Le polemiche suscitate dalla nuova Odissea di Christopher Nolan raccontano probabilmente molto meno di Omero e molto di più della nostra epoca. Come spesso accade, l’opera è diventata il pretesto per una delle tante guerre culturali del nostro tempo: inclusione contro tradizione, libertà artistica contro fedeltà storica, pedagogia civile contro autonomia dell’arte.
Eppure la domanda davvero interessante è un’altra: perché continuiamo a “litigare” sui classici?
La risposta non è affatto scontata, perché il “classico”, nel senso in cui oggi lo intendiamo, è esso stesso una categoria della modernità.
Naturalmente gli antichi conoscevano autori considerati esemplari. Il termine classicus appartiene già al lessico latino; l’Umanesimo e il Rinascimento fecero dei grandi autori greci e romani il modello della formazione intellettuale.
Tuttavia fu soltanto tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, con la celebre Querelle des Anciens et des Modernes, che il classico cessò di essere un’autorità indiscussa per diventare un problema. Gli antichi erano davvero insuperabili? Oppure i moderni potevano superarli? Da quel momento il passato non venne più semplicemente ereditato: cominciò a essere discusso.
È questa la vera novità della modernità.
La modernità non eredita il passato: lo interroga. Da Cartesio a Kant, il dubbio diventa metodo. La critica non rappresenta una parentesi, ma il modo normale di rapportarsi al sapere. Nessuna autorità è più al riparo dalla discussione. Nemmeno Omero, Dante, Shakespeare o Cervantes.
Per questa ragione appare curioso che proprio oggi, mentre tutto sembra continuamente rimesso in discussione, qualcuno pretenda di sottrarre i classici al conflitto delle interpretazioni. Come se esistesse una lettura definitiva dell’Odissea.
Ma quale?
Quella degli umanisti? Dei romantici? Dei filologi dell’Ottocento? Della critica marxista? Di quella femminista? Di quella postcoloniale? Oppure quella oggi ritenuta moralmente più rispettabile?
La domanda non è provocatoria. È storica.
Ogni epoca ha costruito il proprio Omero. Nessuno legge quei versi con gli occhi di un greco dell’età arcaica. Ogni generazione traduce i classici nel proprio linguaggio, nelle proprie categorie, nelle proprie inquietudini. È proprio questa inesauribilità a renderli classici.
Naturalmente esiste un rischio.
Quando la reinterpretazione diventa uno strumento pedagogico destinato a trasmettere valori politicamente desiderabili, il classico corre il pericolo di trasformarsi in un semplice supporto didattico delle guerre culturali contemporanee. Omero non viene più interrogato per ciò che può ancora dirci; viene convocato come testimone a favore di una causa già decisa.
Ma anche la reazione opposta presenta un’insidia speculare.
Quando si pretende di fissare una volta per tutte il significato autentico di un classico, si introduce un principio estraneo alla modernità: quello dell’autorità interpretativa. È la logica dell’ortodossia. Cambiano le ideologie, cambiano le sensibilità, ma resta immutata l’idea che debba esistere qualcuno incaricato di stabilire quale sia la lettura corretta.
È un curioso paradosso.
Molti protagonisti delle odierne guerre culturali si presentano come rivoluzionari. In realtà finiscono spesso per riproporre una concezione profondamente premoderna della cultura: quella secondo cui un’autorità – politica, morale, accademica o mediatica – sarebbe chiamata a distinguere le interpretazioni legittime da quelle eretiche.
Non è un caso che il linguaggio delle polemiche assuma sempre più spesso toni inquisitori. Si denunciano letture “pericolose”, adattamenti “offensivi”, interpretazioni “inaccettabili”. Le parole cambiano; il meccanismo resta sorprendentemente simile. Come ogni ortodossia, anche quella culturale produce inevitabilmente le proprie eresie.
È qui che emerge la questione metapolitica.
Ogni società, infatti, costruisce un proprio canone culturale. Ma costruire un canone significa inevitabilmente includere alcune interpretazioni ed escluderne altre. Nessuna civiltà può accogliere indistintamente tutte le letture dei propri testi fondativi senza perdere, almeno in parte, la propria riconoscibilità.
