domenica 12 luglio 2026

I Mondiali di calcio e la lezione dell’inclusione

 


Le semifinali dei Mondiali consegnano un’immagine che merita qualche riflessione sociologica e metapolitica. Tre delle quattro squadre rimaste in corsa – Spagna, Francia e Inghilterra – sono europee. L’unica eccezione è l’Argentina.

Fin qui, nulla di sorprendente. Più interessante è un altro dato: tutte e tre le nazionali europee schierano numerosi giocatori figli dell’immigrazione o appartenenti a minoranze etniche. Un particolare che molti osservano, ma sul quale pochi sembrano disposti a trarre le conseguenze.

Naturalmente il calcio non è la società. Sarebbe ingenuo sostenere che il successo sportivo dimostri, da solo, il pieno successo dell’integrazione. Restano problemi, tensioni, discriminazioni e periferie difficili. Tuttavia il calcio costituisce uno straordinario laboratorio sociale, perché sottopone gli individui a una selezione rigidamente meritocratica. Sul campo non giocano le ideologie. Giocano i migliori.



È proprio qui che il ragionamento diventa interessante. Se tre delle quattro semifinaliste sono nazionali nelle quali convivono, senza particolari conflitti, atleti di origini diverse, significa che almeno una parte del processo di integrazione ha funzionato. Quei calciatori sono cresciuti nelle scuole europee, hanno imparato la lingua del Paese, hanno frequentato le società sportive, hanno interiorizzato regole, disciplina e senso di appartenenza. Quando indossano la maglia della nazionale non rappresentano una comunità separata: rappresentano la nazione.

È un fatto che mette in difficoltà una certa retorica identitaria. Da anni populisti e nostalgici del nazionalismo e del fascismo ripetono che l’immigrazione renderebbe impossibile la coesione nazionale. Eppure, proprio nel luogo simbolicamente più sensibile – la nazionale di calcio – assistiamo al fenomeno opposto. La nazione non scompare. Si trasforma. Rimane una comunità politica capace di integrare individui provenienti da storie familiari differenti. Ecco il dato metapolitico: di includere non di escludere.



Il calcio offre, da questo punto di vista, una lezione profondamente liberale. L’appartenenza non nasce dal sangue, ma dalla partecipazione. Non dall’etnia, ma dalla cittadinanza vissuta. L’allenatore non sceglie un centravanti perché bianco, nero o meticcio. Lo sceglie perché è il migliore. La meritocrazia, quando funziona, rende irrilevanti caratteristiche che la politica continua spesso a esasperare.

Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato leggere questi Mondiali come la prova che ogni politica migratoria sia stata un successo. L’integrazione non è il prodotto meccanico del welfare, né di programmi educativi concepiti a tavolino.

È anzitutto un processo spontaneo di adattamento reciproco, alimentato dalla libertà, dalla competizione e dall’accettazione di regole comuni. Il calcio ne offre una dimostrazione esemplare. Sul campo non esistono quote etniche, né corsie preferenziali: esiste soltanto il merito. E quando il merito prevale, l’origine perde progressivamente rilevanza sociale. Non perché venga negata, ma perché viene superata da un’appartenenza più forte: quella costruita attraverso l’impegno e la condivisione di uno stesso futuro collettivo.



Forse è questa la lezione più importante dei Mondiali. I fascismi pensavano e pensano la nazione come una comunità biologica. Alcuni populismi contemporanei continuano, sia pure in forme più attenuate, a coltivare la stessa nostalgia. Il calcio racconta invece un’altra storia. La forza di una nazione non dipende dalla purezza delle origini, ma dalla capacità di trasformare differenze individuali in appartenenza comune.

Quando un ragazzo nato a Madrid da genitori africani, o a Parigi da una famiglia del Mali, o a Londra da immigrati caraibici segna il gol decisivo, milioni di connazionali esultano senza chiedersi il colore della sua pelle. In quel momento conta una sola identità: quella della maglia.



L’integrazione perfetta probabilmente non esiste. Esiste però qualcosa di molto più concreto: la capacità di una società aperta di trasformare differenze di origine in appartenenza condivisa. Le semifinali di questi Mondiali, forse, raccontano proprio questa storia.

I populismi continuano a pensare che l’inclusione indebolisca la nazione. Il calcio suggerisce il contrario: quando l’inclusione passa attraverso il merito e l’appartenenza, può renderla persino più forte. Non è una lezione di buonismo. È una lezione di realismo.

Carlo Gambescia

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