venerdì 17 luglio 2026

Caso Roggero. La destra che difende il disordine

 


Perché la destra, che da sempre si presenta come il partito della legge e dell’ordine, finisce oggi per difendere il disordine? È una domanda che il caso di Mario Roggero ripropone con forza.

Quale disordine? Quello di un cittadino che, dopo avere subito una rapina, decide di sostituirsi allo stato, inseguendo e uccidendo due rapinatori e ferendone  un terzo. 

Un gesto che la magistratura ha ritenuto non riconducibile alla legittima difesa, ma a un duplice omicidio volontario. In uno stato di diritto nessuno può essere contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena.



Eppure proprio la destra, invece di ribadire questo principio elementare, chiede la grazia per Roggero. È qui che emerge il vero paradosso politico. Chi rivendica ogni giorno il primato della legalità, dell’autorità dello stato e delle forze dell’ordine, finisce per legittimare la più antica forma di disordine: la giustizia privata.

Esistono principi sui quali una società liberale dovrebbe essere unita. Il primo è il divieto assoluto di farsi giustizia da soli. Non perché si debbano nutrire simpatie per i delinquenti, ma perché il diritto nasce proprio per impedire che ciascuno diventi arbitro della vita e della morte altrui. Se questo principio viene meno, non resta la giustizia: resta la vendetta.

Non è un’idea di sinistra. È uno dei pilastri della civiltà liberale. Thomas Hobbes spiegava che gli uomini escono dallo stato di natura proprio per sottrarre la forza ai singoli e concentrarla nello Stato. John Locke, pur più attento alla tutela dei diritti individuali, riteneva che fosse la legge, e non la vendetta personale, a garantire la libertà. Perfino Adam Smith, troppo spesso ridotto a teorico del mercato, considerava tra i primi doveri dello stato l’amministrazione della giustizia e la protezione della società. Senza ordine pubblico non esistono né libertà né mercato.



È curioso che proprio una parte della destra sembri dimenticare questa lezione. L’ordine pubblico non consiste nell’incoraggiare i cittadini a trasformarsi in giustizieri della notte. Al contrario, consiste nell’affermare che il monopolio dell’uso legittimo della forza appartiene esclusivamente allo stato. Le forze dell’ordine esistono esattamente per questo: impedire che la violenza privata sostituisca la legge.

Per questa ragione la richiesta di grazia avanzata nei confronti di Roggero assume un significato che va oltre il destino personale del condannato. Diventa un messaggio culturale e di grande valore simbolico. Significa sostenere che, in determinate circostanze, il cittadino possa riappropriarsi del diritto di punire. Ma è proprio questo il diritto che lo stato moderno ha sottratto ai singoli per porre fine alla spirale della vendetta privata.



Ha fatto bene il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, almeno finora, a non dare seguito alle pressioni per concedere la grazia. Per inciso, ennesimo autogol di Nordio…

Non si tratta di assolvere i rapinatori né di sottovalutare la paura e la rabbia di chi subisce un crimine. Si tratta di difendere un principio che precede ogni appartenenza politica: il monopolio statale della forza legittima. È il fondamento della convivenza civile.

Qui, ripetiamo, emerge una contraddizione sulla quale la destra dovrebbe interrogarsi seriamente. Da un lato esalta lo stato, l’autorità, le forze dell’ordine; dall’altro, quando l’emotività prevale, sembra indulgere verso una concezione della giustizia che appartiene a un mondo precedente allo stato. È una regressione culturale. La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione degli sceriffi, ma dalla certezza che nessuno possa trasformarsi in giudice ed esecutore della pena.



La metapolitica insegna che ogni civiltà si regge su un nucleo di principi simbolici – diciamo pure una “tradizione” – prima ancora che giuridici. Uno di questi – per quel che riguarda l’Occidente moderno – è che la forza non appartiene ai privati, ma all’ordinamento. Quando questo principio viene relativizzato, si apre una breccia destinata ad allargarsi. Oggi riguarda un gioielliere. Domani potrebbe riguardare chiunque ritenga di avere una ragione sufficiente per sostituirsi ai tribunali.

La destra ama ripetere che senza ordine non esiste libertà. È vero. Ma l’ordine non è la licenza di uccidere il colpevole. È il contrario: è il limite che la legge impone anche a chi avrebbe le migliori ragioni per vendicarsi. La civiltà comincia precisamente dove finisce la vendetta.



Per questo il caso Roggero non divide soltanto colpevolisti e innocentisti. 

Divide due idee di società. 

Da una parte quella dello stato di diritto, nel quale anche il colpevole è giudicato secondo la legge. 

Dall’altra quella della giustizia privata, che affida alle emozioni e alla forza il compito di ristabilire l’ordine. 

Ma la storia dell’Occidente insegna che, ogni volta che la vendetta prende il posto della giustizia, a perdere sono tutti, anche gli onesti.

Carlo Gambescia

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