I classici non sono soltanto grandi opere della letteratura. Costituiscono uno dei centri simbolici attraverso i quali una comunità definisce se stessa. Emerge così un’altra regolarità metapolitica: ogni società tende a organizzarsi attorno a un centro simbolico o a una tradizione condivisa. Omero, Dante e Shakespeare non sono soltanto autori; sono luoghi della memoria collettiva.. Di conseguenza, ogni conflitto sulla loro interpretazione è, in realtà, un conflitto sul controllo del centro simbolico della comunità.
La domanda, allora, cambia significato.
Non si tratta più di stabilire quale sia la lettura “vera” dell‘Odissea. Si tratta di capire chi abbia l’autorità culturale di definire i confini dell’appartenenza, decidendo quali interpretazioni possano entrare nel canone e quali, invece, debbano esserne escluse.
Ma proprio qui interviene un’altra regolarità metapolitica: la persistenza della dinamica tra consenso e dissenso. Il conflitto interpretativo non rappresenta un’anomalia da correggere; è una componente fisiologica di ogni società pluralistica. Pretendere di chiuderlo una volta per tutte significa immaginare una comunità senza dissenso, cioè senza politica.
Ogni parte tenderà naturalmente a presentare la propria interpretazione come la più autentica o la più universale. È ciò che, in termini metapolitici, può essere definito persistenza della razionalizzazione ideologica dei fenomeni politici: il tentativo di trasformare una preferenza storicamente situata in un principio apparentemente oggettivo.
È precisamente a questo livello che il liberalismo mostra la propria specificità. Il liberalismo non nega che ogni civiltà costruisca un proprio canone. Nega piuttosto che quel canone possa essere sottratto alla critica, alla revisione e al libero confronto delle interpretazioni.
Non pretende di sciogliere definitivamente il conflitto delle interpretazioni, né di individuare un arbitro supremo del canone. Accetta, al contrario, che nessuna autorità – politica, accademica, mediatica o morale – possa rivendicare il monopolio del significato dei classici. Il loro destino, in una società aperta, non è quello di essere amministrati, ma continuamente reinterpretati e discussi.
John Stuart Mill ricordava che perfino un’opinione falsa può svolgere una funzione preziosa, perché costringe la verità a confrontarsi con la critica invece di trasformarsi in un dogma. Karl Popper avrebbe parlato di società aperta. Tocqueville ci metterebbe invece in guardia dalla tirannia dell’opinione dominante, spesso più efficace della censura ufficiale.
Il punto è precisamente questo.
Una cultura liberale non difende una particolare interpretazione dei classici. Difende il diritto di proporne sempre di nuove, lasciando che sia il libero dibattito a selezionarle nel tempo. Alcune verranno dimenticate. Altre entreranno stabilmente nella storia della cultura. Nessuna, però, dovrebbe pretendere di chiudere definitivamente la discussione.
Dietro l’odierna sacralizzazione dei classici si intravede talvolta una nostalgia del mondo premoderno: il desiderio di ritrovare un’autorità culturale capace di dire una volta per tutte che cosa un testo significhi realmente. È una tentazione comprensibile, soprattutto in un’epoca dominata dall’incertezza. Ma resta una tentazione antimoderna.
Il paradosso è che questa nostalgia attraversa ormai schieramenti contrapposti.
C’è chi vorrebbe proteggere i classici dalle riletture progressiste e chi, al contrario, dalle interpretazioni considerate conservatrici. Entrambi finiscono per invocare un arbitro supremo dell’interpretazione.
Eppure il destino dei classici è esattamente l’opposto. I classici non sopravvivono perché vengono custoditi sotto una campana di vetro. Sopravvivono perché resistono alla critica.
Un’opera che non può più essere reinterpretata è già morta, anche se continua a essere stampata. Un classico, invece, continua a vivere proprio perché nessuno riesce ad avere l’ultima parola sul suo significato.
Forse è questa la lezione più autenticamente moderna che Omero continua a offrirci. Non quella di insegnarci cosa dobbiamo pensare, ma quella di ricordarci che la libertà di interpretare è inseparabile dalla libertà di discutere. E che una civiltà comincia a invecchiare non quando smette di produrre classici, ma quando pretende di amministrarne il significato.
Carlo Gambescia










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