mercoledì 20 giugno 2012


La proprietà è   un furto? Dipende…   Lasciamo però  che  il nodo venga sciolto   dall’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*). E come?  Galoppando a tutta velocità   su una pista molto particolare:  un paio   millenni  di pensiero politico e giuridico.  E ovviamente  con il suo inconfondibile stile.  Buona lettura. (C.G.)  


Proprietà? Meglio se “quiritaria"...

di Teodoro Klitsche de la Grange




Su un settimanale molto diffuso è stata pubblicata un’intervista al prof. Antonio (Toni) Negri, il quale ha indicato il rimedio al disordine (del capitalismo e) della crisi finanziaria: “L’uscita dalla crisi capitalista, cioè il «comune» della democrazia, va costruita attraverso l’espropriazione della proprietà privata e la distruzione del potere pubblico, dello Stato”.
Capisco, che, come scriveva Manzoni, all’idee capita di affezionarsi, anche a quelle sbagliate, ma, dopo il crollo (per implosione – fatto più unico che raro nella storia) del comunismo, sarebbe il caso di riflettere su certe “terapie” sconfitte dalla storia. Anche perché, se il capitalismo non è il massimo, ricorrendo a certi rimedi – rifiutati dai popoli che li hanno sperimentati – c’è il rischio di santificarlo.
Che la proprietà sia un furto è più che dubbio, ma che non possa prestarsi – o si presti assai meno di altri istituti – alle speculazioni finanziarie e alle loro conseguenze politiche, è sicuro.
Nella forma classica – che è quella del diritto romano – la proprietà infatti è legata alla res: al fondo, alla casa, alla forza-lavoro (gli schiavi), ai frutti, ai beni mobili e così via. Tante cose, ma tutte reali (res) e in quanto tali suscettibili di appropriazione limitata.
Mentre il capitale finanziario non opera (prevalentemente) con res, ma con titoli, cioè con documenti “rappresentativi” quasi sempre non di una res, ma di un diritto; peraltro sempre più caratterizzati dall’astrattezza e sempre più lontani dalla res (che, si noti – è la base etimologica di realtà): la stessa vecchia, cara cambiale, inventata dai banchieri italiani del medioevo (o dai Templari?) è un vero reperto archeologico commercial-finanziario, dato che, bene o male, si trasmette per girata e col possesso, che presuppone almeno di aver visto in faccia chi te la gira, ecc. ecc.; e perciò è una vera lumaca tra titoli che si trasmettono elettronicamente.
Più che Marx, aveva capito il futuro il visconte de Bonald, vecchio controrivoluzionario, il quale di fronte al “nuovo ordine” borghese scriveva “gli stessi uomini che chiedono a gran voce lo spezzettamento illimitato della proprietà immobiliare, favoriscono con tutti i mezzi la concentrazione senza freni della proprietà mobiliare o dei capitali. L’appropriazione di terre ha per forza termine. Quella del capitale mobiliare non ce l’ha, e lo stesso affarista può far commercio di tutto il mondo”.
E il visconte ne avvertiva il pericolo politico, e non solo economico. Se era una delle costanti dei regimi politici ispirati al “dispotismo orientale” (Wittfogel) favorire la divisione della proprietà, onde evitare concentrazioni di potere pericolose per quello politico, contro l’analoga tendenza del capitale commerciale (ora finanziario – ch’è peggio) la difesa è difficile, e i risultati – politicamente – devastanti; “gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè. I Paesi Bassi contavano i più ricchi uomini d’affari del mondo; nei piccoli cantoni Svizzeri non c’erano che pastori e frati. Quale di questi due paesi ha meglio difeso la propria indipendenza, onorandone gli ultimi momenti?”.
Quindi: checché ne pensi il prof. Negri, è la proprietà classica, “quiritaria”, limitata (nei fatti) a difendere, a un tempo, autonomia sociale e indipendenza politica. E, in misura non lontana da questa, altre forme di proprietà diverse e collettive – residuo di una delle quali sono i demani civici, inappropriabili.
Quanto alla sovranità, ai tempi di de Bonald era oggetto anche delle preoccupazioni di Fichte il quale, per difenderla (e con essa la libertà della nazione) proponeva di monopolizzare il commercio estero (e non solo); List consigliava ai governanti di consentire al libero scambio solo se non fosse di nocumento per lo sviluppo della ricchezza (industria) nazionale. Ma il pericolo (politicamente) più evidente era stato avvertito da de Bonald il quale avvertiva il condizionamento interno che concentrazioni di capitale mobiliare – qualunque ne fosse la nazionalità – potevano arrecare alla sovranità, acquisita così dagli “arricchiti”. Provate a sostituire gli “arricchiti” con i “mercati”, ed avrete, alla lettera, la rappresentazione della situazione odierna.
Perciò, se può concordarsi con molte preoccupazioni del prof. Negri, è sicuro che a portarci in questa situazione è non il regime “classico” della proprietà privata – della cui “abolizione” non c’è nulla di positivo da aspettarsi – ma di esserne, in concreto e nella situazione attuale, semmai lontani.

Teodoro Klitsche de la Grange


Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

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