Si pensi al primo Mussolini, che mise un liberista, De’ Stefani, all’economia (nella foto), o a Pinochet che favorì riforme liberiste. Da ultima la Cina, che non è assolutamente liberale.
Il liberismo riduce il discorso a numeri e profitti, che ovviamente vanno sempre tenuti in considerazione, tuttavia senza mai dimenticare che la libertà è un valore complessivo, civile, politico, economico. In fondo la timidezza di Giorgetti resta più liberista che liberale.
Se vogliamo usare un’espressione più precisa, possiamo parlare di liberalismo economico, ma sempre come parte integrante del liberalismo tout court. Senza questa connessione, ogni politica di controllo, pianificazione o restrizione — dai mercati al lavoro, dall’immigrazione alla concorrenza — mina la libertà stessa che pretende di difendere.
Tornando all’Italia del governo Meloni le politiche sull’immigrazione non sono una deviazione, ma una conferma coerente di questa visione. Il controllo rigido dei flussi non è solo securitario: è l’espressione di una mentalità che rifiuta apertura, mobilità e autoregolazione del mercato del lavoro. Lo Stato “meloniano”, per così dire, non si fida del mercato come non si fida delle persone: seleziona, blocca, amministra, reprime.
Su quest’ultimo punto, si veda quanto accaduto con i “ribelli dell’Aska” (secondo le definizioni della stampa governativa)… Lucidare l’argenteria della polizia e provocare tensione non è casuale: è repressione spettacolare, vecchia ricetta fascista, e serve a dipingere l’opposizione come banda criminale.
Il raffronto tra immigrazione e politiche pro-mercato è impietoso. Dove mancano queste ultime, la prima diventa terreno simbolico su cui esercitare l’illusione del controllo. L’immigrazione occupa lo spazio lasciato vuoto da una politica economica che non osa nemmeno pensare.
Gli italiani, del resto, sono poco liberali: chiedono protezione, non libertà; sicurezza, non concorrenza; ordine, non rischio. E la politica deve adeguarsi.
Questo governo non ha sacrificato il liberalismo per l’immigrazione. Ha sacrificato il liberalismo perché non crede nella libertà. E un paese che diffida della libertà, inclusa quella economica, può illudersi di governare l’immigrazione, ma resterà condannato alla stagnazione.
Sicché, punto che ci preme sottolineare, un timido liberista (attenzione non liberale), come Giorgetti, può apparire ad alcuni sprovveduti come un salvatore della patria liberale. Cosa che, come spiegato, proprio non è.
Carlo Gambescia
(**) Qui: https://freedomhouse.org/country/italy/freedom-world/2025?utm_source=chatgpt.com .
sabato 20 dicembre 2025
Dopo il Consiglio europeo. Cosa vuole veramente l’Ue?
Le recenti decisioni europee sui finanziamenti all’Ucraina segnano, ancora una volta, un passo che Bruxelles presenta come responsabile, pragmatico, equilibrato. In realtà, si tratta dell’ennesimo compromesso: fondi sì, ma a debito; sostegno a Kiev, ma senza toccare gli asset russi congelati; continuità dell’impegno, ma nessuna scelta irreversibile.
Formalmente, l’Unione Europea continua a sostenere l’Ucraina. Politicamente, evita accuratamente di chiarire che cosa voglia davvero ottenere.
Il confronto è impietoso. La Russia di Putin ha un obiettivo chiaro: la vittoria sull’Ucraina e la revisione dell’ordine europeo. Zelensky ne ha uno altrettanto netto: resistere, vincere o almeno non perdere, non essere consegnato alla storia come il presidente che ha ceduto. Donald Trump – e con lui una parte non limitata dell’establishment americano – persegue un fine esplicito: chiudere il conflitto rapidamente, anche a costo di sacrificare l’Ucraina in nome della “pace”.
E l’Europa?
Qui sta il problema: l’Europa non esibisce un obiettivo politico riconoscibile, ma una sommatoria di cautele. Vuole evitare una guerra diretta con la Russia, contenere i costi economici e politici interni, preservare l’unità dei Ventisette. Per non parlare della ricerca degli equilibri interni dei singoli governi, oggi alle prese con opposizioni politiche filorusse o filotrumpiane. Tutto comprensibile in tempi normali. Ma non in tempo anormali. Perché nulla di tutto questo costituisce una strategia.
Dichiarare di voler favorire la vittoria dell’Ucraina senza predisporre un quadro temporale, industriale e militare credibile non è realismo: è retorica. Significa promettere sostegno illimitato con strumenti limitati e scadenze sempre rinviate. Il che è ridicolo. Tragicamente ridicolo. Kiev viene invitata a resistere, ma non le si offre la certezza di poter vincere. Vittoria, si badi, che consiste nel respingere i russi fuori dai confini violati. Tutto qui. L’invasione ucraina della Russia esiste solo per la propaganda filorussa.
Allo stesso tempo, l’Unione non si oppone davvero alla prospettiva di una pace imposta dall’esterno. Molte delle sue scelte – prudenza estrema, rinvio dei nodi giuridici, evitamento delle decisioni più radicali – restano compatibili con una futura soluzione negoziata dagli Stati Uniti, subita dall’Ucraina e accettata con sollievo a Bruxelles.
