Non si tratta del ritorno del fascismo in camicia nera. Sarebbe troppo semplice, e probabilmente sbagliato. Il punto è un altro: dopo ottant’anni sembra essersi risvegliata quella che potremmo chiamare l’anima nera degli italiani. Non un partito, non un’ideologia codificata, ma una cultura autoritaria che precede e sopravvive alle forme politiche nelle quali di volta in volta si incarna.
L’anima nera non coincide con il fascismo storico. Ne costituisce il terreno di coltura. È la predisposizione a preferire l’autorità alla libertà, l’ordine al pluralismo, il capo alle istituzioni, il nemico all’avversario, la forza al diritto. Il fascismo organizzò politicamente questa cultura. Ma la sua sconfitta militare non significò automaticamente la scomparsa delle disposizioni culturali che lo avevano reso possibile.
Basta osservare il clima degli ultimi giorni.
La vicenda Roggero. La morte di Abderrahim Fakir durante un arresto a Bologna. La trasformazione di ogni fatto di cronaca in uno scontro tra amici e nemici. La continua ricerca del colpevole da esibire alla pubblica indignazione. Il diritto sostituito dalla vendetta, la giustizia dall’identificazione emotiva con chi “ha fatto quello che lo Stato non fa”. Ogni episodio diventa il pretesto per alimentare una polarizzazione che non conosce più sfumature.
In questo contesto il successo di Roberto Vannacci non rappresenta un incidente. È il sintomo di qualcosa di più profondo. La sua radicalità non spaventa una parte crescente dell’opinione pubblica: la rassicura. Matteo Salvini continua a costruire il consenso individuando nello straniero il nemico privilegiato. Giorgia Meloni evita accuratamente di definirsi antifascista, perché sa che una parte consistente del suo elettorato considera quella parola non un valore costituzionale, ma una provocazione politica.
Il problema, però, non riguarda soltanto la destra. L’anima nera cresce quando viene meno un’alternativa credibile.
Negli ultimi anni il riformismo è progressivamente arretrato. Una parte importante della sinistra sembra aver sostituito l’idea dell’emancipazione con quella della rivendicazione permanente. Si denunciano ingiustizie, si chiedono nuovi diritti, si invocano nuovi interventi pubblici. Molto meno si parla di crescita, mobilità sociale, responsabilità, merito, produttività, innovazione. Il rischio è che la tutela si trasformi in dipendenza e la redistribuzione sostituisca l’emancipazione. È una critica che anche autorevoli osservatori liberali hanno rivolto alla sinistra contemporanea, definendola ormai una “sinistra rivendicativa”, più impegnata a denunciare torti che a costruire soluzioni praticabili (*).
Quando il riformismo perde forza, la cultura autoritaria trova spazio.
Le persone non scelgono necessariamente l’uomo forte perché
desiderano una dittatura. Lo scelgono perché non vedono più una forza
politica capace di garantire contemporaneamente libertà, sicurezza,
sviluppo e giustizia sociale.
È questa la vera tragedia.
L’anima nera non avanza nel deserto. Avanza nel vuoto lasciato dalla politica liberale e riformatrice.
Si crea così un circolo vizioso. Una sinistra sempre più rivendicativa alimenta una destra sempre più identitaria. E una destra sempre più identitaria radicalizza ulteriormente una sinistra incapace di uscire dalla logica della denuncia. I due estremi finiscono per alimentarsi reciprocamente, mentre il centro liberale e riformatore si restringe fino quasi a scomparire.
Che cosa si può fare? Poco, almeno nell’immediato.
È difficile arrestare uno tsunami quando ha già raggiunto la costa. Si può soltanto cercare riparo nei luoghi più elevati, salvando ciò che può essere ancora salvato: la cultura liberale, il pluralismo, lo Stato di diritto, il rispetto delle istituzioni, la distinzione tra avversario e nemico.
Ci viene in mente “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Lì non si vedono soltanto il fascismo e Mussolini. Si vede soprattutto una società ormai completamente inquadrata, nella quale milioni di persone hanno interiorizzato il conformismo come modo naturale di vivere. Non tutti erano fanatici. Molti volevano semplicemente essere lasciati in pace. Bastava non occuparsi di politica, adattarsi, abbassare la testa.
È così che l’anima nera entra nella vita quotidiana: non attraverso l’eroismo del male, ma attraverso la normalizzazione dell’indifferenza.
Non crediamo che l’Italia sia destinata a rivivere il fascismo del 1922. Crediamo però che stiano tornando le condizioni culturali che allora lo resero possibile: la sfiducia nelle istituzioni, la ricerca dell’uomo forte, la trasformazione dell’avversario in nemico, la nostalgia dell’ordine, il conformismo e, soprattutto, l’assenza di una credibile alternativa liberale e riformista.
L’ora è grave non perché il fascismo sia già nato. L’ora è grave perché è tornata la cultura autoritaria che potrebbe, domani, trovare nuove forme politiche attraverso cui esprimersi. È questa, oggi, la vera sfida liberale.
Carlo Gambescia
(*) In argomento rinviamo all’ottimo articolo di Matteo Montagner: https://www.soloriformisti.it/la-fine-del-lingotto-e-la-creazione-della-sinistra-rivendicativa/ .





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