domenica 26 luglio 2026

Il 25 luglio e le conseguenze impreviste della politica

 


Ieri sera abbiamo rivisto “La resa dei conti. Dal Gran Consiglio al processo di Verona”, lo sceneggiato Rai del 1969 dedicato al 25 luglio 1943, realizzato con la consulenza storica di Renzo De Felice e Gabriele De Rosa (*). Oggi lo definiremmo un docufilm. E non soltanto per la ricostruzione rigorosa dei fatti, ma per l’impianto narrativo sorprendentemente moderno: le interviste ai protagonisti, interpretati da bravissimi attori, si alternano alla ricostruzione storica e agli interventi dei conduttori (tra i quali il “mitico” Ugo Zatterin), conferendo al racconto un ritmo e una vivacità che molti prodotti televisivi odierni potrebbero ancora invidiare.

Ma ciò che colpisce maggiormente non è tanto la qualità della realizzazione quanto la lezione che emerge dagli avvenimenti del 25 luglio. Una lezione che va ben oltre la storia del fascismo e riguarda, più in generale, il funzionamento della politica.



Tra i temi classici della sociologia vi è quello delle conseguenze non intenzionali dell’azione sociale. Robert K. Merton vi dedicò già nel 1936 un celebre saggio, “The Unanticipated Consequences of Purposive Social Action”. Successivamente sviluppò questo tema nella teoria delle funzioni manifeste e latenti, mostrando come gli uomini perseguano determinati obiettivi (funzioni manifeste) ma finiscano spesso per produrre risultati (funzioni latenti) che non avevano affatto previsto. La storia, insomma, non coincide quasi mai con i progetti dei suoi protagonisti (**).

Va inoltre ricordato che il tema delle conseguenze non intenzionali dell’azione viene da lontano: per i moderni lo troviamo già in Adam Smith, Adam Ferguson, Hegel, Tocqueville, Marx, Weber, Pareto e molti altri. Da ultimo, Hayek. Detto altrimenti, la storia è il risultato dell’azione degli uomini, ma non dell’esecuzione dei loro progetti.

Siamo davanti al principio metapolitico degli effetti compositivi: le azioni individuali, una volta aggregate, producono spesso esiti che sfuggono alle intenzioni dei loro stessi protagonisti.

Il 25 luglio 1943 ne costituisce un esempio pressoché perfetto.



Dino Grandi non immaginava certo di provocare il crollo del fascismo. Al contrario, riteneva che il suo ordine del giorno potesse contribuire a salvare il regime, restituendo al Re il comando supremo delle Forze armate, che Mussolini esercitava per delega dal giugno 1940. Nella sua prospettiva, il Duce avrebbe conservato la guida politica del Paese, liberandosi del peso della direzione militare e potendo così dedicarsi alla riorganizzazione del partito e del fronte interno.

Né Ciano, a dire il vero poco più di una figurina nella ragnatela di Grandi, prevedeva la sua condanna e fucilazione, senza che il suocero alzasse un dito. Tra i diciannove che votarono l’ordine del giorno Grandi (otto contrari, un astenuto), mettendo il Duce nell’angolo, alcuni non capirono bene, convinti che lo stesso Mussolini fosse d”accordo. Inesperienza (per alcuni era la prima seduta a cui partecipavano), sordità, spirito gregario la fecero da padrone.

 

 


Anche Mussolini interpretò quanto stava accadendo in maniera del tutto diversa da come si sarebbe poi sviluppato. Continuò a confidare nella lealtà di Vittorio Emanuele III, convinto che il Re non avrebbe mai utilizzato il voto del Gran Consiglio per estrometterlo dal potere. Del resto, una parte significativa della stessa classe dirigente fascista riteneva che il regime fosse ancora sufficientemente solido da sopravvivere alla sostituzione del suo capo e persino da affrontare le inevitabili reazioni della Germania a un’eventuale uscita dell’Italia dalla guerra.

Accadde invece l’opposto.



Il Re trasformò un voto che molti consideravano interno agli equilibri del fascismo nello strumento costituzionale per liquidare politicamente Mussolini. L’arresto del Duce, la formazione del governo Badoglio, il progressivo dissolvimento del regime e, di lì a poco, l’8 settembre mutarono radicalmente il corso della storia italiana. Pochissimi dei protagonisti immaginavano una concatenazione di eventi di quella portata. Neppure la successiva e disastrosa guerra civile del 1943-1945.

È proprio questo l’aspetto che rende il 25 luglio un caso di studio affascinante non soltanto per gli storici, ma anche per gli studiosi di metapolitica. 

 


Gli uomini agiscono sulla base delle proprie aspettative, cioè degli effetti manifesti che si attendono di ottenere; la storia nasce invece dall’intreccio di aspettative diverse, spesso incompatibili tra loro, producendo effetti latenti che nessuno aveva realmente previsto. Ciascun attore crede di controllare il processo, ma il risultato finale sfugge al controllo di tutti.


 


È una lezione che conserva intatta la sua attualità metapolitica. La politica contemporanea continua a produrre conseguenze impreviste. Referendum convocati per rafforzare un leader finiscono per indebolirlo; riforme pensate per consolidare un governo ne accentuano le difficoltà; campagne mediatiche concepite per isolare un avversario finiscono col renderlo più popolare. Le intenzioni appartengono agli uomini. Le conseguenze appartengono alla storia.



Per questo il 25 luglio 1943 continua a parlarci. Non soltanto perché segnò la fine del fascismo, ma perché ricorda a ogni classe dirigente una verità tanto semplice quanto scomoda: in politica non basta avere un progetto. Occorre anche fare i conti con ciò che nessuno aveva previsto. Ed è proprio lì, spesso, che la storia cambia direzione.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=0ghQHJQmymc&t=10414s .

(**) Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale (1949 e 1957), il Mulino, Bologna 1974 (edizione consultata), 3 voll. Si veda in particolare la parte dedicata alle funzioni manifeste e latenti ( vol. I. pp. 121-224 ). Sul tema delle conseguenze non intenzionali dell’azione sociale resta fondamentale anche il suo saggio “The Unanticipated Consequences of Purposive Social Action” (1936). Qui: https://www.jstor.org/stable/2084615 .

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