mercoledì 25 settembre 2019

   Le spoglie  di Franco saranno trasferite dalla Valle dei Caduti
La Spagna e l’ironia della storia


Prima i fatti. Il testo che segue non ha bisogno di traduzione.

“Hoy, 24 de septiembre de 2019, hemos cerrado simbólicamente el círculo democrático, pues el Tribunal Supremo de España acaba de autorizar la exhumación del dictador Franco del mausoleo público en el que estaba enterrado con honores de Estado. Hoy cerramos por lo tanto un capítulo oscuro de nuestra historia y comenzamos las labores para sacar los restos del dictador Franco de donde han reposado inmoralmente durante demasiado tiempo. Porque ningún enemigo de la democracia merece un lugar de culto ni de respeto institucional. Es una gran victoria de la democracia española”, clamó el presidente (1)


Così all’Onu Pedro Sánchez, il premier  socialista che spera di stravincere alle elezioni di novembre (le quarte in pochi anni).  Si celebra, nella sicurezza di farla franca (non è un gioco di parole), la “chiusura del  processo  democratico”. Le spoglie di Francisco Franco (nella foto a sinistra) vengono spostate  da un mausoleo costruito su suo ordine, come atto di riconciliazione politica, impiegando, si dice, i prigionieri politici. In seguito però oltre ai nazionalisti vi furono inumati  i caduti repubblicani.  
Al trascorrere del tempo, il complesso monumentale della “Valle dei Caduti” ( chiesa e cimitero),   costruito  a qualche chilometro dall'Escorial,  si è in qualche  misura  trasformato  nella memoria collettiva, subendo una specie di "diluizione".  Certo, al riparo della gigantesca croce, la commemorazione delle vittime della  terribile guerra civile non è mai venuta meno. E ovviamente con intenzioni diverse,  nel tempo  però anche turistiche, come notò già all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso  il sociologo statunitense Peter L. Berger (2).  
Tuttavia, al passare del tempo, il senso della distanza dagli eventi, anche nella memoria,  sembrava  avere  avuto la meglio.  La Spagna a poco a poco, pareva   comprendere  che dietro quel terribile conflitto, sociologicamente parlando, si nascondeva una lotta  pro o contro la modernità. Un certo tipo di modernità, liberale e democratica, aliena da ogni estremismo, fascista o marxista.  
Un processo di modernizzazione che Franco, politico intelligentissimo, accortosi della natura inevitabile del fenomeno,  favorì,  almeno  dalla seconda metà degli anni Cinquanta in poi. 
Il Caudillo, per dirla con termine caro ai suoi simpatizzanti,  sapeva che la storia si svolge in modo ironico e paradossale, e che di conseguenza  gli eventi, quando non possono essere arrestati, vanno assecondati. E la modernizzazione  ne era un chiaro  un esempio. Franco, da grande politico avveduto,   fece sua una massima attribuita a Talleyrand: in politica “ surtout pas trop de zèle”. 

Dei  frutti economici indotti, e per reazione culturali,  del franchismo (si dia  solo uno sguardo al vivacissimo  cinema spagnolo degli anni Sessanta), ne ha goduto la successiva democrazia, che altrettanto  intelligentemente,  durante la Transizione e  negli anni Ottanta-Novanta dei governi  socialisti  e democristiani,  puntò, con semplicità,  su una specie di  laicizzazione collettiva del ricordo di Franco e della Guerra Civile. E in che modo?  Lasciando che spontaneamente i  contorni dell’ uomo e degli eventi sfumassero alla stregua degli accadimenti  dell’antica storia greca.  Chi voleva poteva celebrare  gli eroi  di  Salamina, chi non voleva poteva evitarlo (parafrasando  il titolo di un  romanzo di successo).
Con Zapatero e con Sánchez le cose  sono però radicalmente cambiate, e in peggio:  dall’oblio ragionato per così dire, si è passati allo spirito di rivincita, puntando scioccamente   sulla stupida  volontà di  “chiudere il processo democratico”.  Dal momento che, come tronfiamente dichiara Sánchez,   “ ningún enemigo de la democracia merece un lugar de culto ni de respeto institucional”.
Crediamo invece sia notevole il rischio di  riaprire, quantomeno come clima avvelenato,  la  “guerra civile”.  Si legga ad esempio, il commento di Pio Moa, storico vicino al mondo neofranchista,  che parla di profanazione e di tradimento dei veri valori della Spagna profonda (3): un linguaggio politico da 1936.   Scatenato, a dire vero, dallo stolto e inutile revanchismo della sinistra, anch’esso,  in stile “guerra civile”. Probabilmente,  la sinistra  gioca sul fatto, che la Spagna di oggi,  politicamente laicizzata e culturalmente globalizzata, insomma un paese molto diverso da quello del 1936,  non reagirà.  
Il che è possibile. Tuttavia,  il pericolo  xenofobo,  amplificato da un’estrema destra umiliata, può trasformarsi  in devastante collante politico. E  proprio a causa di scelte sbagliate,  come i lo spostamento  delle spoglie di Franco. Una misura che un Talleyrand  redivivo definirebbe impolitica.
Non dimentichiamo che le spoglie  di  Napoleone, altro “dittatore”,  furono invece pubblicamente  inumate nel 1840 , nella Cappella Reale, dell’ Hôtèl National des Invalides,  mausoleo nazionale.  E da chi? Da un  intelligente  liberale come Guizot.  Talleyrand era morto due anni prima, ma lo spirito era  lo stesso. Si guardava  alla riunificazione politica delle Francia  intorno a un  polo moderato.   E Franco, per intelligenza politica, resta  un piccolo Napoleone spagnolo. Che, alla fin fine, sparse meno sangue di Napoleone.
Per contro,  Moa nel suo articolo indica in Vox,  un partito che osservatori e opinionisti  giudicano di estrema destra, l’unica alternativa a una Spagna che vede colpevolmente complici  socialisti e democristiani.        
La storia è ricca di paradossi e di effetti inintenzionali. La Spagna si modernizzò, in qualche misura a prescindere dalle idee di Franco, che intelligentemente capì e si piegò. Ora invece  la Spagna rischia di tornare fascista, o qualcosa di simile,  malgrado  i suoi governanti facciano professione di antifascismo e adottino provvedimenti in linea con le proprie idee. Insomma, né capiscono né si piegano.
Ironie della storia…
Carlo Gambescia

(2)  P. L. Berger, Nella Valle dei Caduti, in Id., Le piramidi del sacrificio. Etica politica e trasformazione sociale, Einaudi, Torino 1981, pp. 276-279.