mercoledì 21 gennaio 2009

Riflessioni
Franco Carlini, la Rete e la conoscenza come dono


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Sul Manifesto di ieri è apparso un interessante scritto inedito di Franco Carlini, scomparso improvvisamente due anni fa. Sempre ieri si è ricordata la sua figura in un convegno genovese ( http://mir.it/servizi/ilmanifesto/cultura/?p=140 ) . Per quale ragione ne parliamo? Perché Carlini da colto e appassionato studioso dei nuovi media, e in particolare di Internet, fu tra i primi in Italia a intuire le potenzialità della Rete. Nella quale scorgeva il potente moltiplicatore di una crescente fame di socialità da soddisfare attravero il dono di una conoscenza sovvertitrice da trasmettere gratuitamente all'altro, digitando informazioni (sovversive) sui nostri personal computer.
Ma lasciamo a lui la parola:
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Dieci tesi sull'economia della conoscenza
1. Nel 21esimo secolo sembra infine realizzarsi la società dell'informazione, anzi della conoscenza, più volte annunciata fin dagli anni '60. Ciò avviene per effetto congiunto della commoditization dei beni materiali, della globalizzazione e delle tecnologie digitali sviluppatesi negli ultimi 30 anni. La conoscenza, da semplice strumento del potere e dell'economia (al servizio dell'innovazione), diventa merce essa stessa.
2. La proprietà intellettuale è termine relativamente recente che vuole trasformare in diritto universale ed eterno, persino naturale, alcune forme storiche di protezione e incentivazione della creatività come copyright, brevetti, marchi. Lo scopo è di creare una scarsità artificiale dove, per la natura stessa della conoscenza, c'è invece abbondanza. Questa strategia di corto respiro viene tentata dalle multinazionali dei saperi, ma rischia di frenare l'innovazione tecnica e sociale. In ogni caso sta generando sane controtendenze e conflitti.
3. Questo spostamento del valore verso i beni immateriali è sia favorito che contrastato dalla rivoluzione Internet. Essa è figlia di tecnologie e regole «aperte» e ha prodotto, senza che alcuno potesse prevederlo, una non market networked economy (un'economia non di mercato interconnessa) con prassi e culture diverse rispetto sia all'economia di mercato che a quella di stato. L'elemento caratterizzante è la cooperazione fin dal momento della produzione di conoscenza.
4. Per molti la cooperazione è un mistero, persino un errore dal punto di vista dell'utilitarismo e delle versioni volgari del darwinismo. Invece non c'è nulla di misterioso perché essa è il fondamento di ogni sistema complesso. Diversi modelli sono stati proposti per spiegare l'insorgere e il perpetuarsi della cooperazione nelle società umane.
5. L'utilitarismo per almeno due secoli è apparso come la spiegazione dei comportamenti individuali e insieme come un manifesto programmatico per la società e per l'economia, trovando supporto anche nel darwinismo. Esso presenta sia aspetti descrittivi (del comportamento individuale) che filosofici (sulla natura dell'uomo) che anche prescrittivi-programmatici. Nel tentativo di mantenergli uno status culturalmente egemone, si è tentato senza molto successo, di ricomprendere in esso anche la cooperazione e l'altruismo.
6. A supporto dell'utilitarismo ha giocato anche la teoria dell'homo oeconomicus, ovvero del decisore razionale, un modello di cui da tempo sono evidenti i limiti. Per salvarlo si è avanzata l'ipotesi della razionalità limitata, trattando le deviazioni dal modello come eccezioni che tuttavia non lo mettono in discussione. L'economia sperimentale conferma che non si tratta di errori. Le scienze del cervello indicano che i circuiti del pensiero logico e delle emozioni sono strettamente associati. La dicotomia tra i due aspetti è ormai insostenibile e andrebbe definitivamente abbandonata.
7. Ancor più inspiegabili risultano all'individualismo utilitarista i comportamenti di altruismo estremo e le pratiche del dono. Lungi dall'essere residui del passato o confinati nell'ambito familiare, delineano un'economia (se così la si vuole chiamare) i cui output sono beni relazionali . L'altruismo della specie umana è davvero, come appare dalla letteratura recente un mistero che deve essere spiegato, un'eccezione rispetto alla natura umana (e delle società umane) che sarebbero intrinsecamente egoiste e utilitariste? In questa visione l'altruismo appare come un rimedio volontaristico, a correzione del male intrinseco, un valore sovrapposto alla natura egoista, al peccato originario. Oppure una correzione ai fallimenti del mercato.