Ci sia consentito un inciso sull’evocazione dei cosiddetti “nodi giuridici” legati all’uso degli asset russi congelati. Si tratta, in larga misura, di una foglia di fico. Non perché i problemi legali non esistano, ma perché vengono agitati selettivamente per mascherare una scelta politica: non assumersi la responsabilità di un precedente che segnerebbe una rottura irreversibile con Mosca. Il diritto internazionale, qui, non è un vincolo invalicabile, ma un alibi conveniente. Quando serve, l’Europa sa interpretarlo; quando costa troppo, lo brandisce come scudo. Non è prudenza giuridica, è ritrosia strategica travestita da legalismo.
In definitiva, ciò che emerge è una linea che non è né bellicista né pacifista, ma attendista. L’Europa non pianifica la vittoria, non pianifica la sconfitta, non pianifica la pace. Pianifica piuttosto la gestione dell’incertezza. Venticinque secoli di realismo politico europeo gettati alle ortiche, sostituiti da una politica della prudenza che confonde il rinvio con la saggezza e l’assenza di decisione con la responsabilità. Ma nella storia europea l’indecisione non ha mai prodotto stabilità: ha solo preparato il terreno alle decisioni altrui, di dittatori, invasori e dinastie, anche ideologiche, più capaci.
Si potrebbe partire dalla forza dissolutrice della guerra del Peloponneso, quando l’inazione intermittente di Atene e Sparta aprì spazi a conflitti interni e indebolì le città-stato greche, creando le condizioni che permisero alla Macedonia di Filippo II di affermarsi come potenza dominante in Grecia. Passando poi alla debolezza del Senato romano durante la crisi della Repubblica, alla lentezza decisionale di alcuni imperatori del IV secolo, agli scandali e cedimenti dei Merovingi in Francia e ai problemi di consolidamento del regno vandalico in Spagna e Africa. Si potrebbe continuare con i successori di Carlo Magno, che spesso mancarono di una strategia coerente, per giungere, con un salto di non pochi secoli, alla dissoluzione dell’Impero asburgico e di quello russo tra Otto e Novecento. E infine cosa dire delle liberal-democrazie europee tra le due guerre mondiali che cedettero terreno ai fascismi? Proprio per la loro incapacità di assumere rischi politici tempestivi? Oggi, purtroppo, ci risiamo: il nemico si chiama Putin.
Purtroppo, in politica, l’incertezza non è mai neutra. Favorisce chi è
disposto a rischiare di più, chi ha meno vincoli interni, chi accetta
il conflitto come strumento. Non certo, come visto, l’Unione Europea.
Il risultato è una potenza economica che agisce come un nano politico-militare, quasi il tempo potesse
risolvere da solo i conflitti strategici, come se il galleggiamento
fosse una forma di saggezza. E invece non è così. Siamo davanti a una
prudenza che scivola nella rinuncia.
In questo quadro si colloca anche l’Italia, oggi rappresentata, dalle ciampanelle non solo di casa nostra, come attore decisivo o come coscienza atlantica dell’Unione. In realtà, il contributo italiano riflette la linea prevalente: cautela, adattamento, posizionamento senza assunzione di rischio. Non una guida, ma un accompagnamento disciplinato.
Giorgia Meloni viene celebrata come figura di equilibrio e affidabilità, con toni addirittura ditirambici, come oggi sulla prima pagina del “Secolo d’Italia” (si dirà non lo legge nessuno, però…).
In realtà, dietro una linea fatta di prudenza e posizionamento senza rischio, si intravede un attendismo calcolato: l’attesa che l’asse europeo si sposti più stabilmente a destra. È allora che una postura finora contenuta potrebbe trasformarsi in arrembaggio, liberando tendenze autoritarie, criptofasciste, ora tenute a freno dal contesto europeo e atlantico.
Non una nostalgia folkloristica, ma una disposizione politica: ordine prima del conflitto, forza prima della mediazione, obbedienza prima della deliberazione. Si guardi quel che sta accadendo con migranti e centri sociali. Siamo solo all’antipasto. Si potrebbe definire un uso selettivo, chirugico della forza.
Un impiego, che una volta agguantato saldamente il potere in Italia e in Europa, rischia di estendersi, considerata l’indole fascista – per dirla senza peli sulla lingua – se non a tutti i cittadini a quei gruppi o settori della società designati di volta in volta come “anti-italiani”. L’antico mantra mussoliniano.
Sotto questo aspetto, per ora non del tutto alla luce del sole, l’inerzia smette di apparire neutra e rivela la sua natura di investimento sul futuro: un adattamento pronto a rivendicare domani scelte che oggi non si assumono. Pura astuzia politica quindi.
In definitiva, la domanda che resta inevasa è semplice e insieme decisiva: quale strategia europea? Senza una risposta, ogni decisione finanziaria e ogni vertice restano amministrazione del presente. E il presente, prima o poi, presenta il conto.
Carlo Gambescia







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