8. Il dono è sfacciato. Il dono è dissipazione. Il dono è sovversivo. Il dono dimostra che l'uomo possiede delle facoltà superiori alla razionalità. Perché, come sosteneva Blaise Pascal, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E proprio come ogni trasgressione, il dono è affascinante perché crea turbamento, provoca è rottura, alimenta contestazione.
9. A loro volta i beni relazionali stanno alla base delle teorie della felicità. Campo di ricerca relativamente recente, prende le mosse da un altro paradosso che tale non è: la ricchezza è in una certa misura disaccoppiata dalla felicità, sia a scala individuale che collettiva.
10. Qui il cerchio si chiude. Le relazioni, il dialogo, le conversazioni, persino il pettegolezzo, sono il fluido che anima la rete internet. Sovente vengono prodotte peer to peer, condivise con estranei, e generano conoscenza globale la quale, per esistere e crescere, deve muoversi in circolo, in rete, come e più delle conchiglie delle Trobriand. La conoscenza come dono, non divino ma dell'umanità a se stessa. Alcuni fatti e tendenze permettono di crederlo.
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http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090120/pagina/14/pezzo/239961)
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Si tratta di un’esposizione eccellente. Che tuttavia, pur auspicando "sani conflitti", non scioglie il nodo tra dono e politico. E purtroppo si tratta di una questione non affrontata anche in un libro pubblicato di recente da Feltrinelli (Luca De Biase, Economia della felicità. Dalla Blogosfera al valore del dono e oltre ). Sul quale però torneremo in seguito, magari con una recensione.
Qual è il punto? Che Carlini dà per scontato che la società sia solo cooperazione spontanea. E che si riproduca per forza propria dall’interno, senza alcuna necessità di organizzazione politica imposta dall’esterno (come sistema di coercizione, o cooperazione artificiale, diretta e indiretta a prescindere dalla forma di governo) Resa invece necessaria da quella che i filosofi sociali chiamano la naturale socievolezza insocievole dell’uomo. E aggiungiamo purtroppo...
E’ vero che esiste una zona grigia dove organizzazione sociale e politica si confondono in modo sovversivo. Qui Carlini ha ragione. Ma si tratta anche della dimensione sociale del "non detto". Si pensi ad esempio al ruolo molto ambiguo che svolge l’amicizia, bene relazionale per eccellenza, ma di natura irrazionale perché basata su valori (instabili) come ad esempio la simpatia e la riconoscenza, all’interno di strutture (stabili) sociali e politiche, animate in linea di principio dalla razionalità strumentale (un ufficio, un partito, un'impresa, un gruppo di pressione, se non addirittura criminale).
Fermo restando il fatto che di regola la cooperazione sociale è sempre “contro” qualche cosa e/o qualcuno (una causa, un gruppo, un individuo). Perciò ritenere che l’altruismo basti da solo a “cambiare” le cose, anche se molto nobile, è piuttosto ingenuo. Perché la benevolenza non basta, se è il nemico a considerarti tale. Il male, purtroppo, è una realtà sociale. Con la quale dobbiamo fare i conti.
Di conseguenza la Rete, pur valorizzando un immaginario e un linguaggio più liberi ( e qui si dovrebbe attentamente distinguere tra sovversione immaginaria e reale...) , non potrà non riprodurre gli stessi schemi comportamentali fondati su valori instabili e strutture stabili. E dunque sulla necessità di una organizzazione politica fondata sullo schema amico-nemico e sulla decisione politica, imperativa e dirimente, spesso in modo socialmente doloroso. Finendo così per "risucchiare" anche la volontà di democrazia "partecipativa" all'interno di un più "naturale" allineamento per gruppi contrapposti.
Il che non significa, come sostiene il bravissimo Carlini, che il dono della propria conoscenza non sia importante. E che non si debba criticare l’utilitarismo imperante. Ma solo che non bisogna farsi troppe illusioni sulle potenzialità nascoste nella pura circolarità della "conchiglie delle Trobriand" di malinowskiana memoria.
Tutto qui.

Carlo Gambescia

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